Ma quale Macron, comandava Benalla

La battuta di Emmanuel Macron, recitata martedì sera davanti ai parlamentari della maggioranza (ma diretta alle agenzie di stampa), suona più o meno così: “Benalla non detiene i codici nucleari e è mai stato il mio amante”. Dopo giorni e giorni di silenzio seguiti all’imbarazzo per il bodyguard del presidente che, vestito da poliziotto, picchia in strada due manifestanti durante il corteo del 1° maggio, le prime frasi pronunciate da Macron non vanno a segno. Quel “sono solo io il responsabile, ne rispondo davanti al popolo” non chiude il caso, anzi lo rilancia. E mentre i giuristi transalpini si interrogano se, a livello giuridico, è ipotizzabile che una commissione d’inchiesta parlamentare possa convocare il presidente, gli inquirenti fanno perquisire l’ufficio di Benalla all’Eliseo. Le audizioni procedono e si scopre che l’equivalente dei 15 giorni di sospensione inflitti come unico provvedimento “interno” non risulta essere mai stato decurtato dallo stipendio. Ossia la busta paga di Benalla di maggio è stata identica a quella dei mesi precedenti: 6 mila euro. Lo ha ammesso ieri Patrick Strozda, capo di gabinetto di Macron, che poi si è affrettato a precisare che ora quei soldi saranno trattenuti dalla liquidazione che, dopo il licenziamento, il fedelissimo del presidente si appresta a ricevere. France Tv Info poi riporta l’elenco degli extra riservati a Benalla: una Renault Talisman “presidenziale”; un appartamento “di servizio” al Palais de l’Alma; un controverso porto d’armi mai autorizzato dal ministero dell’Interno ma dalla prefettura dopo esplicita richiesta dell’Eliseo; l’accesso a documenti confidenziali dello Stato; un badge di accesso all’Assemblea Nazionale.

Ma non è tutto. C’è un altro particolare che testimonia come la sospensione subita da Benalla non ne avesse affatto scalfito il potere. Giorno 17 luglio: gli eroi della Nazionale di calcio fanno ritorno dalla Russia per essere celebrati in patria. Parigi è in festa e c’è una marea umana in strada smaniosa di abbracciare Griezmann e compagni. Ebbene, secondo Le Canard Enchainé, il cerimoniere dell’evento è “Mr Sicurezza”. È proprio lui a ordinare un’andatura molto sostenuta all’autista del pullman dei Bleus che attraversa gli Champs-Elysées: solo 13 minuti di passerella. Il motivo? I tg delle 20 “devono” aprire con Macron che riceve la squadra all’Eliseo, se il bus si attarda in mezzo alla folla si rischia di non farcela con i tempi. Poi ci sono 300mila fan in attesa che il portiere (e capitano) Lloris esibisca la Coppa da un balcone dell’Hotel Crillon, in Place de la Concorde. Non se ne fa nulla perché Macron decide di trattenere con sé i calciatori. Ok, cambio di programma. Ma chi lo dice ai 300 mila di Place de la Concorde che non vedranno né il trofeo né i loro idoli? Ma Benalla, diamine. Sempre secondo il Canard, infatti, è proprio lui che dà disposizioni a un commissario di sgomberare la folla a colpi di manganello.

Sarà l’ultima geniale intuizione di “Mr Sicurezza”: il giorno successivo Le Monde pubblica il video che sancisce la fine della sua carriera e l’inizio dei guai per Macron.

Gerusalemme trema: il candidato sindaco è donna

Sotto le Mura ricostruite da Solimano il Magnifico si combatte un’aspra battaglia. Nella Città santa per le tre grandi religioni monoteiste è iniziata la campagna elettorale per eleggere il nuovo sindaco.

Nir Barkat, l’ex pilota di rally che da dieci anni siede sulla sedia del Primo cittadino, non corre per un terzo mandato, deciso a candidarsi per il Likud al prossimo voto per la Knesset. In corsa per una poltrona prestigiosa ma scottante, ci sono otto candidati e per la prima volta nella storia, uno di loro è una donna. Rachel Azaria (ex parlamentare di Kulanu) è di casa negli uffici di Safra Square, avendo ricoperto per anni l’incarico di vicesindaco, conosce bene la città e le diverse sensibilità dei suoi cittadini. Ma non si sarebbe mai aspettata di diventare il bersaglio delle varie comunità di ebrei ultra ortodossi.

