Russiagate, processo alla lobby che usò Friedman e Prodi

Ci sono due documenti dell’inchiesta nei confronti dell’ex capo della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort, che rendono impellente una risposta precisa da parte di Romano Prodi sulle sue relazioni coi sostenitori del fronte filo-russo in Ucraina. Prodi dovrebbe rispondere a quattro quesiti:

1) Quanti soldi ha incassato dall’ex cancelliere austriaco Gusenbauer?

2) Qual era la causale?

3) Come sono stati versati i soldi e su quale conto?

4) Prodi sapeva che il giornalista Alan Friedman era pagato per la sua attività in favore dell’Ucraina e perché gli faceva vedere i suoi articoli sul tema prima della pubblicazione?

Prodi percepisce una lauta pensione dall’Ue, come ex presidente, e gli spetta (anche se ha scritto due volte alla Camera per rifiutarlo) un vitalizio dal Parlamento italiano. Agli onori (anche economici) per le sue funzioni passate si devono accompagnare oneri di trasparenza.

Le domande sorgono dopo avere letto gli articoli della stampa (quasi solo estera) e i documenti dell’inchiesta del procuratore Usa Mueller nei confronti dell’uomo che nel 2016 ha guidato la campagna elettorale di Donald Trump. Il processo a Paul Manafort si è aperto ieri. Il giudice T.S. Ellis sa che deve tenersi alla larga da Trump e Putin nel processo ma non è detto che non si parli di Friedman e di Prodi.

Il processo non riguarda la campagna americana del 2016. Manafort rischia più di 300 anni per reati che vanno dal riciclaggio alla frode fiscale e bancaria. Tutte le accuse sono datate 2006-2015 e sono legate alle sue attività di lobbista per l’ex presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich, e per i partiti che lo sostenevano.

Nelle carte del processo, appare, anche se non è indicato per nome e non è indagato, il giornalista americano di nascita ma ormai italianizzato, professionalmente, Alan Friedman. La società di Friedman, FBC, avrebbe svolto un ruolo nell’attività di lobby di Manafort in favore dell’ex presidente filorusso. Secondo il Guardian, la FBC avrebbe siglato un contratto per peggiorare l’immagine della bionda rivale di Yanukovich: l’ex primo ministro Yulia Timoshenko dopo che Yanukovich aveva vinto le elezioni 2010. Sarebbe stato prodotto dalla FBC anche un video virale anti- Timoshenko.

La campagna sarebbe stata orchestrata da Manafort con fondi di oligarchi ucraini filorussi. E, sempre secondo l’accusa, Manafort avrebbe incassato circa 75 milioni di dollari per poi riciclarne negli Usa una trentina. Un paio di milioni di dollari sarebbero finiti invece lecitamente a importanti politici europei. Manafort e Friedman avrebbero creato un gruppo di pressione filo-ucraino, “gruppo di Hapsburg”. Il regista sarebbe stato l’ex cancelliere austriaco socialdemocratico Alfred Gusenbauer. Secondo Politico.eu, in un memo Friedman stesso avrebbe proposto di pagare 25 mila-30 mila euro al mese per questo suggerendo che i pagamenti agli altri politici (incluso Romano Prodi) sarebbero stati fatti da Gusenbauer “so as to be quite indirect” in modo da essere indiretti. Prodi ha ammesso di avere preso soldi da Gusenbauer ma non ha offerto dettagli sulla cifra e sulla precisa causale del pagamento né sui conti interessati. Probabilmente non ci sarà nulla da nascondere ma non si possono lasciare ombre una vicenda simile.

Anche perché sul New York Times del 30 luglio è apparso un altro episodio. Il 20 febbraio 2014 il New York Times pubblica un articolo a firma Romano Prodi: “Come salvare l’Ucraina”. Ora lo stesso New York Times, sulla base dei documenti presentati dal procuratore Mueller, ricostruisce i retroscena di quell’articolo. Friedman scrive a Prodi chiedendogli di “rivedere” (“please review”) l’articolo che sarebbe per il NYT. Friedman poi scrive a sua volta a Rick Gates, socio di Manafort, che Prodi qualche cambiamento “nell’ultima frase”. Una portavoce di Prodi spiega che l’articolo è stato scritto direttamente dall’ex premier che “al massimo può aver chiesto un aiuto a Friedman sulla forma, Friedman è stato soltanto l’intermediario con il giornale”. E Prodi non sapeva di essere usato da Friedman e Gates nelle loro operazioni di lobbying a favore del governo filo-russo di Kiev.

