Cohen, siluro su Trump: “Nel 2016 diede l’ok all’incontro con i russi”

L’avvocato Michael Cohen sta diventando il personaggio chiave della presidenza Trump: un maneggione che asseconda, e nel contempo inguaia, il suo cliente. E che, per trarsi d’impaccio, adesso spiffera quel che il magnate candidato e presidente ha sempre negato: Donald Trump sapeva in anticipo, e diede il suo assenso all’incontro alla Trump Tower, casa sua, a New York, nel giugno 2016: un’avvocatessa russa avrebbe dovuto offrire al suo staff della campagna elettorale, col figlio Donald jr in prima fila, materiale compromettente su Hillary Clinton. Non se ne fece nulla, pare, ma il colloquio con Natalia V. Veselnitskaya ci fu.

Trump ha sempre negato di avere saputo di quell’incontro e continua a farlo: “Mi sembra che qualcuno stia cercando di inventare storie per cercare di tirarsi fuori dalle sue difficoltà”. Cohen, l’avvocato personale, che gli faceva da paraninfo negli affari sessuali, comprando il silenzio di conigliette e pornostar che s’attribuivano l’‘amicizia’ del magnate, ora sarebbe pronto a raccontare la sua verità al procuratore speciale Robert Mueller, che indaga sul Russiagate, l’intreccio dei contatti tra la campagna di Trump ed emissari del Cremlino.

In ogni caso, probabilmente non siamo al redde rationem del Russiagate: gli inquirenti e i democratici all’opposizione non hanno interesse a portare l’affondo contro Trump ora che i repubblicani sono maggioranza sia alla Camera che al Senato; e potrebbero attendere il voto di mid-term del 6 novembre, sperando di ribaltare i rapporti di forza almeno in un ramo del Congresso.

Cohen, un legale fedifrago, pronto a compromettere il cliente, sia pure ex, per alleggerire la sua posizione, ha una credibilità piuttosto bassa. E, su questo punto, non è neppure suffragato da qualche registrazione: la sua parola contro quella dei Trump, anch’essi, però, parte in causa e con una credibilità non argentina. Cohen dice che fu Donald jr a informare il padre dell’incontro e che ne ottenne l’ok ad andare avanti.

All’Fbi, comunque, non manca il materiale su cui indagare, affermazioni di Cohen a parte: gli agenti hanno un centinaio di conversazioni registrate tra il legale e il presidente, tutte sequestrate nelle perquisizioni di aprile nelle residenze e gli uffici dell’avvocato, quando vennero fuori i pagamenti per comprare il silenzio della pornostar Stormy Daniels (cui poi s’è affiancata la vicenda analoga della coniglietta Karen McDougal). Michael Avenatti, avvocato della pornodiva, annuncia che prenderà la difesa di altre tre donne che sarebbero state pagate da Trump e dal suo team, senza indicare perché lo sarebbero state.

C’è, inoltre, il mandato di comparizione davanti a un gran jury per Allen Weisselberg, uno dei ‘custodi’ delle finanze di Trump, chiamato a testimoniare nelle indagini su Cohen. E, infine, il procuratore Mueller sta passando al setaccio i tweet di Trump: quelli virulenti contro l’ex capo dell’Fbi James Comey, licenziato perché non voleva ‘ammorbidire’ l’inchiesta sul Russiagate, e contro il ministro della Giustizia Jeff Sessions possono essere vere e proprie intimidazioni a uomini chiave dell’indagine, cioè ostruzione alla giustizia.

Solo marce e sangue: Gaza non ti Hamas più

Un nuovo scontro era nell’aria da giorni, ma l’attacco nella notte di giovedì all’insediamento di Adam, a pochi chilometri da Gerusalemme con un israeliano ucciso e due feriti a pugnalate ha fatto da miccia alle tensioni che covavano da settimane. È stato un altro venerdì di sangue. C’è stata battaglia a Kobar, il villaggio del terrorista di Adam in Cisgiordania, c’è stata battaglia sulla Spianata delle Moschee con l’Idf che dopo ore di scontri ha preso il controllo militare della Moschea Al Aqsa, il terzo luogo santo dell’Islam. C’è stata battaglia lungo tutta la linea di confine fra Gaza e Israele a ridosso della Barriera di sicurezza con tre morti palestinesi e decine di feriti . I tre episodi – accaduti nell’arco di 24 ore – non sono collegati né sembrano appartenere a una strategia comune. Ma sono come le tessere di un mosaico che si va rapidamente componendo, quello della prossima guerra.

Quando all’alba di venerdì si è presentato un distaccamento militare israeliano nel villaggio arabo di Kobar per perquisire e poi distruggere la casa del giovane terrorista – come prevede la legge – c’erano centinaia di giovani palestinesi per le strade armati di sassi e molotov a impedire l’azione dei militari. Gli scontri sono andati avanti tutta la mattinata, dilagando poi in altre cittadine della Cisgiordania.

