Sergio, il santo con il vezzo della forfora

Sergio Marchionne non c’è più, o meglio, non è mai stato così presente come oggi (Corriere). Se n’è andato (Sole 24 Ore). L’uomo delle missioni impossibili, il manager che ha spinto la Fiat verso il futuro, l’unico italiano in grado di parlare alla pari con i grandi della Terra (La Stampa). Non riusciremo mai a parlarne al passato (Corriere). Il sindacato si inchina (Repubblica). Renzi si innamorò del suo stile brusco (Corriere). Colpisce anche la voce di una bambina che chiede “è vero che è morto?” (Corriere). A Detroit lo chiamavano semplicemente Sergio, il suo nome era un lasciapassare usato da tutti gli italiani (Corriere). Ha subito l’odio ideologico di chi detesta le persone di talento (Matteo Renzi). Ha sfidato l’italietta della rendita e dei ricatti (Bentivogli, Sole 24 Ore). Era sentimentalmente legato ai destini dell’ex Fiat tanto da assumere su di sé il rischio di impresa pagandolo con la messa in mora del suo corpo (Corriere). Un uomo d’altri tempi, che si è arrampicato fino ad Alpignano vicino a Torino con il suo vassoio di paste per conoscere i genitori di Manuela e ribadire che aveva intenzioni serie (La Stampa). Nella sua filosofia comandare non significava solo decidere ma essere il capobranco (Repubblica). È entrato in ogni casa, non solo italiana (Corriere). Ironico, forte, diretto (La Stampa). Un’intelligenza superiore (Corriere). Ha accumulato ricchezze immense senza mai un giorno di vacanza per godersele (Repubblica). Su Marchionne usciranno svariati libri (Corriere). Non avrebbe rinunciato mai a una battuta irriverente o a una grassa risata (La Stampa). Gli operai e i sindacalisti americani amano Marchionne (Sole 24 Ore). Di cosa parlavate durante i vostri barbecue? (Repubblica a Gabetti). Il mercato è uno dei posti in cui Marchionne si vedeva più spesso, al sabato mattina. ‘Era lui che pagava e che portava le buste della spesa’ (La Stampa). Quando proprio si arrabbiava diceva che non sopportava i pettegolezzi (Repubblica). Passava la vita in aereo saltando da un fuso orario all’altro (La Stampa). Era un borghese buono… di impronta olivettiana (Fausto Bertinotti). Aveva scelto la divisa perenne del maglioncino nero, ne aveva 30, tutti uguali, in ognuna delle sue residenze a Torino, in Svizzera e a Detroit: gliele forniva rigorosamente no logo un amico, con un minuscolo scudetto tricolore sul braccio (La Stampa). Era un uomo del West, poche raffinatezze, viaggiava con uno zainetto o molto spesso semplicemente due buste di plastica, una per le sigarette e il the freddo, l’altra con i caricatori dei cellulari. Ne aveva tre: uno americano, uno svizzero e uno italiano (Repubblica). Tre lauree, Filosofia, Giurisprudenza e Commercio, con una predilezione per la prima (La Stampa). Allo stesso tempo un capobranco e un maverick, i capi di bestiame privi di marchio lasciati liberi di correre nelle praterie del Far West (Sole 24 Ore). Detroit si scopre orfana: ‘Lui ci ha salvato, ora che ne sarà di noi?’ (Repubblica).

Mi sarebbe piaciuto vederlo alla guida del Paese. Avrebbe ridato dignità alla politica (Berlusconi). “Una sera ha fatto portare una pianola, ha messo tutti intorno a un tavolo, scorta compresa, e ha dato il via a una festa” (La Stampa). Un paio di volte ha citato Emily Dickinson (Sole 24 Ore). Trovò un segno per raccontare la propria alterità: il maglione scuro al posto della giacca e cravatta dell’establishment, concedendosi anche il vezzo – non per mancargli di rispetto da morto, ma per restituirne la fisicità da vivo – della forfora sulle spalle” (Corriere).

[Dopo l’elogio della forfora esibita come vezzo vergato da Aldo Cazzullo, ogni altra agiografia risulterebbe impossibile, ndr].

Un flusso contrario per fermare l’Africa

Il bambino annegato e il bambino che imbraccia un machete sono due immagini terrificanti della stessa distorsione umana che colpisce l’Africa e che è alimentata dagli stessi interessi economici e politici. Semplificare il complesso problema dell’immigrazione riducendolo in termini di “accoglienza” è un’ottica ottusa e fuorviante in cui sono arenate le opinioni pubbliche dei nostri paesi. L’immigrazione vista come inevitabile, come un dato di fatto con cui fare i conti. Ma non è affatto così! Tutto quello che sembra giusto fare è l’accoglienza. Ma invece quel che è giusto fare è tagliare l’erba sotto i piedi a chi alimenta la logica dell’emigrazione per propri sporchissimi interessi.