C’è però una stranezza, rivela oggi il cronista del New York Times Jason Horowitz: quando i redattori vogliono chiedere le evidenze a sostegno di alcune affermazioni, secondo una pratica di accurato fact checking, non scrivono nè a Friedman né a Prodi stesso, ma a Glenn Selig, presidente della Selig Multimedia. Selig era uomo di Gates, di cui poi diventerà portavoce. Nel gennaio 2018 è stato ucciso a Kabul dove si trovava per un progetto di contrasto all’estremismo “per un’agenzia governativa”, scrive il New York Times. Perché il giornale si rivolge a un personaggio così equivoco per correggere l’articolo a firma Prodi? La portavoce dell’ex premier oggi non sa spiegarlo, ma ribadisce che il professore ha scritto quell’articolo sostenendo le stesse posizioni di sempre e senza essere coinvolto in alcuna cospirazione. Resta il fatto che intorno a quell’articolo si affaccendano ben due uomini della galassia di Manafort, Selig e Friedman, quest’ultimo lautamente pagato proprio per sostenere la causa filo-russa mobilitando politici di livello come Prodi. Quanto al convegno con Gusenbauer, la portavoce specifica che l’attività convegnistica del professore “all’estero è di norma pagata, mentre in Italia non accetta compensi, e i ricavi sono regolarmente riportati in dichiarazione dei redditi”. Sull’Ucraina, nei suoi interventi, Prodi ha sempre sostenuto una posizione moderata: Kiev deve conservare legami con l’Ue ma senza andare allo scontro con Mosca.

Aggressione all’atleta. Grillo attacca i media, Mentana gli risponde

“L’indignazione di un uovo in faccia, c’è quanto basta per restare paralizzati mediaticamente, l’unica cosa sensazionale è stata la mira del razzista di merda oppure il caso”. Per Beppe Grillo l’episodio dell’aggressione ai danni dell’atleta italiana (ma di genitori nigeriani) Daisy Osakue è diventato un’occasione per attaccare il mondo dell’informazione. La campionessa italiana dell’atletica leggera è stata colpita al volto con delle uova lanciate da un’auto in corsa, mentre rientrava a casa nella notte tra domenica 29 e lunedì 30 luglio: “Quello che fanno i media è portare la nazione verso il baratro – ha scritto il comico e padre del Movimento Cinque Stelle in un post condiviso su Facebook ieri mattina – non avevo mai visto con i miei occhi un così forte condizionamento prima d’ora”. A rispondergli a distanza è stato Enrico Mentana, direttore del Tg La7, sempre attraverso un intervento sul social network nel quale ha fatto notare come gli attacchi alla stampa siano un metodo utilizzato da tutti gli ultimi governi italiani: “Le parole di Beppe Grillo mi fanno capire che oltre ad essere un grande comico è anche uno straordinario imitatore – ha commentato il giornalista – sono le stesse parole che da un quarto di secolo pronuncia chiunque sia arrivato alla guida del paese, invariabilmente. Non sono James Reston, e del resto Grillo non è Kennedy. Ma posso rispondergli, come mi è capitato di fare con gli altri prima di lui, che c’eravamo prima del loro arrivo, e ci saremo quando se ne andranno”.

Secondo la senatrice del Partito democratico Simona Malpezzi, il post di Grillo sarebbe un tentativo di sminuire la vicenda di Moncalieri: “Ora lo certifica anche il comico – ha affermato –Tirare un uovo da un auto in corsa a una atleta dalla pelle nera non è razzismo. Beppe Grillo corre in soccorso a Luigi Di Maio, il quale era corso in soccorso del sodale Salvini. Il Movimento Cinque Stelle è responsabile in tutto e per tutto della preoccupante ondata di violenza di queste settimane. Ancora qualcuno ha il coraggio di dare credito al presidente Fico?”.

