Dal Piemonte alla Calabria, ancora morti sul lavoro. Nella sola giornata di ieri, altri quattro operai hanno perso la vita. A Cuneo, un uomo di 60 anni è morto travolto dal crollo di un mucchio di terra mentre controllava uno scavo appena eseguito nel centro di Busca. Sull’esatta dinamica dell’incidente sono in corso gli accertamenti. A Genova, invece, un dipendente di 46 anni di una azienda florovivaistica è morto sempre ieri nel giardino di Villa Banfi, a Genova Pegli, schiacciato da un mezzo agricolo. L’uomo è rimasto schiacciato da un trattore che si è ribaltato. La Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti e darà l’incarico per eseguire l’autopsia. E ancora. A Borgia, a pochi chilometri da Catanzaro, in un incidente sul lavoro ha perso la vita un operaio di 50 anni. Secondo una prima ricostruzione, é caduto da un’impalcatura sulla quale stava lavorando per la realizzazione di un muro. La scorsa notte, invece, in un’azienda di Parona, a pochi chilometri da Vigevano nel Pavese, un operaio di 54 anni – che stava svolgendo un turno di notte – è morto, stroncato da un infarto. Non si sa se, quando è stato colto da malore, l’operaio stesse svolgendo mansioni particolari.
L’Italia “testarda” scopre vita su Marte
“C’è vita su Marte?” si chiedeva già nel 1973 David Bowie nella sua celebre Life on Mars. Ieri a dare una risposta a questo interrogativo che nel corso degli anni, oltre a ispirare il Duca Bianco, ha sempre affascinato l’opinione pubblica, è arrivato l’annuncio della scoperta di un lago, dal diametro di venti metri sotto i ghiacci del Polo Sud del pianeta rosso, che pare avere tutti i requisiti per ospitare vita al suo interno. Il lago si trova a circa un metro e mezzo sotto terra, è formato da acqua salata ed è protetto dai raggi cosmici: questi, dicono gli autori della ricerca, sono elementi che potrebbero addirittura far pensare anche a una nicchia biologica.
A rivelare la sua esistenza è stato il radar Marsis che dal 2003 orbita attorno al pianeta rosso a bordo della sonda Mars Express dell’Agenzia Spaziale Europea. Ma se lo strumento è europeo, la scoperta è il risultato della collaborazione fra vari enti, tutti italiani: l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), le Università Roma Tre, Sapienza e Gabriele d’Annunzio (Pescara) e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) che, nonostante i pochi mezzi a disposizione, hanno portato a termine una scoperta, pubblicata sulla rivista Science, destinata a rivoluzionare il futuro dell’esplorazione marziana. “Non troverete nulla, è impossibile guardare sotto Marte a quelle profondità. Il magnetismo delle rocce confonderà il radar, ci dicevano gli americani. Ma noi in silenzio facevamo e rifacevamo i nostri calcoli. Quanta testardaggine ci abbiamo messo”: hanno ricordato presentando la scoperta Elena Pettinelli, Enrico Flamini e Roberto Orose i tre scienziati senior che hanno gestito il team composto da 22 persone a cui sono arrivate anche le congratulazioni degli inizialmente scettici colleghi americani. Quest’ultimi hanno avuto da una parte il merito nel 1976 di compiere le missioni Viking sul pianeta rosso i cui dati indicavano con chiarezza che in passato Marte aveva avuto laghi, fiumi e mari, ma il demerito di non credere fino in fondo nella possibilità di trovare delle presenze di acqua ancora esistenti sul pianeta.
Infatti Roberto Orosei, sempre ieri, ha rivendicato come gli statunitensi “nel 2007 rilevarono un segnale simile, non lontano dal lago che abbiamo visto noi” ma “l’osservazione finì nel nulla”. Insomma per rispondere alla domanda iniziale: sì, c’è vita su Marte e se lo sappiamo non lo dobbiamo, per una volta, ai soliti ricercatori dai budget milionari della Nasa, ma a dei coraggiosamente testardi ricercatori italiani.
Stadio della Roma in pausa. Un nuovo studio sul traffico
Lo stadio della Roma va avanti, almeno a parole. Ma per scacciare le ombre dell’inchiesta sul costruttore Parnasi non basterà una semplice verifica degli atti amministrativi. Per questo, oltre alla due diligence annunciata dalla sindaca Raggi, il Comune commissionerà un nuovo studio sul traffico, tallone d’Achille del progetto e oggetto delle intercettazioni, per capire se l’impianto può davvero fare a meno del Ponte Traiano. Fino a che non arriverà la conferma, la variante urbanistica non sarà approvata: se ne riparlerà dopo l’estate, quando di preciso non si sa.
Dopo lo scandalo, lunedì c’è stato il primo incontro tra tutte le parti, compresa Eurnova che nell’ultimo mese era stata di fatto decapitata dall’indagine: l’occasione per conoscere i nuovi referenti e ribadire la ferma intenzione del Comune di salvare lo stadio. Il problema è che ormai si è insinuato il tarlo che il progetto sia stato “corrotto” nelle fondamenta, in particolare per l’intercettazione fra due dipendenti di Eurnova: “Levando il ponte sul Tevere quello che si viene a creare è che sulla via del Mare…”, dice uno. “Va beh, questo tienitelo per te”, risponde l’altro. Parole che mettono in dubbio la validità dell’importantissimo studio sul traffico.
