Schiaffo per Daniela Santanchè, imprenditrice ed editrice di giornali. Il gruppo Visibilia dovrà reintegrare immediatamente i giornalisti di Visto e Novella 2000 che hanno fatto ricorso contro il licenziamento collettivo di un anno fa. A deciderlo è stato il Tribunale del Lavoro di Milano che ha condannato il gruppo editoriale della senatrice di FdI anche al risarcimento del danno, con il pagamento degli stipendi arretrati e delle spese legali. Nell’estate 2017 ai giornalisti delle due testate era stata sospesa la cassa integrazione e sono partiti i licenziamenti (l’ultimo dei quali qualche settimana fa nei confronti di una dipendente rientrata dalla maternità), motivati dalla messa in liquidazione della Visibilia Magazine srl. Liquidazione considerata “strumentale” perché le due riviste nel frattempo hanno continuato tranquillamente a uscire in edicola, realizzate da collaboratori esterni. “Con questa sentenza viene a cadere il modus operandi di Visibilia: licenziare per produrre i settimanali senza giornalisti assunti”, il commento di Fnsi e Associazione Lombarda dei Giornalisti. “Ci opporremo in ogni sede contro questa sentenza”, fa sapere Santanchè.
“Atac, i posti sono salvi. Dico no ai privati”
“Stiamo salvando i posti di migliaia di lavoratori onesti e un’azienda che era e deve restare pubblica”. A sera in Campidoglio la sindaca di Roma Virginia Raggi celebra il decreto con cui il tribunale fallimentare ha ammesso alla procedura di concordato in continuità Atac, la municipalizzata dei trasporti su cui pesano debiti per 1,3 miliardi di euro. Un via libera che arriva dopo una prima, parziale bocciatura dello stesso tribunale, che a marzo aveva definito “inidoneo” il piano del Comune. Ma le successive controdeduzioni presentate dal Campidoglio hanno convinto i magistrati. E ora la giunta a 5Stelle, attende per dicembre l’assemblea dei creditori di Atac, che dovrà votare il piano.
Sindaca, la decisione del tribunale per voi è una boccata d’ossigeno.
No, è una vittoria dei cittadini. Stiamo raccogliendo i frutti di un lungo lavoro.
Cosa ha convinto il tribunale?
Abbiamo presentato un piano industriale serio e credibile. Il Comune ha impegnato 167 milioni per acquistare 600 autobus in tre anni, a cui aggiungeremo altri 50 mezzi grazie ad altri 18 milioni, stanziati con una variazione di bilancio.
Peccato però che la gara del 12 luglio indetta da Atac per acquistare 320 bus sia andata deserta. Non è proprio un buon viatico, no?
Risolveremo con la gara gestita da Consip che si terrà in agosto, e che sarà ripartita in più lotti. E poi ci saranno altri bandi.
Però la gara di luglio è stata disertata. Non offrivate buone condizioni o vi hanno remato contro?
Guardi, non siamo minimamente preoccupati.
Un altro punto fondamentale del vostro piano è il “sacrificio” del Comune, che ha postergato il suo credito di 450 milioni verso Atac. Tradotto, verrete pagati solo dopo che sarà stato soddisfatto l’ultimo dei creditori chirografari. Ma così si creerà una voragine nel bilancio.
Stiamo coprendo quella somma con gli accantonamenti nel bilancio.
È sempre un sacrificio. Non ha chiesto al governo un aiuto per coprire il buco? Magari a Luigi Di Maio?
No. E con Di Maio non abbiamo parlato del concordato, perché eravamo convinti del nostro piano.
Sarà, ma il decreto del tribunale sembra accogliere il piano più che altro perché è la soluzione migliore per soddisfare i creditori. Come dire, il concordato è il male minore.
Se Atac non avesse avuto problemi non saremmo qui a parlare. L’alternativa era il fallimento, che avrebbe comportato la perdita di migliaia di posti lavoro, l’interruzione del servizio. Anche i creditori avrebbero perso i loro soldi.
Un altro pilastro del piano è il prolungamento del contratto di servizio fino al 2021, che vi permetterà di drenare centinaia di milioni in più. Ma pochi giorni fa l’Autorità nazionale anticorruzione ha avanzato “seri dubbi di legittimità” sul prolungamento.
Qualcuno ha provato a strumentalizzare questi rilievi dell’Anac. Noi, come è noto, abbiamo un rapporto molto sereno e trasparente con Raffaele Cantone. E assieme a lui lavoreremo anche su questo.
Non pare un problema da poco. Anche perché per l’Anac serviva “una gara pubblica” invece che l’allungamento del contratto.
Lo ripeto, troveremo una soluzione con Anac. E comunque il decreto del tribunale di fatto legittima anche gli strumenti adoperati per il concordato, compreso il prolungamento.
Intanto a novembre è previsto il referendum sulla messa a gara del trasporto pubblico locale, chiesto dai Radicali italiani. Il Pd si è già schierato per il no. E lei?
Il privato ce l’abbiamo già a Roma con il Tpl, a cui siamo stati obbligati per legge a lasciare il 20 per cento del servizio, e funziona malissimo. Il Comune di Roma paga regolarmente le imprese, ma i lavoratori ricevono gli stipendi sempre in ritardo. Se questo deve essere il privato…
Quindi la risposta è…
Sono assolutamente per il no.