L’autopsia sul corpo di Hadj conferma la morte per percosse

Continuano le indagini sulla morte del 43enne marocchino Hadj Zaituni, avvenuta ad Aprilia la notte del 29 luglio scorso, dopo un lungo inseguimento in automobile. La perizia, affidata al medico legale Cristina Setacci dal pm di Latina Giuseppe Miliano, dovrà stabilire la causa della morte, avvenuta dopo l’aggressione da parte di due italiani abitanti del posto, una guardia giurata e un autista di mezzi pubblici. Secondo le prime indiscrezioni l’esame autoptico, avvenuto lo scorso lunedì, avrebbe individuato almeno un colpo sul volto di Hadj, come possibile causa del decesso. Non viene dunque esclusa, al momento, l’ipotesi investigativa che vede indagati i due italiani per omicidio preterintenzionale. L’inseguimento era iniziato nelle periferia della città verso l’una di notte. Uno dei due uomini è stato ripreso dalle telecamere con una pistola infilata nella cintura, mentre tornava verso l’automobile usata nell’inseguimento, subito dopo l’aggressione fatale.

Ragazzi frustrati e progetti inutili: il parere al Miur stronca l’alternanza scuola-lavoro

L’alternanza scuola lavoro? Frustrante, di scarsa qualità e utile soltanto alle aziende, almeno per come è stata realizzata in questi tre anni. A dirlo è il Cspi – Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione –, organo consultivo dell’amministrazione che fornisce pareri al Ministero dell’Istruzione riguardo alle leggi in materia di scuola.

Lo scorso fine settimana il Cspi ha depositato il proprio giudizio sulla misura introdotta dalla Buona Scuola renziana che obbliga gli studenti delle scuole superiori a svolgere un pacchetto di ore di lavoro in aziende, associazioni o enti pubblici. I problemi, secondo il Consiglio non mancano: “Si sono determinati numerosi disservizi e inefficienze che hanno prodotto, accanto a esperienze positive, esperienze negative per studenti e docenti, causa di comprensibili contestazioni nelle scuole”.

Il primo nodo è quello del monte ore obbligatorio per gli studenti. Troppe, dice il Cspi, le 200 ore messe in capo ai liceali e le 400 richieste agli studenti degli istituti tecnici, anche perché le scuole si sono trovate a dover cercare su due piedi un gran numero di progetti in cui inserire i ragazzi. Con conseguenze facilmente immaginabili: “L’obbligatorietà del monte ore ha indotto spesso le scuole ad avviare una qualsiasi attività di alternanza, a prescindere dalla sua qualità, trasformandola in un adempimento burocratico per le scuole stesse, in un carico aggiuntivo per i docenti, in un’esperienza spesso inutile sul piano formativo e frustrante per gli studenti”.

La soluzione proposta è quella di ripensare il monte ore obbligatorio, lasciando più autonomia alle singole scuole per assicurare agli studenti soltanto progetti validi. Ma il Cspi torna anche sul peccato originale della legge, quello spesso denunciato da sindacati e associazioni studentesche: “Il rischio è che l’alternanza non si configuri come un’esperienza educativa (…) finalizzata alla crescita dell’individuo, ma piuttosto come un’esperienza al servizio dei soggetti ospitanti, rispetto ai quali gli studenti-lavoratori si devono rendere disponibili a qualsiasi richiesta”. Più che un aiuto agli studenti, dunque, un regalo agli imprenditori, che possono contare su manodopera a bassissimo costo.

Il pericolo, in questi casi, non si limita alle settimane di alternanza, ma potrebbe incidere a lungo termine sulla personalità dei ragazzi: “In tali situazioni si corre il rischio che il giovane venga formato ad assumere un atteggiamento di passività e adattabilità alle esigenze dell’azienda, oggi per un obiettivo scolastico, domani per non perdere il lavoro”. Una sorta di apprendistato della ricattabilità certificato da un organo autonomo e non riconducibile alla maggioranza di governo: il Consiglio, al momento della stroncatura della riforma renziana, conserva ancora la composizione del 2015, quella nominata proprio nell’anno dell’approvazione della Buona Scuola.

