Parte la trattativa di B. su Foa: pretende un tg

Il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, in questi giorni sta parlando con mezza Forza Italia: Gianni Letta, il capogruppo a Palazzo Madama, Annamaria Bernini, Maurizio Gasparri, il capogruppo in Vigilanza, Giorgio Mulè. Obiettivo? Convincerli a votare no mercoledì in Vigilanza a Marcello Foa, indicato da Lega e Cinque Stelle come presidente di Viale Mazzini e così bocciare la nomina: per eleggerlo ci vogliono i due terzi dei voti. Ergo, anche quelli dell’opposizione. Per arrivare a 27 sì su 40 commissari, i sette rappresentanti del partito di Berlusconi sono dunque decisivi.

Se mercoledì Forza Italia non si rifiuterà di votare Foa, magari proponendo un nome alternativo, Marcucci chiederà ai commissari dem di uscire dall’aula per protesta contro “l’amico di Putin” e il “diffusore di fake news”.

Si va verso uno snodo della legislatura che vede una rottura più o meno definitiva tra Lega e Forza Italia? Non è detto. Tutti nel partito, dal presidente della Vigilanza (e fedelissimo di Berlusconi) Alberto Barachini in giù, stanno “riflettendo”. Ovvero stanno cercando di alzare il prezzo e di capire fino a che punto riescono a farlo. Anche perché alla fine è l’ex Cavaliere che decide. Se la Gelmini dice che “per adesso diciamo no”, Mulè la mette così: “Il metodo utilizzato dal governo ci ha sorpreso, trattandosi di individuare e proporre una figura di garanzia qual è il presidente della Rai. Era necessaria una verifica preliminare”.

Il problema sarebbe il metodo, non il merito: il nome di Foa è stato deciso dal Carroccio in autonomia, pochi minuti prima del Cdm di venerdì, all’insaputa di tutti (anche se c’è chi sospetta che Salvini avesse trovato il modo di farlo sapere a Berlusconi). Una provocazione. Il più contrario a trattare appare Letta, che accarezza l’idea di far inciampare il leader della Lega. Però, nel complesso, la posizione è più sfumata.

Ai vertici di Forza Italia chiariscono: “Il nome di Foa è veramente molto particolare”, ma “a fronte di una trattativa soddisfacente, la nostra posizione può cambiare”, spiegano nei vertici del partito. Che vuol dire soddisfacente? “Avere un ruolo autorevole”. Tradotto: qualche compensazione, tutta ancora da stabilire. Perché FI era partita dalla richiesta della direzione del Tg2, che sembra blindato dalla Lega. Mentre il Tg3 dovrebbe restare a Mazzà. Si tratterà di lavorare sulle direzioni delle reti e sulle vicedirezioni. FI vorrebbe almeno una riunione, un tavolo, una trattativa. Vorrebbe capire cosa ha intenzione di fare Foa, quali sono le sue linee guida. Per adesso, non ha avuto nulla di tutto questo.

I Cinque Stelle, dal canto loro, si tirano fuori: chiariscono che è un problema della Lega e che loro interverranno per le caselle che li riguardano. Gli uomini del Carroccio, per ora, ostentano indifferenza e raccontano di non aver parlato né con Berlusconi, né con altri azzurri. Matteo Salvini è in vacanza per una settimana. La posizione è di sfida: non c’è niente da scambiare, se Forza Italia decide di votare col Pd è chiaro che la prossima alleanza la faranno con il Pd, ragionano.

Da qui a mercoledì, tante cose possono succedere. La Lega pensa di affidare allo stesso Foa il compito di cercarsi i voti: starà a lui contattare i vari esponenti di Forza Italia, aprire un dialogo. E magari alla fine prendersi i voti di qualcuno (e non di tutti). Per il Carroccio sarebbe già un risultato: la spaccatura di Forza Italia. Nel frattempo, sul Corriere del Ticino, giornale del gruppo di cui era ad fino a ieri, Foa dice: “Volto pagina, con l’intento di rinnovare la Rai e di riportarla al suo vecchio splendore, non solo giornalistico ma di contenuti”. Fino a che punto si spingerà quel “rinnovamento” è esattamente la posta in gioco complessiva.

Sprechi, ritardi e pubblicità in picchiata: la Rai in coma

Coi Mondiali di Russia 2018, Mediaset ha incassato 100 milioni di pubblicità in 15 giorni, la Rai ha chiuso lo scorso anno in calo di 50 milioni e quest’anno ci sarà una flessione almeno di altri 10. L’ultimo bilancio, relativo al 2017, elenca tutte le attenuanti di un settore in difficoltà, ma poi deve riconoscere che la raccolta della Rai lo scorso anno è scesa dell’8,1 per cento, quella di La7 soltanto del 2,3, Mediaset ha chiuso in pareggio (-0,8), mentre Discovery segnava addirittura un +9,6 per cento.

È da numeri come questi che si capisce che per il governo gialloverde la parte difficile deve ancora arrivare. Una volta fatte le nomine, con attente logiche di bilanciamento di equilibri sempre identiche, ora bisogna pensare all’azienda. E la Rai è sempre la solita vecchia Rai. Letteralmente. A marzo 2018 la Rai e il ministero dello Sviluppo economico hanno definito il nuovo contratto di servizio 2018-2022, quello che definisce gli impegni dell’azienda in quanto concessionaria del servizio pubblico (e dunque beneficiaria del canone). L’articolo 25 di quel contratto impegna la Rai a presentare entro sei mesi dalla firma (cioè entro settembre) “un piano di riorganizzazione che può prevedere anche la ridefinizione del numero delle testate giornalistiche nonché la riprogettazione e il rafforzamento dell’offerta informativa sul web”.