Alla fine della preghiera di mezzogiorno, quando è cominciato il deflusso delle migliaia di fedeli dalla Spianata delle Moschee, gli incidenti con la Border Police israeliana presente in forze come sempre. Decine di fedeli palestinesi sono rimasti feriti, intossicati dai gas lacrimogeni o contusi dai proiettili rivestiti di gomma sparati dagli agenti. Verso sera Border Police e Idf dopo aver disperso la folla nei vicoli della Città Vecchia hanno preso il controllo militare della Spianata e della Moschea Al Aqsa. Un fatto giudicato estremamente grave dalla Giordania – che per gli accordi di pace del 1994 ancora tutela i luoghi islamici di Gerusalemme – che ha immediatamente protestato per l’ingresso dei militari nei luoghi di culto mentre Hamas già invitava “alla rivolta per Al Aqsa”. La Spianata è stata riaperta solo nel tardo pomeriggio. Mentre la Città Vecchia era soffocata dal fumo dei lacrimogeni, cento chilometri più a sud, dove comincia il confine con la Striscia, i soldati israeliani della divisione Givati cercavano di tenere lontani dalla Barriera centinaia di palestinesi che si erano radunati in più punti lungo i 37 chilometri di confine. Nei pressi di Jabaliya, il primo morto. E poi ancora scontri a Rafah e a Khan Younis.

Questa volta a Gaza non c’è stata la partecipazione che Hamas si aspettava. Solo qualche migliaio i manifestanti nonostante la mobilitazione generale ordinata da Ezzedin Al Qassam, il braccio armato del movimento islamista. Nelle strade della Striscia si respira un’aria grave, rabbiosa. E la gente riversa la propria collera su tutti: Hamas, Anp, Israele, Unrwa, Paesi arabi, anche sul “fratello” Egitto. La realtà economica di Gaza – secondo tutti gli indicatori e le organizzazioni internazionali – è al collasso, qui si incontrano il più alto tasso di disoccupazione al mondo con il 42% e la densità abitativa più alta del Pianeta. Le tre guerre da quando comanda Hamas – 2009, 2012, 2014 – e le ricadute economiche del blocco imposto da Israele ed Egitto ad Hamas hanno fatto prevedere all’Onu che Gaza “sarà invivibile entro il 2020”. Manca l’energia elettrica (c’è solo 4 ore al giorno, in parte arriva da Israele) e l’acqua potabile. Il sistema sanitario è in default. Il taglio del contributo Usa deciso da Donald Trump (300 milioni di dollari) all’Unrwa (l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) e la politica di restrizioni economiche del presidente dell’Anp Abu Mazen nei confronti del governo di Hamas, hanno peggiorato le cose. L’Unrwa ha annunciato che non rinnoverà il contratto a mille dipendenti temporanei. Uno di loro ha tentato il suicidio con le fiamme, così come aveva fatto un venditore ambulante obbligato dalla polizia di Hamas a cambiare zona. Temeva di non poter più incassare quei 15 shekel al giorno – 3 euro – per sfamare la moglie e i cinque figli.

Il “malumore” nei confronti di Hamas, è cominciato dopo le “Marce del Ritorno”. Diversi post sui social media imputano ad Hamas “la volontà di andare ad un nuovo confronto militare. E inevitabilmente sarebbe la gente comune a pagare il prezzo maggiore”. Il divario tra la leadership di Hamas e la gente di Gaza al momento è ampio, ma una guerra con Israele lo colmerebbe rapidamente.

Dal giornalista all’avvocato: tutti gli uomini di “Rambo” Benalla

Alexandre Benalla non è un “uomo solo”. Lo scrive Le Monde, il giornale francese che al collaboratore del presidente Emmanuel Macron ha riservato un insolito uno-due nel giro di una settimana: prima l’ha mandato al tappeto rivelando che era lui il personaggio che picchia due manifestanti durante il corteo del Primo Maggio a Parigi; poi lo aiuta a rialzarsi pubblicando la sua versione dei fatti in una lunga intervista pubblicata sul quotidiano in edicola giovedì. Rambo, così viene soprannominato il 26enne ex bodyguard di Macron, “non è solo” perché si avvale della consulenza di due personaggi molto conosciuti: Marc Francelet e Laurent-Franck Lienard.

Marc Francelet è spuntato all’improvviso dopo anni passati dietro le quinte, è un giornalista-uomo d’affari che ha animato le cronache (anche giudiziarie) degli ultimi cinquant’anni. È il titolare dell’appartamento in cui si è svolto il confronto tra Benalla e Fabrice Lhomme di Le Monde che ha realizzato l’intervista. E sicuramente non avrà svolto solo le mansioni del padrone di casa… Come mediatore, o meglio facilitatore, è uno che non ha rivali anche se lui ama parlare di sé più che altro come uno che “in 50 anni di carriera ha realizzato 250 scoop”.

La sua figura attraversa mezzo secolo di vita pubblica, ma soprattutto privata, del mondo dei vip transalpini. Comincia come fotoreporter ma il suo obiettivo non è tanto immortalare o descrivere quanto partecipare, acquisire potere. E ci riesce. Un collega francese lo descrive così: “Marc Francelet? Uno che sa tutto di tutti. Uno al quale non si telefona mai invano”. Sul profilo Facebook di questo 71enne al tempo stesso sprint ed elegante campeggiano due foto che lo ritraggono immortalato con due pezzi di Francia: il cantante Johnny Hallyday e l’attore Jean-Paul Belmondo (di entrambi è stato amico e consulente). Ce ne sono altre (ma non su fb) che lo vedeno impegnato in una partita a carte con Françoise Sagan, la scrittrice. Sono le testimonianze dei suoi rapporti con personalità di altissimo livello del mondo dello spettacolo e della cultura. Sempre meno giornalista e sempre più uomo d’affari capace di muoversi nell’ombra, Marc Francelet ha avuto rapporti anche con la giustizia. Prima il coinvolgimento in un traffico di quadri rubati, quindi – ed è storia recente – la condanna a due anni di prigione con la condizionale (e 100mila euro di multa) per aver truffato i centri per l’impiego “gonfiando” i conti di alcune società per lucrare sulle indennità di disoccupazione. Un personaggio potente non stimato dai magistrati. Il giudice Philippe Courroy – che l’aveva indagato nell’inchiesta ribattezzata Oil for food (Petrolio in cambio di cibo) da cui Francelet è uscito pulito -, metteva in guardia: “Va in giro per Parigi dicendo di essere un agente della Cia, cerca di destabilizzare la Francia”. La replica dell’interessato: “Agente della Cia? Ma è solo un modo di dire… Avrò diritto a romanzare un poco”.

