Prima Raggi sgombera. Poi Strasburgo dà l’ok

Non c’è stato bisogno della ruspa invocata in passato dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini. In fondo, il risultato dello sgombero del Camping River, campo rom della Capitale in zona Tiberina, effettuato in ossequio al metodo della “terza via” rivendicata dalla sindaca Virginia Raggi, ha prodotto un risultato analogo. L’insediamento è stato svuotato nel giro di quattro ore dagli agenti della polizia locale del Campidoglio e dai servizi sociali, coadiuvati da uomini e mezzi delle forze dell’ordine. Un’operazione che si è consumata senza particolari momenti di tensione, al netto delle denunce di metodi ruvidi da parte di alcuni residenti, prontamente smentite dai vigili.

Dopo settimane di voci che parlavano di una imminente chiusura, la scorsa settimana era arrivata l’ordinanza della sindaca che intimava ai residenti di sgomberare l’area per motivi “igienico-sanitari”. Nel campo vivevano ancora circa 150 persone, altre avevano già provveduto spontaneamente a lasciare la struttura. Martedì però la Corte europea dei Diritti dell’uomo, dopo il ricorso presentato da 3 residenti dell’insediamento, aveva sospeso il provvedimento di sgombero, facendolo slittare a domani e chiedendo al Campidoglio la documentazione sulle sistemazioni alloggiative alternative offerte ai Rom.

Il Comune mercoledì ha inviato a Strasburgo il dossier con le proposte formulate agli abitanti della struttura: un buono da 800 euro al mese per pagare l’affitto di un alloggio per 2 anni, rilasciato a fronte di un contratto di locazione firmato, oppure il rimpatrio nei Paesi di origine. La prima soluzione non ha avuto successo, vista la difficoltà dei Rom di trovare locatari disposti ad affittare loro una casa, alla seconda finora hanno aderito in 24 persone, mentre altre 43 hanno scelto i centri di accoglienza offerti dal Comune. Così ieri sera Strasburgo ha dato l’ok, un via libera che la Raggi ha subito rivendicato: “La Corte ci dà ragione, lo sgombero è corretto, la terza via per il superamento dei campi rom è giusta, fermezza e legalità e tutela dei diritti delle persone”.

Con un giorno di anticipo rispetto alle richieste della Corte, la sindaca ha firmato una nuovo provvedimento per chiedere lo sgombero motivandolo sempre con ragioni igienico-sanitarie.

L’avallo politico all’operazione, del resto, era arrivato già mercoledì durante il faccia a faccia al Viminale tra Salvini e la Raggi, con il ministro che aveva sentenziato: “Non sarà la Corte a bloccare la soluzione a un problema di ordine pubblico”. E ieri ha subito commentato: “Legalità, ordine e rispetto prima di tutto”. Lo sgombero, nel complesso, non ha registrato forti momenti di tensione. Un residente del campo, Florin, ha denunciato: “Questa mattina sono venuti per buttarci fuori, siamo stati trattati come animali, hanno messo le mani addosso alle donne con spinte e usato lo spray al peperoncino su una signora”.

Una circostanza smentita seccamente dal comandante della polizia locale, Antonio Di Maggio: “Tutto si è svolto nella massima regolarità, le persone sono state invitate a uscire e a parte delle ovvie rimostranze non abbiamo utilizzato alcuna forma di coazione fisica. Ovvero, non abbiamo utilizzato manette, non abbiamo allontanato le persone con la forza, utilizzato spray al peperoncino, ne’ armi da fuoco, nè manganelli, che tra l’altro non abbiamo”. L’attenzione sulla questione Rom resta comunque alta, ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è tornato sul caso della bimba ferita nei giorni scorsi nella Capitale da un proiettile di gomma, sparato da uomo da un balcone: “L’Italia non può somigliare a un far west dove un tale compra un fucile e spara dal balcone ferendo una bambina di un anno, rovinandole la salute e il futuro”.

