L’Authority dell’Energia e la fabbrica delle carriere

Il caso della carriera costruita “a ritroso” al presidente Guido Bortoni continua ad agitare l’Authority per l’Energia (Arera). I sindacati Falbi, First e Fisac hanno deciso di segnalarlo all’Anac, l’Autorità anticorruzione, insieme a un altro episodio che a loro dire solleva il dubbio che si possano produrre “danni erariali e violazioni della normativa anticorruzione”: il dirigente che dovrebbe valorizzare la carriera di Bortoni è stato promosso una settimana prima di ricevere l’indicazione a farlo dal collegio dei commissari.

Breve riassunto. Come ha rivelato il Fatto, l’11 aprile scorso il collegio, scaduto a febbraio e quindi in prorogatio in attesa dei nuovi vertici, ha dato “indirizzo” al direttore Affari generali e Risorse umane (Dagr), Giovanni Colombo di attribuire al presidente una “valorizzazione dell’anzianità maturata, anche alla luce della disciplina vigente in Antitrust, con l’attribuzione di due livelli per ogni anno fuori ruolo”. Guarda caso, Bortoni è l’unico dirigente dell’Authority “fuori ruolo”, e lo è da 9 anni. In questo modo ottiene in un colpo un mega scatto di carriera di 18 livelli che lo porterebbe, una volta tornato dirigente a fine mandato, ad avere più o meno lo stesso stipendio che aveva da presidente, circa 240mila euro l’anno, il tetto massimo fissato per legge per i travet. Al momento di decidere Bortoni è uscito dalla riunione per evitare di dover decidere su se stesso. Secondo i sindacati l’indirizzo è illegittimo, perché non si tratta di un atto amministrativo (e per questo non è stato reso pubblico) e vìola il protocollo d’intesa che regola gli avanzamenti di carriera nell’Autorità, che non prevede promozioni per i fuori ruolo (se non dopo una trattativa sindacale). Nella loro segnalazione all’Anac, però, riportano un secondo caso. La settimana prima, il 5 aprile, il collegio ha disposto – questa volta con delibera – la promozione di quattro dirigenti, da direttori aggiunti a direttori, “agli esiti del processo valutativo 2017”. Tra questi c’è anche Colombo, che peraltro firma la relazione fornita al collegio che fornisce le motivazioni per la promozione. Per i sindacati è un “palese conflitto d’interessi”, visto che Colombo spiega ai commissari (tra cui Bortoni) perché dovrebbero promuoverlo. Non solo. Per le sigle la nota è viziata all’origine, visto che Colombo propone le promozioni al collegio “in conflitto con il criterio del merito presente nell’ordinamento di Arera”. In pratica non viene menzionata nessuna “valutazione comparativa o al criterio del merito coniugato all’anzianità come prescritto dall’articolo 37” del regolamento. Nella sua nota, Colombo in effetti motiva la necessità di promuovere i 4 dirigenti, tra cui se stesso, perché “sotto inquadrati” vista la “notevole mole di lavoro anche a carattere innovativo” e il fatto che ci sono funzionari e dirigenti con inquadramento inferiore che “ricevono un trattamento economico superiore”. Una situazione che però si spiega con l’anzianità di servizio. Secondo i sindacati questa motivazione non è prevista nel regolamento (non esistono precedenti) e chiedono all’Anac di indagare vista la vicinanza temporale con il caso Bortoni. Tra i dirigenti promossi c’è anche l’avvocato Stefano Puricelli, capo dell’ufficio speciale incaricato di seguire gli atti del collegio, che ha fatto da segretario verbalizzante di entrambe le riunioni dei commissari. Sullo sfondo resta la curiosità di un collegio che, essendo in prorogatio, dovrebbe limitarsi agli atti indifferibili e urgenti.

L’Autorità replica che il doppio ruolo di Colombo nella sua promozione è dovuto al fatto che ha ereditato le funzioni prima attribuite al Direttore generale, figura non più presente (ma c’è il segretario generale) e in ogni caso è il collegio che decide. Quanto al merito, precisa: “È stato considerato sia in occasione dell’attribuzione dell’incarico di primo livello, con specifico riferimento alle pregresse esperienze lavorative e alle competenze professionali, sia con riferimento alla valutazione dell’esercizio di detto incarico in termini di responsabilità manageriali e amministrativo contabili” e “ha consentito di allineare i dipendenti all’inquadramento minimo giuridico posseduto dagli altri dirigenti aventi pari responsabilità”. Non ha però fornito precedenti analoghi.

Il tesoretto Abi, la lobby bancaria galleggia su un mare di liquidità

Da un lato le banche italiane, reduci solo ora dalla più grave crisi della loro storia recente. Un decennio terribile che ha visto perdite cumulate per oltre 50 miliardi, il crac delle due banche venete e delle 4 banche locali e la nazionalizzazione forzata del Montepaschi. Una crisi tremenda che ha visto la fuoriuscita dagli istituti della Penisola di oltre 40mila lavoratori bancari per un taglio secco dei costi del lavoro di quasi 3 miliardi. Dall’altro lato l’Abi, l’associazione bancaria italiana, la lobby che raggruppa i vertici delle banche del Paese che è passata attraverso il decennio terribile del settore senza accorgersene. Come se la crisi non la riguardasse. Un paradosso se volete. L’associazione dei banchieri sprizza infatti salute da tutti i pori. Fosse un’azienda bancaria sarebbe additata come esempio di virtù finanziaria, ma è un’associazione di rappresentanza, senza scopo di lucro.

