La “rotta” Marchionne. Continuità su auto e tecnologia

La morte di Sergio Marchionne è stata un terremoto mediatico e finanziario che ha scosso FCA (col titolo crollato del 15,5% in un solo giorno), obbligandola a una frettolosa riorganizzazione dei vertici aziendali. Tutto ciò a poche settimane dalla pubblicazione, lo scorso 1° giugno, del piano industriale 2018-2022: strategia che rappresenta il lascito più importante del manager abruzzese, nonché il presupposto per la piena occupazione degli stabilimenti italiani.

“I nostri obiettivi rimangono inalterati”, ha promesso il nuovo ad di FCA, l’inglese Mike Manley: “Vogliamo una FCA indipendente e forte. Non significa che non collaboreremo su componenti o accordi di settore, ma non abbiamo bisogno di niente di più”. Parole in linea con quelle formulate da Marchionne all’inizio dell’anno.

FCA punterà forte su Alfa Romeo, Maserati – interamente assemblate in Italia – e Jeep, senza scordarsi di Fiat e Chrysler che, però, diverranno marchi regionali destinati alle due sponde dell’Atlantico. Il target commerciale annuo del Biscione è di 400 mila auto entro il ’22 (tre volte quanto vende oggi), con un margine di guadagno del 10%: numeri che la marca avrebbe dovuto centrare già nel 2018, secondo il piano FCA del 2014. Via la MiTo e dentro due nuove suv, posizionate sopra e sotto la Stelvio. Spazio anche alla GTV, alias Giulia coupé, e alla supercar 8C. Solo un restyling per la compatta Giulietta.

Maserati mira al raddoppio delle vendite, portandole a 100 mila pezzi l’anno, con margine del 15%: il grosso lo farà l’inedita sport utility media (stessa taglia della Stelvio, da cui erediterebbe il pianale), mentre le nuove generazioni di Quattroporte e Levante condivideranno l’architettura di alluminio e l’opzione della trazione 100% elettrica con la sportiva Alfieri.

Obiettivo analogo per Jeep: nel 2017 ha consegnato 1,4 milioni di auto ed entro 4 anni vuole venderne il doppio, rinnovando la gamma e ampliandola con la “baby” Renegade – potrebbe essere costruita in Italia – e il suv extralarge che marcherà stretto Range Rover. In casa Fiat, invece, sopravvivranno solo le famiglie 500 e Panda: in altri termini, FCA fabbricherà più auto di lusso e meno modelli “popolari”.

Del piano fanno parte la guida autonoma e l’elettrificazione: lo sviluppo della prima è imprescindibile dalla collaborazione con Waymo, la controllata di Google che lavora sull’autopilota (e a cui FCA ha già fornito 600 Chrysler Pacifica ibride, usate come prototipi), e dall’alleanza con BMW e Intel-Mobileye. Mentre per l’elettrificazione – tecnologia ibrida ed elettrica – servirà, probabilmente, un partner ricco e tecnicamente avanzato.

Cavern Club. Com’era e come non è il locale dei Beatles

Sono poche le grandi icone culturali che reggono l’impatto con la realtà, e se c’è un esempio che vale per tutte è quello del Cavern Club di Liverpool, “il luogo di nascita dei Beatles”. Il locale dove i Fab4 suonarono quasi 300 volte – fra il 9 febbraio 1961, un debutto mediocre all’ora di pranzo, all’ultima esibizione, entrata nel mito, del 2 agosto 1963 – non c’è più dal 5 giugno 1973, quando un’amministrazione cittadina incapace di intuirne il potenziale turistico demolì l’edificio che lo ospitava, lasciando che la galleria sotterranea e il palco angusto al 10 di Mathew Street che avevano lanciato la band finissero riempiti di macerie. Oggi, il Cavern è una riproduzione dell’originale, costruita sopra la precedente con una parte dei mattoni del primo locale – gli altri si trovano ancora in vendita – ma con comfort e ventilazione da anni duemila.

E a quanto pare che quel Mito sia di cartapesta non importa a nessuno, se il club, o meglio la sua copia, sopravvive in buona salute, grazie ad un mix sapiente di nostalgia e marketing. Del resto la storia del Cavern non si intreccia solo con il miracolo pop dei Beatles: fin dalle origini, è uno dei luoghi della storia musicale britannica. Viene fondato nel 1957 da Alan Synter, che a Parigi aveva frequentato il locale jazz Le Caveau de la Huchette e, deciso ad aprire qualcosa di simile a Liverpool, non aveva trovato di meglio che un ex rifugio antiaereo. Synter odia il rock, ma i conti vanno male ed è costretto a fare spazio alla moda delle nuove band, fra cui i Beatles, che al Cavern debuttano nella primissima formazione, i Quarrymen, e poi vengono consacrati al ritorno dal famoso tour di Amburgo.

Sono stati i Beatles a creare il Cavern o il Cavern a creare i Beatles? È famosa la sprezzante risposta di John Lennon: “Non dobbiamo niente al club. Gli abbiamo fatto un favore e li abbiamo resi famosi”. Giudizio ingeneroso: il locale è buio, piccolo e umido, ma proprio questo fa la sua fortuna. Con una capienza da 300 posti e un’ottima acustica, nella febbre da rock dei primi anni Sessanta è facile riempirlo e la compressione dei corpi alimenta l’entusiasmo e l’eccitazione dei fan. E poi, in quelle quasi 300 date, i Fab4 imparano a suonare e gestire il pubblico, gavetta indispensabile per il successivo trionfo globale. Eppure, nel 1966, quando il Cavern attraversa una delle sue molte crisi e deve brevemente chiudere le porte, nessuno di loro muove un dito per salvarlo.