I suoi manifesti per le strade vengono subito strappati, giudicati dagli Haredim – i timorati di dio – un insulto alla religione. Il ruolo della donna per i “timorati” è subalterno e si ferma ai confini della casa. Domenica scorsa, vandali ultra ortodossi hanno preso di mira i suoi cartelloni elettorali affissi alle fiancate degli autobus. Le immagini riprese da alcune delle migliaia di telecamere di sicurezza della Città Santa hanno mostrato una mezza dozzina di uomini Haredi mentre si avvicinavano a un autobus e strappavano il cartellone elettorale con il viso della Azaria – e il suo slogan che recita “Credeteci, possiamo vivere insieme” – sotto lo sguardo attonito di alcuni passanti. La campagna che avrebbe dovuto essere lanciata su 300 autobus nella capitale, è stata per il momento sospesa, ha spiegato ieri un portavoce della candidata.

“Il violento tentativo di danneggiare le elezioni non rappresenta Gerusalemme, i gerosolimitani né la comunità Haredi – ha commentato Azaria cercando di evitare un urto frontale con parte dell’elettorato – questo è un gruppo estremo e marginale, noi di Gerusalemme sappiamo come vivere insieme nel rispetto reciproco, anche se non è sempre facile. Non lasceremo che gli estremisti decidano per noi”.

Da decenni a Gerusalemme e in altre città si verificano episodi di manifesti con donne deturpate, ne ha fatto le spese anche la pubblicità. Cartelloni stradali con la bellissima modella Bar Refaeli, testimonial di occhiali e abiti sportivi, vengono regolarmente bruciati la notte. La compagnia di autobus Egged e la sua agenzia pubblicitaria in passato si sono rifiutate di mettere sui bus pubblicità con donne, tra cui la Azaria, per timore di atti di vandalismo. Gli ebrei ultra ortodossi vedono nelle foto di donne in luoghi pubblici o sui media un peccato capitale. La netta separazione dei sessi è un pilastro della visione della società.

In alcune aree del Paese dove sono la maggioranza, nei bus pubblici gli uomini salgono davanti e le donne dietro. Rachel Azaria, una elegante signora di 41 anni, con la sua candidatura si è unita a un campo già affollato. C’è il ministro degli affari di Gerusalemme Ze’ev Elkin, il vice sindaco Moshe Lion, Ofer Berkovich, giovane leader della fazione Hitorerut che gode del sostegno dell’elettorato laico e di alcuni dei residenti religiosi più liberali della città. C’è Kobi Kahlon, fratello del ministro delle Finanze Moshe Kahlon e il deputato della sinistra (Unione sionista) Nachman Shai. Il vicesindaco Yossi Deutsch della United Torah Judaism spera di intercettare – grazie al sostegno dei rabbini – il voto del 32% della popolazione della città che si identifica come Haredi. È il maggior gruppo religioso di pressione politica, considerando che i residenti arabi della città generalmente boicottano il voto comunale.

Stando a un sondaggio del giornale Makor Rishon i candidati principali sono Berkowitz ed Elkin, e per ora nessuno raggiunge il 40% necessario per una vittoria elettorale di primo turno. Nonostante la sfida con altri sette candidati uomini e le maledizioni degli Haredi, la Azaria non molla: “Sono una donna, gli interessi della mia città per me sono sempre al primo posto”.

Putin lo spia, Melania guarda la Cnn. Cohen l’ha tradito: povero Trump

È iniziato il prevedibile stillicidio di rivelazioni – imbarazzanti, per il presidente Donald Trump – sui contenuti delle 12 conversazioni registrate tra l’avvocato infedele Michael Cohen e il magnate (all’epoca dei colloqui, nel settembre 2016, Trump era candidato, ma non ancora presidente): “Paga in contanti”, si sente a un certo punto dire da Trump, nelle vesti del marito fedifrago che cerca di mettersi al riparo dalle rivelazioni della coniglietta di Playboy Karen McDougal, comprandone il silenzio.

La McDougall afferma d’avere avuto nel 2006 una relazione con il futuro presidente: lui era già sposato con Melania, in attesa del figlio Barron. Trump nega. Storia analoga narra la pornostar Stormy Daniels, Trump nega pure. È dura scoprire di avere il nemico in casa. Non solo l’avvocato, ma pure la moglie, ‘beccata’ sull’AirForceOne a guardare la Cnn invece della Fox, l’unica rete all news autorizzata sull’aereo presidenziale. Neppure di Putin Trump si fiderebbe più: secondo la Bloomberg, il pallone donato dal russo all’americano a Helsinki, il 16 luglio, sarebbe un sofisticato congegno spia. Roba da pesce d’aprile, se non fossimo a luglio.

