Caso Benalla, la squadraccia e il secondo uomo

Il ruolo di osservatore esterno della manifestazione per il Primo Maggio che attraversò le strade di Parigi era stato affidato soltanto ad Alexandre Benalla, ex bodyguard di Emmanuel Macron, poi assunto direttamente dall’Eliseo. Ma quel giorno “Rambo” non si presenta da solo. Nella berlina nera che poco prima delle 14 varca il cancello d’ingresso degli uffici della prefettura, a Île de la Cité, nel cuore di Parigi, ci sono due uomni: Benalla alla guida e Vincent Crase nel sedile accanto. “E quello chi è?” chiede il maggiore Philippe Mizerski al varco d’ingresso. “Un collaboratore” risponde Benalla. Crase, testa rasata e sguardo da duro, è un ex gendarme riservista poi convertito alla security. È così che i finti poliziotti, “autorizzati” a monitorare il corteo parigino nel giorno della Festa dei lavoratori, diventano due.

La cronaca degli avvenimenti di quel pomeriggio conferma che entrambi non si limiteranno a osservare ma entreranno in azione – senza averne titolo – in più di una fase. I video diffusi da Le Monde e Libération li inchioderanno in due momenti diversi: prima a Jardin des Plantes e a Place de la Contrescarpe poi. I manifestanti strattonati e colpiti non potevano sapere che stavano ricevendo le attenzioni di due “abusivi” mascherati da poliziotti. Éric Bio-Farina, capo militare dell’Eliseo, nella sua audizione nei giorni scorsi ha dichiarato di “non aver mai saputo che Crase aveva manifestato il desiderio di partecipare alle operazioni del 1° maggio”.

La “colossale sciocchezza” – così l’ha definita lo stesso Benalla in riferimento alle violenze messe in atto – per ora ha portato al licenziamento dei due infiltrati: “Rambo” è stato cacciato dall’amministrazione dell’Eliseo; Crase è stato allontanato da la Republique en marche, il partito fondato dal presidente Emmanuel Macron trionfatore alle ultime elezioni, che gli garantiva uno stipendio in qualità di “responsabile aggiunto alla sicurezza”. A Crase viene anche contestata la detenzione illegale di arma da fuoco (nelle immagine si vede che porta con sé una pistola) dal momento che la sua autorizzazione era scaduta a giugno del 2017 e non era stata rinnovata.

La coppia Benalla-Crase ha alle spalle anche un altro azzardo. Nel 2016 fondarono la “Federazione francese della sicurezza privata”. Secondo lo statuto l’associazione (poi sciolta l’anno successivo) aveva lo scopo, tra gli altri, di permettere a “differenti attori della sicurezza privata di incontrarsi e di scambiarsi informazioni per facilitare le missioni delle aziende” e “di aiutare gli attori della sicurezza privata a promuovere i valori del proprio lavoro”. Quel lavoro che, paradossalmente, i due compari perdono simultaneamente.

Due i quesiti che la Francia si pone: perché due uomini incaricati di garantire l’incolumità di Macron, nella doppia veste di capo dell’Eliseo e di leader del partito di governo, hanno svolto operazioni di ordine pubblico? Qual è il confine tra sicurezza pubblica e violenza privata?

Domande che sono riecheggiate nell’aula dell’Assemblea Nazionale dove ieri sono state discusse (e bocciate) le mozioni di sfiducia al governo presentate dalle opposizioni di destra e di sinistra. Per André Chassaigne, capogruppo della Gauche démocrate Républicaine “invece di sanzionare il suo collaboratore, Macron l’ha protetto. La realtà è che questo scandalo ha svelato consiglieri occulti, privilegi, favoritismi”. Ancora più severo il giudizio di Jean-Luc Mélenchon, leader di France Insoumise: “Il caso Benalla non è un disfunzionamento, bensì un modo di funzionamento. Il servizio del signor Benalla altro non era che una privatizzazione della sicurezza dell’Eliseo”. Poi, rivolto ai membri della maggioranza En Marche, Mélenchon ha gridato: “Voi non amate lo Stato!”.

La gratitudine del kamikaze: uccidere chi lo aveva salvato

“Tradimento: l’attentatore di Manchester era stato salvato da una nave della Marina Britannica, la HSM Enterprise mentre era in zona di guerra in Libia, e riportato in Gran Bretagna tre anni prima di massacrare 22 persone ad un concerto pop”.

Lo scoop è di Larisa Brown, inviata del tabloid Daily Mail a Tripoli: Salman Abedi – il giovane britannico di origine libica che il 22 maggio 2017 si fece saltare all’ingresso della Manchester Arena al termine del concerto di Ariana Grande – nell’agosto del 2014 era fra i 110 cittadini britannici evacuati dalla Libia in preda al caos dopo la caduta del regime del colonnello Gheddafi. Con lui, il fratello minore Hashem, in carcere da un anno a Tripoli perché sospettato di aver avuto una parte nella preparazione dell’attentato.