Tribunale di Bari, attività sospesa fino al 18 settembre

Il Senato ha approvato all’unanimità (261 sì) il decreto sul tribunale di Bari. Saranno sospesi fino al 18 settembre 2018 i procedimenti pendenti. Il provvedimento, già approvato dalla Camera, è legge. La sospensione non opera per l’udienza di convalida dell’arresto o del fermo, per il giudizio direttissimo, per la convalida dei sequestri, nei processi con imputati in stato di custodia cautelare e in presenza di profili di urgenza valutati dal giudice nei processi con imputati sottoposti ad altra misura cautelare. “Al governo va riconosciuto il merito di essere intervenuti per risolvere una situazione problematica che riguarda tutta la comunità di Bari e della Puglia”, ha detto Roberto Marti della Lega. “La vicenda del tribunale di Bari è l’ennesimo esempio del comportamento ambiguo del governo – replica Valeria Valente del Pd – Bonafede ordina il trasferimento del Tribunale in una sede che viene affittata al triplo del prezzo di mercato. In un immobile acquistato da poco da una società ‘di amici degli amici’. Insomma fanno fare affari d’oro a privati sulla pelle dei cittadini e a discapito del sistema giudiziario”.

C’è del cemento di troppo in quel di Capri

Serpeggia nervosismo tra i tavolini dei bar sulla piazzetta di Capri, che ti servono un ottimo cappuccino a 6 euro. Questa è l’estate dei musi lunghi e delle preoccupazioni.
Sull’isola azzurra è in corso una epidemia di sigilli a residenze private e complessi turistici di grande fama. Fioccano le denunce per reati urbanistici e ambientali. Sette ville di lusso sono state sequestrate in pochi mesi. Le loro pratiche edilizie sono state passate sotto la lente di ingrandimento.

Cinque componenti della commissione edilizia sono indagati per concorso in abuso d’ufficio. Uomini in divisa intanto vanno avanti e indietro dagli uffici tecnici comunali con le borse piene di documenti, di condoni approvati a tempo di record (mentre centinaia di persone aspettano da oltre venti anni), di permessi in sanatoria privi dello svincolo idrogeologico, di licenze rilasciate ad hotel che si sono ingranditi. Le loro incursioni hanno rivelato le inchieste della Procura di Napoli guidata da Gianni Melillo.

Su di un’isola, si sa, tutti conoscono tutti. E le investigazioni della sezione reati ambientali coordinata dal procuratore aggiunto Nunzio Fragliasso puntano decise su amicizie, commistioni e conflitti d’interesse che si nasconderebbero dietro il rilascio delle licenze. Grovigli da sciogliere.

Secondo gli inquirenti in questa rete di relazioni ci sarebbero le risposte alle domande sul perché qualcuno chiuderebbe gli occhi quando certi lavori hanno inizio e non finiscono mai, o quando bisognerebbe ‘ripristinare’ un ampliamento vietato di cinque o dieci metri. Qui dove i vincoli abbondano e le case si vendono a 15.000 euro al metro quadro, non sono una sciocchezza.

C’è un rapportino di due pagine dei carabinieri di Capri, vistato dal capitano della compagnia di Sorrento Marco La Rovere, che tira in ballo il sindaco di Capri, l’ingegnere Giovanni De Martino, ed è la sintesi di tutto. È nel fascicolo del sequestro di Villa Settanni, 150 metri quadri di una bellezza commovente, affacciata sui faraglioni che quasi si toccano con la mano, prospiciente all’antico porto romano di Augusto. “Salvatico è colui che si salva”, la frase di Leonardo da Vinci scritta all’ingresso.

Ma non è chiaro se i lavori della villa, profondamente modificata tramite 17 comunicazioni di piccoli interventi di manutenzione, per gli investigatori un escamotage per camuffare una grossa ristrutturazione vietata da norme e vincoli, si salveranno dalle conseguenze dell’indagine.

La residenza di via Faraglioni 1 è stata acquistata da Antonio Aiello, per tutti “Tony 100%”, di Castellammare di Stabia (Napoli), imprenditore di un brand di successo nella moda, ‘100×100 Capri’, che ha impiantato in Villa Settanni il suo quartier generale . I lavori furono già sospesi nel 2016, poi ricominciarono. Si contestò anche la rimozione di un muro di epoca romana.

