Brutte pagine di storia italiana

Non ci credevate? Avevate dubbi sulla capacità della nuova alleanza (realizzata per contratto) fra i secessionisti-nazionalisti della Lega e i portatori del cambiamento totale cinquestelle? Eccovi sbugiardati. Stanno realizzando uno per uno tutti i punti del loro programma, che è un contratto, dunque cose concrete. Eccone una, per dirvi subito chi sono. Niente sbarchi, e 400 morti, dalle elezioni a oggi, con alcune osservazioni sulla qualità umana di coloro che avrebbero voluto sbarcare e di coloro che, al servizio di giganteschi interessi mondiali non accertati, ne salvavano il più possibile per farli arrivare vivi.

Una volta denunciato il loro delirio di salvezza, che è anche una fastidiosa e continua verifica di ciò che succede nel mare, i migranti non arrivano più. Il mondo nuovo che sta iniziando adesso conta sulla grande civiltà della Guardia costiera libica, il loro pesante armamento e la loro speciale attenzione per donne e bambini lasciati tranquilli a galleggiare, dopo avergli spaccato la barca. Ecco il primo colpo di gong della nuova era, alla faccia di chi aveva detto che non sapevano governare. Chiedetelo a Josefa con le unghie dipinte se non sanno governare. Ah, e chiedetelo ai 200 rom del “Camping River” (Tiburtino, Roma), spinti fuori dal campo (un orrore igienico senz’acqua e senza luce che, naturalmente, era stata tagliata al piccolo insediamento, perché raramente acqua e luce se ne vanno via da sole). I rom saranno ladri ma se ne stavano al buio, con un sacco di bambini stipati nei lettini, quando sono stati svegliati alle 5 del mattino da vigili urbani specializzati, per forza un po’ rudi. “All’alba lo sgombero: mamme disperate e bambini che piangono”, intitola La Stampa (Edoardo Izzo) che riporta la narrazione di un testimone: “Questa mattina sono venuti per buttarci fuori. C’è stata violenza, hanno messo le mani addosso alle donne con spinte, hanno usato lo spray al peperoncino su una signora. Alcune persone per la paura sono svenute”. “Questa è casa nostra. Io non voglio lasciare mio papà. Ma se lo avessero chiesto a te di lasciare tuo padre, lo avresti fatto?”, domanda Alina con le lacrime agli occhi. Il 26 luglio resterà nella sua mente come la giornata in cui ha smesso di avere una famiglia. Per spiegare Alina bisogna aggiungere, infatti, che la soluzione trovata finora dalla sindaca Raggi (che non sembra aver dedicato più di cinque minuti a una storia così noiosa) è di sistemare da qualche parte donne con donne e da qualche altra parte uomini con uomini (i bambini dove capita, e poi diremo che non li mandano a scuola). Si tratta dunque di una situazione crudele (spezzare le famiglie) che viene adottata in situazione di emergenza. Ma questa è una emergenza artificiale creata da una guerra finta in cui 60 milioni di italiani si fanno guidare dalla Lega per sgomberare l’Italia da 150 mila rom e sinti, quasi tutti italiani e tutti di Paesi dell’Unione europea. Ed ecco lo stratega della guerra ai rom orgoglioso di farsi trovare alla testa del corteo di celebrazione. E incassare l’onore di avere voluto, promesso e fatto “pulizia”. La somiglianza (idea ed esecuzione dell’idea) con le leggi razziali fasciste non disturba nessuno. E sembra giovare nei sondaggi.

Però, mentre il vicepremier leghista trionfa sui mari e sui rom sbaragliando audacemente i deboli e i debolissimi, il vicepremier 5Stelle non sa che cosa fare con il suo decreto sul lavoro, e presenta un testo complicato e contraddittorio che non gli è riuscito bene, causa anche la sua scarsa frequentazione del lavoro. È vero che condivide questo problema con i suoi predecessori. Ma gli manca comunque la bandiera da sventolare. Gli resta solo il taglio dei vitalizi (metà di quel taglio, perché il Senato esita) e il sequestro dell’immenso aereo di Renzi.

Se rileggete queste righe, vi rendete conto che non stiamo parlando di atti di governo ma di cronache elettorali. Gli strani gemelli, pur essendo uniti per la schiena dal contratto, si stanno combattendo su ogni passo e su ogni punto, persino se accettare o no i bambini arcobaleno. Tranne le loro voci forti e discordi (e l’accordo all’ultimo istante sulla Rai, uno tuo e uno mio, come ai vecchi tempi), intorno c’è un grande silenzio. Per questo parla ciò che resta della cultura italiana (Saviano, Maraini e alcune altre voci coraggiose) e i vescovi, con il fatto unico della copertina di Famiglia Cristiana. Significa allarme estremo, significa impedire che il Paese perda conoscenza, come si tenta di fare con la vittima di un trauma: che resti sveglio e cosciente fino a quando potrà cominciare una cura.

