Il bonus Renzusconi

Il Corriere lancia un giusto allarme sulla mancanza di opposizione a un governo che, dopo due mesi, gode ancora di un consenso spropositato (due italiani su tre). Spropositato rispetto non tanto alla somma dei due partiti che lo sostengono, quanto agli esecutivi precedenti e soprattutto alle cose realmente fatte finora (pochine e non tutte esenti da critiche, anzi). È vero che, a un governo che rappresenti la maggioranza degli italiani, non eravamo più abituati: l’ultimo che esprimeva la volontà della maggior parte del popolo fu il terzo di B. (almeno all’inizio). Poi seguirono vari inciuci creati in laboratorio da B.&Pd, con la collaborazione di Napolitano fino al 2015, all’insaputa degli elettori, ma formalmente legittimi in virtù del premio costituzionalmente illegittimo del Porcellum, che trasformava le minoranze in maggioranze come la fata Smemorina tramutava le zucche in carrozze. Senza quell’obbrobrio di legge elettorale, sommato ai voltagabbana alfaniani e verdiniani, né Renzi né Gentiloni avrebbero avuto i numeri per governare. Ora la maggioranza di Conte corrisponde a quella dei votanti del 4 marzo. Anzi, stando ai sondaggi che danno la Lega a un passo dai 5Stelle sopra il 30%, la supera abbondantemente. Eppure c’è anche un terzo di italiani che non apprezza o detesta il governo Conte ed è rappresentato dal Pd e FI, con rispettivi satelliti. Cioè non è rappresentato.

Infatti l’opposizione, non esistendo il vuoto in politica, se la fanno spesso le due forze di maggioranza, in casa. Si dirà: quando governava B., il centrosinistra fingeva di opporsi, e lo stesso accadeva a parti invertite. Verissimo, tant’è che i “girotondi” nacquero non tanto per le vergogne di B., quanto per il consociativismo del centrosinistra. Ma almeno, nella Seconda Repubblica, era chiaro che se cadeva B., dall’altra parte c’era una coalizione (Ulivo, poi Unione, poi Pd&C.) pronta a prendere il suo posto. E viceversa. Stavolta no. Se un domani cascasse Conte, che accadrebbe? Il Pd naviga poco sopra il 15%, parla lingue sconosciute come gli indemoniati e si riunisce nelle librerie di Tor Bella Monaca nell’indifferenza generale. FI è un cadavere ambulante, irrimediabilmente avvitato alla salma politica del suo leader buonanima. Se si mettessero insieme, perderebbero altri voti. Se provassero ad allearsi gli uni col M5S e gli altri con la Lega, li infetterebbero. Per questo il governo Conte, con una maggioranza contraddittoria ai limiti dell’innaturale, potrebbe avere una lunga luna di miele e una lunga vita: per l’assoluta mancanza di alternative. Sì, l’incidente di percorso è sempre possibile.

E il prossimo redde rationem fra annunci e realtà (la manovra finanziaria di fine anno) lo rende persino probabile. Ma, se uno dei dioscuri rompe l’alleanza, poi con chi va? È una situazione inedita e pericolosa per la democrazia, che si regge su due gambe e non può camminare su una. Come dice Bersani, che meno conta e più diventa lucido, la strategia di chi spera nello schianto del governo per ritrovare gli elettori perduti è votata al fallimento: tale è il discredito di chi c’era prima che solo un azzeramento totale del passato e delle sue facce, nel Pd, nella sinistra e in FI, potrebbe invertire la rotta. Chi accusa i fan del governo di ripetere a ogni errore o scandalo giallo-verde “e allora il Pd?” o “e allora B.?” non si accorge che quelle domande sono nella testa della gente. E le può cancellare solo una generazione di leader che nulla abbiano a che fare con quel passato e possano rispondere: “Io non c’ero, ripartiamo da zero”. Anche gli aspiranti “nuovi”, tipo il borioso Calenda, sono già consumati: se Di Maio – il famigerato “ex bibitaro dello stadio San Paolo”, come lo deridevano i sinceri democratici dalle loro terrazze – riuscirà a spuntare un solo esubero in meno e un po’ di ambiente in più all’Ilva, il sor Carletto dovrà ritirarsi in buon ordine.