Sul fronte Cohen, le reazioni di Donald l’impulsivo non si fanno attendere: “Quale razza di avvocato registra il suo cliente?”. I contenuti del colloquio, diffusi dalla Cnn, sono parte d’una dozzina di file audio registrati di nascosto da Cohen e sequestrati dall’Fbi perquisendo gli uffici e le abitazioni dell’avvocato. Si sente Cohen suggerire a Trump di acquistare i diritti sulla storia della modella, cui l’editore del tabloid National Enquire, un amico del magnate, proprietario di American Media, offrì 150 mila dollari per un’intervista, senza però mai pubblicarla. Sentito quest’audio, risulta più difficile a Trump sostenere, come ha sempre fatto, che non sapeva nulla del pagamento. La stampa americana mette l’accento, più che sugli aspetti privati, sulle violazioni delle norme di finanziamento delle campagne che starebbero per emergere.

Trump giudica una coltellata alle spalle pure il fatto che l’audio sia stato consegnato all’odiata Cnn, la ‘madre di tutte le fake news’, nel suo linguaggio, Ironia della sorte, a dare il nastro alla Cnn è stato il legale di Cohen, Lanny Davis, un sostenitore di vecchia data di Bill e Hillary Clinton: il che lascia intendere che la decisione di Cohen di collaborare con gli investigatori non sia solo un modo per alleggerire la sua posizione, ma anche una sorta di rivalsa nei confronti del presidente. Cohen era uno dei più stretti confidenti del magnate, che, però, lo trattava spesso male e minacciava di cacciarlo. Si racconta che una volta, alla Trump Tower, scherzando, Cohen disse: “Un proiettile me lo tengo per il presidente”.

Nell’attesa d’ulteriori stralci delle conversazioni, il New York Times racconta sulla scorta d’uno scambio di email fra elementi dello staff della Casa Bianca che sull’AirForceOne successe il finimondo, quando il presidente s’accorse che la moglie guardava il network ‘nemico’: se la prese con lo staff, ordinando che tutte le tv dell’aereo fossero sintonizzate solo sulla Fox. Il presidente intanto fa sapere: la visita negli Usa di Putin è rinviata al 2019.

Assad avanza, Caschi Bianchi in fuga: il film senza lieto fine

Le mani protese. Macerie, il viso di un bambino in lacrime con il volto biancastro e il suo salvatore che lo strappa ai calcinacci di un edificio bombardato. Della guerra in Siria, che il governo di Bashar al-Assad sta ormai vincendo con l’aiuto di Russia e Iran, resteranno anche le foto degli Caschi Bianchi, i White Helmets. Una buona parte di mondo si è commossa dinanzi agli sguardi atterriti dei bimbi in braccio ai loro salvatori. Per una parte dei siriani e l’Occidente, quei volontari che hanno messo in gioco le loro vite per salvare le vittime della guerra civile, sono eroi. Il documentario The White Helmets l’anno scorso ha vinto l’Oscar, e l’organizzazione è stata proposta per il Nobel per la Pace.

Non la pensa così Damasco, tantomeno Mosca; per loro, i White Helmets sono fiancheggiatori degli estremisti islamici (in particolare al-Nusra, ramo siriano di al Qaeda poi spaccatosi in diverse fazioni) gli stessi che un ruolo da protagonisti si sono ritagliati nel conflitto per buttare giù Assad, e ancora seminano la morte: ieri l’Isis ha attaccato la città di Sweida e i villaggi vicini con kamikaze che si sono fatti esplodere al mercato, e prendendo ostaggi. Almeno 150 i morti – fra cui decine di jihadisti – e 210 feriti, a riprova che gli estremisti islamici sono ancora letali. Ma i lealisti comunque avanzano e prendono le città – molti gruppi armati ‘ribelli’si sono asserragliati a Idlib, dove si svolgerà la “madre di tutte le battaglie” – e i Caschi Bianchi ora fuggono.

Una scelta che ha una duplice interpretazione. Chi li ha sempre visti con sospetto argomenta: se l’organizzazione di volontari era nata al solo scopo di difendere la popolazione, perché abbandonare la Siria ora che la vittoria di Assad è vicina? Risposta dei sostenitori e degli stessi Caschi Bianchi: se restiamo, la pagheremo cara.