Imbarcati sulla nave HMS Enterprise, dopo una tappa a Malta i fratelli erano tornati in aereo nel Regno Unito, dove Salman aveva ripreso gli studi di business management alla Salford University. La rivelazione è come sale sulle ferite dei familiari delle 22 vittime dell’attentato, fra cui 7 bambini, ma secondo il Daily Mail anche una fonte del governo inglese ha parlato di tradimento: “Che quest’uomo abbia commesso una tale atrocità sul territorio britannico dopo che lo abbiamo salvato dalla Libia è un tradimento totale”.

Resta da capire chi ha tradito chi, perché sui rapporti di Abedi e della sua famiglia con i servizi di sicurezza britannici c’è ancora molto da chiarire. Cosa facevano i due fratelli in Libia nel 2014? Secondo alcune fonti, erano lì per una visita innocente ai genitori Ramadan e Samia, rifugiati politici tornati da Manchester dopo la caduta di Gheddafi . Altre fonti parlano di un coinvolgimento attivo dei due ragazzi nei combattimenti fra opposte milizie libiche. Quello che è certo è che già cinque anni prima dell’attentato due compagni di college e un imam di Manchester avevano segnalato Salman all’antiterrorismo per estremismo.

Nei giorni successivi al massacro, inoltre, i servizi di sicurezza tedeschi dichiararono di aver condiviso con quelli britannici informazioni su almeno due viaggi di Abedi in Germania, mentre quelli francesi avevano informato i colleghi londinesi del fatto che il giovane aveva combattuto in Siria ed aveva legami con lo Stato Islamico. Eppure, Salman non era stato fermato né sottoposto a controlli e restrizioni. Perché?

La risposta sembra essere nel trattamento speciale riservato dal governo britannico alla diaspora libica. Fra il 2004 e il 2010, grazie ad un accordo fra Gheddafi ed il governo Blair, i britannici avevano collaborato con Tripoli nel controllo dei dissidenti libici, come Ramadan Abedi, ex sottufficiale dell’esercito libico poi avvicinatosi ai gruppi islamisti anti-regime.

Dal 2011, però, il governo Cameron aveva inaugurato la cosiddetta strategia delle open doors , favorendo il libero movimento dei dissidenti libici in funzione anti-Gheddafi. Ampia tolleranza, insomma, anche per quei soggetti all’attenzione dell’anti-terrorismo, fra cui il giovane Salman. Una strategia pericolosa, come si è visto in seguito, su cui il governo britannico di recente ha fatto una rivelazione clamorosa: lo scorso 5 aprile, rispondendo ad una interrogazione parlamentare, ha dovuto ammettere che è “probabile” che i suoi servizi fossero in contatto con membri del gruppo di miliziani vicini ad Al Qaeda collegato alla famiglia Abedi, il Libyan Islamic Fighting Group. Gruppo bandito dal Regno Unito per molti anni, e “riabilitato” nel 2011.

L’arma segreta di Jinping: il codice della frugalità

La frugalità è d’obbligo nella Repubblica Popolare cinese per i funzionari del partito comunista e chi trasgredisce finisce nei guai. Dall’inizio dell’anno sono già stati puniti 37.000 funzionari per aver violato il cosiddetto “codice di frugalità”.

Chissà cosa avrà pensato il leader maximo della Cina, il presidente Xi Jinping quando lo scorso anno è entrato nel mega lussuoso e super kitsch resort di Mar-a-Lago (Florida) per la sua prima visita di Stato al presidente americano Donald Trump. Di sicuro non lo ha ritenuto un esempio per i milioni di funzionari governativi cinesi che hanno dimostrato con selfie e foto postate online di amare il denaro e lo stile di vita lussuoso assai più del Partito.

I dati divulgati dall’ente anticorruzione cinese hanno rivelato che i reati più comuni sono stati i bonus non autorizzati, lo scambio di regali e l’utilizzo improprio di veicoli pubblici. Da quando Xi Jinping è diventato segretario del Partito nel 2012 (diventando l’anno successivo anche Presidente del Paese più popoloso del mondo) le autorità hanno promosso una capillare repressione, mirata apparentemente a sradicare la corruzione ma, in realtà, con il duplice scopo di eliminare rivali politici e quadri sleali. Fin dal suo arrivo al vertice del Partito, Xi ha capito che avrebbe guadagnato molto in immagine e potere se avesse proclamato ufficialmente una guerra contro mazzette e scambi di favori.

La corruzione, specialmente dei quadri del Partito, è una piaga che da decenni rende la vita quotidiana della gente comune una corsa a ostacoli e una preoccupazione costante per le finanze familiari. Chi prova a sradicarla si guadagna il favore di una grande fetta della popolazione.