Daisy, per i pm non c’è ancora l’aggravante della xenofobia

Nessuna aggravante legata alla xenofobia. Al momento non ci sono elementi per considerarlo un atto razzista. Questa è la linea adottata al momento dalla Procura di Torino nell’inchiesta sull’aggressione subita da Daisy Osakue, la 22enne campionessa italiana di lancio del disco e del peso a cui qualcuno domenica sera ha tirato un uovo sul volto ferendola all’occhio sinistro e mettendo a rischio la sua partecipazione agli Europei di atletica.

I carabinieri del Comando provinciale di Torino hanno trasmesso ieri mattina gli atti sui primi accertamenti al sostituto procuratore Rossella Salvati e al procuratore aggiunto Patrizia Caputo che ipotizzano il reato di lesioni. Non sono infatti stati ancora chiariti del tutto i motivi dell’aggressione, anche se i carabinieri sembrano escludere il movente razzista perché nei giorni precedenti sono arrivate altre segnalazioni di lanci di uova contro persone dalla pelle bianca. “Non volevano colpire me come Daisy, volevano colpire me come ragazza di colore”, aveva dichiarato Osakue lunedì, spiegando che gli unici bersagli a quell’ora in quell’area di Moncalieri potevano essere le prostitute di origine africana.

Sul caso ieri è intervenuto anche l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia: “Chiedo a tutti un rispetto rigoroso e convinto delle leggi e la promozione di un clima di umanità e di legalità morale e civile”, ha detto il prelato secondo il quale “questa è l’unica strada che abbiamo per allontanarci dalla paura”. Nosiglia ha anche ricordato che “Torino e il suo territorio vengono da una lunga tradizione di tolleranza e solidarietà, che ha sempre contribuito a isolare e rifiutare ogni forma di discriminazione”. Per questo ha invitato la popolazione a reagire. D’altronde ieri Avvenire, il quotidiano della Cei, aveva sulla sua prima pagina un titolo eloquente: “Vergognamoci”.

La linea del governo per Eni e mercantili: “Informate i libici”

“La Guardia costiera – assicura il vicepremier Matteo Salvini – non ha partecipato a nessuna operazione”. L’armatore della Asso 28 fa sapere che la richiesta di intervento è giunta dal Marine Department of Sabratha: “L’attività di soccorso – sostiene la società Augusta Offshore – si sono svolte sotto il coordinamento della Guardia Costiera libica”. E aggiunge che le loro navi dal 2012 al 2017 sono intervenute in 262 operazioni in acque Sar libiche: 23.750 migranti soccorsi e salvati, 137 giorni d’interruzione delle normali operazioni commerciali.

“Le operazioni di soccorso dal 2012 al 2017 – precisa – sono state coordinate dalla Guardia costiera italiana”. L’ultimo intervento invece no. Come mai? Non si tratta di un caso. Il Fatto è in grado di rivelare che dal 10 luglio in poi il governo – in particolare il ministero delle Infrastrutture guidato da Danilo Toninelli – sta catechizzando sottotraccia gli armatori italiani che operano nel Mediterraneo. Altri “inviati” del governo hanno invece stretto accordi – sempre informali – con l’Eni per le navi che lavorano alle loro piattaforme. L’accordo è semplice: se una nave mercantile italiana interviene in un soccorso nelle acque Sar di competenza libica devono chiamare le autorità nordafricane, che non solo coordineranno i soccorsi, ma, per la regola del porto più vicino, riporteranno i migranti in Libia. Certo, i porti libici non sono considerati sicuri. Ma se una nave mercantile dimostra – per esempio – di non aver a bordo carburante sufficiente per raggiungere un porto italiano, che si fa? Le vie d’uscita sono più di quanto s’immagini.

