La democrazia diretta terrorizza la Volkspartei

La frittata ormai era fatta. Quelli della Svp, pare, se ne sono accorti un’ora prima del voto: la norma che stavano per approvare rischia di tarpare le ali al potere, anzi strapotere, della Süd Tiroler Volkspartei in Alto Adige: adesso basteranno 300 firme per sospendere l’efficacia delle leggi approvate dalla Provincia di Bolzano.

Ma che cosa si poteva fare? La novità era stata proposta anche da due di loro. E a bocciarla ormai si rischiava di fare una figuraccia. Impossibile, a tre mesi dalle elezioni, soprattutto perché il titolo della norma era “Democrazia diretta, partecipazione e formazione politica”. Sono 33 articoli di una legge che dà più voce ai cittadini. Così alla fine è arrivata l’approvazione compatta: 22 voti a favore su 35. “E pensare che il disegno di legge era stato depositato il 30 giugno del 2017, più di un anno fa. Chissà, forse nessuno l’aveva letto bene o aveva fatto caso a quell’articolo”, sorride soddisfatta Brigitte Foppa (Verdi), madre della norma insieme con Magdalena Amhof e Josef Noggler (Svp).

Già, forse il problema è che il punto incriminato si trova a pagina 10. Comma 3 dell’articolo 13. Qualcuno magari non era arrivato a leggere fino al punto in cui si prevede che su richiesta di 300 cittadini le leggi provinciali possano essere sospese. Per sei mesi. Per dare tempo agli altoatesini che lo desiderino di raccogliere le firme richieste (13 mila) per un referendum.

“Chi di democrazia diretta ferisce, di democrazia diretta perisce”, ci scherza su adesso Alessandro Urzì coordinatore regionale di Fratelli d’Italia e consigliere provinciale di Alto Adige nel Cuore. E spiega: “Io sono un convinto sostenitore della democrazia rappresentativa. Questa norma rischia di portare la paralisi”.

Basta, scherzano i critici, che quattro amici al bar raccolgano 300 nomi e tutto si blocca. “Comunque – conclude Urzì – visto che l’hanno voluta, noi ne approfitteremo: metteremo su un gruppo di volenterosi e chiederemo la sospensione di tutte le leggi che non ci convincono”.

Foppa la vede in modo opposto: “Questa è una legge unica in Italia. Avanzatissima”. Già, sono tanti i punti innovativi, presi in prestito da altri paesi europei: “È abbassato al 25 per cento il quorum per la validità dei referendum, quindi non serve fare propaganda chiedendo di non andare a votare. Non solo: nasce un consiglio dei cittadini che, sempre su richiesta di 300 elettori, viene convocato per dare un parere non vincolante sulle scelte del consiglio provinciale”.

Sarà un organo composto da 12 a 25 membri estratti a sorte, piacerà certo a Beppe Grillo, in maniera stratificata per rappresentare uomini e donne, fasce d’età e comunità linguistiche. Ancora: viene facilitata la raccolta delle firme per chiedere i referendum (non solo banchetti, basterà andare nei comuni). “Ci sarà anche un ufficio per la cittadinanza e la rappresentanza attiva”, racconta Foppa. Una novità che preoccupa invece Urzì: “Può essere molto insidioso in una provincia con un partito unico”.

Addirittura era stata prevista la possibilità di referendum consultivi sulle delibere di giunta più impegnative economicamente. E qui i partiti si sono spaccati, il dibattito si è infuocato. Così forse è passato inosservato il fantomatico articolo 13. Certo, sono previsti limiti: non possono essere bloccate le leggi di bilancio, quelle finanziarie o in materia di minoranze. Escluse anche le norme approvate con una maggioranza di due terzi. È comunque una bomba nel panorama politico altoatesino dove la Svp domina (con un alleato italiano, oggi il Pd, domani forse la Lega) da decenni. Perché anche adesso la maggioranza è risicata: 19 consiglieri su 35. E già, si dice, qualcuno pensa a come correre ai ripari, magari abrogando o limando la legge dopo le elezioni. Ma non sarà facile. Una volta data la democrazia diretta, guai a chi la toglie.

