Via tutti, anche dal mare: c’è il Google Camp a Selinunte

Via tutti, arriva Google. Anche quest’anno i fondatori del motore di ricerca hanno scelto la Sicilia per apparecchiare la tavola del “Camp 2018”, il consueto appuntamento che unisce circa 300 persone tra magnati, intellettuali, informatici, vip e reali. Se ogni anno poco si sa sugli invitati a questa importante festa che per il quinto anno si svolge sull’isola, tutti hanno chiaro un fatto: quando arriva Google, bisogna spostarsi. Lo sanno anche i turisti che ieri avevano intenzione di visitare il Parco di Selinunte, costretti a rimandare in quanto dalle 14 la zona archeologica, tanto bella quanto non curata, è stata chiusa, per permettere l’allestimento dei tavolini dell’importante festa. Stesso fatto è accaduto per due anni consecutivi nei pressi della Valle dei templi di Agrigento, quando venne chiuso il Parco e le strade che lo attraversano, paralizzando una città.

Gli avvisi non mancano, certo, ma ogni anno la festa divide i residenti, come accaduto anche a Sciacca, due anni fa sede del Camp: per settimane i preparativi portarono diversi disagi ad alcuni commercianti che non videro di buon occhio l’iniziativa, mentre gli unici contenti furono i pochi residenti di piazza Scandaliato, che furono invitati alla cena, a patto che tutto avvenisse nella massima discrezione e che le tapparelle della abitazioni che si affacciavano sul luogo della festa rimanessero abbassate, non consentendo così di far fotografare dall’alto. La festa più eccezionale dell’anno infatti, deve rimanere segreta. Gli unici a venire riconosciuti sono i vip o i magnati che arrivano per mezzo di yacht visibili solo con il binocolo: sì perché nei pressi del Verdura resort hotel, il maestoso relais che si affaccia sulla costa saccense, dal 28 luglio al 3 agosto, è stata interdetta ogni tipo di attività, dalla pesca al sorvolo.

Pascoli & boschi, la “terra di tutti” rosicchiata dai privati

Lo Scultone è stato intrappolato. Forse non bastava la chiesa di San Pietro, costruita nel 1600 per fermare il grande serpente che mangiava le pecore. Adesso la terribile bestia che per secoli ha terrorizzato i pastori di Baunei, in Sardegna, è stata intrappolata dai recinti. Un signore ha deciso che la tana dello Scultone è sua, presa in concessione. Un po’ come se in Scozia da un giorno all’altro qualcuno si prendesse il mostro di Loch Ness.

In Italia succede anche questo: ci si appropria dei simboli. Dei tesori del passato. E dei beni comuni. Perché il Golgo, l’altopiano del Golgo, è un “museo a cielo aperto” come recita il sito sardegnaturismo.it: pozzi per celebrare riti ancestrali, che attestano la presenza umana nel Neolitico, tombe di giganti e quasi venti complessi nuragici, posti come sentinelle agli accessi della valle. Una complessa rete di fortificazioni costruita dal 1500 avanti Cristo in poi: l’impressione è di passeggiare nella preistoria”. Invece ecco arrivare le recinzioni che chiudono la fonte dove da secoli gli animali vanno ad abbeverarsi. Così le bestie restano strozzate sotto il reticolato mentre vanno a cercare l’acqua.

La questione, sollevata anche dal consigliere di opposizione Stefano Orrù, è finita perfino in un esposto alla Procura (non ci sono indagati): “Quella delibera venne votata da 12 consiglieri, comprendendo però il voto favorevole del sindaco Salvatore Corrias. Il Sindaco di Baunei, invero, è parente di quarto grado del beneficiario”. Il sindaco Corrias replica: “C’è stato un bando pubblico. È tutto regolare e alla luce del sole. Nessun favoritismo, vogliamo valorizzare aree che prima erano destinate all’allevamento e oggi hanno un uso più turistico”.

