Fca, il debito azzerato è soltanto un’illusione

Quel mantra del “debito zero” ha finito per contagiare tutti: giornali e opinionisti hanno sottolineato il traguardo raggiunto del cosiddetto azzeramento del debito di Fca, confermato dalla semestrale, e che era stato del resto pronosticato dallo scomparso Sergio Marchionne ai primi di giugno scorso. Un’azienda senza debiti, dunque un’azienda forte e sana. Certo, nel facile entusiasmo collettivo, mancava un dettaglio: quel traguardo riguardava, come del resto va detto ha sempre specificato nella sua comunicazione la società, il debito netto industriale, cioè la sommatoria tra debiti e liquidità.

Il debito c’è, eccome. È solo che nel caso di Fca, come in altri casi analoghi, la liquidità è più alta del valore dei debiti. Fca, infatti, siede su una bella montagna di debiti: ben 16,3 miliardi a giugno del 2018. E che costano fior di interessi ogni anno, dato che Fca storicamente si vede assegnato un voto junk, cioè spazzatura, dalle agenzie di rating. Per S&P l’azienda posseduta da Exor ha una Bb+ a lungo termine una B a breve. Idem per Fitch. Nessuna azienda con “debito zero” si ritroverebbe una pagella di quel tipo, da non-investment-grade. E quel voto infimo nella pagella del merito di solvibilità di un’azienda, influenza il tasso chiesto dal mercato: Fca solo nel 2017 ha pagato ben 1,46 miliardi di interessi sul suo debito. In passato pagava oltre 2 miliardi l’anno di oneri quell’indebitamento che era ancora maggiore. Nel 2016, come documenta con la solita accuratezza, R&S Mediobanca, l’indebitamento finanziario di Fca era di 24 miliardi e nel 2015 sfiorava i 28 miliardi e addirittura nel 2014 segnava oltre 33 miliardi. Che Marchionne abbia dato una bella sforbiciata ai debiti (dimezzandoli in tre anni) è indubbio. Ma il debito zero industriale sa molto di efficace comunicazione finanziaria.

In cassa alla società, spiega la stessa Fca in una tabella del suo bilancio, accanto al debito ci sono 13,3 miliardi di liquidità immediatamente disponibile più altri 600 milioni di disponibilità. Il debito netto industriale per Fca è 13,5 miliardi ed ecco che si arriva a quel debito netto positivo per oltre 400 milioni che è stato magnificato nei giorni scorsi. Peccato che dal conteggio vengano stralciati 2,7 miliardi di debiti dell’area servizi finanziari. Se venissero aggiunti, dato che comunque di debiti si tratta, avremmo non quegli oltre 400 milioni positivi ma ancora 2,2 miliardi di debito netto consolidato negativo.

Fca non include i debiti della sua area dei servizi finanziari. Nulla di illegittimo. È solo una modalità di rappresentazione che non dice tutto della reale situazione patrimoniale del Gruppo che invece ha tuttora debiti netti per 2,2 miliardi. Il che pone almeno una domanda. Perché Fca, avendo del debito finanziario per oltre 16 miliardi, di cui 6,3 miliardi con le banche e 9,7 miliardi in bond emessi in giro per il mondo, che tra l’altro pagano cedole elevate dato il rating basso, non utilizza parte della pur consistente cassa per abbassare quel debito? Con meno debito potrebbe riacciuffare il merito di credito da investment grade entrando così anche nei portafogli dei fondi comuni e spenderebbe meno in oneri al servizio del debito. Inoltre, quando la cassa è così abbondante e non viene utilizzata per investimenti tenerla a giacere immobilizzata sui conti correnti non è la scelta di allocazione più efficiente delle risorse.