Tav, prove di linea a 5Stelle: via i dirigenti e nuova tratta
Faranno saltare “teste”, anche per calmare la base. E prenderanno tempo. Con l’obiettivo di riscrivere davvero il progetto, come è assicurato nero su bianco nel contratto di governo, riducendo il più possibile impatto e costi dell’opera. Perché un no secco alla linea ad alta velocità Torino-Lione ad oggi non è possibile. È la linea dei Cinque Stelle sul Tav, che per il Movimento fa rima con spada di Damocle.
Nodo atteso, visto che la battaglia contro la Torino-Lione è stata un comandamento per il M5S, uno dei totem attorno a cui si raggrumarono i primi attivisti. E non solo in Piemonte, dove nel 2019 si voterà per le Regionali, con il Movimento che spera concretamente di prendersi la sua prima Regione, l’unico “trofeo” che manca alla bacheca a 5Stelle. Però di mezzo c’è anche il Tav.
Una spina sempre urticante, come provano le indiscrezioni delle ultime ore che parlavano di un no definitivo all’opera di Luigi Di Maio e del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ma i 5Stelle hanno reagito con una raffica di smentite. “Il dossier non è ancora arrivato sul tavolo di Conte” hanno precisato da Palazzo Chigi. E Di Maio giura: “Sono tranquillissimo, la questione Tav non è sul tavolo del governo, deciderà il ministro Toninelli quando incontrare il suo omologo francese”. Ossia il ministro delle Infrastrutture, che lavora sul dossier da alcuni giorni con la sua “istruttoria”, come la definiscono i 5Stelle. Senza fretta. “Se ne parlerà molto dopo l’estate” spiegano. Nell’attesa, ecco Matteo Salvini: “Sull’opera occorre andare avanti, non tornare indietro”. Come a ribadire la dicotomia tra la Lega, che le grandi opere le invoca, e il M5S che frena.
E il compromesso è quella formula nel contratto di governo: “Per quanto riguarda la Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscutere integralmente il progetto”. E via il passaggio sulla “sospensione dei lavori” che era nella bozza iniziale. Mesi dopo, il Movimento si ritrova con gli attivisti e gran parte degli eletti quasi in rivolta in Piemonte, dove c’è già baruffa per la candidatura di Torino alle Olimpiadi invernali.
Anche per questo, il M5S potrebbe accontentarli rimuovendo due dirigenti simbolo del progetto: il commissario straordinario del governo alla Torino-Lione, Paolo Foietta, e il direttore generale della Telt (la società pubblica metà francese e metà italiana che deve realizzare l’opera), Mario Virano. E così accoglierebbe la richiesta fatta pochi giorni fa dai consiglieri comunali di Torino: “Il governo sollevi Foietta dai suoi tre incarichi (presidente Osservatorio Torino-Lione, commissario straordinario del governo, co-presidente Intergovernativa Italia Francia) e Virano in quanto nominato nel cda di Telt dall’esecutivo”.
Però Foietta si mostra pugnace: “Ho un mandato fino al 31 dicembre per realizzare la Torino-Lione. Se si vuole modificarlo, lo si faccia con un atto e non con un post”. E visto che c’è ricorda: “Chiedo da tempo un incontro a Toninelli, senza esito”. Intanto il ministro prosegue la sua istruttoria. E per ora la rotta del M5S è quella di cercare una via per riscrivere il progetto, quindi il percorso, limitando i danni. “Ma non possiamo dire no e basta, qui ballano miliardi” ammette un 5Stelle di rango. E poi ci sono le pressioni degli industriali e del Carroccio, che però apre a una soluzione intermedia, ventilata ieri sul Secolo XIX dal sottosegretario leghista ai Trasporti Edoardo Rixi: “Il Tav è fondamentale ma vanno tagliati i costi, rendendo meno impattante il percorso”. E in serata riparla Salvini, più problematico: “Sul Tav stiamo ragionando, valutando il rapporto tra costi e benefici”. Sillabe sicuramente più gradite al M5S, che resta sul vago. Perché in ballo c’è una bella porzione della verginità a 5Stelle. E allora meglio tergiversare.
Arriva l’ad taciturno: ora dovrà sporcarsi le camicie bianche
Fabrizio Salini è un uomo impolitico, taciturno e riservato. Con un paio di anni di ritardo – per l’ex ad Antonio Campo Dall’Orto era un direttore ideale di Rai2 o Rai4, per svolte giovanili – entra in Viale Mazzini per occupare l’ufficio più pregiato del fantozziano settimo piano, dove s’annida il potere e da sempre ristagnano la politica, le leggende e i pettegolezzi. L’amministratore delegato Rai – da oggi il romano classe ’67 di fede interista Salini – ha la stanza più grossa, circondato da gente deferente e però scafata. Ora tocca a “Fabri”, che da vent’anni costruisce programmi, organizza aziende straniere e insegue il pubblico più ricercato (fu l’inventore di Fox Retro e riesumò I Jefferson), dimostrare a chi l’ha nominato e pure a se stesso che in Viale Mazzini non esiste un buco nero che inghiotte la reputazione e la creatività.
Salini ha veleggiato sereno verso l’assemblea degli azionisti Rai, candidato principale dei Cinque Stelle da almeno un paio di settimane (data di una cena con Luigi Di Maio), finché la Lega – per pura tattica – non gli ha imputato il conflitto di interessi. Perché da gennaio, dopo mesi di pausa, prima era a La7, Salini è ad e socio al cinque per cento di Standbyme (quote cedute ieri), l’azienda di produzione di Simona Ercolani, consulente a Palazzo Chigi del governo renziano, regista di una Leopolda e stratega mediatica del referendum fallito.