Il miglior pregio di Gastone Conte e degli altri fortunelli del suo governo è, in attesa che combinino qualcosa di importante, di non essere chi c’era prima. Anche se litigano, sbagliano, si ricredono, delirano, hanno in mano un gigantesco bonus “Renzusconi” da spendere per vivere di rendita altri mesi, forse anni. Se poi riusciranno pure a bloccare o anche solo a smussare alcune porcate fatte dai predecessori, che poi sarebbe il minimo sindacale, qualcuno griderà al miracolo: i vitalizi, la marchetta Mittal-Ilva, il Tav Torino-Lione, la fusione Fs-Anas, il bavaglio sulle intercettazioni, l’ultima legge svuotacarceri, su su fino alla mangiatoia Rai, alla legge Fornero e agli accordi di Dublino sui migranti. Tutta robaccia che nessuno rimpiangerà. Ieri, per dire, i ministri Trenta, Toninelli e Di Maio hanno stracciato il contratto che Alitalia fu costretta a firmare tre anni fa con Etihad per il leasing dell’aereo di Stato più costoso del mondo dopo l’Air Force One: l’Air Force Renzi, monumento allo spreco e al superego del rottamatore rottamato, 150 milioni (penali escluse) per una carcassa mai alzatasi in volo, se non – udite udite – per aviotrasportare Ivan Scalfarotto in missione a Cuba per conto di Matteo. Il quale ha risposto con un tweet che dice tutto dell’inevitabile nullità dell’opposizione: “Quando tornano su bufale come ‘l’aereo di Renzi’ significa che sono disperati: quell’aereo non era per me, ma per le missioni internazionali delle imprese (sic, ndr). Io non ci ho mai messo piede”. Così, se qualcuno ancora dubitava dell’inutilità dell’Air Force Renzi, ne ha avuto conferma dal non-utilizzatore finale. Che ci ha fatto spendere un capitale per un aereo mai usato. Un genio. Finché a contrastare il governo ci sarà gente così, Conte&C. – lo diciamo con sgomento – potranno permettersi di tutto: anche, volendo, rapinare le banche.

Il Chievo resta in A per un vizio di forma

Un vizio, a volte, può salvarti la vita. In questo caso, procedurale. Il Chievo giocherà la prossima stagione in Serie A, ha stabilito il Tribunale federale nazionale, per una “svista” della Procura.

In soldoni: il presidente del Chievo, Luca Campedelli (per il quale erano stati chiesti 3 anni di stop e 15 punti di penalizzazione per il club), aveva chiesto di essere ascoltato, ma il procuratore federale Giuseppe Pecoraro non l’ha mai chiamato prima del deferimento, arrivato il 25 giugno scorso.

Una torsione inaccettabile dei diritti della difesa – che quindi conta molto, mica solo nel calcio – secondo i giudici sportivi e che vanifica il tutto. Quindi: improcedibilità. Quindici lettere, che bastano a soffiar via le nubi nere di una paventata e quasi certa (vedremo poi perché) retrocessione.

Gli atti tornano alla Procura, che può far ricorso – così come presumibilmente farà il Crotone, arrivato a un centimetro da un miracoloso ripescaggio – oppure istruire un nuovo procedimento, con nuovi eventuali deferimenti, ma da concludersi entro 90 giorni dalla data del primo deferimento. A buoi già lontani e a tornei già iniziati. Nella migliore delle ipotesi, un macello.

Chievo e Cesena erano stati accusati di “doping amministrativo”, vale a dire accordi reiterati quanto scriteriati per realizzare plusvalenze a dir poco gonfiate, che permettevano di aggiustare bilanci e garantire l’iscrizione ai rispettivi campionati, altrimenti quasi impossibile. I primi a muoversi non erano stati gli 007 federali, ma Striscia la notizia, per dire.

Il trucco, in sostanza, stava nel dare valori di “mercato” fuori da ogni logica a calciatori simil-Ronaldo (sulla carta), ma – purtroppo – perfetti sconosciuti ai tifosi. Vale 1, ci mettiamo d’accordo per 30. Chi non ha mai esultato alle prodezze dei vari Haddou, Tomassini, Mahmuti, Bartoletti, Foletto, Andreoli, Eziefula, Sarini, Tosi, Rodriguez De Miguel, Zambelli, Grieco, Placidi, Garritano, Borgogna, Rigione, Zoppi, Asllani, Cantarelli, Drudi, Parol, Mansi, Galassi, Di Cecco, Fonte o Romano?

Uno “sbilancio” di una cinquantina di milioni, che Chievo e Cesena hanno cercato di spiegare dichiarando la legittimità di una valutazione basata “su elementi aleatori, frutto di ottimistiche prospettive future”. Che, nella migliore delle ipotesi, assomiglia all’acquisto di un biglietto del Superenalotto: se va, bene.

C’è un aspetto più sostanziale. L’impianto accusatorio ha più che retto. Oltre ai 13 imputati che hanno patteggiato, la pena è stata comminata pari pari alle richieste della Procura, al Cesena, l’altro club coinvolto: squalifiche per i dirigenti e 15 punti di penalizzazione da scontare in qualsiasi campionato si iscriva.

Già, perché, il Cesena intanto è fallito e sta cercando di ricominciare dalla serie D o dall’Eccellenza. In Romagna grandina sul bagnato.

La stagione più calda ama l’horror polanskiano

All’estate piace horror. Quello senza vie di salvezza, demoniaco duro e puro. Con l’uscita in sala dell’inquietante e “matriarcale” Hereditary viene spontaneo ripensare all’opera d’autore par excellance sulle sette sataniche nonché uno dei capolavori di Roman Polanski. Ed è bello farlo in occasione dei suoi 50 anni, portati splendidamente. A dirla tutta, Rosemary’s Baby usciva in Italia nel Natale del 1968, ma nel tempo è diventato visione cult anche per le gloriose nottate estive, quelle metropolitane come la New York dove è ambientato, o in villeggiatura, meglio se in una sinistra cornice boschiva.

