Il leghista fa la voce grossa in Europa. Stop al Ceta per difendere l’Agricoltura

Fresco di nomina, Gian Marco Centinaio si è presentato a Bruxelles al tavolo del Consiglio dell’agricoltura e ha fatto sentire la sua voce annunciando lo stop al Ceta. “Nessuno ha fretta di portare il testo in aula, vogliamo capire se è realmente vantaggioso per il nostro Paese e ad oggi ci sembra di no”. Il trattato di libero scambio tra Canada e Unione Europa è entrato in vigore in forma provvisoria a settembre e dev’essere ratificato dai singoli Paesi, cosa che al momento non sembra destinata ad avvenire in Italia: il ministro leghista ha ottenuto anche l’avviamento da parte della Commissione Ue di uno studio sull’impatto dall’accordo sull’agroalimentare italiano, per cui si temono gli effetti peggiori. Ha invece preso un altra strada il Jefta, intesa simile al Ceta ma col Giappone, che l’Italia ha approvato con meno clamore: la decisione è stata criticata da chi teme che l’ok possa fare da apripista ad altri accordi più controversi, ma l’export agricolo del Paese asiatico è molto basso (venti volte inferiore all’inport) e non dovrebbe creare problemi all’Italia. Sul piano interno, è stato sbloccato il progetto Ocm vino: contributi ai produttori, a copertura del 50% delle spese, fino ad un massimo di 100 milioni, che erano stati stanziati dal precedente governo ma non ancora autorizzati.

Svolta sì, ma con calma: l’avvocato studia la pubblica amministrazione

Possiamo metterci l’anima in pace: non ci sarà nessuna riforma Bongiorno. Nessuna legge epocale, nessuna grande manovra. A metterlo in chiaro è stata proprio lei, il ministro leghista che viene dalla Sicilia, folgorata sulla via di Salvini – “Mai avrei pensato di entrare nella Lega di Umberto Bossi” – e nominata alla Pubblica amministrazione con il compito di snellire la burocrazia, tagliare i rami secchi e digitalizzare tutto quel che si può. Tradotto: una rivoluzione, stando però attenti a non chiamarla col suo nome. Visto il profilo basso della ministra, non sorprende che l’inizio sia col freno a mano tirato. L’avvocato studia (“tanto, anche di notte”) e nella sua politica dei piccoli passi promette ispezioni a sorpresa negli uffici pubblici e impronte digitali per combattere i furbetti del cartellino. Chi vivrà, vedrà. Per il momento, in Consiglio dei ministri è stato approvato un decreto per il riordino delle carriere delle forze di Polizia e dei Vigili del Fuoco, misura correttiva rispetto a un provvedimento varato dal governo Gentiloni. L’altra grana è arrivata da Qui!Ticket: Consip ha disdetto il contratto con la società di buoni pasto e entro pochi giorni dovrà essere trovata una soluzione.

Su porti e profughi è in balia del collega Bene le mosse su nomine e grandi opere

ADanilo Toninelli è toccata la sorte peggiore. La legge affida al suo ministero i porti e la guardia costiera. Finora è sembrato in balia delle sparate quotidiane del collega Salvini sui migranti, a cui ha tenuto bordone senza mai dissentire. Sulla famosa “chiusura dei porti” alle Ong si è poi arrivati al paradosso. Dopo aver negato che fosse “all’ordine del giorno”, s’è adeguato all’indicazione del ministero dell’Interno ma senza mai metterlo per iscritto in un provvedimento. Il punto più basso sono stati gli arresti invocati per i “facinorosi” migranti a bordo dell’“incrociatore” (sic) Vos Thalassa.

Sul fronte delle infrastrutture la sfida è perfino più ardua. Il compromesso con la Lega, organica al partito del cemento come FI e Pd, era che in quel ministero ci fosse un ministro senza competenza specifica, quindi più debole. Le sue prime mosse però sono azzeccate. Ha nominato capo di gabinetto il costituzionalista Gino Scaccia, estraneo alle logiche ministeriali; fermato la sgangherata fusione Anas-Fs, sostituendo i vertici della seconda con manager interni; e ha deciso di rivedere con l’analisi costi-benefici (solo auspicata da Delrio) la Tav. Sulle autostrade grandi proclami, ma per ora ha solo prorogato la concessione dell’Autobrennero come disposto da Delrio.