Laurent-Franck Lienardè l’avvocato che solitamente si occupa della difesa dei poliziotti indagati per violenza. “Li difendo a patto che si siano mossi all’interno della legge. Non lavoro per delinquenti in uniforme” sostiene questo 52enne ‘ultrà’ della legittima difesa e del porto d’armi per tutti. Con sottile senso dell’umorismo l’avvocato parigino, dopo aver accettato la difesa di Benalla, ha dichiarato: “Non sono più l’avvocato degli sbirri, da oggi sono l’avvocato dei finti sbirri”.

Lienard si caratterizza per una forte vocazione verso l’attività sportiva, oltre alle armi ha un debole per il paracadutismo e l’immersione, e una quasi nulla attitudine per la politica: “Non sono né di destra né di sinistra”.

Il suo luglio è stato particolarmente travagliato: all’inizio del mese è stato chiamato a prendere le difese dell’agente che ha ucciso con un colpo d’arma da fuoco un 22enne a Nantes, durante un controllo di polizia. Un caso molto delicato, non solo perché all’omicidio hanno fatto seguiti disordini e scontri per diversi giorni, ma anche perché l’assistito di Lienard ha pensato bene di cambiare versione a procedimento in corso: prima ha detto di aver sparato “per legittima difesa” poi si è corretto definendo quel suo sparo “un colpo accidentale partito per errore”.

Del favorito di Macron, Lienard dice: “È un ragazzo buono e brillante”. Sa bene che l’attività di assistenza a Benalla non sarà agevole: la Procura gli contesta i reati di “violenze durante una manifestazione” e “ingerenza nell’esercizio della funzione pubblica”.

Ma c’è di più: Libération riporta che vi sono nuove denunce: durante le manifestazioni del primo maggio, Benalla e Vincent Crase (dipendente de La République En Marche, il partito di Macron) “si comportarono da agenti della polizia” anche tre ore prima dell’intervento in Place de la Contrescarpe fermando un dimostrante (poi rilasciato) al Jardin des Plantes.

Sbarbato, in giacca e cravatta, il tono calmo e posato, Benalla si è difeso ieri sera durante il telegiornale delle ore 20 di Tf1: “Ci sono stati gesti vigorosi, ma nessun colpo contro il manifestante. Quel che mi turba è che i media abbiano diffuso le immagini del mio intervento e non di ciò che è successo prima. Ho avuto una reazione da ‘cittadino’ che voleva favorire la cattura di persone che stavano commettendo reati. Per me quelli sono delinquenti”.

Alla domanda se si sente vittima di un regolamento di conti fra poteri ha risposto: “Sì”.

I dubbi restano, però, su quanto accaduto dopo il 1° maggio. Come sia stato possibile che il primo intervento “interno” dell’Eliseo abbia previsto solo una sospensione di 15 giorni, e come mai il bodyguard sia stato subito reintegrato in operazioni della massima delicatezza. Se non ci fosse stato Le Monde a far scoppiare il caso, il “Signor Benalla” (come l’ha definito il ministro dell’Interno Gerard Collomb) sarebbe ancora al suo posto, vicino, che più vicino non si può, al presidente della Repubblica.

Cosa rimarrebbe se il Parlamento diventasse inutile?

“Le tecnologie, impegnate in una incessante trasformazione della realtà, creano un terreno propizio alle utopie positive e negative. È forse a portata di mano l’ideale della democrazia diretta?”

(da “Tecnopolitica” di Stefano Rodotà – Laterza, 2004)

 

C’è un metodo pressoché infallibile, sul piano mediatico e su quello politico, per amplificare, diffondere e promuovere una proposta o un progetto di un avversario: quello di demonizzarlo e criminalizzarlo, rischiando così di rinforzare la solidarietà dei suoi seguaci e perfino di instillare qualche dubbio nel fronte opposto. È bastato così che Davide Casaleggio – il giovane “guru” del Movimento 5 Stelle per diritto ereditario – lanciasse più o meno consapevolmente una provocazione, dicendo che “forse in futuro il Parlamento sarà inutile”, per scatenare una bufera di critiche e di polemiche.

Apriti cielo! Il ballon d’essai – per non usare qui termini più rozzi e volgari – ha fatto gridare allo scandalo, quasi fosse un attacco alla democrazia o un attentato alla Costituzione. Ma è pur vero che, ai tempi dell’ultimo referendum, Matteo Renzi fu crocifisso per aver proposto solo di dimezzarlo, il Parlamento, in modo da abolire il Senato e il “bicameralismo perfetto”. Sta di fatto che il M5S aveva annunciato, fin dagli albori, di volerlo “aprire come una scatola di tonno”. E il suo successo elettorale l’ha ottenuto in buona parte anche per questo motivo, riscuotendo un largo consenso popolare in virtù della campagna anti-sistema contro la famigerata Casta.

