Il parlamentare-velista Andrea Mura, al centro delle polemiche per le sue numerose assenze alla Camera, è stato espulso dal M5S. L’annuncio su Facebook è del coordinatore sardo del Movimento, Mario Puddu. “Chi non segue le regole va a casa! Mura era stato candidato per fare il Parlamentare, quindi a patto di seguire delle regole: taglio stipendio e impegno costante in Parlamento”. Mario Puddu, ex sindaco di Assemini (Cagliari) e candidato in pectore del M5S per le prossime Regionali in Sardegna, rincara la dose: “Con altre forze politiche si possono fare intere carriere non andando in Parlamento, ma non col M5S”. “Non è tollerabile l’atteggiamento di Mura che con il 96,8% di assenze ha dimostrato irresponsabilità e menefreghismo, mancando di rispetto agli italiani e ai colleghi. Per questo Mura è stato espulso dal Gruppo Parlamentare M5S”, ha tuonato sul blog delle Stelle Francesco D’Uva, capogruppo Movimento alla Camera. Andrea Mura, velista di fama internazionale (primo italiano a vincere la regata Route du Rhum), si era difeso contestando le assenze. “A fronte di una tempesta mediatica violentissima il Movimento mi ha ingiustamente abbandonato”, aveva detto.
Berlusconi serra le file per evitare le fughe dal partito. E cambia il nome
“Il governo ha i mesi contati. Noi dobbiamo tenerci pronti e costruire l’Altra Italia. In campo ci sarò io”. Silvio Berlusconi ha deciso di mettere in soffitta Forza Italia. Il brand non gli piace più e il nuovo nome c’è già: Altra Italia, appunto. Manca ancora il simbolo, ma uno staff è al lavoro e l’esordio potrebbe essere già alle Amministrative in autunno. In attesa delle Politiche. Già, perché secondo l’ex Cavaliere – che ieri a Montecitorio ha riunito i parlamentari, i sindaci e i coordinatori regionali – “questo governo non durerà” e la “bolla di consenso di Lega e M5S è destinata a esplodere molto presto”. Per questo FI deve tenersi pronta a nuove elezioni. “L’esecutivo ha i mesi contati, con la legge di Bilancio i nodi verranno al pettine”, ha detto Berlusconi. Che ha usato parole dure contro il M5S. “I grillini sono sessantottini in ritardo di 50 anni. Con le loro proposte economiche impoveriranno il Paese”, ha detto. Per poi lanciare un appello alla Lega: “Il decreto Dignità distruggerà migliaia di posti di lavoro, Salvini lo blocchi”. “Non blocco nulla, lavoriamo per migliorare”, la risposta del ministro dell’Interno. I due poi si sono incrociati per puro caso su una scalinata di Montecitorio. “I tuoi in Veneto sono tranquilli?”, ha chiesto B. “Tranquillissimi”, ha replicato Salvini. Per poi scambiarsi qualche battuta sul Milan.
Matteo organizza la cena dell’Aventino
Sulla sommità del Colle Aventino, nel cuore di Roma, in un lussureggiante parco, si trova Residenza Lavernale, centro polifunzionale esclusivo ed elegante”. La location dell’evento renziano pre-vacanze, ovvero la “Cena dell’Aventino” (dal Colle di Roma ove si è svolta, ma anche dalle motivazioni degli inviti) sul sito si presenta così.
Ieri sera, Matteo Renzi ha deciso di convocare a cena i parlamentari d’area per fare il punto “politico” prima della pausa del Parlamento. Ma – al solito – l’ha fatto con il suo stile: Maurizio Martina, il segretario dem, con il refrain “tornare alle periferie”, fa la prima segreteria a Tor Bella Monaca e lui organizza una serata in un posto esclusivo ed elegante.
Differenze . Senza contare che la scelta del luogo sembra rimandare alla scelta aventiniana. Solo che non si parla di storia, ma di cronaca: l’Aventino è stato quello che ha fatto Renzi nei confronti della possibilità di un governo con i Cinque stelle. Tanto è vero che sono stati invitati solo quelli che all’epoca firmarono il documento “Senza di me”( 77 deputati e 39 senatori). In tutto, 120 persone.