L’ultimo tentativo, con il piano di Carlo Verdelli, si è scontrato con resistenze interne tali che sono saltate le poltrone sia di Verdelli sia dell’allora direttore generale renziano Antonio Campo Dall’Orto, nel 2017. Il nuovo cda Rai e i nuovi vertici, il direttore Fabrizio Salini e il presidente Marcello Foa, dovrebbero combattere di nuovo quella guerra di trincea e vincerla. Ma in poche settimane invece che in lunghi mesi. Altrimenti la Rai si troverà già a essere inadempiente rispetto al suo contratto di servizio.

Visto l’immobilismo Rai, comunque, è impossibile che tutti gli impegni indicati dal contratto vengano assolti, dato che finora, durante la gestione del direttore generale Mario Orfeo, poco o nulla si è mosso. Non si ha notizia alcuna, per esempio, del progetto di canale tematico di educazione civica che deve “promuovere il valore dell’appartenenza dell’Italia all’Unione europea”. E sarà interessante vedere che fine farà ora, con un presidente euroscettico e un consigliere, Giampaolo Rossi, sulle stesse posizioni.

Ma la partita vera resta quella dell’informazione. Il negoziato in corso sul rinnovo dei vertici dei telegiornali e delle reti rischia di bloccare di nuovo ogni riforma: se i partiti ottengono un direttore poi non vorranno certo ridurre i suoi poteri. L’attuale organizzazione, infatti, risponde soltanto a logiche di spartizione politica. Come ha riassunto di recente Milena Gabanelli. fuori dalla Rai da quasi un anno, la tv di Stato conta su 8 diverse testate giornalistiche e 1760 giornalisti che, nel 2015, secondo la Corte dei Conti, avevano un costo medio aziendale di 145.000 euro a persona (molto elevato per un settore che, nel privato, è sempre più povero). Questo sistema, scrive la Gabanelli sul Corriere della Sera, “ha generato costi enormi perché ogni testata ha un direttore, i vicedirettori, i tecnici, i giornalisti, e tutte le testate a coprire lo stesso evento”.

Finora per ogni regione c’erano un responsabile della sede e un caporedattore, senza che nessuno abbia mai capito a cosa servisse la duplicazione di poltrone che ora dovrebbe essere abbandonata. Un sistema inefficiente ma solidissimo, capace di resistere a ogni tentativo di razionalizzazione: non si riescono neanche a organizzare in modo sensato gli uffici. A Genova, per esempio, ogni dipendente continua ad avere 120 metri quadri a disposizione.

Gli immobili sono un altro enorme problema. Da anni la Rai cerca di vendere la prestigiosa sede di viale Mazzini, in centro a Roma, ma non ci riesce. E da molto più tempo cerca un’alternativa al grande centro di produzione di Saxa Rubra (le prime indiscrezioni sul desiderio di fuga risalgono addirittura al 1994), ma niente da fare. Tenere tutto il comparto informazione a Saxa Rubra costa intorno ai 550 milioni all’anno. Ma mettere sul mercato gli immobili Rai sembra un’impresa quasi disperata. Da anni si trascinano cause giudiziarie dovute alla presenza di amianto in molti immobili della tv pubblica, ma nel bilancio 2017 si legge ancora che “una importante attività in corso è quella della valutazione della rispondenza strutturale degli edifici aziendali ai requisiti di sicurezza prescritti dalla vigente normativa tecnica”. Poi la relazione finanziaria si dilunga a spiegare quanto meticolosa sia la valutazione, ma la sostanza sembra essere che la Rai ancora non sa neppure quali sono i suoi edifici a rischio e dunque cosa vada messo in sicurezza.

Questi problemi strutturali, così come quelli strategici (privatizzare due reti, come vuole Beppe Grillo? e il sito web di news che fine ha fatto?) non sono la priorità, anche se dovrebbero esserlo. Come sempre le esigenze della politica prevalgono su quelle industriali: i 5Stelle scalpitano da mesi e finalmente ora potranno intervenire sui contratti che hanno sempre contestato, a cominciare da quello di Fabio Fazio per Che tempo che fa su Rai1 (la Corte dei conti sta valutando se era congruo o esagerato) e forse quello di Bruno Vespa, altro bersaglio frequente delle polemiche pentastellate.

Al vertice della Rai ci sarà un manager con notevole esperienza di prodotto, Salini, e un giornalista con competenze manageriali, Marcello Foa, fino a ieri ad del gruppo del Corriere del Ticino. Se vogliono cominciare a mettere ordine nell’informazione almeno uno strumento ereditato dal caos dell’ultima gestione c’è: una direzione editoriale che per ora si limita a compiti burocratici ma che, almeno sulla carta, dovrebbe essere la cabina di regia da cui ripensare tutta l’offerta informativa. Vasto programma, ripetuto all’insediamento di ogni cda. Ma prima o poi qualcuno ci riuscirà.