Bloccati a Daraa – fra le ultime roccaforti dei jihadisti – erano circa 800 coloro che si sono diretti al confine: 422 persone (98 operatori e le loro famiglie) sono arrivate in Giordania, degli altri non si hanno notizie. In un comunicato l’organizzazione scrive: “Come siriani che amano il loro paese, i nostri cuori sono spezzati perché siamo stati costretti a lasciarlo, ma era l’unica opzione per i nostri volontari intrappolati che stavano affrontando il pericolo della detenzione o della morte per mano del regime siriano e dei suoi alleati russi”.

I Caschi Bianchi sul loro sito annunciavano di voler salvare la vita di tutti ma per Damasco non era così; i White Helmets una parte l’avevano scelta: era quella di chi ha dato battaglia ad Aleppo all’esercito di Assad, un teatro di guerra e distruzione che l’Occidente ha imparato a conoscere anche attraverso le foto e i video di quegli operatori che a testa bassa si buttavano fra le macerie subito dopo i bombardamenti. I White Helmets sono stati attivi soprattutto in quelle zone che erano diventate basi operative degli estremisti islamici opposti al governo, e per i lealisti non è un caso.

La partenza dalla Siria dei Caschi Bianchi è stata facilitata da Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Germania, con la collaborazione fattiva di Israele. Una mobilitazione che non stupisce coloro che hanno indicato proprio in specialisti occidentali l’idea di organizzare una difesa civile per gli oppositori del regime sotto assedio: la giornalista Vanessa Beeley che ha realizzato reportage sulla Difesa civile siriana – l’altro nome dei Caschi Bianchi – ha sostenuto che il vero fondatore dei White Helmets è stato James Le Mesurier, capo dell’associazione non profit Mayday Rescue, laureato alla Elite Royal Military Academy della Gran Bretagna, a Sandhurst, ora specializzato in attività Usar (Urban Search & Rescue), con esperienza in vari teatri di guerra (Kosovo, Iraq) dove sono stati schierati eserciti occidentali.

La storia dei Caschi Bianchi, che in questi anni hanno perso 251 compagni, è controversa come la guerra in Siria e non è chiaro che fine faranno ora che in patria non c’è posto per loro: gli Stati Uniti hanno finanziato il progetto, ma per i siriani i confini sono chiusi; il Canada è più flessibile e potrebbe accoglierli, il ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas, ha affermato: “L’umanità impone che molti di questi coraggiosi soccorritori ora trovino protezione e rifugio anche in Germania”. Una gara di solidarietà che agli occhi di Mosca e Damasco è una conferma: i Caschi Bianchi erano una creatura dell’Occidente che voleva rovesciare il governo, a costo di armare gli estremisti islamici, e ora fuggono perché hanno perso la partita.

Sindone. La disputa sulle macchie

Un falso d’artista o un autentico sudario? La disputa scientifica sulla Sindone di Torino – che secondo la tradizione cristiana avrebbe avvolto il corpo di Gesù dopo la morte – dura da decenni. L’ultimo capitolo lo hanno scritto gli italiani Matteo Borrini e Luigi Garlaschelli: in base a esperimenti realizzati secondo le tecniche dell’antropologia forense, le tracce di sangue non sarebbero compatibili con la posizione del corpo, né sulla croce, né disteso nel sepolcro. Non è la prima volta che si dibatte sulle tracce ematiche. Ne abbiamo parlato con Garlaschelli e con il professor Baima Bollone, medico legale sostenitore dell’autenticità della Sindone.

 

Intervista 1 “Tracce ematiche certamente irreali. Il telo è un dipinto”

Professor Garlaschelli, avete dissacrato la reliquia più famosa del mondo?

Non sono uno smontamiracoli. Non è colpa mia se in Italia vanno così forte. La Sindone è un oggetto misterioso per antonomasia. Io sono uno scienziato curioso. Non sono un credente. Ma Borrini lo è. Anzi, ha insegnato in Vaticano.

Cosa?

Un corso per esorcisti.

Curioso…

Curioso che nessuno si sia domandato perché sul lenzuolo della Sindone ci siano quei rivoletti di sangue così belli, didascalici. Si vede a occhio che non sono realistici. È un’opera pittorica.

Dicono che le vostre conclusioni siano frutto di un pregiudizio antireligioso.

