Un giorno ci chiederemo come sia stato possibile, ma Donald J. Trump è proprio quello seduto a destra della bionda. Quello che tutti i giorni, a fine pranzo, si gratta la pancia, insulta qualcuno, si infila lo stuzzicadenti in bocca e dice: “La nostra economia va a gonfie vele”. E siccome è il padrone del tavolo e pure della bionda, quasi tutti i commensali fanno finta di niente, qualcuno ride, gli altri applaudono. Per somma disdetta quelli intorno al tavolo siamo tutti noi del pianeta Terra. E da venti mesi lo guardiamo mentre se ne sta accomodato in cima al trono del mondo che coincide con gli ultimi tre piani della sua Trump Tower, conficcata a metà della Fifth Ave, New York, un superattico da 100 milioni di dollari che per buon gusto assomiglia alla villona dei nostri Casamonica, solo con molti più giaguari in ceramica e 150 agenti che fanno la guardia ai costosi inquilini, anziché la retata.
La sua faccia rosa e la sua capigliatura arancione sono il logo della nuova era americana fondata sulla diseguaglianza sociale, l’isolazionismo armato e il narcisismo muscolare, che segnano la sua clamorosa decadenza esistenziale, quotidianamente venduta ai media come il suo contrario: la rinascita economica dell’“America Great Again”. La Corea del Nord ci minaccia? Guai al ciccione, abbiamo il bottone più grosso. La Cina ci sfida? La schiacceremo con i dazi. L’Onu ci molesta? Sono fannulloni a nostre spese. La Nato non funziona? Sono scrocconi. L’Europa multa Google? È uno schiaffo da 5 miliardi. Il riscaldamento globale è una balla, nel Midwest fa un freddo cane. E gli immigrati messicani sono stupratori. No, anzi mi correggo: “Portano droga, portano crimine, salvo alcuni che, immagino, sono brave persone”. Di Donald Trump, che si definisce “il più grande presidente mai creato da Dio”, esistono due dozzine di biografie, altrettante inchieste federali, migliaia di articoli. Sappiamo molto di come è fatto fuori: 1,90 di altezza, 100 chili di peso, tre mogli, cinque figli, 4,3 miliardi di dollari di patrimonio, secondo Forbes. Ma sappiamo assai meno di cosa nasconde sotto al ciuffo di capelli incredibilmente veri.
“È un sociopatico”, ha scritto Tony Schwartz, autore di The Art of Deal, l’autobiografia che Donald si vanta di avere dettato e mai letto. Pericoloso per sé e per gli altri, specie da quando gioca con i Tomahawk al largo di Pyongyang, e cavalca le molte testate della Fox e del Web. “Un idiota geopolitico”, secondo il New York Times, capace di rendere ostili gli alleati europei, finendo per impiccarsi ai fili di Vladimir Putin, il burattinaio, come è accaduto al recente summit di Helsinki. Di scatenare il risentimento arabo-palestinese, spostando l’ambasciata americana a Gerusalemme, e insieme irritare Israele, abbracciando le teocrazie sunnite. Di spingere l’Iran verso Mosca. Di andarsene all’improvviso dai vertici planetari, dove si annoia, per atterrare in una qualunque delle sue proprietà e giocare all’unica cosa che attiri la sua completa attenzione, il golf, per il quale, ha scritto il grande G.B. Show, non serve essere stupidi, ma aiuta.
Essendo arrogante piace ai timidi. Essendo un predatore di successo, piace ai vincenti e ancora di più ai frustrati. È il leader dei sovranisti, contro la globalizzazione “che fa male agli operai americani”. Il garante delle frontiere e dei muri, facendo finta di credere che il mondo non sia un solo, affollato, labirinto di vasi comunicanti. E che se fai saltare le economie già deboli del Centro America, contadini senza terra e disperati senza futuro proveranno a scavalcare la tua porta di casa in cerca del frigorifero.
Trump promette e minaccia. “È un dadaista al potere” ha scritto Le Figaro. Uno che smentisce in pubblico i suoi Servizi segreti, senza curarsi delle ripercussioni nella selvaggia guerra di spie. Che promette legge e ordine contro le gang, ma smantella la scuola pubblica, il welfare, l’assistenza sociale. E che invece di chiedersi come mai gli studenti vadano a scuola armati a fare strage di coetanei, suggerisce di armare gli insegnanti, vinca il migliore.