Eppure l’Abi siede da anni su un piccolo tesoretto di liquidità. Neanche tanto piccolo, dato che tra conti correnti, titoli e altre attività finanziarie può contare su disponibilità per quasi 78 milioni (77,9 milioni per l’esattezza). Su un attivo di bilancio complessivo di 123 milioni, una cassa così ingente la fa da padrona. Cash is King potrebbe essere il motto della lobby bancaria.

Il dato assai sorprendente emerge dal bilancio del 2017, che non è pubblico ma è stato consegnato ai soli associati. Il Fatto ha potuto consultarlo. Bilancio a dir la verità assai scarno. Sette paginette di soli prospetti senza né relazione di gestione né nota integrativa. Per essere espressione di come gestisce i soldi il Gotha rappresentativo dell’industria bancaria, è ben poca cosa. Ecco però che anche solo dai prospetti emerge un quadro inaspettato. Intanto appunto il tesoretto finanziario, tra l’altro in crescita nel tempo. L’anno prima le disponibilità liquide si fermavano a 70 milioni, contro i 78 milioni del 2017. Un cuscinetto di quattrini di tutto riposo fin pure eccessivo per un’associazione di settore, peraltro mai speso per necessità anche nella tempesta della crisi bancaria.

Nel 2014 la cassa liquida dell’Abi si fermava a “soli” 64 milioni. E nel 2013 era 33 milioni, ma c’erano a quel tempo investimenti in titoli a medio termine per la bellezza di oltre 38 milioni. Come si vede il tesoretto non solo è elevato ma data da lungo tempo. Con l’Abi trasformatasi in investitore con quei 38 milioni in titoli, scesi poi a 8,6 nel 2014 e, a fine 2017, a 4 milioni. In quella disponibilità liquida di fine 2017 per quasi 78 milioni, 41,7 milioni sono conti correnti, mentre 36 milioni sono investiti in titoli questa volta a breve scadenza. L’associazione capitanata da Antonio Patuelli e diretta da Giovanni Sabatini con quel tesoretto investito porta a casa proventi finanziari per 4 milioni, incassi utili dato che dall’investimento in titoli l’Abi finisce per ripagarsi le spese per gli affitti delle sue sedi pari a poco più di 4 milioni. Una gestione eccellente della cassa si potrebbe dire.

Da dove viene, però, tanta fortuna finanziaria? È figlia di anni lontani. Dalla cessione avvenuta poco più di 10 anni fa delle quote che Abi deteneva in Sia, la società specializzata in infrastrutture tecnologiche di automazione e di quote detenute ai tempi in E-Mid (società partecipata dalle banche e supervisionata da Bankitalia e Consob, gestisce il mercato interbancario dei depositi dal 1990). Cessioni che hanno prodotto plusvalenze per oltre 60 milioni e che hanno fatto da base per l’accumulo del forziere. Ma non c’è solo la ricca cassa: Abi ha il possesso di Palazzo Altieri in Piazza del Gesù a Roma, dove ha la sua storica sede. Quel cespito è detenuto tramite Bancaria Immobiliare ed è in carico per 32 milioni. E ciliegina sulla torta Abi possiede Abiservizi, una spa che gestisce le attività editoriali, i convegni, i corsi di formazione. Iniziative queste sì con scopo di lucro con gli associati che pagano due volte. La prima con la quota di contribuzione annua e poi con le quote di partecipazioni a eventi e corsi di formazione di AbiServizi. Business inventato dall’ex direttore generale Zadra, ormai scomparso, e redditizio. Abiservizi fattura sui 18 milioni l’anno e riesce a chiudere con un piccolo utile le sue attività.

Per il resto la normale amministrazione vede le banche socie versare contributi annui complessivi per 36 milioni, cui si sono aggiunti 2 milioni di contributi speciali. Ma sui 38 milioni di entrate, Abi è costretta a politiche di sconto. Nel 2017 lo sconto applicato è stato di oltre 4 milioni. Un 10% di taglio dei contributi dovuti dalle banche. Con qualche presidente e ad non certo soddisfatto dei risultati della lobby bancaria espressa da Abi in questi anni a giudicare da come l’Europa ha finito per trattare le banche italiane.

Quanto all’impiego dei contributi, 26 milioni pagano gli oltre 225 dipendenti, il resto finisce in spese di funzionamento e servizi. Ora l’Abi ha pronte le cesoie. Pre-pensionamenti per 50 unità; la vendita di Palazzo Altieri e l’eventuale acquisto di una sede a Milano. Di una spending review non ce ne sarebbe bisogno dato il tesoro in cassa. Ma tant’è, cosa non si fa in nome dell’efficienza. C’è da chiedersi piuttosto cosa se ne faccia di quel forziere cospicuo un’associazione imprenditoriale non tenuta al profitto. Forse una riserva per i tempi bui. Quelli però li hanno già passati (e pagati sonoramente) i soci della Confindustria bancaria. Chiedere a loro.