La decisione è arrivata all’ultimo momento: martedì. Pare che a far emergere la necessità di un serrate le fila renziano sia stata la riunione del gruppo sul decreto dignità alla Camera. I fedelissimi dell’ex segretario hanno denunciato l’intenzione del partito di sconfessare la politica renziana. Atto incriminato: la decisione di sconfessare l’emendamento che riportava da 36 a 24 le indennità per i licenziati (com’era nel jobs act). Chi c’era racconta di un clima ormai finale. “Non so se il partito può reggere”. Affermazione sentita tante volte, ma che adesso sembra più realistica. È toccato a Lorenzo Guerini mandare gli sms. Prima per informare dell’iniziativa, poi, a chi ha detto di sì, per fornire i dettagli. La sala costa intorno ai 2.000 euro, poi c’è il catering. Ma si tratta di una sorta di autofinanziamento: ognuno paga per sè. Cinquanta euro a testa per un buffet.
Nel più classico stile delle correnti tradizionali, l’iniziativa non è la prima e non sarà l’ultima. Una riunione era stata convocata prima dell’ultima Assemblea. Per metà settembre si pensa a un evento di un paio di giorni. E poi, ci sarà la Leopolda. Già in agenda per ottobre (19-21). Titolo: “Ritorno al Futuro”. Il riferimento è a un noto film degli anni 80, la speranza (impossibile) è evidente.
Tra i commensali, Andrea Marcucci, Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Francesco Bonifazi, Ettore Rosato. Mancano Graziano Delrio e Matteo Richetti, entrambi a una Festa dell’Unità a Brescia. In giro per Feste dell’Unità anche Nicola Zingaretti (a Roma) e Maurizio Martina (a Siena).
Ufficialmente, la riunione serve anche a preparare il congresso. In realtà, in molti si chiedono se mai questo si farà. “Ci sono almeno 4 o 5 progetti di partito. Ognuno fa il suo”, racconta un parlamentare dem. Ieri sera a Roma pioveva. A proposito di variabili. Chissà quali variabili ci saranno da qui a ottobre.
“Basta sprechi”: l’Air Force Renzi resterà nell’hangar
Se qualcuno pensava che il famoso Airbus quadrimotore affittato nel 2016 fosse destinato a Renzi si sbaglia di grosso. “Quell’aereo era un mezzo a servizio delle nostre politiche di rilancio dell’export. Non è un caso se io non ci ho mai messo piede”. Parola dell’ex premier dopo che ieri mattina è arrivata la notizia che il governo aveva deciso di cancellare il contratto di leasing per il gigantesco aereo. Lo aveva annunciato in mattinata su Facebook il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. “Un impegno che avevo e avevamo assunto sin dal nostro insediamento, una decisione sacrosanta, tutt’altro che simbolica”, scrive Conte. Certo una decisione di forte impatto mediatico viste le critiche fortissime sollevate a suo tempo dalla scelta di Matteo Renzi di far acquisire dall’Aeronautica militare un vecchio Airbus quadrireattore capace di portare fino a 300 passeggeri. Decisione che deve aver colpito la carne viva dei renziani visto il fuoco di sbarramento messo in piedi subito dai fedelissimi dell’ex presidente del Consiglio.
“Fake news che copre il disastro del decreto Disoccupazione”, ribatte a sua volta su Facebook il dem Michele Anzaldi. “Sono ridotti alla frutta. Cercano solo di spostare l’attenzione dall’assalto alle poltrone e dai loro fallimenti” sostiene la parlamentare pd Alessia Rotta. Ma non c’è dubbio che la cancellazione del contratto per l’aereo che era stato ribattezzato Air Force Renzi ha centrato il bersaglio provocando reazioni entusiaste o rabbiose, a seconda del punto di vista.