E così, dopo le indicazioni del governo, gli armatori – per di più legati a Eni, nel caso di Asso 28 – in queste ore hanno fornito la prima risposta: hanno chiamato i libici e non l’autorità italiana. E i migranti sono stati riportati in Libia. È un modalità per realizzare nella sostanza un respingimento che invece, sotto il profilo strettamente tecnico, non può definirsi tale.

L’11 luglio imperversa il caso Vos Thalassa: il rimorchiatore batte bandiera italiana, lavora per la piattaforma Total, ha appena soccorso 66 migranti. Salvini fa sapere all’equipaggio che non aprirà i porti. Ma interviene la Guardia Costiera, con il pattugliatore d’altura Diciotti, che li prende a bordo. Salvini scatena la sua ira contro il ministro Toninelli, che sovrintende la Guardia costiera, accusata di eccessivo interventismo nei soccorsi. Viene bloccato pure il Diciotti, all’ingresso del porto di Trapani, fino all’intervento del presidente della Repubblica Mattarella. Il giorno dopo Salvini, al Viminale, si confronta con alti rappresentanti di Marina Militare, Guardia costiera e Guardia di Finanza.

Vuole fissare una regola: i mercantili che soccorrono migranti in acque Sar libiche devono consegnarli alle motovedette di Tripoli e non alle autorità italiane. Non solo. Chiede se sia possibile, per le piattaforme petrolifere, sostituire i rimorchiatori italiani con navi straniere, per evitare ulteriori sbarchi sulle nostre coste. La seconda richiesta risulta impossibile. Sulla prima – tra Marina, Guardia Costiera e Guardia di Finanza – c’è una sostanziale identità di vedute con il ministro.

Ma non si può fissare una regola vera e propria. Bisogna raggiungere l’obiettivo, sì, ma lavorando sottotraccia. Inizia l’attività di pressione su Eni e sulla categoria degli armatori: che chiamino la Guardia costiera libica e non quella italiana; soltanto se i libici non potranno garantire il loro intervento, si chiederà il coordinamento delle autorità italiane. Tre settimane dopo quell’11 luglio, la catechizzazione porta i suoi frutti, come dimostra la Asso 28. In quell’area non c’erano, al momento dei soccorsi, navi militari della missione europea Sophia, che non hanno voglia di restare con il cerino in mano e stanno allentando la pressione. Non c’erano neanche Ong. C’era solo l’Asso 28. È bastato calare quello, al governo, per aggiudicarsi un’altra mano della partita.

La rotta della Asso Ventotto. Mistero in direzione Sud

Gira attorno ad una piattaforma cogestita dall’Eni, nelle acque internazionali a 57 miglia marine da Tripoli, il caso della nave Asso ventotto, la prima con bandiera italiana a riportare direttamente in Libia naufraghi salvati in mare. Un intervento che le Nazioni unite stanno analizzando con attenzione, ricostruendo la linea di comando dietro la decisione del capitano di fare rotta verso sud. La difficile giornata del 30 luglio nel Mediterraneo inizia con un Sos alle 8.34, partito dal coordinamento dei soccorsi della Guardia costiera italiana. Un gommone, a circa 17 miglia nautiche dalla costa libica, con 120 persone a bordo. In distress, recita il messaggio NavTex diffuso sui canali marittimi. È solo il primo di cinque naufragi. Come avviene da mesi il coordinamento delle operazioni passa ai libici, che portano a Tripoli i sopravvissuti. “It’s our business”, diranno i marinai nordafricani alla nave della Ong Open Arms, presente nell’area, rispondendo ad un’offerta di aiuto.

C’è un sesto evento, però, che apre un capitolo nuovo. È un gommone bianco, con 101 naufraghi a bordo. Si avvicina, poco dopo le 14.30, verso la piattaforma off-shore “Sabratah”, gestita da una joint venture tra la libica Noc e l’Eni. A un miglio e mezzo c’è la nave Asso ventotto, della società Augusta offshore Spa di Napoli. Quello che accade da questo momento in poi è ancora confuso, con versioni contrastanti. Sicura è la conclusione: anche quelle 101 persone – tra queste cinque bambini e cinque donne gravide – finiranno a Tripoli, trasportate dalla motonave con bandiera italiana. È la prima volta da quando la Libia è divenuta la piattaforma di partenza di migranti e rifugiati.