Gli anni successivi sono difficili. Al Cavern suonano i Rolling Stones, I Yardbirds, Eric Clapton, Elton John, i Queen, i Black Sabbath, The Who, ma nel 1973, con la demolizione del sito originario per far posto ad una cabina di ventilazione per British Rail – poi mai realizzata – il mito del locale si appanna. I fan dei Beatles vengono a Liverpool per il Cavern, e trovano un parcheggio. Bisogna aspettare l’omicidio di John Lennon a New York, nel 1980, per rivedere il pellegrinaggio dei turisti e l’interesse delle autorità. Il sito originale non si può ripristinare, perché si scopre che sotto la Caverna c’è una distesa d’acqua. Bisogna accontentarsi di una “copia identica al 75%” allo stesso indirizzo. Apre nel 1984 e, dopo alterne vicende, nel 1991 viene acquisito dal Cavern City Tours, agenzia specializzata in pacchetti turistici che lo trasforma in una macchina da soldi nel solco dei Fab4, con merchandising, eventi celebrativi, un Festival, concerti di tribute bands, proventi del Beatles Tour ufficiale e anche, nel secondo palco ricavato con la ricostruzione e nel pub collegato dall’altra parte della strada, concerti live di gruppi famosi e non. L’anno scorso ha festeggiato i 60 anni.

Dei membri superstiti, Paul McCartney è l’unico ancora legato al club delle origini. L’unico a tornarci; nel 1968, con la fidanzata Linda; nel 1999, con la band del momento e infine, la scorsa settimana, con un concerto a sorpresa sull’onda della nostalgia. Non è solo sentimento: Macca ha un nuovo album in uscita, Egypt Station, e il 12 dicembre, proprio dalla Liverpool Echo Arena, partirà il nuovo tour inglese. Anche per questo lo scorso mese ha suonato in un pub locale, e ha deliziato il pubblico del Late Show di James Corden con un emozionante ritorno nella casa della sua adolescenza al 20 di Forthlin Road, dove scrisse le prime canzoni.

Aprendo il concerto al Cavern, pochi giorni fa, ha gridato: “Liverpool! Cavern! Due parole che vanno a braccetto”. È proprio così, nella forma rivisitata, contemporanea, commerciale del Mito.

In vacanza on the road con Carletto e Albertone

Due simboli nazional popolari al prezzo di uno. È così che si può istintivamente presentare In viaggio con papà che nel 1982 segnò la prima “collaborazione” fra Alberto Sordi e Carlo Verdone, replicata poi nel 1986 con Troppo forte. Un’operazione cinematografica creata ad hoc per far interagire le prime donne dell’italcomedy romana di due generazioni diverse: detta così, la commedia road movie con Albertone & Carletto suona da risultato di una strategia di marketing a tavolino, ma per quanto non sia andata molto diversamente, è bello pensarla in modo più romantico. Alla regia è Sordi che si ricuce il ruolo di Armando, papà poco paterno del candido Cristiano (Verdone). Questi gli piomba in casa proprio alla vigilia delle vacanze estive, che tuttavia il genitore si è già programmato con la gagliarda fidanzatina. L’arrivo di Cristiano scompiglia le carte e il viaggio “riformulato” insieme diventa occasione di sotterfugi, malintesi e tante, tantissime bugie, il tutto all’insegna di esilaranti gag.

Lontano da essere un cult in senso classico, In viaggio con papà resta inciso nella memoria pop proprio per il passaggio di testimone fra l’intramontabile Albertone e l’inimitabile Carlo Verdone.

No cafoni, no kayak, no kebab: le pazze ordinanze stagionali

Ai sindaci italiani non manca certo la fantasia; figurarsi in estate, stagione ideale per dare sfogo alla creatività.

Inaugura la parata delle ordinanze stravaganti il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, che ieri ha emesso un’ordinanza per vietare l’uso di kayak, pedalò, canoe e tavole a remi – attrezzi largamente utilizzati, a quanto pare – sul Canal Grande e gli altri rii principali della città sull’acqua. Segue il primo cittadino di Genova Marco Bucci, che ha deciso, con l’arrivo del caldo, di approvare la cosiddetta ordinanza “etnica” che vieta l’apertura nel centro della città di kebab, call center, money transfer e altre attività considerate poco decorose.

Ma i luoghi dell’estate sono soprattutto le spiagge ed è qui che i sindaci si sono sbizzarriti, a cominciare dalla Capitale. Virginia Raggi, per questa stagione, ha deciso di confermare l’ordinanza dell’anno scorso che difende i bagnanti dei lidi romani che portano con sé e consumano sulle spiagge il cibo preparato a casa.

La norma istituita dalla sindaca sancisce infatti il divieto “di apporre presso gli stabilimenti balneari qualsivoglia regolamento che vieti il consumo di alimenti e bevande al di fuori della cabine” con buona pace dei gestori più avidi. Salva dunque la tradizione dei “fagottari” romani che fin dagli anni Trenta sono soliti portarsi al mare i piatti cucinati a casa, proseguendo un’usanza così tipica da essere stata immortalata nel dopoguerra da diversi film neorealisti.

Da Maruggio, in provincia di Taranto, arriva la riconferma di un altro stop: quello approvato dal primo cittadino Alfredo Longo, che proibisce l’uso dei palloncini sul litorale cittadino. La norma è dettata dalla volontà di proteggere le tartarughe che, secondo studi compiuti sulle spiagge ioniche, spesso muoiono ingerendo pezzi di palloncini.

A Crosia, in provincia di Cosenza, in barba allo storico divieto di appiccare falò onde evitare spiagge carbonizzate e multe salate, il sindaco Antonio Russo ha emesso un’ordinanza, per quest’anno, in cui si invitano i cittadini a riunirsi durante la “Notte dei falò” allo scopo di “favorire la socializzazione attraverso una delle usanze più popolari dell’estate”.

Risalendo verso il centro Italia, a Firenze, il vicesindaco Cristina Giachi, ha emesso un’ordinanza a tema “Piazze vivibili”. Sono vietati, nell’ordine: “Lo stazionamento sulle panchine, la creazione di giacigli o la detenzione di bevande alcoliche quando tali comportamenti avvengano in stato di ebbrezza alcolica”. Come a dire: da sobri vale tutto. Chiude il cerchio la riviera romagnola. A Cervia (Ravenna), il primo cittadino Luca Coffari vieta ai bagnanti di farsi fare massaggi o tatuaggi sotto l’ombrellone. E per contrastare l’abusivismo commerciale, sono vietateperfino le “treccine”.