“Liberiamo lo Scultone”, chiede Stefano Deliperi dell’associazione ambientalista Gruppo di Intervento Giuridico, “perché questa non è soltanto una battaglia della Sardegna”. Già, il punto è questo: il Golgo è un uso civico.

Ecco, gli usi civici: “Sono un tesoro pubblico, quindi nostro, minacciato dagli appetiti dei privati. Ma molti in Italia neanche sanno che cosa siano. Tra quelli censiti e quelli ormai dimenticati in Italia parliamo di oltre 5 milioni di ettari (quasi un sesto di tutto il nostro territorio). Assediati da privati che cercano di prenderseli, mentre Stato ed enti locali spesso li dimenticano o li lasciano nel totale abbandono”, racconta Deliperi. Parliamo di boschi, immobili e aree di proprietà collettiva, spesso eredità addirittura del feudalesimo o del latifondo. Requisiti ai nobili finirono per diventare proprietà collettiva.

I Comuni ne possono avere la gestione, ma non sono loro. I cittadini li possono utilizzare per esempio per pascolo, semina e raccolta della legna. I terreni a uso civico e i demani civici sono indispensabili sia per l’economia e il tessuto sociale sia per la cura dell’ambiente. In teoria sono garantiti da un vincolo perpetuo che li rende inalienabili. Ma la pratica è diversa: occupazioni, progetti privati, abusivismo.

La Sardegna ha il primato. Sono un tesoro di 4 mila chilometri quadrati sui 24 mila dell’isola. Un sesto della regione. Vi rientrano alcune delle zone più belle di questa terra: Capo Altano, di fronte all’isola di Carloforte, la Costa di Baunei a Orosei, le coste di Montiferru, l’entroterra, il Mont’e Prama. Infine buona parte del Gennargentu, del Sulcis.

Ma tutte le regioni hanno una fetta di questo tesoro, a cominciare da Abruzzo, Campania, Umbria, Toscana, Calabria, Veneto e Friuli-Venezia Giulia.

E gli attacchi non si contano. Prendete Norcia: il commissario per gli usi civici ha ripetutamente sequestrato i parcheggi per auto e caravan che continuano a spuntare nella Piana di Castelluccio che in ogni primavera esplode di colori per quelle fioriture famose in tutto il mondo. Ancora in Umbria, la Comunanza Agraria dell’Appennino Gualdese da anni combatte a colpi di carta bollata contro la concessione a una nota industria alimentare di prelevare “eccessive quantità di acqua” da una fonte. Ci sono poi le Alpi Apuane, al confine tra Toscana e Liguria, dove ogni anno vengono prelevati fino a 4 milioni di tonnellate di marmo. In pochi decenni, grazie alle nuove tecniche di scavo, è stata prelevata più pietra che nei duemila anni precedenti.

Nel Lazio la battaglia ha riguardato il passaggio ai comuni degli usi civici della città abbandonata di Monterano, con la chiesa e il convento di San Bonaventura dove Gian Lorenzo Bernini realizzò una fontana. Sono quasi mille ettari, quello che era il feudo dei principi Altieri. “Se gli usi civici diventano proprietà dei comuni, possono essere venduti ai privati. E spesso accade proprio così”, spiega Deliperi.

Bocciato dal Tar anche il tentativo di privatizzare nel viterbese le immense distese dei possedimenti che furono dei Farnese, poi dei Chigi e infine dei Torlonia. Mentre, sempre nel Lazio, c’è voluta la Corte Costituzionale per sancire che Regione e comuni non possono più sanare gli abusi edilizi commessi sugli usi civici. Perché chi si appropriava di terreni di tutti rischiava alla fine di essere perfino premiato.

Certo, l’anno scorso per fortuna è arrivata la nuova legge che ribadisce il divieto di vendere, dividere o usucapire gli usi civici. Devono essere destinati per sempre ad attività agro-silvo-pastorali. Ma le buone norme non bastano. Il rischio è l’abbandono.