“È la fine dell’Ancien Régime. Questo aereo è il simbolo dell’arroganza di potere di Renzi e di tutti quelli che lo hanno sostenuto, che gli italiani hanno mandato a casa il 4 marzo” esulta Luigi Di Maio parlando ieri sera a Fiumicino davanti al candido Airbus con i colori degli aerei di Stato italiani. “Dovrebbe stare a Ciampino, dove stanno tutti gli aerei di Stato, ma non ci può stare perché è troppo grande, perché l’ego di Renzi era troppo grande. Quindi è stato noleggiato questo hangar a Fiumicino (dal governo Renzi, ndr)” ha chiosato il vicepremier.
Il contratto per il noleggio di questo quadrigetto di proprietà della emiratina Etihad (la compagnia aerea che acquisì il 49 per cento di Alitalia) venne stipulato dal Ministero della Difesa tramite l’Alitalia per un controvalore di circa 150 milioni di euro come rivelato dal Fatto. Contratto peraltro segretato, ufficialmente per ragioni di sicurezza. In realtà per evitare la reazione dell’opinione pubblica che fu sin da subito piuttosto forte e negativa considerando che l’Aeronautica italiana ha già molti aerei destinati alle alte cariche dello Stato. Secondo il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, dalla cancellazione del leasing lo Stato risparmierà 108 milioni e non ci sarebbero penali da pagare: “Una volta recuperato il contratto abbiamo valutato la facilità con cui poterlo rescindere. È tutto in termini di legge, molto semplice. Qual era la difficoltà?”
In realtà, il contratto, rivelato dal Fatto lo scorso 4 luglio, afferma qualcosa di diverso, e cioè che il governo deve comunque dare un preavviso di dodici mesi, “e in tal caso sarà riconosciuto alla Società il pagamento del Lotto 1 e delle prestazioni effettivamente eseguite” (articolo 25 del contratto). Il lotto 1 (articolo 5 del contratto) si riferisce al leasing dell’A340 per un importo contrattuale di 74 milioni di euro, che quindi comunque andranno sborsati, per cui il risparmio reale dovrebbe essere inferiore ai 108 milioni. Gli altri risparmi riguardano la manutenzione, il riallestimento della cabina (20 milioni per salotti, camere da letto e bagni), le spese operative e l’addestramento degli equipaggi. Circa 67 milioni, cioè il risparmio effettivo, che può salire considerando le spese per equipaggio e carburante non più necessarie. Ma il valore simbolico dell’iniziativa è innegabile e in soldoni forse anche più elevato dell’abolizione dei vitalizi parlamentari.
Commenta Di Maio, parlando dentro l’ormai ex Air Force Renzi: “L’Alitalia è stata il bancomat della politica e questo aereo ne è un esempio. Rappresenta l’arroganza del potere di Renzi e di tutti quelli che l’hanno coperto”.
Crimi vuol riformare l’editoria: “Soldi a chi legge, non ai giornali”
Una riformagraduale che intervenga anche sui fondi all’editoria. È il progetto annunciato ieri da Vito Crimi, sottosegretario all’Editoria, che ha parlato in commissione Cultura alla Camera. Il governo presenterà nei prossimi mesi “un importante intervento sul sostegno pubblico diretto e indiretto all’editoria”, passando dal sostegno alle imprese editoriali agli incentivi all’utilizzo da parte dei cittadini di “informazione di qualità”. Secondo il sottosegretario, l’insieme degli attuali sostegni “non è stato proficuamente utilizzato dagli operatori per un corretto accompagnamento verso le nuove frontiere dell’innovazione”. Di qui il “cambio di paradigma”, puntando più sulla domanda che sull’offerta: si tratterebbe di trasferire “il contributo dall’editore al sistema editoria nel suo complesso, immaginando interventi rivolti al cittadino che decide di acquistare un abbonamento a un quotidiano. La riforma potrebbe riguardare anche la pubblicità, per la quale sarebbero previsti “tetti della raccolta”. Quanto alle edicole, potrebbero essere “trasformate in punti di servizio, in luoghi di primo accesso da parte dei cittadini a servizi della Pubblica amministrazione”.
