Al fianco del presidente: perché in Italia sarebbe (tutto) impossibile

Leggo con stupore i fatti accaduti in Francia che coinvolgono il presidente Macron e il suo bodyguard Benalla che, in virtù del suo ruolo di braccio destro, ha anche abusato del suo potere per partecipare ad alcuni pestaggi che si sono verificati il 1 maggio scorso. Le Monde ha scoperchiato la faccenda tramite un video e Macron si è assunto tutte le colpe del caso, manifestando delusione. Quello che mi chiedo è: e se fosse successo in Italia, come avrebbero affrontato una situazione – di per sé imbarazzante – i nostri governanti?

Gentile Aurora, la rassicuro subito. È assai improbabile che oggi come oggi possa succedere un caso Benalla in Italia. A costo di non essere politicamente corretto, le rivolgo una domanda retorica: immaginerebbe un giovanotto che non ha ancora 27 anni, figlio di immigrati marocchini, entrare nel ristrettissimo gruppo degli uomini che si occupano della sicurezza presidenziale al Quirinale, anzi, uno che diventa l’ombra di Mattarella e suo confidente? Quando Cécile Kyenge venne nominata ministro dell’Integrazione si scatenò l’inferno. Venne insultata, vilipesa, perseguitata. Il razzismo leghista (e non solo) fu vergognoso. Lei resistette quattro mesi, poi si arrese. Roberto Calderoli, ex ministro della Lega, disse che “aveva le sembianze di un orango”. In Francia, sarebbe finito in galera. In Italia, il Senato stabilì che in quelle parole non c’erano finalità di discriminazione razziale. Solo diffamazione.

Ecco: già questo è il crinale politico e culturale che divide la Francia dall’Italia. Nessuno a Benalla rinfaccia d’essere un beur, cioè un figlio di immigrati nato in Francia (a Évreux, in Normandia). Ha picchiato una coppia di manifestanti del Primo Maggio, abusando del suo ruolo di consigliere presidenziale. Solo il 18 luglio la verità è venuta a galla. Un fatto di gravissima connotazione politica. Macron, il 25 luglio, ha detto di essere l’unico responsabile, e ironicamente ha aggiunto: “Lui non è il mio amante”, visto che qualcuno lo affermava. Il caso Benalla indebolisce Macron, alfiere in Europa della lotta contro il populismo.

Ragazza aggredita per strada posta il video su fb: 800mila click

Quasi un milione di visualizzazioni in Francia per il video postato sui social network da Marie Laguerre, una ragazza vittima di molestie a Parigi. La ventiduenne è stata colpita al viso da un uomo che poco prima le aveva rivolto commenti e gesti osceni incrociandola in strada.

Per denunciare l’episodio e più in generale le molestie sessuali e sessiste, la ragazza ha deciso di pubblicare le immagini catturate della videosorveglianza prima su Facebook e poi su Twitter. Risultato: 800.000 click nel giro di pochi giorni. E la procura di Parigi ha deciso di aprire un’indagine.

Mercoledì la studentessa aveva scritto su Facebook un post in cui denunciava quanto accaduto il giorno prima: mentre rientrava a casa un uomo le aveva rivolto fischi e commenti “in modo umiliante e provocatorio”; lei gli aveva allora detto “chiudi il muso”, continuando ad andare avanti, mentre l’uomo andava in direzione opposta. Ma nel video delle telecamere di sicurezza del bar, che è stato diffuso dalla ragazza, si vede l’uomo che prova ad afferrare un posacenere da un tavolo esterno del bar e lo lancia contro di lei; poi torna indietro in direzione di Marie Laguerre e le dà uno schiaffo o un pugno sul viso. La ragazza ha presentato denuncia. “Non posso stare zitta e non dobbiamo più stare zitti” ha scritto nel post su Facebook in cui ha diffuso il video.

Chi tocca la penna muore: escalation di giornalisti uccisi

Cinque cadaveri in un appartamento della Narvarte, una zona del ceto medio di Città del Messico. Un fatto inconsueto in un quartiere benestante anche in un Paese come il Messico, il secondo più violento al mondo dopo la Siria. È il 31 luglio 2015.