Gli scafisti con le loro decisioni di quanti e quali immigrati trasportano e quando e dove si dirigono sono diventati i protagonisti della storia contemporanea. Sono loro a determinare la compattezza o la disgregazione dell’unione tra Stati europei, sono loro con i loro ricatti gli occulti manovratori delle politiche interne. Tutto questo è tollerabile? E chi e che cosa c’è dietro gli scafisti? Il bambino col machete è il simbolo delle lotte annose che tribù ed etnie africane combattono tra loro, spesso sanguinosamente. Molti poveri che fuggono sono costretti a farlo perché i cambiamenti climatici hanno modificato profondamente i loro territori rendendoli non più produttivi. Perché non combattiamo su questo fronte? E perché, noi che discutiamo di sbarchi e quote, non ci opponiamo al land grabbing, un meccanismo di accaparramento di terre da parte di investitori stranieri che priva i piccoli produttori anche del poco con cui vivevano?

Le multinazionali devono poter continuare a fare quello che vogliono, sfruttare le terre inquinandole, alimentare i conflitti per vendere le armi, gestire i flussi migratori, tollerare la fame di intere popolazioni? Il mondo produce cibo a sufficienza per sfamare l’intera popolazione mondiale di 7 miliardi di persone, ma gli squilibri nella distribuzione creano più di 900 milioni di persone che soffrono la fame. E noi stiamo lì a discutere di sbarchi, a demonizzare il ministro Salvini, lasciando che la situazione che è alla base di questi esodi dolorosi resti così com’è?

Ma è alle cause strutturali che dobbiamo saper guardare. La gente è tutto questo che deve capire. È su questo che deve mobilitarsi.

La mia associazione “Africa per Africa” è nata come “coscienza critica” di quello “che sta dietro” i flussi migratori e per mobilitare su questo le coscienze.

Arrivano sui barconi centinaia di bambini non accompagnati. Sono orfani? Come è possibile che dei genitori mettano su una barca insicura, da soli, a rischio della vita, i loro figli senza sapere in che mani andranno e se li rivedranno mai? Chi gestisce questi bambini? E quanti lavoratori italiani ed europei sarebbero disposti ad andare a prestare le loro competenze di architetti, ingegneri, maestranze per contribuire a dare all’Africa una vera prospettiva di pace e sviluppo? Moltissimi, molti più di quelli che già ci sono, se la comunità internazionale fosse in grado di garantire loro la necessaria sicurezza.

È questo “flusso al contrario”, dai Paesi occidentali all’Africa quello che serve per stabilizzare la situazione del continente.

Molte delle guerre sono causate accampando motivazioni religiose: perciò serve incrementare le azioni volte a favorire il dialogo interreligioso, per questi pretesti ai mercanti di morte. Bisogna cambiare radicalmente l’ottica con cui affrontare questi problemi epocali.

La logica degli scafisti è quella di colpevolizzare chi non accetta la loro gestione di essere umani catapultati a loro piacimento nelle nostra coste. In questa trappola cadono le organizzazioni umanitarie.

Semmai ci dovremmo colpevolizzare per tutti i “peccati di omissione” commessi nel “non fare”.

Ci arrivano terribili informazioni: chi si prepara a emigrare non ha consapevolezza di ciò che l’aspetta; gli scafisti fanno reclutamento attivo, si dice alla gente che il viaggio non ha alcun rischio, che si tratta di attraversare brevemente “un fiume”, nessuno si preoccupa del fatto che sappiano nuotare o no (la maggior parte non sa nuotare, anche per questo ci sono tanti morti), nessuno dice che faranno qualcosa di illegale, si creano aspettative alte sulla vita che li attende dopo il viaggio. E nessuno sa che tanta gente muore.

I volontari, i missionari devono creare consapevolezza.

Ho una “visione”, un sogno: i nostri missionari schierati a braccia aperte sulle spiagge africane che gridano in modo accorato: “Non partite! Non cedete agli inganni degli scafisti! Non rischiate la vita per un futuro di emarginazione e precarietà! Il vostro futuro è costruire una nuova Africa!”.

Perché questa visione si avveri, i disperati in partenza devono poter vedere un’alternativa!

 

Mail box

 

Padre Zanotelli, il problema è il traffico di esseri umani

Egregio padre Zanotelli (e altri che si ergono ad avallare, spero inconsapevolmente, le varie mafie dei migranti, i furbetti alla Buzzi e speculatori megalomani) sono una ricercatrice, mi chiamo Manuela, laureata in Psicologia e attualmente docente. Ho fatto anche esperienze nel campo del terzo settore, e l’ho trovato un coacervo di buoni propositi, fatto da alcune persone veramente in gamba, ma soprattutto da molti furbetti e tanta, tanta ipocrisia. Ma le scrivo per via della riunione definita delle magliette rosse e del suo ultimo digiuno a Roma. Il discorso è: per cosa? Non crede di avallare questo lucroso traffico di esseri umani definito dall’Onu e non da una docente come il più grande affare criminale di questo secolo dopo la droga?