La bufala in freezer

Quando uno fa una predica, viene giudicato non solo su quello che dice, ma anche sul pulpito da cui lo dice. Se un prete pedofilo si scaglia contro la pedofilia, dai banchi della chiesa qualcuno gli urlerà “senti chi parla!”. È quel che sta accadendo con le omelie delle cosiddette opposizioni e della stampa al seguito sulle nomine Rai. Il contenuto è sacrosanto: il governo e i partiti della maggioranza che decidono i vertici del “servizio pubblico” è sempre uno spettacolo inverecondo, a prescindere da protagonisti e comparse. Ma è il pulpito che lascia a desiderare: che a insorgere come un sol uomo e a invitare la cittadinanza alla resistenza, siano il Pd e FI, cioè i più volgari lottizzatori dell’ultimo quarto di secolo, che hanno trasformato la Rai da grande azienda culturale a ufficio di collocamento per trombettieri e trombati, raccomandati e poco raccomandabili, amanti e leccaculi (fatte salve le solite eccezioni, peraltro ridotte al lumicino dalla stratificazione delle epurazioni), fa ridere i polli. Se poi pensiamo che le ultime due leggi sull’emittenza, che hanno consegnato la Rai dalle mani dei partiti direttamente a quelle del governo, portano le firme di Gasparri (FI) e di Renzi (Pd), e che dunque quanto stanno facendo Di Maio e Salvini non solo è consentito, ma addirittura imposto dalle norme volute da chi ora grida allo scandalo, viene proprio da sbudellarsi.

Naturalmente nessuna legge può obbligare il governo a nominare incompetenti, portaborse o falliti di partito azzerbinati ai loro mandanti. La Rai è sempre stata lottizzata dai partiti (con Renzi da uno solo). Ma, soprattutto nella Prima Repubblica e più raramente anche nella Seconda, poteva capitare che i partiti scegliessero anche qualcuno bravo: i famosi “competenti di area”. Oggi i mostri sacri sono tutti morti. Ma non si può negare che Fabrizio Salini, ex manager di Fox, Discovery, Sky e La7, sia un manager tv competente e indipendente. Marcello Foa – per quel che conta ormai il presidente Rai dopo la controriforma Renzi – è invece culturalmente più connotato: è un “sovranista” (qualunque cosa voglia dire), un anti-euro e un filo-Putin. Ma non è un leghista né un grillino militante e, diversamente da tanti ex presidenti e consiglieri Rai, neppure un ex-parlamentare o portaborse. Ha le sue idee, anche opposte alle nostre. Ma pure un curriculum rispettabile: capo degli esteri al Giornale di Montanelli, docente universitario di media, manager del gruppo stampa-tv del Corriere del Ticino, autore di saggi interessanti come Gli stregoni della notizia sulla disinformatija d’Occidente.

Il classico “intellettuale di area” che piace alla Lega senza esservi iscritto (diversamente da altri pretendenti per fortuna scartati, come Bianchi Clerici e Del Noce) né doverle la carriera. Gli è anche capitato (come a tutti gli umani) di sbagliare: tipo quando ha ritwittato la fake news della migrante camerunense con le unghie smaltate. E di esagerare, come quando ha espresso “disgusto” per il discorso di Mattarella sul caso Savona, ma aveva il pieno diritto di farlo, essendo ancora un privato cittadino. Dissentire anche ferocemente dal capo dello Stato non è (ancora) reato. E nessuno dovrebbe saperlo meglio degl’indignati a singhiozzo di Repubblica, immemori delle campagne del loro fondatore Scalfari contro i presidenti Segni, Leone e Cossiga. Il che rende comicissimi i titoli di Repubblica e Messaggero sul “gelo del Colle” su Foa, oltre ad attirarsi l’inevitabile replica: e chi se ne frega! Mattarella non ha alcun ruolo nella scelta del presidente Rai, e infatti non risultano sue dichiarazioni in merito, né acquisti di congelatori supplementari per l’occasione. Ammesso e non concesso che Mattarella sia rimasto gelato, pazienza: prima o poi qualche anima pia provvederà a sbrinarlo dal freezer. Ora Repubblica – di cui sfuggono le battaglie contro la “riforma” Renzi, la renzizzazione delle tre reti e dei tre tg Rai e le epurazioni di Berlinguer, Giannini, Giletti e Gabanelli – invita alla pugna Pd e FI (sic) per “fermare questo brutto spettacolo” che strappa Viale Mazzini ai “valori repubblicani” (quelli di Saccà, Del Noce, Masi, Minzo, Riotta, Orfeo & C.) e lo consegna al “proconsole di Mosca”.

A questo proposito, si potrebbe ricordare agli smemorati colleghi che, fino a pochi anni fa, il loro giornale era così ancorato ai valori repubblicani (nel senso di Repubblica) e scevro dall’“apostolato” dei “proconsoli di Mosca” da ospitare ogni mese la traduzione italiana di Russia Oggi, organo del Cremlino che dipingeva il regime putiniano come un’oasi di pace, libertà e democrazia, con “giudizi entusiastici sul presidente russo” da far impallidire i tweet di Foa. Poi il comitato di redazione si imbizzarrì e, dopo lunga e faticosa battaglia, ne ottenne la rimozione. Foa è anche accusato, da Repubblica e Stampa, di produrre fake news à go-go. Il che è senz’altro deplorevole. Peccato che la predica venga da giornali che, nella pagina accanto, diffondono fake news à go-go. La Stampa: “Nessuna maggioranza ha mai escluso l’opposizione da tutte le reti” (falso: l’ha fatto Renzi, mentre i gialloverdi non hanno ancora toccato una rete né un tg). La Stampa e Repubblica vaneggiano delle “penali miliardarie” (inesistenti, mai previste da alcun contratto) che l’Italia dovrebbe sborsare se annullasse il Tav Torino-Lione, definito da La Stampa “treno ad alta velocità per persone e merci” (falso: è solo per le merci). Il che spiegherebbe il titolo della stessa Stampa sulla fantomatica “ira del Nord” per il no grillino al Tav (e chi l’ha detto? e chi sarebbe l’iracondo portavoce del “Nord”? e “il gelo del Nord” no?). Ma forse è solo invidia: i monopolisti della bufala temono di perdere l’esclusiva.