Torna la questione centrale, quella del Place of safety, il luogo sicuro. “Ribadiamo che la Libia non è un porto sicuro per lo sbarco di migranti e richiedenti asilo salvati dopo un naufragio”, spiegano al Fatto quotidiano gli uffici dell’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, aggiungendo di “voler approfondire il caso”. Può, dunque, una nave italiana riportare in Libia naufraghi in fuga dal quel paese? Le linee guida dell’organizzazione internazionale del mare (Imo) sono chiare. La risoluzione del 20 maggio 2004 prescrive la “necessità di evitare lo sbarco in territori dove la vita e la libertà di chi rischia persecuzioni” è a rischio. Indicazioni che valgono anche per le navi private.

Capire chi abbia ordinato alla Asso ventotto di dirigersi a Tripoli è, dunque, un elemento essenziale. Il dato di partenza è la posizione delle autorità italiane. La Guardia costiera ha comunicato ieri di non aver mai seguito questo caso, che sarebbe, dunque, stato trattato esclusivamente dai libici. La posizione dell’armatore conferma questa linea. In un comunicato la Augusta Offshore ha diffuso la ricostruzione degli eventi: dopo il salvataggio la nave “riceve istruzioni dal rappresentante dell’Authority libica a bordo di recuperare i migranti e di procedere verso Tripoli”. L’operazione si conclude alle 16.30. Poco dopo la nave si dirige verso sud “affiancata da una motovedetta della Coast Guard libica”. La Asso ventotto entra nel porto di Tripoli alle 21. C’è un passaggio importante a questo punto: i migranti salvati non vengono sbarcati direttamente, ma passano su navi libiche. Quasi ad evitare la possibile accusa di non aver rispettato le indicazioni sul Porto sicuro, scaricando la responsabilità interamente su Tripoli.

La versione fornita dall’armatore viene però messa in discussione dalla ricostruzione diffusa dall’onorevole Nicola Fratoianni, da qualche giorno a bordo della nave Open Arms. “Abbiamo parlato via radio con la Asso Ventotto ci hanno spiegato di aver avvistato loro il gommone – racconta Fratoianni, assicurando che tutte le comunicazioni sono registrate – e l’ufficiale di bordo ha prima detto che gli ordini era giunti dai libici, ma poco dopo ha affermato di aver ricevuto questa indicazione dalla piattaforma”.

Campo profughi

Caro direttore, come cittadino che paga il canone, incazzato per come finora i governanti si siano ritenuti padroni del servizio pubblico televisivo (ultimo Renzi, il peggiore) manipolando e negando una corretta informazione, oggi mi pongo di fronte alla nuova gestione Rai con la speranza che non riproponga lo stesso disprezzo per i cittadini. Non entro nel merito delle leggi sull’emittenza televisiva che sono state concepite finora dai governanti per proprie finalità politiche e non come servizio pubblico democratico. Credo addirittura che anche l’attuale legge renziana, finalizzata al controllo assoluto dell’informazione, non obblighi a scelte negatrici dei diritti dei cittadini. Voglio credere (a 81 anni) nonostante tutto anche a scelte fatte dalla buona politica. Ho votato perciò per i 5Stelle (senza incanto) il 4 marzo. Aspetto e giudicherò. Come lettore del Fatto, non ho l’ideale di un giornale dal “pensiero unico”, ma nemmeno con una linea di posizioni contrapposte, che disorientano e non aiutano alla comprensione dei fatti. Domenica scorsa Travaglio scrive: “… il Pd e FI, cioè i più volgari lottizzatori dell’ultimo quarto di secolo, hanno trasformato la Rai da grande azienda culturale a ufficio di collocamento per trombettieri e trombati, raccomandati e poco raccomandabili, amanti e leccaculi (fatte salve le solite eccezioni, peraltro ridotte al lumicino dalla stratificazione delle epurazioni)…”. Contemporaneamente Padellaro si risente perché Di Maio ha promesso di cacciare i “raccomandati e parassiti” e lo accusa di “sparare nel mucchio indiscriminatamente, facendo intendere illogicamente che Di Maio si riferisca a tutti, anche a quelli che ogni giorno mandano avanti con passione e professionalità la Rai (compresi Report e Presadiretta)”. A ognuno, ovviamente, il proprio diritto e la propria libertà: a Travaglio e a Padellaro delle loro opinioni, al Fatto della sua concezione del pluralismo giornalistico, al lettore del Fatto delle sue perplessità.