La verità è che – piaccia o no – oggi molti italiani sarebbero disposti a sottoscrivere la previsione di Casaleggio junior: e anzi, a ritenere che il Parlamento sia già inutile da un pezzo, a causa del suo malfunzionamento, delle sue lentezze e dei suoi privilegi. Non è una crisi che riguarda soltanto il nostro Paese. In realtà, il Parlamento è un’istituzione fondamentale della cosiddetta “democrazia rappresentativa”, all’interno della quale il popolo sovrano delega appunto il potere ai suoi rappresentanti, ma ormai si sente sempre meno rappresentato e diserta sempre più le urne.

Proprio per questo, il sociologo, filosofo e politologo tedesco Jürgen Habermas parla e scrive ormai da anni di una “democrazia deliberativa” ovvero “partecipativa”. Un sistema, insomma, in cui la volontà del popolo non si esprime più attraverso i suoi rappresentanti, bensì attraverso un processo decisionale diretto. E non c’è dubbio che su questa trasformazione influiscono in misura determinante le nuove tecnologie, a cominciare dalle Rete con le sue potenzialità di comunicazione immediata. Diciamo pure, allora, che si tratta di immaginare una “democrazia elettronica” o una “democrazia digitale”, capace magari di fondersi e integrarsi con quella rappresentativa in un rapporto di reciprocità.

Quale autorità o autorevolezza può avere il “visionario” Casaleggio jr. per annunciare che “forse in futuro il Parlamento sarà inutile”? Scarsa o modesta: tanto più che la sua “piattaforma Rousseau” non è proprio un esempio di trasparenza e di democrazia. Ma tutto ciò, nella logica per cui “uno vale uno”, non cambia granché la situazione. E anzi, paradossalmente, può addirittura avvalorare la sua profezia, contribuendo a identificare l’autore con il cittadino comune.

Ecco perché è sbagliato e anche controproducente in questo caso demonizzare o criminalizzare il “guru” dinastico pentastellato, piuttosto che confrontarsi ed eventualmente opporsi e contrapporsi. Così si rischia di innescare l’effetto contrario. E anche di rendersi ancor più impopolari.

Più democrazia, non meno: questa è la cura

Nel corso di un’intervista americana che speriamo non diventi lezione, Beppe Grillo si domanda (non senza ragioni) che cos’è la democrazia quando meno del 50 per cento va a votare. “Se prendi il 30 per cento del 50 per cento, hai preso il 15 per cento. Oggi sono le minoranze che gestiscono i Paesi”. Fin qui l’elenco dei sintomi del male che affligge ormai cronicamente il nostro sistema è condivisibile. Quel che fa drizzare i capelli è la cura: “La democrazia è superata. Probabilmente la democrazia deve essere sostituita con qualcos’altro, magari con un’estrazione casuale. Penso che potremmo scegliere una delle due Camere del Parlamento così. Casualmente”.

Il senso è più o meno quello delle recenti dichiarazioni di Davide Casaleggio alla Verità: “Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”, ha detto aggiungendo che tra qualche lustro il Parlamento non sarà più necessario.

È indubbio che la crisi economica, come accadde negli anni Trenta del Novecento, con l’aggravante della globalizzazione, abbia infragilito la nostra democrazia in sé e insieme la fiducia dei cittadini in essa. Fiumi di inchiostro sono stati versati sulla rottura del patto governati/governanti senza che questo abbia peraltro spostato di una virgola l’atteggiamento dei politici. Gli esiti possono essere di tutt’altro segno rispetto a cento anni fa, sempre che invece di distruggere si decida di coltivare gli anticorpi che in un secolo si sono sviluppati, anche “grazie” allo choc dei fascismi.

C’è modo di consentire al popolo di incidere nei processi decisionali incrementando la rappresentanza, integrandola con la partecipazione diretta, senza dimenticare che la mediazione politica è necessaria per mediare le istanze dei cittadini (anche quelle delle minoranze). Prima di tutto – e questo è più di un consiglio all’attuale Parlamento – è necessaria una legge elettorale che ripristini un rapporto vero, diretto, territorialmente sensato, senza trucco e senza inganno, tra elettori ed eletti. Ma di legge elettorale, dopo le polemiche sul Rosatellum sciaguratamente votato anche dalla Lega, non si è più parlato. È sparita dall’agenda, eppure sarebbe la via maestra per ristabilire la fiducia dei cittadini nelle famose istituzioni. La democrazia, come nota Lorenza Carlassare nel suo saggio Nel segno della Costituzione, si può “democratizzare” di più, per esempio aumentando gli strumenti di partecipazione in maniera strutturale.

Un esempio potrebbe essere il débat public sulle grandi opere, istituito in Francia nel 1995: una discussione aperta a tutti e gestita da una commissione terza rispetto agli interessi in gioco. Un altro, il recall dei sistemi canadese e americano, che consiste nella revoca dell’eletto immeritevole (per un numero eccessivo e ingiustificato di assenze).