Dopo la laurea in Scienze politiche, Salini è per sette anni vicepresidente dei canali di intrattenimento di Fox International e lavora al lancio di Fox Life, Fox Crime e il già citato Fox Retro. Poi salta dai cugini di Sky Italia – ugualmente gruppo di Rupert Murdoch – per gestire l’area Cinema e Sky Uno, la rete più generalista della multinazionale a pagamento. A Sky Italia è un breve transito, neanche un anno, e poi fa un ottimo affare con la vendita di Giallo e di Focus – di Switchover Media – al colosso Discovery Italia. Rientra a Fox col grado più alto di ad, una dozzina di mesi e Urbano Cairo lo chiama per dirigere La7. In quel momento, Campo Dall’Orto lo contatta per un posto in Rai, ma Salini rifiuta perché ha un accordo formale con il patron del Torino. Collaborare con Cairo non è semplice: delega poco o quasi niente, e un giorno acquista un difensore per il Torino, un altro ristruttura il quotidiano spagnolo El Mundo, un altro taglia i buoni taxi di Rcs e un altro ancora, per non estenuare il lettore, ordina la trasmissione che può strappare pubblico di Mediaset o di Viale Mazzini che va oltre l’informazione.
Come accaduto per Eccezionale veramente. Salini ha resistito un anno e mezzo con Cairo: una stagione, un palinsesto. Non c’era livore, e forse neanche passione. Ma in un anno e mezzo, tempo modesto, non ha litigato con i volti più noti di La7. “Fabrizio non lo conosco granché”, il rituale giro di telefonate su Salini è infruttuoso. Non parla spesso e, quando parla, è assai sintetico. A differenza del presidente iperattivo sui social Marcello Foa, Salini ha un profilo su Twitter bloccato. Come uscire di casa e coprirsi con la muta: gli utenti possono leggere “Fabri” soltanto se autorizzati. Il Salini-pensiero si ferma a una replica piccata a chi contestava la lunghezza dei talk show di La7: “I nostri durano più di tre ore perché abbiamo tanta pubblicità e perché così si ottimizzano i costi di produzione”.
Il talk show eterno, che inizia con la legge di Bilancio e finisce con la cicoria ripassata in padella, è il rifugio degli editori e la condanna degli autori: con il programma che macina dopo la mezzanotte è scomparsa la seconda serata, dieci o vent’anni fa – la preistoria della televisione – fucina di talenti e laboratorio degli esperimenti. In Viale Mazzini, contrappasso di Salini, gli introiti pubblicitari diminuiscono: un po’ per la concorrenza spietata di Mediaset e un po’ per i telespettatori troppo anziani. E già: i tetti previsti dalla legge e l’equivoco di fondo tra offerta commerciale e servizio pubblico.
A parte La7 e l’abbondanza di informazione che ha saggiato e che dovrebbe rappresentare l’identità di Viale Mazzini, Salini ha una formazione editoriale con i canali tematici. Quelli che la Rai ha ignorato nell’ultimo mandato, ma adesso la Rai è generalista, ancora i primi tre tasti del telecomando. Salini è abituato a comprare produzioni esterne e in Viale Mazzini, al contrario, c’è bisogno di valorizzare i quattro centri di produzione. E aprire le botole, come ricorda un dirigente dell’epoca Campo Dall’Orto, dove il marcio s’è ormai stratificato e nessuno ci ha infilato mai le mani. Salini deve sporcarsi. Anche se, per vezzo, indossa sempre camicie bianche.
Giornalista-manager, da Montanelli a Putin sul fronte sovranista
Marcello Foa. Un presidente così la Rai non l’ha mai avuto. I suoi sostenitori dicono che per la prima volta c’è un giornalista-manager esperto di media, che ha guidato un gruppo editoriale (Corriere del Ticino, in Svizzera), fondato un osservatorio sui media e scritto libri sul rapporto tra informazione e politica. I suoi detrattori osservano che ora alla guida della prima azienda culturale italiana, la Rai, c’è un sovranista convinto, che interviene come opinionista nella tv di propaganda di Mosca, Russia Today, che da anni sostiene la necessità di uscire dall’euro e che sui social network ostenta “disgusto” per come il Quirinale ha gestito le trattative tra i partiti dopo le elezioni e rilancia tutti i sovranisti più vocali, inclusa quella Francesca Totalo che ha creato la bufala della migrante camerunense Josefa che si è messa lo smalto prima di partire col barcone verso l’Italia.
Marcello Foa, 55 anni, è entrambe queste cose, erede di quella tradizione di giornalismo indipendente e conservatore che oggi difficilmente si riconoscerebbe nei sovranisti, ma anche assiduo frequentatore dei convegni dell’associazione di Alberto Bagnai, a/Simmetrie, di cui ora è vicepresidente, incubatore culturale di quel movimento anti-euro che poi la Lega ha assorbito. Ha lavorato a lungo per il Giornale prima di passare, nel 2011, al gruppo Corriere del Ticino.
Sul blog Il cuore del mondo, che tiene sul sito del Giornale, di cui è stato anche responsabile, riassume così la sua carriera: “Iniziai a Lugano, da studente lavoratore, alla Gazzetta Ticinese e poi al Giornale del Popolo. Non avevo tempo di andare all’università: studiavo a casa al mattino e al pomeriggio andavo in redazione, fino a tarda sera. Poi, quando avevo 26 anni, accadde il miracolo: fui assunto proprio al Giornale dal mio idolo e da subito con la carica di vice responsabile degli Esteri”. Poi continua a ricordare il rapporto reverenziale che aveva con il direttore, Indro Montanelli, “uomo libero che riteneva doveroso per un giornalista pensare con la propria testa, soprattutto quando è scomodo e rischioso uscire dal coro, perché solo così si onora davvero la professione”.
