Travolti e affondati da un’insolita lotta di classe

C’è il mare, c’è il sole e c’è la lotta di classe in Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller. La regista romana (presto novantenne), famosa per i titoli smisuratamente lunghi dei suoi film, dirige Mariangela Melato e Giancarlo Giannini insuperabili nella rappresentazione della ricca borghese snob e del marinaio proletario. Anche se “rivisitata” in chiave di commedia, la lotta di classe è alla base di questa pellicola che ha conosciuto un discreto successo al botteghino e, purtroppo, subito anche un goffo tentativo di imitazione nel 2002 con Travolti dal destino (titolo originale Swept Away) di Guy Ritchie con Madonna al posto della Melato e Adriano Giannini al posto del padre.

Le spiagge incantevoli di una fantomatica isola deserta (sono in realtà le coste nordorientali della Sardegna) fanno da sfondo all’insolito destino, ossia l’improvviso ribaltamento dei ruoli. La ricca e viziata Raffaella, che prima del naufragio provava un gusto sottile nell’umiliare il mozzo Gennarino, una volta scesa dallo yacht ne diventa la schiava in un contrappasso ricco di eros e pathos. E il marinaio comunista, dal lessico incerto, assapora la vendetta: ora è lui a detenere il potere.

L’unico uomo e l’unica donna presenti in quel- l’oceano di tiepidità finiscono per diventare un tutt’uno: uniti in una relazione sessuale che finisce per coinvolgere anche le loro anime.

Quel legame così intenso si interrompe però con il ritorno alla quotidianità. Quando i due protagonisti fanno rientro sulla terraferma svanisce il sogno della rivalsa sociale: la padrona torna padrona, l’operaio torna operaio.

La fredda morale di un film molto caldo.

C’è posta per Paestum: torna il reperto

Chi è senza peccato restituisca la prima pietra. O almeno così pare funzionare a Paestum. È di ieri infatti la notizia della restituzione di alcune tessere, appartenenti a un mosaico del sito archeologico campano, da parte di tal J. T., turista statunitense, che le aveva trafugate nei lontani anni 70.

L’americano ha rispedito i reperti scippati al direttore del parco archeologico Gabriel Zuchtriegel, insieme con una lettera di scuse, in cui si dice incredibilmente in colpa e chiede di accettare le scuse per “il comportamento spaventoso”.

Quello di J.T. non è però un caso isolato: sono tanti i turisti che nel corso degli anni hanno rubato e poi restituito materiali e oggetti storici dei siti italiani. Alcuni hanno poi fatto retromarcia, riconsegnando il malloppo perché sinceramente pentiti: è il caso, ad esempio, della turista canadese che nel 2014 riconsegnò in lacrime un reperto rubato cinquant’anni prima durante la luna di miele al parco archeologico di Pompei.

Altri, invece, si sono ravveduti per motivi meno nobili: da anni circola infatti una leggenda metropolitana che profetizza sciagure a ripetizione su coloro che sottraggono resti storici al sito di Pompei. La maledizione pare essere così potente che dagli anni Sessanta a oggi sono stati tantissimi i turisti che, pur di levarsela di dosso, hanno deciso di dare indietro il maltolto. Il numero dei reperti rubati e poi restituiti è così alto che nel gennaio 2018 è stata organizzata una mostra in cui sono stati esposti non solo i materiali “maledetti”, ma anche alcune delle decine di lettere dei ladri terrorizzati e redenti, pentiti delle ruberie e delle eventuali disgrazie a queste collegate.

Purtroppo però non sembra esserci alcuna maledizione che inibisca chi danneggia i monumenti italiani. Basti pensare al turista polacco che ad aprile è stato fermato mentre si dava alla scalata della Fontana di Trevi a Roma o al diciassettenne austriaco denunciato a piede libero dai carabinieri per aver staccato un frammento laterizio di epoca romana dal colonnato esterno del Colosseo.

Proprio quest’ultimo da anni soffre per i “graffiti” che i turisti incidono sulle sue pareti, anche solo per appuntare le stupide iniziali del proprio nome. Forse al ministero dei Beni culturali converrebbe mettere in circolazione la voce di una maledizione, potente quanto quella di Pompei, contro chi danneggia, vandalizza e scarabocchia il patrimonio nazionale, uno dei più ricchi (e forse meno rispettati) al mondo.

Professione Nutella: pagati per gustare la crema più famosa

Per una volta i disoccupati vengono presi per la gola e non per il c.. Il 5 luglio, infatti, l’agenzia interinale Openjobmetis ha pubblicato un annuncio di lavoro davvero goloso: “Si ricercano, per importante azienda alimentare, 90 giudici sensoriali – assaggiatori/trici di semilavorati dolciari”. E qual è questa “importante azienda alimentare”? La Ferrero, o meglio la Soremartec Italia, società di ricerca e sviluppo collegata al gruppo piemontese. E quali saranno mai questi “semilavorati dolciari”? Cacao, granella, nocciole e co., ovvero gli ingredienti fondamentali dei dolci dell’azienda, Nutella in primis.