Per un curioso fraintendimento cognitivo – iniziato ai tempi degli imperatori romani e proseguito fino a Berlusconi, uno dei suoi maestri d’avventura politica – i più poveri lo acclamano e lo votano immaginando di trarre dalla sua ricchezza un vantaggio, senza sospettare che ogni fortuna accumulata dai Moghul del denaro, in ogni epoca, discende esattamente dalla loro miseria. The Donald è un caso politico, ma anche umano. Nasce il 14 giugno 1946 nel Queens, da famiglia agiata in una villona stile Tudor, con il parco, le colonne bianche, la servitù nera. È prepotente e aggressivo fin da piccolo. A 13 anni il padre lo spedisce all’Accademia militare, con un solo viatico: “Il mondo è un posto feroce”. Lui memorizza. Cresce grande, grosso e duro. A 24 anni approda a Manhattan. Disprezza i pacifisti rammolliti, ma quando tocca a lui partire per il Vietnam si fa riformare. E mentre gli studenti manifestano contro il potere finanziario, lui comincia a scalarlo. Siccome il padre costruiva case popolari, lui punta al lusso dei grattacieli, dei Casinò, dei Resort. Il suo esordio è il Grand Hotel Hyatt accanto alla Central Station. Lo aiutano le banche, le entrature nel jet set, i soldi del padre. Un paio di volte va fallito, ma nulla scalfisce la sua egomania che scolpisce in cima a tutto quello che costruisce in Usa, India, Filippine: alberghi, palazzi, tutti portano il suo nome in effige, compresa la sua linea aerea, la Trump Shuttle. Secondo la sua filosofia portatile l’America è il regno del business, e il business è il parco giochi dei maschi alfa specializzati in due cose: come fare soldi, come “agguantare le donne per la fica”. Per poi vantarsene. Leggere non fa curriculum. Il punteggio lo ottieni picchiando duro gli avversari, per poi consolarli con una pacca sulle spalle. Lo ha imparato praticando il wrestling sui ring veri e lo ha insegnato nel reality The Apprentice, l’apprendista, dove maltrattava aspiranti manager, trasmissione campione di ascolti per 14 anni, che gli ha fatto incassare diritti per 238 milioni di dollari, una notorietà paragonabile da noi a quella di Maria De Filippi, la Sanguinaria, e una versione nostrana condotta dal suo migliore amico italiano, l’imperdibile Flavio Briatore.
Come Ronald Reagan e Arnold Schwarzenegger, un giorno ha deciso di recitare anche lui la parte del politico dell’antipolitica. Il risolutore di problemi, così tanto sicuro di sé da elogiarsi in pubblico persino al funerale del padre.
All’inizio gli stessi repubblicani lo chiamavano “il candidato marginale”, ma quando è sceso (letteralmente) in campo, facendosi trasportare all’ingiù da una scala mobile luminosa, tra i marmi rosa della sua Tower e la luce dei media, hanno cominciato a sospettare che ogni irrisione delle élite lo nutriva di consensi e tutti gli attacchi dei liberal, scandalizzati dalle gomitate con cui si faceva strada nelle Convention, lo rendevano di giorno in giorno più forte.
Vantandosi di pagare da solo la campagna elettorale – “Non me ne frega niente delle donazioni, ho fatto qualche soldo nella vita, sapete?” – ha suscitato così tante ovazioni da diventare, nel gioco di prestigio della propaganda, il paladino dei loser, i perdenti. Il fustigatore della “gentaglia di Wall Street”. L’eroe dei colletti blu, ma con il sangue bianco. L’anti Obama, simbolo dell’America meticcia, progressista, infingarda. Il masticatore di hamburger, patatine e ketchup. Il castigatore della odiata Hillary Clinton, bombardata in sei mesi con 419 tweet di insulti. E infine il re del vittimismo: tutti ci invidiano, tutti ci vogliono fregare. Votatemi e li fregheremo noi, “America First!”.
Contro (quasi) tutti i pronostici dei politologi – che come gli economisti sanno spiegare benissimo quello che è già successo – il 20 gennaio 2017 è diventato il più sorprendente, il più controverso Comandante in Capo della storia americana, dopo quello raccontato da Stanley Kubrick nel Dottor Stranamore. Il quarantacinquesimo presidente di una America che sogna di rifugiarsi nel suo passato, non capisce più le lingue del mondo e che invece di affrontare le sfide collettive, reagisce con i suoi automatismi da Far West: pugni & vendetta. Incoronando il nuovo campione della democrazia autoritaria, paternalista e aggressiva, che ha reso l’America imprevedibile, potenzialmente pericolosa, come è già accaduto nei palazzi del potere di Russia, Turchia, Filippine, Ungheria. E come sta accadendo nell’Italia a trazione leghista, nella Francia dei nazionalisti bianchi, nella Germania profonda. Evoluzione che ha rimesso in marcia la destra fondamentalista, saldandola agli apparati militari addestrati a esercitare la forza, e alle super company finanziarie, insofferenti a ogni regola, a ogni ostacolo che rallenti l’accumulazione di denaro e potere, senza curarsi della redistribuzione. Nei primi venti mesi Trump ha tagliato le tasse ai ricchi, aumentato il pil, ma senza occuparsi troppo dei poveri. Ha cancellato gli accordi di Parigi sul clima. E il Global compact sui rifugiati. Ha alzato i dazi con la Cina, minacciato l’Europa, attaccato la Germania di Angela Merkel. Ha trasformato la Casa Bianca nella corte di Enrico VIII, carica di intrighi e litigi tra mogli depresse, figlie aggressive, ex amanti armate di ricatti. Ma aggiornandola a un rumoroso flipper, con decisioni che mandano in tilt le cancellerie del mondo, accendono guerre commerciali, sempre illuminando il suo sorriso. Il suo “narcisismo maligno”. E il suo enigma. Da un minuto all’altro Trump potrebbe precipitare negli abissi del Russiagate e dell’impeachment. Oppure continuare a terremotare il mondo. Potrebbe trascinarci in un incubo nucleare. O essere fregato domattina da una spogliarellista di terza fila. Potrebbe addormentarsi e russare pacifico. Oppure buttare all’aria tutta intera la tavola, l’argenteria, i commensali. E allora guai a noi.