Ci sono, già previsti dal nostro ordinamento, i dispositivi più classici della democrazia diretta: le leggi d’iniziativa popolare e i referendum. Su quest’ultimo punto si è espresso anche Grillo, ribadendo la volontà di indire una consultazione sull’euro, “un modo per iniziare una conversazione su un ipotetico piano B. (…) Non dico di lasciare l’euro così, ma di lasciar decidere al popolo italiano con un referendum”. Questo, com’è noto, a Costituzione vigente non si può fare. E non è il caso che anche i Cinque Stelle, dopo la meritoria battaglia contro la riforma Boschi, rendano la Costituzione capro espiatorio di limiti che sono prima di tutto della classe dirigente. Senza dire che il referendum è strumento da maneggiare con cautela, perché è in sé maggioritario, è un sì o un no. La cura è più democrazia, non meno.

Così si smaschera chi cerca il passato

Il 17 marzo pubblicavo sul Fatto Quotidiano un appello contro governi di continuità con l’esperienza Gentiloni bocciata dal voto del 4 marzo. Con Alberto Lucarelli invocavamo, temendo manovre di palazzo poi puntualmente avvenute (leggesi MattarellaCottarelli) un governo costituzionale a guida del Movimento 5 Stelle, operativo su alcuni provvedimenti strutturali sostenuti da tutte quelle forze popolari che vedono nella Costituzione del 1948 le linee guida di un percorso di trasformazione inclusivo.

I punti erano:

1. Abolizione della legge Fornero;

2. Abolizione del Jobs Act e lotta al lavoro precario;

3. Ricreazione di spazi di democrazia effettiva, oltre le scadenze elettorali, per una partecipazione crescente della popolazione alla gestione delle società e della propria vita;

4. Grande piano di spesa pubblica in vista della piena occupazione, per la cura del territorio e la bonifica dell’ambiente, per una sanità universale efficiente, per la rinascita della scuola e dei saperi, per la difesa dei beni comuni.

5. Un reddito di cittadinanza che assicuri una vita dignitosa ai cittadini privi di lavoro;

6. Riconquista della sovranità nazionale e democratica, contro l’Europa della finanza, contro la Nato per un’Italia che ripudia la guerra.

Proponevamo questa sorta di Cln contro i diktat del capitale internazionale per recuperare gli spazi di democrazia che il Referendum del 2011 prima, quello del 2016 poi, avevano rivendicato.

Per dar seguito a questa ipotesi, si riunivano a Roma il 16 giugno e poi a Pomigliano e altrove, affollate assemblee autoconvocate cui hanno partecipato i lavoratori di Alitalia, ex Lucchini, del gruppo coop. Rational, dell’Embraco e della Fca di Melfi e Pomigliano.

Come possiamo valutare il “Governo del Cambiamento” dal punto di vista di questo percorso che sta sotterraneamente attraversato il Paese in cui moltitudini di subalterni (in massima parte elettori M5S) maturano la volontà di andare oltre la rivendicazione di migliori condizioni di lavoro sposando la piattaforma programmatica del governo costituzionale?

A distanza di quattro mesi, sebbene il governo Conte abbia scongiurato un più profondo vulnus alla democrazia (quale sarebbe stato il governo MattarellaCottarelli) è emersa la contraddizione strutturale fra l’egemonia della linea fascistoide ed escludente di Salvini e la creazione delle condizioni materiali del cambiamento auspicato dagli elettori ai quali cerca di dar risposta Di Maio.

Bene ha fatto Boeri a mostrare che con l’invecchiamento della popolazione italiana non si può cancellare la legge Fornero senza aprire alla forza lavoro giovane proveniente dal sud globale.

Né si può davvero realizzare il decreto Dignità (ancorché coraggioso e potenzialmente dirompente) senza allargare il gettito fiscale che a sua volta può derivare solamente da più lavoratori giovani impegnati in un grande piano organizzato di cui al punto 4 del programma Costituzionale.

Certo, la lotta alla corruzione e il rifiuto del trattato Ceta sono passi nella direzione giusta perché dovrebbero contribuire ad arrestare l’impoverimento nazionale, così come lo potrebbe fare la lotta alla delocalizzazione auspicata dagli operai Embraco e sulla quale si spera il ministro del Lavoro avanzerà presto delle proposte.

Dobbiamo sempre tener presente che la ricchezza nazionale, oggi come ai tempi di Ricardo, si produce attraverso il lavoro e la creatività e le energie giovani da questo punto di vista sono insostituibili.

Lavoro e creatività sono in strutturale conflitto con la rendita sicché occorre limitare quest’ ultima (art.42 Cost.) e non sacralizzare la proprietà privata fino al punto di renderla simbolicamente più importante della vita, come con la legittima difesa (per non parlare della flat tax).

Insomma, più delle prevedibili resistenze eterodirette di Tria su Cassa Depositi e Prestiti, chi vuole il cambiamento deve temere il doppio gioco che Salvini conduce con il centrodestra in continuità operazionale con le politiche neoliberali.

Per smascherare chi opera in continuità (Libia docet), bisogna unire gli esponenti del mondo intellettuale, politico, sindacale alle organizzazioni operaie e popolari che nel Paese si costituiscono, si moltiplicano, si coordinano, e che sono la vera forza del rinnovamento e della trasformazione dell’Italia.