Il debutto hollywoodiano del cineasta polacco targato Paramount era l’adattamento preciso dell’omonimo romanzo di Ira Levin, testo volutamente ambiguo benché politicamente schierato. Polanski lo trovò talmente perfetto che, adattandolo in sceneggiatura, volle la stessa scrittrice a disegnare gli interni del famigerato appartamento e ad accompagnarlo in diverse fasi dello sviluppo. E proprio l’ambiguità, a detta del grande regista, doveva essere la cifra distintiva di questo mistery dal sapore macabro e allucinato, sempre (trat)tenuto lontano dall’esibizione dell’oggetto orrorifico. Perché – manuale di drammaturgia docet – la vera paura si genera da un invisibile portatore di turbamento e irrequietezza. Dunque ecco la scelta di libertà interpretativa: di chi è veramente vittima la povera Rosemary? Se ancora esiste qualcuno che non abbia visto questo caposaldo del cinema di genere (ma non solo) può approfittare della lunga estate calda in corso. E chi non ne rimarrà turbato è meglio si faccia controllare “da uno bravo”: la pellicola è talmente potente da riuscire a tenere in tensione emotiva a ogni revisione, perfino chi la conosce a memoria.

Continua la maledizione di Disney. Anche Lovato finisce in overdose

Sembra fatto apposta: se sei stata una star Disney, potresti essere prossima al tracollo. Praticamente una maledizione, che nella giornata di ieri ha mietuto la sua ultima vittima: si tratta della cantante e attrice Demi Lovato.

Ritrovata prima incosciente in casa e successivamente ricoverata in ospedale per “sospetta overdose di eroina” – ora è fuori pericolo – è solo l’ultimo dei casi dell’“anatema Disney”. Demi non è nuova a questo tipo di “cadute”: in passato si era già disintossicata da droghe e alcool.

Nella storia dello showbiz disneyano, altri, dopo aver svestito i panni degli enfant prodige della celebre casa di animazione americana, sono inciampati in scelte di vita tormentate. Britney Spears, la cantante biondina tutto pepe, è la prima di questa stirpe: nel 2007 finì più volte in clinica di riabilitazione per abuso di farmaci e stupefacenti, perdendo anche la custodia dei figli. Poi Miley Cyrus, l’idolo delle teenager con una doppia vita in Hannah Montana, e Vanessa Hudgens, la protagonista della saga High School Musical.

Da Calcutta a Hirst, hanno tutti la febbre da paracetamolo

Facciamoci tutti di paracetamolo, il must-have dell’estate. È colpa anche del tormentone di Calcutta, che da maggio ci tormenta: “La tachipirina 500 se ne prendi due diventa 1000”. Apperò.

Ma se proprio dobbiamo, diamo i numeri fino in fondo, dato che ricorrono i 140 anni dalla nascita del farmaco più gettonato, se non consumato, al mondo: era il 1878 quando il chimico americano Harmon Northrop Morse sintetizzò il par(a)-acet(il)-am(inofen)olo, benché il suo utilizzo in medicina, come analgesico e antipiretico, risalga al 1893 per merito del doktor Joseph Von Mering.

La commercializzazione arrivò solo a metà del XX secolo: i cristalli di candida polverina debuttarono in farmacia nel 1949, ma non in Italia, dove il paracetamolo – col nome d’arte di Tachipirina – fu lanciato sul mercato solo nel 1958, esattamente 70 anni fa; altro anniversario. Grazie alla semplicità di sintesi, alla sua efficacia e tollerabilità, il farmaco da allora viene largamente utilizzato, anche in associazione ad altri, soprattutto per curare la febbre, le patologie legate al raffreddamento e nel trattamento del dolore acuto e cronico.

Sembra talco ma non è: sarà per questo che Calcutta “sente il cuore a mille” e addirittura un “canto di gabbiano dentro la mia mano”. Non sta bene, è chiaro: così si cala un po’ di Paracetamolo. La cura non è così peregrina: ci ha pensato anche un suo collega inglese – Declan McKenna –, che nel 2016 usciva con il brano Paracetamol, storia sempre d’amore struggente, vissuto da gente col “sorriso al paracetamolo”. Gente strana, ma non troppo.

Rammendare un cuore spezzato con un filo d’acqua e pastiglietta bianca potrebbe funzionare: la scienza ha infatti recentemente dimostrato la correlazione tra la sofferenza esistenziale e il dolore fisico, “persino quello che si prova quando ci si schiaccia un dito” (David DiSalvo, Il cervello in cucina; Bollati Boringhieri, 2015). Pare che entrambi i malesseri abbiano la stessa origine neurologica, considerato che alcuni ricercatori britannici sono riusciti a “curare l’angoscia grazie a un banalissimo farmaco per il mal di testa”. Oltre agli antidolorifici, gli scienziati hanno testato il più blando paracetamolo, e “anche questa volta sembra che l’analgesico abbia curato il disagio esistenziale e la sofferenza psichica”.