Nell’inseguire questa libertà Foa si è trovato spesso a mettere in discussione l’informazione cosiddetta tradizionale e per quei percorsi che i protagonisti rivendicano come coerenza e i critici come paradossi, si è trovato a contestare la propaganda e a frequentare chi è accusato di essere il professionista della nuova propaganda, tipo appunto Russia Today. Le sue analisi sulla guerra in Ucraina del 2014 – l’annessione della Crimea non è stata una aggressione di Mosca, ma la reazione al tentativo del soft power atlantico di spostare Kiev in orbita occidentale – è piaciuta anche a Beppe Grillo che l’ha rilanciata dal suo blog (e che sembra pensarla come Foa anche sull’euro, visto che ieri ha rilanciato la proposta di un referendum sull’uscita)..
La sintesi delle analisi di Foa su media e politica, al centro anche delle lezioni all’Università della Svizzera Italiana, è raccolta nei suoi due saggi dedicati agli “stregoni della notizia”. Al Giornale Foa era uno dei pochi che, già nel 2014, concordava con Claudio Borghi Aquilini, allora editorialista economico della testata in cui lavorava anche Foa e oggi responsabile economico della Lega.
Il primo incontro con Salvini si deve proprio a Borghi. A gennaio 2018 Borghi ha organizzato a Milano un convegno per presentare, tra l’altro, il suo progetto di Mini-Bot. Alla cena dopo i lavori ci sono anche Foa e Salvini. Borghi oggi ricorda: “Marcello è stato il primo a dire a Salvini che doveva smetterla con le felpe e mettersi la cravatta, se voleva essere credibile per il governo”.
Vittorio Malagutti ha ricostruito su L’Espresso la rete europea che sta costruendo Steve Bannon, l’ex consigliere di Donald Trump licenziato pochi mesi fa, in vista delle elezioni europee 2019. Foa, racconta L’Espresso, ha presentato il suo libro con Salvini in un evento organizzato dalla Onlus leghista Più voci (quella che ha ricevuto i 250.000 euro dell’imprenditore Luca Parnasi, arrestato per lo stadio della Roma) ed era tra i pochi ammessi a un incontro riservato tra Steve Bannon e Salvini lo scorso 8 marzo a Milano. Anche se L’Espresso non accusava Foa di alcuna scorrettezza, il giornalista-manager ha deciso di querelare il settimanale.
Chissà che presidente sarà in Rai. Nel suo blog Foa se n’è occupato di rado. A novembre 2017 se la prende per esempio con Report di Sigfrido Ranucci, per un tweet di lancio della puntata: “Affermare che la soluzione ai mali italiani è la costituzione degli Stati Uniti d’Europa, non ha nulla dell’inchiesta, è opinione; e forte, molto forte. Che sia pane per un quotidiano come Repubblica o il Fatto Quotidiano, ci sta. Che lo facciate voi è inaccettabile”. Ora potrà discuterne con Ranucci e con gli altri giornalisti Rai dalla poltrona della presidenza.
In Rai vanno Salini e Foa. Adesso sarà guerra sui tg
Dopo giorni di convulse trattative, accompagnate da una girandola di nomi, ieri il governo ha finalmente deciso il direttore generale e il presidente della Rai: sono rispettivamente Fabrizio Salini, ex direttore di La7, e Marcello Foa, ex responsabile del sito de Il Giornale. La situazione si era parecchio ingarbugliata, ma il nodo si è sciolto giovedì sera, dopo un vertice serale che ha visto impegnati Luigi Di Maio, Matteo Salvini, il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Giovanni Tria. E infatti Foa, il nome uscito a sorpresa dal cilindro delle trattative, ha avuto la notizia nella notte tra giovedì e venerdì, quando una telefonata l’ha raggiunto sull’isola di Skyros, nelle Sporadi, in Grecia, dove era appena giunto per una vacanza. “Buona serata a voi da un’isola magica”, scriveva, postando una foto di una spiaggia al chiaro di luna su Facebook. “L’ho saputo solo stanotte (ieri notte, ndr), altrimenti non sarei mai partito…”, ha detto poi il nuovo presidente della Rai. Il cui nome ha permesso di sbloccare anche quello sul dg, Salini, proposto dal M5S ma su cui la Lega nutriva forti perplessità. “Se Di Maio incassa Salini, allora la Lega prenderà il Tg1…”, è il refrain che gira da giorni tra il Parlamento e Viale Mazzini. Sarà davvero così? Non è detto, ma andiamo con ordine.