Salvatore Giannetti

 

Caro Salvatore, la sua lettera mi dà l’opportunità di chiarire, come ogni tanto è giusto fare, la “linea” del nostro giornale. Quando, nove anni fa, lo fondammo con Antonio Padellaro e un pugno di colleghi temerari, sapevamo benissimo di condividere alcuni valori fondamentali, pur partendo da idee molto diverse. Infatti Antonio, nel suo editoriale di esordio, spiegò che la nostra “linea politica” era né più né meno la Costituzione. Quando poi la direzione toccò a me, fui tentato di stampare sotto la nostra testata un aforisma di Altan: “Mi vengono in mente pensieri che non condivido”. Sa, in questo mestiere non bisogna mai prendersi troppo sul serio.

Meglio conservare un certo distacco autocritico da tutto, anche dalle proprie idee, disposti a metterle in discussione se i fatti (non le convenienze) vanno in direzione opposta. Il Fatto non è un partito, né una chiesa, né una caserma. È un campo profughi che dà un tetto, un pasto caldo e una tribuna a chi non può scrivere liberamente altrove. Infatti, da direttore pro tempore, mi capita spesso di pubblicare con grande gioia commenti che non condivido. Mi rendo conto che qualche lettore può esserne disorientato, ma poi le lettere che riceviamo dicono che anche la nostra comunità di lettori è molto variegata e plurale. Tantopiù in una fase politica caotica e liquida come questa, con milioni di voti come palline da flipper. Senza tante chiacchiere retoriche sul pluralismo, penso che mettere a confronto teste, idee e voci diverse sia un arricchimento, non una cacofonia. Fermo restando che un’antica convenzione vuole che la “linea” del giornale sia rappresentata da ciò che scrive il direttore. Il che non vuol dire che abbia sempre ragione lui: è un po’ come la Cassazione, che per convenzione ha l’ultima parola sui processi, ma non è affatto detto che la sappia più lunga di pm e giudici di tribunale e d’appello.

Nel caso però dei nostri due commenti sulla Rai da lei citati, caro Salvatore, Padellaro e io eravamo perfettamente d’accordo. Semplicemente affrontavamo la questione da due prospettive diverse. Antonio bacchettava giustamente Luigi Di Maio per la sparata contro i “raccomandati e parassiti”: non perché la Rai non ne pulluli, anzi, ma perché ora Di Maio è il capo del partito di maggioranza relativa, il vicepresidente del Consiglio e il ministro del Lavoro, Sviluppo e Telecomunicazioni e non può più parlare come un leader d’opposizione: sia perché il governo non deve mai intimidire chi fa informazione, sia perché spetta anche a lui cambiare le regole del servizio pubblico per premiare il merito anziché l’obbedienza. Io invece esprimevo i miei giudizi feroci sul livello deprimente di conformismo e leccaculismo di gran parte dei piani medio-alti della Rai, sempre pronti a saltare sul carro del vincitore. Ma queste, appunto, sono cose che può dire un giornalista, non un vicepremier. Altri lettori hanno notato una divergenza fra me e Padellaro su Marcello Foa, designato dai giallo-verdi alla presidenza della Rai in quota Lega. Se così fosse, non ci sarebbe nulla di male, né di strano. Ma anche su Foa è solo una questione di prospettive: Padellaro contestava alcune esternazioni di Foa pro-Putin, anti-euro e anti-Mattarella. Anch’io dissento dai No Euro (ma anche dai tifosi acritici di questo sistema dell’euro) e, se proprio devo esprimere “disgusto”, lo riservo più a Putin che a Mattarella (che ho duramente criticato per alcune scelte). Penso però che nessuno possa essere processato od ostracizzato per le sue idee e che un intellettuale e manager qualificato come lui, anche se non la pensa come me, abbia tutto il diritto di presiedere la Rai, visto che è competente e non deve la sua carriera a un partito. Poi, come tutti, lo giudicheremo da ciò che farà.