Palinsesti di Radio24: Latella alla rassegna stampa del mattino
Cambio in vista nella rassegna stampa di Radio24. Ieri Guido Gentili e Massimo Colombo – rispettivamente direttore editoriale e direttore commerciale generale della radio di Confindustria – hanno presentato a Milano i palinsesti autunnali dell’emittente, annunciando che 24Mattino sarà condotto da Maria Latella. La giornalista calabrese lavorava già per Radio24, dove curava ogni domenica mattina la trasmissione Nessuna è perfetta, dedicata a donne e lavoro. Latella sostituirà Luca Telese a partire dal prossimo 3 settembre, andando in onda dal lunedì al venerdì dalle 6:30 alle 9 e potendo contare sul supporto di Oscar Giannino dalle ore 8:15. Subito dopo, dalle 9 alle 11, resterà Alessandro Milan con Uno, nessuno, 100Milan, show mattutino sui fatti e i temi dell’attualità condotto assieme a Leonardo Manera. Nel palinsesto dal lunedì al venerdì sono stati confermati anche tutti gli altri programmi di punta della radio: Focus Economia di Sebastiano Barisoni, La Zanzara di Giuseppe Cruciani e David Parenzo, Il Falco e il gabbiano di Enrico Ruggeri, Tutti convocati con Carlo Genta, Pierluigi Pardo e Giovanni Capuano.
“L’azienda spieghi come si fa carriera al Tg1”
Le nomine ai Tg, gli spostamenti nelle fasce orarie ambite, le conduzioni dei programmi: praticamente come si fa carriera in Rai. Uno dei grandi misteri italiani, su cui si rincorrono da sempre sospetti di amicizie influenti e raccomandazioni politiche, love story, parentadi e bustarelle, invidie e recriminazioni. Adesso sarà svelato in un documento in cui l’azienda dovrà spiegare pubblicamente secondo quali criteri sono avvenute alcune promozioni interne tra il 2013 e il 2016.
Non si tratta certo di uno slancio di trasparenza da parte della tv di Stato, condannata da un’ordinanza del Tar del Lazio dopo aver negato l’accesso agli atti a una sua dipendente. Tutto nasce dall’esposto di Cinzia Fiorato, conduttrice del Tg1, in Rai da oltre vent’anni: nel 2011 la giornalista aveva sporto denuncia per stalking e minacce contro un ignoto esterno (che sarebbe poi stato identificato), chiedendo di essere spostata in un turno diverso. Mario Orfeo, all’epoca a capo del Tg1, aveva ignorato la richiesta in due diverse riorganizzazioni, nel gennaio 2013 e poi di nuovo a settembre 2016 (proponendole addirittura di condurre sotto scorta). Da qui la richiesta di spiegazioni della Fiorato.
A spingerla ad andare in tribunale, la sensazione di essere stata “scavalcata da altri colleghi meno meritevoli”: “È sembrato – si legge nel ricorso – che il direttore non abbia tenuto assolutamente conto dei curricula”. Dopo i ripetuti silenzi da parte dell’azienda, l’avvocato Vincenzo Iacovino si è rivolto al Tar che le ha dato ragione: è vero che il direttore ha il potere di proporre assunzioni e mansioni, e che la Rai agisce in regime di concorrenza, ma è pur sempre un’azienda pubblica. Così entro il 15 settembre 2018 Viale Mazzini dovrà fornire una “puntuale relazione” sulle nomine contestate, spiegando “se vi è stata preliminare disposizione dei criteri di valutazione”, se questi “sono stati comunicati al comitato di redazione o in qualche modo pubblicati”, e se vi è stata “documentazione di tutta o parte delle attività”. “Il Tar chiede legittimamente conto di procedure previste dal contratto e dalla legge: questo caso è emblematico di un’azienda che fa ancora fatica a essere trasparente”, commenta Riccardo Laganà, neoconsigliere Rai eletto dai dipendenti.