Mail box

 

Il buon senso non sia intaccato dalla scusa del “rigore”

Nell’atmosfera sempre più elettrizzante che il governo in carica sa creare per far contento il popolo italiano, non poteva mancare il tema del rigore. Intendiamoci: il rigore applicato democraticamente contro i membri della collettività più pericolosi e/o meno inclini al rispetto della legge come i mafiosi, corruttori, evasori con paradisi fiscali annessi, pedofili, e via dicendo non è una brutta cosa anzi è necessario. Molto bene fa la politica del rigore, che a volte sconfina con la violenza, quando è applicata a sproposito. Sulle nostre spiagge anche nella democratica Emilia Romagna è scattato il rigore contro i vu’ cumprà e pattuglie di vigilantes e vigili urbani muniti di mezzi a motore sofisticati percorrono le spiagge fin dalla prima mattina. Si richiede spesso che anche le polizie municipali di tante città siano munite di armamento idoneo, pistole tradizionali o elettriche, spray urticanti e manganelli. Anche a Reggio Emilia, pur senza particolari problemi di ordine pubblico, l’amministrazione comunale ha “finalmente” preso la decisione di dotare il corpo dei vigili urbani di manganelli e spray urticanti. Sono in previsione rivolte da reprimere con squadre antisommossa? Oppure scioperi selvaggi con assalti dei centri sociali? Non pare proprio. Anzi la popolazione italiana è tranquilla, forse un po’ ansiosa e preoccupata, ma tutto sommato ancora in grado di sopportare governanti inadeguati. I reggiani, in particolare, hanno visto da vicino come si possa essere magari infastiditi dal vicino straniero e non essere allarmati dal vicino mafioso. In ogni caso speriamo di non vedere mai in azione la polizia municipale in funzione antisommossa, né in funzione antimmigrazione. Sarebbe il caso di allarmarsi sul serio.

Mauro Bortolani

 

Migranti, servono regole chiare per evitare il caos

Quando l’ex ministro Minniti ha capito che per causa dei migranti il Pd perdeva le elezioni ha cercato di cambiare alcune regole che però non sono servite a fermare l’autoaffondamento del suo partito. Ma non basta. Adesso è scesa in campo anche la Chiesa (vedi don Ciotti) anche se gli italiani rischiano di diventare dei “rifugiati” in casa propria.

Se abbiamo bisogno di persone che fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare, attraverso ministeri e Ambasciate si possono fare delle richieste e poi ospitare le persone straniere che vengono a lavorare dando loro non solo il lavoro, ma anche casa, contratto, Inps e tutto il resto. Tutto regolato in modo chiaro e trasparente, senza il supporto dei sindacati e dei religiosi che in molti casi non sanno da che parte stare. Infatti bisogna sempre tenere a mente che senza regole chiare la confusione aumenta e peggiora.

Marino Domenico

 

Tutte le alternative al Tav per attraversare le Alpi

Referendum contro il Tav, potrebbe essere una idea avendoci pensato prima. Non quando c’era Cota, ma quando al governo della Regione c’erano i colleghi di partito di Chiamparino. Ci sono alcuni dubbi di carattere democratico-costituzionale che mi vengono in mente. Siccome è un’opera che dovrebbe essere utile per tutta l’Europa sarebbe da capire chi potrà partecipare al referendum.

Se saranno chiamati solo i valsusini il rischio è che si trasformi in un plebiscito. Se tutti gli italiani potranno decidere, la sindrome Nimby prenderà il sopravvento e gli elettori dell’Umbria, così come quelli della Sardegna o di altre province lontane da Torino, non avranno alcun problema nel votare per il sì. L’impatto sul loro territorio derivante dal completamento dell’opera sarà nullo.

Mi sorge un altro dubbio: il Tav è frutto di un accordo internazionale. La Costituzione italiana non permette il referendum su un simile argomento, così come non ammetterebbe il referendum per l’uscita dall’euro.

Utile o meno, una cosa è certa: ci sono una serie di possibilità alternative per attraversare le Alpi, molte di queste hanno il pregio di essere più economiche. Se 150 anni fa al Re Carlo Alberto fosse stato proposto un tunnel di quasi 60 km, l’unico modo per arrivare in Francia sarebbe ancora oggi la vecchia e dimenticata ferrovia Fell e del Frejus nessuno avrebbe mai sentito parlare.