Lo zoo dei Promessi nipoti. Cronache di Busi da cretinia

I bis-nipoti di Renzo e Lucia, che oggi hanno messo su famiglia e fabbrichétta, con un prestito agevolato dal locale Credito qualcosa, magari ottenuto grazie all’intercessione di un don Abbondio o, chissà, forse addirittura della Divina Provvidenza, oggi come ieri tengono i gomiti sul tavolo scompaginando le posate altrui. Straparlano di tutto senza sapere davvero niente – dunque sono più politici che mai – continuano a essere pii e timorati, e il grande partito, uno dei tanti, che prima li abbracciava in tutte le loro convinzioni, e quindi proteggeva la loro nolontà, non c’è più.

Dunque che fare? Credere fermamente nei valori della famiglia però col giusto timore che gli extracomunitari – che possibilmente sfruttano in nero nella fabbrichétta – non si mettano anche loro a metter su famiglia, perché poi la nostra identità andrebbe a farsi benedire.

Questo è più o meno il ritratto che esce da una cena in casa, 14 persone – “13 non si può…” – più o meno borghesi, arricchiti o giù di lì, alla quale Busi avrebbe partecipato (condizionale d’obbligo) e che è il punto di partenza del suo ultimo libro Le consapevolezze ultime (Einaudi). L’ennesima lucida, agguerrita – e più politica che mai – analisi antropologica nella quale l’oggetto-soggetto è il nostro Paese, che in questo tempo più che mai sembra aver perso la grammatica, e non solo, dello stare a tavola, inteso non come bon-ton ma come capacità di essere seriamente “politico” e “sociale”.

Dunque a casa di una vispa Teresa qualsiasi (nata Bimercati, che viene dalla campagna passando per le Orsoline e maritata ragioner Inossi), con persone qualsiasi, inizia una “realtà che ha cessato di essere verosimile”. Niente che, si badi, ricordi il focolare domestico, qui “tutto è di rappresentanza, dall’altare-bar al tavolo del banchetto” fino all’arazzo con scena di caccia al cervo “in una giorgionesca, anzi, gigionesca Arcadia”.

La questione accade tutta in una sera, si (stra)parla della vita, dai problemi di incontinenza vescicale fino al buco nell’ozono, dai tovaglioli rosa antico misto nylon alla politica, dai suoi – di Busi – bicchieri boemi di cristallo al – di loro – “analfabetismo di andata”, passando per ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita, mafia e “altre filiali di provincia dello Stato”.

Come accade spesso – chi ha letto almeno un libro di Busi sa – c’è lo sguardo lungo dello scrittore capace di capire cosa accadrà domani: il libro non è uscito oggi ma racconta quasi la cronaca del giornale di oggi.

Dal caleidoscopio di Busi, che tutto filtra, esce un ritratto drammatico: i commensali sono così inverosimili da essere verissimi, summa assoluta sul costume degli italiani di oggi. Sembra di sentirlo quell’ “aiutati che Dio t’aiuta” impresso negli astanti dagli antenati manzoniani. Però oggi i pronipoti della coppia lecchese, trasferitisi nel frattempo nell’hinterland brianzolo, dotati dell’ultimo modello di machina e telefunin, sono totalmente sprovvisti di etica e morale – dove non ci sono non c’è l’uomo, chiosava Aristotele. E poi non hanno più, questo è risaputo, il senso della vergogna o del ridicolo, tipico di quella mezza classe mezzo borghese italiana, con due soldi in tasca, che affronta tutto e tutti a testa inconcepibilmente alta – viene in mente l’appellativo “professoroni” pronunciato dal recente, bieco politicume nostrano.

Qui, dalle cronache di cretinia, nessuno che abbia un figlio che vada più in là del posto in banca o in fabbrichétta, nessuno che – esempio a caso – neanche per sbaglio un giorno sia partito per andarsi a fare un paio di canne a Kabul ma che poi abbia imparato il farsi, l’arabo o il pashtun e ne abbia scritto da corrispondente. Come dire: prima penso alla cancellata in zinco trattato per tenere lontani i maruchìn, poi cercheremo, semmai, di capire il mondo. Busi dice che questo è il suo libro più politico, ma quale dei suoi non lo è? Perché lui è politico anche quando prende l’autobus, al di là dei dosaggi.

E come Grandville nel suo Cabinet d’histoire naturelle – ritratto dei membri di Governo con teste animali – il protagonista si deve districare in un inventario zoologico dei presenti per riconoscere le volpi dalle faine, la iene dai camaleonti, anche se forse è solo una fossa di leoni un po’ spelacchiati.