Chi sono le vittime? Si chiedono i primi telegiornali. Presto arriva la risposta: nell’appartamento viveva Nadia Vera Pérez, giovane antropologa, artista e militante del movimento universitario YoSoy132. I cadaveri delle altre tre donne sono delle sue coinquiline – Mile Virginia Martin e Yesenia Atziry Quiroz Alfaro – e della donna delle pulizie, Olivia Alejandra Negrete Avilés. La quinta vittima è Rubén Espinosa, fotoreporter amico di Nadia Vera. Tutti sono stati torturati prima di essere giustiziati con un colpo alla testa.

Così come Nadia, anche Rubén si era trasferito da poco a Città del Messico dallo Stato di Veracruz a causa delle minacce che riceveva. “Nel caso in cui mi succeda qualcosa la responsabilità sarà di Javier Duarte Ochoa, governatore dello Stato di Veracruz e del suo gabinetto”, aveva dichiarato Nadia Vera in un’intervista rilasciata poco prima di essere uccisa.

Tre anni fa Veracruz era governato da Javier Duarte Ochoa del conservatore Partido Revolucionario Institucional (PRI), arrestato nel 2017 perché accusato di aver investito denaro di provenienza illecita e per coinvolgimento nella criminalità organizzata. Durante i sei anni di amministrazione Duarte (2010-2016), Veracruz si trasforma in una fossa comune – 2340 persone sono sparite – ed è diventato la regione più pericolosa per la stampa in America Latina: 17 giornalisti sono stati uccisi e 3 sono desaparecidos.

In totale, dall’inizio di quest’anno in Messico sono stati uccisi 11 giornalisti, l’ultimo – Rubén Pat, direttore del portale Playa News aquì y ahorà – è stato assassinato il 24 luglio con dei colpi d’arma da fuoco all’uscita di un bar di Playa del Carmen, nello Stato di Quintana Roo. Nel 2017 è stato eliminato un reporter al mese, come in Siria e più che in Iraq ed Afghanistan.

Nell’inchiesta sulla strage nell’appartamento della Narvarte le autorità non hanno mai preso in considerazione le minacce che i due giovani ricevevano, né il fatto che lui era un fotoreporter e lei una militante politica. Nel giugno 2017 la Comisión de Derechos Humanos de la Ciudad de México ha ravvisato varie irregolarità nelle indagini tra cui l’inquinamento costante delle prove e le autopsie svolte in modo non corretto.

“A tre anni dai fatti non abbiamo nessuna risposta, ci sentiamo come se fossimo al primo giorno. È evidente che le autorità non hanno la capacità né l’interesse di chiarire il crimine. Chi proteggono? Di chi hanno paura? Lo Stato ha una responsabilità in questo crimine?”, ha detto pochi giorni fa in conferenza stampa Patricia Espinosa Becerril, sorella di Rubén.

Nessuno è stato indagato come mandante del massacro mentre soltanto uno dei tre arrestati – un ex poliziotto – in primo grado è stato condannato a una pena di 315 anni di carcere.

“Sapevo che Nadia Vera è mia figlia, ma non sapevo che fosse causa e ispirazione di tanti movimenti sociali e artistici”, ha affermato la poetessa Mirtha Luz Pérez Robledo, madre di Nadia Vera. “Non ho consegnato il corpo di mia figlia al fuoco, lei è stata seme e bisognava consegnarla alla terra. ‘Che soli sono i morti!’, ha scritto Bécquer. Ma io non ho voluto lasciarla sola. Starò con lei per parlarle, per cantarle, per leggerle le poesie che per lei ho scritto. Questi versi non sono lamenti né lacrime, sono fili per tessere una tela che avvolga il suo corpo e lo copra amorosamente”.