Andrea Bucci

 

Marchionne e le parole di Elkann a tutela dell’azienda

L’ex manager Fiat Marchionne è morto e merita una prece. Però, a parte le opinioni contrastanti sul suo operato, visto che ha finanziato l’azienda facendo guadagnare molti soldi agli Agnelli e agli azionisti, ma ha bastonato gli operai con turni massacranti, e ha lasciato la Fca senza modelli nuovi appetibili, nè elettrici, e in balia dei mercati emergenti, c’è da chiedersi se le parole di John Elkann, che lo ha ricordato commosso come amico personale insostituibile, fossero giustificate. Infatti si è scoperto che l’azzeramento dei debiti di Fca sbandierato era una chimera, e che già da più di un anno lui era in cura a Zurigo per una grave malattia, ma nessuno alla Fiat lo sapeva, e questo per una azienda multinazionale quotata su più continenti fa una certa differenza, tanto che in 2 giorni ha perso quasi il 20% in borsa. Forse non era quel gran caro amico che Elkann supponeva, e, come tutti i potenti, ha cercato di trarre il massimo vantaggio per sé o per i suoi eredi da una notizia riservata e solo a lui nota, che, se divulgata, ne avrebbe causato il repentino allontanamento e la perdita di succose stock options. Se ciò è umano, fa comunque capire che di santi e di fenomeni in giro non ce ne sono.

Enrico Costantini

Un Salvini al quadrato per la Rai. Ed è solo l’inizio

“Il senso del discorso di Mattarella: io rispondo agli operatori economici e all’Unione europea, non ai cittadini. Ma nella Costituzione non c’è scritto. Disgusto”.

Marcello Foa. Indicato dal governo nuovo presidente della Rai

 

Nei giorni scorsi, avevamo letto, con una certa curiosità, che Matteo Salvini aveva ricevuto a casa, per meglio testarli, i candidati Rai in vista delle imminenti nomine. Notizia poi smentita dal diretto interessato: peccato, c’eravamo affezionati all’idea di una Rai non più occupata dai partiti ma che si recava direttamente a farsi esaminare dai politici di turno. Però quando abbiamo appreso il nome del presidente indicato, abbiamo avuto la conferma dell’infondatezza di quanto precedentemente letto. Che bisogno avrebbe avuto infatti il ministro supremo di conoscere le idee del Foa che, come poi si è saputo, rappresenta egli stesso – quanto a sovranismo, uscita dall’euro, disprezzo delle più alte istituzioni – un Salvini al quadrato e con il turbo? Tanto da farci immaginare che semmai Matteo il Capitano (così viene affettuosamente chiamato dai suoi in vista di possibili azioni cruente) dovesse indicare al prescelto la retta via dell’annunciata “rivoluzione culturale” in Viale Mazzini con il canonico “Mi segue?”, costui non potrebbe non rispondere con un secco “La precedo”. Mentre non comprendiamo perché mai il vicepremier Luigi Di Maio, che pure porta a casa un ad di comprovata esperienza, Fabrizio Salini, debba poi rovinare tutto promettendo, urbi et orbi, la cacciata di “raccomandati e parassiti”. Un modo questo di sparare nel mucchio mentre i tanti non raccomandati che ogni giorno mandano avanti con passione e professionalità il servizio pubblico radiotelevisivo avrebbero bisogno di sostegno e di certezze. Chi deciderà d’ora in avanti chi sono i “raccomandati” e i “parassiti”? Il blog di Grillo? La piattaforma Rousseau? Putin? Qualcuno potrebbe interrogarsi sul reale interesse che hanno i vincitori del 4 marzo a spartirsi le spoglie di un’informazione resa residuale dallo strapotere digitale. Domanda ingenua che non tiene conto del valore commerciale dell’azienda e della quantità di denaro che la prima impresa culturale del Paese muove in termini di produzioni e forza lavoro. E anche dei programmi d’inchiesta che spesso si trovano a “disturbare il manovratore” (da “Report” a “Presadiretta”) e che i nuovi manovratori potrebbero non gradire. Poco rassicurante in questo senso il minaccioso “questo è solo l’inizio” sibilato con ghigno padronale da un Salvini con la frusta in mano. Disgusto?

