Caso Montante, per Schifani arrivano nuove accuse

Si aggrava la posizione dell’ex presidente del Senatore Renato Schifani nell’indagine della Procura di Caltanissetta sul “Sistema Montante”. Già indagato per rivelazione e utilizzo d’informazioni riservate, è accusato di concorso esterno in associazione per delinquere insieme al dirigente dello Sco Andrea Grassi, al capo del reparto dei servizi Aisi Andrea Cavacece e al docente dell’Università di Palermo Angelo Cuva. Schifani avrebbe appreso dal generale dei carabinieri, Arturo Esposito, dettagli sulle indagini del procedimento Montante, rivelandole a Cuva “affinché le comunicasse a Giuseppe D’Agata”, colonnello dei carabinieri, per “aiutarli ad eludere” l’inchiesta nissena. Schifani si dice sorpreso e allibito: “Mi si contesta di aver favorito una persona con cui notoriamente non ho mai avuto rapporti di amicizia e frequentazione”, ha affermato.

Montante, ex presidente di Confindustria Sicilia, è accusato di essere a capo dell’associazione per delinquere che avrebbe reclutato imprenditori di Caltanissetta per conquistare i “vertici di associazioni di categoria, enti e società”. Avrebbe stretto rapporti con figure “appartenenti alle forze dell’ordine”, per “indirizzare le loro attività”, in cambio si sarebbe occupato di “soddisfare le loro aspettative di carriera e lavoro”. La rete di contatti coltivata gli avrebbe permesso di avere notizie riservate sull’inchiesta a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa. Perquisendo il suo appartamento, è stato trovato in un bunker un archivio in cui erano custoditi in gran segreto appunti, documenti e articoli. Il dossieraggio gli sarebbe servito per tenere sotto scacco amici e nemici.

Malagrotta, il disastro della discarica chiusa che inquina ancora

La megadiscarica di Malagrotta, chiusa nell’ottobre 2013 dopo aver accolto i rifiuti di Roma per quasi 40 anni, è ancora una bomba ambientale per i romani. Lo confermano le nuove indagini della Procura di Roma, che ieri ha contestato i reati di traffico illecito di rifiuti e associazione a delinquere a sei persone, tra cui lo storico patron del consorzio Colari e della discarica, Manlio Cerroni, già soggetto a interdittiva antimafia. L’indagine, coordinata dalla Dda di Roma, ha portato anche al sequestro preventivo di 190 milioni di euro alla E.Giovi Srl, società che gestisce la discarica sulla via Aurelia. Tra gli indagati anche Francesco Rando, ex amministratore della società, e Carmelina Scaglione, rappresentante legale dell’azienda.

Il piano di gestione post-operativa di Malagrotta prevede il trattamento dei prodotti della decomposizione dei rifiuti che si sono accumulati nell’area per decenni: biogas e percolato (liquame). Ma mentre il primo produce una rendita con la vendita del gas ricavato, il secondo comporta una spesa di manutenzione del sito. Secondo il gip Costantino De Robbio, la somma sequestrata all’azienda della galassia Cerroni sarebbe il frutto del risparmio di spesa dal 2012 ad oggi, “per l’omessa” estrazione “del percolato”. La società, per la Procura, “ha fittiziamente dichiarato di avere compiuto le operazioni di emungitura per evitare di sostenere i rilevanti costi delle operazioni”. I fondi ricavati dalle mancate spese di manutenzione, secondo il pm, sarebbero invece dirottati “alle società consorzio Colari e Petromarine Italia Srl, appartenenti al medesimo gruppo di E.Giovi, all’evidente scopo di occultare tali ricavi a chi leggesse il bilancio”.’

La mancata estrazione del percolato, scrive la Procura “è la causa dell’inquinamento delle falde acquifere” sotto Malagrotta. Gli inquirenti annotano che “ancora oggi la E.Giovi non ha provveduto all’adempimento delle prescrizioni e che la discarica non è gestita in modo legittimo, tale da impedire il protrarsi della situazione di fuoriuscita del percolato, che è conseguenza diretta dell’inquinamento dei terreni circostanti”. L’omissione sarebbe diventata visibile perfino dall’esterno. “Dopo avere riempito la camera sottostante la discarica, il liquido si è accumulato”, scrive il gip, i rifiuti solidi tracimano “dalla sommità superiore raggiungendo le strade circostanti”. I carabinieri del Noe hanno rilevato che in alcuni casi il percolato veniva lasciato a saturare in discarica raggiungendo anche l’80% dello spessore dei rifiuti. Così il giudice sintetizza: “Il permanere di questa situazione aumenterà esponenzialmente le conseguenze devastanti per l’ambiente circostante”.