È luna di miele con Conte Baci, sorrisi e il nodo Tap

Per il suo esordio alla Casa Bianca, il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte non poteva sperare in nulla di meglio: tutto bene, forse persino troppo bene, ché tanti complimenti Donald Trump non li aveva finora riservati a nessun ospite. E l’avvocato premier s’è forse fatto prendere dall’entusiasmo e ha a sua volta riempito di elogi il magnate presidente: c’è il rischio che, d’ora in poi, nei consessi europei l’Italia sia “l’amica dell’America”, una ‘quinta colonna’ dell’alleato in questo momento scomodo e bizzoso, che punta a dividere i partner per garantirsi maggiore potere negoziale con ciascuno di essi.

La sintonia Usa-Italia, o almeno la sintonia Trump-Conte, si basa sul fatto che entrambi sono “outsider” della politica – dice il presidente – ed entrambi rappresentano “il cambiamento – dice il premier -. Convergenza particolare sulla chiusura ai migranti: in queste ore, Trump ha un conto aperto con il Congresso, che non gli dà i soldi per costruire il muro al confine con il Messico e, prendendo ad esempio l’Italia, minaccia di chiudere le frontiere e pure l’Amministrazione federale, per forzare la mano a deputati e senatori.

Trump si è congratulato ancora una volta per l’“eccezionale vittoria elettorale”, ha lodato l’Italia per avere esaltato la propria “sovranità”. Conte contraccambia dicendosi “invidioso” dei numeri della crescita Usa ed elogiando la riforma fiscale negli Stati Uniti e impegnandosi a fare qualcosa d’analogo in Italia; e non si smarca da Trump neppure quando l’americano critica la Germania e attacca l’Iran.

Oltre che sull’emigrazione, c’è intesa sull’avvio di un dialogo strategico tra Italia e Usa, una cabina di regia per la stabilizzazione della Libia e la sicurezza nel Mediterraneo, dove Trump dà a Conte un ruolo di leadership.

Il punto di maggiore frizione, forse l’unico che emerge fin dalle battute d’apertura della conferenza stampa, si registra sul gasdotto Tap, che Trump esige (“Vorrei vederlo completato e spero che questo avverrà”) mentre Conte tentenna (“Ci sono inquietudini delle comunità locali: al mio ritorno le incontrerò, insieme ai sindaci, per vedere come accontentarli”).

Elogi e promesse sono a getto continuo: “Spero che tutti seguano l’esempio dell’Italia… Una nazione forte deve avere confini forti… Raccomando che si facciano investimenti in Italia: un grande posto con bella gente”… Salvo poi azzeccare l’unica cifra della conferenza stampa – 31 miliardi di dollari, il disavanzo commerciale degli Usa nei confronti dell’Italia – e annunciare azioni per ridurlo (ma l’Italia vuole salvaguardare l’export agroalimentare).

Sul fronte commerciale, la missione di Conte era stata spianata dalla ‘tregua dei dazi’ raggiunta, pochi giorni or sono, da Trump e dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Nella conferenza stampa, il magnate e l’avvocato mettono la sordina agli screzi. Così, le sanzioni alla Russia “restano”, dice Trump, ma “siamo d’accordo che Mosca gioca un ruolo essenziale ed escluderla non è utile”, aggiunge Conte.

Bottoni atomici e bionde per giocare a flipper col mondo

Un giorno ci chiederemo come sia stato possibile, ma Donald J. Trump è proprio quello seduto a destra della bionda. Quello che tutti i giorni, a fine pranzo, si gratta la pancia, insulta qualcuno, si infila lo stuzzicadenti in bocca e dice: “La nostra economia va a gonfie vele”. E siccome è il padrone del tavolo e pure della bionda, quasi tutti i commensali fanno finta di niente, qualcuno ride, gli altri applaudono. Per somma disdetta quelli intorno al tavolo siamo tutti noi del pianeta Terra. E da venti mesi lo guardiamo mentre se ne sta accomodato in cima al trono del mondo che coincide con gli ultimi tre piani della sua Trump Tower, conficcata a metà della Fifth Ave, New York, un superattico da 100 milioni di dollari che per buon gusto assomiglia alla villona dei nostri Casamonica, solo con molti più giaguari in ceramica e 150 agenti che fanno la guardia ai costosi inquilini, anziché la retata.