Agli aspiranti assaggiatori – in stile Apicella by Nanni Moretti – non è richiesta “alcuna esperienza”, a patto di saper usare il computer, di non avere allergie specifiche e “patologie o abitudini che possano influenzare le capacità sensoriali coinvolte (gusto, olfatto e vista nella distinzione dei colori)”: per i tabagisti e i daltonici, insomma, sarà difficile passare la selezione.

I nutellari prescelti dovranno, poi, frequentare un corso di formazione di tre mesi, a partire dal prossimo 30 settembre, per educare i sensi, gusto e olfatto soprattutto, e per apprendere il sofisticato linguaggio dei sapori, imparando a discernere e descrivere ogni sfumatura e sensazione passata per via di papille. Dopodiché, altra scrematura, non del cioccolato, ma dei lavoratori, che passeranno da 90 a 40.

La sede di lavoro sarà ad Alba, l’impegno di due giorni alla settimana, per due ore al giorno circa, e un “contratto di somministrazione duraturo nel tempo”: con l’agenzia interinale però, non con la Ferrero.

La ghiotta trovata non è del tutto originale: a febbraio, ad esempio, la Mondelez International – che produce, per dire, Milka e Oreo – ha cercato assaggiatori di cioccolato non professionisti con un annuncio su Twitter. Anche in quel caso non erano richieste competenze specifiche, se non la golosità, la curiosità di testare nuovi prodotti, l’onestà nella valutazione e una solida conoscenza dell’inglese. Per quel lavoro part time, di circa 8 ore settimanali, il compenso era di 9 sterline all’ora (13 euro): per quattro posti si sono candidati in 1.500, e questo solo nel primo giorno di apertura del bando.

Testare Nutella e Oreo non è l’unico impiego che fa gola: tra le professioni più ambite in ambito enogastronomico ci sono il critico culinario, il sommelier e addirittura l’assaggiatore di Uova di Pasqua (tipico lavoro stagionale), mentre tra le new entry si segnala la posizione di “analista di serie tv”, reclutato nientemeno che da Netflix.

Negli ultimi anni le classifiche dei “lavori migliori del mondo” si sprecano: si va dal collaudatore di scivoli acquatici (pagato in Usa 30 mila dollari all’anno) al guardiano di fenicotteri, molto richiesto (pare) alle Bahamas; dall’ormai inflazionato Travel blogger al fantomatico guardiano dei panda, note bestie capricciose; dal Personal shopper al Mistery guest, ovvero l’ospite misterioso e rompiballe in alberghi di lusso; dal custode di isole paradisiache al collaudatore di profilattici – uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare.

Io e i “paleo-contestatori” arenati ai Bagni Umberto

Nell’estate del Sessantotto me ne stavo beatamente ai Bagni Umberto di Savona, bagni familiari, tipo anni Cinquanta, con una rotonda che avrebbe fatto gola ai Vanzina se fossero già stati all’onor del mondo, dove il Sessantotto non era ancora arrivato e, per la verità, non sarebbe arrivato mai, tant’è che se ci andate oggi li ritrovate tali e quali, con le signore che giocano a Burraco invece che a Ramino o a Scala Quaranta.

Ero lì per filare le ragazze e la rotonda serviva proprio a questo. Non che ai Bagni Umberto non fosse arrivato il rock, i Beatles e persino i Rolling Stones, ma noi preferivamo il lento, il “ballo del mattone” come cantava Rita Pavone. Del resto che altro fare nell’estate del Sessantotto a Savona, una delle città più torpide d’Italia anche se, per contraccolpo, ha espresso alcuni genietti della Televisione, Fabio Fazio, Antonio Ricci, Carlo Freccero, Aldo Grasso, Tatti Sanguineti.

Nel ’68 avevo 24 anni. I “sessantottini”, in genere, dai diciotto ai venti, pochissimi anni di distanza ma che facevano la differenza. Io appartenevo, culturalmente, alla generazione esistenzialista, dei Sartre, dei Camus, di Merleau-Ponty, di Juliette Greco, delle caves e anche, se si vuole, a quel suo derivato che era stato il movimento hippy. Ero troppo adulto, anche se non smaliziato, per lasciarmi andare a facili entusiasmi. Comunque partecipai diligentemente alle due prime occupazioni della Statale quando vi arrivarono Mario Capanna, Luciano Pero e Michelangelo Spada, che erano stati espulsi dalla Cattolica. Ma me ne andai quasi subito quando vidi che il conformismo aveva solo cambiato di segno. Sia in senso letteralmente semantico (mentre prima in università bisognava andarci in giacca e cravatta, adesso la divisa obbligatoria era l’eskimo), sia in modo più profondo perché si era presa l’abitudine di sprangare in trenta contro uno chi non era “in linea”. Insomma il linciaggio da squadracce fasciste sotto il manto della democrazia progressista.