Camusso (Cgil): “Chiamatelo ‘Di Maio’ Sindacati all’attacco

Continuano ad arrivare critiche al decreto Dignità da parte del fronte sindacale, poco convinto dalle recenti modifiche apportate dalla maggioranza. La più dura nei confronti del provvedimento e del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico che ne è il principale sostenitore, è Susanna Camusso: “È una schifezza. Non chiamiamolo decreto dignità, ma decreto Di Maio”, le parole della leader della Cgil. “La parola dignità è molto importante, bisognerebbe usarla con la giusta misura. La mia sensazione è che ormai il decreto non sia all’altezza di questo nome”. Nel mirino è finita in particolare la reintroduzione dei voucher, su cui il sindacato aveva già promosso un referendum (evitato dall’abolizione da parte del governo Gentiloni), e adesso è pronto a iniziare una nuova mobilitazione. Dalla Cisl critiche anche alla decisione di rinviare alla Manovra gli incentivi sulle assunzioni: “È una scelta sbagliata e poco coraggiosa, il tema andava affrontato in questa sede per dare subito una svolta”, il commento di Luigi Sbarra.

Il nord che S’incazza e altri disastri di carta

Se una notte d’estate un viaggiatore arrivasse in Italia e decidesse di informarsi sui maggiori quotidiani sullo stato del Paese, probabilmente deciderebbe di procedere alla visita solo scortato. Ad esempio, perché quel viaggiatore avrebbe scoperto che “il Nord è in rivolta” (La Stampa

di ieri) per certi dubbi che ci sarebbero nel governo sulla costruzione dell’Alta velocità Torino-Lione, Tav per gli amici. Il Giornale

della famiglia Berlusconi ritiene che la situazione sia grave, ma leggermente meno: il Nord non è tutto in rivolta, a Milano va tutto bene, “il Nordest è in rivolta” piuttosto, ma stavolta per colpa del decreto dignità che cerca di rendere più complicato usare contratti di lavoro precari. Per lo stesso argomento, però, Libero

ritiene invece che “Imprenditori e operai si ribellano a Di Maio” (apertura di prima), che riesce nel miracolo di archiviare finalmente la lotta di classe.

Quel viaggiatore poi – oltre ai rischi per la sua incolumità derivanti dalle molte rivolte antigovernative in corso – sarebbe pure impaurito dall’improvviso impoverimento del Paese denunciato dalla libera stampa: “Grandi opere, i costi del no ammontano a 60 miliardi”, spiega giudizioso Il Sole 24 Ore

che include nel calcolo pure gli 0,05 miliardi di penali (aka

50mila euro) da pagare per l’eventuale no all’ampliamento dell’aeroporto di Firenze. Anche in questo caso si conferma la natura moderata del Giornale

di Arcore, che fa lo sconto al Paese: “I no dei Cinque Stelle alle infrastrutture ci costano 50 miliardi”, ben dieci di meno.

Ora, quasi tutti i “costi” derivano in realtà dall’eventuale rinuncia al gasdotto Tap (che però si farà) e dalla chiusura dell’Ilva, che non pare avviata alla chiusura a meno che una delle rivolte in corso non dia fuoco agli impianti. La cosa, a questo punto, non sorprenderebbe più di tanto il nostro viaggiatore o comunque meno dei sondaggi di questa settimana che danno i partiti di governo al 60% delle intenzioni di voto.

Quelle critiche autogol al decreto anti-precarietà

Mercoledì alla Camera inizierà l’esame del decreto Dignità. Il provvedimento, approvato dal governo il 2 luglio, ha subito diverse modifiche durante il passaggio nelle commissioni di Montecitorio, ma resta intatta l’ impostazione di fondo: dal 1° novembre, in buona sostanza, per le imprese italiane sarà più difficile usare contratti a tempo determinato. Per quelli di durata superiore ai dodici mesi, sarà obbligatorio indicare la causale; comunque non potranno essere rinnovati più di quattro volte (invece che cinque) e non potranno sforare il limite massimo di 24 mesi (e non più 36).

