Libia, il governo delle milizie

I tentativi di ricomposizione del quadro interno della Libia nella fase post-Gheddafi non sono riusciti a contribuire alla pacificazione, all’unificazione e al consolidamento socio-politico e istituzionale del Paese. Le motivazioni risiedono in buona parte nell’identità multipla della Libia (regionalismi, localismi, tribalismi), nella progressiva polarizzazione politica seguita al fallimento delle primavere arabe, ma anche e soprattutto nel ruolo disgregante degli attori internazionali (europei compresi), ognuno dei quali ha cercato di favorire un gruppo interno a discapito dell’altro nel tentativo di avere influenza sul Paese.

La Libia appare ora come una frastagliata composizione di centinaia di milizie, alleate soprattutto, ma non esclusivamente, in un paio di coalizioni: la prima attorno al governo di Unità nazionale guidato da Fayez al-Serraj voluto dalle Nazioni Unite; il secondo attorno al feldmaresciallo Khalifa Haftar e al Parlamento di Tobruk. E la storia degli ultimi decenni offre numerosi esempi del fatto che, laddove queste sono presenti, le milizie svolgono un ruolo determinante nei processi di (ri)unificazione nazionale. Seppur con caratteristiche diverse, l’Afghanistan, l’Iraq e la Somalia, tra gli altri, sono tutti casi rappresentativi di quanto sia profonda l’interazione di milizie e gruppi armati con lo Stato e con le società di appartenenza.

I traffici illeciti.In Libia, le milizie sono anche le principali responsabili del processo di industrializzazione e concentrazione dei traffici illeciti – compreso quello di esseri umani – cui abbiamo assistito negli ultimi anni. La situazione in Libia oggi è infatti sempre meno simile a quella del 2012-2014, quando un numero superiore di gruppi concorreva nel tentativo di espandere la propria influenza e il proprio controllo sia sul territorio, sia sulla gestione dei traffici . Oggi, al contrario, in molte delle città lungo la costa della Tripolitania la situazione appare ben più chiara, con il ruolo di alcuni attori che si è andato consolidando a discapito di altri.

Per convincersi della progressiva concentrazione del traffico di migranti in Libia basta osservare la distribuzione delle località costiere da cui vengono fatti partire i migranti e la durata temporale del netto calo delle partenze. Fino a inizio 2015 le partenze, pur concentrandosi comunque in Tripolitania, erano ancora più equamente distribuite lungo la costa libica. Da quel momento in avanti si è assistito a una loro concentrazione in poche decine di chilometri, a ovest di Tripoli, tra Sabratha e le cittadine circostanti, o immediatamente a est, tra Misurata e Gasr Garabulli. Le località da cui partono i migranti si sono insomma ridotte, con periodi in cui addirittura solo una delle due “regioni dei traffici” è stata protagonista della grande maggioranza dei flussi, a testimonianza di un sempre maggiore controllo dei traffici da parte delle milizie di luoghi specifici lungo la costa ovest.

Proprio la notevole durata del forte calo delle partenze dalle coste libiche indica che un limitato numero di attori sulla terraferma è riuscito a concentrare nelle proprie mani il controllo dei traffici, riuscendo a condizionare l’entità delle partenze. Un calo così netto e prolungato non sarebbe possibile in una situazione di maggiore concorrenzialità dei traffici, in cui, fatta costante la domanda di raggiungere l’Europa, al venire meno di un attore ne sarebbero rapidamente subentrati altri.

La narrativa che viene spesso utilizzata per descrivere la questione dei gruppi armati è di scarsa utilità, in quanto, con poco realismo, tende a considerare questi attori come un blocco unico, respingendoli nella loro interezza come gruppi criminali e minacce per lo Stato. Questa visione non tiene conto della legittimità, talvolta anche ampia, di cui le milizie godono all’interno delle rispettive comunità locali. Attori come Hezbollah, le Tigri Tamil, l’Esercito di Liberazione del Kosovo e l’Esercito Repubblicano Irlandese (Ira) sono stati organizzati come entità distinte dallo Stato e in opposizione a esso, in gran parte come risultato delle richieste locali e delle rimostranze delle rispettive comunità. Tuttavia, allo stesso tempo, avendo stabilito le proprie istituzioni parallele, questi attori si sono dati un ruolo di “costruttori” di statualità – seppur spesso non sull’intero territorio nazionale – risultando interlocutori imprescindibili per le istituzioni riconosciute nel processo di pacificazione di società reduci da un conflitto e di consolidamento dei rispettivi Stati-nazione.