Ma torniamo alla mitica estate del Sessantotto che io mi spassavo in vacanza, al mare. Per la verità non ero il solo perché tutti o quasi i primi “contestatori”, diciamo i paleocontestatori, erano figli della buona borghesia milanese (Popi Saracino and company) o romana. Tuttavia anche in quell’immobile estate di vacanza qualcosa di sessantottino ci fu. Ai primordi del Sessantotto, quando facevo la guardia da semplice mujahidin ai portoni della Statale occupata, avevo conosciuto alcuni ragazzi, tra gli altri Ilio Frigerio ed Eugenio Polizzi, che sarebbero poi entrati nella più strutturata Lotta Continua. In una stagione successiva Ilio Frigerio sarebbe diventato parlamentare della Lega. Una prima lezione di quel trasformismo che avrei poi visto dilagare per ogni dove.

A settembre con Ilio e Rosanna Battino detta “Roro”, che apparteneva a una delle migliori famiglie milanesi, Polizzi e la sua ragazza, una sciocchina che squittiva per ogni cosa, rovinandola, ma riscattata dal fatto di essere parecchio carina, decidemmo di fare un viaggio in Sicilia, terra a noi allora ignota tranne che al Polizzi che era nato a Caltanissetta. Guidavo io. Ero l’unico ad avere una macchina, un’inguardabile Simca 1000 da “voglio ma non posso”. A quei tempi l’“esproprio proletario” non era ancora in voga ma, insomma, l’idea che in qualche modo bisognava fregare il sistema era già nata. Frigerio e Polizzi erano quindi decisi a entrare in un qualche grill e farvi, di nascosto, razzia. Allora non c’erano ancora le videocamere interne, come sull’autostrada non c’erano i limiti di velocità, i tutor, l’obbligo delle cinture. La cosa quindi pareva abbastanza facile. Io non ero per nulla d’accordo ma seguii il gruppo quando entrò in un grill deciso a tutto. Ne uscii quasi subito rintanandomi in macchina e lasciando che gli altri facessero gli affari loro. Tornarono dopo una mezz’ora. Incazzatissimi. Non erano riusciti a prendere nulla. Allora tirai fuori dal mio giubbotto un salame, una bottiglia di vino e un filone di pane. Un trionfo. Guidai ininterrottamente per ventiquattro ore da Milano fin quasi a Caltanissetta. L’ultima ora cedetti il volante a Ilio, che per tutto quel tempo non l’aveva nemmeno toccato e mi misi a dormire.

Quando mi risvegliai ancora tutto intontito il buon Ilio ebbe la faccia tosta di prendermi in giro perché mi ero addormentato. Un avvertimento, sia pur di poco momento, che avrebbe dovuto mettermi sull’avviso e che invece non ho imparato mai: se ti spendi per gli altri non avrai in cambio che derisione. Il gioco che conta è esattamente l’opposto: appropriarsi del lavoro altrui facendo finta di averlo fatto tu. Una pratica che avrei visto dispiegata in grande stile l’anno dopo, quando entrai come impiegato alla Pirelli, in particolare da Marcello Di Tondo, che sarebbe diventato il primo braccio destro del Berlusconi ancora imprenditore.

A Caltanissetta scoprimmo che la mafia non esisteva. Nessuno osava pronunciarne neppure il nome. Nemmeno il Polizzi, che pur era di quelle parti. Del resto avrei imparato in seguito che in Sicilia è difficilissimo distinguere non solo il mafioso da chi non lo è, ma anche da chi la mafia la combatte. Negli anni ho avuto modo di parlare con Pio La Torre, parlamentare comunista ucciso dalla mafia nel 1982, e più tardi anche con Falcone. I toni, i tic, il modo di parlare allusivo mai diretto, tendenzialmente sfuggente, era lo stesso dei mafiosi conclamati, che mi è capitato di incontrare durante qualche inchiesta in Sicilia. È la sicilitudine.

Nel ’68 mentre al Nord i giovani contestatori sognavano, in modo un po’ dilettantesco, di abbattere l’odiato sistema, la mafia al Sud, almeno ufficialmente, non esisteva. Ad abbattere per vie legali, se non il sistema almeno la partitocrazia, ci avrebbero provato inutilmente nel biennio ’92-’94 i magistrati di Mani Pulite.

Il sistema non è caduto, la partitocrazia tanto meno, in compenso la mafia c’è e pare più forte e inserita che mai. Mezzo secolo è passato invano.