Tutto ruota intorno al Ponte di Traiano: inizialmente previsto (a carico dei privati), poi cancellato con il taglio delle cubature voluto dalla giunta Raggi. In teoria inutile, perché a servire l’area basterebbe il Ponte dei Congressi (finanziato dal governo), ma chissà come stanno davvero le cose: già un parere negativo del ministero dei Trasporti aveva messo nero su bianco quei sospetti che l’inchiesta giudiziaria ha riacceso. Così la novità è che, un po’ per autotutela e immagine pubblica, un po’ per tranquillizzare i consiglieri, il Comune ha deciso di realizzare un altro studio sul traffico, indipendente: il nuovo non dovrà sostituire quello di Eurnova (ormai già approvato tra gli allegati dalla conferenza dei servizi che ha dato l’ok), solo confermarlo. O smentirlo, ipotesi che nessuno vuol prendere in considerazione.
Un compito delicato che in Campidoglio stanno pensando di affidare al Politecnico di Torino: ente terzo, università rinomata della città dove governa l’altra sindaca 5stelle, Chiara Appendino. Per arrivarci, però, servirà comunque un bando conforme alla legge. E questo allunga l’attesa per l’approvazione della variante urbanistica, ultimo atto per aprire i cantieri. Da Palazzo Senatorio ribadiscono che il progetto va avanti, che non ci sono ripensamenti e la variante arriverà in aula dopo l’estate, bisogna solo bisogna recepire le osservazioni. In realtà settembre pare una chimera: potrebbe volerci di più, sperando che i risultati del nuovo studio siano positivi. Aspetteranno tutti con le dita incrociate: privati, tifosi e società giallorossa, che vogliono il loro stadio. E anche il Comune: l’inchiesta (che ha coinvolto Luca Lanzalone e il capogruppo M5S, Paolo Ferrara) fa paura, lo spauracchio di una maxi-causa per danni da parte della proprietà americana anche di più.
I roghi in Grecia e il Canadair europeista che lava tutto
La Grecia brucia. Stavolta non metaforicamente: l’Attica va in fumo incenerendo alberi, case e persone, la disgrazia s’accanisce su un Paese prostrato da otto anni in cui è stato trasformato in un esperimento sociale a cielo aperto. Ieri, però, sulla prima di Repubblica abbiamo scoperto che il danno s’aggiunge alla beffa come mandato dalla provvidenza: “Austerity addio. L’Europa – dopo 8 anni di diffidenza e incomprensioni (sic) – è tornata da ieri in Grecia a essere sinonimo di solidarietà”. Ma davvero? Essì. Dice che siccome alcuni Paesi europei hanno mancato i Canadair, oggi è tutto perdonato, pure il fatto che “i conti ‘truccati’ della Grecia hanno rischiato di far affondare l’euro” (sic). Qualche Canadair e riecco “lo spirito di solidarietà su cui è stata costruita l’Unione” (sic) che dimostra come “essere europei, una boccata d’ossigeno in questa era di sovranismi, è qualcosa di più che far quadrare i conti e centrare gli obiettivi di Maastricht”. In attesa che l’assunto venga dimostrato sui fondi con cui Atene dovrà ricostruire quel che è bruciato (campa cavallo…), resta questa informazione che prendiamo dal Corriere della Sera: il ritardo nel soccorso e nelle manovre antincendio è dovuto anche ai tagli (“austerity addio”) che hanno fortemente limitato l’operatività di Vigili del fuoco e Protezione civile. Promemoria: “Era già successo nel luglio 2015 e di nuovo 11 mesi fa”. Ecco, “in questa era di sovranismi” e di “nazionalismi”, signora mia, fortuna che ci sono i Canadair europei con la loro bella acqua che lava tutto, pure la coscienza.
Ilva, ora Calenda rischia di dover dire addio alla politica
Immaginiamo che in queste ore l’ex ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda sia inginocchiato da qualche parte davanti a un’immagine di Tommaso Moro, il grande umanista inglese proclamato santo da papa Pio XI e poi scelto nel 2000 come patrono dei politici da papa Giovanni Paolo II. Se San Tommaso Moro farà la grazia, Calenda, l’aspirante rifondatore del Pd, riuscirà a sopravvivere politicamente al caso Ilva. Se invece le cose andranno come paiono andare oggi e davvero, come ha annunciato, il colosso dell’acciaio ArcelorMittal migliorerà la sua proposta sul “contratto di acquisto e di affitto” dell’Ilva spingendo così il nuovo ministro Luigi Di Maio e i sindacati ad accettarla, per Calenda la storia degli stabilimenti di Taranto segnerà una prematura scomparsa dalla scena pubblica italiana.
È ancora presto per dire come si chiuderà la partita. Di Maio si è riservato di decidere e i contorni esatti della nuova offerta non sono noti. Ieri il ministro pentastellato si è limitato a dire che “ci sono passi avanti sul piano ambientale, mentre sul piano occupazione (10.100 posti di lavoro assicurati contro i 13.700 attuali ndr) siamo ancora in una situazione non soddisfacente”. Insomma, vedremo.