L’obiettivo è contrastare il precariato spingendo le aziende a stabilizzare i dipendenti. Secondo Confindustria e l’opposizione, in particolare il Pd, ci sarà l’effetto contrario e i precari di oggi diventeranno i disoccupati di domani. Per supportare la tesi, in questi giorni vengono enfatizzati i primi casi di persone che – precari da più di due anni, quindi non più “rinnovabili” – sono mandate a casa (o sono in procinto di esserlo) dai propri datori.

Un episodio è stato raccontato su Repubblica: Valeria, neo-mamma di 35 anni, lavorava per Anpal servizi, società pubblica controllata dall’agenzia Anpal che si occupa proprio di politiche del lavoro e aiuta i disoccupati a trovare un impiego. Valeria aveva un contratto a termine da agosto 2016. Viste le nuove norme, non potrà essere rinnovato: Anpal servizi – amministrata da Maurizio Del Conte, professore nominato da Matteo Renzi come responsabile delle politiche attive e tra gli autori del Jobs act – l’ha mandata a casa. Licenziata dal decreto Dignità? No, cacciata (o, meglio, non rinnovata) da Anpal Servizi che ha preferito privarsi di lei piuttosto che stabilizzarla.

L’azienda in house (ex Italia Lavoro) era al centro del Jobs act: Renzi voleva trasformarla nel braccio armato contro la disoccupazione. Poi però non è riuscito nemmeno a garantire un posto fisso agli 800 precari che ci lavorano (su 1.300 dipendenti). Questi addetti lottano da tempo per ottenere la stabilizzazione; un anno fa era stata promessa almeno ai più “anziani”, ma – raccontano – si è bloccato tutto dopo 50 assunzioni.

Ieri il segretario Pd Maurizio Martina ha rilanciato su Twitter la notizia di Repubblica incolpando il governo per la perdita di lavoro della giovane mamma. A rispondergli è stata però la stessa Valeria: “Non giocate sulla mia pelle la partita tra Pd e M5S. Il Pd non è esente da responsabilità #jobsact. La soluzione è la stabilizzazione dei precari, per me e per gli 800 di Anpal servizi”. A questo intervento si sono aggiunti quelli dei colleghi di Valeria. Il tweet di Martina, insomma, si è rivelato un autogol.

Un’altra storia utilizzata dai critici del “decreto dignità” è avvenuta a Benevento, nello stabilimento dove Nestlé produce la pizza surgelata Buitoni. Venti lavoratori interinali non sono stati rinnovati alla scadenza del secondo anno: Nestlé ha ammesso di averli lasciati a casa per le nuove norme, tuttavia ha fatto sapere che in quel sito sono previsti nuovi investimenti e assunzioni. Sarà un’occasione per richiamare i somministrati cacciati? “Valorizzeremo le competenze maturate sul territorio”, dice Nestlé. Tradotto: forse riassumeranno loro, forse assumeranno altri. Comunque, resta il fatto che, anche in questo caso, se quei lavoratori non rientreranno in azienda, non saranno stati mandati a casa dal “decreto dignità” ma da scelte dell’impresa.

Il fatto che il limite massimo per i contratti a tempo determinato passi da 36 a 24 mesi non può di per sé giustificare un aumento della disoccupazione. Le aziende, una volta raggiunto il limite di due anni, avranno due opzioni: stabilizzare il dipendente o lasciarlo e prenderne un altro al posto suo. Questo significa che aumenterebbe il turnover ma sul piano della matematica non si tratterà di un posto di lavoro in meno, perché quella posizione resterà attiva, semplicemente sarà ricoperta da un’altra persona (ovviamente, nessuno vorrebbe essere il lavoratore sostituito). Fino a ieri, peraltro, tanti precari venivano messi alla porta al termine del terzo anno anziché del secondo: nessuno però attribuiva al limite di 36 mesi per i contratti a termine le cause della disoccupazione.