 

Il mistero di Xi, leader assoluto

Probabilmente Xi Jinping è l’uomo più fortunato di tutta la Cina. Forse, perfino del mondo. Xi è arrivato al potere in un periodo in cui la storia della Cina non è mai stata più favorevole, in termini di ricchezza e influenza. Ciò non è frutto del suo operato, ma del popolo cinese e dei leader che lo hanno preceduto.

Inoltre Xi ha ereditato un Paese unito e con un’economia dinamica, un Paese dove il Partito comunista cinese resta dominante e che lui sta traghettando verso quella svolta ormai prossima – il 2021 – in cui tornerà a essere una grande nazione. L’unico vero compito di Xi è non mandare all’aria le cose. Ed è questo ciò che sembra cercare di fare.

A colpire di più è la mancanza assoluta di possibili rivali che lo ostacolino all’interno del partito. Mao dovette affrontare un numero incalcolabile di avversari potenziali. Alcuni, come Gao Gang, li combatté con ferocia. Altri, come Zhou Enlai, all’inizio li cooptò e ne fece degli alleati. Per tutta la sua vita Mao si trovò davanti contendenti, dal maresciallo Peng Dehuai ai sostenitori di una maggiore liberalizzazione del mercato agli inizi degli anni Sessanta. Deng Xiaoping faceva parte di quest’ultimo gruppo, negli anni Novanta, Deng, ormai ottuagenario, dovette sconfiggere i conservatori che sfruttarono i fatti del 1989 come un’opportunità per poter esercitare pressioni sul partito affinché facesse un passo indietro e tornasse a un maoismo più ortodosso. Anche Jiang Zemin e Hu Jintao non hanno avuto vita facile.

Xi Jinping, invece, ha ereditato una situazione quanto più simile possibile a una tabula rasa. Bo Xilai – giovane signorotto carismatico, popolare e audace – era un’alternativa reale, pur non essendo stato promosso nel 2007. Nessuno avrebbe potuto prevedere gli eventi del 2011 che avrebbero portato all’inizio del 2012 all’arresto per omicidio della moglie di Bo. Quell’episodio spazzò via l’unico avversario che avrebbe potuto togliere lustro a Xi.

Non abbiamo visto che tipo di leader sarebbe Xi in tempi di crisi perché la Cina di oggi, stranamente, ha avuto una serie ininterrotta di anni di stabilità, sia a livello interno sia esterno. Malgrado le tensioni con la Corea del Nord, nel Mar cinese meridionale e nel Mar cinese orientale, le condizioni precarie degli Stati Uniti e di buona parte del resto del mondo implicano che la Cina è un Paese troppo importante per non centrare l’obiettivo. Ormai, il problema non è più frenare la Cina. Ormai, è la Cina a frenare noi. E un suo fallimento sarebbe il nostro. Per questo motivo, Xi è un leader globale. Se dovesse fare un passo falso, le conseguenze sarebbero catastrofiche.

In Occidente, di rado siamo riusciti a valutare questi personaggi nel giusto contesto, leader di un Paese dove perfino la legge di un partito unito era niente più che la superficie tranquilla di un lago percorso da profonde correnti turbolente e insidie nascoste. La nostra attenzione è sempre stata dedicata alla vita visibile della politica, non alla Cina più profonda che le sta attorno, con la sua storia antica, la sua società stratiforme, la sua infinita complessità sociale e culturale. I leader cinesi erano i simboli di quella Cina più profonda, ma questo offriva loro un raggio d’azione e un potere che in realtà non ebbero mai.

Xi viaggia molto e nelle sue visite sorride e parla al resto del mondo in termini rassicuranti. Dice che la Cina, quantomeno dal 1979, non ha mai ingaggiato battaglie militari. Dice che una Cina forte, una Cina sicura, è fonte di stabilità globale, e qualcosa di positivo. Xi ha ragione anche quando dice che garantire benessere a un quinto del genere umano è un’impresa colossale – e che il governo cinese si sta impegnando in questo sforzo dal 1978. O, se non altro, lascia che così accada. La gente, però, è spaventata da come opera lo Stato cinese. In Australia e in Nuova Zelanda, i timori di ingerenze della Cina nella politica locale stanno raggiungendo un picco quasi febbrile. Alla fine del 2017, Frances Adamson, ex ambasciatrice australiana in Cina (e attuale responsabile generale dei servizi diplomatici), ha affermato che gli australiani non dovrebbero mai mettere in gioco i loro valori in una campagna esterna, insidiosa e invasiva, condotta dallo Stato cinese. In Nuova Zelanda, si è affermato che Yang Jian, popolare parlamentare che nelle elezioni del 2017 in un primo tempo era stato acclamato dalla Cina, di fatto era una ex spia iscritta al PCC che non aveva mai fatto trapelare informazioni sul suo passato. Queste contro-interpretazioni degli eventi, rispetto a quelle favorite da Xi, dimostrano la complessità del mondo col quale deve vedersela la Cina.