Per usare una metafora credo si troverebbe abbastanza se un medico vedendo del sangue uscire da una ferita invece di suturarlo e capire perché continua a fuoriuscire dicesse: “Che bella l’uscita di sangue!”. Il problema non è infatti aiutarli o no in casa loro (con i dittatori che ci sono la vedo dura, specie in certe zone) ma comprendere la reale causa del problema: il traffico degli esseri umani.

Negarlo, puntando sul pietismo tipico dell’Occidente arricchito e sulla falsa ipocrisia moralista di chi non vuole andare a fondo sui problemi scomodi, anche da parte di sacerdoti (persino certi che si dichiarano contro le mafie) che non devono necessariamente vivere sulla luna, ma devono anche confrontarsi con i problemi profondi della contemporaneità, non solo è stupido, ma quasi complice. Bisogna invece capire che la prima risposta di pancia fa favore solo ai diabolici trafficanti (e furbetti del business connesso) che se ne stanno nascosti a lucrare (e compiere un crimine orrendo impunemente) su un dramma che non hanno nessuna intenzione di mollare. Mi auguro di vedere un giorno dei digiuni contro le mafie del traffico di esseri umani e non contro chi fa il suo dovere, anche se con modi, talvolta, un poco rozzi.

Manuela Musatti

 

Ormai Silvio Berlusconi farebbe meglio a tacere

“Salvini, 45 anni, è un grande comunicatore e Di Maio, 32 anni, è brillante in tv, ma non durerà, ne sono sicuro. È importante comunicare, bene, un buon prodotto per esaltarne le qualità, ma non serve a nulla comunicare, bene, un prodotto mediocre, perché presto il pubblico se ne accorge”. Così, l’altro giorno, Silvio Berlusconi, 82 anni sui “gemelli del Salvimaio”, che hanno subito provveduto a fare i dovuti scongiuri. L’ex cav. ha parlato, ricordando, come gli italiani, i flop delle sue, non brevi, e non positive, esperienze di premier. Un capo del governo che, come hanno scritto molti osservatori, non era affatto stimato da un “italiano del fare” recentemente scomparso, Sergio Marchionne.

Pietro Mancini

 

Sui “vade retro” la Chiesa ha la memoria corta

Famiglia Cristiana, senza tanti giri di parole, paragona Salvini a Satana: “vade retro”. Per quanto possa essere politicamente criticabile il leader della Lega, costui non può essere messo sullo stesso piano dei più sanguinari e spietati dittatori della storia. Tanto più che la chiesa sembra non abbia fatto autocritica per aver definito Mussolini: “L’uomo della Provvidenza”, così come non risulta che il giornale dei vescovi abbia eccepito qualcosa per la seguente lettera augurale inviata da papa Wojtyla al boia Pinochet: “Al generale Augusto Pinochet Ugarte, alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d’oro matrimoniali e – scrive il pontefice – come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale. Giovanni Paolo II”. Auspico che Famiglia Cristiana recuperi con la massima sollecitudine il senso delle proporzioni, perché, rispetto ai macellai della storia, Salvini sembra un agnellino.

Maurizio Burattini

 

Migranti, viste le alternative sposo la linea del governo

Le polemiche su Salvini il rozzo barbaro Satana si sprecano.

Magliette rosse, imbarco sulle navi Ong, appelli e firme (peraltro anche farlocche), poi Saviano e i vescovi, tutti uniti a condannare ma senza proporre nulla, se non di accettarli tutti. Se le proposte da contrapporre al governo sono queste belle, nobili iniziative di carta, i sinistrorsi illuminati e progressisti hanno fatto centro più di un gazebo a Gallarate di Sotto: ed ecco il continuo alzarsi del consenso, perché i cittadini vogliono un po’ di serenità, chiarezza, ordine, tranquillità e, come dimostra il passato, anche un ingresso di neri e bianchi ordinato che è possibile integrare (vedi i cinque milioni di stranieri regolari da anni in Italia).

Qualche iniziativa sarà anche esasperata e sgangherata, la solidarietà dell’Europa è da vedere, ma almeno abbiamo battuto un colpo.

Personalmente non ho votato Lega e 5Stelle ma, visto il panorama degli oppositori, ci sto facendo un pensierino.