Mail box

 

Marchionne, non tutti gli elogi sono giustificati

Che Marchionne venisse esaltato post mortem da parte di industriali, imprenditori e capitalisti in generale, mi sembra del tutto scontato. Meno comprensibili sembrano gli elogi governativi e quirinalizi, nonché della stampa e delle Tv sedicenti di sinistra, in quanto Marchionne ha sempre tutelato gli interessi della Fiat e quasi mai quelli dei suoi lavoratori dipendenti, e in ogni caso non ha mai dato importanza a ciò che avveniva in Italia. E, allora, nessuno mette in dubbio le sue doti di manager, ma, avendo egli sempre avuto per slogan Fiat First, non vedo perché il nostro Paese debba eccedere negli elogi, addirittura da parte di chi, come la Cgil guidata da Susanna Camusso, lo ha sempre combattuto.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

I giallo-verdi hanno fatto bene a disdire l’Airbus di Renzi

In barba a chi lo accusa di campare solo grazie alle “fake news” l’esecutivo giallo-verde ha disdetto il contratto per il noleggio del quadrigetto Airbus da parte del governo Conte.

Questo governo fa le cose sul serio. Non sarà stato un risparmio enorme aver annullato l’accordo di leasing stipulato dal vecchio governo, ma comunque è un segnale positivo per noi cittadini vedere come il governo risparmi oltre 67 milioni annullando una spesa che non aveva senso. La casa si costruisce un poco alla volta.

Questi signori che sono al governo non si sono dimenticati dei loro impegni verso i cittadini cercando di rimettere a posto i disastri dei precedenti governi onde poter avviare lentamente la locomotiva Italia che è stata per trenta anni ferma alla stazione, ovviamente per la maggioranza di noi cittadini e non per altri “fortunati” .

Spero che i ministri non si fermino e vadano avanti per la strada intrapresa. L’Italia è un bene comune e come tale deve essere tutelata e rispettata.

Eliodoro Alfano

 

Tav, Olimpiadi: quanto fatto dagli ex governanti è assurdo

I fatti sono come le tessere di un puzzle: da soli non svelano l’immagine finale, solo la loro ripetizione ci fa capire il disegno finale ancora prima che sia terminato, e mi chiedo come abbiamo fatto a farci prendere per i fondelli per anni in silenzio. L’elenco di quanto fatto dai precedenti governi parla chiaro: l’aereo presidenziale affittato a suon di milioni, la Tav inutile linea ferroviaria, le Olimpiadi di Roma, il ponte di Messina, gli stipendi e i vitalizi vergognosi dei nostri ex politici incassati ancora oggi, il potere di imbavagliare l’informazione con sovvenzioni o minacce, più tutto quello che hanno segregato per impedire intoppi ai loro piani. Quanto sopra è avvenuto mentre i terremotati erano in attesa della casa col terzo inverno in arrivo e il paese era a un livello di povertà altissima a causa di una crisi sopportata solo dal popolo.

Questi fatti uno vicino all’altro ci dicono chi sono quelli che abbiamo mandato a casa e fanno opposizione al nuovo governo sperando di tornare.

Omero Muzzu

 

Sui Rom Salvini la smetta di straparlare generando odio

È dovuto intervenire il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per lanciare l’allarme sulla pericolosa situazione che si è creata in Italia, riguardante l’odio etnico e il razzismo che, già latente nella popolazione, ha trovato giustificazioni con i provvedimenti e le dichiarazioni del “Ministro della Paura” Matteo Salvini insediatosi al Viminale.

La gravissima vicenda che ha visto vittima la piccola Rom, Cirasela, è qualcosa di inaccettabile, come ha giustamente stigmatizzato Mattarella, eppure non sembra ci sia stata una qualche reazione da parte del governo.

Gli episodi di razzismo e intolleranza si moltiplicano, la “caccia all’immigrato o al Rom” sta diventando una pratica diffusa.

La cosa grave, che dovrebbe far allarmare tutti i cittadini ancora in grado di ragionare con la propria testa, consiste nel fatto che proprio l’autorità preposta ad evitare che certi episodi si verifichino: il ministero degli Interni, è presieduto da colui che, maggiormente, attizza il fuoco.

Se non si trova subito una soluzione sarà inevitabile assistere ad una spirale di violenza sempre maggiore che non si sa dove potrebbe sfociare.

Mauro Chiostri

 

DIRITTO DI REPLICA

L’articolo Fs, dopo Mazzoncini in corsa un altro indagato pubblicato ieri, 27 luglio 2018, merita una precisazione. L’ingegner Renato Mazzoncini non è a giudizio per corruzione. La contestazione formalizzata dal pubblico ministero del Tribunale di Perugia è truffa ai danni dello Stato ed è riferita al meccanismo attraverso cui viene effettuata la ripartizione dei contributi tra lo Stato e le Regioni per il trasporto pubblico locale e del connesso beneficio a favore di Regione Umbria.

Si tratta di una questione interpretativa di disposizioni di natura amministrativa legate alle attività della società Umbria Mobilità che Mazzoncini non ha mai amministrato.

Stefano Biserni, Capo Uff. Stampa FS Italiane

Assad, i Caschi Bianchi e l’Occidente: un massacro dove nessuno è incolpevole

Nel servizio del “Fatto” del 26 luglio su Assad, si nega, di fatto, la responsabilità primaria, o si vuole nascondere, di coloro, occidente capitalista, sempre impegnato a destabilizzare quelle regioni o governi non aderenti alla voglia dei belligeranti in casa d’altri nostrani. Ancora si parla di guerra civile e non si dà nessun risalto alle orde di mercenari mandati lì da chi sappiamo con l’obiettivo di abbattere Assad. Da un giornale come “il Fatto”, che leggo quotidianamente, mi aspettavo più “precisione” per certe questioni che vedono il mondo occidentale, da qualche ventennio, impegnato a guerre pur che sia con la scusante di esportare “democrazia”. Cordialmente.