Negli ultimi giorni l’unico punto fermo sembrava proprio il nome di Salini. Le perplessità di Salvini riguardavano soprattutto il suo lavoro e la sua partecipazione societaria nella Standbyme, la casa di produzione di Simona Ercolani, la regista di diverse Leopolde renziane. Una quota del 5%, pari a 10 mila euro, che Salini ha proceduto a vendere proprio ieri, dopo la nomina. Nonostante le perplessità leghiste, però, il manager restava il favorito. Al contrario di Giovanna Bianchi Clerici, la donna che la Lega voleva alla presidenza. Che invece perdeva terreno sia perché il suo nome non è affatto nuovo (è stata in Cda Rai dal 2005 al 2012), sia per la condanna per danno erariale ricevuta dalla Corte dei Conti nel 2011 per la nomina illegittima a dg Rai di Alfredo Meocci. Per la presidenza, però, occorreva un nome gradito anche a Forza Italia. Il presidente, infatti, deve essere votato con maggioranza di due terzi in Vigilanza, quindi un accordo con un partito di opposizione è necessario. Escluso l’accordo col Pd, restano i berlusconiani. Ed è a quel punto che, come mediatore di B., è entrato in campo Gianni Letta, grazie al quale spunta il nome di Fabrizio Del Noce, ex dirigente Rai ora pensionato in quel di Lisbona, da sempre vicino all’ex Cavaliere. Troppo vicino, secondo Salvini, che non ha mai avuto alcun contatto diretto con Del Noce, a parte l’amicizia di quest’ultimo con Elisa Isoardi. Così anche Del Noce salta. A quel punto, da una rosa di nomi, salta fuori colui che Salvini aveva tenuto coperto, Marcello Foa. L’accordo è chiuso giovedì sera. Ieri mattina, ultimo giro di telefonate tra i leader, poi alle 13 (con un’ora di ritardo che ha fatto pensare a intoppi dell’ultimo minuto) inizia il consiglio dei ministri che procede alle nomine. “Oggi inizia una nuova rivoluzione culturale, con due nomi pronti per la sfida di liberarci da raccomandati e parassiti”, le parole di Di Maio. “Finalmente ci sarà spazio per tutte le voci. E siamo solo all’inizio”, dice Salvini.
Appunto, e adesso? La prossima tappa è mercoledì, in Vigilanza, per il voto su Foa. Forza Italia ha annunciato che “farà una riflessione”, tanto per non dare nulla per scontato, tanto più adesso che si apre la partira per le direzioni di reti e tg. Nomine di fuoco che, al contrario di quel che si pensava, potrebbero arrivare subito, entro la prima decade di agosto. La scusa sono le tre direzioni vacanti: RadioRai, Tgr (che preme molto alla Lega) e Raisport. Ma la sensazione è che si voglia comunque accelerare. Anche perché, racconta una fonte di Viale Mazzini, “se si fanno i nuovi direttori adesso, si può ancora mettere mano ai palinsesti, mentre a settembre è tardi”. Occhi puntati, naturalmente, sui tg, che in autunno dovranno gestire gli inevitabili scricchiolii della maggioranza sulla legge di Stabilità. Al momento lo schema non è cambiato: Tg1 filo governativo e istituzionale, Tg2 alla Lega e Tg3 ai 5Stelle. Ma la situazione è fluida e, come si è visto con la nomina di Foa, potrebbero non mancare le sorprese.
Che palle
Ieri, sulla prima del Corriere, il richiamo sull’ennesima puntata della danza macabra intorno a Marchionne rimandava ai servizi “palle pagine 10 e 11”. Non “alle”: “palle”. Errore in buona fede o sfogo di un anonimo redattore sfinito dalla morte infinita del manager Fca e dalla cascata di bave e salive sul corpo martoriato dell’arcinemico della retorica? Sia come sia, mai errore di stampa fu più freudiano: chi di noi, dinanzi alla tracimante ondata beatificatoria pre- e post-decesso di Mr. Pullover, non ha pensato – magari arrossendone un po’ – “che palle!”? Montanelli, costretto come ogni direttore a combattere ogni giorno il nemico refuso e a scusarsene coi lettori, ne parlava come di un essere vivente e pensante: “Il diavoletto che si annida in redazione e si diverte a giocarci brutti scherzi”.
Il caso più celebre è forse quello di un quotidiano d’inizio Novecento che, in occasione di una visita in Cadore della regina Elena, titolò: “La Regina in Calore”. Il più simile al refuso palle-alle capitò nel ’97 a Il Giorno, uscito con questa frase al posto di una didascalia: “Qui manca la dida perché quel cazzone di Pozzi non mi ha ancora mandato la copia della foto”. Ma ormai il web pullula di siti specializzati nel collezionare i migliori scherzi del diavoletto redazionale. Alcuni sono refusi classici: “Pene più duro per i piromani” (Resto del Carlino), “Benzina, stop alla figa in Slovenia” (Il Gazzettino). Altri titoli tradiscono retropensieri inquietanti, tipo quello del Tirreno: “Incidente d’auto: muoiono due persone e un contadino”. Poi ci sono i frutti della sciatteria mista a distrazione: “Parla per la prima volta di fronte a una telecamera il bambino morto di otite: ‘Noi ci siamo fidati del medico’” (Tgr Marche). Roba da giocarsi al Lotto il 47 (morto che parla). Quando il Resto del Carlino sparò “Muore prima del funerale”, ci fu chi si sarebbe stupito del contrario, poi scoprì che il morto era il prete. Un altro caso di precocità lo segnalò il Corriere di Romagna: “Donna scomparsa, si farà l’autopsia”, prim’ancora di trovarla e sapere se era viva o morta. Certi titoli incrociano modi di dire senza badare all’effetto. “Sì è spento l’uomo che si era dato fuoco” (Giornale di Sicilia). “Si è spento giovane ustionato” (Brescia Oggi). “Cinese ucciso a coltellate: è giallo” (La Nazione). “Scuola negata a 2 sorelle sordomute: inascoltato ogni appello” (Corriere dell’Umbria). “Staccata corrente al cimitero, morti senza luce” (L’Inchiesta). Defunti che parlano, che restano al buio, e non solo: “5 morti evadono a Bologna: 3 già ripresi” (Corriere del Mezzogiorno), ma in ottima salute.