Il coinvolgimento formale delle milizie nelle trattative sul futuro della Libia, volto a trasformarle da semplici attori militari in attori politici, dovrebbe essere rimesso al centro del tentativo di mediazione internazionale in Libia. Per il momento, i negoziati sotto gli auspici dell’Onu hanno evitato di farlo, lasciando invece che a trattare con le milizie fossero, tutt’altro che alla luce del sole, gli attori esterni con specifici interessi nel Paese.

L’errore di Macron. Anche i più recenti tentativi di mediazione hanno escluso gli attori che realmente detengono potere in Libia, ossia gli attori non statuali armati. A fine maggio il presidente francese Macron ha convocato a Parigi diversi esponenti politici libici. La “Conferenza sulla Libia” si è conclusa con una dichiarazione condivisa dal presidente del governo di Accordo nazionale, al-Serraj, il presidente della Camera dei Deputati di Tobruk, Saleh Issa, il presidente dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, Khaled Mishri, e il capo supremo dell’Esercito nazionale libico, Khalifa Haftar. I quattro si sono impegnati a sostenere elezioni legislative e presidenziali il 10 dicembre 2018 e, prima delle elezioni, a facilitare il referendum per l’approvazione della Costituzione. Tuttavia, ancor prima dell’inizio della Conferenza, diversi gruppi di milizie in Tripolitania si sono dissociati dall’iniziativa francese.

Al rientro dei vertici politici, e di al-Serraj in particolare, alcuni miliziani, come quelli appartenenti alla Guardia presidenziale, si sono ritirati dalle istituzioni di cui avrebbero dovuto garantire la sicurezza, in di opposizione alla conferenza di Parigi: serve a poco convocare rappresentanti politici che non hanno vera rappresentatività sul terreno e che firmano accordi senza essere in grado di implementarli.

Il tentativo di rendere al-Serraj il rappresentante di una serie di attori militari della Capitale e della Tripolitania appare quindi a rischio. Anche la rappresentatività delle milizie e degli interessi di Misurata appare in crisi dopo l’avvicendamento alla guida dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, dove a inizio aprile il misuratino Abdulrahman al-Swehli ha lasciato il posto a Khaled Mishri, rappresentante di una corrente politica, la Fratellanza musulmana, e non di un’area territoriale.

Se si vogliono contrastare i traffici illeciti bisogna dotare le milizie di fonti di finanziamento alternative. Sarebbe dunque necessaria una seria riflessione sui meccanismi di redistribuzione della rendita derivante dai proventi degli idrocarburi nel Paese. La Libia basa i propri introiti quasi esclusivamente sulla vendita di petrolio e gas. Nonostante la crisi di produzione causata dall’instabilità che è seguita alla caduta di Gheddafi, potenzialmente la Libia continua a essere uno dei Paesi africani più ricchi. È dunque normale che parte del gioco che coinvolge attori interni ed esterni giri attorno al controllo degli idrocarburi. Il tema di come l’industria petrolifera debba essere gestita e di come la rendita debba essere redistribuita all’interno della molteplicità degli attori libici (municipalità, regioni, minoranze…) non è stato però sufficientemente discusso, e ciò rappresenta un forte limite a qualsiasi attività negoziale, come riconosciuto anche da Mustafa Sanalla, presidente della compagnia petrolifera nazionale.

Come negoziare. Per condurre una trattativa è necessario che chi siede al tavolo del negoziato sia rappresentativo di tutte le parti della società. Non è pensabile che si possa comporre un tavolo solo con chi ha espresso la volontà di sedervisi. Così facendo, nel passato anche più recente, si sono prese decisioni e si sono siglati accordi (come quelli di Skhirat) che non avevano possibilità di trovare effettiva applicazione. Bene ha fatto quindi il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, a dare enfasi all’intenzione di coinvolgere tutti gli attori che “a qualunque titolo possono dare un contributo”, se si interpreta il riferimento come non limitato alle sole potenze esterne.

La conferenza che l’Italia vuole organizzare in autunno dovrebbe darsi l’obiettivo di trovare un consenso tra il numero maggiore possibile di parti coinvolte intorno a pochi punti fondamentali di un reale state building, in particolare riguardo all’assetto istituzionale della nuova Libia e alla ripartizione sul territorio nazionale dei proventi petroliferi. L’alternativa conduce inevitabilmente a risultati elettorali che con ogni probabilità saranno la premessa a nuove escalation di violenza, soprattutto nel caso si arrivi al voto senza l’impegno di tutti al rispetto delle minoranze, politiche ed etniche, e in un contesto in cui manchi ancora la percezione diffusa che il nuovo percorso sia stato deciso insieme.