Migranti e non solo, il braccio destro del premier che tratta con Bruxelles

È stata una delle scelte più sorprendenti dell’esecutivo gialloverde, ma Enzo Moavero Milanesi interpreta il suo incarico da ministro degli Esteri con lo stesso stile tenuto nelle sue precedenti esperienze di governo (Monti e Letta): basso profilo e battaglie molto tecniche su quei cavilli che pochi padroneggiano. Forte del pieno appoggio del premier Conte, ha gestito la delicata partita sui migranti con risultati diplomatici tangibili: prima ha ottenuto le conclusioni del Consiglio europeo di fine giugno che per la prima volta stabiliscono una responsabilità europea condivisa sui migranti che arrivano via mare, poi le ha usate per ottenere la prima condivisione concreta dei 450 migranti arrivati su un barcone dalla Libia. Moavero si è dedicato quasi a tempo pieno al dossier migranti, iniziando anche a lavorare sulla Libia, dove è stato in visita. È uomo di garanzia del Quirinale nell’esecutivo, come ha dimostrato anche il viaggio in Azerbaigian, per rassicurare sulla prosecuzione dei lavori del gasdotto Tap (cui sono contrari molti M5S). A settembre Moavero dovrà tornare al suo antico mestiere di negoziatore economico, toccherà anche a lui – dietro le quinte – mediare con Bruxelles nel negoziato sulla legge di Stabilità che si annuncia anche più duro di quello sui migranti.

Tweet fascistoidi e sparate continue, ma è atteso alla prova della concretezza

Fosse per lui farebbe rimpatri di massa e deportazioni in Libia e chiuderebbe i porti anche alle navi militari italiane ed europee con i naufraghi a bordo. Da quando è arrivato al Viminale a Matteo Salvini hanno spiegato che alcune cose non si possono fare. Gli basta twittarle, contribuendo all’imbarbarimento del dibattito pubblico e allo sdoganamento delle peggiori pulsioni xenofobe e fascistoidi. “Tanti nemici, tanto onore”, ha scritto domenica. Altre idee, come la “chiusura immediata” delle moschee irregolari che figura nel cosiddetto contratto di governo, non le twitta nemmeno. Intanto si appropria di risultati non suoi o per lo meno condivisi: lo sbandierato calo degli sbarchi era iniziato già con Marco Minniti e senza l’aumento dei morti in mare che si registra da giugno; le prime timide aperture europee su immigrazione e asilo si devono più al lavoro diplomatico di Conte e Moavero che alle sue sparate. Altri obiettivi Salvini li ha rinviati perché più facili a parole che nei fatti: tagliare i fondi per l’accoglienza come annunciato, per esempio, rischia di favorire centri enormi e mal gestiti e di mettere in strada più richiedenti asilo. Così l’atteso decreto sicurezza non arriverà prima di settembre. La macchina del Viminale, nel frattempo, funziona anche se lui, per lo più, non c’è.

All’inizio ha sofferto il gemello “verde”, Ilva e dl dignità per ora gli portano bene

S’è scelto il dicastero più impegnativo. Da leader M5S, l’esordio è stato traumatico: ha subìto per giorni l’esuberanza mediatica di Salvini. Poi ha rimediato col “decreto dignità”, l’unico vero provvedimento del governo finora. La stretta ai contratti precari è la prima mossa di sinistra da anni; così come la proposta di maggiori tutele per i rider del cibo a domicilio (senza considerare lo stop alla pubblicità dei giochi e la stretta alle delocalizzazioni). Scelta premiata dai sondaggi, nonostante l’ingenua gestione dell’impatto mediatico sugli ottomila disoccupati, stima nota al Mise, che l’ha costretto a giorni di scontro con Tito Boeri dell’Inps su dati irrilevanti e che non dovevano proprio esserci nella relazione tecnica. Il decreto è poi uscito annacquato dalle commissioni parlamentari. Sulle nomine, scelte ondivaghe: in Cdp ha ottenuto la promozione dell’interno Palermo, manager però vicino ai vecchi vertici contestati da M5S; mentre in Rai ha pescato Salini, un uomo lontano dalla politica. La vera scommessa è però il dossier Ilva. Finora ha azzeccato le mosse, con l’Anac che ha riconosciuto le criticità segnalate nella gara e Mittal che ha migliorato il piano ambientale. Un continuo rilancio. Gli ambientalisti sono delusi, ma se non salta tutto, vince la partita.

È il sottosegretario il vero vicepremier: deleghe di peso e relazioni bipartisan

Se si parla dell’attività di governo, Giancarlo Giorgetti è il vero vicepremier: l’esperienza non gli manca, i contatti e il sostegno di Salvini nemmeno. A questo ha aggiunto deleghe pesantissime: è il sottosegretario del Consiglio dei ministri, il che vuol dire che ogni attività dell’esecutivo passa da lui, in primis l’agenda; ha la competenza sul Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, cioè la cassaforte da cui escono gli investimenti pubblici; già che c’è s’è preso pure la delega allo Sport, che porta visibilità (vedi il dossier Olimpiadi) e incide sulla vita di 10 milioni di praticanti.

Con questo bel carico di poteri formali e informali Giorgetti è entrato in tutte le partite determinanti di questi due mesi a partire dalle nomine. Su quelle della macchina di Palazzo Chigi, per dire, ha persino ingaggiato una piccola battaglia con Giuseppe Conte: alla fine i candidati di entrambi a segretario generale (quello di Giorgetti era il “tremontiano” Vincenzo Fortunato) sono stati bruciati e su quella poltrona è arrivato Roberto Chieppa dal Consiglio di Stato, milieu favorito dal premier. Il leghista, però, a dimostrazione dei suoi rapporti bipartisan, ha “salvato” – su richiesta dell’ex ministra – un paio di collaboratori di Maria Elena Boschi (Daria Perrotta, rimasta con lui, e Cristiano Cerasani, che lavora col ministro Fontana). Non parla molto coi media, ma quando lo fa si vede. Sabato al Corriere ha detto questo: “Se già sappiamo che tra fine agosto e inizio settembre i mercati si metteranno a bombardare, facciamoci trovare pronti”. Tradotto: la manovra economica va anticipata.