I titoli più avvincenti sono quelli formalmente corretti, ma con parole o nomi dal significato multiplo, che innescano doppi sensi indesiderati. Celebre quello attribuito alla Provincia Pavese: “In 500 contro un albero: tutti morti” (dove 500 non è il numero degli schiantati, ma l’auto Fiat). O il tragicomico infortunio del settimanale della Curia torinese, che informava i fedeli di un evento sensazionale: “Erezione di due cappelle alla presenza del Cardinale Arcivescovo”, che per giunta si chiamava Ballestrero. E lì gridò al miracolo anche qualche mangiapreti. La versione laica e femminista uscì sul sito dell’Ansa: “Alcoa: Passera, tenerla aperta costa” e subito dopo sull’Adnkronos: “La passera d’Italia simbolo del Belpaese, a stabilirlo l’osservatorio sugli uccelli”. Quella bisex la fece il Messaggero: “Caccia alla pompa low cost”, che sembrava deplorare i rincari nel sesso orale a pagamento, invece si riferiva agli aumenti della benzina. Invece il Giornale tornò alla versione maschile: “Il Cavaliere salva il suo uccello preferito”, in pieno scandalo Ruby. Senza parole la sintesi del Gazzettino: “Inchiesta su Ginecologia: specializzandi tappabuchi”? Alcuni titoli a doppio taglio si apprezzano solo in versione vocale, che diversamente dalla scritta non distingue le maiuscole dalle minuscole. Corriere del Mezzogiorno: “Tromba marina per un quarto d’ora”. Giornale di Vicenza: “Arrestato il folle sparatore di Seghe” (che avete capito: era un rapinatore fuggito sparando dalla banca svaligiata a Seghe di Velo).
Leggendario il Secolo XIX: “Pompini a raffica, Sammargheritese in ginocchio”, che non alludeva a orge selvagge, ma alla tripletta rifilata da Stefano Pompini, goleador del Fiorenzuola, alla squadra ligure. Subito bissato dal Tg La7 con “Pompa ai pm”, che non stigmatizzava una cronaca troppo compiacente con gli inquirenti, ma annunciava soltanto l’interrogatorio dello spione Pio Pompa. Il quale condivide il doppio senso nel cognome con tanti altri, come l’ex presidente di Confagricoltura (“Bocchini: l’abolizione sarebbe un disastro”, Corriere) e l’ex braccio destro di Fini (“Bocchino amaro per la Carfagna”, Affaritaliani). Notevole pure la locandina del campàno Otto Giorni, che mischiava una notizia con un’autopromozione: “Benevento, droga tra i giovani. Da ottobre abbonamento mensile a 25 euro”. Roba che manco ad Amsterdam. Mitico pure lo strillo del Corriere del Veneto: “Sfigura la moglie con una padella e la scopa”, che fa il paio con le battutacce da osteria (“Lei suona il piano e lui la tromba”…). Nel 2006 il Mattino sfiorò la scomunica: “2 buchi, e la Madonna non suda più”. I pii lettori che già si facevano il segno della croce lessero poi il sommario: “Dopo gli errori di costruzione e lo strano fenomeno della condensa, forato il vetro che custodisce l’effigie per evitare altri ‘appannamenti’”. E rifiatarono. Impossibile invece respirare immersi nella bava di Aldo Cazzullo, riuscito nell’impresa di esaltare Marchionne addirittura per “il vezzo della forfora sulle spalle”. Abbiamo cercato disperatamente il refuso, ma non c’era proprio. Era tutto voluto.
Ronaldo “inizia” con il Chievo. E Lazio-Napoli è già big match
Subito un pandoro per CR7: marca Paluani. Il debutto del Pallone d’Oro nel campionato italiano avverrà infatti il 18 agosto, al Bentegodi di Verona, contro il Chievo del presidente Campedelli, l’industriale del dolce natalizio. Con un magnum di spumante, festeggeranno tutti: CR7 l’accordo col fisco spagnolo (Hacienda) avvenuto ieri sulla base dei 18,8 milioni che il portoghese pagherà a mo’ di risarcimento oltre a due anni di carcere sospesi per le frodi fiscali compiute dal 2011 al 2014; Campedelli la grazia ricevuta dalla giustizia sportiva che per un cavillo procedurale non ha potuto spedire in Serie B il suo Chievo che per anni ha aggiustato i bilanci vendendo i pincopalla del suo vivaio come fossero tanti CR7, per l’appunto.
Dal dolce di CR7 all’amaro di Carletto Ancelotti: che come bentornato nel calcio italiano (e benvenuto sulla panchina del Napoli) ha ricevuto in regalo un inizio da brividi contro Lazio (1^ giornata), Milan (2^), Sampdoria (3^), Fiorentina (4^) e Torino (5^), non proprio caramelle. Lazio-Napoli al pronti-via è il primo big-match della nuova stagione: alla 7^ avremo Juventus-Napoli (senza la telenovela Higuain, di cui la Juve desidera disfarsi) e il primo derby, Roma-Lazio; cui seguiranno Inter-Milan alla 9^ giornata, Genoa-Sampdoria alla 13^ e Torino-Juventus alla 16^. Alla 15^ capiterà Juventus-Inter, il che significa che a campi invertiti la sfida si ripeterà alla quintultima di campionato: dopo gli scempi compiuti da Orsato nell’ultima puntata, la speranza è che tutto proceda per il meglio.