Milioni di ettari di usi civici non sono neanche censiti e basta un tratto sulla carta per regalarli ai privati. I casi virtuosi, per fortuna, non mancano. Come le Regole Ampezzane. Sì, proprio nella ricchissima Cortina esiste una sorta di comunismo: i boschi e i pascoli sono proprietà delle Regole che raccolgono le famiglie del paese. E che hanno salvato boschi e prati dagli appetiti immobiliari.

Pamela, Oseghale: “Corpo sezionato, era già morta di overdose”

“Ho fatto a pezzi il corpo di Pamela Mastropietro” ma la ragazza “era già morta per overdose di eroina”. A sei mesi dalla morte della 18enne romana a Macerata, arrivano le prime ammissioni di Innocent Oseghale, 29enne pusher nigeriano, in carcere con le accuse di omicidio volontario, vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere e spaccio di droga. Il nigeriano, tramite un interprete in lingua inglese, è stato interrogato ieri per l’ennesima volta: ha ribadito però di non aver ucciso né violentato Pamela, sostenendo di aver avuto con lei un rapporto sessuale consenziente, poche ore prima del delitto. Dopo aver constatato che il cadavere della ragazza non entrava in un trolley comprato per disfarsi del corpo, ha raccontato ancora Oseghale, decise di sezionarlo e di riporne alcune parti anche nel trolley blu-rosso della giovane. È una confessione che non collima con le risultanze degli esami autoptici e tossicologici, né con l’ipotesi dei pm. Per i medici legali, Pamela era viva quando venne ferita con due coltellate all’altezza del fegato e non morì a causa della droga. La Procura ritiene che Oseghale abbia stuprato e poi ucciso la ragazza in maniera ‘maniacale’ per nascondere le tracce della violenza.

Appendino cede, “sui Giochi decide il governo”

Tutti insieme appassionatamente, per non scontentare nessuno e tagliare i costi. O almeno così si spera: oggi nasce la strana candidatura italiana alle Olimpiadi invernali del 2026 e il suo futuro dipenderà da questo. Per il momento il Coni ha incassato la disponibilità delle tre città: dopo quella scontata di Milano e Cortina, è arrivata pure quella di Torino. Chiara Appendino alla fine si è convinta. O meglio, è stata convinta dal Movimento 5 stelle.

Ieri Giovanni Malagò ha ufficializzato la candidatura tripla preparata dalla commissione guidata dal segretario Mornati e composta anche da grandi saggi dello sport italiano, come Mario Pescante e Franco Carraro, scaricando l’attesa sulle parole della sindaca M5s. Lei si è confrontata col capo del Coni e col sottosegratario Giorgetti, ma soprattutto con i vertici del Movimento. E ha capito che non aveva alle spalle tutto il partito: il suo “o Torino o niente”, il compromesso trovato con i consiglieri “ribelli” per approvare la delibera, non avrebbe trovato sponda. I 5 stelle hanno fatto altre valutazioni: governano insieme alla Lega, che sogna da anni di portare le Olimpiadi al Nord, hanno sposato in pieno la linea di Giorgetti (il sottosegretario con delega allo Sport), che nell’unica vera comunicazione ufficiale dell’esecutivo aveva invitato il Coni a “una soluzione condivisa” e low-cost. L’ultima cosa da fare in questo momento era mettersi contro l’uomo forte della Lega.

Così Appendino ha ceduto, più per ragion di Stato che per le concessioni ottenute dal Coni (ad esempio la gara di slalom speciale di sci, che si terrà al Sestriere). Senza fare i salti di gioia: “Il nostro dossier resta il migliore e non cambiamo idea”, ha ribadito. Però “la candidatura congiunta cambia completamente lo scenario e va ben oltre i confini delle competenze di un sindaco, ma spetta al governo, di cui ci mettiamo a disposizione”. Insomma, Torino nel caso ci sarà. Decide il governo.