I critici del decreto spesso confondono gli effetti sul singolo contratto del nuovo limite di 24 mesi con quelli contenuti nelle stime dell’Inps inserite nella relazione tecnica: secondo il presidente Tito Boeri si perderanno 8 mila occupati a termine ogni anno per i prossimi 10. La sua previsione si basa sul calcolo – desunto dall’analisi di casi precedenti di modifiche normative di portata simile – per cui, su una platea di 80mila lavoratori a termine in servizio da più di 24 mesi, il 10% non sarà stabilizzato né sostituito. E questo per i prossimi dieci anni.

Questo calcolo, pur con linguaggio burocratico, è stato smontato dal Servizio Bilancio della Camera, che ha fatto notare l’arbitrarietà dei parametri scelti e come il calcolo presupponga modifiche dei comportamenti degli attori in gioco (le imprese) difficilmente prevedibili a tavolino. Secondo i tecnici di Montecitorio, infine, la platea totale dei contratti considerata da Inps è la metà di quella reale. Senza contare che una perdita di 8mila posti su 4,5 milioni di contratti a termine interessati alle nuove norme stipulati nel 2017 rischia di essere un mero “rumore statistico”. Boeri ha comunque difeso il suo calcolo: “È persino ottimistico”.

Festa dell’Unità, “Di Maio non vuole dibattito con Calenda”

Luigi Di Maiodice di no al Pd e alla Festa dell’Unità di Ravenna. Sembrava quasi fatta e invece il vicepremier ha spiazzato tutti dando forfait. Andrea De Maria, organizzatore dei dibattiti politici della Festa, commenta: “Di Maio ha rifiutato il confronto. Ufficialmente per un possibile viaggio all’estero il vicepresidente si è detto non disponibile a partecipare al dibattito a Ravenna. Ne prendiamo atto. Ma abbiamo l’impressione che non sia gradito un confronto con un nostro esponente autorevole che avevamo pensato sui temi del lavoro e del decreto Dignità, che lunedì si vota alla Camera”. Insomma una scusa, almeno secondo il parere del Pd. I Dem avevano immaginato un confronto tra Luigi Di Maio e il suo predecessore al ministero dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che si era già detto disponibile a farlo. Oppure con Teresa Bellanova, l’ex viceministra al Mise, per parlare di Ilva. Rimane ancora valido l’invito al ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli per la Festa di Bologna, sempre che non si sottragga anche lui.

E ora i dem temono il voto: “Brutto clima”

“Beh, visto il clima complessivo non c’è molto da rallegrarsi”. Il “clima complessivo”, come lo chiama il capogruppo dem in Regione Leonardo Marras, è quello della Toscana (ex?) fortino rosso in crisi di identità, dove l’anno prossimo i fiorentini sceglieranno il loro sindaco e nel 2020 si voterà per le Regionali.

Almeno a parole , a sinistra, sono quasi tutti d’accordo: il vento sovranista soffia forte anche da queste parti e servono contromisure, altrimenti si rischia di mandare all’aria quel che rimane dell’antica tradizione locale di Psi e Pci. Ma come dimostra l’ultima lite sui rifiuti, è ancora tanta la strada da fare per ricucire le fratture di una Regione a guida Mdp – con Enrico Rossi – e con una giunta Pd, nominata prima dell’uscita di Bersani e soci.