Erano tutti uomini di Sergio. Ora c’è John

Kids, bambini. Così Marchionne amava chiamare non senza una certa dose di affetto la nidiata di manager il cui talento aveva scovato e coltivato negli anni, in azienda. Quei “bambini” hanno avuto il tempo di crescere sotto la sua ala. Nonostante la scomparsa improvvisa del loro mentore, sono (stati messi) in grado di camminare da soli. I nomi sono tanti, facciamo quelli grossi: Mike Manley che l’ha spuntata per la successione, ma anche Altavilla che ha deposto le armi, e poi Gorlier, Francois, Gilles e Bigland, senza dimenticare un Marchionne boy della prima ora come Luca De Meo, (felicemente) passato qualche anno fa al gruppo Volkswagen, dove ha risanato Seat ma che gli insider accreditano per ruoli di ancora maggiore responsabilità.

Denominatore comune, la fedeltà. Quasi più all’uomo che all’azienda, tanto da far pensare che la storia anche manageriale di Fca non sarebbe stata la stessa senza il bulldozer in pullover. Indizi? Le dimissioni fulminee dello stesso Altavilla dopo il suo addio e i dubbi di Francois sull’andare avanti o meno, sostiene qualcuno bene informato. Il compito di evitare l’implosione, tenendo la barra dritta e centrando gli obiettivi fissati dal piano industriale è ora di John Elkann. È lui che ha fatto prevalere la componente anglosassone, sacrificando quella tricolore. È lui che è ha scelto un successore meno “ingombrante” per prendersi in prima persona le responsabilità dell’azienda, come la famiglia gli chiede. È lui che ora, da bruco, dovrà diventare farfalla.

Da Hyundai a Geely per attaccare il mercato cinese

Chi sono i potenziali partner di FCA? In pole position ci sarebbe Hyundai: secondo le indiscrezioni, il colosso coreano starebbe aspettando il momento giusto per entrare nel capitale di FCA. Si tratterebbe di un matrimonio “ideale” per il gruppo italoamericano, sia per le risorse finanziarie di Hyundai che, soprattutto, per il know-how del costruttore asiatico su motori ibridi, elettrici e celle a combustibile. Non è chiaro, però, se la FCA del futuro includerà Alfa e Maserati, che potrebbero essere scorporate, rimanendo (insieme a Ferrari) l’unico asset automobilistico di Exor, la holding degli Agnelli che detiene la maggioranza di FCA. Ad ingolosire i coreani rimarrebbero Jeep e Ram, galline dalle uova d’oro e chiavi di volta per conquistare USA e Cina. In lizza pure la PSA: “Gli azionisti di FCA hanno detto che Psa non sarebbe un buon partner”, ha suggerito l’ad del gruppo francese, Carlos Tavares. “Ma quando sei in buona salute economica e hai investito nelle tecnologie, puoi poterti confrontare con gruppi che non hanno fatto altrettanto e necessitano di appoggiarsi su qualcun altro (come FCA, appunto, ndr.). “Siamo aperti a ogni proposta, ma per fare un deal bisogna essere in due”. Un messaggio chiaro. Tuttavia, come conferma Manley, “la Cina è la maggiore sfida per FCA”: perciò un nuovo socio dagli occhi a mandorla farebbe assai comodo. Geely è la migliore candidata e, dopo aver rilanciato Volvo e scalato la quota di maggioranza di Daimler (Mercedes-Benz), sarebbe pronta a espandersi ulteriormente: il suo presidente, Li Shufu, ha già incontrato i vertici di FCA un paio di volte nel 2017.