È in arrivo la tempesta d’autunno

Meglio prepararsi: sta arrivando la tempesta sui mercati finanziari in autunno. I segnali si moltiplicano da tempo. Chi parla con gli economisti che orientano gli umori degli investitori lo sa, i fondi di investimento continuano a interrogarsi se l’Italia sia a rischio di uscita dall’euro (ancora il 5 luglio il fondo Brevan Howard, già molto attivo durante lo stallo post-elettorale, ha organizzato un convegno sulle prospettive italiane). Si diffondono voci di possibili declassamenti del debito pubblico, un pericolo che pareva concreto anche a maggio: un taglio del rating avrebbe come effetto immediato un crollo del valore del debito in pancia alle banche, riducendo probabilmente la domanda. La Bce di Mario Draghi, di solito l’ultima speranza cui appendersi, sarà impegnata nella riduzione delle misure straordinarie del Quantitative easing. E di certo non si può chiedere a Draghi, ormai avviato verso la fine del mandato, di fare mosse sospettabili di essere favori al suo Paese d’origine, soprattutto nel momento in cui finirebbero per sostenere un governo così apertamente ostile alle regole Ue.

A questo si aggiunge che il ministro del Tesoro Giovanni Tria non è un altro Padoan: la sua capacità di rassicurare è molto inferiore, ha meno controllo della struttura, ha problemi con le forze politiche che lo sostengono (non ha ancora assegnato neppure le deleghe ai due viceministri), le voci ricorrenti sulle sue dimissioni non lo rafforzano certo. E poi c’è Paolo Savona, se davvero il ministro degli Affari europei presenterà il piano annunciato da 50 miliardi cui sembra legare la sua permanenza nell’esecutivo, il premier Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini dovranno scegliere: o sostengono Savona contro la Commissione Ue, o sconfessano il ministro che a maggio giudicarono irrinunciabile.

Dopo essersi impennato nel caos post-voto, lo spread tra debito italiano e tedesco è rimasto sempre intorno ai 230 punti. Meglio essere pronti all’eventualità che salga ancora.

Processo Ubi, la difesa di Bazoli chiama in causa Bankitalia

Il più discreto dei banchieri italiani ha preso la parola, a porte chiuse, davanti ai giudici che lo accusano. Per ribadire che non solo è innocente, ma che tutte le sue scelte sono state fatte per il bene di Ubi Banca e in perfetto accordo con Bankitalia. Era il 9 marzo 2018 quando Giovanni Bazoli ha chiesto di rendere deposizioni spontanee nell’udienza preliminare che ha poi deciso il suo rinvio a giudizio nel processo iniziato a Bergamo il 25 luglio: il primo processo che in Italia vede imputati non ex banchieri ormai in disgrazia, ma l’intero gruppo dirigente in carica della terza banca italiana. “Ho sempre fatto operazioni in totale accordo con la Banca d’Italia”, dice Bazoli nella sua deposizione che il Fatto ha potuto vedere. Si difende dalle accuse, ostacolo alle autorità di vigilanza e influenza illecita sull’assemblea. Attacca duramente la Guardia di finanza che ha condotto le indagini. E schiera tra i suoi sostenitori due presidenti della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. “In questo mesto memoriale, così lo definisco”, inizia il banchiere, “mi limito a raccontare i fatti accaduti come sono stati da me vissuti”.

“Nessun patto occulto è mai esistito”, dice Bazoli. “Per il semplice motivo che non era necessario che ci fosse. L’errore che vizia tutta l’impostazione dell’Accusa è quello di non avere compreso che gli imputati hanno continuato a comportarsi in coerenza non a un accordo stipulato dall’Associazione Banca Lombarda e Piemontese con altre associazioni e non dichiarato all’Autorità di vigilanza, ma al patto fondativo di Ubi stipulato tra le Banche Bpu e Banca Lombarda e Piemontese al momento della loro fusione”. Nessun ostacolo alla vigilanza: “La Banca d’Italia per i fatti oggetto di questo procedimento non ha mai ritenuto di esercitare alcun potere sanzionatorio nei confronti di Ubi Banca”; e la Corte d’appello di Brescia “ha annullato le sanzioni amministrative comminate dalla Consob”. Solo il bene del Paese lo ha guidato, fin da quando fece nascere il Nuovo Banco Ambrosiano. Poi si è mosso per impedire che “nostri grandi istituti passassero in mano straniera” (erano in agguato gli spagnoli di Bbva e Santander). Ecco dunque, nel 2007, la nascita di Ubi, dalla fusione della bergamasca Bpu e di Banca Lombarda. “Un’operazione che è valsa a mantenere italiana una Banca che oggi rappresenta uno dei punti di forza del nostro sistema; e che, al pari di tutte le altre operazioni da me seguite, è avvenuta in totale accordo con la Banca d’Italia”. Durissimo l’attacco alla Guardia di finanza: “Ha sottoposto le riunioni di cui sto parlando a controlli invasivi, che hanno persino contemplato presidi e pedinamenti, come se si trattasse di riunioni clandestine”. Bazoli denuncia attacchi alla sua famiglia: “Si è parlato di interessi familiari… Ma l’assurdo coinvolgimento di mia figlia in questa indagine sembra trovare la sua unica spiegazione nell’intento di accreditare l’idea di un clan familiare”. Così come il coinvolgimento nell’inchiesta di “mio genero, il professor Gregorio Gitti”. “Mi sembra incredibile che la Guardia di finanza sulla base di presunte indagini tecniche stravolga a tal punto i fatti sostenendo che la famiglia Bazoli avrebbe coltivato specifici interessi personali, in realtà del tutto inesistenti”.