Però la cosa che più fa arrabbiare Busi è che “ci casco dentro per darmi in pasto a titolo gratuito”. Ma questa cena è l’ultima “per me, che replica non avrà”. Ma non sarà l’ultimo libro. Checché, talvolta, ne dica lui.

“Chiedetemi ciò che volete ma i tortellini al sugo, no”

“L’altro giorno un cliente mi ha chiesto le coscette di coniglio. Solo quelle di sinistra, però. Forse aveva idee politiche precise”. Parlando con Filippo Venturi non capisci se è un ristoratore, uno scrittore o un comico. E per quanto si possa e si debba “fare la tara” rispetto a ciò che racconta (“Non potrei descrivere per filo e per segno i miei clienti, diciamo che è più un esercizio letterario”, anche perché tornerebbero a cercarlo), i suoi ritratti sono la giusta vendetta per le recensioni moleste di TripAdvisor.

Avvocato mancato, titolare di un ristorante bolognese doc da vent’anni, Venturi ha esordito nella scrittura nel 2010, quando la casa editrice Pendragon ha pubblicato i suoi racconti sulla Bologna degli anni Ottanta, Intanto Dustin Hoffman non fa più un film, chiaro richiamo al primo album di Luca Carboni. Da allora, ha scritto altri due romanzi, è titolare di una rubrica su Repubblica in cui recensisce i clienti ed è da qualche giorno in libreria con Il tortellino muore nel brodo, un ironico thriller che divaga tra le tagliatelle e le colline attorno al capoluogo emiliano. Protagonista è Emilio Zucchini, un ristoratore con il fiuto da detective che si trova a indagare su una strana, doppia rapina e sulla sparizione della figlia del suo migliore amico.

Venturi, è lei Zucchini?

Ha un percorso molto simile al mio: è laureato in Giurisprudenza, ma non ha avuto forza, coraggio e voglia di proseguire. Come me, voleva fare qualcosa di più originale. E lo dico perché vent’anni fa a Bologna mica era comune aprire un ristorante… Adesso, mi passi la battuta, la ristorazione è diventata quella che un tempo era Scienze politiche. Emilio ha come me questa passione per la cucina bolognese che gli è stata tramandata dalla nonna. Ma, a differenza mia, non ha avuto la fortuna di farsi una famiglia, è bravo ai fornelli e soprattutto sa ascoltare. Quasi quasi sono io che vorrei essere lui.

Il celebre Pellegrino Artusi è stato il protagonista di un romanzo di Marco Malvaldi, che ha al suo attivo anche la serie del BarLume. Si è ispirato a lui?

Leggevo Malvaldi ancor prima di iniziare a scrivere. È un onore questa citazione. Però c’è una differenza: io sono un ristoratore davvero, faccio questa professione e la farò per sempre. Però magari anche quella di Zucchini, se il pubblico la amerà, diventerà una saga.

Sullo sfondo di ogni suo scritto, c’è Bologna. Com’è cambiata la città dagli anni Ottanta a oggi?

È cambiato il mondo intero. Siamo di fronte a una nuova fase, sociale prima che politica. E ovviamente Bologna recepisce il cambiamento. Quando ero bambino era un grande paesone, oggi è una piccola metropoli, con tutti i suoi problemi. Rimangono le radici ben piantate nella tradizione: è una città aperta, solidale, accogliente. Non vorrei, però, che assorbisse le paure che stano girando, che diventasse razzista. E poi rimane la radice per eccellenza: la cucina. La sfida è mantenere viva la tradizione.

La cucina è degli chef o dei cuochi?

Oggi è tutto sofisticato, si getta fumo negli occhi sui nomi delle pietanze. Sono contento che, grazie a Masterchef e agli altri programmi televisivi, ci sia grande attenzione verso la mia professione, ma è fastidioso che si sentano chef anche coloro che al massimo hanno cotto un uovo alla coque. Sei alla mercé di un cliente che ne sa un po’ meno di te.

E da qui il suo TripAdvisor al contrario…

In questo clima da onniscienza culinaria da format tv, a me piace confrontarmi con i clienti, soprattutto se c’è rispetto reciproco.

A Roma c’è stato il caso di un cameriere che ha insultato una coppia omosessuale su uno scontrino.

Da me non sarebbe neanche stato assunto. Detto questo, se un mio collaboratore sbaglia, la colpa è mia.

Il suo Zucchini sostiene di saperli classificare non appena varcano la soglia del ristorante.

È fondamentale riconoscere i clienti, capire chi hai davanti e comportarti di conseguenza. C’è quello che vuole essere lasciato perdere, quello che cerca la confidenza, quello che ha fretta o quello cui devi dare del lei. Fermo restando che nel piatto ci deve essere lo stesso amore, che tu stia servendo un notaio, una rockstar o un operaio.

Le richieste più strambe che le sono capitate?

Un signore mi ha chiesto se facevamo l’uovo fritto nell’olio del filetto. Dopo aver raccontato questo episodio, che mi sembrava curioso, sono stato costretto a scusarmi perché c’è davvero un posto vicino Bologna dove lo fanno.

E gli stranieri?

L’altro giorno sono venuti cinque cinesi, avevano in mano un cono gelato enorme e si sono seduti a tavola con quello. Ho pensato potesse essere un buon antipasto… Poi, quando ho servito le lasagne, si sono lamentati perché la crostina era bruciacchiata. E come glielo spiegavo in cinese che a casa mia, da bambini, ce la litigavamo quella crosta?