Nell’appunto trasmesso ai pm di Napoli, i carabinieri sottolineano che il direttore dei lavori di Villa Settanni è l’ingegnere Giuseppe Aprea, mentre il collaudatore per il deposito sismico è Giovanni De Martino. Sindaco di Capri dal 2014, elezioni vinte a capo di una lista civica che ha fuso tutti i colori politici, De Martino ha tenuto per sè le deleghe all’Urbanistica e all’Edilizia Privata. Ha ricevuto l’incarico privato di collaudatore l’8 febbraio 2016. Fino al 2001 l’ingegnere De Martino è stato capo dell’Utc comunale. Dipendeva da lui l’architetto Massimo Stroscio, ora capo del settore edilizia privata, indagato nel procedimento 36969/2017 che ricomprende Villa Settanni. Dal 2002 al 2014 De Martino ha lavorato come libero professionista nello studio di Aprea.

La procura vuole capire se ci sono ‘promiscuità’ analoghe anche ad Anacapri, dove la Finanza a giugno ha sequestrato il Lido Nettuno, il famosissimo stabilimento balneare nei pressi della Grotta Azzurra, location di film e serie tv. Il sequestro è stato accompagnato da 17 avvisi di garanzia, notificati anche negli uffici tecnici e in Soprintendenza. Un altro fronte che merita attenzione.

Marchionne, i troppi misteri sulla morte minacciano Fca

La storia della malattia di Sergio Marchionne si è chiusa nel peggiore dei modi, con il decesso avvenuto mercoledì mattina. Ma un evento già tragico rischia di trasformarsi in un grosso problema finanziario: quando si è saputa la gravità delle condizioni di Marchionne?

Dopo qualche rumors su possibili errori in sala operatoria, l’Universitätsspital di Zurigo dove il manager è morto, ha diramato un comunicato: “Marchionne era un paziente dell’Ospedale universitario da più di un anno, si era sottoposto a diverse cure per una grave malattia”. Per tutelare il segreto professionale, i manager non danno ulteriori dettagli, quindi non sappiamo per cosa Marchionne fosse in cura.

Fca è stata costretta a rispondere: “Venerdì 20 luglio la società è stata informata dalla famiglia del dottor Marchionne senza alcun dettaglio del serio deterioramento delle sue condizioni e che di conseguenza egli non sarebbe stato in grado di tornare al lavoro. La società ha quindi prontamente assunto e annunciato le necessarie iniziative il giorno seguente”. Secondo fonti vicine al gruppo, soltanto di fronte alle comunicazioni della famiglia il presidente del gruppo John Elkann, a fianco di Marchionne dal 2004, si è precipitato a Zurigo il 20 luglio per capire le reali condizioni dell’ad. Fino a ieri l’azienda aveva accreditato la spiegazione che la morte di Marchionne fosse dovuta a un doppio infarto, dopo il comunicato dell’ospedale pure da Fca dicono di non essere più sicuri che sia quella la vera storia.

A mettere in fila le date emerge una storia incredibile. L’ultima uscita pubblica di Marchionne è il 26 giugno. Come ha ricostruito Paolo Madron su Lettera43.it, autore degli scoop sulla vicenda, già tre giorni dopo Marchionne aveva annullato tutti gli impegni. Il 5 luglio un portavoce di Fca conferma che “Marchionne si è sottoposto nei giorni scorsi a un intervento chirurgico alla spalla destra ed è ora in fase di recupero” (lo scrive l’Ansa). Ancora il 18 luglio, cioè a tre giorni dall’inizio del dramma, l’azienda risponde a indiscrezioni di Dagospia su un avvicendamento tra Marchionne e Vittorio Colao, ex ad di Vodafone: “Come già più volte dichiarato dalla società è previsto che l’avvicendamento avvenga a tempo debito, con una soluzione interna, a seguito di un preciso processo decisionale da tempo in corso”. Tutto normale, si aspetta il 2019 come previsto.

Il 20 luglio l’azienda smentisce che nel cda convocato per il giorno successivo ci sia all’ordine del giorno la redistribuzione delle deleghe di Marchionne ad altri manager. L’agenzia Ansa con la posizione dell’azienda è delle 16.20. Incrociando questa informazione con il comunicato di ieri, si deve desumere che dopo quell’ora Elkann riceva le comunicazioni dalla famiglia di Marchionne sulle reali condizioni del manager e in poche ore si avvii la procedura di successione, visto che già alle 7.53 del mattino dopo l’Ansa annuncia che il cda di Fca discuterà della successione al vertice. Ma ancora una volta la posizione dell’azienda sulla salute del manager – riporta l’Ansa – è “nessun commento”.