Facebook, class action degli azionisti contro Zuckerberg

Il più famoso dei social network, Facebook, e il fondatore Mark Zuckerberg sono nel mirino degli azionisti. Il tonfo a Wall Street, con cui il social media ha mandato in fumo 120 miliardi di dollari in una sola seduta, ha fatto scattare la prima azione legale (al Tribunale di New York) con la quale la società, il suo amministratore delegato e il chief financial officer David Wehner sono accusati di comunicazioni fuorvianti sul rallentamento della crescita dei ricavi, il calo dei margini operativi e quello degli utenti attivi. L’iniziativa dell’azionista James Kacouris punta a ottenere lo stato di class action e chiede un ammontare non specificato di danni, ed è ritenuta solo un “primo” assaggio dei problemi che sembrano aprirsi all’orizzonte per Facebook. Fra questi il riaccendersi del dibattito sul ruolo di Zuckerberg che, secondo molti, dovrebbe fare un passo indietro volontariamente o a forza. Alcuni azionisti hanno presentato senza successo già lo scorso anno una proposta per chiedere l’elezione di una figura più indipendente alla guida del consiglio di amministrazione, rimuovendo di fatto Zuckerberg. Il fondatore di Facebook ha, secondo molti osservatori, troppo potere.

JuicePlus, l’Antitrust indaga sui prodotti dimagranti

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Antitrust) ha avviato un procedimento nei confronti della Juice Plus – l’azienda produttrice di integratori alimentari, di cui peraltro si era occupata nelle scorse settimane la giornalista Selvaggia Lucarelli – dopo la segnalazione inviata dall’associazione di consumatori Codacons. Nell’informativa si parla di illiceità nella pratica commerciale: dai “gruppi segreti” di Facebook utilizzati dai venditori per scambiarsi informazioni e sponsorizzare i prodotti, alla diffusione – tramite soggetti che si presentano come consumatori – di informazioni “non veritiere” rispetto ai “risultati conseguibili con il prodotto Juice Plus”. Inoltre si contestano i meccanismi di guadagno dei dipendenti. Il procedimento è stato avviato in base all’articolo 6 del Regolamento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato che fa riferimento a “pubblicità ingannevole e comparativa, pratiche commerciali scorrette, violazione dei diritti dei consumatori nei contratti, violazione del divieto di discriminazioni e clausole vessatorie”.

Auto elettrica, Fca è in ritardo e le colonnine sono poche

L’auto elettrica? Ricorda tanto la sòra Camilla, tutti la vogliono ma nessuno se la piglia. Almeno in Italia, dove l’anno scorso se ne sono vendute la miseria di 1945, lo 0,1% del mercato. E dove Fca – che tanto italiana non è più – non ha mai investito in questo settore, salvo poi essere di fatto costretta a farlo nell’ultimo piano industriale presentato a giugno da Sergio Marchionne (che prevede 9 miliardi).

Nell’anno in corso, le auto elettriche del nostro Paese si avviano a raddoppiare il proprio peso, visto che nei primi sei mesi del 2018 le immatricolazioni sono già state 2.249: per ora poco più dello 0,2% del totale. Poi uno guarda bene le cifre, le riconfronta con quelle totali (oltre un milione e 120 mila commercializzate), e comincia ad avere la percezione dell’abisso che ancora separa questo tipo di vetture da quelle, per così dire, d’ordinanza, che circolano ogni giorno, e di quanta strada ci sia ancora da fare per considerare i mezzi a batteria come un’alternativa concreta per la mobilità eco-sostenibile.

In confronto all’Europa siamo ancora più indietro. Non che l’immatricolato a batteria imperversi nel vecchio continente, siamo intorno all’1,5% del totale, ma il Belpaese ha perso molto terreno rispetto alle nazioni del centro-nord Europa, capitanate da Germania, Svezia e Norvegia, dove pesa di più il rapporto tra il reddito pro-capite e la scelta di comprare (costosi) veicoli elettrici.

Le ragioni? Spese iniziali a parte, che poi nel corso dell’utilizzo vengono (non del tutto) riassorbite perché un pieno di elettroni conviene molto rispetto a uno a benzina o diesel, e dato per scontato che la tecnologia ci toglierà l’ansia da chilometro regalando autonomie (a oggi tra i 200 e i 350 km effettivi) sempre crescenti, l’ostacolo sono le infrastrutture: stazioni di ricarica, per chi non abbia la fortuna di possedere un garage dove piazzare una wall-box o per chi debba affrontare un lungo viaggio.

Ora come ora una normalissima tratta Roma-Milano sarebbe un’odissea, con ore perse tra colonnine rare come oasi nel deserto e soste per il pieno. Secondo uno studio dell’Acea (l’associazione continentale dei costruttori) ce ne sono 2700 in Italia, cioè il 2,35% di tutte quelle presenti su suolo europeo (115 mila). Numero che, secondo i piani della Commissione europea, dovrebbe salire di molto fino a toccare i due milioni nel 2025. Una crescita che, ci si augura, tocchi anche il nostro Paese.