* Arturo Varvelli è co-head osservatorio Mena dell’Ispi (Istituto studi politica internazionale) e Matteo Villa è Ispi research fellow

Morto l’imprenditore ritenuto dalla Procura il riferimento dei boss

Era ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia l’imprenditore di riferimento dei boss della ‘ndrangheta di Reggio Calabria: è morto Pietro Siclari. Nel febbraio dello scorso anno gli furono sequestrati beni per 142 milioni di euro. La morte di Siclari, di cui parla il Corriere della Calabria, è avvenuta per cause naturali alcuni giorni fa ed è stata confermata in ambienti investigativi. Attivo nei settori edilizio, immobiliare ed alberghiero, Siclari fu arrestato nel novembre del 2010 e successivamente condannato a otto anni di reclusione. Al momento era libero. Era sospettato anche di essere l’autore di intimidazioni e minacce compiute ai danni dell’attuale procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, titolare delle inchieste più delicate sui rapporti tra ‘ndrangheta, politica e massoneria a Reggio Calabria. Gli stessi ambienti con i quali sarebbe stato in rapporto Siclari. Per l’accusa, infatti, l’imprenditore edile sarebbe stato legato con le cosche più influenti e potenti non solo di Reggio ma di tutta la galassia ‘ndranghetista quali quelle De Stefano, Libri e Condello.

Air Renzi, la Corte dei Conti che fa?

La notizia della disdetta, da parte del governo, del contratto relativo al leasing di un gigantesco aereo acquisito dal governo Renzi alcuni anni fa è stata data mettendo generalmente in risalto quanto lo Stato risparmi, a causa della decisione di disdire quel contratto, rispetto a quello che avrebbe continuato a spendere se non lo avesse disdetto. In verità, dato che l’aereo ha comportato già un enorme spesa di centinaia di milioni per l’iniziale acquisto e tutti i successivi pagamenti finora sostenuti, compresi quelli di uno speciale “hangar” dove tenerlo, senza che oltretutto risulti mai essere stato usato per portare qualcuno, forse la notizia avrebbe dovuto essere data indicando quanto lo Stato abbia speso inutilmente per poter possedere, senza mai usarlo, un così enorme e prestigioso quadrireattore, anche al fine di chiedersi se tale enorme inutile spesa non dia luogo, per avventura, a una “responsabilità amministrativa” da far valere a opera della competente “Procura” della Corte dei conti a carico di qualcuno del governo che ha deciso di sostenerla (e/o anche di chi ha deciso di proseguirne i pagamenti senza anticiparne la disdetta e contribuendo così ad aumentare l’inutile onere della finanza pubblica).

Se fosse accaduto a un Comune – per un auto di “rappresentanza” o per uno “scuola- bus” – l’azione di responsabilità sarebbe certo già stata promossa, e la notizia consisterebbe nell’importo che gli amministratori ritenuti responsabili dell’ inutile acquisto sono stati richiesti di pagare per il “danno erariale”. Come mai quello che sempre vale per i Comuni, le Provincie e le Regioni non vale quasi mai anche per lo Stato ? Eppure l’art. 95 della Costituzione prevede la responsabilità civile, penale ed amministrativa dei presidenti del Consiglio e dei loro ministri in termini identici a quelli previsti per qualsiasi altro funzionario pubblico.

Non vi è una risposta giuridicamente valida a questo interrogativo. Mi sembra del tutto normale che Matteo Renzi, da solo o con altri ministri del suo governo, dovrebbero essere chiamati dalla Procura della Corte dei Conti a rispondere di questo danno erariale, ma è facile prevedere che non lo sarà. La Corte dei Conti ed il Consiglio di Stato sono magistrature assai diverse da quella ordinaria. Intanto solo per quest’ultima opera il principio costituzionale secondo cui magistrati si diventa solo per concorso (art. 106 cost.): sono rimaste in vigore alcune norme che prevedevano nomine governative di Consiglieri di Stato e della Corte dei Conti, le quali sono riservate di solito ad alti funzionari che abbiano ben meritato dei loro Ministri e che ovviamente non si scordano della loro origine “governativa” una volta divenuti magistrati. Il fatto che la Costituzione dica “obbligatorio” l’esercizio dell’azione penale (112 cost.) induce a pensare che quello dell’azione di responsabilità amministrativa invece non lo sia. Le funzioni di quelle magistrature portano ad un quotidiano intreccio di rapporti collaborativi con la politica che ovviamente attutiscono i pur permanenti rapporti di controllo e repressione.