Ecco che il Segretario-Presidente, non appena entrato in carica, ha fatto preparare un codice in otto punti che consiglia ai funzionari di “essere frugali” e di obbedire alle regole sulla spesa. Prima della campagna, i funzionari cinesi non avevano remore nel mostrare stili di vita sontuosi nonostante i loro stipendi fossero relativamente bassi.

L’agenzia anti corruzione del partito, ossia la “Commissione centrale per l’ispezione disciplinare”, pubblica regolarmente dati e dettagli dei funzionari provinciali e locali, così come dei membri delle agenzie governative e delle società statali che hanno infranto il codice di sobrietà .Tra le altre “cattive abitudini” che l’agenzia vuole contrastare ci sono l’eccesso di cene pagate con i fondi governativi, l’approvazione dei piani per costruire edifici governativi inutili e la celebrazione di matrimoni e funerali eccessivamente dispendiosi.

Xi ha fatto però della frugalità anche un’arma molto potente per epurare gli “infedeli”. Perseguire e mettere alla berlina, e spesso in carcere, chi gli è ostile rappresenta un monito per chi pensasse di tramare, prima o poi, alle sue spalle. Ed è noto a tutti che le carceri del regime cinese non sono luoghi dove si viene rieducati secondo il modello occidentale.

Una vita senza lussi è spacciata, peraltro, come l’unico modo per fare carriera nell’era Xi perché i media statali cinesi riportano regolarmente le gesta dei funzionari più sobri, al contrario dei media del resto del mondo. Al congresso del partito dello scorso anno, gli organizzatori spiegarono pubblicamente che era stato loro espressamente vietato realizzare stravaganti composizioni floreali e ordinare per i banchetti dei delegati cibi costosi come cetrioli di mare o frutta esotica, molto in uso negli anni scorsi.

Giornali e tv hanno riferito nei giorni scorsi che quasi 200 campi da golf e centinaia di uffici governativi ritenuti superflui sono stati chiusi. Nel leggere i dati si scopre che l’agenzia contro la corruzione dal 2012 a oggi ha sanzionato oltre un milione e mezzo di funzionari. Tra questi Xu Caihou, vicepresidente in pensione della commissione militare centrale; Zhou Yongkang, ex membro del comitato permanente dell’élite del Politburo; Ling Jihua, un assistente di alto livello al predecessore di Xi, Hu Jintao.

La gestione disonesta del denaro pubblico, specialmente nelle regioni più lontane da Pechino, può andare avanti anni e anni senza che il governo centrale lo noti, ma proprio per questo è fonte di guadagni enormi da parte dei funzionari corrotti. E con i soldi si può anche credere di poter pianificare una scalata fino al piano più alto del potere. Ma “zio Xi” non lo permetterà.

Braccio di ferro: fermi gli appalti. Anzi no

“Come da programma concordato con l’Unione europea dai due Stati, Telt sta lavorando alla pubblicazione di bandi per la realizzazione della sezione transfrontaliera della Torino-Lione per un totale di 5,5 miliardi di euro entro il 2019”. Lo hanno precisato ieri in una nota i vertici di Tunnel Euralpin Lyon Turin, la società pubblica franco- italiana a capo della costruzione e della gestione dell’alta velocità ferroviaria tra Italia e Francia. “In questo momento si stanno completando le valutazioni tecnico-giuridiche in vista della pubblicazione degli appalti sulla Gazzetta Europea. Si precisa che il bando per lo scavo del tunnel di base sul versante francese, del valore di circa 2 miliardi di euro, è previsto da planning entro l’estate. La precisazione è arrivata ieri a seguito di un articolo della Stampa secondo cui, per evitare prove di forza con i Cinquestelle al governo, la società aveva congelato le procedure per il lancio del primo mega appalto, una gara da 2,3 miliardi di euro per i lavori nei 57,5 chilometri del tunnel di base. Nei giorni scorsi il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, aveva detto che, in pendenza dell’integrale ridiscussione del progetto, “nessuno deve azzardarsi a firmare nulla”. Il braccio di ferro continua.

Gasdotto della discordia Tap, quel che c’è da sapere

“Il governo ora lo vuole, perché lo considera strategico per diversificare le fonti di approvvigionamento di gas per l’Italia e l’Europa: “Tap contribuirà alla diversificazione energetica – ha detto lunedì in conferenza stampa a Washington il premier Giuseppe Conte, cercando di confortare il presidente Usa Donald Trump e tenendo la stessa linea del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Baku. Si è anche ricordato dell’opposizione della popolazione e ha promesso dialogo e ascolto. Intanto, l’opera avanza. Mancano le autorizzazioni per il tratto sottomarino e il ministero dell’Ambiente ha chiesto approfondimenti sulla presenza di una specie di alga protetta. L’obiettivo è lo spostamento dell’approdo, il blocco dell’opera è escluso. Ma qual è la situazione di Tap?