Una società quotata come Fca è tenuta a sostituire l’ad appena capisce che non è in grado di adempiere alle sue funzioni e deve comunicarlo ai soci perché questa è una informazione molto rilevante per determinare il valore delle azioni in Borsa. Come è possibile che Marchionne abbia tenuto tutto segreto? E perché Fca non è riuscita a sapere nulla sulla salute del manager negli oltre 15 giorni tra l’intervento alla spalla (secondo Lettera43 per operare un sarcoma, un tumore molto grave) e il viaggio di Elkann a Zurigo?

Forse è solo la storia di un uomo che pensava di essere più forte del suo male. Ma gli investitori vorranno capire se ai mercati è stato detto tutto e al momento giusto. Di sicuro la storia infinita della morte del manager col maglione nero non è finita.

Gli emiri di Dubai atterrano negli scali toscani

Gli emiri di Dubai alla conquista degli aeroporti toscani. Mataar holdings 2 Bv, società che è indirettamente controllata da Investment Corporation of Dubai (fondo che fa riferimento al governo degli Emirati) ha annunciato di voler acquisire il 25% delle azioni di Corporacion America Italia. Questa è la filiazione italiana del gruppo Corporacion America dell’ argentino Eduardo Eurnekian, ed è l’azionista di riferimento – col 62,28% – di Toscana Aeroporti. L’operazione dovrebbe chiudersi entro fine agosto. Icd e Corporacion America Airports, fra i più grandi investitori privati al mondo nel settore, hanno firmato un accordo di cooperazione per eventuali future acquisizioni nel campo delle infrastrutture aeroportuali in Italia, Europa Orientale (esclusa la Russia) e Medio Oriente; Corporacion America mantiene comunque il suo focus sulla strategia di crescita in altri mercati come Argentina e Brasile. “Stabilire una partnership con Corporation America offre eccitanti possibilità di collaborazione con un operatore e investitore infrastrutturale di livello mondiale in nuovi mercati”, ha dichiarato Mohammed Al Shaibani, amministratore delegato di Icd, che ha buone aspettative anche da Firenze e Pisa.

Il Rei fatica a decollare: lo prende poco più della metà di chi ne ha diritto

Nei suoi primi sei mesi di vita, il reddito di inclusione (Rei) ha raggiunto poco più di un milione di persone. Un dato che racconta due cose.

La prima: questo beneficio da poche centinaia di euro, tra gennaio e giugno, è andato solo a poco più di metà degli aventi diritto. La seconda: considerando che – secondo l’Istat – i poveri “assoluti” in Italia hanno superato i cinque milioni, in questo momento i sostegni economici messi in campo a livello nazionale stanno aiutando solo un individuo su cinque tra quelli che versano in stato di grave bisogno. Questo risultato, va detto, non era del tutto imprevedibile: in questo primo semestre di applicazione del Rei, i criteri per potervi accedere erano molto stringenti. Si potrebbe dire, parafrasando il presidente dell’Inps Tito Boeri, che per il momento abbia guardato solo “ai più poveri tra i poveri”. Anche perché lo stanziamento è fermo a 2 miliardi, arriverà a 3 nel 2020 ma per assicurare tutti i bisognosi ne servono almeno 7. Non solo stringenti requisiti di reddito e patrimonio: per avere il Rei bisognava anche avere in famiglia almeno un minore o un disabile o una donna incinta o ancora un disoccupato over 55. Tuttavia, come detto, pur in presenza di barriere così severe, la platea potenziale in questa prima fase era di 1,8 milioni di persone e 500 mila famiglie: i nuclei beneficiari, però, si sono fermati a 311 mila. Tra questi, 267 mila sono quelli che prendono il Rei, mentre altri 44 mila ricevono il Sia, uno strumento che esiste già da qualche anno. L’Inps non è in grado di spiegare a che cosa sia dovuta la distanza tra aventi diritto ed effettivi fruitori.

Sette “assistiti” su dieci vivono nelle regioni del Sud: quelli campani e siciliani rappresentano da soli metà dell’intero insieme. Ma di quali cifre parliamo? La media è 308 euro al mese e aumenta con il crescere dei componenti della famiglia. Il valore medio in Valle d’Aosta si ferma a 242 euro mentre arriva a 338 euro in Campania.