A proposito di Sky, che come tutti sanno trasmetterà ogni settimana 7 delle 10 partite (le altre 3, acquistate da Perform, andranno sulla piattaforma internet DAZN): ieri l’emittente di Murdoch aveva battezzato l’evento – la presentazione del calendario della Serie A 2018-2019 – “L’anno dei campioni”: e la sigla era partita benissimo, con la leggendaria rovesciata di CR7 versus Buffon, a Torino, nell’ultima Champions League. Dopodiché, qualcosa aveva cominciato a scricchiolare se è vero che tra gli altri supereroi inseriti in sigla – da Icardi a Insigne, da Dzeko a Gomez, da Chiesa e Immobile, da Donnarumma a Belotti –, trovare un campione col cartellino timbrato al Mondiale di Russia, dove davvero c’era il fior fiore del Pianeta Pallone, era un po’ come cercare un ago nel pagliaio. E insomma, diciamolo: vedremo Ronaldo nei nostri stadi e sarà fantastico; ma saremo costretti ad accompagnare l’aragosta con piselli e fagioli. Non per niente i diritti della Serie A sono stati quasi svenduti, ben al di sotto dei 1.050 milioni che la Lega si era ripromessa di ottenere, con l’onta del sorpasso effettuato sul nostro movimento dal calcio francese, da noi considerato una fetecchia.
Beffa nella beffa: l’arrivo di CR7 nel Belpaese, che da solo avrebbe aumentato il valore dei diritti tv del 40-50%, è giunto fuori tempo massimo – a firme avvenute – facendo felice solo Sky che per tre anni potrà mostrare le imprese dell’ex galactico praticamente gratis. Anche Sky annuncia qualche novità: Ilaria D’Amico in Buffon lascia il racconto della Serie A e passa alla Champions League col solito nutrito battaglione di ex juventini al seguito, da Capello a Vialli, da Del Piero a Pirlo. La domenica vedremo al suo posto Alessandro Bonan, quello del Calciomercato, che la materia la conosce un tantino meglio. A proposito di opinionisti-tv ex juventini: scompare (pare) Massimo Mauro, che dell’appartenenza alla Real Casa aveva fatto una ragione di vita, oltre che di stipendio. Esagerando e determinando un’emorragia di disdette. Una prece.
Tra elettronica e insulti sessisti il volto di Myss Keta resta nascosto
Amplifica gli aggettivi mettendoci davanti un “super”, spesso e volentieri. Usa ancora con una certa disinvoltura il termine “raga”. Tanto, quanti anni abbia, a che generazione appartenga, non lo dice a nessuno. Inventa storie (le inventa?), indossa occhiali scuri mentre il resto del viso lo nasconde dietro a maschere, velette di promesse per notti all’impiedi e trance musicali. Finirà mica come per Liberato, che a fasi alterne crediamo uno e trino, collettivo e financo detenuto? “C’è una frase che mi piace di Fabri Fibra che dice ‘Non mi presento in pubblico, ci mando un altro, non mi assomiglia, è grasso e un po’ più alto’ – risponde Myss –. Ecco, a me piace la possibilità di scambiarsi, credo che sia una cosa bella anche per il pubblico. Ognuno di loro potrebbe essere Myss Keta”.
Tra vedere e non vedere, qualche indizio sulla chioma platino che ha firmato “Una vita in Capslock” lo avrà il pubblico del Siren Festival (Vasto, fino al 29 luglio), dove si esibirà stasera, con una scaletta che vede anche gli Slowdive. Sullo stesso palco ci saranno Colapesce, Bud Spencer Blues Explosion e Nic Cester: “Mi parlate tutti bene di questa location, quindi ci stiamo preparando per uno show nella sua versione più selvatica e prettamente estiva. Molto ritmo e costume”. Ogni previsione, con lei, è un viaggio mentale. Come l’uscita dei singoli, quasi degli eventi. Cose che la Milano che conta chiama “happening” (non è un caso che al suo fianco ci sia sempre il collettivo di creativi meneghino Motel Forlanini).
“È come se fosse un po’ tutto una ricerca”, spiega Myss, che infatti non si preclude gli ascolti più indie: “Sono fissata con Giorgio Poi e Cosmo”, anche lui oggi sul palco dei Siren e in diretta su Radio2. Ma fosse solo l’indie: “Cosa ascolto? Guarda, faccio prima a dirti le fisse della settimana: Conan Moccasin e Matty”.
La sua musica attinge a piene mani dall’elettronica, ma eccola già partita per un altro viaggio, orientato alle esecuzioni strumentali. Affascinata dalle band punk al femminile, fissa – questa volta nel senso di guardare –, Marilyn Manson.
Per Neil Sedaka sarebbe stata “Esagerata”. La più esagerata di tutte, ora come ora. Era il 2013 quando Myss Keta pubblicava su YouTube il video “Milano, sushi e coca”, inaugurando così la stagione dello smarrimento per molti, del successo per lei e dei commenti al vetriolo per il pubblico. Ancora oggi se ne leggono di irripetibili. “Gli avvocati sono già impegnati con i miei divorzi, non posso sguinzagliarli per queste schiocchezze”. Si fa subito più seria: “Troia, puttana: purtroppo una donna che si espone e fa il c***o che vuole, va incontro a insulti che non ce l’hanno nemmeno, un corrispettivo maschile. So di essere molto aggressiva, ma è il mio modo e non per questo merito certi appellativi. Se Young Signorino, peraltro il prodotto più internazionale che abbiamo, fa qualcosa che non piace, gli dicono che non sa cantare, che è un incapace, non altre cose. Raga, siamo in Italia”. “Quando poi sono le donne a fare le maschiliste, è una cosa che mi toglie le forze – continua –. Svegliamoci, siamo sulla stessa barca”.