La sua faccia rosa e la sua capigliatura arancione sono il logo della nuova era americana fondata sulla diseguaglianza sociale, l’isolazionismo armato e il narcisismo muscolare, che segnano la sua clamorosa decadenza esistenziale, quotidianamente venduta ai media come il suo contrario: la rinascita economica dell’“America Great Again”. La Corea del Nord ci minaccia? Guai al ciccione, abbiamo il bottone più grosso. La Cina ci sfida? La schiacceremo con i dazi. L’Onu ci molesta? Sono fannulloni a nostre spese. La Nato non funziona? Sono scrocconi. L’Europa multa Google? È uno schiaffo da 5 miliardi. Il riscaldamento globale è una balla, nel Midwest fa un freddo cane. E gli immigrati messicani sono stupratori. No, anzi mi correggo: “Portano droga, portano crimine, salvo alcuni che, immagino, sono brave persone”. Di Donald Trump, che si definisce “il più grande presidente mai creato da Dio”, esistono due dozzine di biografie, altrettante inchieste federali, migliaia di articoli. Sappiamo molto di come è fatto fuori: 1,90 di altezza, 100 chili di peso, tre mogli, cinque figli, 4,3 miliardi di dollari di patrimonio, secondo Forbes. Ma sappiamo assai meno di cosa nasconde sotto al ciuffo di capelli incredibilmente veri.

“È un sociopatico”, ha scritto Tony Schwartz, autore di The Art of Deal, l’autobiografia che Donald si vanta di avere dettato e mai letto. Pericoloso per sé e per gli altri, specie da quando gioca con i Tomahawk al largo di Pyongyang, e cavalca le molte testate della Fox e del Web. “Un idiota geopolitico”, secondo il New York Times, capace di rendere ostili gli alleati europei, finendo per impiccarsi ai fili di Vladimir Putin, il burattinaio, come è accaduto al recente summit di Helsinki. Di scatenare il risentimento arabo-palestinese, spostando l’ambasciata americana a Gerusalemme, e insieme irritare Israele, abbracciando le teocrazie sunnite. Di spingere l’Iran verso Mosca. Di andarsene all’improvviso dai vertici planetari, dove si annoia, per atterrare in una qualunque delle sue proprietà e giocare all’unica cosa che attiri la sua completa attenzione, il golf, per il quale, ha scritto il grande G.B. Show, non serve essere stupidi, ma aiuta.

Essendo arrogante piace ai timidi. Essendo un predatore di successo, piace ai vincenti e ancora di più ai frustrati. È il leader dei sovranisti, contro la globalizzazione “che fa male agli operai americani”. Il garante delle frontiere e dei muri, facendo finta di credere che il mondo non sia un solo, affollato, labirinto di vasi comunicanti. E che se fai saltare le economie già deboli del Centro America, contadini senza terra e disperati senza futuro proveranno a scavalcare la tua porta di casa in cerca del frigorifero.

Trump promette e minaccia. “È un dadaista al potere” ha scritto Le Figaro. Uno che smentisce in pubblico i suoi Servizi segreti, senza curarsi delle ripercussioni nella selvaggia guerra di spie. Che promette legge e ordine contro le gang, ma smantella la scuola pubblica, il welfare, l’assistenza sociale. E che invece di chiedersi come mai gli studenti vadano a scuola armati a fare strage di coetanei, suggerisce di armare gli insegnanti, vinca il migliore.