Da chi riceve i complimenti maggiori?

Dalle “ragazze forever”: le signore come mia mamma, che vengono con una grande voglia di divertirsi e apprezzano ciò che fai perché sanno quanto è difficile mettere a tavola le persone.

Dice mai “no” alle richieste dei clienti?

La cucina bolognese ha regole rigide che vanno rispettate. Se un bambino mi chiede i tortellini alla panna glieli fai, ci può essere tolleranza fino al ragù. Ma il sugo mai.

E se becca una recensione cattiva?

Le leggo tutte, perché magari ce ne sono di costruttive. E, se proprio devo, intervengo in modo ironico. Un signore mi ha scritto che non sarebbe più tornato perché non aveva avuto la cotoletta come voleva lui.

Cos’ha risposto?

Ho fatto rispondere alla cotoletta: “Vienimi a salvare, portami via da questi che mi vogliono imprigionare negli schemi della tradizione”.

Il Rush finale tra James e Niki, nemici per la pelle

Eroi e sfide che resistono al tempo. Lo sport ne regala di indimenticabili, campioni irripetibili dalle carriere ed esistenze bigger than life, sempre alla ricerca dell’avversario “degno” da portarsi nella leggenda.

L’occasione del Gran Premio di F1 di Ungheria di domani non può che rievocare il nome di uno dei piloti tra i più iconici di tutti i tempi, quel Niki Lauda capace di tornare a gareggiare 42 giorni dopo il noto e rovinoso incidente, avvenuto al GP di Germania nel 1976. Il suo rivale era londinese, ribelle e irriverente, e si chiamava James Hunt.

Sulla mitica competizione fra i due, amici fuori pista e acerrimi nemici al suo interno, Ron Howard ha siglato un action-drama mozzafiato, certamente il suo più adrenalinico. Rush, prodotto e uscito nel 2013, nasceva dalla penna del grande sceneggiatore inglese Peter Morgan (autore di The Queen e Crown), che ebbe il merito di nutrire il racconto sportivo con la contrapposizione squisitamente umana e caratteriale fra i due: tanto fu volubile, istrionico e donnaiolo Hunt (scomparso nel 1993 a 46 anni), quanto roccioso, introverso e profondamente “teutonico” Lauda, oggi 69enne.

Un classico, si potrebbe obiettare (pensiamo al più recente Borg McEnroe), ma il “valore aggiunto” di Rush è proprio la presenza delle automobili, che a loro volta creano una sfida intrinseca per i piloti, chiamati a “domarle”: una sorta di triplice conflitto “in velocità” che si ammanta di quel tormentato ma irresistibile contrasto uomo/macchina. Accanto alla buona regia di Howard, da segnalare le iconiche interpretazioni del divo australiano Chris Hemsworth nei panni di Hunt e del tedesco Daniel Bruehl in quelli di Lauda. Un piccolo ma pertinente cameo affidato alla “voce” del nostro Alex Zanardi quale radiocronista del GP d’Italia del ’76.

Vip, vendesi villa disperatamente

Diceva Marilyn Monroe: “Se devo piangere preferisco farlo su una Rolls Royce che su un vagone della metro”. E allo stesso modo forse la pensava il produttore italiano Carlo Ponti, constatata la maestosità della sua villa romana, dall’altroieri in vendita.

La tenuta – 1.300 metri quadrati; pavimenti decorati con mosaici di epoca romana; un ettaro e mezzo di parco secolare; una piscina riscaldata e tante altre meraviglie – è stata valutata 19 milioni, senza contare l’impalpabile profumo lasciato dalle celebrità qui ospitate, come Anthony Quinn e Alberto Sordi, che vi ambientò la scena iniziale di Un tassinaro a New York.

Per la vendita l’attuale proprietario si è affidato a Lionard, agenzia specializzata in case di lusso, che la descrive come un angolo di paradiso nel parco dell’Appia Antica, celato all’esterno da un muro di cinta. Per i passanti, quindi, ci sarà poco da vedere, mentre il famelico pubblico dei social potrà sempre rivolgere l’attenzione altrove, frugando tra le vite – e le ville – di celebrità meno discrete: basta fare un giro su internet per accorgersi di quanti vip ostentino il proprio patrimonio immobiliare, anche per venderlo. È il caso, ad esempio, di Shakira, la cui villa a Miami Beach è valutata 10 milioni, o della coppia formata da Gisele Bündchen e Tom Brady, costretti ad abbassare le proprie pretese e a ritoccare il prezzo del loro attico a New York da 17 a 12 milioni di euro. Ad aggiudicarsi il “premio ostentazione” sono però i nostrani Fedez e Ferragni (Chiara), che hanno filmato e mostrato a mezzo mondo il loro nuovo appartamento milanese.

Insomma, fra chi compra, chi vende e chi ostenta, le star sembrano ignorare il proverbio africano secondo cui non c’è bisogno di indicare l’elefante con un dito. L’unico a poterlo comprendere, al momento, è forse il calciatore Samuel Eto’o, la cui casa a Milano è stata pignorata e venduta all’asta per 3 milioni di euro per ripagare i debiti da lui contratti. In questo caso ai creditori non è servito neanche che Eto’o alzasse il dito per indicare i suoi elefantiaci debiti.