Tra due anni scadrà il secondo mandato di Rossi, che dunque non potrà ricandidarsi. Troppo presto, oggi, per capire chi sarà l’uomo della sinistra e se la sinistra sarà una sola. Ma il mantra è chiaro: “Abbiamo bisogno di rimettere insieme i pezzi – avvisa l’assessore all’Ambiente Pd Federica Fratoni – anche perché il governo giallo-verde ci chiama a un atto di responsabilità”. Leggasi: o cambia qualcosa, o rischiamo l’eclissi. Lo stesso monito che arriva da Alessandra Nardini, consigliere dem, area orlandiana, in Regione: “Per anni il mio partito ha pensato solo a come spartirsi il potere, senza rendersi conto che andando avanti così non sarebbe rimasto più nulla da spartire”.

Lo sanno anche, al di là delle liti, Marras e Rossi, che proprio nei giorni scorsi hanno presentato un documento programmatico per definire le priorità da qui a fine legislatura. “Spero serva come contributo per allargare il centrosinistra – auspica Marras – magari anche nelle città dove si voterà l’anno prossimo”.

Già, perché dopo esser crollato in sette capoluoghi su dieci – a giugno è stata la volta di Pisa, Massa e Siena – il Pd vorrebbe almeno mantenere Prato e, soprattutto, la renzianissima Firenze, dove il 4 marzo scorso il “senatore semplice” ottenne il 44,13 per cento e dove ambisce al secondo mandato il suo ex vicesindaco Dario Nardella. Mandati in soffitta i progetti di un “Pd 4.0”, che si allargasse “a destra e sinistra” – Nardella docet, in un’intervista dell’estate scorsa al Corriere della Sera – ora il sindaco cerca di ricomporre con i fuoriusciti di Mdp e con le realtà civiche locali, in vista delle elezioni.

Tutto facile? Macché. Basta sentire Alessio Rossi, consigliere Mpd a Palazzo Vecchio: “Sono il primo a non voler consegnare Firenze alla destra o ai 5Stelle, ma preferirei che il mio gruppo avesse il proprio candidato sindaco, magari donna, poi al ballottaggio si vedrà”. Si vedrà, appunto. “Clima complessivo” permettendo.

La guerra dei rifiuti in Toscana: Rossi sfida i sindaci e il Pd

Qualcuno in Regione parla già di “guerra dei rifiuti”. Ed è un conflitto fratricida quello che si sta combattendo da settimane nel Consiglio Regionale della Toscana: da una parte il governatore Enrico Rossi, uscito due anni fa dal Pd per aderire a LeU ma sostenuto da una maggioranza e assessori dem, e dall’altra proprio i consiglieri regionali del Pd che non digeriscono le politiche del presidente della Regione sulla gestione dei rifiuti.

L’oggetto del contendere è una proposta di legge presentata dalla giunta lo scorso 9 luglio per rispondere all’emergenza rifiuti che nelle ultime settimane sta colpendo l’area centrale della Toscana e in particolare Firenze, Prato e Pistoia, che ormai hanno gli impianti sempre più saturi.

Se approvata dal Consiglio Regionale, la nuova norma attribuirebbe alla giunta poteri molto più ampi nella gestione dell’immondizia. In particolare, Rossi e il suo staff potrebbero decidere di volta in volta dove trasferire e smaltire gli scarti urbani nei tre Ambiti territoriali ottimali (Ato) in cui è divisa la Toscana, scavalcando completamente il volere dei sindaci competenti.

La proposta di Rossi però è fortemente osteggiata dai consiglieri regionali del Pd che prima hanno apertamente manifestato il proprio disappunto, e poi hanno bloccato l’iter della legge in Commissione Ambiente, aprendo un confronto con i sindaci del sud e della costa toscana, anch’essi contrari: “Il percorso di confronto con loro è imprescindibile” ha spiegato il presidente della Commissione Stefano Baccelli.

Ma protestano a gran voce anche i consiglieri dem provenienti dal sud della Toscana, ovvero l’area che dovrebbe accogliere i rifiuti del centro. “Serve un approfondimento – hanno scritto in una nota congiunta i consiglieri senesi Simone Bezzini e Stefano Scaramelli – perché una legge che destina i rifiuti in un Ato o in un altro senza dialogo con gli interessati non verrebbe capita”. I Comuni del sud e della costa toscana, infatti, sono già sul piede di guerra: “I sindaci non possono accettare questa imposizione – va all’attacco Alessandro Ghinelli, primo cittadino di Arezzo e presidente di Ato Sud – non siamo la discarica dove la Regione è libera di decidere, senza confrontarsi, quanti rifiuti scaricare”.