Giorni fa è stato siglato un accordo tra la Banca europea per gli investimenti (Bei) ed Enel X Mobility (la costola della utility nazionale dedicata alla mobilità a emissioni zero), per finanziare il piano di costruzione di 14 mila colonnine per la ricarica su suolo italiano nei prossimi cinque anni (di cui la metà entro il 2020). Il finanziamento, garantito da Enel Spa, sarà di 115 milioni di euro in totale, 50 dei quali già nella disponibilità del player italiano. Che provvederà di suo alla quota restante, per un esborso complessivo di 300 milioni. In particolare, le colonnine saranno di tipo Quick (22 kW) nelle aree urbane (il 60% del totale, a oggi 350 Comuni hanno firmato un protocollo d’intesa con Enel), Fast (50 kW) e Ultra Fast (oltre 150 kW) in quelle extraurbane. Ogni tragitto ha le sue esigenze, del resto.

Enel ha deciso di imboccare con fermezza la via dell’elettrico, al contrario di quanto fatto fino a qualche tempo fa da un altro colosso come Eni, che nell’ottica di riduzione delle emissioni è per vocazione più vicina all’ottimizzazione dei motori a combustibili fossili e all’alimentazione a gas. Dunque agli interessi di Fca, il costruttore nazionale per modo di dire (ha una costola negli Usa, la sede legale in Olanda, e paga le tasse in Inghilterra). L’approccio del compianto Marchionne con i temi dell’elettrico a suo tempo non fu dei più amichevoli, soprattutto per la mancanza di risorse da destinare a ricerca e sviluppo. Salvo poi virare su un atteggiamento più attendista prima di fare definitivamente marcia indietro, persino sui modelli di un brand “sacro” come la Ferrari, per l’unanime levata di scudi dell’industria automotive (la concorrenza) in favore sia della guida autonoma sia della mobilità a emissioni zero. Non a caso, dei 45 miliardi di investimento previsti dal piano industriale 2018-2022, ben nove siano destinati alle auto a batteria, con altre risorse stanziate per quella robottizzata. Entrambe ancora lontane, comunque, dall’essere le nostre prossime compagne di viaggio.

Vignettista, se tocchi il capo supremo muori

Facciamo un po’ di fantascienza: Salvini, diventato a furor di populismo Capo Supremo del Governo (nel senso di “ufficializzato”, perché lo sloganista-professionista, Capo Supremo del Governo lo è già: parla solo lui, decide solo lui, si fa i selfie solo lui, degli altri non si ode manco un timido pigolio) insomma mettiamo che Salvini diventato Capo ecc. si proietti oltre i confini dell’ovvietà dichiarando che l’Italia è uno Stato italiano e se non tifi per la Nazionale, non sai l’inciso de La tua maglietta fina, quando bestemmi non tiri giù santi nostri ma divinità pagane e non sai chi è Barbara D’Urso, beh, caro mio, puoi essere un cittadino modello, fare la differenziata e pagare tutte le tasse che vuoi, ma sarai un non-italiano, un coso indefinito, comunque un cittadino di Serie B. Va bene, sì, non è fantascienza perché tra un annetto scarso ci siamo, meno male che io quando bestemmio mi rifaccio esclusivamente all’offerta nazionale.

Ma sarebbe incandescente guerra mediatica! L’eroe che sono, ma anche altri, che so, il sempregggiovane Natangelo, o Mannelli il Pugnace, tempereremo le matite a sangue, sono in gioco i diritti dei cittadini tutti uguali davanti alla cara dolce Costituzione! E giù vignette sull’osceno strappo al Diritto perpetrato dal Capo Supremo del Governo, Matteo Sderenator Salvini. Il giorno dopo Travaglio ci convoca tutti e tre e mentre col petto in fuori aspettiamo la medaglia, dopo anni di gloriosa militanza grafica ci licenzia con un calcio in culo per leso-Salvini, urlando “Vergogna! Non si offendono i Capi Supremi!”. Avi Katz disegnava da trent’anni per il Jerusalem Report, periodico israeliano. A lui la cazzata che ho immaginato nelle righe sopra è successa davvero. C’è stato davvero un direttore che lo ha sbattuto fuori con un calcio in culo. Per conto di Benjamin Netanyahu. Il vecchio Ben, che una ne fa e cento nuovi insediamenti ne pensa, alla faccia della distensione, ha infatti avuto la pensata di dichiarare per legge Israele “Stato-Nazione degli Ebrei”, ponendo o per meglio dire imponendo una certa strisciantina distinzione tra cittadini ebrei e non, per esempio quel milioncino, seicentomila e rotti tra arabo-israeliani/cristiani/laici/altro (come faranno a distinguerli non si sa, chiederanno l’esibizione dell’uccello ai posti di blocco? Mica facile, gli arabi se lo spuntano pure loro). Che poi, dai, “Stato-Nazione degli Ebrei” è un’onomatopea conclamata: a nessuno, arrivando a Tel Aviv, tra candelabri e gente coi payot (i boccoloni laterali, ma non sapete proprio niente!) verrebbe in mente di essere atterrato in Tirolo.