Ora la gestione della E.Giovi è stata affidata a Luigi Palumbo, commissario del Colari. Il dirigente è chiamato ad avviare la bonifica della discarica, di fatto mai iniziata, e a garantire il funzionamento dei due impianti Tmb a Malagrotta, parte essenziale del fragile ciclo cittadino di smaltimento dei rifiuti.

A dare notizia dell’indagine, in modo inusuale, è stato direttamente il ministro dell’Interno Matteo Salvini con un tweet: “I carabinieri stanno sequestrando beni a persone coinvolte nella gestione di Malagrotta, la pacchia è finita”. Un commento che ha provocato la reazione dell’ex assessore comunale all’Ambiente, Estella Marino, che ha rivendicato: “Qualcuno aggiorni il ministro che la discarica è già chiusa dal 2013, la pacchia era già finita”.

Lega contro Lega: querela per l’ex tesoriere Belsito

La Lega querela Francesco Belsito. Ieri in Tribunale a Genova si è presentato Roberto Zingari. Il difensore della Lega aveva in mano una querela per appropriazione indebita contro Belsito, tesoriere del Carroccio ai tempi di Umberto Bossi. Una scelta a lungo meditata che avrà di sicuro conseguenze processuali e umane. La Lega di oggi sembra schierarsi contro quella del fondatore. Come Matteo Salvini aveva anticipato al Fatto mesi fa: “Penso che faremo querela”. Già, perché senza questa querela Belsito sarebbe uscito molto alleggerito dal processo d’appello genovese. Parliamo dello scandalo scoppiato nel 2012 che aveva portato alle dimissioni di Belsito e Bossi. L’appropriazione indebita contestata all’ex cassiere leghista riguarda 5,7 milioni. Secondo la ricostruzione dei pm, Belsito li avrebbe presi dai conti della Lega e li avrebbe fatti viaggiare tra Cipro e la Tanzania. In primo grado Umberto Bossi era stato condannato a 2 anni e sei mesi, Belsito invece a 4 anni e dieci mesi (14 mesi per appropriazione indebita, è l’unico condannato per questo reato). Ed ecco il punto: nel frattempo qualcosa è cambiato. Il 10 aprile – quando non c’era la Lega al governo, va detto – è arrivato un decreto che qualche critico ha soprannominato “salva-Lega”. Una norma entrata in vigore proprio alla vigilia dell’appello genovese. Il decreto prevede nuovi limiti alla procedibilità d’ufficio di alcuni reati. Tra questi c’è proprio l’appropriazione indebita. Senza la querela della Lega – che finora non si è neanche costituita parte civile – questo filone dell’inchiesta finirebbe nel nulla. Rimarrebbe la parte che riguarda la truffa ai danni dello Stato per 48 milioni di rimborsi. I pm ritengono che Bossi e Belsito abbiano truffato il Parlamento. Finora solo 2 milioni sono stati recuperati dai magistrati.

Da questa inchiesta è partita l’indagine che sta ricostruendo il percorso dei fondi del Carroccio fino a oggi, con i segretari Roberto Maroni e Salvini (non indagati). Un’indagine insidiosa, con i pm genovesi convinti che vi sia una continuità nella gestione tra vecchia e nuova Lega. Mentre i vertici del Carroccio sostengono il contrario. Ecco allora la decisione di querelare Belsito. Dimostrazione di una vera cesura tra le due stagioni o anche mossa processuale per smarcarsi da Bossi? Il banco di prova sarà il secondo processo, quello di Milano. Dove in primo grado, oltre a Bossi e Belsito, è stato condannato anche Renzo, figlio del Senatur. Tutti accusati di appropriazione indebita. L’unico modo di salvare l’inchiesta sarebbe una querela della Lega contro Belsito e i Bossi.