Per un curioso fraintendimento cognitivo – iniziato ai tempi degli imperatori romani e proseguito fino a Berlusconi, uno dei suoi maestri d’avventura politica – i più poveri lo acclamano e lo votano immaginando di trarre dalla sua ricchezza un vantaggio, senza sospettare che ogni fortuna accumulata dai Moghul del denaro, in ogni epoca, discende esattamente dalla loro miseria. The Donald è un caso politico, ma anche umano. Nasce il 14 giugno 1946 nel Queens, da famiglia agiata in una villona stile Tudor, con il parco, le colonne bianche, la servitù nera. È prepotente e aggressivo fin da piccolo. A 13 anni il padre lo spedisce all’Accademia militare, con un solo viatico: “Il mondo è un posto feroce”. Lui memorizza. Cresce grande, grosso e duro. A 24 anni approda a Manhattan. Disprezza i pacifisti rammolliti, ma quando tocca a lui partire per il Vietnam si fa riformare. E mentre gli studenti manifestano contro il potere finanziario, lui comincia a scalarlo. Siccome il padre costruiva case popolari, lui punta al lusso dei grattacieli, dei Casinò, dei Resort. Il suo esordio è il Grand Hotel Hyatt accanto alla Central Station. Lo aiutano le banche, le entrature nel jet set, i soldi del padre. Un paio di volte va fallito, ma nulla scalfisce la sua egomania che scolpisce in cima a tutto quello che costruisce in Usa, India, Filippine: alberghi, palazzi, tutti portano il suo nome in effige, compresa la sua linea aerea, la Trump Shuttle. Secondo la sua filosofia portatile l’America è il regno del business, e il business è il parco giochi dei maschi alfa specializzati in due cose: come fare soldi, come “agguantare le donne per la fica”. Per poi vantarsene. Leggere non fa curriculum. Il punteggio lo ottieni picchiando duro gli avversari, per poi consolarli con una pacca sulle spalle. Lo ha imparato praticando il wrestling sui ring veri e lo ha insegnato nel reality The Apprentice, l’apprendista, dove maltrattava aspiranti manager, trasmissione campione di ascolti per 14 anni, che gli ha fatto incassare diritti per 238 milioni di dollari, una notorietà paragonabile da noi a quella di Maria De Filippi, la Sanguinaria, e una versione nostrana condotta dal suo migliore amico italiano, l’imperdibile Flavio Briatore.

Come Ronald Reagan e Arnold Schwarzenegger, un giorno ha deciso di recitare anche lui la parte del politico dell’antipolitica. Il risolutore di problemi, così tanto sicuro di sé da elogiarsi in pubblico persino al funerale del padre.

All’inizio gli stessi repubblicani lo chiamavano “il candidato marginale”, ma quando è sceso (letteralmente) in campo, facendosi trasportare all’ingiù da una scala mobile luminosa, tra i marmi rosa della sua Tower e la luce dei media, hanno cominciato a sospettare che ogni irrisione delle élite lo nutriva di consensi e tutti gli attacchi dei liberal, scandalizzati dalle gomitate con cui si faceva strada nelle Convention, lo rendevano di giorno in giorno più forte.

Vantandosi di pagare da solo la campagna elettorale – “Non me ne frega niente delle donazioni, ho fatto qualche soldo nella vita, sapete?” – ha suscitato così tante ovazioni da diventare, nel gioco di prestigio della propaganda, il paladino dei loser, i perdenti. Il fustigatore della “gentaglia di Wall Street”. L’eroe dei colletti blu, ma con il sangue bianco. L’anti Obama, simbolo dell’America meticcia, progressista, infingarda. Il masticatore di hamburger, patatine e ketchup. Il castigatore della odiata Hillary Clinton, bombardata in sei mesi con 419 tweet di insulti. E infine il re del vittimismo: tutti ci invidiano, tutti ci vogliono fregare. Votatemi e li fregheremo noi, “America First!”.