L’India sarà tutta sorrisi, ma è a disagio riguardo alle ambizioni previste dall’Iniziativa della cintura e della strada. Negli Stati Uniti e nell’Unione europea, i sospetti nei confronti dei livelli sempre maggiori degli investimenti cinesi crescono più forti di giorno in giorno, aumentando in rapporto ai volumi di capitale che arrivano. La Cina ha delineato la sua visione tramite il Sogno cinese e l’Iniziativa della cintura e della strada. Ma le contro-interpretazioni dell’Occidente sono preoccupanti. Ovunque si guardi, la gente trova cose diverse di cui diffidare. Xi è colui che può cercare di mitigare questi timori.

Eppure tutto ciò che lo riguarda – il suo passato, il suo modus operandi, il potere che emana da lui e dal suo entourage – rafforza proprio quei messaggi che si presume egli debba smentire. A prescindere da ciò che la gente prova nei confronti di Xi e del tipo di cultura da cui egli proviene, una cosa è innegabile: fuori dalla Cina nessuno ha il diritto, morale o di altro tipo, di negare alla nazione che Xi guida il suo momento di appagamento. Il fatto che un Paese un tempo tormentato e azzoppato da povertà, malattie e dissenso sia ora stabile, ricco e sano, e che contribuisca alla ricchezza generale invece di ricavarne solo aiuto, dovrebbe essere motivo di festeggiamenti planetari.

La “missione storica” di cui parla Xi potrebbe risultare più ispirante per il popolo cinese che per chi vive fuori dal Paese, ma se si ripensa al baratro di sofferenza nel quale il Paese viveva meno di un secolo fa, soltanto le persone meno imparziali potrebbero risentirsi con la Cina per la sua rinascita.

Per arrivare dove è oggi, il Paese ha pagato un prezzo tremendo. Xi potrebbe non interessarci molto come leader di un sistema monopartitico che non ci piace e che vorremmo fosse riformato. Ma come servitore di questa Cina che assicura giustizia, riscatto storico e speranza, appare sotto ben altre vesti. Non dovremmo mai dimenticare gli spiacevoli fatti della realtà dello Stato cinese odierno. Ma non dovremmo nemmeno dimenticare l’altra realtà, quella di un Paese rinato dalle ceneri di guerre, carestie e frammentazione, fino a tornare a essere una forza globale.

La storia della Cina è complicata, ma è anche veritiera. E la questione cruciale affinché tutta la comunità internazionale si impegni con la Cina di Xi è capire quanto noi in Occidente saremo in grado di abbracciare quella complessità. Da questo punto di vista così fondamentale, la Cina di Xi è anche la nostra. E, che ci piaccia o no, anche noi facciamo parte della sua storia.

Cnn, non ti sopporto più: quando il reporter manda in tilt il sistema

Se il giorno del vostro insediamento alla Casa Bianca dite, e fate dire al vostro portavoce, che “tutti i giornalisti sono gli esseri umani più disonesti sulla faccia della terra”; e se apostrofate sistematicamente come “fake news media” organi di stampa più qualificati e rigorosi, quali New York Times, Washington Post, soprattutto la Cnn, è difficile pensare che possiate avere buoni rapporti con la stampa.

A onor del vero, Donald Trump neppure ci prova ad averli: l’ultimo episodio in ordine di tempo, relativamente minore, è il divieto d’accesso posto dalla Casa Bianca a Kaitlan Collins, giornalista della Cnn, a un evento aperto alla stampa. L’associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, influente, ma snobbata da Trump, che ne boicotta le cene annuali, depreca la decisione: “ritorsione del tutto inappropriata”.

Il divieto d’accesso è scattato dopo che, mercoledì pomeriggio, la giornalista Kaitlan Collins aveva posto domande al presidente Trump nello Studio Ovale al momento degli scatti delle foto con il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker: Collins voleva risposte sulla vicenda dell’ex avvocato personale del presidente, Michael Cohen, che ha registrato conversazioni compromettenti con il suo cliente (conversazioni poi sequestrate dall’Fbi e i cui contenuti stanno divenendo di pubblico dominio).

La portavoce della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, cerca di smorzare le polemiche: “Noi siamo a favore della libertà di stampa ma chiediamo a tutti di rispettare la presidenza e gli ospiti del presidente”. Sanders aggiunge che Collins aveva urlato le sue domande e s’era rifiutata di uscire dallo Studio Ovale anche quando le era stato chiesto di farlo. “Di conseguenza il nostro staff l’ha informata che non era la benvenuta all’evento successivo. E lei ha detto che non le importava, tanto aveva pianificato di essere altrove”.

Quello della Collins è l’ultimo caso d’una lunga sequela d’incidenti di percorso coi media di Trump e della sua squadra, cominciata fin dalle prime battute della campagna elettorale: spesso, le protagoniste sono donne, come la reporter spintonata da Paul Manafort nell’estate 2015 – l’allora capo della campagna elettorale venne poi allontanato dall’incarico ed è oggi inquisito nel Russiagate -. Ma ci vanno di mezzo pure degli uomini, come Jim Acosta, reporter della Cnn, bersaglio preferito del team Trump.