L’opera. Tap, Trans Adriatic Pipeline, è il gasdotto trans-adriatico lungo 878 chilometri che contribuisce a portare il gas dall’Azerbaigian all’Europa, passando per l’Italia e per l’approdo di San Foca, a Melendugno in provincia di Lecce. Non è ben visto dai comitati e dai cittadini pugliesi, né dal sindaco di Melendugno o dal governatore della Puglia Michele Emiliano. Lo stop al Tap era stato un cavallo di battaglia del Movimento Cinque Stelle. È stato dichiarato “opera di carattere strategico e di preminente interesse nazionale” con lo Sblocca Italia, ed è vincolato a un accordo internazionale con Grecia e Albania dove l’opera è già all’85%. Tra Grecia e Turchia, Tap si collega al gasdotto trans anatolico (Tanap), che a sua volta porta gas naturale dal Mar Caspio. È considerato un progetto d’interesse comune per l’Ue e fa parte del Corridoio Mediterraneo del Gas, che riunisce tutti gli altri impianti strategici: 4 mila chilometri per i quali sono stati stanziati 45 miliardi di euro. In Italia, il gasdotto prevede 25 chilometri di tubi offshore e 8 sulla terraferma. Il punto di approdo è la spiaggia di San Foca (Lecce) mentre nell’entroterra sarà realizzato il Prt, il terminale di ricevimento, che immette il gas nella rete nazionale di Snam, circa 50 chilometri tra Melendugno e Mesagne autorizzati ad aprile dal consiglio dei Ministri, e poi in quelle oltre confine. Oltre a Snam, entrata in corso d’opera come unica italiana a fine 2015, nel consorzio Tap ci sono British Petroleum, l’azera Socar, i belgi di Fluxys e gli spagnoli di Enagás. Si tratta di un’opera ‘benedetta’ da Ue e Usa in funzione anti-Russia. A lavorare sui giacimenti di gas c’è però anche il gigante russo Lukoil con il 10%.

Opere italiane. I lavori procedono spediti. La settimana scorsa è stato concluso il pozzo di spinta che permette di calare la talpa che dovrà scavare il microtunnel sulla spiaggia di San Foca. I lavori italiani sono divisi in tre opere, legate a tre diversi contratti. La prima è il terminale di ricezione, che dista 8 chilometri dalla costa. Le verifiche di ottemperanza ante opera sono già state approvate dal ministero dell’Ambiente, dalla sismicità al monitoraggio delle emissioni inquinanti. La seconda riguarda i tubi a terra e a mare, nonché il collaudo idraulico. A giugno Tap ha chiesto al comitato Via (Valutazione di Impatto Ambientale) di separare le verifiche di ottemperanza per mare e terra. Al momento, infatti, mancano quelle legate alla parte sottomarina. La terza parte riguarda il microtunnel e la condotta a mare: anche per questa fase le verifiche sono state soddisfatte. L’affaccio del microtunnel a mare è stato infatti esonerato – sempre dal ministero dell’Ambiente – dalla Via dopo la verifica dell’assoggettabilità, seppur con qualche prescrizione.

Inchieste. In questo momento, però, Tap è sotto indagine per due questioni: la prima riguarda il terminale di ricezione, la seconda gli ulivi che vengono espiantati. A gennaio, la Procura di Lecce ha chiesto e ottenuto dal gip la riapertura di un pezzo dell’inchiesta archiviata nel febbraio 2017, dopo un esposto da parte di otto sindaci del Salento. Si chiedeva di considerare gli 8 chilometri di gasdotto e i 55 del tratto di interconnessione Melendugno – Mesagne come un’unica opera da valutare e quindi autorizzare. La separazione, infatti, avrebbe fatto sì che al tratto Tap non venisse applicata la legge Seveso (che prevede ulteriori vincoli ambientali). La seconda questione riguarda invece il sequestro, a fini probatori, del cluster 5 (zona in cui ci sono oltre 500 ulivi) dopo l’esposto di alcuni parlamentari del M5s per presunte violazioni di norme paesaggistiche. Lunedì Tap ha presentato istanza di dissequestro.

La manovra. Mancano insomma le verifiche di ottemperanza (almeno 7) per la parte sottomarina. Autorizzazioni che dovranno essere rilasciate dal ministero o dalle agenzie ambientali. Intanto, il ministero ha chiesto verifiche agli uffici tecnici sulla presenza della cymodocea, che è una specie di pianta acquatica protetta che potrebbe anche influenzare l ’evoluzione dell’opera. Negli anni, le proteste si sono concentrate soprattutto sull’area dell’approdo: il gasdotto arriva in una zona incontaminata, in quella che viene considerata una delle spiagge più belle della Puglia, contro il parere della Regione che ha sempre puntato allo spostamento nella zona del brindisino. Oggi, spostare l’approdo implicherebbe un ritardo tra i due e i tre anni.