Matrimonio tra Sai e Unipol, falsati i valori del concambio

Carlo Cimbri, amministratore delegato di UnipolSai, e Pierluigi Stefanini, presidente del gruppo Unipol, rischiano il processo per aggiotaggio. Il procuratore aggiunto di Torino Marco Gianoglio ha notificato l’avviso di chiusura delle indagini sulla fusione tra Unipol e le aziende della famiglia Ligresti (Fondiaria Sai, Premafin, Milano Assicurazioni). In oltre tre anni di lavoro, Gianoglio ha raccolto documenti, interrogatori, intercettazioni telefoniche e una voluminosa perizia sui concambi, redatta dai consulenti tecnici Enrico Stati e Fabrizio Dezani. L’ipotesi d’accusa per cui ora si appresta a chiedere il rinvio a giudizio è che al matrimonio tra Unipol e aziende dell’ex gruppo Ligresti si sia arrivati falsando, a favore di Unipol, il valore delle società, stabilendo così un concambio delle azioni che ha privilegiato la compagnia bolognese. Il valore di Unipol sarebbe risultato più alto grazie a una valutazione troppo positiva degli immobili e dei prodotti strutturati in pancia alla società. Oltre a Cimbri e Stefanini, devono rispondere dell’accusa di aggiotaggio e altri reati sei persone, tra cui un advisor e un ex esponente della Consob.

Cemento altoatesino a San Candido. C’è un cubo nel cuore delle Dolomiti

Un pugno nell’occhio non lo si immagina qui al profondo nord, in una provincia – quella di Bolzano – che ha fatto del rispetto per l’ambiente e il paesaggio il suo orgoglio e la sua fonte di reddito per il turismo. Sarà pure un’eccezione, ma è talmente evidente da far inorridire Italia Nostra, l’associazione che lotta per la salvaguardia di paesaggi e beni culturali. E non solo loro. È un cubo di cemento che sta sorgendo in centro paese a San Candido, perla delle Dolomiti dell’alta val Pusteria.

Il cubo sembra un grande garage spuntato chissà come nella centralissima piazza del Magistrato. In realtà è il Pavillon, futura sede delle bande del paese: un edificio di nove metri per nove in cemento armato, costruito a pochi metri dalla Collegiata dell’XI secolo e dalla settecentesca chiesa di San Michele, uno tra i più rinomati esempi di architettura romanica del nord Italia. Il progetto è stato sostenuto dall’amministrazione comunale ed è il frutto di un concorso di idee che ha avuto il benestare delle Belle Arti. I primi a lamentarsi sono stati i vicini che hanno visto, con profondo orrore, il cubo già nei primi rendering. Ma poi sono arrivati anche i commenti indignati dei turisti. Lo sa bene Dieter Wurmböck, presidente dell’Apt di San Candido. Alla stampa locale ha dichiarato di “non riuscire più a rispondere alle tante proteste dei turisti: il cubo ha un impatto pessimo ed è un danno per l’immagine del paese”. Gli ha risposto l’assessore all’ambiente Eduard Johann Schmieder, espressione della lista civica al governo del paese: “Quando i lavori saranno finiti – ha detto al Corriere dell’Alto Adige – sono convinto che le critiche saranno riviste. In fondo anche la piramide nel cortile del Louvre a Parigi all’inizio è stata criticata, e oggi è un’attrazione alla pari del museo”. Però San Candido non è Parigi, e il cubo di cemento non dà su un museo, ma ostacola la visuale sul centro storico e sulle montagne dei Baranci.

Per Italia Nostra è un “obbrobrio edilizio nel cuore delle Alpi altoatesine”. Nulla contro la commistione tra architettura moderna e antica, dicono dall’associazione, ma “non dovrebbe stravolgere completamente gli originali tratti distintivi di un determinato luogo, e dovrebbe inserirsi armonicamente sia nel contesto paesaggistico, sia culturale”.