La conclusione è amara: “Quando, nel maggio 2014, ricevetti l’avviso del reato per cui ero indagato rimasi incredulo. Non mi sembrava possibile che al termine del lungo percorso compiuto nel settore bancario, sempre in strettissima collaborazione con le autorità pubbliche e in particolare con la Banca d’Italia, io fossi accusato di aver dolosamente ostacolato le Autorità preposte alla vigilanza del settore bancario. Accettai questo fatto senza una parola di protesta”. “Ma il mio atteggiamento è cambiato allorché, alla chiusura delle indagini preliminari, ho potuto prendere visione del materiale accumulato dall’Accusa, imperniato sui rapporti resi alla Procura dalla Polizia giudiziaria incaricata dell’indagine”.

Una nota della Gdf gli attribuisce “un’indole delinquenziale particolarmente accentuata. Quest’affermazione, ripresa dai giornali perché il rapporto in oggetto è diventato immediatamente di pubblico dominio, è grave e inspiegabile, ed è stata fonte per me di una profonda ferita. Sono un cittadino incensurato, il cui curriculum ritengo attesti una lunga esperienza di servizio al Paese e una condotta di integrità morale. E allora, a fronte di questo inaccettabile giudizio sulla mia persona, mi deve essere consentito ricordare le unanimi attestazioni di stima che le massime autorità istituzionali – presidenza della Repubblica, presidenza del Consiglio, ex Governatore di Banca d’Italia”.

“Il fatto che al termine di questo lungo impegno, al quale ho dedicato la maggior parte della mia vita, più di trent’anni, io venga colpito da un’accusa che mette in discussione proprio la mia lealtà nei confronti di istituzioni con cui ho sempre fecondamente collaborato è per me incomprensibile e oltremodo doloroso”. Ma “non posso accettare la deformazione della realtà prospettata in questa indagine senza reagire con fermezza rivendicando la limpida storia del mio passato”.

Mail Box

 

Pena per i morti in mare non per i 50mila nei lager libici

Mostrando solo il suo lato compassionevole verso il fenomeno della migrazione la sinistra abdica al suo ruolo di lottare per i diritti degli ultimi.

La sovraesposizione mediatica delle intollerabili morti in mare impedisce di vedere gli oltre 50.000 migranti rinchiusi e a volte torturati nei porti sicuri libici secondo i dettami di Minniti e Salvini, oltre alle migliaia che muoiono nei deserti prima di arrivare al Mediterraneo e ai reclutatori che passano di villaggio in villaggio offrendo miraggi.

Nessun intervento contro il neocolonialismo che ha portato sfruttamento e corruzione, nessun progetto di cooperazione che con tutte le sue magagne forniva welfare e atteggiamenti etici che si contrapponevano ai corrotti in favore delle popolazioni locali.

Nessuna proposta per provare a ridimensionare le cause dell’emigrazione invece che piangerne gli effetti e così l’esodo continuerà.

Luciano Mignoli

 

Il dl Dignità salva il lavoro, perciò il Pd non lo vuole

Non si riesce a capire il motivo dell’odio assoluto delle opposizioni e di Confindustria per il decreto Dignità; o meglio lo si capisce benissimo: l’interesse privato di pochi.

Che il Jobs Act, l’eliminazione dell’art.18 e tutte le altre demenziali leggi renziane facessero comodo a imprenditori e datori di lavoro furbetti, per incrementare i loro guadagni, e non ai lavoratori, non vi è più alcun dubbio (infatti Renzi andava a cena con Marchiane, non con gli operai), ma non si capisce perché il governo attuale dovrebbe accettare l’equazione meno garanzie quindi più lavoro precario.

Che intendiamoci, non è lavoro ma sfruttamento, viste anche le condizioni in cui è svolto, e quindi non crea veri consumatori e cittadini, ma solo persone che sopravvivono alla morte per fame, cosa che per altro fa anche la Caritas più meritoriamente. Se il lavoro conferisce dignità, non può far paura il decreto Dignità se crea qualche posto in meno per sfruttati e schiavi e qualche posto in più per lavoratori veri.

Enrico Costantini

 

Combattiamo le violenze ammettendone l’esistenza

Le aggressioni alle persone di colore sono ormai quotidiane.

Nonostante l’escalation però, si cerca ipocritamente di negare il movente razzista, perché contrario al nostro auto-pregiudizio positivo di “italiani brava gente”. No, non possiamo far finta di essere sani, come diceva Gaber.