Contro (quasi) tutti i pronostici dei politologi – che come gli economisti sanno spiegare benissimo quello che è già successo – il 20 gennaio 2017 è diventato il più sorprendente, il più controverso Comandante in Capo della storia americana, dopo quello raccontato da Stanley Kubrick nel Dottor Stranamore. Il quarantacinquesimo presidente di una America che sogna di rifugiarsi nel suo passato, non capisce più le lingue del mondo e che invece di affrontare le sfide collettive, reagisce con i suoi automatismi da Far West: pugni & vendetta. Incoronando il nuovo campione della democrazia autoritaria, paternalista e aggressiva, che ha reso l’America imprevedibile, potenzialmente pericolosa, come è già accaduto nei palazzi del potere di Russia, Turchia, Filippine, Ungheria. E come sta accadendo nell’Italia a trazione leghista, nella Francia dei nazionalisti bianchi, nella Germania profonda. Evoluzione che ha rimesso in marcia la destra fondamentalista, saldandola agli apparati militari addestrati a esercitare la forza, e alle super company finanziarie, insofferenti a ogni regola, a ogni ostacolo che rallenti l’accumulazione di denaro e potere, senza curarsi della redistribuzione. Nei primi venti mesi Trump ha tagliato le tasse ai ricchi, aumentato il pil, ma senza occuparsi troppo dei poveri. Ha cancellato gli accordi di Parigi sul clima. E il Global compact sui rifugiati. Ha alzato i dazi con la Cina, minacciato l’Europa, attaccato la Germania di Angela Merkel. Ha trasformato la Casa Bianca nella corte di Enrico VIII, carica di intrighi e litigi tra mogli depresse, figlie aggressive, ex amanti armate di ricatti. Ma aggiornandola a un rumoroso flipper, con decisioni che mandano in tilt le cancellerie del mondo, accendono guerre commerciali, sempre illuminando il suo sorriso. Il suo “narcisismo maligno”. E il suo enigma. Da un minuto all’altro Trump potrebbe precipitare negli abissi del Russiagate e dell’impeachment. Oppure continuare a terremotare il mondo. Potrebbe trascinarci in un incubo nucleare. O essere fregato domattina da una spogliarellista di terza fila. Potrebbe addormentarsi e russare pacifico. Oppure buttare all’aria tutta intera la tavola, l’argenteria, i commensali. E allora guai a noi.

L’ex senatore Dell’Utri ai domiciliari: operato due volte a Roma

L’ex senatore forzista Marcello Dell’Utri negli ultimi giorni è stato operato due volte. La settimana scorsa nell’ospedale romano San FIlippo Neri: l’operazione era programmata e sono stati introdotti quattro stent, dei dispositivi medici impiegati di solito per contrastare il fenomeno delle coronarie ostruite. Proprio in vista di questa operazione e dopo diverse richieste dei suoi legali, lo scorso 8 luglio il Tribunale di Sorveglianza ha decido di differire la pena e concedere i domiciliari a Marcello Dell’Utri, che a Rebibbia stava scontando sette anni per concorso esterno in Cosa Nostra. Dopo l’operazione però l’ex senatore ha avuto un malore e i medici dopo una coronarografia hanno deciso di operarlo di nuovo, stavolta alla clinica Mater Dei. Per il prossimo 28 settembre è fissata l’udienza per discutere la perizia sul suo stato di salute. Nel frattempo, mentre si trova ai domiciliari a casa del figlio, non può avere rapporti con nessuno e può parlare solo con i familiari. A chi gli chiede se Silvio Berlusconi ha chiesto di fargli visita, il fratello gemello Alberto risponde: “non potrebbe perché i giudici hanno vietato a mio fratello di vedere pregiudicati”.

Giorgetti stoppa la riforma dello sport Figc verso il voto

Niente nuovi principi informatori del Coni. Non subito, almeno. E a questo punto probabilmente niente più commissariamento della Figc. Il primo atto di Giancarlo Giorgetti come sottosegretario con delega allo Sport è rinviare la riforma del Comitato olimpico e delle Federazioni voluta da Giovanni Malagò.

Il parere da parte del governo è un segnale dell’atteggiamento poco accondiscendente del nuovo esecutivo. A Palazzo Chigi non c’è più l’amico Luca Lotti, che assecondava ogni desiderio di Malagò. Pur tra mille impegni, il sottosegretario Giorgetti ha voluto fare le pulci al testo ricevuto dal Coni, e al Coni rispedito insieme ad un bel carico di richieste.

Per la riforma è il secondo stop in tre mesi. Ad aprile Malagò aveva messo mano nel groviglio delle Federazioni che da troppo tempo seguono logiche cervellotiche, a favore dei soliti noti. Un obiettivo lodevole accompagnato però da polemiche interne. Tra le novità più importanti, l’introduzione del limite di tre mandati per tutte le cariche (come previsto dalla legge dello scorso governo), la revoca del diritto di voto agli arbitri (fondamentale in chiave Figc, dove i fischietti sono decisivi), il rafforzamento degli organi centrali della giustizia sportiva.