L’ultima condizione posta dai giudici non è da trascurare: perché di tutto ciò potrebbe anche non esserci traccia. La Rai lo ha già ammesso candidamente nella sua memoria difensiva, in cui motivava il rifiuto di accesso agli atti per “inesistenza dei documenti richiesti”: “Queste informazioni non sono contenute da nessuna parte, non essendo prescritte procedure particolari”. Anche se così fosse, Viale Mazzini dovrà metterlo nero su bianco, scrivendo in un documento ufficiale che non ci sono stati né interpelli né verbali per le nomine interne. E allora sarà chiaro a tutti che in Rai non si fa carriera per merito, ma secondo altri e più discrezionali criteri che nessuno può conoscere. Sai che sorpresa.
Il consigliere che insulta e imbarazza il Colle
Al Quirinale certi suoi commenti, su Twitter e sul blog, non sono passati inosservati. Lo staff del presidente Sergio Mattarella li ha visionati e non ha gradito. Alcuni hanno provocato “notevole imbarazzo”. Non si usa ancora la parola “irritazione”, eufemismo utilizzato quando il capo dello Stato è furibondo ma, se i tweet continueranno, non si può escludere che ci si arrivi.
Il protagonista di questa storia è Giampaolo Rossi, da pochi giorni eletto dal Parlamento, con 166 voti, nel nuovo Cda della Rai, in quota FdI. Il problema sono certi suoi tweet recenti contro il capo dello Stato. Il neo consigliere, infatti, è un twittarolo scatenato, con diversi cinguettii al giorno. Il carico da undici ce lo mette poi con il blog, l’Anarca, spazio web dove Rossi dice la sua sui più svariati argomenti, pubblicato sulla versione on line de Il Giornale.
L’identikit che ne esce leggendo i suoi scritti è quello del classico uomo di destra, sovranista, cattolico ultra-tradizionalista, anti-globalizzazione, contro il multiculturalismo, vagamente xenofobo. Insomma, il sostenitore ideale di Lega e FdI. Tra i suoi idoli Trump, Orban, Putin e Netanyahu, ma molto lunga è la lista dei nemici. Pescando nel mucchio: Roberto Saviano, Papa Francesco, Barack Obama, Laura Boldrini, Roberto Fico, Emmanuel Macron, i radical chic, Michele Serra, Gad Lerner. E pure Sergio Mattarella.
Il clou si è raggiunto con le consultazioni, quando il capo dello Stato ha stoppato la corsa all’Economia di Paolo Savona. “Con Mattarella siamo arrivati a uno stadio di evoluzione successivo: Napolitano aveva abbattuto un governo legittimo, Mattarella ha impedito che nascesse”, ha scritto Rossi in un articolo sul blog intitolato “The Mattarella Horror Picture Show”. Nello stesso testo si legge: “Mattarella ha trasformato una Repubblica parlamentare in presidenziale, un atto che se non è un colpo di Stato è sicuramente una violazione spaventosa”.
Sul profilo Twitter la musica non cambia. “Un presidente della Repubblica fantasma che nei giorni in cui Macron vomitava insulti sull’Italia appare solo per difendere i migranti illegali”, twitta Rossi con l’hashtag #theQuirinaleghost, il 30 maggio. Qualche giorno prima, altro tweet. “In una vera democrazia parlamentare prima delle prerogative del Quirinale ci sono quelle del popolo sovrano. Mattarella vuole svuotare il ruolo del Parlamento”, scrive Rossi. L’11 maggio altra fiondata. “Ciò che Mattarella chiama con sprezzo denigratorio ‘sovranismo’ si legge ‘sovranità’. Il segno della differenza tra il presidente di una Repubblica e il satrapo di una periferica provincia imperiale”. Ex presidente di Rainet, Rossi già nel 2012 stava per entrare in Cda Rai, in quota FI, stoppato per un gioco di veti incrociati nonostante l’appoggio della sua (ex) compagna, la deputata (anch’essa ex Rai), Deborah Bergamini. Quando sarà completo con dg e presidente, il Cda Rai salirà al Colle per un incontro informale con Mattarella. E a quel punto l’imbarazzo sarà palpabile.