Quella capanna nel bosco al Margine dell’età adulta

Che al posto della pineta un giorno ci avremmo trovato un residence lo dicevano da sempre. Ai primi di agosto arrivavo in macchina coi miei e dopo dieci di ore di viaggio non entravo nemmeno in casa a salutare la nonna perché dovevo scappare a controllare se la capanna c’era ancora. Passavo a chiamare Ettore e Claudio e tutti e tre ci mettevamo a correre vero il Margine. Così chiamavano in paese il posto dove avevamo costruito Mec. La promessa solenne era di entrarci sempre tutti e tre insieme, tanto che a settembre la chiave del lucchetto me la portavo a Milano.

“Così nessuno può imbrogliare” dicevo intascandomela e gli altri due, alla fine, annuivano.

La paura di non trovarla più era la stessa anche per Ettore e Claudio, che abitavano a Ostuni. Nemmeno loro durante l’anno andavano mai fino lì. Arrivare al Margine, del resto, era difficile per chiunque e secondo la nonna laggiù ci andavano “solo gli incoscienti”. Superata la chiesa sgattaiolavamo tra i vicoli bianchi in discesa e in fretta si arrivava fuori dal paese. Comparivano i filari di ulivi e dietro il mare che spumava placidamente. Era davvero il Margine quel posto, perché oltre la pineta nessuno sapeva cosa c’era. “Dopo inizia un altro paese, che però è disabitato”, “c’è la terra nuda”, “ci stanno solo cani randagi”. Questo ti rispondevano se chiedevi informazioni. Anche quando abbiamo iniziato a costruire la capanna sapevamo che potevano arrivare le ruspe. Da quando mia madre era piccola si parlava di costruire un residence su quei terreni abbandonati. Le avremmo sentite rombare tra i pini e lentamente sarebbero avanzate contro di noi, armati solo di rami. Claudio ripeteva che avrebbe fatto resistenza fino all’ultimo, come quel ragazzo che in piazza Tienanmen aveva sfidato i carrarmati. La televisione lo faceva vedere sempre.

La capanna l’abbiamo costruita all’inizio di nascosto e poi con l’approvazione del cugino di Claudio. È stato lui ad aiutarci ad assemblare il tetto. Per noi bastava affiancare delle assi, ma lui ci spiegò che non funziona esattamente così. Quello che mi piaceva della capanna era che le demmo subito un nome e le cose quando hanno un nome vanno al di là di ciò che sono. Diventano umane. La chiamammo Mec, come le iniziali dei nostri nomi. La nonna ci cucì quella parola su un vecchio tovagliolo e quel tovagliolo divenne la nostra bandiera, lo stemma sventolante che segnalava l’unica abitazione del Margine. Tutto attorno a Mec c’erano sterpaglie e fronde, non più aghi di pino, né si sentiva l’odore salmastro del mare. Claudio a fine estate diceva sempre: “Ce la mangeranno gli sterpi. Non la troveremo più”. Ettore scuoteva la testa “vedrai che i topi faranno prima”. Da una parte all’altra delle assi di legno avevamo ammonticchiato pietre. Io avevo paura dei cani che potevano venire a raspare con le zampe, Claudio che gli arbusti durante la brutta stagione l’avrebbero fatta vacillare. Queste eventualità ci preoccupavano molto più delle ruspe. Che costruissero un residence al Margine, del resto, significava ammettere che qualcuno oltre a noi potesse provare interesse per quel luogo, e questo era inaccettabile.

Mi ricordo quanto ci eravamo divertiti ad arredare Mec. In fondo l’avevamo costruita per quello, per avere uno spazio da personalizzare. Io e Claudio non avevamo una stanza nostra e Ettore doveva dividere la sua con due sorelle più grandi. Ci finirono dentro un portacenere dell’amaro Averna rubato a un tavolino del bar Caruso, uno sgabello che divenne un bancone e quattro cuscini che finirono subito impastati nella terra secca.

Dire adesso cosa facevamo dentro la capanna non è facile. Sostanzialmente stavamo a boccheggiare e a cercare di accoppare zanzare. Fumavamo le prime sigarette, con le ginocchia sotto il mento. Stare lì a soffocare in quell’assenza assoluta di spazio e di ossigeno è una delle esperienze più libere che abbia mai fatto. L’unico argomento di cui ricordo che si discuteva era portarci una ragazza. Si stringevano patti su come ciascuno di noi nel caso – e solo in quel caso! – poteva avere per sé la chiave del lucchetto. Io l’avrei spedita con un corriere per farla arrivare in due giorni al massimo. Avrei conservato in un paio di calzini di spugna i soldi necessari per la spedizione.

Non so quando è stato il primo anno in cui non ci sono andato. La nonna non c’era più e i miei non avevano ragione di farsi dieci ore di macchina per arrivare fino a Ostuni. I posti non valgono mai per sé stessi, sono un’emanazione delle persone. Ostuni prima che essere un paese era la nonna. Così, di colpo, senza che lo potessi prevedere, tutto è finito. Claudio, Ettore, il Margine, Mec. Quando mi capitava di ripensarci ero in treno che giravo l’Europa con nuovi amici, una fidanzata di cui ricordo il nome ma non più la voce. Mi veniva in mente Mec, il portacenere dell’amaro Averna, lo sgabello che usavamo come bancone del bar. Pensavo che aveva ragione Claudio, la natura certamente si era ripresa tutto. Mec sarà prima vacillata e poi crollata su se stessa. Non servono le ruspe per distruggere, basta dimenticare. Basta non tornare più. Ogni tanto, anche quando avevo già finito da un pezzo il liceo, mi sentivo in colpa per non aver più telefonato o scritto a Ettore e Claudio, che ormai non avrei riconosciuto per strada perché i nostri visi erano cambiati. Anzi, mi auguravo di non incontrarli mai più. L’imbarazzo di non sapere che dire, gli sguardi di diffidenza, l’incapacità di sovrapporre il ricordo di quelle estati sempre più lontane erano pensieri che mi intristivano. Ruspe o no, di Mec non sarà rimasto niente perché dell’adolescenza non rimane mai niente, mi dicevo. E lo penso tutt’ora. Si diventa altro. Chi siamo stati non ha niente a che vedere con chi siamo adesso.