Lino Andreozzi

 

Gentile Andreozzi, da attento lettore avrà percepito che l’articolo da Lei citato riguardava non una analisi sulle responsabilità della guerra in Siria, ma un episodio specifico, riguardante i White Helmets, i Caschi Bianchi. Il gruppo di soccorritori immortalato in decine e decine di foto e video mentre salva bambini dalle macerie è diventato un simbolo per l’Occidente della resistenza al governo di Assad, tanto che Netflix ha prodotto il documentario omonimo che ha vinto, nella sua categoria, l’Oscar. Eppure nell’articolo del “Fatto”, non le sarà sfuggito, proprio nel titolo si evidenzia che la realtà non è monocromatica: se per Francia, Inghilterra e Stati Uniti i Caschi Bianchi dovevano essere salvati a tutti i costi, per Damasco e Mosca gli stessi sono stati, e continuano a essere complici dei jihadisti di Al Nusra, il ramo siriano di al Qaeda. Il cronista, dunque, ha cercato di fornire al lettore una lettura imparziale della vicenda: magari non era l’approfondimento che Lei si aspettava, ma le assicuro, non c’era intenzione di nascondere nulla. La guerra in Siria non è affatto conclusa: lo testimoniano le stragi dell’Isis di due giorni fa, e si resta col fiato sospeso in attesa di quella che potrebbe essere la battaglia finale, a Idlib. Come tutto ciò che riguarda il Medio Oriente, non c’è una lettura a senso unico perché sono molteplici le componenti e gli interessi che vi girano intorno: basti pensare che sul campo, oltre ai mercenari che Lei menziona, sono operativi eserciti di numerose nazioni, fra cui Usa, Turchia, Russia e Iran, oltre gli Hezbollah libanesi; quella che nel 2011 era iniziata come una rivolta contro il governo di Assad, osservata con interesse dai Paesi occidentali, si è trasformata poi in un massacro, non solo fra siriani. Purtroppo, vi sarà ancora tempo per altri articoli e analisi.

Valerio Cattano

Lavorare meno ora è possibile

Sono nato in un piccolo paese rurale del Mezzogiorno d’Italia quando non era ancora dotato di energia elettrica e di acqua corrente. Ho ascoltato la prima radio quando avevo otto anni, ho visto la prima televisione quando ne avevo 16, sono andato a lavorare in una grande acciaieria quando ne avevo 23, e l’anno successivo ho visto per la prima volta un computer. Sono stato tra i primi italiani a comprare un fax, a usare un cellulare, a sottoscrivere un abbonamento a Internet. Ho dunque l’impagabile fortuna di avere vissuto in prima persona il passaggio della società da un millenario assetto rurale a un bicentenario assetto industriale e a un inedito avvento postindustriale. Ciò mi ha permesso di gustare come primizie o di paventare come minacce tutte le innumerevoli novità tecnologiche che hanno segnato questa transizione e, con esse, tutti i mutamenti antropologici e sociali, compresi l’ascesa e il declino della classe operaia e media, la crescita esponenziale della produzione e il fallimento della distribuzione, l’acuirsi della competitività e il rifiuto della solidarietà. Tutti i settori e tutte le funzioni ne sono stati modificati ma a me ha interessato studiare soprattutto il mondo del lavoro, che ho visto mutare sotto i miei occhi: da quello contadino del paese in cui sono nato, con i suoi miti e i suoi riti ancestrali, a quello della grande fabbrica con i suoi possenti altiforni, a quello dell’università con le sue ricerche e la sua internazionalità.

Mai il pianeta è stato capace di produrre tanta ricchezza; mai l’uomo lavoratore è stato così vicino all’affrancamento dalla schiavitù che deriva da una cattiva distribuzione del lavoro, del sapere, del potere, delle opportunità e delle tutele; mai gli è stato così possibile delegare alle macchine quasi tutta la produzione che richiede fatica fisica, precisione e velocità. Eppure il progresso tecnologico, sempre più capace di liberare l’uomo dalla fatica e dallo stress, invece di essere valorizzato per queste sue potenzialità liberatorie, viene impiegato per accelerare i ritmi, incrudelire l’asservimento alla macchina e al profitto in misura tale che mai Taylor o Ford avrebbe osato. Negli anni Trenta del secolo scorso, quando ancora non esistevano l’informatica e l’intelligenza artificiale, i nuovi materiali e le stampanti 3D, Bertrand Russell lamentava: “Abbiamo continuato a sprecare tanta energia quanta ne era necessaria prima dell’invenzione delle macchine; in ciò siamo stati idioti, ma non c’è ragione per continuare ad esserlo”. Invece, abbiamo continuato.