Del leggero effetto psicotropo del medicinale avrebbe molto da raccontare Carlo Verdone, laureato honoris causa in Medicina e autore di indimenticabili ipocondriaci sul maxischermo: ad esempio, nel suo ultimo film, Benedetta follia, il protagonista assume per sbaglio una pasticca di ecstasy scambiandola per paracetamolo, salvo poi collassare nel bagno della discoteca.

Altro cantore e cultore della farmacopea contemporanea è l’artista Damien Hirst: “Una volta pregavamo, oggi prendiamo medicine. L’aspirina e il paracetamolo sublimano l’eucaristia. Hanno una perfezione bianca che evoca il corpo di Cristo”. E così, a suon di scalpello, ha creato nel 2005 la sardonica scultura The Eucharist: una gigantesca, bianchissima e immacolata pastiglia in marmo.

Se la chimica è la religione del nostro tempo, dacci oggi il nostro paracetamolo quotidiano: come ogni anno d’estate, la Sif (Società Italiana di Farmacologia) sforna i consigli sui medicinali da mettere in valigia. Il primo, inutile dirlo, è proprio il paracetamolo, somministrabile pure ai bambini e utile un po’ per tutto, dai dolori alla febbre, dalle infiammazioni al mal di testa.

E per riprendersi da una sbronza, dopo una nottata pesantemente alcolica? Pillolina bianca, ovvio: basta un poco di zucchero e va giù. Ma chi ci guarirà, a questo punto, dalla febbre da paracetamolo?

E per un pugno di dollari Vania comprò Wenders

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a famiglia stessa è cinema. E sì, c’entrano anche quei fratelli. Si parte nel 1904, con nonno Ottorino e il fratello Gino che non si risolvono al destino già scritto di ricchi agricoltori nel Mantovano. Agli acri preferiscono i fotogrammi, alle colture la cultura: si appassionano all’incipiente settima arte, a tal punto da raggiungere quei fratelli Lumière nella Ville omonima. Da Parigi tornano con le pizze, le proiettano a Mantova: nella schiera di amici il padre di Gorni Kramer, futuro direttore d’orchestra, e un giovane fotografo che stampa le locandine e strappa i biglietti, Arnoldo Mondadori.

A Vania Protti Traxler, signora e signora di cinema, la passionaccia di Ottorino e Gino non arriva subito. Serve prima un matrimonio, con Teddy Reno: quando Ferruccio (Merk Ricordi) si fa vedere con Rita Pavone, mezz’Italia si straccia le vesti, non Vania che conserva intatti gli Chanel dell’epoca e taglia corto: “Tra noi era già finita da tre anni”. Serve, poi, un originario ambito d’interesse, la moda, una boutique a Riccione, infine, un secondo marito, Manfredi Traxler, occupato alla Rai e ugualmente insoddisfatto. Che barba che noia, e a spezzare il refrain mondainiano ci pensa papà: “Ma perché non vi date al cinema?”.

Il fidanzamento richiederebbe un anello, qui mancante: l’aveva chiesto coi rubini, ma all’ultimo la bionda e indomita Vania cambia idea. Pochi giorni prima, siamo nel 1977, in una sperduta saletta a Cannes i due vedono Il matrimonio di Maria Braun, per la regia di Rainer Werner Fassbinder: “Caro Manfredi, di quell’anello non m’importa più niente, tu mi regali questo Matrimonio”. Ebbe così inizio una grande avventura distributiva, sotto la lettera A: Academy, così – le dice il padre – “siete i primi in elenco”.

Cinque i premi Oscar portati in sala, da Mephisto (1982) a Il falsario (2008); sei i Leoni d’Oro di Venezia, da Ti ricordi di Dolly Bell?, regia di Emir Kusturica (1982), al capolavoro Faust di Aleksandr Sokurov (2011); tre le Palme d’Oro di Cannes, da Yol (1982) a Papà è in viaggio d’affari (1985), sempre di Kusturica. Non solo allori, bensì il precipitato di incontri che su carta mettono sentimenti, non detti e dolori celati. Per Paris, Texas di Wim Wenders, che vince sulla Croisette nel 1984, Vania ha un concorrente agguerrito, una proposta da perfezionare e il produttore Anatole Dauman da convincere: “Io voglio questo film”, gli dice, “e tu non sei francese”. È così, Anatole è polacco, ed è l’unico superstite di una famiglia sterminata ad Auschwitz: ebrea incontra ebreo, e con 500 dollari in più Paris, Texas è dell’Academy.

Ogni film una storia: c’è il vecchietto austriaco che vende Maria Braun, ma Fassbinder, malato, marca visita; ci sono a Parigi Eric Rohmer e la produttrice, “raffinatissimi”; c’è il cerebrale Peter Greenaway, che Vania non battezza stronzo, “ma inglese” sì; c’è John Landis, di cui distribuisce Ladri di cadaveri e conserva una polaroid di “coltissimo e delizioso”; c’è l’indiana entusiasta Mira Nair, e in listino l’esordio Salaam Bombay; c’è Robert Altman, “una forza della natura, poderoso e simpatico, soprattutto, un ottimo uomo d’affari. Sì, sono bravi questi americani”. Anche Weinstein, dice Traxler.