Sono tornato a Ostuni per caso, venticinque anni dopo. Alloggiavamo in un piccolo albergo dentro il paese. Caterina aveva finito la scuola materna, Riccardo aveva da poco imparato a camminare. Era il solito pomeriggio d’estate, con la controra che affoga le strade deserte, il sole che rimbalza sulle pietre di tufo, sfarinate e polverose eppure così eterne. Anna e i bambini dormivano e io mi sono incamminato da solo, non più le scarpe da tennis ai piedi ma scarpe di cuoio leggero, da quell’adulto banale che sono diventato. Ho sceso le vie del paese, una a una, senza pensare a niente. Ho costeggiato gli ulivi e sono arrivato nella pineta. Ascoltavo il mare che spumava. Cercavo di alzare terra perché volevo sentire gli aghi dei pini pungermi i piedi. La pineta è finita prima del solito, ne era rimasta appena una metà, forse meno. Il residence era colorato e maestoso, ma di una maestosità fasulla. Gli appartamenti coi balconi tutti uguali, al centro lo stesso tavolino di plastica e sopra l’ombrellone del Cornetto Algida. Oltre i cancelli si vedeva gente che faceva il bagno in piscina, dando le spalle al mare cobalto.

Ho camminato ancora. Piano piano è cominciata una vegetazione sempre più spettinata, sempre più fitta. Dalla statale il rumore delle macchine e dei trattori si sentiva ormai a malapena e il vociare dei bagnanti del residence era stato inghiottito dal silenzio della controra. Gli alberi hanno lasciato il passo a rovi e cespugli. Le ortiche hanno iniziato a sfregarmi le gambe e mi sono tirato su i calzini per proteggermi dai graffi. Sono restato un po’ interdetto, fermo su me stesso, mi sono guardato alle spalle un paio di volte ma poi ho continuato, sempre lentamente, sempre impaurito dal Margine e dalla sua vegetazione soffocante. Quando ho intravisto tra i rami il fazzoletto ricamato dalla nonna mi sono messo a correre senza badare alle piante che mi sfregavano la pelle. Le nostre iniziali si leggevano ancora, anche se il cotone blu si era sfilacciato sulla mia lettera. Il lucchetto era un grumo di ruggine, non è stato difficile romperlo. Si è sbriciolato con un paio di colpi di pietra. Sono entrato a carponi dentro Mec. Mi sono accucciato sul rimasuglio di un vecchio cuscino e anche se non ne avevo nessuna voglia mi sono acceso una sigaretta. L’aria era irrespirabile, stagnante. Un ramo si era infiltrato tra due assi. Devo essermi messo a parlare da solo nella convinzione di parlare con Ettore e Claudio. Quando sono uscito fuori la camicia era macchiata di sudore. Mi sono battuto le ginocchia con le mani per scrollarmi di dosso la terra. Boccheggiavo. Ho cercato di appendere il lucchetto rotto ma non ci sono riuscito. Sono restato non so quanto a guardare quella natura orrenda, di erbacce e rami spinosi, che si era ripresa tutto. Amici, adolescenza, estati senza tempo. Quella natura inesorabile, di una cattiveria impietosa, con la sua giustizia impossibile da comprendere, quella che secondo Claudio avrebbe distrutto ogni cosa. La stessa che aveva conservato ciò che rimaneva di noi.

 

© 2018 Marco Balzano.
In accordo con Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency (PNLA), Milano

Matematici da olimpiade

Si apre il 1 agosto a Rio de Janeiro il Congresso Internazionale dei Matematici: una sorta di Olimpiade della matematica, che si tiene appunto ogni quattro anni in punti diversi della sfera terrestre. Le due manifestazioni sono praticamente coeve, essendosi tenuti i primi Giochi Olimpici moderni ad Atene nell’aprile 1896, e il primo Congresso Internazionale a Zurigo nell’agosto 1897.

Ed entrambe le manifestazioni assegnano un ristretto numero di ambiti premi, il più noto dei quali è per i matematici la medaglia Fields, sulla quale torneremo.

A differenza dei Giochi Olimpici, però, è forse difficile capire cosa ci possa essere di appassionante per il pubblico in un raduno di intellettuali: a parte ovviamente i pettegolezzi sui divertimenti canonici, facilmente immaginabili, che sono stati ironicamente o satiricamente descritti da David Lodge nei fortunati romanzi Scambi e Il professore va al congresso (Bompiani, 1991 e 1994). Ma, come non è necessario essere sportivi per appassionarsi alle gare olimpiche e tifare per i propri atleti (anzi, meno si è sportivi e più si è tifosi, e viceversa), non è necessario essere matematici per osservare dagli spalti le acrobazie intellettuali dei protagonisti e appassionarsi alle avventure dei loro raduni.

Ad esempio, il secondo congresso si tenne a Parigi nel 1900, in concomitanza con la memorabile Esposizione Universale, e nella prolusione di apertura il matematico tedesco David Hilbert elencò una serie di problemi aperti che avrebbero dato filo da torcere ai suoi colleghi per l’intero secolo. Alcuni rimangono ancora aperti anche oggi, e il più famoso è la cosiddetta ipotesi di Riemann, alla quale è dedicato il fortunato L’enigma dei numeri primi (Rizzoli, 2004) di Marcus du Sautoy: un libro recensito entusiasticamente a suo tempo da Umberto Eco, che disse di averlo letto sulla spiaggia, forse conscio del fatto che l’enigma sarebbe rimasto tale anche se l’avesse letto nella biblioteca di casa.