Fs, dopo Mazzoncini in corsa un altro indagato
Ha innescato un terremoto il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli (M5S) che mercoledì ha sfiduciato su Whatsapp l’ad e direttore delle Ferrovie, Renato Mazzoncini. L’epicentro del sisma è il palazzo Fs a Roma dove sono in corso le manovre per la successione, ma scosse forti si stanno propagando anche all’Anas di Gianni Armani, di recente inglobata dalle stesse Fs. E si arriva a Milano alla Regione Lombardia, guidata dal leghista Attilio Fontana, e alla sede di Trenord, le ferrovie lombarde gestite al 50% circa da Regione e Fs. Tra lunedì e martedì prossimi, le Fs di Mazzoncini avrebbero dovuto risolvere entrambe le faccende: per Trenord all’ordine del giorno il 30 c’era la chiusura della trattativa con l’uscita delle Fs dal capitale. Il giorno dopo era prevista l’approvazione del contestato bilancio Anas 2017. L’iniziativa di Toninelli riapre i giochi.
Nel governo è in corso una sfida a tre per la successione al vertice Fs: 5 Stelle e Lega che hanno idee diverse e poi c’è il ministro del Tesoro, Giovanni Tria, che in qualità di azionista unico dell’azienda dei treni vorrebbe dire la sua. Nella Lega, che si ritiene avvantaggiata nella corsa alla poltrona Fs, si sta imponendo il continuismo del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, che dopo aver provato a usare Tria per blindare Mazzoncini sta dirottando i suoi sforzi sul numero due dell’azienda, Maurizio Gentile, ad e direttore di Rfi, la rete ferroviaria. Per Giorgetti, Gentile ha molti meriti: è renziano, imposto 4 anni fa alla guida di Rfi dall’allora sottosegretario Luca Lotti. L’altro merito è che Gentile ha deciso per i prossimi anni investimenti per 14 miliardi di euro per i binari Lombardi. Il braccio di ferro nella Lega per le Fs si sta risolvendo con la sconfitta dell’ala pro Giuseppe Bonomi, all’inizio degli anni Duemila presidente di Alitalia e poi ad della Sea (aeroporti di Milano). Bonomi era stato individuato come perno di quella che era stata definita “un’operazione di sistema” basata sull’ingresso delle Ferrovie nella vicenda Alitalia. Sullo sfondo, come outsider, c’è Massimo Sarmi, 70enne boiardo della Prima e Seconda Repubblica (Telecom e Poste), che sarebbe ben visto da Giulia Bongiorno, ministro della Pa, leghista dell’ultim’ora. C’è però una controindicazione dal punto di vista del M5S: come rappresentante legale della società, Gentile è nel registro degli indagati per il disastro ferroviario di Pioltello (25 gennaio, tre morti e 50 feriti). Mentre è stata archiviata pochi giorni fa l’indagine a suo carico per il sottopasso ferroviario di Firenze. Inoltre, il suo nome appare (da non indagato) nell’inchiesta Consip che coinvolge Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo: in un’intercettazione con il direttore di un’azienda interessata a una commessa relativa ai freni di Frecciarossa, Carlo Russo (amico di Papà Renzi) rassicurava: “Io ho la tua cartellina. Ieri mattina ho fatto colazione con Maurizio Gentile e gliel’ho data, chiedendogli di intervenire su questa situazione”. Sembrerebbe un controsenso sceglierlo per le Fs dopo che Mazzoncini è stato giubilato proprio per i suoi guai con la giustizia ( a giudizio per una presunta corruzione). Secondo il Fatto i 5 Stelle per le Fs hanno valutato il nome di Gianfranco Battisti, presidente di Federturismo, da poco amministratore di Sistemi Urbani delle Fs e in precedenza responsabile della divisione passeggeri dell’Alta velocità.
Il licenziamento di Mazzoncini si riverbera anche sul futuro di Trenord, le ferrovie lombarde. Proprio quando Toninelli ha sganciato la sua bomba, Fs e Trenord stavano decidendo di andare ognuna per conto suo, ma secondo fonti della Lega ieri mattina c’è stato il dietrofront: il ministro dei Trasporti si è sentito per telefono con il governatore della Lombardia e insieme avrebbero deciso di tenere insieme Fs e Trenord sulla base di un nuovo patto basato sulla condivisione delle spese (1 miliardo di euro circa) per il rinnovo della flotta dei treni. Infine l’Anas: secondo le disposizioni di Mazzoncini l’azionista Fs avrebbe dovuto votare il 31 luglio il bilancio della controllata Anas su cui continua a pesare il macigno della mancata svalutazione del patrimonio di 2 miliardi di euro. Ora che il vecchio vertice Fs è stato giubilato, l’esito più probabile è che l’assemblea di bilancio Anas sia di nuovo rinviata.