Le scelte “politiche”, si dice infine, sarebbero sempre insindacabili: ma chi ha stabilito che la decisione di comprare dagli arabi un enorme aereo inutile sia una scelta “politica”? E perchè quella del sindaco che compra invece una “Mercedes” o uno “Scuola-bus” non lo sarebbe ? Renzi sostiene che lui comprò quell’aereo per le imprese che vanno all’estero per sollecitare esportazioni: ma dove sta scritto che all’impresa che voglia recarsi all’estero per stipulare accordi commerciali lo Stato debba offrire un quadrireattore? E perchè mai, arrivando in un quadrireattore, anzichè in un volo di linea, gli italiani dovrebbero avere maggiori probabilità di concludere accordi commerciali? Sembra un’idea da“parvenu”più che da“politico”.

*Ex vice Avvocato Generale dello Stato

D’Alfonso, un’estate serena all’ombra del doppio incarico

La mattina presidente, la sera senatore: continuerà così ancora per un bel po’ la carriera del governatore abruzzese Luciano D’Alfonso, uno dei due irriducibili che conserva ancora il doppio incarico in Parlamento (erano 13). Nel frattempo distribuisce incarichi, proroga i contratti e aumenta gli stipendi ai suoi fedelissimi. Unico neo dell’estate la nuova recente grana giudiziaria: rischia il processo per falso e abuso per l’affare Pescaraporto e l’avviso di conclusione delle indagini gli è stato notificato solo tre giorni fa. Il piede in due staffe però gli garba parecchio, e l’unico inciampo per lui potrebbe esserci mercoledì prossimo, quando si riunirà la Giunta per le elezioni di Camera e Senato, anche se è difficile, anzi difficilissimo che l’incompatibilità possa essere dichiarata prima della pausa estiva prevista per il 10 agosto. Il tempo stringe e sarà tutto rinviato a settembre, il traguardo che si era prefisso il Pd per far slittare le elezioni regionali al prossimo anno, in modo da avere più tempo per riorganizzare le truppe e tentare una improbabile risalita.

Maurizio Gasparri, presidente della Giunta per le elezioni, garantisce che farà di tutto per risolvere il caso-Abruzzo: “Mercoledì alle 14 costituiremo il comitato per le incompatibilità, la cui presidenza è stata assegnata a Grazia D’Angelo (M5S): immediatamente dopo esamineremo il caso D’Alfonso, abbiamo tempi ristretti visto che ci siamo insediati solo il 19 luglio ma è possibile chiudere prima della pausa estiva. Posso lavorare anche a Ferragosto”.

Ma è una corsa contro il tempo e se il Pd ne ha bisogno come l’aria che respira per recuperare il flop del 4 marzo, anche al centrodestra tutto sommato farebbe comodo un po’ di melina per trovare un candidato che stia bene a tutta la coalizione. Nel frattempo sotto a chi tocca, l’attività della giunta regionale è serratissima in questi ultimi mesi di attività: così ha prorogato gli incarichi ai fedelissimi, stabilendo che non potranno essere rimossi “sino alla fine del mandato” e che rimarranno in carica anche quando lui se ne sarà andato, e cioè per tutto il periodo di reggenza di Giovanni Lolli, il vice presidente. Poco tempo fa aveva alzato lo stipendio alla sua segretaria Marianna Di Stefano (che ammonta a 84.887,79 euro annui senza le indennità varie) e ai più stretti collaboratori che ora prendono retribuzioni da super dirigenti. Instancabile, il presidente-senatore: a inizio luglio ha anche approvato le misure per il superamento del precariato per 43 dipendenti a tempo determinato, tra cui c’è chi ha lavorato in Regione “anche solo un giorno”. Di questi tempi, proprio un bel regalo.