Il porco Harvey, “un grande professionista, molto burbero, ma uno che ci capiva”. Non vede vittime nello scandalo, né Weinstein che è “un approfittatore”, né “chi ci ha preso insieme l’ascensore per andare a vedere la collezione di vasi cinesi: se a una non va, non ci va”. Sopraggiunta al terzo capitolo della propria vita, per citare Jane Fonda, Traxler non ha nulla da perdere, qualcosa da vincere, molto da dire: “Sono entrata nella moda a 26 anni, ero – guardi le foto – una bellissima ragazza con un carattere forte, e la dignità di più: concedersi ha una contropartita, però non è l’unico modo per lavorare, scherziamo?”.

Manfredi muore nel 2000, Vania barcolla ma non molla. Otto anni più tardi affida agli schermi italiani l’opera prima di Tom Ford, A Single Man, con finale a sorpresa. Quando l’accoglie in velluto nero Armani, lo stilista ne è avvinto, e pure della cena apparecchiata per 80 persone: bianche le tovaglie, bianchi i fiori, bianco il pesce (“Mangia solo quello”), come da perentoria richiesta dell’assistente di Ford. All’ennesima intemperanza, Vania si costringe a metterla al suo posto: “Ho ricevuto i reali del Belgio a casa mia, non so se le basta”. Il meglio è da venire. “Ottimo, ma perché il pesce bianco?”, Vania esplicita il diktat della publicist, Tom le ricorda che è texano e capace di una fiorentina da tre chili, lei rimane sbalordita, lui commenta divertito: “Si devono pur guadagnare lo stipendio”.

Nel 2011 Traxler si vota a Madonna, anziché il cero accende il proiettore: W.E. dà alla sua Archibald – aveva sostituito Academy – “una botta bestiale: mi ha stroncato”. Lady Ciccone è molto professionale, freddina, “tac tac tac”, l’esordio alla regia un flop, Vania paga caro, e paga tutto. Con Mimma Gaspari Golino, una vecchia amica del collegio – “il più snob d’Europa” – Poggio Imperiale di Firenze, oggi progetta fiction, perché “i buffetti sulla guancia che date agli anziani come fossero bambini non fanno per me”.

Nel cassetto conserva un tovagliolo: “Manfredi e Vania, il prossimo film è vostro”. Era il 1988, a Cannes Pedro Almodovar portava Donne sull’orlo di una crisi di nervi: lei non riuscì a prenderlo, lui mantenne la promessa. E Vania Protti Traxler distribuì Legami.

 

 

Hong Kong apre l’ombrello della censura su Murakami

“Indecente”. Per giudicare il nuovo libro di Haruki Murakami, Killing Commendatore, la censura di Hong Kong non usa mezzi termini e non ricorre a parafrasi per addolcirne la forma, bollandolo come “un testo inadeguato e rivolto esclusivamente a un pubblico adulto”.

Accade così che Haruki Murakami, l’autore nipponico più celebrato e letto al mondo e candidato diverse volte al Nobel, cada in disgrazia in Cina e la sua ultima fatica venga rimossa dalla fiera del libro di Hong Kong. La sentenza è stata emanata la scorsa settimana dal tribunale degli Articoli Osceni di Hong Kong e Killing Commendatore viene messo all’indice. Ciò in parole povere significa che l’ultimo libro dell’autore di 1Q84, può essere venduto solo nelle librerie con la copertina oscurata da un palese avvertimento sul suo contenuto. Un libro vietato agli under 18 nel 2018. Stupore a parte è lecito chiedersi di cosa parli Killing Commendatore. Il suo editore inglese, Harvill Secker (il libro è in uscita per Vintage Publishing il 9 ottobre), lo ha definito al Guardian come “un tour de force epico di amore e solitudine, guerra e arte – oltre che un omaggio pieno di amore al Grande Gatsby – uno straordinario lavoro di immaginazione da uno dei nostri più grandi scrittori”. Insomma, siamo ben lontani dalla pornografia.

La Cina sfida Murakami, considerato una vera e propria star della letteratura tanto che in patria, lo scorso anno le librerie hanno aperto i battenti a mezzanotte per celebrare il nuovo libro, con lunghe file di clienti in attesa. E proprio dal Sol Levante raccogliamo il commento della scrittrice Laura Imai Messina, ricercatrice e docente universitaria a Tokyo (autrice del blog Giappone Mon Amour): “Al di là del valore letterario di Murakami, la sessualità in Giappone è decisamente più libera. Non vi è la cappa puritana e moralista di una religione monoteista come il cristianesimo. Qui la sensualità è parte del quotidiano, non solo dentro i manga e i porno shop sono frequentati alla luce del giorno in zone come Akihabara. E anche le riviste che mostrano giovani donne in abiti succinti in copertina, sono lette dai serissimi salaryman, su treni iper-affollati. Insomma, qui la sensualità non fa proprio scalpore”. Tornando in casa nostra, Nicola Lagioia – direttore de Il Salone Internazionale del Libro di Torino – commenta: “Conoscendo la prosa di Murakami, non siamo certo al cospetto di De Sade, Bukowski o Henry Miller. È paradossale che accada qualcosa del genere nel 2018 eppure alla Friends’ CentralSchool di Filadelfia è stato censurato Mark Twain per aver usato la parola nigger e Lolita desta scalpore. Il punto è che la letteratura ha un grado di complessità talmente elevato che quasi mai le scene di sesso o violenza sono gratuite. Ma prima di sentirci superiori rammentiamo quando in Italia fu Aldo Busi a finire sotto processo”.