E il governo, che ne pensa? Per ora temporeggia: “Prendiamo atto della proposta del Coni. Non abbiamo ancora visto il dossier e su questo ci riserviamo di intervenire”, la dichiarazione di Giorgetti. Sulla stessa linea anche Simone Valente del M5s: “Attendiamo le carte per verificare i costi e i benefici del progetto”. Il primo scoglio, intanto, è superato: oggi il Consiglio nazionale del Coni voterà la delibera che approva la candidatura Milano, Torino e Cortina, “cofirmatarie e di pari dignità”. Poi inizierà la trattativa interna per chi comanderà tra le tre protagoniste (Beppe Sala da Milano fa già la voce grossa: “Serve chiarezza sulla governance”: la avrà, come le due cerimonie). E soprattutto quella tra Coni e governo sui costi: si parla di 375 milioni di euro. In fondo è sempre questione di soldi e politica.

Gli sms che scagionano Brizzi

Ci sono anche alcuni messaggi scambiati con un’aspirante attrice a scagionare Fausto Brizzi dalla pesante accusa di violenza sessuale. La Procura di Roma infatti per il regista ha chiesto l’archiviazione perchè “il fatto non sussiste”. Insomma secondo gli investigatori non ci sono mai stati neanche ipotetici atti sessuali, compiuti con violenza, minaccia o abuso di autorità.

A sporgere denuncia contro Brizzi sono state tre ragazze. In due casi l’esposto è stato depositato oltre i termini previsti dalla legge, ossia quando ormai erano passati più di sei mesi dai presunti abusi denunciati, risalenti al 2015 e 2016. In un solo caso invece una ragazza ha parlato di episodi che nella sua denuncia (per i magistrati non fondata) sarebbero avvenuti ad agosto 2017. Ed è proprio lei che consegna ai pm titolari dell’inchiesta, Maria Monteleone e Francesca Passaniti, dei messaggi scambiati con il regista. Un autogol o un gesto di onestà. I toni tra i due infatti sono cordiali.

In un caso la giovane (che avrebbe incontrato il regista un paio di volte) scrive di essersi risentita perchè su alcuni libri regalatogli da Brizzi mancava una dedica. Un rimprovero che, secondo gli investigatori, è poco compatibile con una denuncia per violenza sessuale. Come questa ragazza, anche le altre due sono state sentite dai pm che dopo le loro deposizioni hanno disposto approfonditi accertamenti. Ad aprile scorso invece si è tenuto l’interrogatorio di Brizzi, il quale avrebbe fornito una serie di chiarimenti.

Adesso sarà il gip a decidere se assecondare la richiesta dei magistrati capitolini, convinti che “il fatto non sussiste”. Neanche nel caso delle due denunce depositate oltre i termini di legge: nonostante ciò, sono stati fatti i riscontri, ma nulla è stato provato.

Il regista, autore tra gli altri di Notte prima degli esami – sull’onda della vicenda del produttore Harvey Weinstein, che ha scatenato il movimento #meeto – era finito al centro delle polemiche nell’ottobre del 2017, quando l’ex iena Dino Giarrusso (ex candidato all’uninominale M5S) ha raccolto le testimonianze di alcune ragazze che raccontavano di presunti abusi. Nella maggior parte dei casi, i volti delle giovani erano coperti e le voci camuffate, ma le storie di cui parlavano avevano dei tratti in comune compresa l’esistenza di una casa con una Jacuzzi piazzata nel salotto. Alcune poi ci hanno messo la faccia.

Inizialmente il nome di Brizzi non viene rivelato da Le Iene, si parlava genericamente di un “regista cinquantenne”. Poi però il suo nome è finito sulla stampa. Brizzi ha sempre respinto le accuse, annunciando anche di procedere “in ogni opportuna sede nei confronti di chiunque abbia affermato e affermi il contrario. In via precauzionale, e per evitare strumentalizzazioni, ho sospeso tutte le mie attività lavorative e imprenditoriali”, aveva fatto sapere in una nota. E alla fine la Warner Bros decise anche di togliere la sua firma dal film, che sarebbe dovuto uscire di lì a poco, “Poveri ma ricchissimi”, in programma nelle sale per Natale scorso. Poi il produttore Luca Barbareschi ha annunciato di aver messo sotto contratto per tre anni Brizzi, che tornerà sul set nelle prossime settimane per girare il nuovo film “Modalità aereo”.