Dal primo luglio saranno rimossi i criteri che riguardano la condizione famigliare e resteranno solo i limiti economici. I potenziali beneficiari, di conseguenza, diventeranno 2,5 milioni di persone e 700 mila nuclei. O meglio, per essere più precisi, queste erano le speranze del governo Gentiloni quando ha fatto partire questo provvedimento considerato come una risposta alla proposta di reddito di cittadinanza targata Movimento Cinque Stelle.

Verdini e la nomina (saltata) del giudice. “Ne parlò con Lotti”

La nomina (mai avvenuta) del giudice Giuseppe Mineo al Consiglio di Stato sarebbe stata sollecitata da Denis Verdini, che a sua volta si sarebbe rivolto all’ex sottosegretario Luca Lotti, affinché quel nome comparisse nell’elenco dei nomi proposti dal Consiglio dei ministri del governo Renzi. Lo racconta ai pm Piero Amara, in passato avvocato dell’Eni, le cui dichiarazioni creano un nuovo terremoto nell’ambito della complessa inchiesta che tra Roma e Messina ha messo nel mirino una serie di sentenze pilotate al Consiglio di Stato.

E se Luca Lotti è estraneo all’indagine, le rivelazioni (da verificare) del legale siciliano hanno comportato per ora l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex senatore di Ala, Denis Verdini, accusato di finanziamento illecito. Perché dietro l’interessamento per quella nomina – secondo le accuse dei pm di Messina – ci sarebbe stato un finanziamento occulto di poco meno di 300 mila euro al gruppo politico Ala.

Per spiegare la propria posizione Verdini sarà sentito dai pm probabilmente dopo la pausa estiva: un primo interrogatorio fissato per il 24 luglio è saltato. Ma è un’ennesima tegola giudiziaria per l’ex senatore.

I pm di Messina contestano un finanziamento, proveniente dal patrimonio della Open Land Srl, non regolarmente iscritto nel bilancio della società. Si tratta di una somma tra i 270 e i 290 mila euro corrisposti – secondo le accuse – da Amara, per conto proprio e del socio Giuseppe Calafiore (per entrambi è stato disposto l’obbligo di firma), al gruppo Ala. Un finanziamento che serviva al legale a creare un canale di comunicazione con l’ex senatore, finalizzato a sollecitare un interessamento per la nomina al Consiglio di Stato di Giuseppe Mineo, già giudice al Consiglio di Giustizia amministrativa (Cga).

Secondo le accuse, alla fine Verdini sarebbe intervenuto indicando il nome del giudice siciliano, che tuttavia non viene nominato a causa di “rilievi di carattere disciplinare” che lo rendevano incompatibile.

Questa la ricostruzione dei magistrati. Alla quale Amara avrebbe aggiunto un dettaglio: avrebbe saputo che per quella nomina, Verdini si sarebbe rivolto all’ex sottosegretario Lotti (non indagato). Senza ottenere risultati.

La vicenda di Mineo poteva finire nel dimenticatoio, raccontata solo da qualche articolo di giornale. Senonché lo scorso 29 giugno, il Tribunale di Messina ha emesso una misura cautelare in carcere (poi revocata) nei confronti del giudice, accusato di corruzione in atti giudiziari e rivelazione di segreto d’ufficio. Secondo le accuse, “per determinare il collegio del Cga ad assumere contra legem una decisione favorevole alle imprese Open Land Srl e Am Group Srl”, nell’ambito di contenziosi amministrativi instaurati per esempio contro il Comune di Siracusa, “faceva erogare da Amara e Calafiore (ai quali erano di fatto riconducibili le predette imprese)”, circa 115 mila euro. Somma che sarebbe stata utilizzata per curare in Malesia l’ex governatore della Sicilia Giuseppe Drago, deceduto poi nel 2016.

Anche in questo caso, per la misura cautelare sono fondamentali le rivelazioni di Amara, che ai pm spiega anche il risvolto politico della vicenda, e quindi fa il nome di Verdini, dal cui staff assicurano che l’ex senatore è completamente estraneo alla vicenda.

Certo, per Verdini questa nuova grana potrebbe rappresentare una preoccupazione in più. Entro dicembre potrebbe arrivare a sentenza definitiva e quindi in Cassazione la vicenda sul crac del Credito Cooperativo fiorentino, banca di cui è stato presidente per un ventennio. In primo grado è stato condannato a nove anni di reclusione, pena ridotta a sei anni e 10 mesi in Appello. Ed entro l’anno dovrebbe arrivare a sentenza, ma di primo grado, un’altra bancarotta quella della società Ste: i pm hanno chiesto una condanna a tre anni.