Condivide e rilancia fra stupore e sconcerto, lo scrittore romano Paolo Di Paolo: “Francamente speravo si potesse archiviare la censura sui romanzi nel 2018. Censurare un’opera d’arte è pernicioso e ancor più ambiguo, poiché ciò che scandalizza è decisamente soggettivo. Addirittura, coprire la copertina dei libri di Murakami sfiora il ridicolo, ma decidere di bollare un autore con questa violenza ci ricorda che il censore è sempre all’erta e non possiamo mai abbassare la guardia”.

In conclusione, sperando di poter leggere presto Killing Commendatore, sorge un dubbio: nel 2014 i media giapponesi riportano che proprio Haruki Murakami mandò un messaggio di solidarietà ai leader della rivolta degli ombrelli che mise sottosopra Hong Kong. E se la censura emanata contro il suo libro fosse solo e soltanto una ripicca, uno squallido gioco di potere?

Da “First man” al western dei Coen. Baratta: “Facciamo la storia”

A domanda precisa, “con questa 75esima edizione Venezia conquista la supremazia nel panorama festivaliero mondiale?”, il direttore Alberto Barbera si schermisce: “Sì o no, non posso dirlo io”. In prima fila, i selezionatori annuiscono compatti. Il segreto del riguadagnato primato della Mostra sta tutto qui: celare la grandeur francese dietro l’understatement anglosassone, e più non dimandare.

Non sarebbe giusto, però, nel momento della vittoria patria non guardare ai vinti, non pensare a Thierry Fremaux, l’omologo di Barbera a Cannes. Il gps del cinema globale ha mollato la Croisette per il Lido, e per le indicazioni potete chiedere a Netflix, che mette in Mostra l’Orson Welles ultimato (The Other Side of the Wind), l’Alfonso Cuaron (Roma) agognato, i fratelli Coen che nessuno credeva ci fossero e altri tre titoli.

Barbera fa professione di sabaudo ritegno, viceversa, Paolo Baratta, il presidente della Biennale, sa bene di averla fatta e quindi parla di storia, di queste 75 edizioni fallaci, perché per sei anni la Mostra non fu fatta, su tre – il 1940, ’41 e ’42 – calò la damnatio memoriae, il ’46 non venne conteggiato e altri scherzi tra fascismo e pallottoliere.

Baratta accarezza la Realtà Virtuale ospitata – stavolta per tutta la durata del festival (29 agosto-8 settembre) – al Lazzaretto, e un’altra più intangibile: è una Venezia da vedere, e da farsi vedere, come forse mai accaduto. Da Lady Gaga (A Star Is Born, di e con Bradley Cooper, fuori concorso) in giù, le stelle sono a pelo d’acqua, e nelle geometrie variabili del Lido torna a risplendere quella architettonica, il mitico e mitologico Hotel Des Bains, nuovamente disponibile per almeno 1800 metri quadrati, compresa – e Baratta s’illumina – la sala Visconti, “intatta fin nelle boiserie”.

Non torna solo il Des Bains, “la nostra croce trasformata in azione coraggiosa”, torna quello che Venezia è stata all’apogeo del Des Bains: arte e glamour, lotta e governo, piedistallo e sfida. Un lustro non dimentico delle inzaccherate e degli sgambetti della politica, dei diktat poco urbani, dei premi estero su interno: Barbera loda “le mura erte dal presidente per difenderci dalle ingerenze del passato”, ma dopo l’anno prossimo – l’ultimo di Baratta – reggeranno ancora? Per ora, il britannico Guardian sentenzia “best programme ever”, e la ricetta della Laguna pare davvero quella giusta, più agevole e forse più facile, però buona per aggiornarsi al palato globale, seguendo l’evoluzione del conterraneo spritz: “Pubblico, generi, grandi autori, tanti abituali a Cannes e per la prima volta in Laguna, otto opere prime, di cui due in concorso”.