E Avi ha fatto il suo lavoro. Come ognuno di noi colleghi al posto suo. Citando una pertinentissima frase orwelliana tratta da La fattoria degli animali, delizioso attacco alle degenerazioni del potere: “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Nel libro dell’inglese, la frase la pronunciavano i maiali al potere nella fattoria. E suini sono, ma solo per deontologia Orwelliana, pure quelli che la dicono nell’ ottima vignetta di Katz. Risultato: gran casino, Bibi s’incazza per la suinità, qualcuno la butta sull’animale impuro e l’antisemitismo che qua non c’entra veramente un cazzo, al Jerusalem Report qualcun altro si caga sotto e ti saluto Avi Katz, uno che ha semplicemente, onestamente esercitato il Preziosissimo Sacrosanto Diritto di Satira.

Meno male che in Italia non succederà mai. Beh? Cos’è questo silenzio? Cosa sono quelle facce? Io alludevo a Travaglio e i calci in culo. Per il resto incrociamo le dita.

Effusioni sgradite e giochi di potere: solo sulla Cbs

Il movimento #MeToo, affermatosi nella scia della vicenda di Harvey Weinstein, produttore e predatore, e poi dilagato dai mondi dello spettacolo e della cultura alla politica e all’economia, continua a fare emergere soprusi e a consentire di raddrizzare torti. Ma lascia talora spazio al sospetto che denunce vecchie di decine d’anni e difficili da verificare servano a regolare conti che poco hanno a che vedere con lo spirito del movimento.

È il caso della vicenda di Leslie Moonves, l’amministratore delegato della Cbs, con la Nbc e l’Abc una delle grandi tv Usa generaliste, uno dei sostenitori di #Metoo: sei donne l’accusano di molestie e intimidazioni. Lo riferisce il New Yorker: quattro di esse lamentano di essere state palpeggiate o baciate con forza, le altre due riferiscono di essere state fisicamente intimidite o minacciate d’avere la carriera distrutta, se non ci fossero state.

Il prestigioso settimanale ha affidato il servizio al giornalista Ronan Farrow, figlio di Mia Farrow e di Woody Allen che ha già contribuito a mettere a nudo il ‘caso Weinstein’ vincendo un Pulitzer: è un vero e proprio specialista di #Metoo. Le testimonianze si riferiscono a fatti accaduti vent’anni fa e più.

Sempre per il New Yorker, 30 dipendenti ed ex dipendenti di Cbs affermano che nell’era Moonves gli uomini accusati di molestie venivano promossi. Le rivelazioni, o meglio le illazioni, arrivano mentre Moonves è da settimane impegnato in un duro scontro con il miliardario Sumner Redstone, che detiene quote di maggioranza in Cbs e Viacom, di cui è presidente. Shari, la figlia di Redstone, punta a una fusione fra le due società, cui Moonves si oppone.

Viacom Inc, abbreviazione di Visual & Audio Communication, è un conglomerato di media Usa, con interessi in tutto il mondo nei canali televisivi satellitari e via cavo (Mtv, Nickelodeon, Bet, etc), nella produzione e distribuzione di pellicole cinematografiche (Paramount Pictures) e nello sport. L’attuale Viacom nacque nel 2006 da una scissione della vecchia Viacom con la società originaria trasformatasi in Cbs Corporation. Ora si tratta di fare il cammino inverso. L’inchiesta giornalistica ha avuto effetti negativi sul titolo Cbs a Wall Street.

Lo scandalo ovviamente indebolisce Moonves e favorisce il disegno dei Redstone. L’ad della Cbs ammette di avere commesso “errori” in passato “di cui – dice – “mi pento”. Ma – aggiunge – “ho sempre capito e rispettato il fatto che ‘no’ vuole dire ‘no’ … Chiedo scusa a tutte coloro che si sono sentite offese dai miei eccessi. Non ho sempre avuto una condotta inappuntabile … In alcuni casi mi sono lasciato andare”.