Per un’azienda capital intensive, che opera in un mercato fortemente competitivo ed esposto a ogni genere di choc esterno (tipo rischio sanzioni sul fronte ambientale) un solido cuscinetto di cassa serve a tamponare emergenze. Ma quella cassa che rimane per anni in giacenza sui conti è anche un ghiotto boccone da conquistare con facilità per chi volesse dare l’assalto al gruppo. Conquisti la società e con essa ti porta a casa la cassa. È quanto accaduto con Parmalat, finita in mani francesi anche per il suo tesoretto liquido lasciato lì inutilizzato per anni. Una lusinga in più per un eventuale compratore. Chissà che non sia lasciata lì anche per questo.

Marchionne, faro Consob sull’andamento del titolo

La Consob sta valutando se ci sono state anomalie nell’andamento del titolo durante i giorni dell’agonia e poi della morte dell’ad di Fca, Sergio Marchionne. Per ora non sono state trovate conferme e l’unica dichiarazione da fonti dell’autorità di vigilanza sulla Borsa è che “la vicenda è all’attenzione dei nostri uffici per le valutazioni del caso”.

Una malattia che impedisca all’amministratore delegato di continuare il suo lavoro è una notizia price sensitive, cioè che influisce sul prezzo delle azioni. E ogni società quotata ha il compito di comunicarla in modo tempestivo al mercato, in modo da mettere gli investitori in condizione di farsi un’idea precisa delle prospettive del gruppo. Al momento la Consob può basarsi sui comunicati ufficiali. Fca dice di aver saputo che le condizioni di Marchionne erano irreversibili soltanto venerdì 20 luglio e sabato 21 luglio ha convocato il consiglio di amministrazione per la successione, con la scelta di Mike Manley come nuovo ad. Quando i mercati hanno riaperto, il lunedì mattina, gli investitori erano tutti informati. La famiglia di Marchionne, nella tarda serata di giovedì, ha confermato la versione dell’azienda: anche se la compagna di Marchionne, Manuela Battezzato lavora per Fca, il gruppo era stato tenuto all’oscuro delle reali condizioni di salute del manager e non sapeva che fosse in cura da oltre un anno presso l’ospedale in cui è morto, l’Universitätsspital di Zurigo.

Ci sono però parecchie stranezze in questa storia anche soltanto osservando gli andamenti del titolo. Sappiamo che Marchionne si è operato alla spalla, pare per un sarcoma, in una data compresa tra il 28 giugno (ultima apparizione pubblica) e il 5 luglio (quando Fca conferma le indiscrezioni di Lettera43.it). Il 5 luglio passano di mano azioni Fiat per un controvalore di 243 milioni, contro i 72 del giorno precedente. Stando alla versione dell’azienda, il presidente John Elkann e gli altri membri del board non ricevono informazioni chiare (o veritiere) sulla salute di Marchionne per oltre 15 giorni, venerdì 20 l’azienda ancora nega che siano previste accelerazioni della successione di Marchionne già decisa per il 2019. Quel giorno, Elkann va in Svizzera e, spiegano dall’azienda, scopre che Marchionne sta morendo.

Eppure il lunedì mattina, con Marchionne in ospedale e Manley come nuovo ad, il titolo Fiat si muove relativamente poco: passano di mano 313 milioni di euro di azioni, il doppio del venerdì 20 ma è pur sempre una svolta epocale. Il prezzo scende da 16,4 euro ad azione a 16,2 ma già il giorno dopo è tornato a 16,5 euro. I mercati sembrano reagire bene alla fine brusca e anticipata ma comunque prevista dell’era Marchionne.

Poi accade qualcosa di non coerente con queste premesse: il giorno della morte di Marchionne, mercoledì, il titolo crolla del 15,5 per cento, passano di mano azioni per 876 milioni di euro di controvalore. Un terremoto. Certo, quel giorno Fca ha presentato conti trimestrali deludenti: ricavi in calo, reddito operativo in calo dell’11 per cento. Male, ma non tanto da giustificare il disastro del -15,5 che è stato spiegato come una reazione emozionale alla morte di Marchionne. Eppure, per i mercati, ormai il manager era tornato a essere solo un privato cittadino da due giorni, da quando si era insediato Manley. Se in tutto questo c’è qualcosa di sospetto, la Consob lo appurerà.