Dino Giarrusso, che con la candidatura ha lasciato Le Iene, non fa un passo indietro: “Abbiamo raccolto quindici testimonianze di ragazze che non si conoscevano tra di loro – spiega al Fatto – eppure raccontavano molestie avvenute con modalità molto simili. Nessuna è stata mai smentita, nemmeno una loro parola è stata smentita, sia chiaro. La Procura ha chiesto l’archiviazione, il che riguarda l’aspetto penale. Noi invece facciamo informazione, e abbiamo raccontato fatti incontrovertibili: 15 ragazze che raccontano d’essere andate ad un appuntamento di lavoro da un importante regista ed esser state molestate. Sono loro le vittime, ma le stiamo dimenticando. Poi nessuno ha querelato né noi né loro. Se fosse arrivata una querela, le testimonianze sarebbero state confermate in un’aula di tribunale: come mai non siamo stati querelati?”.

Sul biotestamento c’è il via libera del Consiglio di Stato

Via libera dal Consiglio di Stato all’attuazione del biotestamento. Palazzo Spada ha depositato le risposte ai quesiti del Ministro della Salute sulle Disposizioni anticipate di trattamento, con particolare riferimento alla Banca dati nazionale: “Con il parere reso oggi il Consiglio di Stato – sottolinea un comunicato – contribuisce all’effettiva attuazione del testamento biologico”. Con le Disposizioni anticipate di trattamento – ricorda la nota di Palazzo Spada – ciascun individuo, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, può decidere “ora per allora” su eventuali trattamenti sanitari che potrebbero riguardarlo e sui quali in futuro non sarà in condizione di prestare il consenso; ciò avviene manifestando la propria volontà mediante la redazione di un atto specificamente previsto. In particolare il Consiglio di Stato ha ritenuto che “la banca dati nazionale – proprio perché le relative informazioni possono essere conosciute sull’intero territorio del Paese – su richiesta dell’interessato deve contenere copia delle DAT, compresa l’indicazione del fiduciario, salvo che il dichiarante non intenda indicare soltanto dove esse sono reperibili”.

La promessa del 2014: la direttiva di Renzi

Una direttiva firmata dal presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi il 22 aprile 2014 imponeva ai direttori del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis, che coordina l’intelligence italiana), dell’Aise e dell’Aisi (le agenzie per la sicurezza esterna e interna) di desegretare gli atti sulle principali strage avvenute dal 1969 al 1984. Sull’esempio della declassificazione del carteggio sul sequestro Moro, Renzi aveva disposto la “declassifica della documentazione relativa a gravissime vicende avvenute da un trentennio” e le elencava: la bomba all Banca nazionale dell’agricoltura di piazza Fontana a Milano (1969), il deragliamento del treno alla stazione di Gioia Tauro (1970) per il quale morirono sei persone, l’autobomba di Peteano (1972) che uccide tre carabinieri, la bomba a mano della Questura di Milano (1973), e poi ancora la bomba in piazza della Loggia a Brescia durante una manifestazione dei sindacati (1974), la strage dell’Italicus (1974), ma anche il disastro di Ustica (1980), poi ancora l’attentato alla stazione di Bologna (1980) e infine la bomba sul Rapido 904 (1984).

“L’operazione archivi aperti: depistaggio finale sulle stragi”

Promessa: apriremo gli archivi segreti delle stragi, per far emergere la verità sulla stagione nera dell’eversione italiana. Risultato: la verità non sta affatto emergendo, anzi l’operazione archivi aperti si sta trasformando nell’ultimo, definitivo depistaggio. A sostenerlo – proprio alla vigilia dell’anniversario della strage di Bologna – è un componente della commissione che sta lavorando sugli atti da rendere pubblici, Leonardo Grassi, che conosce bene la materia perché da giudice istruttore indagò a lungo sull’eversione nera e sulle stragi di Bologna e dell’Italicus.