Pianoforti rotti e noci fracassate: la Bbc creò gli effetti radio

Rumori fuori scena: facili a dirsi, difficili a farsi. Per crearli, 60 anni fa, la Bbc mise in piedi un “laboratorio” permanente, chiuso solo nel 1998, arruolando i migliori tecnici, compositori e inventori di suoni su piazza. E da aprile di quest’anno la loro library sterminata di suoni ed effetti – oltre 16 mila per 560 Gb – è accessibile gratuitamente.

Nel 1958, in uno stanzone umido ricavato da una vecchia pista di pattinaggio e ribattezzato “Maida Vale Studios”, aprì i battenti il Bbc Radiophonic Workshop, che dal dopoguerra fu tra gli esperimenti più innovativi di musica elettronica, nonostante fosse nato con l’umile scopo di produrre effetti e sottofondi per radiodrammi, melologhi e affini.

Si era ancora all’alba della tecnologia: eppure – con una sporca dozzina di registratori (a bobine), rudimentali macchinari per l’editing, saldatrici e ogni tipo di utensile domestico, di quelli buoni per il bricolage – la squadra della Bbc scrisse la storia dell’effettistica musicale, a partire dalle inquietanti atmosfere della serie Quatermass and the Pit (1958-59), firmate da Desmond Briscoe, ingegnere del suono (diremmo oggi), e dalla sigla di Doctor Who (1963), creata da Delia Derbyshire e Brian Hodgson, che, per riprodurre il risucchio nel vuoto, riesumarono un pianoforte rotto, sfregandogli le corde con chiavi pesanti.

I primi esperimenti risalgono al 1957 durante lo show Private Dreams and Public Nightmares: per non spaventare gli altri impiegati della radio, gli ingegneri affissero cartelli dappertutto. “Non tentate di alterare ciò che sembra strano”, gli effetti sono voluti. “Oggi – racconta un tecnico al Guardian – i suoni si ottengono così facilmente, grazie alla tecnologia digitale, che è difficile capire quanto faticoso e rivoluzionario fosse il nostro lavoro all’inizio”.

E in Italia? Anche da noi l’effettistica vanta una robusta tradizione, come ricorda Armando Traverso, autore e regista radiotelevisivo, da anni in Rai: “Fino a poco fa, la sala C di via Asiago era squisitamente attrezzata per creare rumori: si diceva che persino la Bbc ce la invidiasse. Lì, ad esempio, avevamo allestito diversi set per le camminate: sulla sabbia o sulla ghiaia, con le scarpe di legno o di cuoio; oppure porte con serrature diverse, scale, persino suole differenti”. Questa impostazione deriva dal teatro, ma poi nel tempo il sound design si è emancipato, diventando un’arte a sé.

Di aneddoti sui rumori fuori scena Traverso ne ha a bizzeffe, lui che negli anni 2000 si è occupato di sceneggiare per la radio i fumetti e i loro eroi, da Diabolik a Tex, i cui effetti andavano inventati ad hoc: “Dovevamo ricreare una scena horror di Dylan Dog, che sfasciava la testa a uno zombie con un’ascia. Allora ci siamo ingegnati, riproducendo il suono di una vanga che si conficcava nella terra, unito a quello di una noce di cocco spaccata in diretta in studio”. Et voilà, les jeux sont faits.

Dagli Amici di Maria a Prodi e Gramsci: l’altra vita di Errico

È stato il “caso zero” di Maria De Filippi, il primo talent-uoso uscito dalla scuderia di Amici (allora proto-Amici: solo chiacchiere, zero musica) negli anni Novanta, “la prima scoperta forse, non del tutto volontaria, di Maria, che mi fece quasi da seconda madre. Con lei avevo una specie di rapporto filiale”, racconta oggi Alessandro Errico, 44 anni e una vita professionale cangiante, che l’ha visto prima cantante, poi insegnante, poi operatore di call center, capoufficio stampa, impiegato e quant’altro.

Ciononostante l’artista romano non ha mai smesso di sentirsi tale: “Non ho mai del tutto abbandonato il mondo della musica, pur avendo una vita – diciamo così – normale: due bambine e una routine che va avanti a prescindere dall’esposizione mediatica. E di cose ne ho fatte parecchie: dopo il mio secondo disco (Esiste che, del 1997) ho deciso di mollare tutto e ritirarmi in un eremo per quasi un anno, facendo incazzare tutti”, la sua produttrice, Caterina Caselli, in primis. Rientrato in sé, e nel mondo civile, si è “iscritto all’università, ho firmato un progetto musicale con Gianni Maroccolo e Riccardo Tesio dei Marlene Kuntz, ho lavorato a un disco cantautorale e tanto altro”.

Ma torniamo agli albori, e agli allori: dopo Amici, Errico nel 1996 passò a Sanremo, salendo per la prima volta sul palco dell’Ariston, nella categoria “Giovani”, con Il grido del silenzio: pur non ottenendo una buona posizione, la canzone riscosse un inaspettato successo commerciale, spingendo l’album, Il mondo dentro me, verso le 100 mila copie e la chiara fama. L’anno successivo, infatti, Errico si ripresentò al Festival con E penserò al tuo viso, tratto dal secondo cd Esiste che, sempre prodotto dalla Sugar della Caselli. Ironia della sorte, quello fu l’anno della vittoria dei Jalisse, altre sfortunate meteore musicali.