Si può Bloccare?Di sicuro, bloccare la realizzazione del Tap è molto difficile. Anche se non prevede penali, visto che non è un’opera pubblica, c’è il rischio di una richiesta di danni da parte dell’azienda per aver creato un’aspettativa economica (ci sono acquirenti che hanno già comprato il gas per i prossimi 25 anni). Inoltre, esiste un accordo internazionale (ratificato dal Parlamento a dicembre del 2013) tra Italia, Grecia e Albania in cui gli Stati si sono impegnati non solo a non ostacolare l’opera ma anche a rimuovere tutti gli eventuali impedimenti alla sua realizzazione. Un accordo che – come recita l’articolo 11 – sottosta alla legge internazionale e ai principi dell’Energy Charter Treaty (il Trattato della Carta dell’energia da cui l’Italia è uscita dal 2016) e che potrebbe tradursi – dopo gli arbitrati – in un risarcimento da parte dello Stato, reo di aver fatto decadere l’accordo, per l’eventuale danno economico arrecato.

La coerenza di FI e le due “n” di Fico

Scambio di battute ad alto contenuto intellettuale nell’aula della Camera durante la discussione sul decreto dignità. Il presidente Fico storpia per sbaglio il nome dell’onorevole a cui concede la parola: “Ha chiesto di intervenire il deputato Sestino Giacomini, ne ha facoltà”. Brusio dei colleghi: il diretto interessato – decano di Forza Italia alla quarta legislatura – si chiama Giacomoni. Fico si corregge quasi subito ma comunque troppo tardi. Giacomoni ha già un sorrisetto teatrale che si allarga sulle labbra. La replica è di spessore: “Presidente Fica, la ringrazio”. Grasse risate bipartisan tra i rappresentanti del popolo. Anche la seconda carica dello Stato ridacchia e incassa sportivamente: “Questa resterà negli annali – con due enne, grazie a dio – di Forza Italia”. Giacomoni annuisce e rivendica: “Noi siamo coerenti”. Nel partito di Berlusconi si tiene in alta considerazione la passione sconfinata del presidente. Il Cavaliere non c’è – decaduto da senatore nel 2013, potrebbe tornare a calcare questi palcoscenici ora che è di nuovo eleggibile– ma è presente in spirito. Spirito, peraltro, che attraversa l’intero emiciclo. Tira più di un carro di buoi, si dice.

Io, la condanna, la Lega e quella manina…

Gent.mo Direttore, nell’articolo a firma Tecce e Vendemiale, vengo accusata nell’ordine: di essere stata difensore delle istanze del Nord; di essere stata condannata dalla Corte dei Conti per aver nominato un direttore generale incompatibile; di essere comparsa in un’intercettazione, in un’inchiesta che non mi riguardava, in cui Berlusconi mi definiva la “soldatessa” di Bossi; di aver votato o non votato alcune delibere “connotate” politicamente durante i 7 anni di cda Rai.

Allora: 1) rivendico di essere stata eletta in Parlamento due volte, con scelta diretta dell’elettore, per rappresentare gli interessi del Nord, in un partito che allora (1996 e 2001) si chiamava, senza equivoci, Lega Nord. Quello era il mandato, e non l’ho mai rinnegato.

2) la condanna della Corte dei Conti: ci sarebbe da scrivere un libro su quella vicenda che a me e quattro colleghi (con i quali mi scuso perché tirati di nuovo in ballo in questi giorni, altro che diritto all’oblio!) costò anni ferocemente difficili. Non è vero che Meocci era incompatibile, quando lo nominammo. La legge non era affatto chiara, tanto che Curzi, consigliere anziano, chiese più pareri legali, tra loro divergenti. L’incompatibilità venne dichiarata mesi dopo dall’Agcom, con un voto che spaccò quel Collegio, guarda caso all’indomani di un cambio di governo. Mi sono fatta un’opinione su come andarono le cose in quei primi giorni di agosto del 2005, ma non ho prove, e quindi non posso scriverne. Se il Suo giornale volesse lavorarci sopra, sarò lieta di indicarLe le mie supposizioni, che i giornalisti potranno verificare consultando le carte.

3) l’intercettazione di Berlusconi è stata più volte ricordata dai giornali in questi anni. È assolutamente vero il mio sostegno a quell’operazione culturale, che intendeva ricostruire un episodio storico di grande rilevanza, scomparso dai programmi scolastici. In un contesto in cui tutte le “sensibilità” erano rappresentate, talvolta anche per produzioni che potevano più che altro apparire come favoritismi a case di produzione “amiche”. Faccia un accesso agli atti dei verbali dei cda dell’epoca, guardi i piani fiction, e troverà cose piuttosto eclatanti , compreso puntate programmate di una celebre serie di cui lo scrittore non aveva ancora pubblicato i libri. Su questo, benché le voci circolassero, non si è mai scritto una riga, salvo ricordare ad ogni piè sospinto il Barbarossa. A verbale ci sono però dichiarazioni di dissenso, mie e di altri colleghi. Avrei dovuto andare in Procura? Mi sembra improbabile che ci fosse rilevanza penale, stante il diritto di libertà editoriale.