La promessa fu fatta solennemente martedì 22 aprile 2014, quando il presidente del Consiglio Matteo Renzi firmò la direttiva che “dispone la declassificazione degli atti relativi alle stragi di piazza Fontana (1969), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), Questura di Milano (1973), Brescia (1974), Italicus (1974), Ustica (1980), stazione di Bologna (1980), Rapido 904 (1984)”. Aprire gli armadi, declassificare i documenti, versarli agli Archivi di Stato, finalmente a disposizione degli studiosi e dei cittadini. La “Direttiva Renzi” riguarda tutte le amministrazioni dello Stato: i ministeri, le polizie, i servizi segreti, che devono mettere a disposizione i documenti che riguardano i fatti eversivi avvenuti dagli Anni Sessanta alla metà degli Anni Ottanta.

Per decidere che cosa tirare fuori dai cassetti si sono messe al lavoro due commissioni. La prima, “di alto profilo”, è formata da uomini degli apparati dello Stato, dei ministeri e dal sovrintendente dell’Archivio centrale dello Stato, Eugenio Lo Sardo. La seconda, consultiva, è composta da storici e dai rappresentanti delle associazioni dei familiari delle vittime, che si sono più volte confrontati con i delegati dei servizi, Giampiero Massolo e Paolo Scotto di Castelbianco.

Solo la prima commissione ha il potere di scegliere che cosa rendere pubblico: “A decidere che cosa declassificare”, denuncia Grassi, “sono i rappresentanti degli stessi organismi che hanno classificato”. Chiediamo insomma la verità a chi fino a oggi l’ha nascosta. Domandiamo di svelare i segreti dell’eversione a quelli che ieri hanno organizzato i depistaggi e nascosto documenti e prove alla magistratura che indagava.

Il “comitato di alto profilo” ha svolto il suo lavoro e ha stilato un lungo elenco di carte da versare negli archivi, provenienti dalla questure, dai ministeri, dalle polizie, dai servizi segreti interno ed estero (Aisi e Aise) e dalla struttura che li collega (Dis).

Risultati? Mediocri, secondo Grassi. “Anzi, addirittura pericolosi: perché ora quello che è stato consegnato diventerà la verità, mentre quello che è stato tenuto nascosto non sarà più cercato”. Si scrive oggi la versione definitiva della storia sotterranea d’Italia. “E a scriverla sono gli stessi apparati che l’hanno prodotta, con le loro complicità con l’eversione, le coperture, i silenzi, gli inquinamenti, le esfiltrazioni, i depistaggi”.

Leonardo Grassi ha scritto una lettera moto critica al presidente e ai componenti del Comitato consultivo, affermando che “lo spirito della Direttiva è stato sostanzialmente ignorato in fase attuativa” e che “l’intera operazione appare del tutto inadeguata rispetto agli scopi prefissati”. Che cosa contesta all’operazione? “Sono stati versati documenti su una miriade di episodi d’eversione e terrorismo, anche minuti. E questo è positivo”, spiega al Fatto Quotidiano. “Ma non sono stati desecretati invece i fascicoli sulle strutture di guerra non ortodossa, che sono il cuore segreto della strategia stragista: da Gladio ai Nuclei per la difesa dello Stato, dalla Rosa dei venti all’Anello, dal Mar di Carlo Fumagalli a Pace e libertà di Luigi Cavallo. Tutte strutture degli apparati dello Stato o con forti connessioni con apparati dello Stato”.