C’è chi sui litigi con il presidente costruisce insperate carriere: prendiamo Megyn Kelly, anchor della Fox, moderatrice del primo dibattito fra candidati alla nomination repubblicana il 6 agosto 2015, attaccata con epiteti sessisti da Trump perché le sue domande non sarebbero state imparziali. La Kelly ha oggi uno show tutto suo alla Abc. È vero che molti presidenti si sono impegnati ad avere un buon rapporto con i giornalisti, specie con lo White House press corp che li segue ovunque nei loro spostamenti, nell’Unione e all’estero: in tempi recenti, Ronald Reagan e Bush sr, Clinton e Obama ci sono generalmente riusciti; meno Bush jr, travolto, nel suo secondo mandato, dall’emergere delle bugie raccontate nel primo e dalla reazione imbelle all’uragano Katrina.

Con Richard Nixon, invece, i giornalisti rischiavano grosso: lo staff del presidente ordì persino un complotto per eliminare un giornalista della Abc scomodo, Jack Anderson: volevano toglierlo di mezzo con un’overdose di Lsd. Politicamente fatto fuori da due cronisti del WP, Carl Bernstein e Bob Woodward, Nixon fu costretto a dimettersi prima che il piano contro Anderson fosse realizzato. A fare della Casa Bianca un nido di vipere mediatico sono, però, a volte, gli stessi giornalisti: Jack Bell (Ap) e Marryman Smith (Upi), i due cronisti dell’assassinio di JFK, furono protagonisti, quel giorno a Dallas, dell’ultimo atto di una loro faida durata 15 anni.

Cina, come far sparire un bombarolo maldestro

Un’esplosione ha creato allarme, ieri mattina intorno alle 13, ora di Pechino, all’ambasciata Usa: secondo la polizia, era una bomba carta, o forse un petardo, comunque un ordigno artigianale, esploso nelle mani di un giovane di 26 anni che s’apprestava a lanciarlo contro la sede diplomatica. L’uomo, originario di Tongliao, nella Mongolia esterna, e identificato solo con il cognome, Jiang, è rimasto ferito ed è stato arrestato.

Il fatto è avvenuto all’incrocio fra le vie Tianze e Anjialou: l’edificio che ospita l’ambasciata non ha subito alcun danno. Testimoni riferiscono di avere udito un botto e di avere visto del fumo in strada, come mostrano anche alcuni video. S’ignorano i motivi del gesto, che la polizia e il ministero degli Esteri cinese trattano come “un incidente isolato”. Gli agenti hanno subito recintato l’area e l’apparato di censura di Stato ha bloccato le ricerche con i termini ‘Ambasciata Usa’ sulla piattaforma social Weibo, una sorta di Twitter cinese. Due ore prima, nei pressi dell’ambasciata, una donna era stata bloccata mentre tentava di darsi fuoco con la benzina. Un video mostra agenti che la portano via. Nulla si sa dell’identità della donna e delle sue motivazioni.

In una giornata insolitamente densa di cronache potenzialmente terroristiche riguardanti la Cina, ieri pomeriggio un aereo della compagnia Air China in volo da Parigi a Pechino ha dovuto ritornare nella capitale francese, a causa di un ‘allarme attentato’. Il Volo CA876 è rientrato senza problemi al Charles de Gaulle, dopo essere stato costretto a invertire la rotta a causa di quello che s’è poi accertato essere “un falso allarme”: un messaggio sospetto” ricevuto dalla compagnia aerea, fortunatamente rivelatosi privo di fondamento. Apprensione a parte, nessun problema per i passeggeri a bordo.

A Pechino, nella tarda mattinata, l’attività all’ambasciata degli Usa era regolarmente ripresa: testimoni riferiscono delle consuete fila di richiedenti un visto. L’ambasciata, che sorge nel quartiere di Chaoyang, venne inaugurata nel 2008 dall’allora presidente George W. Bush: è protetta da un muro di vetro anti-proiettile ed è la terza sede diplomatica Usa al mondo per dimensioni.

Episodi di terrorismo in Cina sono estremamente rari, o meglio se ne ha notizia molto raramente, tranne che dal Tibet e dal Nord-Ovest della Cina, dove vivono gli Uiguri. Le ambasciate americane sono invece spesso oggetto di minacce e attacchi terroristici: nel 1998 i sanguinosi attacchi alle sedi di Nairobi e Dar es Salaam furono, in qualche misura, le prove generali di al Qaeda prima dell’attacco all’America dell’11 settembre 2001.

Nulla permette di collegare gli episodi di ieri alle recenti tensioni commerciali tra Cina e Usa.