Amedeo Principe

Dl Dignità. Ottomila lavoratori a rischio: tutto dipende dall’obiettivo del governo

Della lettera al Fatto di Roberto Saviano mi ha colpito un passaggio. A proposito del decreto Dignità, Saviano scrive di aver sentito in radio Stefano Feltri dire che “con ogni probabilità Luigi Di Maio ha mentito sulla questione stime Inps” e che “la cosa che però mi ha colpito di più dell’intervista è che Feltri, con ogni ragione, non si capacitava del fatto che Di Maio, pur di fare comunicazione, ha deciso di non difendere un provvedimento anche giusto, ma che ovviamente porterebbe a dei possibili (ma pare minimi) effetti collaterali”. Come sono andate le cose?

Giovanni Beneventi

 

Gentile Giovanni, premesso che il ragionamento di Saviano partiva da alcuni episodi per contestare che questo governo sia di vero cambiamento, ecco cosa è successo nello specifico. Il 20 luglio il ministro del Lavoro Di Maio ha detto che “ci sono due relazioni: una in cui non si prevede l’assistenza alla disoccupazione con la Naspi e una in cui si prevede: e guarda caso quella in cui la si prevede non l’ho richiesta io”. Si parla della stima di 8.000 nuovi disoccupati tra gli 80.000 lavoratori che hanno un contratto a termine sopra i 24 mesi – limite fissato dal decreto – e che non potranno essere rinnovati. Al ministero del Lavoro sono arrivate due relazioni, una il 5 luglio, l’altra l’11, che Di Maio e i suoi tecnici hanno letto la mattina del 12, giorno della firma del decreto al Quirinale. Oltre alla versione finale, il “Fatto” ha letto anche una versione precedente della relazione tecnica, datata 10 luglio, in cui non c’è la stima sui costi della Naspi (se aumentano i disoccupati, sale la spesa per ammortizzatori sociali) ma comunque sono indicati gli 8.000 posti in meno. Per questo in radio ho detto che Di Maio non poteva sostenere di aver appreso della stima sugli 8.000 posti in meno soltanto dalla versione finale della relazione. Sul sito dell’Inps, il presidente Tito Boeri ha pubblicato le email mandate al ministero e i criteri con cui è arrivato a quella stima. Come tutte le stime è discutibile e discussa dai tecnici intorno a Di Maio. Resta il fatto che stiamo parlando di una quota infinitesimale di lavoratori dipendenti – lo 0,05 per cento – e che tale stima considera soltanto gli effetti negativi di una delle norme contenute in un decreto che, nelle intenzioni, vuole contestare l’idea che l’occupazione aumenti soltanto rendendo più flessibili i contratti. Se il decreto Dignità vuole essere il primo atto di una battaglia contro le forme di lavoro precario, la questione degli 8.000 posti è soltanto marginale. Se invece c’è l’idea che piccoli ritocchi alle regole producano all’improvviso grandi cambiamenti, questa è un’illusione che, come dimostra la storia del Jobs Act, genera soltanto delusioni.

Stefano Feltri

Yaki, l’altra metà di Agnelli che non si sbuccia le ginocchia

Tra i due quello con più sinapsi è Lapo, il fratello minore che fino a oggi se l’è bruciate a velocità crescente, con cocaina, sesso malandato e personali abissi. Sempre facendo finta di divertirsi un mondo, in realtà soffrendo come un cane, circondato da mediocri parassiti, e un paio di volte rischiando di lasciarci la pelle, peccato per lui e per noi. John è l’acqua cheta, l’altra metà della mela, che per intero fa più o meno il nonno, Gianni Agnelli, che le sinapsi le bruciava e le coltivava, principe di ogni dettaglio ornamentale della nostra storia patria, così tanto carismatico da concedersi il lusso di aver mandato in malora l’azienda ereditata, senza subirne le conseguenze, e anche per questo adorato da tutti gli ordinari impiegati dell’establishment, giornalisti compresi, che per essere felici, devono sognare in grande e a colori.

John Jacob Philip Elkann, detto Yaki, patrimonio personale stimato di 2,4 miliardi di dollari, nasce con camicia bianca ben stirata e sguardo buono, a New York, anno 1976, da Margherita, la figlia insofferente dell’Avvocato e da Alain Elkann, figlio del rabbino capo di Parigi. John cresce con lingua madre portoghese e paesaggi da jet set, senza mai sbucciarsi le ginocchia, con piccoli sport praticati, la sciabola, la vela, lo sci, ma senza mai strafare, teneri turbamenti d’adolescenza incisi negli occhi, molta gentilezza intorno, molta consapevolezza dentro. Nutrito con tutto il necessario per volare senza scosse, l’infanzia dorata in Brasile, i soggiorni a Londra, New York, Parigi, il collegio, una laurea in Ingegneria al Politecnico di Torino, una manciata di stage al Lingotto, alla Magneti Marelli di Birmingham alla Fiat Auto di Tychy in Polonia, dove girano le rumorose linee metalmeccaniche, poi basta rumori, a 22 anni il puro ossigeno dei piani alti, consiglio di amministrazione Fiat, poi quello della cassaforte del gruppo, l’Ifi, a 28. Tutta bambagia che un po’ lo protegge e un po’ lo stordisce. Cresce circondato da turbolenze familiari che virano sempre di più in nero: il divorzio dei genitori a 5 anni, la morte improvvisa del cugino erede designato, Giovannino Agnelli, il dramma dello zio più amato, Edoardo, morto suicida, la scomparsa del nonno nel 2003, la morte del prozio Umberto pochi mesi dopo, la ribellione della madre a tutta la famiglia in lotta furiosa per l’eredità, lo scandalo dei soldi all’estero, l’horror vacui del rischio fallimento, e ora la fulminea malattia dell’uomo del miracolo, il suo ultimo mentore, Sergio Marchionne.