Il razzismo in Italia c’è e il primo modo per combatterlo è ammette che esiste.

Per questo è irresponsabile il negazionismo di Salvini. Anche perché il ministro dell’Interno non solo banalizza fatti gravi, ma quando proprio non può farlo, scusa i razzisti e la butta sulla fine della italica pazienza. Dopodiché c’è tutto un agitarsi di precisazioni e commenti nell’escludere il razzismo dall’Italia.

Uno sforzo ammirevole, per carità, poggiato su numerosi casi di buona integrazione, ma che non cancellano la realtà.

Non è una bella notizia, ma abituiamoci a guardarci allo specchio.

Massimo Marnetto

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo “Le assicurazioni e l’aggressione a colpi di spot” confermo la correttezza dei dati dell’VIII Rapporto RBM-Censis, disponibile su www.welfareday.it. Le cure pagate di tasca propria ammontano a 40 miliardi e 7 milioni di italiani hanno dovuto utilizzare i propri beni o si sono indebitati per curarsi.

In particolare, nei 2,8 milioni di cittadini in difficoltà economica rientrano sia coloro che hanno venduto la prima casa sia chi ha ipotecato o locato i propri immobili (cfr. pag. 17 del Rapporto). Tali risorse hanno curato patologie rilevanti quali quelle cardiovascolari, oncologiche e respiratorie. Bisogna confrontarsi sulle soluzioni abbandonando le dietrologie sul campione statistico del Censis utilizzate dai custodi dell’ortodossia di un sistema sanitario “solo pubblico” per non affrontare il problema. Ferma restando la centralità del S.S.N. è necessario avviare un Secondo Pilastro Sanitario che renda più efficace, sostenibile ed equa la spesa sanitaria privata.

Marco Vecchietti, Amministratore Delegato e Direttore Generale di RBM Assicurazione Salute

 

Gentile Vecchietti, l’indagine del Censis non solo si basa su un campione di mille intervistati, un numero molto esiguo, ma non fa neanche riferimento alla tipologia di prestazione sanitaria e alla relativa urgenza per cui “milioni di italiani si sarebbero indebitati”. Un dettaglio non di poco conto visto che potrebbe trattarsi di cure già coperte dal Ssn. Già l’anno scorso, le ricordo che il ministero della Salute sulla base di dati Istat ha smentito il dato dei 12 milioni di italiani che hanno rinunciato almeno a una cura in un anno per motivi economici. Lei, in qualità di direttore generale di un’assicurazione di salute porta avanti il suo business; mentre il Servizio sanitario nazionale ha lo scopo di garantire a tutti i cittadini, in condizione di uguaglianza, l’accesso universale all’erogazione equa delle prestazioni sanitarie in attuazione dell’art.32 della Costituzione.

Chiara Daina

Tav. Un’opera dannosa e dispendiosa che conviene solo al partito del cemento

 

Seguo da anni la vicenda del Tav Torino – Lione e mi sono convinto (lo ha scritto anche il governo Gentiloni) che l’opera sia nell’ordine dannosa, antieconomica e non giustificata da nessuna necessità reale sia in termini di traffico passeggeri che merci. Ne hanno scritto inoltre tecnici di rinomata fama indipendenti che hanno smontato pezzo pezzo le surreali e false motivazioni addotte dai politici di turno per perorarla (buon ultimo quel simpaticone di Chiamparino che vuol farci addirittura un referendum). La domanda allora sorge spontanea o spintanea: perché i politici di varie parti politiche (Pd, Forza Italia, Lega) continuano imperterriti a proporre la realizzazione di un’opera giudicata inutile o sovrastimata in una relazione della Presidenza del Consiglio? Posso capire (ma non giustificare) la posizione dei grandi giornaloni che hanno smesso di informare i loro lettori e si sono ridotti (anche le copie vendute in edicola) ad assecondare i desiderata dei loro padroni, ma i politici dei partiti di cui sopra che sanno come stanno le cose perché insistono nell’esaltazione dell’opera? Diceva il saggio “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca” e un diavoletto mi suggerisce che potrebbero essere stati “incoraggiati“ a sponsorizzare il Tav.

Leonardo Gentile

 

Gentile Leonardo, i suoi dubbi sono la logica conseguenza di quello a cui si assiste da trent’anni. In Italia prospera un partito, quello del cemento, trasversale a quelli politici, che al suono di “servono le infrastrutture” promuove progetti senza convenienza. Non ci sono solo le malversazioni, emerse dalle indagini in mezza Italia (anche nei subappalti del Tav), ma lo stesso meccanismo per cui molte grandi opere vengono concepite solo per drenare risorse allo Stato. Matteo Renzi, per dire, ha passato l’ultimo anno del suo governo a rassicurare pubblicamente Pietro Salini che si sarebbe fatto il ponte sullo Stretto mentre Palazzo Chigi, cioè lui stesso, era in causa con Salini per lo stop al progetto deciso dal governo Monti. Sulla Tav Torino-Lione i dati, tutti, smentiscono che sia un’opera necessaria, al punto che lo stesso governo ha ammesso di essersi sbagliato “in buonafede”, quindi nessuno dovrà risponderne. Nel frattempo si è andati avanti anche sul versante francese nonostante i dubbi dei governi transalpini, a dimostrazione che l’euforia dei politici locali per queste opere non ha nazionalità. Ben venga che il ministro Toninelli chieda una revisione in base ai costi-benefici, ma è una goccia nel mare nella lotta al partito del cemento, in cui perfino lo Stato, nel caso rappresentato dal commissario governativo Paolo Foietta, fa campagna per il Tav.