Se Taylor, all’inizio del XX secolo, sosteneva che occorre modernizzare simultaneamente le macchine, l’organizzazione e la testa degli uomini all’interno della fabbrica, noi all’inizio del XXI secolo siamo costretti dalle mutate condizioni a modificare radicalmente e simultaneamente il lavoro e la vita del lavoratore all’interno della città, per migliorare la qualità dell’uno e dell’altra. Ma, per intraprendere questo cambiamento totale, che è insieme scientifico e antropologico, occorre avere un’idea precisa di cosa ci aspetta, delle sfide che si prospettano e delle risorse di cui disporremo per vincerle. Nel corso della storia umana non sempre il lavoro inteso secondo l’accezione oggi corrente è stato al centro del sistema sociale. Nella Grecia di Pericle, ad esempio, era centrale l’attività politica; nella Roma di Augusto erano centrali l’attività amministrativa e quella militare; nell’Europa medievale era centrale l’attività religiosa; nella Firenze dei Medici erano centrali quella artistica e quella bancaria. Nell’Italia del 1947 i costituenti ritennero opportuno sottolineare che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro, non sui privilegi.

Ma ora, passati settant’anni, il lavoro rappresenta solo un decimo della vita di un italiano e appare dunque problematico fondare lo Stato su appena un decimo della vita dei suoi cittadini. Per comprendere le possibili strade che potrà imboccare il lavoro nel prossimo futuro, per decidere verso quale di esse è preferibile indirizzarlo, e per creare le condizioni favorevoli a tale esito bisogna ripercorrere le mutazioni che il lavoro ha subito nel corso dei secoli e ricavarne le lezioni indispensabili per progettare il futuro.

Nei prossimi anni, quando ognuno di noi disporrà di decine di schiavi meccanici, la nostra condizione umana dovrà somigliare più a quella vissuta da un cittadino di Atene nel V secolo a.C. o a quella vissuta da un cittadino di Detroit nel XX secolo d.C.? Per organizzare il futuro del nostro lavoro quale di queste due esperienze è più ricca di suggerimenti?

L’uomo si è sempre sforzato per trovare gli strumenti capaci di ridurre i suoi sforzi. Di volta in volta egli ha identificato questi strumenti nelle sue stesse mani, negli animali, negli schiavi, negli utensili elementari, nelle macchine meccaniche, nelle macchine elettromeccaniche, nelle macchine digitali, nell’intelligenza artificiale. Insomma, la maggior parte della creatività, dell’energia, del lavoro impiegato dall’umanità nel corso della sua storia ha avuto come obiettivo principale l’invenzione e la produzione di strumenti capaci di assicurarle la massima quantità di prodotti e servizi con il minimo apporto di lavoro umano. Lo scopo profondo per cui si lavora è quello di non lavorare. Ma ogni volta che si supera una nuova tappa di questo cammino – la ruota, la carrucola, il mulino ad acqua, la stampa a caratteri mobili, la bardatura moderna dei cavalli, gli occhiali, il telaio meccanico, il vapore, il motore a scoppio, l’elettricità, lo scientific management, l’energia atomica, l’informatica – invece di profittare di questa vittoria per ridurre il lavoro a parità di prodotto, si preferisce produrre di più lavorando più di prima.

Ogni nuova vittoria sulla natura si traduce in una sconfitta della cultura perché si determinano ondate dolorosissime di disoccupazione tecnologica, chi si appropria delle nuove macchine e riesce ad assicurarsi dosi maggiori di ricchezza e le disuguaglianze socioeconomiche, anziché diminuire, aumentano. Lo scorso anno grazie alle nuove tecnologie e alla fatica di miliardi di lavoratori, il pianeta ha prodotto il 3,5% in più rispetto all’anno precedente, ma l’80% di questo immenso surplus è andato nelle sole mani di 1200 persone.

Nonostante questo mi pare di poter scorgere esiti tutt’altro che terrificanti, felici persino, del nostro avvenire. Ciò non significa che io neghi la drammaticità di fenomeni come la disoccupazione (che, anzi, considero una delle disgrazie maggiori del nostro tempo, tanto più ingiusta quanto più evitabile). Ciò significa che, ai miei occhi, le prospettive del progresso scientifico e della diffusione culturale legittimano un fondato ottimismo. So bene che dichiararsi ottimisti significa risultare poco affidabili scientificamente agli occhi di tutti coloro che reputano serie soltanto le diagnosi sconsolate, efficaci soltanto le terapie crudeli. Ma preferisco correre questo rischio piuttosto che tradire il risultato delle mie ricerche.

Energia e Ambiente, sarà Besseghini il nuovo presidente

L’autorità per l’Energia ha un nuovo presidente: è Stefano Besseghini. Il ricercatore del Cnr è stato scelto dal governo per prendere il posto di Guido Bortoni. Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, e d’intesa con il titolare dell’Ambiente Sergio Costa, ha dato avvio alla procedura per la nomina dei componenti dell’Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente. Così è scritto nella nota diffusa da Palazzo Chigi al termine della riunione del governo che ha indicato Stefano Besseghini come presidente e Gianni Castelli, Andrea Guerrini, Clara Poletti e Stefano Saglia come componenti. Questo elenco di nomi sarà ora trasmesso alle Camere per l’espressione, da parte delle Commissioni competenti, del previsto parere. Attualmente presidente e amministratore delegato di Ricerca sistema energetico, carica che ricopre dal giugno del 2014 (era ad dal novembre 2010), Besseghini è nato a Tirano (Sondrio) nel 1966, si è laureato in Fisica presso l’Università degli Studi di Milano e presso la stessa università ha conseguito la specializzazione in Scienza e Tecnologia dei Materiali, per poi svolgere l’attività di ricerca presso il Consiglio nazionale delle ricerche.