Il presidente Onesti si dà al calcio Trenitalia lo segue

Tiziano Onesti, già presidente di Trenitalia, era entrato un po’ a sorpresa, quasi di soppiatto, nel mondo del pallone: lo scorso maggio il capo del Coni Giovanni Malagò, che da febbraio ha commissariato la Figc, lo aveva nominato in gran segreto alla guida del nuovo cda di Federcalcio srl, la società che controlla gli immobili federali, praticamente la cassaforte del pallone, da cui erano stati fatti fuori in un sol colpo l’ex numero uno Carlo Tavecchio e l’onnipresente Claudio Lotito. Due mesi dopo, l’intera Trenitalia ha deciso di seguirlo nella sua avventura calcistica: la società partecipata al 100% da Ferrovie dello Stato, che di fatto può essere considerata un’azienda di Stato, ha appena concluso un ricco accordo con la Lega calcio guidata dal banchiere Gaetano Miccichè, grande amico proprio di Malagò. Pagherà 5 milioni di euro l’anno fino al 2021 per sponsorizzare la Coppa Italia: una cifra che non era mai stata sborsata prima per la coppetta nazionale. Soldi pubblici, interessi privati.

Fs in guerra: il cda silurato minaccia Toninelli

Per le Fs torna di moda “l’operazione di sistema”, cioè l’idea che il nuovo amministratore debba essere un manager capace non solo di guidare il grande mondo dei binari. Ma di utilizzare la forza dell’azienda dei treni pure per l’Alitalia, nel tentativo di farla ridiventare una compagnia di bandiera anche grazie al sostegno industriale e forse finanziario di grandi aziende costruttrici aeronautiche statunitensi. Uscito di scena sbattendo la porta Giuseppe Bonomi, candidato bloccato dalle faide interne alla Lega, bruciato pure il nome prestigioso nel mondo dei trasporti di Maurizio Gentile, amministratore di Rfi-Rete ferroviaria, inserito nel registro degli indagati per la tragedia di Pioltello, ora soprattutto i 5 Stelle stanno ragionando sulla candidatura di Gianfranco Battisti, un interno alle Fs, manager esperto, ma non proprio di primo piano nell’organigramma ferroviario di vertice.

Nel frattempo alle Fs scoppiano gli ultimi petardi accesi dai protagonisti di una stagione tramontata. In polemica con il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, i consiglieri di amministrazione minacciano addirittura querele dopo aver affidato a un comunicato stampa la “difesa della reputazione e della professionalità del Consiglio” sostenendo di aver agito “nel rispetto delle norme dello Statuto societario” nella vicenda dell’ex amministratore Renato Mazzoncini rinviato a giudizio per truffa. Mazzoncini aveva accusato il governo di “occupare poltrone” e il ministro aveva replicato che “l’etica viene prima di tutto”. Secondo indiscrezioni non confermate dalle Fs, Mazzoncini si appresterebbe anche a chiedere 3 milioni di euro come buonuscita per i suoi tre anni di lavoro alla guida dell’azienda.

Se Bonomi e Gentile erano politicamente caratterizzati (leghista il primo, renziano di complemento il secondo), Battisti ha un profilo vago dal punto di vista politico. Chi lo conosce bene lo descrive come un “tipico democristiano vecchio stampo del frusinate”. Ha un albergo con la moglie a Fiuggi e forse anche per questo le Fs lo hanno sostenuto in Confindustria per farlo diventare presidente di Federturismo. Gli accreditano un’amicizia di lunga data con Antonio Tajani, numero due di Forza Italia, da un anno presidente del Parlamento europeo, e poi con Gino Scaccia, che nel gabinetto del ministero dei Trasporti ha preso il posto del renzianissimo Mauro Bonaretti.