Ma se le bancarotte sono dure a prescriversi (devono passare molti anni), Verdini può tirare un sospiro di sollievo per le altre vicende giudiziarie.

Nell’ambito dell’inchiesta sulla P3, in primo grado è stato assolto dall’accusa di aver preso parte a un’associazione segreta, ma è stato condannato per un finanziamento illecito a un anno e sei mesi. E invece in corso il processo, sempre in primo grado, che riguarda la vendita di un immobile in via della Stamperia, a Roma: Verdini che non c’entra nulla con l’operazione immobiliare è accusato di finanziamento illecito per aver ricevuto dall’ex senatore Riccardo Conti un milione di euro dopo la compravendita, come penale di un contratto tra i due. Il pm romano Erminio Amelio ha chiesto una condanna a due anni.

MYllennium Award: premiata Della Sala del Fatto Quotidiano

Si è tenuta mercoledì sera, presso Villa Medici a Roma, la cerimonia di premiazione della quarta edizione del MYllennium Award, il primo premio “generazionale” che si rivolge ai Millennials promosso dal Gruppo Barletta. Sul palco si sono alternate le premiazioni dei vincitori delle 7 categorie del premio – saggistica “MY Book”, startup “MY Startup”, giornalismo “MY Reportage“, nuove opportunità di lavoro e formazione “MY Job”, cinema “MY Frame”, architettura “MY City” e musica “MY Music” – con momenti di dibattito, performance artistiche e l’assegnazione del premio speciale “Eccellenza Millennial”. Primo posto, per il settore giornalismo, a una delle nostre giornaliste, Virginia Della Sala, per un video reportage sul mondo dei bitcoin in Italia dal titolo “Italian coin, storie di criptomonete” che mostra la filiera delle monete virtuali in Italia. Nel corso della serata, anche un dibattito tra i membri della Commissione Nazionale Atleti del Coni Giulia Quintavalle, campionessa olimpica di Judo, e Roberto Cammarelle, campione del mondo di pugilato, a confronto con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Vincenzo Spadafora sul tema della lotta al bullismo attraverso sport ed educazione.

“La Lega farà saltare le autonomie regionali”

Non più un’esclusiva dei separatisti di Pontida, ma un’esigenza condivisa da Nord a Sud. Oggi 13 regioni su 15 – tra quelle a statuto ordinario – hanno avviato l’iter per ottenere l’autonomia differenziata, ovvero il trasferimento sui territori di alcune competenze del governo.

Presidente Emiliano, nei giorni scorsi anche la Puglia si è mossa per il federalismo. Eppure una volta era roba da leghisti.

C’è un fraintendimento di fondo: non è che perché si sono attivate Veneto, Lombardia e Emilia Romagna significa che sia il nord vuole tenere per sé i soldi delle tasse, togliendoli al sud. La Costituzione permette di trasferire alcune competenze e il relativo budget di spesa. In questo modo conviene a tutti, anche a noi, perché possiamo gestire più da vicino certe materie.

Nel caso in cui alcune Regioni ottenessero l’autonomia prima di altre, non si creerebbe uno squilibrio?

Sì, se il Parlamento approvasse l’autonomia Regione per Regione. Ma per evitare il rischio basta una legge unica per tutti, anche perché nessuno è così in ritardo con l’iter rispetto agli altri.

Non sarebbe rischioso uniformare tutti gli accordi con le Regioni?

L’unico discrimine dovrebbe esistere per escludere le Regioni che hanno debiti o ritardi nei pagamenti coi privati e coi fornitori. Nessuno sta dicendo di premiare l’inefficienza.

Per il momento tutte le forze politiche si dicono favorevoli alle autonomie. Crede davvero che filerà tutto liscio fino alla fine?

Sarò sincero: secondo me il governo troverà il modo di mandare tutto all’aria.

Come mai? Erika Stefani, il ministro agli Affari Regionali, è leghista e si è detta disponibile ad aiutare i governatori.

Spero che la Lega, quando si arriverà al dunque, non si comporti come il mio partito, che si è preso paura dell’energia e delle idee dei governatori locali e ha cercato in tutti i modi di contenerli. La Lega di Salvini sarà disposta a dare più potere alla Lega di Zaia? Lo spero, ma non mi illudo.