Insomma, Luciano D’Alfonso partirà per le vacanze ancora col piede in due staffe, ma non saranno ferie tranquille, proprio per niente: l’inchiesta su Pescaraporto ha preso il via da un esposto dei 5Stelle. Si tratta, per l’accusa, del cambio di destinazione d’uso per rendere “residenziali” due strutture in riva al mare, sulla riviera sud di Pescara. Terreno di proprietà della società Pescaraporto srl dei figli di Giuliano Milia, avvocato di fiducia del governatore. Zona a rischio idraulico, secondo il parere iniziale del Genio civile, poi modificato.

“Questa nuova attività conoscitiva della procura riguarda una concessione edilizia del 2012 – spiega D’Alfonso al telefono – Io posso dirvi invece di due archiviazioni intervenute negli ultimi 7 giorni”. E sul doppio incarico aggiunge: “È tutto scritto e financo sentenziato. Le mie dimissioni dalla Regione in ogni caso sono prossime, poiché è prossima la convalida a senatore”. Ma la variante di Pescaraporto, è bene specificarlo, risale al 2016.

Fatto sta che a metterlo nei guai insieme ai Guido Dezio, capo di gabinetto del sindaco di Pescara e Claudio Ruffini, suo ex segretario, indagati per falso e abuso con lo stesso Milia e Vittorio Di Biase, dirigente del Genio civile, sono gli sms che D’Alfonso invia ai suoi collaboratori prima di spedirli nello studio di Milia a prendere un appunto scritto a penna che verrà poi consegnato a Di Biase: lì ci sono le indicazioni per trasformare il no iniziale del Genio in un via libera.

“Andate da Milia”, dice al telefono D’Alfonso da Bruxelles a Ruffini, “oggi o domani, domattina se puoi, che vi deve chiedere un’informazione”. Di che si tratta, vuole sapere Ruffini. “Andate e vi sarà detto”. E così la mattina del 3 marzo 2016 i due vanno. “Siamo da Milia ma non sappiamo il motivo. È la nota dei 5 stelle?” chiede in un sms Ruffini. “Sì, valutate la risposta”, afferma ermetico D’Alfonso.

Un guaio grosso per D’Alfonso: secondo la procura di Pescara è stato proprio lui a fare pressioni sul dirigente del Genio Di Biase “affinché modificasse l’orientamento del proprio ufficio”, per fare un piacere al suo avvocato, il padre dei proprietari della società Pescaraporto.

Un filo che si spezza, questo tra l’ex sindaco spazzato via dal Comune di Pescara da un’inchiesta per corruzione e l’avvocato che riuscì a farlo assolvere. Ognuno adesso dovrà andare per la propria strada, per tentare di difendersi.

Rimpatrio in Senegal bloccato dai cittadini e dal sindaco leghista

Niente rimpatrio, grazie al sostegno del paese e del sindaco leghista. Accade a Castelbelfronte, poco più di tremila abitanti in provincia di Mantova, dove i residenti e il primo cittadino si sono dati da fare per evitare che Fassar Marcel Ndiaye, un giovane senegalese per il quale la Prefettura aveva emesso un ordine di rimpatrio, fosse costretto a lasciare l’Italia. A suo favore sono state raccolte 500 firme e il parroco ha messo a disposizione un alloggio, proprio mentre Massimiliano Gazzani – il sindaco leghista – si attivava per convincere la Prefettura a ritirare l’ordinanza di rimpatrio. Adesso Marcel potrà presentare la documentazione necessaria per ottenere un nuovo permesso di soggiorno, come già annunciato dal suo avvocato. Intanto Marcel verrà festeggiato dal paese, che in suo onore ha organizzato per oggi una festa in piazza. Il giovane era arrivato a Castelbelforte quattro anni fa e nel tempo ha saputo farsi voler bene da tutta la comunità, anche grazie al suo impegno nel volontariato e nelle attività organizzate dal parroco.

Dopo gli spari, africano pestato. Ma il ministro “Allarme falso”

“Vattene via, sporco negro”. E giù a picchiare in sette contro uno: è successo ieri a Partinico, in provincia di Palermo, dove un 19enne senegalese è stato pestato da un gruppo di violenti, ancora non identificati.

Il ragazzo vive da due anni ospite in una comunità, e lavora in un bar di una delle piazze del paese siciliano, dove ieri stava servendo come sempre ai tavoli, quando gli aggressori lo hanno attaccato alle spalle, prima insultandolo, poi tirandogli le orecchie con forza e colpendolo ripetutamente al volto. Dopo l’attacco, la vittima ha presentato denuncia ai carabinieri ed è stato medicato in ospedale per le ferite al labbro e alle orecchie, guaribili in sette giorni. Sono in corso le indagini per risalire ai responsabili.