4) rivendico di aver votato contro Incantesimo, si capivano a naso le possibili collusioni con un mondo ambiguo e forse contiguo alla mafia. Rivendico di essermi battuta per il rispetto della par condicio da parte della trasmissione di Fazio: non si poteva ascoltare Saviano senza il contraddittorio dell’allora ministro dell’Interno Maroni. Smentisco di non aver votato il contratto di Vespa per paura: semplicemente quel mattino, ero già in ufficio, ci fu un problema famigliare di grande importanza, e quindi abbandonai di corsa il cda per correre a casa, come avrebbe fatto qualunque genitore. Anche se non è citato nell’articolo, rivendico di aver votato talvolta contro la nomina di direttori di testata o rete, anche di “area” centrodestra, se non convincenti o palesemente inadeguati. Smentisco, peraltro, che la mia famiglia possegga una fabbrica di cioccolato.. magari! oggi mi renderebbe più lieta la vita. Detto questo, Direttore, a settembre, se vorrà, Le racconterò di chi è la “manina” che ha lavorato, con successo, per contrastare la mia nomina.

 

Una lunga carriera si caratterizza per posizioni, votazioni, scelte politiche e personali: noi le abbiamo solo ricordate, lei le rivendica giustamente con orgoglio, qualcun altro magari le critica. L’unico dato certo è la condanna della Corte dei conti per una nomina che, comunque la si voglia vedere, non sarebbe dovuta avvenire e ha arrecato un danno tangibile allo Stato e all’azienda. Nella scelta del nuovo presidente della Rai questo precedente non poteva essere ignorato. O forse è stato davvero solo un elemento marginale della trattativa, indirizzata da un’altra “manina” che noi saremo lieti di conoscere. Appuntamento a settembre.

Car. Tec. e Lo. Ve.

Rai, incubo voto segreto. Forza Italia esce dall’aula

Marcello Foa incassa il via libera del Cda della Rai, votato da tutti tranne Rita Borioni (contraria) e Riccardo Laganà, il rappresentante eletto dai dipendenti (che si è astenuto). Il Cda ha poi dato il via libera anche a Fabrizio Salini come amministratore delegato. Il cammino per Foa, però, resta tutto in salita. Perché – almeno fino alla tarda serata di ieri – il giornalista non può contare, in commissione di Vigilanza, sui voti di Forza Italia, necessari a raggiungere i due terzi (27 su 40) per la ratifica finale. Ieri, in una Camera impegnata nella discussione del decreto dignità, si sono rincorse diverse voci. Verso l’ora di pranzo erano in molti a sostenere che Foa sarebbe stato a un passo dal ritiro. Nel pomeriggio, invece, altri sostenevano che, dopo giorni di incomunicabilità, una trattativa tra Forza Italia e Lega era iniziata, con Giancarlo Giorgetti in contatto con l’entourage berlusconiano. Qualcuno ipotizza anche di una telefonata tra i due leader, Berlusconi e Salvini, in serata. L’oggetto della trattativa, però, non riguarderebbe più Foa. Forza Italia sul no al giornalista si è esposta troppo, con tutti i suoi big, e una marcia indietro esporrebbe il partito a una figuraccia. Per l’eventuale piano B si punterebbe su un altro nome. La sceneggiatura la illustra un deputato forzista: “Foa domani (oggi, ndr) in Vigilanza verrà bocciato. A quel punto, se lui rimane come consigliere, si punterà su un’altra persona all’interno del Cda. Se invece, come più probabile, Foa lascerà il consiglio, a quel punto toccherà al ministro Tria fare un altro nome per la presidenza, che però dovrà essere condiviso”. Difficile, in ogni caso, che il candidato alternativo possa essere Giampaolo Rossi, il consigliere in quota Fdi, che vanta un curriculum ben più colorito di Foa, condito da diversi attacchi, anche molto duri, contro Sergio Mattarella.