Il primo problema della lista di Hilbert era invece l’ancor più famosa ipotesi del continuo, proposta in origine dal matematico tedesco Georg Cantor: uno dei due ideatori dei Congressi Internazionali, insieme al collega e compatriota Felix Klein. Al secondo congresso, che si tenne a Heidelberg nel 1904, il matematico ungherese Gyula König annunciò di aver refutato l’ipotesi di Cantor, e i lavori furono sospesi perché tutti potessero andare a sentire la sua conferenza. La notizia finì sui giornali, ma l’anno dopo la dimostrazione si rivelò sbagliata, e la vera soluzione dovette attendere sessant’anni: fu trovata nel 1963 da Paul Cohen, che per questo vinse la medaglia Fields a Mosca nel 1966.

Il premio prende il nome da John Fields, il matematico canadese che organizzò il congresso di Toronto del 1924, ma venne assegnato per la prima volta nel 1936 al congresso di Oslo, e per la seconda volta nel 1950 al congresso di Cambridge: negli anni intermedi non furono tenuti congressi, a causa della Seconda Guerra Mondiale, così come non c’erano stati fra il 1912 e il 1920, a causa della Prima. Nel frattempo, e paradossalmente, i matematici avevano perso il conto di quanti congressi internazionali erano stati tenuti: nel 1920 e nel 1924 i governi dei vittoriosi Alleati avevano infatti impedito, poco sportivamente, la partecipazione dei matematici delle perdenti Potenze Centrali. Quei due congressi non erano dunque veramente internazionali, e in seguito la vergogna per un tale comportamento suggerì di dimenticarli, e si smise di assegnare ai successivi un numero progressivo.

Quella non fu però l’unica volta in cui la politica intervenne, nel bene o nel male, a segnare un congresso. Nel 1950, ad esempio, i maccartisti statunitensi cercarono di impedire la partecipazione al matematico francese Laurent Schwartz, che doveva ritirare la medaglia Fields a Cambridge, perché era considerato filocomunista: dovette intervenire il presidente Truman in persona, per sbloccare la situazione. Viceversa, nel 1970 e nel 1978 fu l’antisemitismo sovietico a impedire a Sergei Novikov e Grigory Margulis di recarsi a Nizza e Helsinki a ritirare la proprie medaglie Fields. Nel 1966, invece, fu il matematico statunitense Stephen Smale a essere arrestato a Mosca dopo aver ricevuto la medaglia Fields, perché in una conferenza stampa improvvisata sulle scale dell’Università aveva criticato gli interventi militari americani e sovietici in Vietnam.

A proposito, di medaglie Fields ne vengono quasi sempre assegnate quattro in ogni congresso, con una media di una all’anno, e più raramente soltanto due. Per vincerla bisogna aver ottenuto qualche risultato memorabile prima dei quarant’anni: in origine, infatti, la medaglia era stata pensata come un premio di incoraggiamento per i giovani, anche se poi in seguito ha assunto lo status e il prestigio di un Nobel o di un Oscar. Comunque, la limitazione dell’età non fa poi una gran differenza: come disse il matematico inglese Godfrey Hardy nella sua Apologia di un matematico (Garzanti, 2002), “la matematica è uno sport da giovani”. Ma forse tutti gli sport sono fatti per i giovani, anche perché bisogna essere e rimanere immaturi per lasciarsi attrarre dall’agonismo e dalla competitività.

L’unico caso eclatante in cui la limitazione dei quarant’anni è risultata determinante è stato quello del matematico inglese Andrew Wiles, che nel 1993 annunciò di aver dimostrato il secolare ultimo teorema di Fermat. Anche lui finì sulle prime pagine dei giornali del mondo intero, per poi accorgersi, come König, che aveva fatto un errore. A differenza di König, riuscì a correggerlo due anni dopo, nel 1995: troppo tardi, però, perché era nato nel 1953. Al congresso di Berlino del 1998 non ricevette dunque la medaglia Fields, ma una targa ancora più speciale, e fino ad ora unica nella storia.

Come il premio Nobel o il premio Oscar, anche la medaglia Fields ha avuto il suo Bob Dylan o il suo Marlon Brando, che l’ha accettata, ma si è rifiutato di andare a ritirarla: il matematico francese Alexander Grothendieck, che boicottò il congresso di Mosca del 1966 per motivi politici. E ha avuto anche il suo Jean Paul Sartre o il suo Woody Allen, che l’ha semplicemente rifiutata: il matematico russo Grigori Perelman, che dopo il congresso di Madrid del 2006, al quale ovviamente non partecipò, ha fatto perdere le sue tracce.

Ovviamente, delle medaglie Fields sarebbe interessante dire perché l’hanno vinta, ma questo supera spesso le possibilità della divulgazione. Al congresso di Amsterdam del 1954, però, una mostra di suoi quadri fece conoscere l’artista olandese Maurits Escher ai matematici, che se ne innamorarono. E qualche anno dopo, nel 1959, lui li ripagò illustrando in Cerchio limite III uno degli storici modelli della geometria euclidea pubblicati da Eugenio Beltrami nell’agosto 1868, esattamente centocinquant’anni fa. Il matematico italiano aveva trentatré anni: se all’epoca ci fosse stata la medaglia Fields, l’avrebbe sicuramente vinta. Ma il quadro di Escher costituisce piuttosto un tardivo analogo della targa speciale ricevuta da Wiles, e realizza il sogno di qualunque matematico, di veder divulgato sublimamente il proprio lavoro in maniera comprensibile a tutti, o almeno percepibile da tutti.