Il pestaggio è solo l’ennesimo caso di intolleranza e violenza contro migranti che si verifica negli ultimi mesi in Italia. Sono infatti almeno otto i casi di stranieri che da metà giugno in poi sono stati bersaglio di colpi di armi ad aria compressa senza un apparente motivo. L’ultimo soltanto due giorni fa a San Cipriano d’Aversa, in provincia di Caserta, dove un cittadino originario del Gambia ha denunciato di essere stato colpito al viso da un pallino. E prima Cassola in provincia di Vicenza, Roma, Forlì, Napoli. A questi va aggiunta la tragedia di Sacko Soumaila, il giovane bracciante del Mali aderente al sindacato Usb ucciso a Vibo Valentia il 2 giugno mentre stava prendendo da una fabbrica abbandonata del materiale per costruirsi una baracca.

Un’escalation preoccupante di violenza che ha spinto anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a lanciare un richiamo pubblico affinché “l’Italia non sia il far west”. Per Matteo Salvini, invece, l’allarme razzismo è solo “una invenzione della sinistra, gli italiani sono persone perbene ma la loro pazienza è quasi finita. Io, da ministro, lavoro per riportare sicurezza e serenità nelle nostre città”. Infatti stavolta in Sicilia niente spari: solo calci e pugni.

L’Italia vietata a tutti: il consolato blocca anche 7 chef bengalesi

Chiudiamo i porti. Ma proprio a tutti: non solo ai migranti, anche agli stranieri che vogliono venire a studiare in Italia. Specie se arrivano dal Bangladesh, che evidentemente qualcuno considera solo come terra di clandestini, dove sette aspiranti chef attendono inutilmente il visto per poter frequentare un corso in una scuola alberghiera: la domanda viene bocciata da mesi senza motivo dall’ambasciata italiana. Più salviniani di Salvini, i funzionari non li lasciano partire.

La surreale vicenda burocratica si consuma a colpi di carte bollate e missive non corrisposte tra Dacca, capitale del Paese asiatico, e Senigallia, Comune delle Marche in provincia d’Ancona, famoso centro d’eccellenza dell’enogastronomia italiana, dove nel raggio di una decina di chilometri sorgono ben due ristoranti stellati. Poco lontano, da un paio d’anni ha aperto la The International Hospitality Academy, succursale della scuola londinese che ogni anno ospita un centinaio di ogni etnia e provenienza. Qui a marzo avrebbero dovuto arrivare sette ragazzi bengalesi per il corso professionale di cucina: 300 ore, tre mesi, circa 7.500 euro di retta tra vitto, alloggio e lezioni, per conseguire un titolo nella patria del buon cibo e poi rientrare in patria. L’ambasciata, però, non ci crede: qualcuno negli uffici di Dacca pensa che una volta arrivati potrebbero scappare chissà dove e non ripartire.

Con questa motivazione la richiesta dei visti è stata respinta per ben tre volte, l’ultima a inizio luglio. “Il timore non ha alcun fondamento e la bocciatura è illegittima: la domanda era provvista di tutti i documenti, persino sovrabbondante, visto che oltre al biglietto di andata e ritorno e al foglio firmato dalla scuola, avevano allegato una garanzia bancaria per dimostrare di avere i mezzi di sostentamento per tutta la durata del soggiorno”, spiega l’avvocato Roberto Paradisi, che cura gli interessi della scuola. A rimetterci, infatti, non saranno solo gli studenti (mancati), ma anche il centro che avrebbe dovuto ospitarli. “Ci stanno facendo un danno incalcolabile, e non penso ai 50 mila euro che restituiremo ai poveri ragazzi, vittime di un sopruso. Tutto il nostro business è a rischio”.

Massimo Battipaglia, amministratore e titolare della scuola, non sa se essere più arrabbiato o sconcertato: “In Inghilterra sono molto attenti agli ingressi ma non abbiamo mai avuto problemi. Per il 2018 avevamo circa 80 application già pronte, la maggior parte da altri Paesi dell’Asia che per noi è un mercato importante, ma sono stato costretto a sospenderle: inutile fare carte e bonifici se poi ci bloccano gli studenti, dobbiamo prima capire la situazione”.