La Vigilanza si riunisce questa mattina presto, alle 8 e mezza. Evidente, dunque, che grandi spazi di manovra non ce ne siano. Dalla Lega trapela il fatto che Salvini voglia tenere il punto, convinto di una retromarcia in zona Cesarini di Forza Italia. “Berlusconi ci ha abituato a queste sorprese”, dicono dal Carroccio. Più scettici, invece, i 5 Stelle, che vedono l’impallinamento di Foa come più probabile. “Per noi non ci sono novità e non ci sono trattative in corso. In Vigilanza diremo no a Foa. Oppure non parteciperemo ai lavori”, afferma il forzista Giorgio Mulè. L’intenzione di Berlusconi sembra essere proprio questa: non partecipare ai lavori per evitare il rischio di franchi tiratori. Nelle ultime ore, infatti, si è diffusa la voce che 3 forzisti e un piddino (Casini?) potrebbero votare Foa nel segreto dell’urna. E andare a cercare voti in Fi era una delle strade prefigurate da Salvini. Da qui la scelta dei berluscones di non presentarsi in Vigilanza. Se poi dovessero esserci altre assenze, l’obbiettivo a quel punto sarebbe quello, da parte della stessa maggioranza, di non raggiungere il numero legale e far slittare la votazione, così da avere più tempo per trattare: nel frattempo, per questioni anagrafiche, Foa resterebbe presidente anziano.

Ieri si è fatto sentire anche il diretto interessato. “Le logiche della partitocrazia sono estranee ai miei valori e alla mia cultura che, invece, contemplano un impegno incrollabile nei confronti del giornalismo libero, trasparente e senza pregiudizi”, ha detto Foa durante il Cda. Parole che sono sembrate rivolte più alla politica che ai consiglieri Rai.

Assassino beatificato: ora c’è la fondazione dedicata a lui

C’è una storia in cui il dolore è una matassa confusa di frasi stonate e interrogativi che non si sa dove portino, in cui la vittima e il carnefice sembrano a tratti confondersi, laddove non dovrebbero confondersi mai. Partiamo dalla fine, per poi riavvolgere il nastro di una tragedia. Da pochi giorni, infatti, è nata una fondazione con lo scopo di raccogliere fondi per combattere la violenza di genere e aiutare bambini in difficoltà. Fin qui, nulla di strano. Anzi, lodevole. La fondazione ha il nome di uno dei due protagonisti di un terribile femminicidio. Quello della ragazza, direte voi. E invece no. Ha il nome di lui. Si chiama “Fondazione Federico Zini”. È intitolata all’assassino di Elisa.

Per capire il perché questa storia sia storta fin dall’inizio, vediamo come nasce. È il 2016, Elisa Amato ha 28 anni e vive a Prato, ha una mini laurea in educazione cinofila e lavora come commessa. Ha i capelli castani lunghi fino alle spalle e la bocca carnosa, nelle foto su Facebook sorride tanto, comunica il suo amore per gli animali, posa con le amiche al mare e alle feste. Federico ha 23 anni, è originario di San Miniato (Pisa) ed è un calciatore. Ha una carriera altalenante, dopo un infortunio nelle Filippine è finito a giocare nel Tuttocuoio, in serie D. Girovagando su Facebook nota Elisa. Le scrive. Lei resiste per un po’, lui si presenta nel centro commerciale in cui Elisa lavora.

I due iniziano una storia d’amore di quelle malsane, in cui si scambia la malattia per passione. Federico è ossessionato dalla gelosia, si lasciano dopo una breve convivenza, poi tornano insieme in un tira e molla continuo, in cui lui le impedisce anche solo di mettere dei like su Facebook, le fa scenate senza motivo. Un anno fa si mollano di nuovo. Lui ricomincia a ossessionarla. Le amiche, la sorella più grande di lei, Elena, sono preoccupate. Sono passati quasi due anni dal loro primo incontro. Elisa sta pensando di denunciarlo per stalking, hanno una litigata brutta poco prima della fine che sappiamo.

Federico, il 15 maggio 2018, ottiene il porto d’armi. Dice che vuole andare ad allenarsi al poligono. E invece, con quella pistola ancora lucida, dieci giorni dopo aspetta Elisa sotto casa, a Galciana (Prato). La uccide con tre colpi. Poi, con il corpo di lei in auto, torna a San Miniato e si suicida.

Da questo momento inizia una storia strana. La famiglia di Elisa parla poco. La sorella dice che Federico era ossessivo, che Elisa aveva telefonato ad alcuni familiari di lui esprimendo preoccupazione per i suoi comportamenti. Il padre di Federico invece (Maurizio Zini, giornalista) parla molto. Chiede scusa pubblicamente per il gesto del figlio. Nega che Elisa avesse parlato con qualcuno di loro (“non ricordo”), poi racconta che Federico era un ragazzo solare, “accompagnava ancora la mamma a fare la spesa”. La pistola? Era il consiglio di un amico che – secondo il padre – gli aveva detto “vatti a sfogare un po’ al poligono” (ma come, non era tranquillo?) e comunque lui l’arma non l’aveva mai vista. Insomma, un bravo ragazzo a cui sono partiti tre colpi.