Imran Khan, dal cricket alla poltrona di premier

È l’ex campione di cricket Irman Khan il vincitore delle elezioni che si sono tenute mercoledì scorso in Pakistan, paese dilaniato dal terrorismo di talebani e Isis: secondo il Country Report on Terrorism 2016 del governo Usa, il Pakistan è il quarto Paese per numero di attentati al mondo, con un totale di 734 attentati e 1010 vittime. I risultati, per ora ancora parziali, assegnano al suo Pti (Movimento per la giustizia), 120 seggi sui 272 che compongono l’Assemblea Nazionale pachistana. Se i dati fossero confermati al leader basterebbe l’appoggio di 17 parlamentari per arrivare alla maggioranza necessaria per formare il governo.

Ma proprio sui risultati si è aperta una polemica nel paese con i partiti avversari che hanno accusato Khan – si presenta come uomo del cambiamento, ma allo stesso tempo ha rapporti molto forti con l’elite militare – di avere truccato le elezioni, vincendo grazie ai brogli e alle intimidazioni perpetrate nel paese col supporto dell’esercito. Alle denunce l’ex star sportiva ha risposto: “Se pensate ci siano stati brogli, vi assisteremo nelle indagini”. Alle urne sono stati chiamati 105 milioni di elettori.

“Tempesta in un bicchier d’acqua”. Ma Manu affoga

Da “Benalla non è il mio amante” di martedì a “Benalla ha sbagliato” di ieri. Il presidente Emmanuel Macron cambia tono e sceglie di mantenere con la stampa e l’opinione pubblica francese un profilo più in linea con la carica e, soprattutto, più adatto al clima di “caso nazionale” in cui si è trasformata la vicenda del suo ex bodyguard picchiatore di Stato per un giorno (il 1° maggio) di due manifestanti. Da dieci giorni le immagini di Benalla che interviene fin troppo energicamente contro due ragazzi che partecipavano al corteo, sono di dominio pubblico (grazie a Le Monde) ma ciò che continua a suscitare scalpore è la serie di occasioni perse dall’amministrazione dell’Eliseo per intervenire con rigore e trasparenza. Se, due mesi e mezzo dopo la repressione dei contestatori di Place de la Contrescarpe, il 26enne addetto alla sicurezza del presidente è ancora sul ponte di comando e a lui è addirittura demandata l’organizzazione della festa per il rientro dei calciatori campioni del mondo dalla Russia, è fin troppo chiaro che qualcosa non ha funzionato a dovere.

Per Macron si è trattato di un semplice disservizio che sta causando fin troppo rumore. La classica “tempesta in un bicchier d’acqua” orchestrata dalla stampa ostile e strumentalizzata dalle opposizioni che trasversalmente cavalcano il malcontento per colpire il governo. “Sono fiero di averlo assunto, era dedito, aveva un profilo diverso, ha fatto molte cose buone”, ha sostenuto Macron soltanto mercoledì, aggiungendo poi che “la Repubblica non è infallibile, tutti fanno degli errori”. Quindi un appello alla “calma” perché questa vicenda “non interessa alla gente”. Stessa linea mantenuta ieri a Campan, paesino degli Alti Pirenei, dove il presidente ha tenuto a ribadire che il caso non lo tocca molto. Poi, tra una stretta di mano e un selfie con gli scout, il capo dell’Eliseo ha dribblato le successive domande e si è dileguato.

Ma l’atmosfera dei Pirenei non è quella di Parigi. Nella Capitale non cala affatto l’attenzione nei confronti della guardia del corpo che ha fornito la sua versione dei fatti allo stesso quotidiano che l’ha inguaiato, Le Monde. In un’intervista pubblicata ieri, Benalla ha fornito la sua versione dei fatti. “Ho la sensazione di aver fatto una grossa sciocchezza ma non di aver tradito il presidente – dice a Fabrice Lhomme, il giornalista che ha realizzato l’intervista –. So di aver commesso un errore. Ma lo è più da un punto di vista politico: non sarei mai dovuto andare a quella manifestazione in quanto osservatore, forse sarei dovuto rimanere nelle retrovie”.

Al corteo dei lavoratori Benalla aveva solo il compito di controllare. Ora si mangia le mani perché, da uomo d’azione, non ce l’ha fatta a restare fermo. Quell’intervento così poco urbano (“in soccorso dei colleghi poliziotti”) gli è costato prima “una sospensione di 15 giorni dal servizio” (ma non dallo stipendio che anche a maggio è stato pari a 6 mila euro al mese) e successivamente, a scandalo ormai scoppiato, il licenziamento.

Commentando le parole di Macron, che si è detto “deluso” e “tradito” dal suo ex-bodyguard, Benalla ha risposto: “Sono dichiarazioni che capisco. Il presidente aveva e penso abbia ancora fiducia nel sottoscritto, nella mia azione quotidiana. Ma visto ciò che ha suscitato questa storia, non vedo quali altri termini avrebbe potuto usare”.