Il problema è che da Dacca non risponde nessuno: non è chiaro se il rifiuto sia un’iniziativa dell’ambasciata o l’applicazione di una direttiva più generale. “Temo che questi funzionari abbiano preso un po’ troppo alla lettera la politica degli arrivi zero”, conclude l’avvocato. “E poi confondono i piani: questi non sono clandestini, ma ragazzi di buona famiglia che spendono un sacco di soldi per venire a studiare in Italia”. Interpellata, la Farnesina ha promesso che avrebbe sollecitato una risposta, ma nulla. I legali ora preparano un ricorso direttamente al ministero e valutano anche l’ipotesi di una causa per danni: “Sono in ballo milioni: se all’estero passa il messaggio che è difficile venire in Italia per noi è finita. E sarà un danno per tutto il Paese”, accusa Battipaglia. “La verità è che se fossero stati americani nessuno li avrebbe mai respinti. Questo è razzismo”.

Caro Salvini, la demagogia destabilizza le istituzioni

Gentile ministro Salvini, le scrivo da sindaco di un paese del Medio Campidano, in Sardegna: Villanovaforru. Il paese conta circa 630 abitanti e da tre anni contribuisce attivamente a gestire l’accoglienza ai migranti. Oggi ne abbiamo una sessantina, ma a seconda dei periodi arriviamo al centinaio, sistemati in due Cas (Centri di accoglienza straordinaria), uno per minori non accompagnati e uno per adulti. L’impatto, con la novità piovuta dall’alto e senza preavviso, è stato duro. Poi però ci siamo dati da fare e oggi costruiamo con i ragazzi africani e asiatici un rapporto umano e culturale proficuo. Ora, voglio comunicarle questo: è molto difficile intrecciare le nostre vite a quelle dei migranti, scambiarsi gesti di benvenuto, edificare insieme, se a Roma il ministro dell’Interno non lascia passare giorno senza svalutare le loro, di vite, senza soffiare sul fuoco del razzismo, senza ribadire che sono “diversi” in termini equivalenti a “inferiori”, senza sparare a zero su chi li soccorre, senza comunicare che i nostri porti, cioè la nostra terra, sono chiusi a chi viene dal mare. In altre parole, senza mescolare politica e demagogia in un groviglio che, prima di tutto, rende pochissimo onore proprio alla sua carica.

Le ricordo che io e lei siamo legati da una catena istituzionale fortissima: lei siede a un capo, io siedo all’altro. Prima di prendere qualsiasi posizione pubblica, ha il dovere di riflettere sulle ripercussioni delle sue dichiarazioni, dei suoi tweet, delle sue boutade. Anche le ripercussioni nascoste. Molte delle sue parole, infatti, destabilizzano e inficiano il lavoro di quanti, a ogni livello delle istituzioni italiane, dalle Prefetture alla Guardia costiera, fino a noi sindaci, si prendono cura da anni dei migranti. Opera che in tanti non svolgono solo per obbedire a ordini superiori: l’apparato pubblico è ancora ricco di uomini e donne che, quando incrociano il dolore, non voltano la testa da un’altra parte. Lei crede che condividano tutti il suo pugno duro? Lei crede che davvero, nel 2018 e dopo le esperienze dell’ultimo secolo, un servitore dello Stato non sappia distinguere i principi cui anche lo Stato deve adeguarsi? Io penso che da ministro dell’Interno, proseguendo sulla strada oggi intrapresa, raccoglierà prima resistenza sorda, poi disobbedienza. E magari sarà proprio questa l’occasione per tornare a costruire una società civile più “civile”. Ci rifletta sopra. È appena all’inizio del suo cammino. Ha il tempo di correggersi.

*sindaco di Villanovaforru, Sud Sardegna

Friuli, l’assessore minaccia di tagliare i fondi a chi protesta

Non vi piacciono le nostre politiche sull’immigrazione? Allora restituite i fondi pubblici che avete preso per svolgere i servizi”. In Friuli-VeneziaGiulia è in corso uno scontro frontale tra l’assessore regionale alle Autonomie locali Pierpaolo Roberti e tutta la rete di associazioni che si occupano dell’accoglienza diffusa. Un sistema che, secondo questi enti, “ha dimostrato di coniugare in modo efficace diritti umani e percorsi di integrazione”. Ora che il governo presieduto dal leghista Massimiliano Fedriga ha intenzione di smantellare questo sistema, le associazioni hanno alzato le barricate: “Rinunciarvi – hanno detto – significa tornare indietro e alimentare la discriminazione e l’esclusione sociale, a discapito dell’intera collettività”. A questa presa di posizione l’assessore Roberti ha risposto minacciando di tagliare i fondi (e chiedendone la restituzione): “Con forze che si oppongono alle politiche di un’amministrazione democraticamente eletta non ci può essere collaborazione – ha detto. Hanno pure preso contributi dalla Regione. Coerentemente con quanto dichiarato, mi aspetto che li restituiscano”.