Quello che però è finora accaduto basta per esprimere un giudizio sull’operato di Calenda, forse non come ministro (il suo piano sull’industria 4.0 è stato per esempio buono), ma almeno come politico da grandi trattative industriali. Il documento che deve spingerci a una riflessione è datato 10 maggio ed è ancora pubblicato sul sito internet del ministro. È un comunicato stampa con cui Calenda, piccato perché i sindacati avevano detto no alla sua idea di ricollocamento di circa 3800 operai giudicati allora in esubero, assicura che quella di ArcelorMittal era la migliore tra tutte le offerte possibili. “Il governo, si legge, “ritiene di aver messo in campo ogni possibile azione e strumento per salvaguardare l’occupazione, gli investimenti ambientali e produttivi”.
Alla luce della nuova proposta, l’affermazione appare quantomeno ottimistica. A Di Maio è bastato chiedere all’Anac se a suo parere la gara che aveva assegnato Ilva alla multinazionale fosse stata regolare per riaprire i giochi. Il resto lo ha fatto la paura di Arcelor di perdere l’affare, visto che per l’Anticorruzione la procedura seguita nell’assegnazione era claudicante e che per questo il nuovo governo avrebbe persino potuto far saltare tutto.
Un parere che ha mandato Calenda su tutte le furie e che lo ha spinto (fatto inusuale) a telefonare al numero uno di Anac, Raffaele Cantone, per lamentarsi. Noi non sappiamo come siano andate le cose durante la gara. Siamo però felici che ora arrivino proposte migliorative. Ma dobbiamo pure constatare che, vista da fuori, la vittoria di ArcelorMittal ha l’aria di essere stata una classica operazione di sistema.
Con gli anglo-indiani correva, infatti, pure il gruppo di Emma Marcegaglia, molto indebitato con Banca Intesa. Tutti gli esperti dicevano che in caso di vittoria l’Antitrust avrebbe costretto Marcegaglia a cedere le sue quote. Così è stato. Ora, secondo i giornali, è probabile che parte delle azioni finiscano a Intesa per estinguere il debito, mentre Marcegalia conserverà un accordo con AccelorMittal per acquistare acciaio a un ottimo prezzo. Tutto insomma dopo la procedura di Calenda sembrava perfetto. Tranne che per un particolare. Sulle garanzie ambientali e occupazionali si poteva e si doveva fare di più.
Csm, il sorteggio a garanzia di imparzialità
Intervistato ieri da Repubblica, il ministro Bonafede – alla domanda: “Cambierà il sistema elettorale del Csm per andare al sorteggio e stroncare le correnti?” – ha risposto: “Nel contratto di governo è previsto un intervento contro il correntismo e su questa linea la maggioranza si muoverà”. La generica risposta a una specifica domanda non lascia prevedere una riforma, quella del sorteggio, decisamente avversata dalla magistratura associata.
Sosteniamo il sorteggio che è l’unico sistema in grado di risolvere il problema della degenerazione correntizia che condiziona fortemente l’operato del Csm. La tesi ha sollevato un coro di critiche di molti rappresentanti delle correnti i quali – consci che il problema non si risolve con l’adozione, già sperimentata in passato, di una nuova legge elettorale – sono evidentemente interessati a che nulla cambi. Essi invocano, quale ostacolo insuperabile, l’art. 104 Cost. secondo cui i membri del Csm sono “eletti”. Ora, se è vero che, in ordine alle possibili limitazioni dell’elettorato passivo, la Consulta ha sempre manifestato la massima prudenza, è pur vero che essa in varie pronunce ha ammesso restrizioni nei limiti, comunque, necessari alla tutela di altro interesse costituzionalmente protetto. Due considerazioni: la prima è che, poiché le elezioni del prossimo Consiglio avranno luogo nel 2022, vi è tutto il tempo per battere la strada di una legge costituzionale che sostituisca il termine “eletti” con quello “estratti a sorte” demandando, poi, a una legge ordinaria l’adozione di modalità e limiti di un tale sistema. La seconda è che l’utilizzo del sorteggio come strumento per garantire l’imparzialità della composizione di un organo trova precedenti nella legislazione sia costituzionale che ordinaria. Quanto agli organi che svolgono funzioni giurisdizionali, si ricorda: l’art. 135 della Cost. che prevede l’integrazione della Consulta, nei giudizi di accusa contro il capo dello Stato, di 16 membri estratti a sorte da un elenco di cittadini aventi requisiti per l’eleggibilità a senatore; la legge cost. n. 1/89 che prevede il sorteggio dei componenti il collegio del Tribunale dei ministri; la l. n. 287/1951 che prevede il sorteggio dei giudici popolari della Corte di Assise. In vari casi, il sorteggio risulta essere stato utilizzato anche come strumento di imparzialità della composizione di un organo che svolge funzioni amministrative, talvolta unendolo a un sistema elettivo, come nel caso della l. n. 1/2009 relativa alle commissioni per i concorsi di professori universitari composte da membri sorteggiati in una lista di commissari eletti in numero triplo. È, quindi, possibile per il Csm far ricorso, con legge ordinaria, anche a un sistema misto di estrazione a sorte ed elezione, finalizzato a garantire il principio di imparzialità, costituzionalmente garantito, oggi inficiato dal controllo pregnante delle correnti sulla designazione dei candidati e sugli esiti elettorali.