Già a metà maggio però al Foro Italico avevano scoperto che la presidenza del Consiglio aveva congelato il parere: all’epoca in carica c’era ancora Gentiloni, ma vuoi per il clima di smobilitazione, vuoi perché la riforma non era completa (mancava una seconda parte), l’ufficio per lo Sport aveva preferito rimettere la questione ai successori. La decisione era stata accolta con disappunto al Coni, che contava di aver già chiuso i giochi: ora quelle preoccupazioni si sono rivelate fondate.

Al Foro Italico speravano di incassare oggi il via libera definitivo, al massimo con alcuni rilievi non sostanziali e subito recepibili. Invece il testo è tornato indietro con la richiesta di una serie di chiarimenti. Nel mirino le deleghe per i voti plurimi alle società, il voto degli arbitri, persino le “quote rosa”, principio condivisibile ma che spetta alle Federazioni. Ora la palla è nelle mani nel Coni: Malagò assicura che “entro oggi invieremo le risposte e sarà tutto a posto”; tecnicamente possibile, ma le osservazioni potrebbero richiedere anche più tempo, e comunque servirà un altro passaggio a Palazzo Chigi. I tempi sembrano allungarsi.

Per alcuni si tratta di una bocciatura. Per altri sono solo tecnicismi, che non intaccano i rapporti con Palazzo Chigi e nemmeno l’attuazione della riforma, che prima o poi entrerà in vigore (lo richiede proprio la legge). Intanto però Malagò incassa un contrattempo, che rischia di avere conseguenze su un altro fronte a lui molto caro: la Figc, commissariata da mesi, impaziente di tornare al voto ma tenuta in scacco per l’approvazione dei principi. Il Coni ha prorogato la reggenza di Fabbricini per concludere l’iter. Ora però che la riforma è rinviata, Malagò probabilmente sarà costretto a mollare la presa e concedere l’assemblea già a settembre alle componenti che l’hanno richiesta (i Dilettanti di Cosimo Sibilia, la Lega Pro di Gabriele Gravina e i calciatori di Damiano Tommasi), pronte a rivolgersi al Tar se oggi il Collegio di Garanzia non le darà ragione. Ma a questo punto anche al Coni si chiedono se conviene tirare la corda: a quanto pare c’è già un rapporto delicato col governo a cui pensare.

 

Olimpiadi: Milano e Cortina ci sono, Torino non ancora

Ancora 48 ore per decidere la candidata italiana (o forse le candidate) alle Olimpiadi invernali del 2026. E soprattutto per sciogliere i nodi politici che ci sono dietro la scelta. Delle tre città in ballo per la una candidatura tricolore Milano ci sta, e a questo punto pure Cortina, che continua a fare la sostenuta ma sarebbe ben felice di avere il suo pezzetto di Giochi. Resta in bilico Torino, la città di Chiara Appendino e del Movimento 5 stelle che coi Cinque cerchi ha sempre avuto un rapporto complicato. Adesso deve decidere se imbarcarsi nel progetto, accontentandosi di un ruolo da comprimario importante (non “stampella” però, parola che ha usato la sindaca), oppure tirarsi fuori.

Ieri i tre sindaci hanno sfilato al Coni per essere ricevuti da Malagò. All’uscita, dichiarazioni di diverso tenore, che lasciavano intuire le varie posizioni in campo. Arroccato almeno in apparenza il veneto Ghedina (e soprattutto il più influente governatore leghista, Luca Zaia), per trattare al miglior prezzo possibile la resa di Cortina: “Noi siamo entrati da outsider, ora siamo valutati con serietà. Quando saranno messe nero su bianco le proposte le valuteremo”. Ancora più propositivo il primo cittadino di Milano, Beppe Sala, che sa di essere favorito e si guarda bene dal porre veti che lo indebolirebbero: “Se si trova la formula giusta non abbiamo nulla in contrario. Vediamo ora come la pensano gli altri, noi non chiudiamo a collaborazioni”.