Il consiglio d’amministrazione di Cbs conduce un’indagine interna sugli eventuali “comportamenti inappropriati”: “Le indagini saranno imparziali. I reati contestati, anche se commessi più di venti anni fa, costituiscono gravi violazioni del codice etico della Cbs”. Il colosso delle telecom ha già vissuto il coinvolgimento di un suo esponente in uno “scandalo-molestie”: all’inizio dell’anno, il presentatore Charlie Rose, volto storico del network, fu licenziato, dopo essere stato accusato di molestie sessuali da diverse dipendenti. Farrow è stato contattato da cinque giornaliste e da una attrice, che hanno raccontato di avere subito insistenti avances da parte del manager, ma sarebbero riuscite a respingerlo, uscendone però con la carriera stroncata. The New Yorker dà grande risalto alla testimonianza dell’attrice Illeana Douglas, che ha recitato con Martin Scorsese oltre che presenze tv in Law & Order, Gray Anatomy e altre serie famose: “Ho incontrato Moonves a metà degli anni Novanta: cercò subito di baciarmi, mi minacciava che, se non avessi accettato la sua corte, la mia carriera sarebbe stata compromessa. Dopo di allora, gli studi non mi hanno più convocata per provini”.

Piccoli migranti, centri di detenzione e orchi

Sono almeno 125 le denunce di abusi sessuali commessi su minori nei centri di detenzione per migran ti al confine col Messico. I dati sono stati resi noti ieri dall’agenzia di giornalismo investigativo ProPublica che, grazie al Freedom of Information Act, ha potuto avere accesso a documenti relativi a 70 dei 100 centri gestiti dall’Ufficio per i rifugiati dove sarebbero avvenute le violenze; non è ancora chiaro se i bambini fossero in compagnia dei genitori.

Fra le storie emerse quella di un quindicenne honduregno molestato nel centro di Tucson; il suo aguzzino, di 46 anni, è stato condannato. Sulla vicenda è intervenuta anche Lisa Fortuna, direttore del reparto psichiatria infantile del Centro medico di Boston che riferendosi ai centri accoglienza ha detto: “Se sei un predatore, quella è una miniera d’oro”.

Gli abusi nei centri di accoglienza sarebbero iniziati nel 2014, sotto la presidenza Obama per proseguire sotto l’amministrazione Trump, la cui politica sulla gestione del confine messicano è stata oggetto di polemiche; la decisione di separare adulti e figli che provano ad attraversare il confine Usa-Messico ha scatenato diverse reazioni. Solo in questi giorni, dopo settimane di incertezze, l’amministrazione ha fornito dati sui ricongiungimenti.

Sul tema abusi sui minori, anche la Chiesa non trova pace. Theodore McCarrick, 88 anni, arcivescovo emerito di Washington, accusato di aver abusato di un bambino circa 45 anni fa quando era un semplice prete a New York, si è dimesso. L’arcivescovo pur essendosi sempre dichiarato innocente ha deciso di rimettere il mandato a Papa Francesco, che ha disposto “la sua sospensione dall’esercizio di qualsiasi ministero pubblico”; una decisione che ha come unico precedente quello avvenuto nel 1927, quando il francese Louis Billot depose la porpora per disaccordi di natura “politica” con Pio XI.

McCarrick dovrà ora rimanere in una casa che gli sarà indicata dalla Santa Sede in attesa di un processo canonico nel quale non dovrà difendersi solo dall’accusa di aver violentato un minorenne, ma anche da quella di aver chiesto, approfittando del suo ruolo di potere, delle prestazioni sessuali a seminaristi maggiorenni. Inoltre sempre secondo le accuse, l’ex cardinale, designato nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II, avrebbe intrattenuto rapporti sessuali con componenti di famiglie dove il prelato era così di casa da essere chiamato ‘zio Ted’.

Solo due mesi fa l’arcidiocesi di St. Paul e Minneapolis aveva pagato un risarcimento di 210 milioni di dollari alle 450 vittime degli abusi commessi dai suoi prelati. In Australia prosegue invece il processo per abusi a carico dell’ex arcivescovo di Sydney e prefetto vaticano per l’Economia (sospeso dal Papa) cardinale George Pell.