Premesso che la nomina deve avvenire, ex art. 104 Cost. per “categorie” (di mansioni) – si pensi, ad es., alla ipotesi di n. 18 togati di cui 12 giudicanti (4 per categoria: Corte di Cassazione, Corte di Appello, Tribunale) e n. 6 requirenti (2 per le omologhe categorie) – un tale sistema potrà articolarsi in due fasi: dapprima, l’ufficio elettorale centrale procederà al sorteggio di un congruo numero di magistrati per ciascuna categoria (ad es. 5 volte il numero da eleggere per ciascuna di esse), e, poi, si procederà, in tempi rapidi (onde evitare che le correnti possano influenzare gli “estratti”), alle elezioni. In tale ottica, l’introduzione del solo sorteggio (da preferire) o del sistema misto può ritenersi finalizzata a garantire primariamente l’imparzialità del Csm, nell’espletamento delle sue funzioni di alta amministrazione (oltre di quelle giurisdizionali) e può, quindi, ritenersi rispondente ai fondamentali interessi costituzionalmente protetti dagli artt. 97 e 111 Cost..
Migranti, serve un nuovo patto ue
Le grida di Salvini tentano di coprire l’assenza dei (suoi) risultati e di mettere in ombra alcuni ottenuti da Conte come la ripartizione in altri Paesi Ue dei migranti di un barcone, è l’opinione condivisibile di Stefano Feltri. Malgrado non ci sia pericolo di invasione e il numero dei migranti sia crollato, la Lega alza sempre più i toni e Salvini cerca di affermarsi come uomo forte del governo. Ci riesce fin troppo. I toni moderati di Conte non bastano, per riuscire a contrastare la Lega occorre che Di Maio e i 5Stelle esprimano una posizione diversa, superando un ruolo fin troppo subalterno, superando una divisione dei compiti e aprendo un confronto esplicito sui migranti.
Certo, l’Italia ha altri, seri problemi. La rachitica ripresa economica sta già rallentando ed è indispensabile una strategia di rilancio e per reagire al rischio declino l’Italia ha bisogno di una quota di lavoratori stranieri. Gran parte degli immigrati farà lavori che gli italiani non vogliono fare e questo convive con i giovani che non trovano in Italia una risposta coerente con la loro formazione, che è costata alla collettività somme ingenti. Il lavoro degli stranieri subisce uno sfruttamento inaccettabile, condizioni di vita inumane in ghetti invivibili, fonte di tensioni con aree della popolazione a contatto con questo degrado.
I rifugiati hanno diritto d’asilo, ma c’è anche una storia di flussi di immigrazione controllata, motivata da ragioni economiche, da ricongiungimenti familiari, ecc. Queste esperienze sono saltate, ne resistono aree limitate. Una recente legge di iniziativa popolare propone una versione aggiornata dei flussi programmati di immigrazione, responsabilizzando chi chiede manodopera. Perché non esaminarla e approvarla ? Così si uscirebbe da una polemica in cui chi chiede di salvare vite umane viene accusato di volere aprire le porte a tutti. Tra tutti via e tutti in Italia c’è lo spazio per una linea ragionevole, rispettosa dell’imperativo di salvare tutte le vite e di organizzare l’accoglienza possibile in Europa. È indispensabile cambiare il Trattato di Dublino. Avere accettato che il Paese di arrivo si tiene i migranti è stato miope, né è giustificabile lo scambio con un occhio benevolo sulla gestione del debito pubblico. In passato è stato sospeso transitoriamente il Trattato di Schengen, fondamento della libera circolazione in Europa. Perché l’Italia non sospende la clausola che prevede la permanenza dei migranti nel Paese di arrivo fino alla modifica di Dublino? Ci sono Paesi sottoposti a un numero ingestibile di arrivi, l’Europa deve farsene carico o prenota la sua crisi. Dichiarare che i nostri confini sono quelli dell’Europa non basta ed è contraddetto dalla volontarietà e dalla clausola dell’unanimità.
I migranti sono un banco di prova per il futuro dell’Europa, proprio ora che Trump sta incoraggiando il distacco di Paesi dall’Unione, per reggere l’Europa deve essere una vera comunità.
Garantire la vita dei migranti è il primo imperativo per tutti, non si può condannarli a restare o riportarli a forza nei lager libici, con evidenti pericoli per l’integrità e la vita, ignorando le sinergie tra gestori dei lager libici e scafisti. La vergognosa campagna contro tutte le Ong serve a nascondere una sconvolgente verità di morte. I bombardamenti occidentali hanno creato il caos politico in Libia tuttora irrisolto, parlare di accordi con governo, autorità locali, tribù suona macabro ottimismo. Italia ed Europa in passato hanno subappaltato alle Ong il compito di salvare vite in mare, salvo poi scatenare una campagna indiscriminata con l’obiettivo di escluderle e il ministro dell’Interno si arroga il potere di dichiarare la chiusura dei porti. L’obiettivo è far fare alla Libia il lavoro sporco.
Nessuno vuole ospitare tutti i migranti in Italia. Va bene avere redistribuito parte degli ultimi arrivi, ma senza un meccanismo europeo certo, l’Italia sarà di nuovo sola ad affrontare ogni nuovo arrivo. L’obbligo di salvare vite in pericolo è inderogabile. Lo dicono la Costituzione, le leggi del nostro Paese, una montagna di trattati e di regole europee. Contravvenire è un reato, odioso se provoca la morte di persone. Il respingimento di gruppi senza consentire ai singoli di dimostrare la propria condizione di rifugiato è un reato.
Ministri, sottosegretari commettono reati se anziché ottemperare alle leggi intimano a organi dello Stato di infrangerle. Occorre rispettare il ruolo di polizia, carabinieri, Gdf e magistratura, che possono essere messi sotto accusa se non rispettano le leggi. Occorre costituire un osservatorio per il rispetto della legalità, a partire dalla vita delle persone, come previsto da Costituzione, leggi, trattati e quando questo non avviene possa avviare la procedura per mettere in stato di accusa chi si macchia di questi reati.