John ne esce sempre apparentemente indenne, arredando la sua candida nuvola con una buona parola per tutti. E sempre ricambiato dai superstiti che hanno l’aria di non perderlo mai d’occhio: “Maturo”, “serio”, “responsabile”, “riflessivo”, “umile”, “il nipote perfetto”, “il nipote prediletto”. Elogi che a intrecciarli tutti possono fare anche un nodo scorsoio. Oppure un buon appiglio per le pareti che lo attendono. Il capostipite della nidiata più costosa d’Italia, l’antico senatore Agnelli che fabbricò auto a inizio Novecento, insegnò ai figli a sposare solo principesse, per aggiungere alla ricchezza che puzzava troppo di olio e di benzina, il profumo del sangue blu che fa carisma. E così fecero tutti, compreso John, tre generazioni dopo, scegliendo la più bionda di tutte le contessine milanesi, Lavinia Borromeo, sposandola tra i fiori e lo champagne dell’isola di famiglia, nell’arcipelago del conte padre, dentro al cuore blu del Lago Maggiore. Fiaba troppo levigata persino per i rotocalchi plebei, addestrati allo scandalo, ma quella volta rimasti a bocca asciutta, nonostante i 700 invitati, gli elicotteri, i motoscafi, i bodyguard a rischio cafonaggine, e invece tutti ammirati da quello Sposalizio di Raffaello virato in Primavera del Botticelli a consacrare la nuova famiglia regnante, nata davanti ai sudditi, il popolo dei salariati. Che di lì a poco saluterà i natali di tre figli specialissimi anche nei nomi, ci mancherebbe, Leone, Oceano e Vita Talita. Senza alzare mai troppa polvere, John inizia la sua lunga marcia, sempre un passo indietro ai grandi che lo guidano, compresi i due consulenti di famiglia, Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, ingranaggi anche loro di un declino che a cavallo del millennio, sembra inarrestabile e che ogni anno brucia amministratori delegati, tensioni sindacali e risorse, lasciando la Fabbrica Italiana Automobili Torino senza innovazione tecnologica, senza modelli competitivi, senza idee, se non quella di vendere il più presto possibile.

Un po’ prima della catastrofe, ecco comparire dal nulla il miracoloso Sergio Marchionne – scovato da Gabetti, anno 2004, Fiat in rosso di 2 miliardi – eccentrico manager italo-canadese, che ha appena risanato una multinazionale svizzera e che in Italia non conosce nessuno, Marchionne chi? Non indossa cravatte, non frequenta salotti, non sopporta i politici, gli sta antipatico pure Luca Cordero di Montezemolo, storico compagno di svaghi dell’Avvocato. Ha gli occhiali da miope, ma ci vede benissimo, vuole aprire la Fiat al mondo, ridimensionarla in Italia, ingaggiare ingegneri e idee. Ha un carattere compatto, ma con il morbido John è sintonia a prima vista. Lo tiene al caldo i primi anni, mentre lui disbosca duro stabilimenti, sindacati e Confindustria. Se lo porta in America, dove il presidente Obama e Detroit offrono soldi e una via d’uscita che ha il marchio globale della Chrysler. John guarda e impara. Indossa un intero guardaroba di cariche dirigenziali, vola da un consiglio di amministrazione all’altro, siede tra i grandi del gruppo Bilderberg, affida la Juventus al cugino Andrea, governa La Stampa, giornale di famiglia, accelera la fusione con Repubblica del gruppo De Benedetti, fa shopping di carta stampata, compra il settimanale Economist, entra in News Corp a fianco di Rupert Murdoch che pubblica il Wall Street Journal. Fa vita austera e sotto traccia tra gli ectoplasmi del potere globale. Per svago si concede un po’ di neve a St. Moritz, un po’ di Caraibi, confidando, ai pochi amici, che gli piacerebbe mangiare, almeno una volta, in una pizzeria qualunque. In pubblico parla il meno possibile. Quando lo fa è per ringraziare. Una volta inciampa su un concetto un po’ troppo hegeliano: “I giovani non trovano lavoro perché stanno bene a casa”. I giovani (per lo più senza casa e senza lavoro) non la prendono bene. Lui abbozza e sorride ai fotografi. Marchionne lo innaffia e lo pettina tutte le mattine spiegandogli come è fatto il mondo e gli allarga il regno, sbaraglia i fatturati, quota in Borsa Ferrari, si inventa la Jeep e la Nuova 500, moltiplica per dieci il valore dell’intera baracca che ora si chiama FCA, ha la sede in Olanda, residenza fiscale a Londra, quotazione a New York, ed è diventata la settima fabbrica di automobili nel mondo.