Per il Leone d’Oro incrocia i fotogrammi l’infinito mondo, a cominciare dal film d’apertura, First Man, ovvero l’allunato Neil Armstrong. Dopo La La Land, il regista Damien Chazelle (33 anni) si riaffida a Ryan Gosling, e al di là del valore intrinseco è scelta metaforica: oggi Venezia è Cape Canaveral, e l’award season hollywoodiana la Luna. Tra i 21 con un posto al sole troviamo Ethan e Joel Coen, per il western a episodi The Ballad of Buster Scruggs, starring James Franco, Liam Neeson, Tom Waits; il francese Jacques Audiard, che con cast (Joaquin Phoenix, John C. Reilly, Jake Gyllenhaal) & crew americane gira in Europa il western The Sister Brothers; Paul Greengrass con 22 July, quello della strage di Breivik a Utoya nel 2011; il ritorno di Florian Henckel von Donnersmarck (Le vite degli altri) con Opera senza autore; Yorgos Lanthimos con The Favourite, interpretato da Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz; lo storico Mike Leigh di Peterloo; l’upgrade antropo-tecnologico Doubles Vies di Olivier Assayas; Laszlo Nemes, che dopo gli allori del Figlio di Saul licenzia Sunset in costume; il miglior, dicunt, Tsukamoto Shinya di sempre, per il samurai pacifista Killing; il messicano fantafamiliare Carlos Reygadas, Nuestro tiempo; Julian Schanbel, che da artista a artista dipinge Van Gogh (Willem Dafoe) in At Eternity’s Gate.

E gli italiani? Tre nelle fauci: Suspiria di Luca Guadagnino, di cui Barbera spoilera Tilda Swinton una e trina; Capri-Revolution, l’incubatore di gioia e rivoluzione che fu l’isola ai primi del Novecento, firmato Mario Martone; il documentario di Roberto Minervini, tra Black Power e KKK, What You Gonna Do When the World’s on Fire?.

Tanta roba e troppa grazia, giacché Venezia 75 sarebbe da plaudire – non esageriamo – anche senza Concorso. Orizzonti lo apre Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, con uno “straordinario” (Barbera dixit) Alessandro Borghi in anima, corpo e tragedia di Stefano Cucchi, mentre Jasmine Trinca è la sorella Ilaria; sempre battenti bandiera tricolore, Un giorno all’improvviso di Ciro D’Emilio e La profezia dell’armadillo, di Emanuele Scaringi tratto da Zerocalcare. Succulento il Fuori concorso, dove l’Italia si presenta con i primi due episodi della stra-attesa serie L’amica geniale di Saverio Costanzo, Una storia senza nome di Roberto Andò, Les estivants di Valeria Bruni Tedeschi, e dove il coté documentario è da 10 e lode: Sergei Loznitsa con un Process(o) staliniano; Errol Morris che si confronta con l’ex compagno di scuola Steve Bannon, l’ideologo dell’alt-right, in American Dharma; il maestro Frederick Wiseman con Monrovia, Indiana e le ragioni della vittoria trumpiana. Per Barbera, un solo rimpianto: The Beach Bum di Harmony Korine, con un Matthew McConaughey da Oscar; per Baratta, un solo rammarico: “Appena il 21% di lungometraggi iscritti alla Mostra sono di donne. Il problema esiste, è un vuoto a cui noi stiamo cercando di rispondere con Biennale College”.

@fpontiggia1

Cosa so di Andrea Camilleri (che mi ha cambiato la vita)

Il mio primo incontro con Andrea Camilleri avvenne nel 1980 all’Accademia nazionale d’arte drammatica, dove insegnava regia e recitazione televisiva. In quell’anno vinsi il concorso e vi entrai come allievo, per rimanervi tre anni. In classe con me c’erano Maria Paiato, Massimo Popolizio, Danilo Nigrelli, Nicoletta Braschi e tanta, troppa gente che ha smesso.

Le lezioni di Andrea all’epoca erano soprattutto teoriche – l’Accademia attraversava un periodo di forte crisi e non aveva le risorse per affittare le apparecchiature necessarie per le lezioni pratiche – e si svolgevano più o meno così: lui entrava in classe, si cominciava a chiacchierare, qualcuno si alzava e proponeva di vedere insieme una certa scena che aveva preparato, la si recitava, la si discuteva… Oppure si parlava degli spettacoli che davano in quel momento a Roma – e che avevamo visto praticamente tutti – o di un film o di uno sceneggiato e Camilleri ci descriveva la metodologia di racconto che era stata usata.

Fu così che mi imbattei per la prima volta nell’incredibile capacità affabulatoria di questo individuo, che ci incantava nonostante la nostra non fosse proprio una classe di santarellini. Ci piaceva da morire far lezione con lui perché ci mostrava l’eccezionale in ciò che noi reputavamo solo quotidiano. Ci faceva vedere come ciò che davamo per scontato potesse invece essere straordinario a patto di saperlo vedere, guardare, apprezzare. Era capace per esempio di parlare per ore del suo vicino di cappuccino che quella mattina aveva “pucciato” il cornetto in una maniera particolare. “Voi – ci diceva – vi accorgete che tutto attorno c’è una vita brulicante di esseri umani, di insetti… e che tutto ciò può essere assolutamente straordinario?”. E ci raccontava che lui aveva imparato a coglierlo da ragazzino, quando si annoiava. Una cosa che, ahimé, ai ragazzi d’oggi non capita più. Ed è un peccato perché la noia ti spinge a cercare qualcosa per sconfiggerla. E quindi impari a osservare. E il modo in cui Camilleri cercava di farci osservare le cose mi ha trasmesso proprio questa curiosità per il mondo.