Fu il cardinale Ballestrero a dire, a proposito degli studi sulla Sindone, che le ragioni della scienza spesso non coincidono con quelle del cuore. La Chiesa ufficialmente non prende posizione. Poi, nei fatti, dà spazio sostanzialmente ai sindonologi…

Che vi vedono come fumo negli occhi…

Abbiamo utilizzato tecniche e protocolli recenti di indagini forensi: per simulare la crocifissione con croci di forme e tipi di legno diversi, analizzando svariate posizioni del corpo, compreso quelle delle braccia. Ci siamo comportati come se avessimo dovuto ricostruire una scena del crimine. Per capire come potevano formarsi le macchie di sangue su polsi, avambracci; o quelle sul costato; ai piedi… insomma, le macchie che si vedono sulla figura della Sindone.

I sindonologi affermano che il vostro lavoro non è serio a livello scientifico.

Sapevamo che avremmo suscitato un vespaio: sollevato soprattutto da un piccolo gruppo di sindonologi fanatici che attribuiscono alla Sindone un’origine che ha più a che fare con la fede che con la scienza, contro ogni evidenza. Il nostro è stato un lavoro scrupoloso, il mio collega è un antropologo famoso e molto apprezzato.

Altra obiezione: studi di questo tipo erano stati già tentati.

In parte. Nessuno, però, ha fatto prove sperimentali.

Vi accusano di non aver tenuto conto che il sangue di un uomo flagellato, ferito, colpito e poi crocifisso scorre a velocità e piglia direzioni diverse da quelle provocate nei vostri esperimenti, con un manichino e in posizione inerte.

Il sangue che cola non è coagulato e se coagulato non colerebbe: che sia più o meno vischioso, non cambierebbe direzione. L’andamento delle macchie dimostra che le tracce non sono coerenti, fa supporre che siano state lasciate in momenti diversi. Se qualcuno riuscisse a spiegarlo… Le faccio un esempio. La famosa ferita sul costato, provocata da una lancia: ebbene, il sangue cola in lunghi e separati rivoli, va a finire sotto la scapola e lì si accumula. Non arrivava alla regione dei reni, per formare la cosiddetta ‘cintura’. Sia che il corpo fosse sdraiato nel sepolcro, sia sulla croce, le macchie sui polsi e sulla regione lombare non avevano una spiegazione logica.

Morte e resurrezione: le avete immaginate come sono state raccontate nei Vangeli?

Abbiamo seguito la narrazione tradizionale, supponendo tutta una serie di eventi e quel che avrebbero comportato, non analizzando la sostanza che ha formato le macchie di sangue, ma verificando come potrebbero essersi formate nella figura della Sindone. La scienza procede per ipotesi.

Che idea vi siete fatti della doppia immagine impressa in negativo sul tessuto di lino della Sindone?

L’immagine pare una sorta di proiezione ortogonale, troppo bella per essere vera. Mi spiego: provando a riprodurla su un lenzuolo delle dimensioni identiche a quelle della Sindone, ne esce fuori un’immagine deformata. Quella che vediamo è piuttosto una rappresentazione.

 

Intervista 2 “Ma un manichino  non sanguina come  un uomo torturato”

Professor Baima Bollone, secondo gli esperimenti di Borrini e Garlaschelli molte macchie di sangue della Sindone risulterebbero irrealistiche.

Le loro conclusioni si basano su un metodo di tecnica di medicina forense – il BPA – che ha dato luogo a diversi errori giudiziari e che è stato sconfessato dall’Accademia Statunitense delle Scienze.

Però la relazione sulla simulazione della crocifissione, per verificare come potrebbero essersi formate le macchie di sangue sulla figura della Sindone, è stata pubblicata dal Journal of Forensic Sciences, una rivista prestigiosa del settore…

Infatti è una delle riviste fondamentali.

Se il metodo utilizzato, come dice lei, non è affidabile, non dovrebbe avere rigore scientifico e non avrebbe dovuto apparire su una rivista così…

Premetto che si tratta di due studiosi stimabilissimi e che non sono polemico: io faccio il mio mestiere, in questo mondo c’è spazio per chiunque. Sulla Sindone c’è una sterminata letteratura scientifica e non. C’è di tutto. Studi con pregiudizi e studi senza. Nel caso specifico, il loro lavoro mi è sembrato un po’ a tesi.

In che senso?

Per esempio, l’illustrazione della Sindone che hanno utilizzato per l’esperimento è del 1931: da allora la tecnica fotografica ha fatto passi da gigante. Fossero venuti da me, gli avrei fornito immagini più recenti e dettagliate.

Hanno detto di aver utilizzato fotografie in scala reale, in altissima risoluzione.