Proprio i 104 sindaci delle province di Arezzo, Grosseto e Siena a metà luglio avevano approvato un documento di indirizzo che esprimeva “forte dissenso” nei confronti della proposta di legge di Rossi lamentando di non essere stati “minimamente coinvolti dalla Regione nonostante l’Ato sia competente in materia di programmazione quantitativa e regolazione economica dei flussi da trattare negli impianti del nostro territorio”.

L’allarme sull’emergenza rifiuti in Toscana è partito a fine maggio, quando il Tar ha bloccato definitivamente la costruzione dell’impianto di Case Passerini (in provincia di Firenze), su cui il Pd aveva basato buona parte delle sue politiche sui rifiuti dei prossimi anni. Dopo un mese, il 28 giugno scorso, era arrivato anche l’allarme della rete di aziende della Regione (Confservizi Cispel Toscana) e della società che gestisce il ciclo integrato dei rifiuti (Alia spa), che avevano scritto una lettera proprio a Rossi: “Siamo alle porte di una seria emergenza rifiuti che rischia di portare la Toscana in una situazione che non conosceva dagli anni Ottanta – si legge nella missiva – se non si interviene, 250mila tonnellate di rifiuti potrebbero non essere smaltite a fine anno”.

Così il giorno dopo il governatore aveva firmato un’ordinanza in cui si certificava l’impossibilità di smaltire 20 mila tonnellate di scarti urbani prodotti nella Toscana centrale che, nei prossimi mesi, saranno trasferiti in quattro impianti del sud e della costa (Massarosa, Legoli, Massa, Terranuova Bracciolini), nell’inceneritore di Poggibonsi e nelle discariche di Terranuova e Peccioli.

Ma Rossi non vuole più inseguire l’emergenza e così alla fine ha fatto scrivere ai suoi la proposta di legge regionale che ha provocato l’ennesimo scontro durissimo tra giunta e consiglio: ora la poltrona dell’Assessore all’Ambiente Federica Fratoni è in bilico e nel documento in vista delle Regionali del 2020, approvato una settimana fa, l’assemblea regionale del Partito democratico ha chiesto a Rossi garanzie sul piano rifiuti e una maggiore vicinanza con i territori.

Fs, recapitata al Cda la lettera di decadenza. Ora i nuovi vertici

È arrivata venerdì, subito dopo la fine del Consiglio dei ministri, la comunicazione di decadenza al Consiglio di amministrazione delle Ferrovie dello Stato. A firmarla sono il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e il titolare delle Infrastrutture e dei trasporti, Danilo Toninelli. Il ministro del Movimento 5 stelle ha dunque tirato dritto per la sua strada, nonostante le recenti polemiche proprio con i consiglieri di Fs, che avevano addirittura minacciato querela. Il 25 luglio Toninelli aveva annunciato lo spoils system del Cda, accusandolo di non aver applicato una norma etica dopo il rinvio a giudizio dell’amministratore delegato Renato Mazzoncini. I diretti interessati venerdì avevano replicato di “aver agito nel rispetto dello statuto” e di essere pronti ad azioni legali, ma già nel tardo pomeriggio hanno ricevuto la lettera ufficiale che pone fine al loro incarico. A questo punto il nuovo vertice dovrebbe essere nominato martedì, ma non è escluso che il nome del successore di Renato Mazzoncini nel ruolo di ad possa arrivare già domani.