L’isola rende meglio: il business dell’abuso lontano dalla costa

ACapri negli ultimi sei mesi i carabinieri hanno sequestrato una ventina tra ville e appartamenti di pregio con accuse di abusivismo edilizio, e sette di questi episodi sono finiti in un’articolata inchiesta sulla gestione dell’ufficio tecnico municipale. A Stromboli un signore aveva trasformato un garage in un miniappartamento di due vani con tettoia, angolo cottura e bagno: dovrà demolire e ripristinare, così impone l’ordinanza che gli hanno appena notificato. A Lipari fioccano ordinanze simili: una coppia aveva realizzato dal nulla una piccola casetta, cambiato la destinazione d’uso di un locale e coperto i terrazzi mentre un uomo si era limitato a una veranda e un bagno. A Panarea un palermitano avrebbe modificato un magazzino per farlo diventare una camera da letto con bagno e finestra e vano cucina. A Casamicciola Terme di Ischia, a maggio la polizia e la guardia costiera hanno sequestrato una mega villa edificata direttamente sul mare del Castiglione, con tanto di ascensore e discesa privilegiata per il bagno: gli abusi non si sono fermati neanche dopo le polemiche sui morti del terremoto di agosto, una signora rimase schiacciata dal crollo di un piano abusivo e con richiesta di condono di una casa della zona alta.

Sono tutte storie di abusivismo con un elemento in comune: sono avvenute su piccole isole. Dove le regole sono le stesse della terraferma. Ma il loro rispetto e la loro applicazione seguono prassi diverse, figlie di logiche tipiche dei luoghi dove tutti conoscono tutti, sono amici di tutti e non ci sono vie di fuga. Non è un caso che l’isola d’Ischia, l’isola verde della Campania, con le sue statistiche da record sia assurta nel tempo a simbolo dell’abusivismo: 28 mila domande di condono, 7.225 nel solo comune di Ischia, dove dal 2003 al 2016 sono state emesse 1.242 ordinanze di demolizione, solo 212 delle quali eseguite.

Il magistrato in pensione Aldo De Chiara fino al 2012 ha guidato la sezione urbanistica della Procura di Napoli. Con la sua direzione, l’ufficio coordinò diverse demolizioni ad Ischia e nel maggio 2012 ottenne la condanna in primo grado a un anno – cancellata l’anno scorso in secondo grado con sentenza predibattimentale di prescrizione, grazie a un ripristino dello stato dei luoghi – di Luca Cordero di Montezemolo per i lavori di Villa Caprile ad Anacapri. “Nelle piccole isole l’abusivismo si sviluppa in una maniera più agevole: i controlli sono più rari, meno intensi. La ristrettezza del territorio alimenta una sorta di omertà, la denuncia del vicino è meno frequente, vige un patto tacito: oggi io, domani tu, meglio aiutarci a vicenda. Le piccole isole poi – ricorda De Chiara – sono tutte soggette a vincolo paesaggistico e 50mq abusivi hanno un valore di mercato enormemente superiore rispetto a quelli realizzati sul continente.

A questo si uniscono le inefficienze delle amministrazioni, spesso guidate da persone accusate di abusivismo, che determinano connivenze tra controllori e controllati”. Il presidente di Legambiente Stefano Ciafani annuncia per l’autunno un dossier sui numeri delle demolizioni: “I casi delle isole insegnano che chi continua ad agitare il tema dell’abusivismo di necessità ragiona con degli slogan di 40 anni fa. Dal condono Nicolazzi in poi il fenomeno ha riguardato sempre di più le aree di pregio. Necessità di cosa? Di farsi una casa su una costa protetta? O di allargarla per accrescerne il valore”?

E allora come si sanano queste ferite sul territorio? “Con le ruspe. I condoni hanno solo amplificato il fenomeno, lo dicono le cifre. Basta parlarne e le betoniere degli abusivi si riattivano. Gli abusi sono diminuiti negli anni in cui si sono effettuati più abbattimenti. Sono ancora pochi, e li hanno fatti per lo più fatti le procure. I sindaci che ci hanno provato, sono stati sfiduciati o non rieletti. La competenza delle demolizioni va sottratta agli enti locali ed affidata allo Stato con le prefetture”.

Intanto l’andazzo sulle piccole isole prosegue. Secondo un report del circolo Legambiente Arcipelago Toscano, l’Isola d’Elba è la parte di Toscana dove ci sono stati più abusi edilizi pro-capite e dove si registrano i più alti numeri di “case fantasma” sconosciute al Catasto. Il meccanismo consisterebbe nel realizzare falsi ruderi da ampliare in un secondo momento. Funziona, e non causa sfaceli urbanistici. “L’abusivismo di qualità”, dicono scherzando. Sull’isola di Ponza l’anno scorso è finito sotto inchiesta per un abuso nella sua casa in centro l’ex sindaco Piero Vigorelli, che ha sanato pagando altri 2.000 euro in più agli 8.000 versati per un ampliamento di sette mq dopo la rotazione del balcone.