Niente sui due principali gruppi dell’eversione italiana di quegli anni, “Ordine nuovo di Pino Rauti e Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie, entrambi con consolidati rapporti con servizi e apparati”. Sono stati versati i documenti sulle stragi, “ma non i fascicoli personali sui personaggi che delle stragi e dell’eversione sono stati i protagonisti, neppure quelli già condannati per depistaggio o per strage”: dal Gran Maestro della P2 Licio Gelli all’uomo del “supersismi” Francesco Pazienza, dal comandante Junio Valerio Borghese del tentato golpe del 1970 al colonnello Amos Spiazzi della Rosa dei Venti, dal colonnello dei carabinieri Giuseppe Belmonte al generale del Sismi Pietro Musumeci, dall’armiere di piazza Fontana Carlo Digilio al capitano dei carabinieri Antonio La Bruna e ai generali del Sid Vito Miceli e Gianadelio Maletti. Niente fascicoli di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, già condannati per la strage di Bologna, né dei più volte indagati Delfo Zorzi, Massimiliano Fachini, Stefano Delle Chiaie, Marcello Soffiati. Niente sul Piano Solo (1964) del generale Giovanni de Lorenzo. Niente sul banchiere Michele Sindona, coinvolto nel golpe Borghese e in rapporti con Cosa nostra. Sulla strage di Ustica, Grassi fa notare che neppure un documento è stato versato dal ministero dei Trasporti: “Possibile che non abbia neppure una carta sulla notte del 27 giugno 1980 in cui è caduto in mare il Dc-9 dell’Itavia?”. Quanto alle stragi del 1992-93 sono state fin dall’inizio escluse.

Ci sono poi alcuni archivi che sono rimasti completamente fuori dalla pesca miracolosa: sono l’inaccessibile archivio del Quirinale e quelli degli Uffici sicurezza del Patto Atlantico. Intanto i servizi segreti italiani hanno organizzato, nel dicembre 2017, un convegno all’Università di Pavia dal titolo “La storia possibile”, in seguito al quale sono state finanziate due borse di studio da 20 mila euro ciascuna per l’analisi delle carte versate negli archivi. “I servizi”, conclude Grassi, “oggi stanno cercando di scrivere la storia che hanno costruito negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta”. Del resto, come diceva George Orwell, “chi controlla il passato controlla il futuro”.

Facebook lancia l’allarme: profili fake per le elezioni

Facebook lancia l’allarme sulle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti: abbiamo scoperto falsi account il cui obiettivo è di influenzare il voto di novembre, quando gli americani andranno alle urne per rinnovare gran parte del Congresso Usa. È ancora presto per dire chi ci sia dietro queste interferenze ma è inevitabile che i sospetti ricadano sui russi. A Menlo Park, quartier generale del social di Zuckerberg, spiegano di aver individuato, circa due settimane fa, la prima di otto pagine e 17 profili su Facebook, oltre a sette account Instagram, che violavano il divieto di “comportamenti non autentici coordinati”. Sono stati rimossi martedì, dopo che il social network ha condiviso le informazioni con le forze dell’ordine statunitensi e il Congresso. In totale – ha rivelato Facebook – oltre 290mila account hanno seguito almeno una di queste pagine, la prima delle quali è stata creata nel marzo 2017 e l’ultima nel maggio 2018. Le pagine Facebook più seguite erano “Aztlan Warriors”, “Black Elevation”, “Mindful Being” e “Resisters”. Le altre pagine avevano tra zero e 10 follower e gli account Instagram avevano zero follower. Sono stati più di 9.500 i post “organici” creati da questi account su Facebook.

Focus – L’ex manager di Trump

È partito ieri.  Al via il primo processo del Russiagate. Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale di Donald Trump, è accusato di frode fiscale e riciclaggio. L’ex lobbista 69enne ha guidato la campagna di Trump fra maggio e agosto del 2016. Su Manafort pendono 18 capi d’accusa di riciclaggio e frode fiscale e bancaria legate alle sue attività di lobbista per l’ex presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich, e per due partiti pro-Yanukovich, fino al 2015. Nell’ambito di queste operazioni di lobbying, secondo quanto emerge dai documenti resi pubblici dal procuratore speciale Robert Mueller, Manafor ha costruito un’intensa attività di comunicazione e propaganda per costruire consenso intorno ai suoi clienti ucraini. Tra le accuse di cui deve rispondere c’è quella di aver lavorato come agente di soggetti stranieri in suolo americano senza dichiararlo.