Il volto rassicurante dei gialloverdi per far bella figura coi parenti stranieri

Quando è salito al Quirinale, due mesi fa, tutti si sono chiesti: chi è? Sessanta giorni dopo, Giuseppe Conte, ha lasciato l’interrogativo piuttosto irrisolto. Poche le partite su cui ha inciso, comunicativamente schiacciato dai suoi due vice, inefficace nel ruolo di mediatore. Eppure, il suo indice di gradimento non è sceso, forse proprio in virtù della sua assenza dalla scena pubblica: non avendo bisogno di rincorrere consensi, può permettersi di sparire senza rischiare alcunché.

Di solito, quando appare, è fuori dai confini nazionali. Esordio al G7 in Canada, un paio di incontri a Bruxelles, un vertice della Nato e ieri l’incontro con il presidente americano Donald Trump, con il quale condivide la volontà di far rientrare la Russia nel Gruppo degli Otto. È lì, nelle sedi estere, che il presidente del Consiglio Conte si è speso per mostrare il volto rassicurante del governo gialloverde, riuscendoci perfino abbastanza: “Io sono il populismo”, ha detto, spiegando di non aver bisogno di regolare il volume delle richieste italiane ai tavoli internazionali.

Durante il Consiglio europeo di fine giugno ha ottenuto, al termine di una notte di trattative, un documento condiviso sull’immigrazione: “Chi arriva in Italia, arriva in Europa” è l’assunto, tanto lapalissiano quanto indigeribile, che Conte ha fatto firmare ai presidenti dei 28 Stati membri. All’alba si era messo ad esultare. Poi è arrivato Salvini a dirgli che si poteva fare di più. Riprova, Giuseppe, sarai più fortunato.

Due mesi di governo all’ombra del Colle

In due mesi i provvedimenti legislativi in senso stretto non sono molti. Il più rilevante è il “decreto Dignità”, peraltro depotenziato nella parte sul lavoro durante il passaggio alla Camera. Importanti, ancorché “moderati”, pure i cambiamenti alla riforma del credito cooperativo contenuti nel Milleproroghe. Quanto alle nomine, la maggior parte – come quelle in Cdp o nell’alta burocrazia ministeriale – paiono in continuità col passato più di quanto le grida dell’opposizione lascino intendere. Se non la realtà, però, è già cambiato – e parecchio – lo storytelling (un omaggio a Renzi), la narrazione della realtà, che è anch’essa fatto politico: dall’immigrazione all’Europa, dal lavoro al libero commercio il linguaggio dei gialloverdi – non sempre educatissimo, a volte maleducato – esprime comunque una diversità radicale rispetto alla vulgata europrogressista che dominava in passato e continua a farlo nei media. Finora, però, siamo alle guerre di carta: Salvini che fa il Minniti a petto nudo; Di Maio che stravolge il Jobs Act senza toccarlo; le vittorie in Europa che sono in realtà delle non sconfitte. I più svegli tra i gialloverdi hanno già capito che questo è solo il riscaldamento in attesa della manovra d’autunno: bisogna vedere se il recalcitrante Tria – che ha stretto un’alleanza con Mattarella, vera guida dell’opposizione – vorrà costruire il bilancio “coraggioso” che chiedono Di Maio e Salvini. Per farlo, però, il ministro dovrebbe entrare in rotta di collisione con l’Ue, eventualità assai malvista al Colle: se questo bizzarro esecutivo durerà, si deciderà lì.

Vivendi svaluta la sua quota Tim per 512 milioni

Un segnale di sfiducia verso il nuovo corso, in occasione della presentazione dei conti semestrali a Parigi. Il colosso francese delle telecomunicazioni Vivendi ha annunciato ieri la svalutazione, per 512 milioni della propria quota in Telecom Italia. La scelta contabile, secondo quanto ha comunicato la società del finanziere Vincent Bolloré, è basata su motivi legati al cambio nella governance del gruppo di telecomunicazioni, con il recente arrivo degli americani del fondo Elliott, e a quelli che definisce i “rischi di esecuzione” del piano industriale 2018-2020 deciso dal consiglio di amministrazione lo scorso marzo. Il gruppo francese denuncia in particolare il ridotto potere che le è rimasto nel partecipare alle decisioni relative alle politiche finanziarie e di gestione. Vivendi, primo azionista di Tim, ne detiene una quota del 24%. Ma dopo l’arrivo del fondo Elliott, di Paul Singer, spalleggiato da alcuni fondi e dalla Cassa depositi e prestiti, ha perso il controllo della società italiana, dovendosi accontentare di 5 consiglieri su 15.