Vittorio, un re nella galassia degli incazzosi tv

Nella galassia degli incazzosi catodici, Vittorio Feltri ha un ruolo tutto suo. Eterno borbottone, guarda al mondo con lo schifo atavico di chi – se solo potesse – ammazzerebbe tutti. Se Cacciari ce l’ha con tutti perché da entità superiore è conscio di quanto sia ingiusto che Alessia Rotta respiri il suo stesso ossigeno, e se le spoglie mortali di Sgarbi passano il tempo sulla tazza del cesso a farsi i selfie nudi e incartapecoriti con la figurina bonsai di un puffo a coprirsi le pudenda (tanto la figurina bonsai basta e avanza), Feltrone è diverso. Prima di tutto, lui va in tivù anche se non ci vorrebbe andare. Costantemente collegato da nessuna parte, e cioè dalla redazione del sedicente quotidiano da lui teoricamente diretto, Libero, Feltrone appare nei talkshow con la faccia di uno che ha appena bevuto sette whisky e gli girano parecchio le palle che qualche stronzo non gli abbia lasciato bere in santa pace l’ottavo shottino. Sebbene faccia tivù dal Pleistocene, non ha ancora capito che se sei in collegamento le domande dei conduttori ti arrivano in ritardo e sembrano interruzioni. Quando gli danno la parola, pretende di parlare dodici ore senza che nessuno osi interromperlo. Pretesa ardita, tenendo conto che l’ultimo Feltri insulta tutto e tutti.

L’altro giorno a Stasera Italia su Rete4: “La Puglia ha un alto tasso di disoccupazione. Allora dico ai disoccupati pugliesi: invece di stare a casa a grattarsi le palle vadano a raccogliere le olive, vadano a lavorare la terra, senza aver bisogno che arrivino dei negri a lavorare per conto loro”. Un gran bell’intervento, con quell’uso ameno della parola “negri” che in tivù non si sentiva dai tempi dei Watussi. Feltrone ha poi ribadito tutto su Facebook. Pochi giorni prima, a L’aria che tira, aveva allegramente parlato di “froci” e “culattoni”. Rosario Pellecchia, voce di Radio105, lo ha ritratto così su Twitter: “Ma #VittorioFeltri non lo si può internare? Medicine, minestra, badante… quelle robe lì. Da fascista, razzista e leccaculo quale è sempre stato ora è diventato un vecchio matto delirante”. Ed è stato uno dei più misurati nelle critiche. Feltrone, che non c’è ma ci fa e si diverte un mondo nel far tutto questo casino, va però avanti con l’obiettivo (riuscito) di andare oltre la caricatura di Crozza. Anni fa disse a Francesca Barra che le sue erano “braccia rubate alla discoteca”, e non aveva ancora visto la straordinaria carriera da candidata renziana della moglie di Jeeg Robot. Ultimamente è sempre in modalità “mi avete tutti rotto il cazzo brutte merde” e martoria chiunque. I grillini, anche se nel 2013 diceva che li avrebbe votati. David Parenzo, a cui ha riservato un “vaffanculo” in diretta per poi definirlo “il sorcio che infesta La7”. Epico anche lo sbrocco a La vita in diretta: “Fatemi finire per Dio, perché mi interrogate se non volete le mie risposte. Ma andate a farvi benedire, io non ci sto a questo gioco idiota… Sto facendo un ragionamento e mi rompete le palle”. Fino al capolavoro: “Siete degli asini. Siete maleducati, cafoni, incapaci di fare il vostro mestiere”.

E qui c’è del talento, perché Feltri che dà del “cafone” a Semprini è come Farinacci che dà del “fascista” a Gobetti. Se l’escalation continuerà in maniera esponenziale, non è difficile immaginare le prossime mosse del Rubizzo Feltrone. Prima darà del “coglione” a chi ha scritto questo articolo. Poi darà della “merda” a Di Maio. Quindi parteciperà a una gara indoor di scoregge con Sgarbi nel salotto sporco di Cruciani. Mandando tutti affanculo quando scoprirà di essere arrivato ultimo. Daje Vitto’.

Oltre le nomine, esiste anche un progetto?

L’ultima volta che ho avuto l’onore di incontrare Indro Montanelli è stato a pranzo con Marcello Mastroianni, in occasione dell’uscita del nostro film Sostiene Pereira. A un certo punto Montanelli si mise a parlare della Rai. Diceva che i suoi dirigenti andrebbero condannati non per ciò che fanno ma per quanto non fanno. Secondo lui il problema dell’azienda era la mancanza di un progetto. Sono passati vent’anni e l’orologio sembra essersi fermato.

Nel tempo si sono succeduti amministratori d’ogni tipo, ma è sempre mancata una visione, una ragione di essere, che non sia la spartizione del potere. Anche oggi, completato il nuovo Cda, si è parlato di lottizzazione. Non potrebbe essere altrimenti. La legge impone alle forze politiche di fare le nomine. Il nuovo ad, Fabrizio Salini, appare persona competente e leggendo il curriculum del nuovo presidente, Marcello Foa, sembra essere di fronte a una personalità di cultura non provinciale. Ma il progetto? Qualcuno è in grado di dire per quale compito sono stati designati? Le forze politiche che li hanno scelti hanno mai espresso un disegno per traghettare la Rai dal regno dell’analogico al mondo digitale? Poco si sa degli altri consiglieri, eccetto uno, votato dai dipendenti dell’azienda, Riccardo Laganà, già a capo dell’agguerrito movimento IndigneRai. Al momento è il solo che ha espresso pubblicamente una visione del futuro. Visto che latitano i progetti, siamo in grado di citarne uno, elaborato alla Sapienza da una docente, Mihaela Gavrila, che si era candidata a consigliere, senza essere stata eletta e neppure consultata. Grave errore delle procedure di designazione, che avrebbero dovuto essere sottoposte al vaglio pubblico. Vediamo i punti salienti del progetto. Il primo drammatico dato è che i circa 13.000 dipendenti sono un peso insopportabile per un’azienda che dovrebbe essere agile e snella. Non potendo licenziare, occorrerà provvedere a riqualificare migliaia di lavoratori le cui mansioni, alla luce delle nuove tecnologie, sono divenute obsolete. Altrettanto urgente è la riforma dei contenuti. Agli spettatori non interessano gli amministratori, interessano i programmi. Qui siamo all’anno zero. Intrattenimento e varietà rimasti immobili da decenni. Telegiornali asserviti ai partiti di turno. Ottimi giornalisti mortificati perché non allineati. Migliaia di appalti esterni, che potrebbero essere svolti all’interno dell’azienda. Si salvano le Teche, il cui patrimonio è inestimabile, dirette da Maria Pia Ammirati. Si salva il comparto cinematografico, diretto da chi ha dato prova di indipendenza, Paolo Del Brocco, cui si deve la sopravvivenza del cinema italiano. Non si può dire lo stesso del comparto fiction, dove l’eredità dei vari Saccà e Del Noce si fa sentire nella spartizione di centinaia di milioni tra un pugno di società, sempre le stesse.