Nostalgia canaglia: Nazionale in festa con il coro Ustascia

Il suo gruppo l’ha chiamato Thompson, come il mitra americano che ha utilizzato durante la guerra nell’ex Jugoslavia agli inizi degli anni 90. Marko Perkovic è un cantante rock famosissimo in Croazia per le sue idee di estrema destra e per il gran numero di fan che lo seguono nei concerti. Le sue canzoni fanno apertamente riferimento al nazionalismo più spinto e si identificano con i valori degli Ustascia, il movimento fascista croato attivo durante la seconda guerra mondiale. Gli Ustascia, alleati di Hitler e Mussolini, sterminarono un gran numero di serbi (circa 500 mila), ebrei e rom. Il campo di concentramento di Jasenovac, citato da Perkovic in una sua canzone, è stato tra i più attivi.

Molti dei ragazzi che accorrono ai concerti dei Thompson, intonano le sue canzoni anche allo stadio. E non solo: l’ex ct Slaven Bilic dichiarò che, per caricare i suoi giocatori, durante l’intervallo di un match di Euro 2008 fece cantare negli spogliatoi una canzone – da lui stesse definita “nazista” – di Marko Perkovic. Ma in Croazia quando nazionalismo e Nazionale vengono a contatto, prende forma una pericolosa zona grigia.

L’esaltazione per i risultati sportivi porta con sé un sentimento di violenta affermazione. Tutti coloro che confondono la squadra con lo squadrismo, la difesa della rete con la difesa della razza, il campo di gioco con il campo di battaglia, interpretano una delirante similitudine tra football e conflitto bellico. Non a caso il primo presidente croato dopo l’indipendenza, Franjo Tudjman (per molti osservatori internazionali reo di pulizia etnica), affermò che “le vittorie calcistiche danno forma all’identità nazionale tanto quanto fanno le guerre”.

Alcuni episodi hanno caratterizzato la recente storia calcistica croata. A novembre del 2013 il difensore Josip Šimunic, al termine della partita di spareggio per l’accesso ai Mondiali brasiliani vinta contro l’Islanda, aizzò il pubblico dello stadio Maksimir di Zagabria (teatro nel ‘90 degli incidenti durante Dinamo-Stella Rossa Belgrado che determinarono l’inizio del conflitto) e con un microfono in mano urlò agli spettatori: “Za dom?” (“Per la patria?”) sentendosi rispondere in massa dalle gradinate “Spremni!” (“Pronti”). Ossia il motto con cui gli Ustascia rispondevano ai comandi. Šimunic fu multato dalla federazione croata mentre la Fifa lo squalificò per 10 giornate.

Nel 2015, a giugno, si giocò Croazia-Italia per le qualificazioni agli Europei del 2016. I calciatori delle due squadre si affrontarono allo stadio di Spalato in un clima surreale: sugli spalti c’era il vuoto perché l’Uefa aveva stabilito le porte chiuse come sanzione per i cori razzisti nel precedente match (contro la Norvegia); sul prato verde campeggia invece un’enorme svastica perfettamente rasata in una zona d’erba tra un’area di rigore e il centrocampo. Per questo arriverà la penalizzazione di un punto in classifica.

Tre anni più tardi per una parte dei tifosi croati le imprese della Nazionale biancorossa ai Mondiali di Russia, chiusi al secondo posto (massimo risultato mai raggiunto dalla Croazia), hanno comportato un ulteriore rigurgito di nazionalismo. I festeggiamenti per il ritorno a Zagabria di Modric e compagni si sono trasformati in un evento dalla forte connotazione politica. Per questo non a caso è apparso Marko Perkovic sul bus che portava i calciatori croati dall’aeroporto al centro di Zagabria, con mezzo milione di persone disseminate per le vie della città, e poi confluite nella piazza principale per assistere al concerto dei Thompson. Mentre Perkovic si esibiva, alcuni fan hanno mostrato il saluto nazista esponendo anche simboli inneggianti agli Ustascia.

Per Tanya Domi, studiosa dell’area balcanica all’Istituto Harriman della Columbia University, “il nazionalismo strumentalizzato nello sport, specialmente il calcio, è sempre stato centrale nell’emergente identità della Croazia, forgiata nella sua guerra di indipendenza dei primi anni 90. Non è perciò una sorpresa che sia stato incluso Perkovic nella festa”.

Il nazi-rocker sostiene che a invitarlo siano stati i calciatori stessi, secondo altri sarebbe stata la federazione a sceglierlo come “ospite d’onore”. Una scelta criticata dal Centro Simon Wiesenthal, celebre per aver dato la caccia in tutto il mondo ai nazisti dopo la Seconda guerra mondiale. Secondo Efraim Zuroff, ultimo ‘sceriffo’ anti nazi, “Perkovic non dovrebbe essere un ospite d’onore in nessun luogo”.