“Più che una meteora – di fatto non ho avuto il tempo di diventarlo – mi piacerebbe essere un meteorite: oggi si diventa una meteora a una velocità quasi imbarazzante; il mercato è impazzito, brucia qualsiasi proposta nell’arco di una stagione, una stagione reale, come l’estate o l’inverno. Quando vedo in tv artisti coinvolti in un certo tipo di trasmissioni mi prende la tristezza. È un tritatutto: ci si ributta dentro per starci il tempo di un battito di ciglia, ma non credo che sia quello il modo per tornare a dire qualcosa”.

Poi, certo, “esistono ancora musicisti di qualità che girano il mondo e hanno visibilità e fama a prescindere dallo show business: Damien Rice, ad esempio. E soprattutto c’è una marea di gente che ha fame di musica vera: forse definirla di qualità è fuorviante, ma mi riferisco a quel tipo di musica che suscita vibrazioni, emozioni inedite… Io, nel mio piccolo, spero di essere da questa parte, piuttosto che presenziare 24 ore su 24 sui canali mainstream, pur rimanendo di fatto invisibile”.

Il ritorno sulle scene di Errico è datato 2005, dieci anni dopo il debutto, col gruppo SoneTsenZ (Mauro Di Donato, Marcello Ravesi, Cristiano Urbani, Enrico Rossetti e Paolo Lucini): l’album, coprodotto dai succitati Maroccolo e Tesio, vanta la partecipazione di Edoardo Sanguineti, ma è rimasto inedito, a parte alcune tracce pubblicate su Myspace. Nel 2013 esce il singolo Mai e poi mai, preceduto da una lettera per l’allora presidente della Repubblica – con annesso flashmob davanti al Quirinale – dal titolo: Il mio paese mi fa mobbing, diventato brano e video assieme ai 3Cellos. L’ultimo pezzo, infine, è del 2015: Eppure ti dico ciao (La guerra di Piero).

“Lo spazio si trova sempre, se si ha qualcosa da dire o da comunicare, senza ridursi a riproporre la stessa frittata di vent’anni fa. Per carità, la mia non è una critica: se uno non ha alternative lo capisco, ma a me personalmente mette un po’ tristezza, non fa proprio parte del mio dna; altrimenti me ne starei tutto il giorno su Facebook a promuovere me stesso, a espormi. Al contrario, sono asocial, non frequento i social network: preferisco vivere”. Per campare, però, la musica (sporadica) non basta: “Come si fa? In questi anni ho fatto un po’ di tutto, dai call center notturni – due anni molto duri ma formativi – a lavori più importanti. Sono stato anche vicecapoufficio stampa per Prodi. Poi ricordo ancora con grande piacere gli anni in università: dopo la laurea, per un periodo ho insegnato. Lavori estranei alla musica ne faccio tuttora, dovendo crescere due figlie: d’altronde, una scelta come quella che ho fatto tempo fa – cioè portare avanti i miei progetti in maniera indipendente, del tutto svincolata dal mercato – comporta una forte assunzione di responsabilità. E rischi. Dovunque sto, va bene”.

Il suo obiettivo, per ora, è quello di “mangiare e portare a casa la pagnotta: vivere e portare avanti le cose che amo. Quando mi dicono che la musica è un dono un po’ mi incazzo, perché sì, è un dono, ma anche una condanna: per me è soprattutto un linguaggio, forse l’unico che conosco, l’unico almeno con cui riesco a interfacciarmi col mondo. Non ci si libera della propria lingua, quasi come da una malattia. Poi è vero che è anche un mestiere: per cui capisco chi mette a disposizione il proprio bagaglio tecnico, vocale o strumentale, insegnando ad altri”.

Errico attualmente lavora in uno studio di avvocati, in ambito “paralegal”, direbbero i businessmen; viceversa, non ha mai voluto spendersi in ambito para-musicale, riciclandosi come insegnante, ad esempio: “Non sono un bravo maestro. Quantomeno, ho insegnato altro: all’Università di Roma Tre tenevo un corso su Gramsci, che evidentemente non c’entra nulla con la musica. Poi, come tanti, me ne sono andato una volta esaurita la borsa di studio: i fondi per la ricerca sono pochissimi”. Ma questa, si sa, è tutta un’altra musica.

 

Afroamericana accoltellata a Oakland. La sorella accusa: “È un atto di razzismo”

Omicidio attribuibile a un disperato o delitto con matrice razzista? Non è chiaro il contesto che ha portato alla morte, il 22 luglio, di Nia Wilson, 18 anni, afroamericana, uccisa a coltellate in una stazione dei bus di Oakland, in California; la vittima era insieme con delle sue sorelle quando è stata aggredita da John Lee Cowell, 27 anni, un senzatetto con numerosi precedenti penali. Per la polizia, che ha arrestato l’assassino dopo un giorno di ricerche, si tratterebbe dell’ennesimo episodio di degrado sociale che attanaglia Oakland, ma i parenti hanno idee diverse: “Stanno cercando di dire che l’assassino era malato e pazzo. Ma è stato un atto di razzismo” afferma una delle sorelle della vittima, Malika Harris. A sostenere questa tesi è l’attrice Anne Hathaway, che su Instagram scrive: “Era una ragazza nera ed è stata uccisa a sangue freddo da un uomo bianco. Gli afroamericani temono per la loro vita quotidianamente in America e questo va avanti da generazioni. I bianchi non hanno la stessa paura”.