Poi ci sono i funerali. Quelli di Elisa sono una folla di amici, il parroco Don Luca, i volontari della Pubblica Assistenza di cui Elisa aveva fatto parte, i palloncini, una canzone di Alanis Morissette. “Che il Signore vi dia il coraggio per aver pietà di chi ha causato questa tragedia”, si dice all’altare.

Il funerale di Federico è altro. C’è la sua ex squadra al completo. Il pallone di fiori, le maglie del Tuttocuoio sulla bara. C’è il monsignor Migliavacca, ci sono le parole del padre che lo ricorda come “perbene e solare”, e poi “chi ti ha conosciuto sa quali valori portavi nel cuore, eri per tanti aspetti fuori dagli standard attuali”, “sei stato un ragazzo dedicato e orientato ai veri valori della famiglia… Una cosa però non avresti dovuto fare: compiere questo tragico gesto per il quale chiediamo perdono”.

Alla fine, come se già la beatificazione non fosse sufficiente, il ricordo del suo impegno per gli altri e della sua carriera da calciatore con l’ultima frase “Ciao Federico, ora tirerai i calci in mezzo ai prati del paradiso”. In paradiso?

Qualche settimana dopo Maurizio Zini comincia a postare su Facebook degli strani messaggi: “Arriverà il nostro momento, parleremo di questa tragedia con epilogo conclamato e di come si sia arrivati a questo e perché. Noi abbiamo già confrontato alcune testimonianze, video e foto che certificano con chiarezza quanto a tempo debito faremo e diremo. (…) Perché nessuno dice come e dove è cominciata questa relazione? Come è possibile che un ragazzo benvoluto compia un simile gesto? Noi sappiamo bene chi era mio figlio e abbiamo elementi certi che rendono chiara questa situazione”. Insomma, secondo il padre dell’assassino, se il figlio ha ammazzato Elisa, aveva le sue ragioni.

Infine, tre giorni fa, la notizia della nascita della fondazione “Federico Zini”. Chiedo alla sorella di Elisa, Elena, cosa pensi di questa vicenda. “Noi non abbiamo mai detto una parola di troppo, ma visto che il padre continua a dire ‘c’è un’altra verità’, allora parli. Cosa intende? Se conosce il contenuto dei cellulari dei due che sono ancora sequestrati, sa cose che noi non sappiamo, strano. Avevano avuto un ritorno di fiamma? Lo so. Elisa può aver avuto un altro flirt? Era libera. Si erano lasciati perché Federico era ossessivo, ingestibile. Mia sorella ha sbagliato a riavvicinarlo più volte, ma lui l’ha aspettata sotto casa e l’ha ammazzata. Lui la pedinava da un anno, pochi giorni prima Elisa lo aveva respinto con fermezza. Io avevo paura che lui la picchiasse, Elisa aveva chiamato tante volte la madre di lui, lei aveva minimizzato. La vera domanda è come abbia fatto ad avere il porto d’armi visto che ha un precedente di denuncia per aggressione.”. Da parte del signor Zini c’è “la ricerca di una beatificazione di un figlio che non può essere beatificato. A noi questo fa soffrire, tanto più che questo padre fa scuse pubbliche ma con noi non si è mai degnato neppure di una telefonata. Chiediamo che almeno non si manchi di rispetto a Elisa. L’idea della fondazione era anche bella, ma poteva chiamarci, chiederci di darle il nome di Elisa. Invece io e i miei genitori, che da due mesi non mettono il naso fuori di casa se non per andare al cimitero, ci siamo ritrovati a sapere da altri che ora esiste una fondazione col nome del suo assassino”.

Ha ragione, Elena, perché della bella Elisa che amava i cani e sorrideva tanto, non si parla più. Le celebrazioni e i comunicati stampa sono tutti per quel ragazzo solare, delicato che l’ha ammazzata.

Lombardia, gratis i contraccettivi per gli under 24

È stato approvato ieri all’unanimità dal consiglio regionale della Lombardia l’ordine del giorno all’assestamento di Bilancio presentato dal Pd e votato anche dal centrodestra che “impegna la giunta” guidata dal leghista Attilio Fontana a “consentire ai giovani e alle giovani di età inferiore ai 24 anni di ricevere, presso i consultori familiari pubblici e privati accreditati, gratuitamente sia la consulenza da parte del medico o dell’ostetrica, sia il metodo contraccettivo più idoneo individuato”. La notizia dell’approvazione della norma che fornisce profilattici gratis ai giovani fino ai 24 anni è una rivoluzione per una regione roccaforte di Comunione e Liberazione a lungo governata da Roberto Formigoni.

L’impegno, peraltro, è stato preso dalla giunta guidata dal leghista Attilio Fontana il cui quasi omonimo e compagno di partito Lorenzo Fontana, attuale ministro della Famiglia, fin dal momento dell’insediamento del governo Conte non ha perso occasione per esprimere le proprie idee di chiara ispirazione cattolico-conservatrice.