Tra gli addetti ai lavori non va meglio. Sulle pagine del ilfattoquodiano.it, il rapper Kento ha recentemente rilanciato il Manifesto per l’antisessismo nel rap italiano, promosso da “Non una di meno”: “C’è un problema di sistema – conferma Keta –. I media di settore hanno iniziato a considerarmi dopo l’uscita dell’album, quando gli faceva gioco parlare di me. Per fortuna mi muovo anche nell’elettronica, genere da sempre più aperto, con produttori super all’avanguardia”.
Borgo di Dio, il sogno felice di Danilo Dolci è ancora vivo
“Ciascuno cresce solo se sognato”. Sono le parole di una delle più note poesie di Danilo Dolci, l’architetto, l’ingegnere, l’educatore, il sociologo che lo scrittore Aldous Huxley definì “uno di quei moderni francescani muniti di laurea”. Arrivato dal Nord Italia a Trappeto nel 1952, con “trenta lire in tasca ‘nu bellu jornu co lu trenu dell’una”, come raccontano i pescatori, in quell’angolo di Sicilia dove regnavano solo la miseria e il banditismo, iniziò a 27 anni il suo sogno. Ed è il caso davvero di usare il verbo “iniziare” perché quel laboratorio esistenziale nato negli anni Cinquanta continua oggi.
Chi non crede ai sogni non deve fare altro che andare al “Borgo di Dio”. Per arrivarci bisogna lasciare il mare alle spalle per poi ritrovarselo, una volta giunti sulla collina, nel suo splendore davanti agli occhi.
Entrati in paese, arrivando da Palermo, quasi non ci si accorge di quel cartello sulla sinistra che indica una strada che s’arrampica tra i campi. Passati i binari presidiati da una sbarra che ci si augura possa funzionare al momento giusto, ci si ritrova davanti a due case. È lì che nel 1953, Dolci dopo aver fatto lo storico primo digiuno di otto giorni, nella casa di Mimmo e Giustina, dov’era morto un piccolo di fame, andò ad abitare, costruendo accanto un asilo per i bambini più bisognosi della zona.
Sessantacinque anni dopo a custodire questo luogo c’è il figlio Cielo che, con il fratello Amico, grazie a un progetto cofinanziato da “Fondazione con il Sud” hanno recuperato parte della struttura, tornando ad aprire i cancelli ai giovani e alla gente proprio come voleva il padre. Un obiettivo condiviso dall’associazione “Libera” di don Luigi Ciotti che proprio in questi giorni di fine luglio ha organizzato il settimo appuntamento nazionale dei giovani dove visse e lavorò l’uomo definito da molti il “Gandhi” italiano. Per quattro giorni ragazzi arrivati da ogni Regione vivono l’esperienza della “maieutica”, quell’auto-analisi popolare che Dolci era stato capace di adoperare con la gente facendo ciò che abbiamo dimenticato: ascoltare.
“Papà – racconta Amico, musicista e presidente del Centro sviluppo creativo dedicato a suo padre – l’aveva chiamato così per sottolineare che il ‘Borgo di Dio’ non era un luogo privato ma aperto a tutti”.
Lo sa bene l’architetto Giorgio Stockel che nel 1967 progettò con Dolci il “Centro Studi” (oggi centro di formazione) nella parte più alta del Borgo: “Quando viene terminato un edificio, è abitudine esporre la bandiera nazionale quando si è giunti alla copertura; tradizione che trova il suo completamento in un pranzo a cui partecipano gli operai del cantiere. Danilo trasformò questa usanza in una festa, non solo per tutti coloro che sono stati attori della costruzione, ma anche per tutti i loro famigliari. Sulla spianata di cemento antistante il complesso del Centro e rivolta verso il mare destinata a campo per lo sport, fece disporre a formare una sorta di ellisse, tavoli e panche che consentissero ai convenuti alla festa di vedersi, così come sarebbe stato poi nelle sale per i lavori”.
Da allora non è cambiato nulla: la corte con le stanze attorno allo spazio centrale aperto, il campo da basket, l’auditorium, il circolo di pietre usate come sedili per dialogare sotto le stelle sono ancora lì. Mariano Genovese, il progettista e direttore dei lavori che nel 2012 ha ristrutturato l’edificio ha mantenuto fede all’idea iniziale.
“Resta solo l’auditorium – spiega Cielo facendoci da guida – da sistemare. Qui ci sono ancora i dipinti di Ettore de Conciliis e Rocco Falciano. C’è ancora quel tavolo dove sedevano attorno fino a 40 persone… sarebbe bello restaurarlo”. Ai figli di Dolci non interessa che si parli di loro padre ma che si continui a usare la sua metodologia. “Il Borgo – spiega Amico – non è un museo ma una scuola, un luogo da vivere. In quest’ultimi anni siamo tornati a sperimentare la vita in comune come allora quando qui arrivavano i contadini ma anche persone interessate al suo lavoro da ogni parte del mondo”. A tornare tra le mani dei giovani sono anche i libri di Dolci: “Ad agosto – continua Amico – verrà ripubblicato da Mesogea Chissà se i pesci piangono, un testo scritto due anni prima dell’inaugurazione della scuola di Mirto che ancora oggi è attiva. In quel testo tremendamente attuale papà scrive: ‘Lo studio per risolvere i problemi della scuola, oggi in ogni parte del mondo, è importante come lo studio del cancro’”.