Alle Fs Battisti c’è da 20 anni ed è stato a lungo Direttore della divisione passeggeri, cioè soprattutto i treni dell’Alta velocità. Senza che scoppiassero grane o polemiche, due anni fa è stato sostituito da Barbara Morgante, allora manager in ascesa in ambito ferroviario, ma poi silurata da Mazzoncini. Per compensarlo l’hanno nominato amministratore delegato di Fs Sistemi Urbani, un incarico comunque pesante per gli interessi delle Ferrovie. Sistemi Urbani è in pratica il braccio immobiliare delle Fs, impegnato da anni in una partita gigantesca e discussa: l’utilizzo delle aree di sette scali ferroviari milanesi, una superficie di 1 milione 250 mila metri quadrati all’interno della città, contigua a zone di pregio in espansione come Porta Romana. È da 13 anni, da quando amministratore era Elio Catania e a Milano comandavano Letizia Moratti e Roberto Formigoni, che le Fs cercano di fare tombola con quei terreni.

Tra le Fs di Mazzoncini e il sindaco Giuseppe Sala un anno fa è stato sottoscritto un accordo per l’uso delle aree, un’intesa che ha provocato reazioni negative in molti ambienti cittadini che accusano le Fs di aver ricevuto in concessione dallo Stato le superfici per scopi di trasporto e di volerle ora usare per fare cassa con una logica da immobiliaristi speculatori. Per le Fs l’operazione è stata preparata con un impegno di anni da Carlo De Vito nel frattempo nominato presidente di Sistemi Urbani; a Battisti è stato affidato il compito di trasformare l’intesa in cemento, servizi e strade.

Un po’ meno Dignità: riecco i voucher. Sgravi per i giovani

Voucher più semplici per le aziende agricole, i piccoli alberghi con meno di otto dipendenti e gli enti locali. Bonus triennale per le imprese che assumono un giovane con meno di 35 anni esteso anche ai contratti stipulati nel 2019 e nel 2020. Proroga per la stretta sui rapporti di lavoro a tempo determinato, che non scatterà subito ma dal primo novembre; fino a quel giorno restano le vecchie regole. Colf e alle badanti escluse dall’aumento contributivo per i rinnovi.

Sono diverse le novità venute fuori dall’esame degli emendamenti nelle commissioni Finanze e Lavoro della Camera, che stanno dando una nuova forma al “decreto dignità” approvato dal governo il 2 luglio e che, da lunedì, andrà in aula a Montecitorio. Le misure più attese erano gli incentivi alle assunzioni e il ritorno dei voucher, nel giorno in cui il centro ricerche Inapp ha detto che in Italia esiste una domanda “genuina” di lavoro discontinuo pari a 10 milioni di ore al mese. La modifica approvata in commissione rende più semplice, per alcuni settori, l’attuale disciplina sui buoni lavoro, approvata dal governo Gentiloni dopo l’abolizione decisa per evitare il referendum.

Le aziende agricole, gli alberghi, le strutture ricettive e gli enti locali potranno usarli entro dieci giorni dopo la comunicazione (attualmente il limite è tre). Per il turismo, c’è un altro sconto: mentre per la regola generale i voucher possono essere usati solo da imprese con massimo cinque dipendenti, questo limite viene portato a otto per gli alberghi. Dopo giorni di botta e risposta tra Movimento Cinque Stelle e Lega, si è trovata quindi la quadra su questa formula. Esulta la Coldiretti, mentre molto critici sono i sindacati, in particolare la Flai Cgil: “Altro che favorire i lavoratori – ha detto la segretaria Ivana Galli – gli unici favoriti saranno i datori di lavoro che potranno nascondersi dietro a un voucher e barattare un lavoro contrattualizzato con un lavoro senza diritti”.