Mail box
Marchionne sostituito come un pezzo di ricambio
Nella vicenda di Marchionne, quello che colpisce è la disumanizzazione che il mercato riserva ai suoi uomini. Un manager gravemente malato viene considerato un pezzo fallato da sostituire con la velocità di un cambio gomme da Formula 1.
Non si aspetta nemmeno la sua fine e già è fuori, rimpiazzato da un ricambio funzionante, in modo che l’azienda non abbia un danno d’immagine nell’essere associata – anche per un attimo – alla morte. Conosco persone che hanno così assimilato la cultura della società in cui hanno fatto carriera, da essersi trasformati in perfetti applicativi aziendali. Sono persone sole: piene di “contatti” internazionali, ma senza più gli amici di prima, vestono bene e dormono male. Se provi a sollevare un tema no-business, come il dolore dei disoccupati per le delocalizzazioni speculative, ti sorridono in silenzio con la cortese compassione che si riserva ai dementi.
Tutti i grandi manager, tranne rare eccezioni, vivono soli e muoiono soli.
Massimo Marnetto
Con questa classe dirigente i problemi non scompaiono
La piccola querelle fra Saviano e Travaglio va oltre la realtà di base. Se il nostro sistema dà la possibilità ai partiti di eleggere mezze figure, come potremo mai affrontare seriamente i problemi? Sull’immigrazione non credo si possa dare torto a Saviano: si parla sulla pelle di povera gente creata dall’Occidente e si dà retta a ogni voce di fatto disinteressata sul destino da riservarle. Il baccano distoglie l’attenzione dal triste fenomeno migratorio, lo trasforma in becere caricature, consente razzismi vocali e purtroppo non solo. Il vero guaio sta nell’incapacità di gestire questo dramma, sia a monte che a valle. Il momento è reso ancora più grave dai partner europei che trattano l’Italia come una sorta di appendice della Libia. Ecco dove va a finire la credibilità politica italiana dopo le belle prove di Berlusconi e Renzi e in concomitanza con quelle di Salvini e C..
Dario Lodi
Necessario schierarsi sulle diseguaglianze sociali
Come scrive Robecchi nel suo articolo (“Agiografia o insulti”) la vera questione è quella delle diseguaglianze sociali, di fronte alla quale è necessario prendere posizione. Vogliamo continuare a vivere in una società in cui le esigenze del mercato vengono prima di quelle dei cittadini? Ci piace l’attuale sistema economico in cui l’arricchimento smisurato dei pochi si realizza a scapito dei molti ai quali non vengono garantiti neppure livelli minimi di dignitosa sopravvivenza? Oppure pensiamo che sia giunto il momento di disfarci di questo capitalismo predone da sempre fondato sullo sfruttamento e il disprezzo dei più deboli?
Probabilmente la grande maggioranza è favorevole a una più equa distribuzione delle ricchezze, ma non si vede chi potrebbe realizzarla, dal momento che in tutta Europa i partiti socialisti hanno tradito il loro spirito originario per dare origine a soggetti politici pronti a giustificare tutte le istanze del neoliberismo in nome di una falsa idea di modernizzazione e di progresso.
Domenico Forziati
Il governo pare un duello mediatico tra Salvini e Di Maio
È vero, per anni la politica non ha dato nulla e la gente si è stancata. Per chi non l’avesse recepito, il legittimo voto popolare ha decretato un cambiamento radicale dell’assetto politico italiano. Però, passata l’euforia iniziale, il governo del cambiamento Lega-M5S non sembra dimostrare la proclamata diversità con chi l’ha preceduto. Un’apparente alleanza all’acqua di rose, lascia trasparire i primi dissapori: quella tra Salvini e Di Maio è diventata una battaglia personale, una sfida combattuta senza remore in equilibrio precario sul filo di un’asse traballante. Un duello mediatico che oscura il governo e sminuisce il ruolo rilevante del prof. Conte, un presidente del Consiglio relegato alla funzione secondaria di osservatore remissivo, non arbitro della situazione. Le premesse non aiutano a sperare in meglio: l’impressione è quella di essere nelle mani di due mitomani che vogliono cambiare la storia senza averla mai letta, nel caso una veloce ripassata potrebbe tornare utile a entrambi. È un dettaglio non trascurabile, anzi, assolutamente importante quando si auspica di governare un Paese.
Silvano Lorenzon
Renzi a Mediaset: un palco per la sua vanagloria
Apprendo con rassegnato “raccapriccio”, la news di un eventuale contratto artistico sulle reti Mediaset a Renzi, per dimostrare, ma non era necessario per chi ha seguito le sue piroette socio-politiche, le sue vere doti da show businessman.
Un palco per la sua vanagloria edonistica.
Peccato, perché viste le sue origini democristiane andreottiane, l’avrei visto meglio a fare il missionario laico nel continente subsahariano, o in qualche campo profughi del Niger nelle vicinanze dei territori devastati dal petrolio dei suoi intimi amici petrolieri. Avrebbe donato una “pax” a tanti italiani e, per la prima volta nella sua vita, un contributo all’umanità. Mi accontenterò, guardandolo su Mediaset, di sorridere pensando che Crozza, con lui, ha un futuro assicurato.