Carlo Di Foggia

Il dl Aglietto (già Dignità) e i numeri Istat sul lavoro

La dignità, si sa, è cosa rilevantissima. Non solo: ha anche la caratteristica, notata da Karl Kraus, di essere assente lì dove uno presume sia e comparire, invece, a sorpresa. È quindi del tutto ovvio che in un decreto chiamato “Dignità” ve ne sia poca, ma qui si esagera. Il tutto era iniziato con un provvedimento che voleva dare il segnale di un’inversione di rotta limitando la liberalizzazione selvaggia del lavoro a termine realizzata negli anni scorsi. Poi la Lega ha sentito il vento del Nord e allora, in fase di scrittura, il decreto s’è un po’ annacquato: poi, con l’arrivo alla Camera, l’alluvione che ha portato con sé persino un ampliamento dell’uso dei voucher, uso peraltro esteso da 3 a 10 giorni dalla loro emissione (un modo per coprire meglio eventuale lavoro nero). Ora che Montecitorio va verso il voto finale, e visto che qualche buona norma c’è, proponiamo a Luigi Di Maio di ribattezzarlo “Decreto Aglietto” (dal modo di dire romanesco – riconsolati con… cioè con poco – che ci capita spesso di usare in rapporto ai 5 Stelle). Curioso che i lavori in Aula coincidano con l’arrivo dei dati sul lavoro di giugno: disoccupati, inattivi e sottoccupati sono, in totale, più o meno lì dove sono stati in questi ultimi anni (cioè a un livello incompatibile con la Costituzione), mentre tra gli occupati crescono, e da tempo, solo i precari. I lavoratori “a termine” sono oggi oltre 3,1 milioni, record assoluto e in rapporto al totale, quelli “stabili” calano ancora. Ecco, le nonne e i medici dicono faccia molto bene, ma non siamo sicuri che la cura sia l’aglietto.

Salvini è un sintomo: chiediamoci qual è la causa della malattia

Il ministro del disonore Matteo Salvini, quello che cita Mussolini, nega l’escalation razzista nel Paese, teorizza l’autodifesa a colpi di pistola, comunica come un troll provocatore, leone da tastiera di rara ignoranza ma con in mano il ministero della sicurezza, copre il Paese di vergogna in tutto il mondo e ci deve quarantanove milioni di euro rubati dai soci suoi predecessori, è un sintomo grave della febbre italiana. Attenzione, non la causa della malattia, un sintomo. Ciò non significa sminuirne la portata: anche un feroce mal di testa è un sintomo, e infatti lo si combatte, ma un bravo medico non si limiterà a farvi passare il mal di testa con qualche aspirina, ne cercherà la causa in modo che il mal di testa non vi venga più.

Salvini è il prodotto, confezionato con fiocchetti e bandierine tricolori (quella con cui il suo ex capo si puliva il culo), di tutti i cucchiaini di merda ingurgitati in anni e anni di storia italiana, di tattiche cretine, di strategie miopi e fascistogene che premiavano ricchi, benestanti e classi dirigenti a discapito di poveri, proletari e piccola borghesia. Il classismo implacabile e accuratamente innaffiato in decine di anni (e Berlusconi, e Monti, e Renzi… molte chiacchiere e molti distinguo, ma la curva delle disuguaglianze è rimasta perfettamente costante), ha acceso piccoli fuochi, e ora arriva Salvini a soffiarci sopra per mera convenienza politica e cinismo. Le classi dirigenti che ci hanno ammorbato per decenni con le loro parole d’ordine campate per aria, meritocrazia, competizione, mercato, liberismo, o negando qualunque dignità al conflitto di classe, o introducendo la favoletta bella che “siamo tutti sulla stessa barca”, industriali e lavoratori, start-up miliardarie e precari, finte cooperative e schiavi, hanno indebolito l’organismo, e ora che arriva il virus e non trova anticorpi, fingono preoccupazione.

Capisco che tirare in ballo la cultura, la letteratura, il grande cinema, al cospetto di coloro che ritengono gli intellettuali un ingombro fastidioso e privilegiato sia tempo perso. Ma va ricordato lo stesso che i migranti economici di Steinbeck che andavano dall’Oklahoma alla California venivano bastonati da sfigati poveracci come loro; e quando, in Mississippi Burning, l’agente federale Gene Hackman andava a fare il culo ai razzisti che linciavano i neri, non trovava agrari e latifondisti, ma poveri cristi spiantati e ignoranti come la merda. Sono proprio le basi, porca miseria: se hai vissuto nel continente del nazifascismo dovresti sapere già dalle elementari che il trucco per tener buoni i penultimi è renderli furiosi con gli ultimi e aizzarglieli contro. Questo è quello che sta facendo il ministro del disonore Salvini: portare taniche di benzina verso l’incendio, che arde già da un bel po’.