Come potremo competere con Netflix e Amazon, se non siamo capaci di immaginare contenuti al passo con i tempi? Qualcosa si muove, è vero, ma è un’inezia a confronto del coraggio prodotto oltre oceano. Sinora la Rai ha dato prova di ignavia. Infatti milioni di spettatori, soprattutto giovani, sono emigrati altrove e 3 laureati su 4 non la seguono più. Bisognerà pur tenerne conto. Gli anziani guardano la tv, i giovani navigano, le donne preferiscono i canali tematici, i ragazzini i videogiochi. Se nessuno proverà a invertire la rotta, nel giro di un decennio questa azienda non esisterà più. La tv oggi ha un grande competitor, il web. Gli amministratori ancora non se ne sono resi conto. La tv generalista ha perso gli spettatori perché incapace di rinnovarsi. Scrive la docente della Sapienza che per salvare la Rai bisognerà “garantire l’infodiversità, l’innovazione e l’Ecologia sociale, anziché l’Ego/logia ”. Ne saranno capaci i nuovi amministratori o resteranno parole al vento?

Ci vuole orecchio per battere Salvini

Caro direttore, Roberto Saviano ha invitato a rompere il silenzio sulla politica e la retorica sostanzialmente fasciste di Matteo Salvini. Ho dedicato un piccolo libro (Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità, Edizioni del Gruppo Abele) al dovere di – sono parole di Bobbio – non lasciare il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza: e lì ho indicato proprio in Saviano uno dei non molti intellettuali liberi, e disposti a schierarsi. Su Salvini, poi, ho preso la parola in ogni sede: scrivendo, tra l’altro, la prefazione al libro che Antonello Caporale e Paper First hanno dedicato al “ministro della paura”.

Ma rompere il silenzio non basta. Racconta Emilio Lussu di un comizio in cui, quando un ascoltatore reclamò: “voce!”, si sentì rispondere: “orecchio!”. Per battere questa destra orrenda serve più orecchio che voce. Ci vuole ascolto, per capire perché (oltre al tessuto ricco, e talvolta razzista, del Nord che da anni si riconosce nel potere della Lega) anche i poveri, gli ultimi, gli “scartati” (come li chiama papa Francesco) hanno votato in massa per le forze che si sono saldate in questo governo. E perché, nonostante tutto, continuano a sostenerle. Se non lo capiamo, rischiamo di maledire un sintomo (Salvini) senza curare la malattia. È un problema di credibilità, certo: nessuna voce contro Salvini è sincera se non ha detto, o non dice, che Marco Minniti ha fatto di peggio, anche se lontano dalle telecamere.

O se non dice che il Dario Nardella che si fa riprendere mentre spiana con le ruspe un campo rom a Firenze è un sintomo della stessa malattia. E così via. Ma c’è qualcosa di terribilmente più profondo. Come si fa a chiedere agli italiani sommersi e sfruttati di stringersi intorno ai valori della Costituzione proprio mentre Sergio Mattarella, massimo garante della Carta e del suo primo articolo, si genuflette di fronte a un Sergio Marchionne? Questi è stato un formidabile campione della anti-costituzione materiale per cui lavoro e diritti non sono compatibili: se vuoi il primo, devi rinunciare ai secondi. Come si fa a non vedere che tra la canonizzazione di Marchionne e il consenso a Salvini c’è un nesso strettissimo? Come possiamo pensare che gli italiani in difficoltà ascoltino i nostri appelli antifascisti se essi sono sostenuti dallo stesso establishment che esalta Marchionne, il quale non ha voluto restituire all’Italia, e a ciò che resta del suo stato sociale, nemmeno i soldi delle tasse sul proprio gigantesco patrimonio? Come sperare che vengano ascoltati giornali e partiti nei quali Marchionne è esaltato come un super-uomo, in vita e in morte lontano anni luce dai sotto-uomini che muoiono sul lavoro, il corpo oscenamente sfranto in pubblico, o affogano aggrappati al relitto di una barca, sotto l’occhio delle telecamere?

Tutto l’establishment che chiama al conflitto contro Salvini è quello che diceva e dice che non è possibile alcun conflitto sociale: che è invece lo strumento per creare giustizia sociale, ed è stato disinnescato proprio dal Partito Democratico e dai suoi sostenitori. Quando Salvini dice “prima gli italiani”, nessuna risposta è credibile se non afferma la necessità di un conflitto invece “tra gli italiani”: tra i poveri e i ricchi, che “non vogliono le stesse cose” (Tony Judt).

Alla sinistra dei politici, professori, giornalisti paghi di appartenere alla ristretta cerchia dei salvati, disinteressati a cambiare il mondo e capaci solo di parlare di “austerità” e “responsabilità”, è subentrata una destra con una visione terribile e propagandistica, sanguinosa e fasulla. Salvini sa benissimo che non potrà cambiare in meglio la vita degli italiani: ed è per questo che accende la miccia della caccia al nero.

Ma nessuna risposta capace di erodere questo disperato consenso può fermarsi alla proclamazione delle ragioni dell’umanità. Carlo Smuraglia ha di recente ricordato che “ben pochi giovani sarebbero stati disposti a prendere le armi e a cacciare i fascisti solo per tornare allo Statuto albertino: quello in cui il sovrano concedeva, di sua iniziativa, i diritti al popolo”. Ebbene, davvero pensiamo di convincere gli italiani a una nuova (e ovviamente diversa) resistenza, solo per tornare all’Italia del Pd (e che sia il Pd di Renzi o Zingaretti davvero poco cambia), dell’inutile e distruttivo Tav, del Jobs Act, e di tutto il resto?