Concessione per l’A22, Toninelli fa come Delrio

Danilo Toninelli uguale Graziano Delrio? Il nuovo ministro dei Trasporti del Movimento 5 Stelle come il renzianissimo predecessore? Per quanto riguarda la A22, la famosa e ricca Autobrennero che va da Modena fino al confine di Stato, i due si somigliano parecchio. Toninelli sta accordando senza gara agli attuali gestori dell’autostrada, le province autonome di Trento e Bolzano e la Regione Trentino-Alto Adige, un allungamento della concessione della bellezza di 30 anni. Mettendosi così sulla scia di Delrio che per lo stesso scopo si era battuto come un leone in Europa, senza però arrivare fino alla decisione finale. Ci sta pensando Toninelli a completare l’opera: alcuni giorni fa il nuovo ministro si è incontrato con il presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi (centrosinistra) accompagnato da esponenti della giunta di Bolzano e stando al resoconto del quotidiano L’Adige la riunione è stata fruttuosa e decisiva.

Gli altoatesini sono soddisfatti per essere riusciti a non farsi sfuggire la A22, gallina dalle uova d’oro che porta ogni anno nelle casse degli enti locali regionali circa 400 milioni di euro. E anche Toninelli è contento perché ottiene quel che gli sta a cuore, cioè garanzie per il tunnel del Brennero, opera gigantesca del valore di 8,3 miliardi di euro, necessaria per collegare via treno il nord-est italiano con il centro dell’Europa. Italia e Austria partecipano al progetto sborsando circa 3,5 miliardi ciascuna, il resto è coperto da finanziamenti dell’Unione europea. La A22 è fondamentale per la partecipazione italiana all’opera: in base a una legge del 1997 il concessionario dell’autostrada deve versare 32,4 milioni di euro l’anno a un Fondo ferrovia per il Brennero.

Per la verità finora i padroni pubblici della A22 si sono limitati ad accumulare in banca i soldi dovuti, circa 560 milioni di euro interessi esclusi, tesoretto usato come arma di pressione e quasi di ricatto nei confronti del vecchio ministro per costringerlo a concedere la proroga. Toninelli non vuole ovviamente rinunciare al gruzzolo e ai soldi futuri, quasi 1 miliardo di euro in 30 anni. E si affida agli attuali gestori nonostante il passato non deponga a loro favore. In questo modo il ministro mette però tra parentesi un orientamento ribadito più volte dal Movimento 5 Stelle e cioè che le concessioni autostradali scadute devono tornare allo Stato per essere messe a gara e affidate a chi offre le condizioni migliori gestionali ed economiche.

La concessione della A22 è scaduta da 4 anni e nessun vincitore della eventuale gara, pubblico o privato, potrebbe sottrarsi all’obbligo di legge di versare la quota annuale per il tunnel del Brennero. Come la A22 sono scadute altre 6 concessioni e se fossero messe a gara lo Stato potrebbe incassare centinaia di milioni di euro; per esempio con la gara per i soli 88 chilometri della Centropadane ha già ricevuto 41 milioni. Sistemi alternativi non ce ne sono: dai Benetton ai Gavio oggi i concessionari fanno soldi a palate, ma la pacchia di cui godono è garantita da contratti con lo Stato che sono blindati, sperare di spremere soldi da questa fonte sarebbe forse auspicabile, ma è di fatto impossibile.

Ben instradato da Delrio, l’iter per l’allungamento di 30 anni della concessione della A22 agli attuali gestori è in fase avanzata. L’Unione europea non è contraria a patto che la società di gestione diventi interamente pubblica (nell’azionariato c’è ancora una quota di minoranza di circa il 14 per cento in mano ai privati). Non contrario neanche il Consiglio di Stato a cui era stata sottoposta la faccenda mentre l’Autorità di regolazione dei trasporti ha approvato alcuni giorni fa un sistema tariffario preparato proprio per l’A22. Favorevole pure la Lega. L’unica, flebile voce discorde è quella dei 5Stelle locali: Filippo Degasperi, consigliere provinciale di Trento, si è dichiarato perplesso.