Sui nuovi incentivi per i contratti stabili, invece, si tratta in realtà di un’estensione temporale dello sgravio introdotto dal governo Gentiloni a partire da gennaio 2018. Le imprese che assumeranno un under 35 a tempo indeterminato avranno uno sconto del 50% sui contributi per tre anni. Nella vecchia stesura, quella prevista dall’esecutivo targato Pd, il bonus valeva solo per i contratti stipulati nel 2018, mentre dal 2019 in poi avrebbe ristretto il suo raggio d’azione alle assunzioni di under 30. Con l’emendamento approvato ieri, invece, il limite massimo di età torna a 35 anni anche per il 2019 e per il 2020.

Nei primi cinque mesi del 2018, l’incentivo non ha avuto molto successo e ha agevolato – dicono i dati Inps – solo 51 mila rapporti di lavoro: 28 mila assunzioni e 23 mila trasformazioni di contratti precari. Il governo, però, spera che le imprese siano ora spinte a utilizzarlo di più proprio per i severi limiti al tempo determinato. Questi ultimi, comunque, entreranno in vigore solo dal 1 novembre, in modo da permettere alle imprese di adeguarsi alla nuova disciplina sul massimo di rinnovi (quattro), sul massimo di tempo (due anni, ma resteranno tre per i precari della scuola) e sull’obbligo di causale (da apporre sui contratti superiori a dodici mesi, pena la conversione automatica a tempo indeterminato).

L’aumento contributivo dello 0,5% su ogni rinnovo – pensato per scoraggiare i contratti reiterati tante volte – non si applicherà nel caso di colf e badanti. I dipendenti a termine non potranno essere più del 30% rispetto al personale stabile. Mettendo da parte il tema lavoro, le altre novità riguardano le compensazioni delle cartelle esattoriali per chi ha crediti verso la pubblica amministrazione (prorogate per il 2018) e l’obbligo di inserire la tessera sanitaria prima di giocare alle slot. Le commissioni hanno dato via libera al provvedimento che da lunedì sarà discusso alla Camera.

Voto unanime a Maiorca: “Ministro Salvini è persona non grata”

Matteo Salvini è “persona non grata” nell’isola di Maiorca. A darne notizia è l’edizione online del quotidiano Diario de Mallorca. La mozione, presentata da Podemos, Mes e Partito socialista delle Isole Baleari, è stata votata all’unanimità. Il Partito Popolare ha sottolineato in modo negativo la proposta del ministro dell’Interno italiano relativa al censimento dei rom. La portavoce di Podemos, Aurora Ribot, ha criticato le “terribili e vergognose dichiarazioni” di Salvini, che viene accostato a un sentimento di “grave e preoccupante xenofobia” e a “un disprezzo evidente della vita e della dignità umana”.

Confalonieri viene “licenziato” da Mediaset ma resta presidente

Gli restano le deleghe e pure l’incarico da presidente, ma dal 31 agosto Fedele Confalonieri non sarà più dipendente di Mediaset. Ieri la società ha diffuso la notizia che il rapporto di lavoro con lo storico braccio destro di Silvio Berlusconi cambia natura. Come buonuscita, a Fidel, arriverà una “integrazione al trattamento di fine rapporto” pari a 6,5 milioni di euro lordi, che comprendono anche un patto di non concorrenza. In più, nell’accordo, è previsto un “trattamento di fine mandato” da 8,5 milioni di euro che verrà corrisposto in caso di cessazione o di mancato rinnovo del suo incarico alla presidenza del gruppo.