Bisogna saper vedere, e saper dire, che Salvini è il sintomo terribile, e finale, della malattia che ha devastato questo Paese anche “grazie” a ciò che chiamavamo “sinistra”. Bisogna saper indicare un’altra strada per costruire giustizia, eguaglianza, inclusione. Rompiamo il silenzio con tutta la forza che abbiamo, d’accordo: ma, per capire cosa davvero dobbiamo dire, bisogna prima saper ascoltare il Paese. Mai come oggi “ci vuole orecchio”.

Mail box

 

Ho 15 anni: non voglio vivere in un Paese razzista

L’allarme razzismo è solo un’invenzione? Gli italiani sono solo un popolo di persone per bene la cui pazienza è quasi finita? Questo è quanto dichiarato dal ministro degli Interni Matteo Salvini.

Eppure, le notizie degli ultimi giorni riguardanti l’aggressione del giovane migrante Dieng Khalifa destano in me molte perplessità. In primo luogo, vorrei precisare che chiunque ricorra alla violenza non è una persona perbene, ma un criminale. Scagliarsi contro un uomo indifeso, al grido “sporco negro torna a casa tua” è un atto vile e ingiustificabile, che non ha scusanti né logiche, è scorretto e andrebbe in tutti i modi criticato e contrastato. Un gruppo di razzisti non può essere nascosto dallo scudo di un popolo spazientito.

Si tratta di due cose ben diverse.

Purtroppo, il clima politico degli ultimi mesi ha influito negativamente sul pensiero collettivo. Quotidianamente, i migranti vengono descritti come una minaccia, e sempre più spesso dal ministero degli Interni arrivano messaggi che ribadiscono la loro diversità, in un contesto in cui diverso significa inferiore, alimentando il fuoco della discriminazione.

Questa propaganda basata sull’odio non migliorerà il nostro popolo, né la situazione del nostro Paese. Ma soprattutto, chiudere i porti e voltare le spalle non risolverà il problema delle migrazioni, che prima di essere un problema italiano o europeo, è un problema umanitario.

Concordo sul fatto che i migranti non siano merce da spartire fra i Paesi in cambio di supporto finanziario; sono prima di tutto persone che fuggono da una vita priva di dignità.

Molte persone però tutto questo non riescono a vederlo, a causa della crescente disumanizzazione dei migranti. Si tratta di un approccio pericoloso, le cui conseguenze si stanno manifestando in tutta la loro violenza e brutalità.

Ho quindici anni, sono una studentessa, e la strada che sta intraprendendo il nostro Paese mi spaventa. Non voglio vivere in una realtà in cui il colore della pelle di una persona o la sua provenienza mette a rischio la sua sicurezza.

La violenza non sarà mai una soluzione, ma grazie alla forza di coloro che ancora non chiudono gli occhi di fronte alla sofferenza forse riusciremo a cambiare le cose.

Francesca Formato

 

Kaos, il cane eroe ucciso dalla meschinità umana

La morte del cane eroe Kaos, barbaramente e vigliaccamente avvelenato a pochi chilometri da L’Aquila è un fatto a dir poco abominevole, un gesto disumano, incivile e inqualificabile.

La povera bestia, dopo aver salvato tante vite umane, si vede ripagare con questo gesto orribile.

Posso comprendere il pianto incontenibile dell’addestratore che ha trovato il suo caro amico morto nel giardino di casa.

Mi auguro, dopo questo vergognoso caso, che i nostri parlamentari inaspriscano le pene per chi si macchia di questi atroci delitti imperdonabili e inconcepibili.

Non hanno diritto a scusanti culturali o antropologiche. Lorenz Konrad diceva: “Non c’è patto che non sia stato rotto, non c’è fedeltà che non sia stata tradita, fuorché quello di un cane veramente fedele”.

Franco Petraglia

 

L’altro fa vacillare le nostre effimere certezze

“Scusi è libero?!” In viaggio spesso basta questo a farci perdere le staffe. Togliere i piedi dal sedile di fronte, la borsa di fianco per far posto a un “altro”. Dai rancori di vicinato rurale passando per beghe di contrada, marcando le linee di latitudine arriviamo allo scontro globale con l’altro. L’altro fa vacillare le nostre effimere certezze, il nostro diritto ad una tv più grande, un’auto più veloce, un posto nei distinti.

È qualcuno che vuol salire: ma non vede che è pieno? Meglio viaggiare comodi e accorgerci di aver dormito per tutto il viaggio svegliati di soprassalto al grido di “capolinea”.

Claudio Gandolfi

 

I dem “superiori” addossano agli elettori i propri errori

Gli intellettuali di una certa sinistra sono per la democrazia sino a quando sono in maggioranza; poi non appena non li si segue più accusano il “popolino” di utilizzare il suffragio universale “maldestramente”.

“Maldestramente” per loro significa che il popolo non li vota più , perché ammaestrato da cattivi maestri e non più semplicemente perché stanco delle loro parole vuote e dei loro tradimenti a favore dei ceti abbienti .

È il manifestarsi sempre più palese di quella sorta di superiorità morale che li ha sempre contraddistinti. Una superiorità morale che è sfociata in trasformismo dopo la caduta del muro di Berlino e che ha fatto sì che si cambiassero i nomi a partiti che al loro interno mantenevano gli stessi uomini e le stesse politiche fallimentari.

Il 40% del primo Matteo Renzi è diventato un 18% e non si è fatto uno straccio di autocritica.

La forza di queste élites è stata sempre quella dell’uso della parola e dello scrivere, utilizzate come vere e proprie armi, la loro forza consiste nell’utilizzo di un linguaggio forbito ma vuoto, utilizzato volutamente per lasciare fuori gli “altri” e non farli avvicinare al governo del paese.

Oggi le maggioranze sgradite sono quelle definite populiste e questi azzeccagarbugli continuano a sciorinare definizioni dispregiative per intimidire chi non accetta più i loro giochi sporchi.

Marcello Domesi