(…) Credo che una delle cose che piace di più dei suoi romanzi sia proprio questo modo assolutamente non convenzionale di leggere la realtà, questo gusto del paradosso, del trovare il particolare che altri non hanno visto, di riflettere con lo specchio che ha dentro di sé un lato mai scontato e mai convenzionale dell’oggetto che l’altro non riesce a vedere nella sua interezza.

(…) Trovavo inoltre fantastico che, nonostante allora fosse un personaggio ancora sconosciuto ai più, non facesse dipendere la propria autostima dal riconoscimento degli altri. Mi piace moltissimo questo modo di pensare: io valgo per quello che sono, al di là del riconoscimento che il mondo mi dà e se il mondo non me lo dà, non è detto che sia io a valere poco, può essere che sia il mondo a sbagliarsi. Non è insomma il successo a determinare la mia autostima.

Il mio incontro con il Camilleri scrittore risale invece a molti anni dopo. Girando in libreria vidi che questa piccola casa editrice siciliana – con una veste molto elegante e soprattutto con una carta piacevole al tatto – aveva pubblicato alcuni libri di Camilleri. Pensai: “Toh, Andrea ha cominciato a scrivere… che strano”. Ne comprai due: uno sul commissario Montalbano, uno dei primi, e un romanzo storico, Il birraio di Preston. Lo feci più che altro per una forma di cortesia e di amicizia, nella speranza che quell’acquisto potesse in qualche modo andare a ingrossare il numero delle copie vendute. Li lasciai da parte per qualche mese, poi li cominciai a leggere. Il birraio di Preston mi piacque tantissimo, ma soprattutto mi fulminò quello sul commissario Montalbano. Mi ricordo che dissi tra me e me: “Questo è un personaggio meraviglioso!”. Al punto che pensai anche di comprarne i diritti, ma all’epoca non avevo una lira e soprattutto non ero un attore famoso e quindi in grado di montare su di sé un’operazione del genere. Dovetti lasciar perdere. Ma perché mi piacque così tanto il commissario Montalbano? (…) Montalbano rappresenta certi valori che forse appartenevano più alla generazione dei nostri nonni, e per i quali non possiamo non provare una struggente nostalgia. Non voglio dire che ai loro tempi si vivesse meglio, si vive certamente meglio adesso, però in alcuni casi abbiamo buttato il bambino con l’acqua sporca. Abbiamo dato un colpo di spugna su certe cose senza pensarci troppo. E invece forse avremmo dovuto pensarci non due ma dieci volte. Di questi valori qui, che forse non esistono più, proviamo una nostalgia incredibile perché sappiamo che invece andavano preservati. Perché non vale la pena vendersi al primo venuto per un tozzo di pane, che può essere anche un posto in televisione ma sempre tozzo di pane è rispetto a quello che dovrebbe essere il pensare e l’agire di un essere umano.

Passarono un paio d’anni e venni a sapere che un piccolo produttore di Bologna aveva comprato i diritti e che di lì a poco ci sarebbero stati i provini per il ruolo di Montalbano. Al che dissi alla mia agente di allora, Carol Levi, la decana degli agenti italiani, che ricordo con grande affetto: “Anche se lo cercano alto, biondo e con gli occhi azzurri io voglio fare il provino”. Ero – stupidamente – sicuro che avrei avuto quel ruolo. E lo ero perché avevo un’idea precisa di come avrebbe dovuto essere il personaggio e pensavo che questo fosse sufficiente. Dopo sei mesi di provini in cui il drappello dei pretendenti si era sempre più andato assottigliando arrivò la telefonata della mia agente: “Vogliono te, ce l’hai fatta”.

A quel punto telefonai a Camilleri e gli spiegai che non lo avevo chiamato fino ad allora perché non volevo dargli l’idea che cercassi il suo aiuto. Lui mi rispose che sapeva tutto, che il produttore lo teneva informato, che era molto felice per me e che, anche se in tutta verità lui pensava per Montalbano a un altro tipo di attore, con un’altra fisionomia, era sicuro che avrei fatto un ottimo lavoro. (…) Dopo la prima settimana di riprese telefonai a Camilleri e gli dissi: “Andrea, mi sento bloccato”. E lui mi rispose: “Ti senti bloccato perché ci stai pensando, lasciati andare, lascia che l’attore che è in te, che ha lasciato sedimentare tutte le informazioni, agisca, emerga. Non mettere in mezzo il filtro mentale”. Questo consiglio, che potrebbe sembrare una stupidaggine ma non lo è per niente, suggeritomi da quello che era stato il mio docente di recitazione, mi sbloccò.

(Testo raccolto da Paolo Flores d’Arcais e curato da Ingrid Colanicchia)

Atene circondata dal fuoco assassino: 80 morti, 187 feriti

È salito a 80 morti e 187 feriti il numero delle vittime degli incendi scoppiati attorno ad Atene. Lo conferma il portavoce dei Vigili del fuoco, Stavroula Malliris, ribadendo che ci sono decine di dispersi. Oltre 200 le case distrutte; le squadre di soccorso dispiegate fra Rafina, Mati e Neos Voutzas hanno controllato 720 edifici, accertando che 211 sono inagibili.