Salta il banco, il giudice decreta il crac del casinò

Il tribunale di Como ha decretato il fallimento per insolvenza del Casinò di Campione d’Italia. Ha 490 dipendenti la casa gioco nell’enclave italiana in territorio svizzero, aperta nel 1917 e precipitata dai fasti degli anni Sessanta-Ottanta giù sino alla crisi, irreversibile. I giudici hanno nominato tre curatori che ora valuteranno se chiudere l’attività o chiederne la prosecuzione in esercizio provvisorio, mentre la prima udienza è stata fissata il 28 gennaio 2019. La decisione era nell’aria dopo la bocciatura, nei giorni scorsi, del piano di rimodulazione dei debiti da parte del commissario liquidatore del Comune di Campione, socio unico della casa da gioco. La richiesta di fallimento era stata depositata nel marzo scorso dal pubblico ministero Pasquale Addesso, ed era la conseguenza dello squilibrato rapporto tra entrate e uscite della società che gestisce la casa di gioco, del pesante passivo accumulato (132 milioni di debiti) e dell’incapacità di far fronte ai creditori e soprattutto allo scopo sociale per la quale era stata costituita nel 2014, cioè di consentire al Comune di raggiungere il pareggio di bilancio.

Senato, corsia preferenziale per la legittima difesa. Il regolamento alla prova

Approvare la legge sulla legittima difesa entro la fine di settembre: la Lega sta lavorando per raggiunge questo obiettivo fin dall’inizio della legislatura. È iniziato l’iter in Commissione Giustizia in Senato, nonostante il fatto che a Montecitorio Enrico Costa (Noi con l’Italia) avesse chiesto in ben 3 uffici di presidenza alla presidente, Giulia Sarti (M5S) di incardinarla. Senza successo. A Palazzo Madama le garanzie sono di più: il presidente è un leghista, Andrea Ostellari. E c’è un altro dato che consente l’accelerazione: il Regolamento del Senato varato alla fine della scorsa legislatura. Che sposta sostanzialmente il lavoro in Commissione. E riduce e contingenta i tempi in generale. Su decisione della Presidente Casellati, la legittima difesa è in redigente. Che significa? Fatta eccezione per una serie di casi per i quali sono sempre obbligatorie la discussione e la votazione da parte dell’Assemblea, il presidente può assegnare un testo alla deliberante o alla redigente. Nel primo caso, l’approvazione spetta direttamente alla Commissione, nel secondo all’Assemblea è riservata “la votazione degli articoli e la votazione finale”. A meno che il governo o un decimo dei componenti del Senato, o un quinto dei componenti della Commissione non richiedano la discussione in aula.

Per ora, le proposte di legge sono 5 (una della Lega, due di FI, una di Fratelli d’Italia, una di iniziativa popolare). Il punto di partenza del Carroccio è il testo originariamente di Nicola Molteni, ripresentato a Palazzo Madama dal capogruppo Romeo (col numero 652). Ruota intorno alla modifica dell’articolo 52 del Codice penale: “Si considera che abbia agito per difesa legittima colui che compie un atto per respingere l’ingresso o l’intrusione (…)”. Il testo punta a considerare legittima difesa tutti gli atti che avvengono nella propria abitazione. Ampliandone notevolmente la casistica. Il Carroccio, vorrebbe evitare i processi per chi spara “legittimamente”. Come, visto che esiste l’obbligatorietà dell’azione penale? Puntando a far archiviare i procedimenti in base a un meccanismo che si vuole automatico, vista la iniziale presunzione di legittima difesa. Automatismo impossibile: la decisione spetta al giudice. La scommessa è arrivarci il più vicino possibile. Sono state richieste le prime audizioni: ci sarà l’ex magistrato, Carlo Nordio, che in passato si è espresso in favore della modifica della normativa nella direzione espressa dalla Lega. E poi Graziano Stacchio, Roberto Zancan, Franco Birolo: tre esempi di “vittime” della mala giustizia. Stacchio venne indagato per eccesso di legittima difesa dopo aver ucciso un ladro che era entrato nella gioielleria di Zancan. Poi archiviato. Birolo uccise un ladro entrato nella sua tabaccheria. Condannato in primo grado e assolto in Appello. Ostellari assicura che si cercherà comunque un compromesso con gli altri gruppi. Intanto Giarrusso (membro della Commissione del M5S) annuncia che da parte loro non ci sono contrarietà particolari. E il Pd riflette. Il senatore Cucca spiega che il partito non è sulle posizioni della Lega, ma anche che il tema è delicato e sentitissimo. Ergo, i Dem non hanno ancora elaborato una strategia, oltre a chiedere le audizioni di Zagrebelsky, Flick, Cassese e una serie di altri giuristi. Chiederà la discussione in aula con tanto di palcoscenico mediatico, ma anche necessità di fare davvero opposizione? Ai vertici del gruppo dicono di sì. Si vedrà.