Una maniera elegante per ributtare la palla nella metà campo di Chiara Appendino. L’ultima ad entrare a Palazzo H, la più attesa perché la più difficile da convincere. “Abbiamo illustrato il dossier e ribadito che la nostra candidatura per noi è la più forte, non vogliamo fare la stampella di altre città”. Parole che sembrano ribadire l’indisponibilità di Torino a un progetto congiunto (come già inserito nella delibera approvata dal consiglio comunale) ma che in realtà non chiudono completamente le porte. Ne sembra convinto anche lo stesso Malagò: “Ho trovato delegazioni disponibili al dialogo. Restano in piedi tutte le ipotesi”.

“La partita è aperta”, assicura il n.1 del Coni, ma dovrà chiudersi presto. Oggi si riunisce per l’ultima volta la commissione di saggi per elaborare la sua proposta, domani il Consiglio nazionale voterà la prescelta. Sono esclusi rinvii: l’ipotesi è ancora quella di una candidatura a tre punte, con Milano capofila. Torino non ha chance da sola e ha tempo fino a stasera per entrare nel progetto: in caso contrario il Coni andrà avanti col capoluogo lombardo, e la sponda del Veneto. Con una controindicazione, però: se l’Appendino confermerà il no, si porterà dietro buona parte del M5s sul fronte degli scettici. E avere mezzo governo contrario (o comunque poco coinvolto) nei Giochi potrebbe non essere il viatico migliore per una candidatura che l’Italia tesse e disfa da anni.

Una leghista per realizzare le autonomie regionali: già avviate tredici procedure

Il ministro degli Affari regionali e delle autonomie non poteva che essere in quota Lega: Erika Stefani avrà il compito principale di guidare i territori verso una sorte di federalismo differenziato, che preveda autonomie su singoli temi concesse Regione per Regione. Lombardia, Veneto e Emilia Romagna erano a buon punto già nella scorsa legislatura, quando avevano siglato un pre-accordo con il governo, ma vista l’aria che tira adesso al ministero, con Stefani che ha assicurato di voler aiutare tutti i governatori nel loro intento, le richieste sono aumentate: oggi 13 Regioni sulle 15 a statuto ordinario hanno avviato l’iter per ottenere competenze e risorse al momento in mano a Roma. In Parlamento non è arrivato ancora nulla e in Consiglio dei ministri Stefani ha dovuto soltanto decidere se impugnare o meno alcune leggi regionali, ma il tema delle autonomie arriverà a un imbuto nei prossimi mesi, quando tutti avranno completato la propria procedura in Regione e inizieranno le trattative con l’esecutivo. Intanto la ministra si è portata avanti, incontrando quasi tutti i governatori nelle scorse settimane. Viste le premesse, hanno buoni motivi per essere ottimisti.

In attesa delle riforme costituzionali, è partito abolendo “la tassa sulle firme”

Una delle spillette a cui il Movimento 5 Stelle tiene di più, ovvero quella del ricalcolo dei vitalizi degli ex parlamentari, la porta sul petto anche Riccardo Fraccaro. La sua attività al dicastero dei Rapporti col Parlamento c’entra poco, ma come questore anziano della Camera ha potuto spingere sul provvedimento approvato a metà luglio e ora promette di fare le cose in grande, proseguendo con il taglio dei parlamentari (da 945 a 600) e con l’abolizione del Cnel. Difficile che fili tutto senza intoppi. Nel suo primo atto da ministro, Fraccaro non ha avuto bisogno di decreti o di passaggi in Parlamento: la tassa sulla raccolta firme a sostegno di referendum, petizioni e leggi popolare (da lui stesso ribattezzata “tassa sulla democrazia”) non si pagherà più, come ha stabilito l’Agenzia delle Entrate su richiesta del dicastero. Non un taglio epocale – si parla di una trentina di euro per ciascuna iniziativa – ma comunque un fastidio in meno per chi fa politica nei gazebi e nelle piazze. Per il resto, stop ai residui sogni di gloria di due vecchi pallini del Movimento 5 Stelle: non ci sarà alcuna legge per inserire il vincolo di mandato, come assicurato dal ministro nei giorni scorsi, né tantomeno un referendum sull’euro.