“Pensavo avesse 15 anni”. E il prete ottiene i domiciliari

Don Paolo Glaentzer, il prete arrestato a Calenzano (Firenze) per violenza sessuale su una bimba di 10 anni, era convinto che “avesse qualche anno in più, tipo 14, 15 anni”. Parole che, insieme all’arresto in flagranza, avevano spinto l’accusa a chiedere per lui la custodia cautelare in carcere. Ma se il gip di Prato Francesco Pallini, dopo l’interrogatorio dell’altroieri, è certo dei rischi che quella bambina poteva correre, ha comunque firmato un’ordinanza che dispone i domiciliari per il sacerdote. Nella decisione hanno pesato, l’avanzata età del prete – 70 anni -, il fatto che sconterà la pena lontano dalla vittima, e l’assenza di rischio di inquinamento delle prove, visto che ha confessato. Secondo il giudice, nei fatti confessati, Glaentzer dimostra “un pervicace radicamento in devianti e illecite modalità di condotta”. La bambina – che è stata allontanata dai genitori lo scorso gennaio – fa parte di una famiglia con una situazione già problematica. Una richiesta di allontanamento era arrivata già nel 2013 – e annullata nel 2016 – dopo che i genitori erano stati indagati per maltrattamenti verso i figli.

Ketchup, platino e Armageddon. La Nasa festeggia i primi 60 anni

“Qui Apollo13: torre di controllo, stiamo pranzando proprio ora e mi sono appena fatto un hot dog con gatti, molto gustoso”. “Qui torre di controllo: ricevuto. Come ricorda il piano di volo, si suppone di mettere la senape sugli hot dog e non sui gatti, ma immagino che ignoreremo per questa volta”. Questo è lo scambio di battute, secondo la trascrizione ufficiale, che un membro della navicella spaziale Apollo 13 avrebbe avuto con la Nasa – l’agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale degli Stati Uniti e della ricerca aerospaziale, fondata nel 1958 dall’allora presidente Usa Dwight D. Eisenenhower, e che domani compirà 60 anni. Era l’11 aprile 1970, sei giorni dopo la navicella faceva ritorno sulla Terra a causa dell’esplosione di una bombola di ossigeno, senza mai atterrare sul suolo lunare.

Il felice intermezzo tra i due della Nasa nasce dall’accostamento, nel dialogo in inglese, tra i due termini: “hot dog” e “catsup”, che è sinonimo di “ketchup” ma fa pensare ai gatti. E il gioco di parole è servito.

La Nasa è una giovincella, ma allo stesso tempo è di gran lunga l’agenzia spaziale più autorevole al mondo. Se si scava, però, nelle pieghe della sua storia, si ritrovano aneddoti e vicende incredibili. A volte i signori dello spazio si rivelano pasticcioni, a volte comici. Altre volte solo inaspettati. Per celebrarla, un omaggio al lato B che ha reso l’agenzia spaziale più famosa di sempre- e che ha ispirato la politica- il cinema, il dibattito, ancora più gloriosa.

Per la gioia del sottosegretario agli Interni Carlo Sibilia, che alcune settimane fa ha ribadito il suo scetticismo secondo cui “nessuno può dire con certezza che l’uomo sia realmente sbarcato sulla Luna”, nel 2006 succede che la Nasa ammette di aver cancellato per errore i nastri originali dell’allunaggio di Neil Armstrong e compagni. Fortunatamente la Nasa non è stata l’unica a registrare il grande evento. Le copie trovate alla Cbs e al Johnson Space Center sono attualmente in fase di restauro.

Grazie ai suoi studi ingegneristici Lonnie Johnson, scienziato Nasa, ha abbandonato la stazione spaziale e si è dato alla fabbricazione di giocattoli – passatempo cui si dedicava mentre era ancora in servizio all’agenzia – inventando il Super Soaker, famoso fucile ad acqua per bambini. In seguito ha anche aiutato a sviluppare il Stealth Bomber, altro giocattolo ad acqua.

Nel 1999 la Nasa ha perso un satellite – esploso a pochi minuti dal lancio nell’atmosfera – durante l’operazione Mars Climate Orbiter perché metà degli ingegneri calcolavano le rotte secondo le misure del sistema decimale e l’altra metà usava invece il sistema di misura britannico.