Ora, è vero, bisogna eliminare il sintomo. Lo si fa applicando coi fatti quello che per anni si è detto a parole, cioè contrastando la barbarie strada per strada, autobus per autobus, fila alla posta per fila alla posta. Zittendo quelli che credono di sollevarsi dalla loro condizione prendendosela con chi sta peggio di loro, invece di rivendicare reddito e diritti da chi sta meglio. Significa parteggiare in modo militante per chi cerca dignità, e non essere indifferenti o distratti quando qualcuno gliela vuole togliere.

Intanto – non invece, intanto – bisogna ricostruire dalle basi. Che significa costruire davvero, non rimettere in piedi con il nastro adesivo strutture già crollate. Se Salvini e i suoi arditi sono un problema – lo sono – è perché le élite di questo Paese hanno miseramente fallito, lavorando unicamente per la salvaguardia di se stesse e non per tutti quanti. Combattere loro e combattere Salvini è la stessa battaglia. Che sia lunga e difficile non è un buon motivo per non farla.

Rai giallo-verde, cambiare tutto per cambiare poco

Nel programma del Movimento cinque stelle, presentato prima delle elezioni, si leggeva che la Rai avrebbe dovuto essere “indipendente dalla politica” e che si sarebbe dovuta ispirare alla “Bbc, dove a capo c’è una fondazione”. Nel contratto di governo siglato tra i pentastellati e la Lega, l’idea della fondazione è scomparsa, e quella dell’indipendenza pure. I seguaci di Beppe Grillo volevano cambiare tutto. Quelli di Matteo Salvini non volevano cambiare niente. E così alla fine ha vinto il compromesso, o meglio la promessa di un servizio pubblico senza “lottizzazione politica” dove dovrebbero prevalere la “meritocrazia” e la “valorizzazione delle risorse professionali” interne all’azienda. Dal punto di vista pratico la governance della tv di Stato è rimasta quella pensata e voluta da Matteo Renzi. Che, dopo aver giurato “fuori i partiti dalla Rai”, aveva dato all’esecutivo il potere di nominare un amministratore delegato con prerogative molto più ampie e pesanti rispetto al passato.

Per questo oggi riesce difficile appassionarsi per la battaglia che si scatenerà in commissione di vigilanza intorno al nome di Marcello Foa, indicato da Cinque Stelle e Lega come presidente del Consiglio di amministrazione. Su Foa ciascuno è libero di dare il giudizio che gli pare (e noi, dopo averci lavorato tanti anni fa assieme a il Giornale di Indro Montanelli, pur non condividendo molte sue posizioni non ne pensiamo male). La verità però è una sola: il presidente in Rai non conta nulla o quasi. Così come non conta il fatto che la maggioranza gialloverde abbia messo per iscritto di volere una Rai non lottizzata e meritocratica. Certo, aver scelto come amministratore delegato un uomo come Fabrizio Salini, con alle spalle una lunga esperienza a Fox, Sky, Discovery e La 7 e un presente a Stand By Me, la società di produzione televisiva della renziana Simona Ercolani, non è un brutto segnale. O quantomeno è un segnale diverso dal scegliere per quel ruolo un manager come Antonio Campo Dall’Orto, per molti anni ospite fisso della Leopolda. Ma a ben vedere, alla fine per i telespettatori dei Tg e per gli abbonati che ancora non possono essere in alcun modo rappresentati in azienda, cambierà poco. Persino se le promesse della maggioranza (cosa difficile) venissero totalmente mantenute. Il perché lo ha spiegato Enrico Mentana: i telegiornali non possono essere indipendenti e liberi se hanno come editori partiti e movimenti. Per capirlo basta pensare alla commissione di vigilanza. In qualunque democrazia degna di questo nome sono i giornalisti a dover vigilare sull’attività del parlamento. Da noi invece la legge prevede l’esatto contrario. Col risultato di trasformare sempre la giusta richiesta di pluralismo contenuta nel contratto di servizio della Rai, in spazi da assegnare col cronometro alle diverse forze politiche. Detto in altre parole: se i media devono davvero essere un quarto potere, se i giornalisti devono essere cani da guardia e non da riporto, è perfettamente inutile pensare che questo accadrà con la dovuta continuità in un Tg finché le loro carriere dipenderanno dal potere esecutivo e legislativo, e non dal pubblico. Ovvio, scegliendo direttori migliori, ci risparmieremo forse qualche passata vergogna. Le qualità personali e professionali nella vita contano. Ma può essere davvero migliore chi rinuncia a dire “voglio una Rai libera dai partiti” per scegliere invece di averli come datori di lavoro? Noi saremo romantici e utopisti, ma pensiamo di no. L’indipendenza viene prima.