Sembra l’idillio. Con il lieto fine incorporato al 2019, Marchionne già destinato a salutare la vecchia avventura per quella nuova, sedendosi al volante di tutta quanta la Ferrari, e John che alla bella età di 43 anni, vincendo finalmente la vertigine, si sarebbe cimentato nel suo primo, avventuroso, passo avanti solitario. Invece niente. Il destino di famiglia si è voltato un’altra volta in nero. Il potere gli è cascato addosso all’improvviso. E davanti al bivio della sua prima decisione, scegliere tra Mike Manley, uomo di vendita targato Chrysler, e Alfredo Altavilla, uomo di prodotto, sceglie l’angloamericano. A perfezionare lo smaltimento di tutte le radici italiane, secondo un destino che già assomiglia a un progetto, e che nei prossimi anni farà scomparire sempre di più Torino, l’Italia, due piccoli mondi rispetto a quello grande, dove viaggiano auto elettriche e auto senza pilota che la Fca ancora deve mettere in cantiere. E dove da oggi vola John Jakob Philip Elkann, il padrone globale, che ha sempre fatto fatica a parlare italiano, e che forse si prepara a vendere tutto, addio, proibito piangere.

Milano e Roma: 25 anni fa le “bombe del dialogo”

Il 27 luglio del 1993 esplodono a Roma e a Milano le due bombe che cinque mesi dopo costringono in ginocchio lo Stato italiano. Le bombe “del dialogo”, compiono 25 anni. C’è però un fatto nuovo: la sentenza di primo grado della Corte di Assise di Palermo sulla cosiddetta Trattativa che sancisce la responsabilità, provvisoria certo, di chi nelle istituzioni accettò il dialogo a suon di bombe con Cosa Nostra. Proprio la lettura della sentenza impone un quesito che va oltre il verdetto: non sarà che la trattativa si sia mossa lungo tre direttrici parallele segnate dalle bombe: cioé Carabinieri, gruppo Fininvest e Chiesa? Sarà solo un caso se la mafia tratta con il Ros dei Carabinieri e uccide due carabinieri a Reggio mentre programma una strage di altri 100 carabinieri a Roma? Sarà un caso se tratta con Marcello dell’Utri della Fininvest e tenta di uccidere Maurizio Costanzo della Fininvest? Se parla con i cappellani nelle carceri e vuol far paura ai vescovi?

Le bombe del 27 luglio contro le Basiliche di San Giovanni e San Giorgio al Velabro ben si inserirebbero in una possibile trattativa ecclesiastica. C’è un dato che altrimenti non trova spiegazione: il presidente della repubblica Scalfaro, quando decide di sostituire il capo del Dap Niccolò Amato, troppo duro per i boss, si affida proprio al capo dei cappellani carcerari, monsignor Cesare Curioni. Ed è Curioni (come ha raccontato il suo braccio destro monsignor Fabio Fabbri) a scegliere il più “moderato” successore, da subito fautore dell’alleggerimento nei confronti dei boss reclusi: Adalberto Capriotti.

Nessuno, nemmeno i pm, ha mai sostenuto che i cappellani carcerari, gli unici ammessi a colloquio con i boss, avessero avviato una trattativa con i mafiosi reclusi prima di scegliere quel nome però il dubbio viene. Si dirà che non si spara all’ambasciatore ma questa regola vale tra i gentiluomini dell’ottocento non con Totò Riina.

Partiamo allora dalla sentenza. La motivazione ci dice che i Carabinieri del Ros avviarono dopo la strage di Capaci una trattativa con la mafia finalizzata alla fine delle stragi, ottenendo l’effetto opposto. Dopo le stragi e gli attentati del 1993 e 1994, fino a quello fallito del gennaio 1994 allo stadio Olimpico, contro cento carabinieri, alla fine lo Stato, rappresentato dal ministro della Giustizia Conso, supportato dal presidente Scalfaro, recepì il messaggio e sostituì, nel giugno del 1993, il direttore del Dap Niccolò Amato, da gennaio nel mirino di una sorta di fatwa’recapitata dai familiari dei boss reclusi, via lettera. Infine il ministro Conso in persona, come suggerito dal nuovo capo del Dap, Adalberto Capriotti, revocò nel novembre del 1993 il regime carcerario duro del 41 bis a centinaia di boss di varie regioni italiane, nella “speranziella” di ottenere la pax con la mafia. Dopo quell’iniziale cedimento il Governo Berlusconi agì in piena continuità – da questo punto di vista – con i precedenti Governi di Amato eCiampi. A fare da intermediario sarebbe stato Marcello Dell’Utri e il Governo Berlusconi non riuscì a fare felice la mafia sulla legislazione relativa alla custodia cautelare solo per l’opposizione ferma della Lega Nord.