Circa 11 mesi prima che la navicella Nasa Near Shoemaker atterrasse sull’asteroide 433, ribattezzato Eros, un privato cittadino, Gregory W. Nemitz, ne ha rivendicato la proprietà. In qualche modo lo ha registrato e ha aspettato che la sonda della Nasa atterrasse sull’asteroide vicino alla terra. Si stimava infatti che l’asteroide contenesse diversi milioni di miliardi di dollari di platino. Quando la Nasa sbarcò con la navicella su Eros, Nemitz preparò una fattura di 20 dollari e la mandò alla Nasa.

La Nasa ovviamente si è rifiutata di pagare e gli ha inviato una lettera che negava il pagamento. Nel 2003, Nemitz ha intentato una causa contro la Nasa, dichiarando che avevano mancato il pagamento.

Nel 1997, la Nasa è stata citata in giudizio da tre uomini dello Yemen per aver invaso Marte. Gli yemeniti dicevano di possedere il pianeta rosso e affermavano di avere documenti per dimostrarlo. “Abbiamo ereditato il pianeta dai nostri antenati 3000 anni fa”. I tre chiedevano l’immediata sospensione di tutte le operazioni su Marte fino a quando un tribunale non avesse emesso un verdetto. Chiedevano, inoltre, che la Nasa si astenesse dal rivelare qualsiasi informazione relativa all’atmosfera, alla superficie o alla gravità di Marte prima di ricevere l’approvazione da parte loro, o fino a quando non sarebbe stato raggiunto un verdetto. Brian Welch, che ai tempi era il portavoce della Nasa, aveva risposto “di non avere intenzione di intraprendere iniziative legali contro uomini che hanno venduto azioni per comprarsi la Luna”.

Un mese fa Laura Cicco, una donna del Tennessee, ha detto di aver ricevuto in dono da Neil Armstrong in persona, quasi 50 anni fa, una fiala contenente polvere lunare e, per paura che le fosse confiscata, ha intentato una causa preventiva contro la Nasa, per ottenere il riconoscimento della proprietà. L’agenzia spaziale per ora non rilascia dichiarazioni sul caso, ma tra le righe risponde picche, rifacendosi alla legge approvata dal Congresso nel 2012: il materiale dalla Luna, come rocce e polveri, è di proprietà del governo degli Stati Uniti.

Per la formazione manageriale e per quella degli astronauti, la Nasa utilizza il film del 1998, Armageddon. Scelta atipica per un programma di formazione, se si pensa che è un film di incredibile fattura e ben pensato. Eppure contiene oltre 168 particolari che nulla hanno a che vedere con la realtà spaziale. Per questo motivo, è un ottimo esercizio per testare la preparazione degli aspiranti starmen, i quali sono invitati a rinconoscere e comunicare tutti gli errori contenuti nella pellicola.

Doppio incidente nella stessa azienda: 4 operai feriti

Un doppio incidente sul lavoro, durante le stesse operazioni di pulitura di un filtro, è avvenuto questa mattina alla Chimet, un’azienda della provincia di Arezzo: quattro, complessivamente, gli operai feriti, due ricoverati ad Arezzo, uno a Cesena e il quarto a Siena. Due di loro sono esterni alla azienda. Un 35enne è stato colpito da un condizionatore di 30 chili mentre veniva effettuata la manutenzione e ha riportato un trauma cranico non commotivo con ferita lacero contusa, e altri traumi a un braccio e al volto. Non è in pericolo di vita, ma è in gravi condizioni. Pochi istanti e un nuovo incidente ha interessato la stessa area di manutenzione della Chimet, specializzata nel recupero di metalli preziosi e nel trattamento di rifiuti speciali. In questo caso tre operai, di 35, 39 e 52 anni, due aretini e un perugino, mentre erano intenti alla ripulitura di un filtro, sono rimasti ustionati e hanno respirato il vapore del filtro. I tre hanno immediatamente raggiunto con la propria auto e con un’altra della ditta il pronto soccorso di Arezzo dove sono stati presi in carico dal personale medico e infermieristico. Come fa sapere la Asl, rimarranno in rianimazione alcuni giorni.