Chiamparino: “Su Tav pronti al referendum se il governo blocca”

“Se il governo bloccherà la Torino-Lione io sono pronto ad andare fino in fondo e convocare un referendum popolare“: così si è espresso ieri sul tema Tav il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino durante un’intervista rilasciata a Repubblica. Il primo cittadino della capitale sabauda ha poi specificato di essere “pronto a farlo” pur augurandosi che “il governo non prenda una decisione così folle come quella di bloccare una ferrovia che è strategica sotto tutti i punti di vista” aggiungendo che “non si può dare via libera a Tap e allora fermare la Torino-Lione” ed esortando i governatori Toti e Fontana “a battere un colpo sul tema”.

Chiamparino ha poi criticato l’atteggiamento dell’esecutivo gialloverde dicendo di aver chiesto al Ministro dei Trasporti Danilo Toninelli un incontro a cui “non ha mai risposto” per poi concludere dicendo “non sono un mendicante. Se ci si parla solo per tweet, mi comporterò nello stesso modo. È evidente che questo governo va avanti a messaggi, cose concrete ne ha fatte ben poche. Spero che il sì all’Alta velocità sia presto una di queste.”

“Altro che rivoluzione, ci vogliono asserviti”

Caro direttore, sono un giornalista Rai arrabbiato e amareggiato. Oggi come ieri. Non è che l’indignazione passi sulla base del politico di turno che mette le mani su un bene pubblico a seconda che sia più o meno vicino all’appartenenza culturale di ciascuno.

Ero un giornalista indignato quando dalla Rai cacciarono Biagi, Santoro e Luttazzi. Ero un giornalista indignato insieme ad Articolo 21 con Federico Orlando e Sergio Lepri quando la Rai con la legge Gasparri finiva sempre più sotto il controllo della politica. Restavo un giornalista indignato quando si tentava con la legge sulle intercettazioni di togliere agibilità al lavoro dei cronisti. Ero un giornalista indignato quando la legge di riforma della governance Rai poneva il servizio pubblico ancor più sotto il controllo del governo nella passata legislatura. Sono ancora indignato oggi quando un vicepresidente del Consiglio dice che comincia la rivoluzione in Rai cacciando raccomandati e parassiti, indicando all’opinione pubblica un mondo da trattare con disprezzo, nel suo complesso, sparando nel mucchio. Indignato perché indica anche il nome del presidente della Rai quando, per legge, spetterebbe al nuovo consiglio nominarlo, senza alcuna indicazione politica.

Sono indignato perché di fronte a questi attacchi nessun nuovo membro del consiglio di amministrazione della Rai ha proferito parola, nemmeno quello eletto da noi dipendenti. E sono indignato perché quelle parole di disprezzo arrivano da chi, da quando è entrato in Parlamento, dice di voler togliere il peso della politica dalla Rai. Invece ha utilizzato quella stessa legge per arrivare a nuove nomine.

Non poteva fare come per il decreto Dignità? Non poteva, per decreto, definire le nuove fonti di nomina e arrivare a un nuovo Cda che davvero definisse l’inizio di quella rivoluzione che oggi, invece, non ha altro obiettivo che quello di normalizzare la Rai asservendola nuovamente ai vincitori del tempo corrente? I dipendenti della Rai, tutti i dipendenti, non vedono l’ora di poter lavorare in autonomia, forti della loro indipendenza e professionalità, capaci di lavorare a produzioni interne senza dovere accettare che si dia sempre più spazio agli appalti esterni per soddisfare le esigenze della politica. Perché questo è. Poi parassiti e raccomandati ci sono? Probabilmente sì, come in ogni comunità, come in ogni azienda. Ma il raccomandato, senza raccomandazione, non esiste in natura. E la raccomandazione, quando arriva, viene per lo più dalla politica.

Se la Rai soffre di questo male, allora, ancora una volta il problema non sta a viale Mazzini o a Saxa Rubra ma forse a Palazzo Madama e a Montecitorio. E a quanto pare chi c’è ora lì, farà come altri hanno fatto in passato. Se il buongiorno si vede dal mattino, i primi segnali dicono questo. Nomine e casting compresi.