In questo quadro si inseriscono le bombe di 25 anni fa a Roma e Milano. La prima esplosione è alle 23 e 14. In via Palestro a Milano davanti al Padiglione di arte contemporanea esplode un’autobomba.

Tre vigili del fuoco vengono chiamati per il fumo e così Carlo Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno muoiono mentre facevano il loro dovere come l’agente della polizia municipale Alessandro Ferrari. Muore sulla panchina mentre riposa anche Moussafir Driss.

Mezz’ora dopo quando da tre minuti era già il 28 luglio del 1993 salta in aria a Roma un’autobomba di fronte alla Basilica di San Giovanni, poco distante dall’appartamento dove dormiva l’allora presidente dei vescovi italiani Camillo Ruini. Il portico del 1200 con vista sul piazzale retrostante crolla e la basilica è pesantemente danneggiata. Cinque minuti dopo una seconda autobomba esplode a due passi dalla Bocca della Verità, sempre a Roma, davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. La facciata anteriore subisce danni ingenti. Non ci sono vittime ma il presidente Scalfaro, legatissimo al Vaticano, accorre sul luogo e passeggia tra le macerie a fianco di Papa Giovanni Paolo II. Un mese prima aveva rimosso il capo del Dap ma solo quattro mesi dopo non furono rinnovati i decreti che disponevano il 41 bis per centinaia di boss.

Subito dopo lo scoppio della bomba in San Giovanni in Laterano, il centralino di Palazzo Chigi resta isolato tanto che il presidente del consiglio Ciampi pensò a un colpo di Stato. Più che le suggestioni però per illuminare le trame di quella notte è necessario tracciare una cronologia.

A maggio, esattamente due mesi prima c’era stata un’altra strage con cinque vittime, a Firenze in via dei Georgofili. Poche settimane prima, il 14 maggio del 1993, c’era stato l’attentato contro Maurizio Costanzo a Roma in via Fauro. Il 15 settembre a Palermo la mafia uccide don Pino Puglisi proprio a Brancaccio, quartiere dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, protagonisti delle stragi del 1992 e 1993.

I magistrati di Reggio Calabria contestano a Giuseppe Graviano anche il duplice omicidio di due carabinieri avvenuto il 18 gennaio 1994 nell’ambito della stessa strategia. Gli obiettivi erano quindi i Carabinieri, la Chiesa e un uomo Fininvest. L’ex pm della Trattativa, Antonio Ingroia, ora avvocato e difensore dei familiari dei carabinieri uccisi in Calabria nota: “Almeno uno dei possibili destinatari di questi messaggi, Silvio Berlusconi, era pienamente in grado di capire questo linguaggio. Lo dimostra la celebre telefonata con Dell’Utri del 1986. Quando c’è un attentato agli uffici Fininvest di via Rovani a Milano, Berlusconi – spiega Ingroia – è convinto che sia stato Vittorio Mangano e dice a Marcello Dell’Utri al telefono che un altro avrebbe usato una raccomandata mentre Mangano usava la polvere da sparo”.

Saviano indagato per diffamazione di Matteo Salvini

Roberto Saviano è indagato per diffamazione dalla Procura di Roma a seguito della denuncia presentata contro di lui dal vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini. L’iscrizione secondo quanto si apprende è un “atto dovuto”: nella denuncia, il ministro dell’Interno fa riferimento a dichiarazioni fatte dallo scrittore che sarebbero “lesive della sua reputazione e del ministero dell’Interno stesso”. Saviano aveva definito Salvini il “ministro della malavita”.

“Mi sembra il minimo. Un conto è la critica, un altro darmi del mafioso – commenta salvini – “Se qualcuno mi dà dell’assassino -ne paga le conseguenze. Spero che ci sia un giudice che riconosca che qualcuno ha sbagliato”.

“Affronterò la querela del ministro della Mala Vita a testa alta. Dobbiamo mettere i nostri corpi a difesa della Costituzione e della libertà di pensiero – così risponde Roberto Saviano su Twitter –. Non indietreggio di un passo nella critica al suo operato – aggiunge lo scrittore –. Io non ho paura, non ne ho mai avuta”.