Rai, Letta scende in campo M5S-Lega scontro su Salini
Riunioni convocate, sconvocate, inutili. Oggi è il giorno di nomine per la Rai con il Consiglio dei ministri fissato a mezzogiorno e l’assemblea degli azionisti nel pomeriggio, ma permangono i contrasti nel governo e l’estrema ipotesi di un rinvio. I Cinque Stelle hanno prenotato la scelta dell’amministratore delegato e il ballottaggio – gli ultimi aggiornamenti sono di ieri sera – è sempre fra Fabrizio Salini (favorito), ex direttore di La7 e ad e socio al cinque per cento di Standbyme di Simona Ercolani, e Marcello Ciannamea, dipendente da oltre vent’anni di Viale Mazzini, coordinatore dei palinsesti. Ancora in corsa, con speranze risibili (che possono crescere se continua il ballottaggio), resta Andrea Castellari di Viacom.
I leghisti imputano a Salini un conflitto di interessi e Matteo Salvini spinge per Ciannamea, che poi è un candidato degli alleati. È una mossa astuta del ministro dell’Interno: così rimuove i veti sul presidente che spetta al Carroccio. Per quel ruolo s’inabissa e riemerge Giovanna Bianchi Clerici, ex consigliere per due mandati, membro in scadenza dell’Autorità per la Privacy. I Cinque Stelle non accettano Bianchi Clerici, definita “soldatessa leghista” da Silvio Berlusconi, per la condanna per danno erariale – ricevuta dalla Corte dei Conti nel 2011 – per la nomina illegittima di Alfredo Meocci. Anche il ministro Giovanni Tria – l’azionista di controllo di Viale Mazzini a cui spetta proporre i vertici – si oppone a Bianchi Clerici. Il professato cambiamento, però, incontra l’eterno sensale Gianni Letta. Il mediatore di Berlusconi tratta per sfruttare i voti di Forza Italia in commissione di Vigilanza necessari per l’investitura ufficiale del presidente (deve ottenere i due terzi). I leghisti e i pentastellati litigano, e allora tocca a Letta, che si muove con la solita discrezione fra le macerie forziste: l’ex Cavaliere preferisce Fabrizio Del Noce, ex dirigente di Viale Mazzini (epuratore a Rai1 di Enzo Biagi) e deputato azzurro per una legislatura. Il legame fra Del Noce e la Lega è inesistente, se non viene considerato il rapporto di amicizia con Matteo Salvini tramite la compagna Elisa Isoardi.
In tempi di potere in evaporazione, Del Noce per l’ex Cavaliere somiglia a un regalo inatteso. Letta va in soccorso dei leghisti, non per il pupillo Fabrizio, ma per strappare un paio di poltrone, magari il direttore di un telegiornale o la guida dell’immensa struttura regionale. Il dossier Viale Mazzini vaga sui tavoli di governo da settimane e non viene risolto e archiviato proprio perché l’accordo tra i gialloverdi non riguarda soltanto i vertici, ma anche – e soprattutto – le direzioni giornalistiche e dei canali. Per i leghisti non è sufficiente l’indicazione del presidente in condominio con Berlusconi: pretendono il Tg1, il Tg2 o lo Sport. “Nient’altro che l’antica – e in pubblico vituperata – lottizzazione fra il governo con la collaborazione di un partito di minoranza”, dicono da Saxa Rubra, il centro produttivo del servizio pubblico. Viale Mazzini è ferma e s’attendono i nuovi, a Saxa – fra i sindacati – si assiste con stupore alle manovre degli alleati: “Dov’è il cambiamento?”. E poi ritorna Gianni Letta.