Dal Veneto al Casertano ancora spari sui migranti

Giovedì scorso a Cassola, nel Vicentino, un uomo ha sparato con una carabina ad aria compressa contro un operaio capoverdiano nella piazza del paese. Mercoledì 18 luglio è successo a Roma e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha parlato di “far west”: un colpo sparato da un funzionario del Senato in pensione ha raggiunto una bimba rom di 13 mesi che rischia danni permanenti. E ancora ieri, a San Cipriano d’Aversa (Caserta) un cittadino del Gambia ha denunciato di essere stato colpito al volto da un pallino probabilmente sparato, anche lì, con un’arma ad aria compressa. Altri casi, almeno cinque, sono finiti sui giornali tra giugno e luglio.

A Cassola come a Roma non sono contestati moventi razzisti. Ma il clima è bollente, segnato dai toni feroci del dibattito sull’immigrazione e da quello sulla legittima difesa e il diritto di tenere armi in casa. L’episodio veneto, riportato ieri dai giornali locali, è sconcertante. Un italo-argentino disoccupato, 40 anni, ha sparato all’operaio africano, 33, dipendente di una ditta di impianti elettrici, che era sospeso su una pedana, a 7 metri di altezza, per sistemare le luminarie per la festa sulla facciata del Comune. La vittima ha sentito il colpo e un bruciore alla schiena: il pallino l’ha raggiunto alla regione lombare sinistra. Niente di grave per fortuna: sette giorni di prognosi.

Subito sono arrivati in piazza il sindaco e i carabinieri della compagnia di Bassano. I militari hanno impiegato ben poco a scoprire chi aveva sparato: sul terrazzo condominiale di un palazzo vicino hanno trovato alcuni pallini di piombo, di quelli che si usano con armi ad aria compressa. Hanno perquisito due appartamenti e in quello del 40enne, su un armadio, hanno trovato una carabina nera calibro 4,5 mm, marca Stoeger, un fucile in libera vendita.

Il 40enne prima ha negato, poi ha ammesso di aver colpito il 33enne ma, ha detto, è stato un incidente. “Stavo mirando a un piccione”, ha raccontato. Nulla farebbe supporre motivazioni razziste. L’uomo è stato denunciato per lesioni personali aggravate dall’uso dell’arma.

Elementi simili si ritrovano nell’altra vicenda, quella romana. Lungo la via Palmiro Togliatti, periferia sud-est, una bimba nomade di appena 13 mesi è stata colpita da un pallino sparato da una pistola ad aria compressa. È ancora ricoverata al Bambin Gesù. L’autore del gesto, Marco Arezio, 59 anni, ex funzionario del Senato in pensione, agli investigatori ha spiegato che stava sistemando l’arma e che il colpo è partito per sbaglio. Accidentalmente, appunto. È indagato, anche lui, per lesioni.

Anche qui i carabinieri del Nucleo investigativo, guidati dal colonnello Lorenzo D’Aloia, non hanno trovato nulla che possa ricondurre al razzismo. Ma la pistola, come avrebbe ammesso Arezio, era stata modificata: in particolare nella parte della meccanica che regola la compressione della molla. Ciò spiegherebbe anche perché il colpo abbia coperto di 120 metri che separano il suo balcone e la posizione in cui si trovava la bambina, che era insieme alla madre. La perizia chiarirà la traiettoria.