È opinione di Benalla che il tutto sia stato strumentalizzato per nuocere al capo di Stato. e punta il dito contro coloro “che hanno fatto scoppiare il caso… Politici e poliziotti vicini al ministro dell’Interno Gerard Collomb”. Nell’intervista ‘Mr. Sicurezza’ dichiara inoltre che, nel maggio 2017, fu lui a scegliere il piazzale del Louvre per il primo discorso del presidente dopo la vittoria all’Eliseo.

Alla domanda su quale fosse il suo ruolo all’Eliseo, Benalla risponde: “Mi occupavo dei fatti privati del presidente perché accanto alle sue funzioni c’è anche una vita, con Brigitte Macron, quella di un francese normale. Va a teatro, al ristorante, parte in vacanza… Sono sempre presente, con il gruppo di sicurezza della presidenza della Repubblica e il servizio privato del presidente”. Delle rivelazioni riportate dalla stampa, Benalla ne smentisce una: non è vero che possedeva le chiavi della casa di villeggiatura dei Macron al Touquet: “Una bufala totale, mai avuto le chiavi”.

Linea 4 del metrò finisce nel mirino (anche) di Colombo

La linea 4 della metropolitana milanese è il cuore della nuova relazione del Comitato per la legalità del Comune di Milano presieduto da Gherardo Colombo. Ritardi nei lavori. Costi extra. Cattiva comunicazione ai cittadini. La più invasiva e costosa delle opere pubbliche in corso a Milano è analizzata dal Comitato con seguito di dure bacchettate per l’amministrazione guidata dal sindaco Giuseppe Sala. “Gli extra-costi complessivi”, dice la relazione, “ammontano a 200 milioni di euro circa, anche in considerazione dell’errore commesso inizialmente con riferimento alla stima degli oneri di sicurezza e alla progettazione della stazione di San Cristoforo”. Sul tema era già intervenuta l’Anac, l’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone. E anche la Ragioneria del Comune a giugno 2018 aveva lanciato un allarme sulle spese maggiori e sul ricorso a “forme flessibili di indebitamento” per far fronte a maggiori costi “per un totale di 313 milioni di cui 139 a carico del Comune”. Ora il gruppo di lavoro di Colombo ricorda gli errori di progettazione e di gestione durante l’esecuzione dei lavori e conclude: “Il Comitato non può fare a meno di evidenziare come, purtroppo anche a Milano, si sia dato spazio alla pessima abitudine di non concludere un’opera pubblica, per quanto imponente, entro la cornice determinata nella originaria progettazione, aprendo la strada (in questo caso, la metropolitana…) ad aumenti di spesa pubblica motivati da riserve e varianti (emergenti ovviamente sempre in corso d’opera e, quindi, post aggiudicazione mediante gara pubblica), senza che nessuno sia chiamato a rispondere di questo surplus di spesa, a cominciare da chi il progetto definitivo ha approvato”.

Sugli extra-costi è stata avviata una transazione con le aziende coinvolte nella realizzazione dell’opera. “Duole evidenziare”, scrive il Comitato, “come anche la procedura transattiva sia stata attuata richiamando asseriti motivi di urgenza e nell’imminenza del cambio del direttore generale, tra l’altro informando il Comitato solo qualche giorno prima dell’approvazione della delibera di Giunta, inibendo con ciò quel processo di virtuosa complementarietà tra Comitato e funzioni che, forse, potrebbe apportare valore aggiunto al funzionamento degli apparati comunali. L’iter seguito non trova l’approvazione del Comitato, ma rappresenta comunque l’occasione utile per manifestare l’auspicio che l’avvenuto change of management possa comportare una sostanziale discontinuità delle modalità di interlocuzione, ispirandole al principio di un coinvolgimento preventivo e sostanziale a tutela del superiore interesse pubblico: in tal modo potrebbe, forse, anche diminuire il coinvolgimento strumentale di entità extra-comunali a volte utilizzate (politicamente) a mo’ di spauracchio, altre volte come una sorta di ‘assicurazione di deresponsabilità’, con ciò contribuendo a creare un allargamento dei confini operativi di entità istituite per ambiti ben più circoscritti”.

La linea blu del metrò milanese è raccontata dai critici come una bomba a orologeria pronta a scoppiare nei conti del Comune. “Come si fa a impegnare il Comune per 2,2 miliardi di euro nei prossimi cinque lustri?”, si era chiesto già anni fa l’assessore Franco D’Alfonso. Erano metro-scettici anche l’allora sindaco e vicesindaco, Giuliano Pisapia e Ada Lucia De Cesaris. Il vero problema di M4 è la struttura del project financing, leggero a carico nei privati e pesante a carico del pubblico. Vecchi patti con la politica che continuano a essere rispettati.