Per il momento nessun intoppo.

Un provvedimento del genere passerà soltanto se saranno tutti d’accordo: territori e partiti diversi. Deve avere lo stesso peso politico di una riforma costituzionale, questa volta in direzione opposta all’accentramento voluto da Renzi e bocciato col referendum due anni fa.

A proposito di Costituzione, la Carta prevede anche cinque Regioni a statuto speciale. Dobbiamo aspettarci qualcosa?

Se si realizzasse l’autonomia differenziata sarebbe una buona occasione per discuterne, perché perderebbero di senso.

Se in questi anni la Puglia avesse goduto di qualche competenza in più, sarebbe cambiato qualcosa nella gestione dell’Ilva?

Diciamo che ci saremmo evitati i dodici decreti con cui i governi hanno reso difficile persino ai magistrati bloccare gli impianti pericolosi per la vita dei dipendenti.

Salvini e Famiglia Cristiana: derby della falsa devozione

Dio non è proprietà di Matteo Salvini. E neppure di Famiglia Cristiana. È veramente fastidioso, lo sappiano entrambi, assistere a questo derby della falsa devozione che trasforma la ricerca del sacro – che è percorso interiore e proposta di vita – nella sfida all’O.K. Corral.

Quelli che usano il crocifisso come simbolo obbligatorio da appendere negli edifici pubblici. E come corpo contundente da calare sul cranio del prossimo loro, possibilmente “buonista” (Salvini). E quelli che pensano di usare il Vangelo secondo le proprie convenienze, anche editoriali (FC). I quali, maramaldi, si approfittano della manifesta inferiorità sul campo del ministro. Offesissimo dall’“essere accostato a Satana” perché ignaro che il vade retro della poco misericordiosa copertina si riferisce all’intimazione di Gesù nei confronti di Pietro quando costui cerca di opporsi all’uccisione del Maestro. Entrambe esibizioni muscolari che offendono quella discrezione e riservatezza insite nella professione di fede e nella pratica dei credenti. Imbarazzati perfino quando, la domenica a messa, l’officiante chiede loro di scambiarsi un gesto di pace. Figuriamoci davanti alla gara su chi è più cristiano. Intendiamoci, se il dramma dell’immigrazione fosse una partita di calcio, non avremmo esitazione nel dichiarare il nostro tifo a favore di chi si batte per l’umanità e la solidarietà, valori universali prima ancora che religiosi. Oltre che, naturalmente, contro il becerume di chi strilla che la pacchia è finita mentre nel mare suum accade ciò che accade. Però qui vorremmo parlare non di crociate, ma del disorientamento che sulla questione migranti (ma anche rom) attraversa anche il mondo cattolico. Dove, come i bravi colleghi di FC sanno, il verbo salviniano raccoglie un credito non indifferente poiché non si può pensare che quel 30% attribuito dai sondaggi alla Lega sia composto esclusivamente da intolleranti, da razzisti, da nazisti o da adepti a sette sataniche. Davvero la soluzione migliore consiste nel demonizzare la narrazione che non ci piace: sbagliata quanto si vuole nei rimedi ma che attinge paura e rabbia nei problemi lasciati marcire? Davvero si pensa di convincere i tanti bravi cattolici in cerca di una bussola (e che magari sull’accoglienza non la pensano esattamente come Papa Francesco) facendo pesare loro la “superiorità morale” di chi sa sempre come spezzare il pane del bene e del male? Evitando con qualche anatema un confronto se necessario aspro nel mondo cattolico su questioni così sensibili non si rischia di fare il gioco proprio di Matteo Belzebù?

Facciamo così. Per penitenza FC pubblicherà nel prossimo numero la parabola evangelica del fariseo e del pubblicano. Il primo sazio della sua presunta giustizia ma incapace di ricevere perdono. Mentre il secondo consapevole delle proprie miserie torna a casa giustificato. Al ministro degli Interni, così orgoglioso del suo rosario verdognolo, proponiamo di recitarlo ogni sera via Facebook. Però, visto che è così pio nella versione large completa di misteri gloriosi, gaudiosi e dolorosi: 150 Ave Maria più 76 giaculatorie. Se lo fa, un bacione.