Marcello Rapetti
Bruxelles. Chissà che Putin nemico comune non induca gli Stati a una maggiore coesione
Visto lo stallo attuale in cui si trova l’Unione europea mi chiedevo se l’unica e ultima possibilità di riportare in vita l’Ue fosse un’alleanza con la Russia.
È un’ipotesi assurda oppure, visti anche i tempi in cui viviamo dove ormai non si può davvero escludere nulla, potrebbe essere un’alternativa attuabile ?
Francesco Ferdico
Gentile Francesco, è vero: viviamo in tempi in cui nulla può essere escluso. Ma che Vladimir Putin diventi il “Santo Protettore di tutte le Europe”, oltre che essere il nuovo zar di tutte le Russie, mi pare davvero difficile da ipotizzare: visti insieme a Helsinki, il presidente russo e quello americano Donald Trump parevano piuttosto accomunati nell’intento di sgretolare l’Unione europea e di riaffermare il loro statuto di Grandi Potenze, anche rispetto ai singoli Stati europei, tutti staterelli al loro confronto, la Francia con la “force de frappe” e la Germania gigante economico, mentre la Gran Bretagna è ridotta dalla Brexit a elemosinare le briciole della “relazione speciale” al tavolo dell’epulone americano.
Però in fondo qualcosa Putin può farlo per rivitalizzare l’Ue, come pure Trump, magari involontariamente: la presenza e l’immanenza di due partner così scomodi, il vecchio nemico e l’alleato prepotente, potrebbe indurre l’Unione a una maggiore coesione in politica estera e a una maggiore consapevolezza di se stessa. È già avvenuto, sta già avvenendo, anche se la nebbia delle polemiche sui migranti e sulla flessibilità ci rendono difficile il vederlo.
Questo stando ai massimi sistemi. Caso per caso, potrà succedere e succede che la Russia di Putin si ritrovi sulla stessa sponda dell’Ue rispetto agli Usa di Trump: ad esempio, sull’accordo con l’Iran per il nucleare; o, magari strumentalmente, come avviene con la Cina, sul contrasto al cambiamento climatico e addirittura sulla difesa del liberismo, che non è proprio una specialità della casa ex sovietica.
E potrebbe pure farci gioco, come Paese, un allentamento delle sanzioni. Ma sono intese tattiche, non strategiche: noi giochiamo il gioco della competizione e del soft power, Putin quello dell’egemonia e dell’arsenale industriale-militare-energetico.
Giampiero Gramaglia
Le strade comode sono una trappola
Non mi capita spesso di avere di fronte una platea composta da così tanti giovani e mi sento investito di una grande responsabilità. Parlare ai giovani è una delle cose più difficili da fare. Lo è perché voi non amate le conferenze e i congressi che riempiono di parole giornate intere senza dire nulla. Non amate gli incontri formali, che lasciano ai partecipanti poco più di un badge da esibire, quasi fosse una medaglia. Ne ho visti centinaia in questi anni – e in alcuni rari casi sono stato anche chiamato a intervenire. Non li amo neppure io.
A costo di passare per rude, quello che ho sempre cercato di fare è parlare in modo chiaro e diretto, senza la presunzione di avere la verità in tasca. E questo è quello che vorrei fare anche oggi. Vi confesso che l’intervento che avevo preparato per voi era molto diverso da quello che invece sentirete. Avrei voluto parlarvi dei grandi temi su cui la nostra società – qualunque società che voglia davvero definirsi giusta – ha il dovere di interrogarsi. Avrei voluto riflettere sul senso della globalizzazione, quando porta benefici reali alle nostre vite; e sul non-senso della globalizzazione stessa, quando non ha nulla da offrire a chi è devastato dalla violenza della povertà. Avrei voluto raccontarvi di quando, undici anni fa, ho avuto la fortuna di incontrare Nelson Mandela, a Davos. Avrei voluto condividere con voi le questioni più spinose con le quali l’umanità si deve confrontare: come sia possibile restare indifferenti di fronte allo scandalo della distribuzione della ricchezza mondiale; come sia possibile parlare di sviluppo e benessere se gran parte della nostra società non ha nulla da mettere in gioco al di fuori della propria vita. Ma non posso ignorare l’importanza di quello che sta succedendo in Italia, collegato alle vicende dello stabilimento di Melfi, e la gravità delle accuse che ho sentito muovere verso la Fiat. E non è mia abitudine evitare i problemi. Per questo gli eventi delle ultime 48 ore mi hanno costretto a modificare radicalmente il tenore del mio discorso, portandolo a un livello molto più locale. E di questo vi parlerò tra qualche minuto. Anche se il titolo del mio intervento è Saper scegliere la strada, non ho intenzione di farvi nessuna lezione. Quello che posso fare per contribuire all’incontro di oggi è condividere con voi le mie esperienze, quelle che ho maturato, prima da ragazzo e poi da uomo, incluse quelle che ho vissuto come amministratore delegato della Fiat. Sono nato in Abruzzo, a Chieti, a circa 250 chilometri da qui ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni. Ho dovuto abituarmi presto a cambiare casa, abitudini, amici. Avevo 14 anni quando la mia famiglia si è trasferita in Canada. Non è mai facile iniziare tutto da capo, in una terra sconosciuta e in una lingua straniera, imparare a gestire la solitudine di alcuni momenti. Non è facile lasciare le certezze del tuo mondo abituale per le incertezze di un mondo nuovo. Aveva ragione Cesare Pavese quando disse che: “Viaggiare è una brutalità. Obbliga ad avere fiducia negli stranieri e a perdere di vista il comfort familiare della casa e degli amici. Ci si sente costantemente fuori equilibrio. Nulla è vostro, tranne le cose essenziali – l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il cielo. Tutte le cose tendono verso l’eterno o ciò che possiamo immaginare di esso”. Ma è proprio per questo che viaggiare, cambiare ambiente e conoscere altre culture è uno straordinario modo per crescere – e per farlo in fretta. Anche dopo l’università, quando ho iniziato a lavorare, mi sono trovato costretto più volte a cambiare città e Paese. Si è trattato di passaggi sofferti, perché è stato come ricominciare sempre da capo. Quando ti trovi a vivere o a lavorare in un Paese che non è il tuo, devi imparare a gestire qualcosa in più rispetto agli altri. Mi riferisco alla diffidenza che ogni tanto percepisci, quella che qualcuno prova verso gli stranieri. E mi riferisco anche allo stato d’animo che tu stesso provi, collegato al fatto di non avere radici in quella società, e di avere invece dubbi e timori nell’affrontare un mondo nuovo. Sono dovuti passare quasi quarant’anni e altre due nazioni – la Francia e la Svizzera – prima che la vita mi riportasse in Italia, nel 2004, quando ho assunto la guida della Fiat. Le esperienze che ho compiuto in giro per il mondo sono state tutte importanti per la mia crescita professionale. Ed è questa conoscenza che ho cercato e sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perché non resti isolata da quello che accade intorno nel mondo. Oggi la Fiat è una multinazionale che opera e gestisce attività industriali in ogni parte del mondo. Siamo presenti in tutti i continenti e abbiamo rapporti commerciali con oltre 190 Paesi. La partnership raggiunta con Chrysler nel 2009 è nata sulla base delle competenze tecnologiche della Fiat, ma si è resa possibile solo grazie alla sua apertura internazionale. (…) Ma Fiat e Chrysler stanno anche dando vita a un’integrazione culturale basata sul rispetto e sull’umiltà; un’integrazione che è una straordinaria fonte di ricchezza umana. Non è facile trovare un’impresa che possa contare su un’esperienza internazionale così ampia, basata non soltanto sull’accordo con Chrysler, ma anche sulla posizione di leadership in America Latina e sulle iniziative create in Cina e in Russia. (…) Sfortunatamente ho l’impressione che in Italia non ci siano interesse né fiducia verso questo bacino di informazioni. O forse, più semplicemente, non ne vogliamo sapere perché ci manca la voglia o abbiamo paura di cambiare. Molto spesso le ragioni del declino sociale ed economico di un Paese hanno a che fare con ciò che non abbiamo saputo o voluto trasformare, con l’abitudine di mantenere sempre le cose come stanno. Questo è stato per tanto tempo anche il grande male della Fiat. Quando sono arrivato, nel 2004, ho trovato una struttura immobile, che prendeva come base di riferimento i propri risultati invece delle prestazioni della concorrenza. Aveva perso la voglia e l’abilità di competere e di confrontarsi con il resto del mondo. Questo, purtroppo, è anche il rischio che corre il nostro Paese. (…) Ciò di cui c’è bisogno è riconoscere la necessità di cambiare, di aggiornare un sistema che garantisca alla Fiat di continuare a competere. Quella a cui stiamo assistendo in questi giorni è una contrapposizione tra due modelli, l’uno che si ostina a proteggere il passato e l’altro che ha deciso di guardare avanti. Non so quali siano i motivi di questo scontro, se ci siano ragioni ideologiche o altro. Quello che so è che fino a quando non ci lasciamo alle spalle i vecchi schemi, non ci sarà mai spazio per vedere nuovi orizzonti. (…) Troppo spesso, però, l’elogio del cambiamento si ferma sulla soglia di casa. Va bene finché non ci riguarda. (…) La Fiat – quella che è uscita con le proprie forze da una situazione che nel 2004 sembrava a fondo cieco; la stessa che oggi sta cercando nuove strade per diventare uno dei più grandi costruttori di auto al mondo – ha fatto la propria scelta. Ha deciso di stare al passo con la realtà.(…) Eppure ho sentito accuse assurde, che non voglio certo alimentare. Sento però il dovere di difendere non solo la serietà del nostro progetto, ma anche le ragioni di chi ha abbracciato questa sfida. Mi riferisco, in particolare, alla Cisl e alla Uil, che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione dell’industria dell’auto italiana. L’accordo che è stato firmato per lo stabilimento di Pomigliano ha ottenuto prima il consenso della maggioranza delle organizzazioni sindacali e poi quello della maggioranza dei lavoratori. Rispettare un accordo è un principio di civiltà. (…) Mi rendo conto che certe decisioni, come quelle che abbiamo preso a Melfi, non sono popolari, ma non si può far finta di niente davanti a quelle che per la Fiat sono palesi violazioni della vita civile in fabbrica. Sono state spese molte parole sulla vicenda di Melfi. Vorrei essere assolutamente chiaro. La Fiat ha rispettato la legge e ha dato pieno seguito al primo provvedimento provvisorio della Magistratura. (…) La Fiat non pretende di essere salutata ogni giorno con le fanfare, come è successo quando siamo tornati dall’America con i 2 miliardi di dollari della General Motors o quando il presidente Obama ha annunciato l’accordo con Chrysler. Ma non troviamo giusti nemmeno i fischi gratuiti. (…) Quello che trovo assurdo è che la Fiat venga apprezzata e riceva complimenti ovunque, fuorché in Italia. La Fiat è un’azienda seria, gestita da persone serie con una forte carica di valori. Quest’etica di business è stata la chiave della rinascita, che ha strappato il Gruppo dal fallimento al quale sembrava destinato nel 2004. Oggi continua a essere il cuore della nostra azione.