Bastava che contattassero e avrebbero evitato alcune ingenuità.

Quali?

Intanto, hanno usato un metodo obsoleto; poi non hanno tenuto conto nella simulazione che il sangue dell’uomo crocifisso era sottoposto a stress, quindi, soggetto a fuoruscite ben diverse da quelle di un uomo in condizioni normali. Un’altra grossa sciocchezza riguarda la posizione, immaginare cioè una persona che stesse assolutamente immobile, quando invece, prima di morire, aveva riportato lesioni, traumi, ferite in differenti parti del corpo. Certamente, nell’atto dell’esecuzione, lo choc ipovolemico è tale da comportare flussi di sangue diversi, così come è diversa la viscosità.

Borrini e Garlaschelli hanno individuato delle incongruenze, a proposito di alcune macchie come quella che forma una cintura nella regione lombare. Dicono che somiglia a un segno fatto con un pennello o un dito. Che sia cioè un falso.

Non si può pensare al crocifisso simmetrico come siamo abituati a vederlo. Nel caso dell’uomo della Sindone, il gomito del braccio destro è piegato ad angolo acuto, mentre l’altro è disteso a 45 gradi. Ecco perché apparentemente molte macchie ematiche non trovano giustificazione….

Borrini e Garlaschelli sottolineano che le loro conclusioni sono in linea con le analisi già esistenti, come la datazione al radiocarbonio misurata nel 1988: la Sindone sarebbe un prodotto artistico medievale, risalirebbe tra il 1260 e il 1320…

A quella datazione col carbonio C14 non crede più nessuno. L’esame potrebbe essere stato falsato dalle vicissitudini della Sindone.

Eppure coincide con la prima apparizione pubblica (in Francia), avvenuta nel 1353, un bel mistero…

Si è parlato persino di Templari, tornati dalle crociate con il lenzuolo sacro. Esistono, in effetti, numerosi indizi che vanno molto più indietro nel tempo. L’imperatore bizantino Giustiniano II, per esempio, nel 692 fa coniare alcune monete d’oro e d’argento su cui rappresenta un volto di Gesù che è assai simile a quello della Sindone, persino con le sue macchie di sangue. Nel Codice Pray, una preziosa collezione di manoscritti medievali che si trovano alla Biblioteca Nazionale Széchényi di Budapest e che risalgono al 1192, c’è un disegno che evoca il tessuto della Sindone.

Ostia, brucia il ristorante confiscato ai Fasciani

È divampato nel ristorante “Al contadino non far sapere”, confiscato al clan Fasciani dal Tribunale di Roma e affidato in amministrazione giudiziaria a una società, il rogo della scorsa notte a Ostia. Sulla vicenda indagano i carabinieri del nucleo investigativo del Gruppo di Ostia e della compagnia di Ostia. Ancora da accertare le cause dell’incendio divampato all’interno del locale, forse nella cucina. Non si esclude nessuna ipotesi, compresa quello dell’incendio doloso, anche se non sarebbero stati trovati elementi direttamente riconducibili a un incendio doloso. Secondo una prima ricostruzione, intorno alle 2 di notte di due giorni fa, sono intervenuti i Vigili del fuoco, riuscendo a spegnere un primo incendio. Poco dopo i pompieri sono intervenuti di nuovo spegnendo un secondo incendio.

A giugno scorso, il ristorante è passato dal sequestro alla confisca – come altri beni del clan Fasciani – e ora viene gestito da due amministratori giudiziari del Tribunale di Roma.

Le indagini sono in corso.

Si è pentito Nicola Schiavone, il figlio del boss “Sandokan”

L’utilitàdella sua collaborazione è tutta da verificare: Nicola Schiavone era in carcere da otto anni, sottoposto a un rigido 41bis. Ma il pentimento del figlio di ‘Sandokan’ Francesco Schiavone, il primo figlio del feroce ed irriducibile boss del clan dei Casalesi, ha un grande valore simbolico. Ed intorno a questa scelta la procura di Napoli guidata da Gianni Melillo sparge un cauto ottimismo: si apre una crepa in famiglia.

Nicola Schiavone sta parlando coi pubblici ministeri anticamorra Graziella Arlomede, Vincenzo Ranieri e Fabrizio Vanorio da un paio di settimane. Risale a inizio luglio la lettera alla Dda per manifestare la sua volontà di collaborare con la giustizia. I suoi parenti più stretti sono stati già trasferiti in località protette ed è così che è trapelata la notizia, confermata ieri in procura.