Se si scende più a Sud, proprio ieri, un 19enne della Guinea ha denunciato ai carabinieri di San Cipriano d’Aversa (Caserta) di essere stato ferito al volto da un piombino. Ha una leggerissima ferita al labbro giudicata guaribile in un giorno. Ai militari il ragazzo ha raccontato che mentre stava rientrando nel centro di accoglienza, qualcuno a bordo di una moto lo ha colpito con un “un piccolo piombino”. E anche qui gli investigatori sospettano che si tratti di una pistola ad aria compressa.

Gli episodi si moltiplicano da settimane, da Forlì a Napoli e a Caserta. Il più grave, il 2 giugno, vicino alla tendopoli in cui sopravvivono i braccianti africani tra Rosarno e San Ferdinando (Reggio Calabria): l’uccisione a fucilate di Soumaila Sacko, bracciante maliano di 29 anni aderente al sindacato Usb, che accompagnava altri migranti a recuperare lamiere da usare nelle baracche. All’agricoltore arrestato non è stata contestata l’aggravante dell’odio razziale. “Non è un caso”, denuncia, tra gli altri, Emanuele Fiano del Pd. Le forze dell’ordine non vedono una particolare emergenza. Non esistono statistiche precise. Certamente sono da tempo in calo i reati commessi con l’uso di armi. Quanto al razzismo, l’ultimo rapporto dell’associazione Lunaria (“Cronache di ordinario razzismo”) dice che i fatti violenti sono passati dai 41 del 2015 ai 28 del 2016 e ai 15 del 2017. E il totale degli atti discriminatori, compresi quelli verbali o contro i beni materiali, sono scesi da 739 a 524 e a 220.

2026, a chi la do l’Olimpiade? La neve aiuta, ma non risolve

Il Coni vorrebbe far nascere Mi-To-Co, il mostro olimpico a tre teste in grado di unire le tre candidate italiane a ospitare i Giochi invernali del 2026: Milano, Torino e Cortina. Al presidente Giovanni Malagò piacerebbe che fosse Milano a guidare l’operazione e proverà a spiegarlo, lunedì prossimo, ai tre sindaci (Giuseppe Sala, Chiara Appendino e Gianpietro Ghedina) convocati a Roma insieme ai presidenti delle regioni coinvolte (Attilio Fontana per la Lombardia, Sergio Chiamparino per il Piemonte, Luca Zaia per il Veneto).

A Sala il mostro piace ed è pronto all’alleanza con Torino e Cortina, purché Milano resti capofila dell’avventura olimpica. Appendino è invece la più decisa a far passare il suo dossier di candidatura, sostenendo che è quello più completo e strutturato.

La decisione sarà presa il 1 agosto dalla giunta e dal consiglio nazionale del Coni. Si troverà il punto di convergenza fra le tre proposte, o ciascuna delle candidate continuerà a voler imporre il suo progetto? Ecco debolezze e punti di forza dei tre dossier di candidatura e tutte le difficoltà per integrarli.

 

Torino

La carta dell’esperienza Riuso, niente cemento

Quello di Torino è il masterplan più compatto. La capitale sabauda si propone come città olimpica e dispiega i siti di gara a ventaglio sulle Alpi, a Bardonecchia, Sauze d’Oulx, Sestriere, Pragelato, Pinerolo, Cesana. Tutti più o meno a una distanza di circa 90 chilometri e facilmente raggiungibili con collegamenti per lo più autostradali in soli 75 minuti al massimo.

Il punto di forza è che Torino ha già ospitato i Giochi invernali nel 2006, dunque non solo ha esperienza della gestione, ma ha anche le strutture e le infrastrutture già pronte che, vent’anni dopo, dovranno soltanto essere riadattate. Le strade sono state già riviste nel 2006 per garantire un “assetto olimpico”, cioè poter offrire un flusso di traffico e criteri di sicurezza idonei al periodo dei giochi invernali. È necessario garantire per i 20 giorni della manifestazione la presenza e gli spostamenti rapidi di circa 60 mila persone (atleti, delegazioni internazionali, stampa) oltre agli spettatori.