Forse, a questo punto, vi state chiedendo in che modo la testimonianza che vi ho portato oggi e la storia recente della Fiat possa avere a che fare con voi. Da tutte le esperienze che ho fatto nella mia vita, mi sono reso conto che ogni storia di successo si basa sulla capacità di donne e di uomini di assumersi la responsabilità e l’impegno di imprimere una svolta culturale a un certo ordine di cose. Questo vale per un sistema industriale, ma vale anche per la vita di ognuno di noi. L’invito che posso fare a voi giovani oggi è quello di prepararvi a entrare in un grande processo di costruzione, di prepararvi a far parte della squadra che darà forma al futuro. Di solito si ritiene che la vita delle persone sia suddivisa in due momenti distinti. Quello della formazione e quello dell’attività lavorativa. Si crede che il primo periodo della vita serva a dare all’individuo quelle conoscenze sufficienti ad affrontare la fase successiva. Con l’idea che le nozioni apprese possano bastare a ricoprire ruoli e mansioni stabili nel tempo. Penso che una persona così si trovi del tutto disarmata di fronte a un mondo che cambia alla velocità della luce. Questo scriveva Hegel nella prefazione ai Lineamenti di Filosofia del diritto: “A dire anche una parola sulla dottrina di come deve essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell’e fatta…. Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e, dal chiaroscuro esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”. La conoscenza è come la nottola di Minerva. Arriva a cose fatte, quando la realtà è già passata. Quello che si studia nei libri sul mondo dipinge una situazione che è già un’altra. Per questo non è importante la strada che sceglierete. È molto più importante l’approccio con cui deciderete di percorrerla. Se c’è una cosa che ho imparato in tutti questi anni è che la prima garanzia che dobbiamo conquistarci per poter scegliere è la libertà. Essere liberi significa avere la forza di non farsi condizionare. Essere liberi vuol anche dire trovare il coraggio di abbandonare i modelli del passato. Le strade comode e rassicuranti non portano da nessuna parte e di sicuro non aiutano a crescere. Fanno solo perdere il senso del viaggio. La libertà di cui parlo è prima di tutto una libertà mentale, la condizione che raggiunge chi decide di confrontarsi con il mondo e di sposare l’etica del cambiamento. Le ore passate a studiare su un libro con centinaia di pagine o davanti a un computer non sono solo una strada per entrare nel mondo del lavoro. Vi danno la possibilità di prendere in mano quegli strumenti, culturali e umani, per affrontare un campo aperto, globale e uguale per tutti. Senza dubbio il mondo di oggi si trova in un momento difficile da capire e da gestire. In ogni epoca, milioni di persone si trovano a fare i conti con quello che è stato lasciato dal passato. È la storia della vita, quando capita di venire in possesso di un’eredità enorme. Non hai fatto nulla per averla. A quel punto, puoi scegliere cosa fare per chi domani dovrà raccogliere la tua eredità. Voi avete la grande occasione di mettere quello che siete, i vostri sogni e le vostre qualità in questo progetto, per creare un domani esattamente come lo volete. La forma e il significato della società del futuro dipenderanno dai vostri ideali, dal vostro modo di pensare e di agire. L’uomo che segue il proprio comodo è condannato a vivere in una prigione che si è costruito da solo, dove i muri sono troppo alti e troppo spessi per far passare l’aria o vedere la luce. Chi guarda solo a se stesso non sarà mai una persona libera perché non ha altro spazio se non quello limitato e fragile di uno specchio. La vera libertà esiste solo nell’impegno. Penso che questo sia anche il senso del titolo del vostro meeting, che richiama molto da vicino quello che lo stesso Hegel disse sulla natura umana: “Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”. Credo che sia anche l’unico modo per trovare una realizzazione personale e dare un significato più profondo alla nostra vita. Nel seguire la propria strada, la responsabilità di ogni individuo, di ognuno di noi, è enorme. Circa 500 anni fa, Niccolò Machiavelli, ci ha offerto questo spunto: “Il ritorno al principio è spesso determinato dalla semplice virtù di un uomo. Il suo esempio ha una tale influenza che gli uomini buoni desiderano imitarlo e quelli cattivi si vergognano di condurre una vita contraria al suo esempio”. Se c’è un segreto nella Fiat di oggi, è proprio questo: abbiamo avuto la fortuna – e forse anche la capacità – di costruire un’azienda di uomini e donne di virtù. Sono persone che sentono il peso della responsabilità di ciò che fanno, che agiscono con decisione e coraggio, che non si tirano indietro quando si tratta di dare il buon esempio. Sono persone che sanno che solo una condotta morale può assicurare merito e dignità a qualunque risultato. Questo è l’augurio con cui vorrei lasciarvi. A prescindere dalla strada che sceglierete, auguro a ognuno di voi di diventare come la persona descritta da Machiavelli, uomini e donne di virtù.