Il quarantenne sta scontando gli ergastoli inflitti per essere stato il mandante di cinque omicidi: il triplice assassinio di Francesco Buonanno, Modestino Minutolo e Giovan Battista Papa, tre affiliati al clan uccisi per uno ‘sgarrò a Villa di Briano, e il duplice omicidio Salzillo-Prisco, avvenuto nel marzo 2009 a Cancello e Arnone; quest’ultimo episodio fece scalpore perché una delle vittime, Antonio Salzillo, era nipote del fondatore del clan dei Casalesi Antonio Bardellino, ucciso in Brasile nel 1988.

Nicola Schiavone fu arrestato all’all’alba del 15 giugno 2010 dagli agenti della Squadra Mobile di Caserta guidata da Alessandro Tocco. Era rintanato in un villino-bunker a Casal di Principe. Fino a quel momento Schiavone jr è stato a capo del clan ‘ereditato’ dal padre, arrestato nel 1998. Ne avrebbe proseguito la gestione degli affari, conservandone i rapporti con politici e colletti bianchi. Vicende sulle quali potrebbe raccontare qualcosa di inedito. La legge dice che ha sei mesi di tempo per farlo.

Valle dei Templi: ai dipendenti del museo vietati più di 50 km in auto, ma l’area è immensa

È al centro del Parco archeologico più esteso al mondo ma non ne fa parte, pur raccontandone la sua storia. È il museo “Pietro Griffo” di Agrigento, un luogo che vive all’ombra della Valle dei templi, ma dell’exploit del parco raccoglie ben poco. Nel 2016, il museo nato 50 anni fa, prima struttura a se stante, è stato inglobato nel polo regionale di Agrigento per i siti culturali, un fatto che ha sancito il definitivo distacco dalla Valle dei templi, struttura in grado di reinvestire autonomamente parte dei ricavi dei biglietti. Il Museo “Pietro Griffo” di tutti i biglietti venduti non ha alcuna capacità economica, e per ogni movimento di denaro, dalla lampadina da riparare alla stampante degli uffici, deve fare prima una perizia, poi la richiesta agli uffici regionali, che tra lunghi passaggi burocratici, finanzia il dovuto. Se ci sono fondi. Tutto ciò mentre la Valle dei templi chiude i bilanci in positivo e rimedia immediatamente ai problemi, mentre il museo, pur ospitando gli oggetti ritrovati alla Valle e reperti dell’antica Akragas, rimane ferma al palo perché non fa parte del Parco pur essendo al suo interno.

Come se non bastasse con l’inglobamento nel polo regionale per i siti culturali, al museo fanno capo anche gli altri siti archeologici della provincia, da Sciacca a Eraclea Minoa: per ogni problema che accade in uno di questi siti, i dipendenti da Agrigento devono effettuare le perizie, e per farlo hanno un’unica macchina di servizio, che non può però superare i 50 km. Ciò porta i dipendenti a trovare soluzioni alternative in quanto alcuni siti si trovano anche a 100 km da Agrigento (Sambuca di Sicilia). Questo paradosso è l’emblema del museo e del suo polo: una macchina che parte ma non riesce ad arrivare lontano.

Parroco seminudo in auto con una bambina di 10 anni: “Era lei a prendere l’iniziativa”

Operava nella parrocchia di Sommaia, a soli due chilometri da quella di Don Lorenzo Milani a Calenzano (Firenze), e lunedì sera lo hanno trovato seminudo nell’abitacolo della sua macchina in compagnia di una bambina di 10 anni, anche lei con la maglietta e i pantaloni abbassati. Don Paolo Glaentzer, sacerdote di settant’anni di origini altoatesine che sarebbe andato in pensione a settembre, adesso è agli arresti domiciliari e dovrà rispondere della pesantissima accusa di violenza aggravata su minore. Lunedì sera intorno alle 22 il prete è stato notato da due passanti in un parcheggio isolato dietro un supermercato di Calenzano e sono stati proprio loro a dare l’allarme facendo scappare la bambina salita da poco in macchina e bloccando l’uomo che è scoppiato a piangere. A quel punto solo l’intervento dei carabinieri di Signa ha evitato il linciaggio del parroco, molto conosciuto nel piccolo comune in Provincia di Firenze dove 70 anni fa fu mandato don Lorenzo Milani prima dell’esilio a Barbiana per le sue idee rivoluzionarie rispetto alla versione ufficiale della chiesa e per essere diventata la guida della comunità di Calenzano.