Torino promette nel suo dossier di presentazione “una ‘Olimpiade lunga’ rafforzando il concetto di Olimpiade come parte di una strategia di lungo termine in coerenza con gli obiettivi di sviluppo sostenibile e resiliente del territorio che la ospita, valorizzando Torino come città della cultura, dello sport e dell’innovazione e le sue montagne olimpiche come luogo di sport, turismo e ambiente generatore di occupazione stabile e non delocalizzabile”.

Nessun consumo del suolo, ma riuso di ciò che c’è già. Anche per l’accoglienza: niente nuovi alberghi, ma utilizzo del patrimonio già esistente (abitazioni non utilizzate, sottoutilizzate, seconde case…).

Gran parte dei siti olimpici di gara – dalle piste da sci del Sestriere ai palazzetti del ghiaccio di Torino o Pinerolo – sono già pronti e all’80 per cento già utilizzati in modo continuativo. Da riattivare, invece, alcuni impianti “congelati” cinque anni fa, come i trampolini di salto di Pragelato, la pista di bob e la pista di Biathlon di Cesana.

 

Milano

Stile internazionale, ma la neve è lontana

È una città di pianura, le montagne sono lontane, la neve si vede raramente, ma Milano punta soprattutto sulla sua immagine internazionale e sulla sua capacità di attirare investimenti privati. Le gare sarebbero disperse su un’area molto più vasta (250 chilometri), con le piste di neve in Valtellina (Bormio, Santa Caterina Valfurva, Livigno), più lontana e raggiungibile con strade più tortuose in tempi più lunghi (2 ore e mezza). Alcune gare (bob, salto dal trampolino, combinata nordica) sono addirittura previste in Svizzera, a St. Moritz.

“Saranno Giochi ispirati a criteri di sostenibilità”, promette Milano nel suo dossier, “con un chiaro obiettivo di utilizzare impianti esistenti e quindi minimizzare il consumo di suolo, con particolare riferimento all’ecosistema montano della Valtellina. Unica eccezione, giustificata dalla necessità di rafforzare l’eredità sportiva di Milano a oltre 30 anni di distanza dal crollo del Palazzetto dello Sport nel 1985, sarà la realizzazione da parte di soggetti privati di un nuovo impianto, in grado di accogliere le principali manifestazioni sportive”.

 

Cortina

Dolomiti: Alto Adige più che Veneto

Ha fama internazionale, paesaggio mozzafiato ed è davvero in montagna. Nella proposta di Cortina d’Ampezzo, le gare sono per lo più dislocate non in Veneto, ma in Trentino (Val di Fiemme) e in Alto Adige (Bolzano, Merano, Anterselva). Più difficile la logistica, strade più tortuose.

“A settant’anni esatti dai Giochi del 1956”, si legge nel dossier, “Cortina si ripropone come culla degli sport invernali, riportando la montagna al centro delle politiche di sviluppo del nostro paese e dell’Europa”.

 

Soldi

Costi dichiarati e costi dimenticati

Cortina ha presentato la proposta meno cara (380 milioni previsti), non troppo dissimile da Milano (384 milioni), Torino la più cara (959 milioni). A ben guardare le cifre, però, si nota che Torino mette in lista con grande accuratezza molti costi che Milano non contabilizza. Gli impianti di St. Moritz (bob e trampolino), per esempio, o le strutture di allenamento, o gli investimenti per la digitalizzazione del territorio montano. Tanto Milano quanto Cortina non mettono in elenco i costi per le strade, mentre Torino, da cui pure si raggiunge Bardonecchia in autostrada, contabilizza 70 milioni per l’ulteriore miglioramento della viabilità.

In realtà i costi di un’olimpiade sono più alti. L’organizzazione dell’evento – sport, tecnologia, logistica, security eccetera – costa, secondo i calcoli fatti a Torino, 1,178 miliardi di euro. È a questa cifra che si devono sommare le cifre di spesa dichiarate nei dossier, dai 380 milioni di Cortina ai 959 di Torino, che riguardano le opere e le infrastrutture, cioè quello che resterà dopo la manifestazione. E che dovrà essere, negli anni dopo i Giochi invernali, valorizzato, utilizzato, per non lasciarlo decadere.

Le entrate previste sono invece di 1,182 miliardi di euro in biglietti, sponsor e merchandising. Continuerà la gara fra le tre candidate o Malagò riuscirà a imporre l’alleanza? Tra qualche giorno la risposta.