L’eterno suicidio della destra in tv

La destra non vuole la destra in Rai. Ed è storia di sempre. Forza Italia dice no a Marcello Foa, e al pensiero che esprime, per la presidenza di Viale Mazzini. Mostrificato nel giro di niente – è sovranista, critica il presidente della Repubblica e anche l’euro, signora mia – Foa è solo uno che emerge a prescindere dalle consorterie. Ma Forza Italia dice appunto no dimenticando che Foa – un giornalista voluto a Il Giornale da Indro Montanelli – è in sintonia totale con il loro elettorato “de destra”. Una realtà perfino maggioritaria, quella “de destra” cui prima o poi dovrà corrispondere una voce nel pluralismo dell’informazione pubblica fino a oggi plurale solo per i terrazzari “de sinistra” ma Forza Italia dice no consumando il suo ultimo colpo di coda.

Silvio Berlusconi a un certo punto chiede di portare alla presidenza del Cda Fabrizio Del Noce – il cui primo merito, lascia intendere, è quello di avere scoperto Elisa Isoardi – e sempre si torna al Patto del Nazareno: chi dice no a Foa sta dicendo sì al Pd. Tutto qua. I tre Moschettieri della destra in Rai – Gennaro Sangiuliano, Paolo Corsini, Nicola Rao – e il loro D’Artagnan esterno, Alessandro Giuli, hanno forse in Gianni Letta il bieco Cardinale che li contrasta? Nel farsi beffe del sovrano smarrito, ovvero Silvio Berlusconi, Sua Eminenza Azzurrina mette la pietra tombale sulla destra in tivù per salvaguardare il comparaggio con Matteo Renzi. Ed è storia di sempre quella della destra che sbarra la strada alla destra in Rai.

Buon ultima arriva Forza Italia, pur sempre emanazione di Mediaset – un’azienda concorrente, semanticamente ostile alla Rai – ma anche quel che fu Alleanza nazionale, e quel che resta di quell’eredità, asseconda un inciampo tutto di inadeguatezza rispetto al servizio pubblico. La Rai più imbarazzante fu quella della destra-destra in Viale Mazzini. Ebbe il culmine nell’edizione di un Festival di Sanremo patriottardo – nel Centocinquantesimo dall’Unità d’Italia – con Roberto Benigni a cavallo, diociperdoni avvolto nel tricolore. Ed ebbe a cominciare con gli imboscati e i raccomandati asserragliati in via della Scrofa, presso l’ufficio di Gianfranco Fini, e tutti col sentimento di gratitudine del giorno prima.

Tanti e troppi sono i fallimenti della destra in Rai. Dal tentativo di Antonio Socci, nella notte dei tempi, al recente sfracello di Kronos, la trasmissione “de destra” su Rai2 di Annalisa Bruchi, prontamente commissariata da Giancarlo Loquenzi – tendenza Nazareno – non c’è mai verso di avere in Italia una narrazione coerente col sentimento diffuso della maggioranza. Le poche cose buone “de destra”, fortemente identitarie, le hanno fatto i socialisti come Agostino Saccà col Giovane Mussolini intepretato da Antonio Banderas, come Giovanni Minoli che sfidava l’interdetto culturale – ci furono anche interrogazioni parlamentari per reclamarne la cacciata dalla Rai – invitando Giorgio Almirante nel suo Mixer e come Franco Matteucci che, insomma, dalla tolda della tivù per le famiglie fabbrica la star delle star nel firmamento nazionalpopolare. Nientemeno che Cristiano Malgioglio. Tanti e troppi i colpi andati a vuoto.

Lo stesso Nicola Porro, un numero uno, ebbe a essere epurato dai renziani ma chissà perché, i berlusconiani – titolati a difendere quello spazio – proprio quella volta ebbero a distrarsi consentendo così di spegnere una voce, almeno una, di controcanto al raglio conformista. La tivù è l’unico spazio di rivincita dell’egemonia culturale “de sinistra”. Prova ne sia che il ventennio berlusconiano non ha prodotto uno in Rai – che sia uno – di protagonista, da destra, in grado di fronteggiare lo storytelling degli altri. Sovranisti o meno, su Rai3, ci sarà sempre qualche epigono di Lotta continua ben pagato a prescindere dagli ascolti, o qualche reduce di Telekabul (con ascolti, almeno); e su Rai1 e ovunque, e in ogni diramazione dell’azienda, peserà l’inettitudine profusa negli anni di An nella stanza dei bottoni quando, concentrati sulle marchette nel minutaggio dei notiziari, o ai favori alle fidanzate, si facevano passare sotto il naso la ciccia vera: gli appalti esterni, lo strapotere degli agenti e i convenevoli di non belligeranza tra la buona società dei post-veltroniani e dei berluscones, oggi cristallizzatesi nella invincibile rete di relazioni della Terrazza romana. Sveglia, dunque.

Quel Patto del Nazareno che non riesce alle elezioni, domina incontrastato nel deep state dell’etere e – sovranisti o meno – incombe sempre il pensiero unico col Corriere della Sera che ieri, nella sua edizione online, pur di tirare la volata al Cav. faceva questo titolo: “Rai, Rossi al posto di Foa, un altro sovranista che difende la Totolo”. Giampaolo Rossi, insomma – membro del Cda Rai – al pari della già ostracizzata influencer anti Ong. Praticamente un pizzino. La storia di sempre.