Dopo l’arresto, lunedì sera i pm della Procura di Prato guidata da Giuseppe Nicolosi hanno interrogato Don Glaentzer che ha confermato tutto e confessato che “non sarebbe stata la prima volta”: gli episodi sarebbero sempre accaduti nel tragitto tra la parrocchia di Sommaia e la casa della bambina, a cui il prete aveva dato “assistenza” viste le condizioni disagiate della famiglia. A domanda specifica della pm Laura Canovai, il parroco di Sommaia inoltre ha detto che intendeva il suo rapporto con la bambina come “una relazione affettiva” e che “era sempre stata lei a prendere l’iniziativa”. Adesso i carabinieri vogliono capire se altri ragazzini sono finiti nella rete del prete.

A spada tratta per Dio, patria e famiglia: in piazza una sfilata con Mora e Corona

Va bene i valori tradizionali, della famiglia, della cristianità. Ma a Todi – sindaco di Forza Italia e maggioranza a destrissima, c’è pure Casa Pound – vanno oltre. Il 25 aprile l’amministrazione aveva negato piazza e patrocinio alle manifestazioni “tradizionali” dell’Anpi, per festeggiare la Liberazione dal fascismo, manifestazioni, a detta della giunta “di parte”. Si alzò un polverone gigantesco, accuse forti di “oltraggio alla Costituzione” e “sfregio alla memoria”. Secondo il sindaco, Antonino Ruggiano, “il 25 aprile è una festa per tutti gli italiani e quindi ritengo giusto che la faccia il Comune. Non mi pare logico che sia l’Anpi a farla e ad invitare il Comune a partecipare.” Che il Comune non abbia organizzato alcuna manifestazione, è un altro discorso. Di sicuro ha influito il fatto che, in quella giornata, si raccogliessero firme per “Mai più fascismi”, mentre il primo cittadino si era detto contrario solo al “Ventennio”. Mah.

Poi fu la volta della bibliotecaria Fabiola Bernardini invitata dall’assessore alla Famiglia a redigere un elenco di libri “sospetti” di orientare i bambini all’ottica di genere. Praticamente tutti, comprese alcune favole di Andersen. Le fu poi fatale l’essere stata vista leggere un libro insieme a un bambino durante una manifestazione delle Famiglie Arcobaleno. Trasferita all’ufficio urbanistica.

L’importanza della piazza, insomma. In Nuovo cinema paradiso era il pazzo del paese a gridare: “La piazza è mia, la piazza è mia”. In un piccolo centro come Todi, la piazza è il palcoscenico di tutti. Chi ce l’ha, governa e dà una linea. Quindi sabato 28 luglio i tuderti vedranno sfilare modelle in costume, stile quarti di bue davanti a una platea di assatanati sbavanti. Tecnicamente, è la seconda edizione del concorso “Miss per Todi”, ovviamente con il patrocinio del comune. Gratuito e senza premi in denaro, le vincitrici potranno “fregiarsi dei titoli onorifici di bellezza per 12 mesi” (poi imbruttiscono, ndr). Aperto solo a italiane o extracomunitarie con permesso di soggiorno regolare, tra i requisiti richiesti: “essere di sesso femminile fin dalla nascita” (sa com’è, di questi tempi, ndr) ed essere “di condotta incensurabile”. E fin qui, già basterebbe.

Ma c’è dell’altro. Cartelloni giganteschi lungo le strade annunciano le due guest star della serata: Lele Mora (foto a metà viso, con barba bianca) presidente onorario della giuria (“manager degli artisti più famosi d’Italia”) e Fabrizio Corona, ritratto in chiaroscuro e seminudo, una quantità di tatuaggi con pistola stilizzata in bella evidenza. Sarà uno dei giurati, con qualifica esauriente: “Re dei paparazzi”. Forse, ma gli organizzatori pregano di insistere sul “forse”, si appaleserà perfino Federica Lepanto (e qui i potrebbe insidiarsi il tranello ideologico: la battaglia del 1571 della Lega Santa contro la flotta maomettana turca, la difesa della cristianità, ma è solo la vincitrice del Grande Fratello 14).

E poi ancora attori, visagisti, prestigiatori, per una serata che si annuncia notevole. “Sold out”, è scritto nella pagina facebook dell’evento. Tra i giurati, c’è perfino tal Cristian Galella, con un sottopancia da urlo: “Personaggio televisivo”. E così siamo tutti.

Venghino, siore e siori…