Roma, il dialogo che non c’è e il ruolo delle associazioni

Di Monica Rossi, fino all’intervista di mercoledì, sapevamo due cose: le sue pregevoli ricerche antropologiche sulle pratiche di integrazione e controllo in ghetti come quello del Casilino 700 – chiuso vent’anni fa – e il raddoppio (probabilmente sacrosanto) del suo compenso da consulente di Roma Capitale. Oggi sappiamo anche che la Giunta Raggi e il suo “Ufficio Speciale Rom, Sinti e Caminanti”, istituito un anno fa, ignorano il diritto e il significato del gesto della Cedu, la Corte europea per i diritti umani, che aveva sospeso lo sgombero del Camping River, almeno fino a oggi, sollecitata dal ricorso di un’associazione. Trecento persone, molte delle quali minori, saranno segregate in strutture temporanee, separando donne e uomini. A emergenza succede emergenza ma, dagli uffici di Roma Capitale, si risponde con toni sprezzanti anche nei confronti dell’intero terzo settore e delle reti di volontariato, le sole che non hanno mai fatto venir meno il proprio impegno per chi vive nel degrado e nel disagio e supplire l’assenza di politiche sociali degli ultimi anni. Davvero il problema Capitale è la presenza di 4500 persone di origine rom? Se la Corte europea considererà illegittimo lo sgombero, le famiglie rom dovranno essere risarcite e saranno i cittadini romani a pagare il conto. Così come accadrà, probabilmente, quando verrà presentata, nel 2020, la rendicontazione dei fondi per il Piano Pon-Metro con cui la Giunta Marino nel 2015 aveva trovato le risorse che si stanno spendendo adesso stravolgendo però il senso di quel piano e guardandosi bene dall’attivare il coinvolgimento – previsto dalle linee guida Ue – delle rappresentanze delle persone rom, sinti e caminanti e dell’associazionismo. L’unico tavolo per il piano sociale cittadino s’è svolto in un locale del XI municipio il 21 febbraio. L’isolamento che lamenta Rossi probabilmente deriva dalla separatezza che questa Giunta ha ostinatamente costruito col tessuto sano della cittadinanza attiva e del mondo cooperativo.

 

Ceuta, 600 migranti scavalcano il confine

Circa 800 migranti, in arrivo dal Marocco, hanno forzato ieri la barriera nell’enclave spagnola di Ceuta, scavalcando la doppia recinzione di sette metri di altezza e ingaggiando una battaglia con la polizia marocchina e la Guardia Civil spagnola che ha provocato decine di feriti. Oltre 600 di loro sono riusciti a entrare in territorio spagnolo.

Adozioni gay, nuovo round della lite gialloverde tra Fontana e Spadafora

Si riaccende lo scontro dentro il governo gialloverde sul tema adozioni gay e i litiganti sono sempre loro due: il leghista Lorenzo Fontana Ministro della Famiglia e il pentastellato Vincenzo Spadafora, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega alle pari opportunità ed ai giovani.

Ieri pomeriggio nel presentare le linee programmatiche del suo dicastero nella Commissione Affari Sociali della Camera Fontana ha infatti attaccato le adozioni dicendo che non si possono “mercificare bambini e donne” e dovrebbe rimanere vietato, riconoscere “i bambini concepiti all’estero da parte di coppie dello stesso sesso”.

Non si è fatta attendere la replica di Spadafora che ha invitato il leghista “a fermare la propaganda ed aprire un dialogo culturalmente serio, per evitare che il nostro Paese torni 10 anni indietro, contravvenendo anche alle indicazioni della Corte Costituzionale”.

Non è la prima volta che i due membri del governo si trovano su posizioni opposte sull’argomento: il Ministro della Famiglia aveva dichiarato già il giorno del giuramento dell’esecutivo che le “famiglia arcobaleno non esistono” suscitando a distanza di tempo la reazione del Sottosegretario il 30 giugno aveva partecipato al gay pride di Pompei dichiarando di voler “testimoniare il mio sostegno e quello del governo” e di sapere “che in una parte del governo non c’è la stessa sensibilità, ma l’Italia non tornerà indietro, non si perderanno i diritti conquistati”. Anche allora, pronta, era arrivata la replica di Fontana che su Facebook aveva scritto: “Con tutto il rispetto, il sottosegretario Spadafora parla a titolo personale, e non a nome del governo. Per quanto ci riguarda, la famiglia che riconosciamo e sosterremo, anche economicamente, è quella sancita e tutelata dalla Costituzione”.

Sul tema è intervenuto anche Matteo Salvini che ha appoggiato Fontana dicendo: “Fino a quando io sarò ministro gameti in vendita ed utero in affitto non esisteranno come pratica, sono reati”. Ammettendo poi però che sul tema il Ministero degli Interni non può “annullare l’atto ufficiale dello stato civile in assenza di un’espressa previsione di legge”.