“Abbiamo perso il lavoro per colpa del decreto Dignità”

Le nuove norme sui contratti a termine li hanno condannati alla disoccupazione. Venti addetti interinali della Nestlé di Benevento hanno guadagnato gli onori delle cronache in quanto prime vittime del decreto Dignità. Il loro rapporto di lavoro a termine non è stato rinnovato a causa della stretta contenuta nel decreto approvato dal governo (ora all’esame delle Camere). Per questo hanno raccontato la loro storia su Twitter taggando il ministro Luigi Di Maio: “Siamo un gruppo di venti lavoratori precari da 15 anni in somministrazione presso la Nestlé di Benevento – scrivono – le prime vittime del decreto Dignità, da precari siamo diventati disoccupati, avendo raggiunto il limite. Aiutateci”. La Nestlé conferma di non aver richiamato quei lavoratori a causa delle nuove norme: “Non potevamo richiamare i lavoratori in somministrazione che hanno raggiunto il nuovo limite imposto dal decreto (massimo 24 mesi, ndr)”. L’azienda spiega però che a Benevento, dove viene prodotta la pizza surgelata Buitoni, sta per investire 50 milioni e farà 150 assunzioni entro il 2020: “Per quanto possibile – dicono – valorizzeremo le professionalità già maturate sul territorio”.

Dieselgate, ora i costruttori gonfiano le emissioni (perché così conviene)

I furbetti delle emissioni non vanno in vacanza. I commissari europei per il Clima, lo spagnolo Miguel Arias Canete, e per l’Industria, la polacca Elzbieta Bienkowska, hanno scritto alla presidenza di turno austriaca per segnalare che “i costruttori potrebbe sfruttare la transizione tra il vecchio ciclo europeo di omologazione (Ndec) e quello nuovo (Wltp) per gonfiare i limiti Wltp per il 2020”.

La nuova puntata dello scandalo Dieselgate è stata raccontata ieri dal Financial Times. Nella lettera ufficiale si usa il condizionale, ma nei documenti in mano alla Commissione si parla di 114 rilevazioni dalle quali emerge un aumento del 4,5% tra i livelli misurati e quelli dichiarati, con punte del 13%. Con i più elastici test Ndec, invece, i valori erano “sistematicamente inferiori del 4% a quelli misurati”. Dopo aver limato per anni al ribasso i consumi, ora le case li alzano. L’Ue fisserà i prossimi obiettivi di riduzione per il 2025 in base alle emissioni contabilizzate nel 2020: di qui l’interesse gonfiare i dati. I funzionari comunitari hanno rilevato come nei cicli di omologazione sulle macchine venisse disattivata la funzione spegnimento e riaccensione del motore quando il veicolo è fermo e come venissero impiegate batterie esauste così da costringere il motore a un lavoro maggiore per ricaricarle. Il direttore esecutivo dell’associazione Transport & Environment, William Todts, dice che i costruttori “vogliono raggiungere l’obiettivo con il minimo sforzo per vendere ancora veicoli a gasolio e ritardare la svolta elettrica”. L’effetto dei valori gonfiati sulle prossime soglie è questo: se, ad esempio, la riduzione del 15% proposta dalla Commissione per il 2025 parte da 100 g/km di CO2, l’aumento del valore di partenza di quasi il 10% (4,5% di maggiori emissioni dichiarate ed 5% in più di quelle erroneamente misurate) si tradurrà in un provvedimento più morbido. Per la T&E, con queste manipolazioni si potrà contenere la soglia fino al 57%. Come contromisura, i commissari suggeriscono di usare come parametro per il 2020 i limiti misurati con il ciclo Wltp.

La Vda, potente sindacato tedesco dei costruttori, aveva già spiegato che “riferire emissioni più alte sarebbe controproducente”. I dati in mano ai funzionari della Commissione sembrano raccontare altro: questo, secondo la T&E, dovrebbe portare a un allargamento dell’inchiesta su possibili collusione tra i costruttori: “Perché questo giochetto funziona solo se tutti lavorano assieme”, avverte Todts.

Utili in calo, Maserati e Cina: Manley parte col tonfo in Borsa

Alla Borsa è bastato un attimo per decidere il da farsi e scaricare sul mercato i titoli Fca, tanto da provocare un crollo in una sola seduta di oltre il 14% delle quotazioni. Nella ridda di numeri, indicazioni prospettiche e soprattutto revisioni al ribasso del bilancio di metà anno, presentato ieri mattina dal nuovo Ceo, Michael Manley, un dato su tutti è balzato agli occhi.

Uno solo ma significativo. Fca ha perso nel secondo trimestre del 2018, sul trimestre del 2017, un punto percentuale intero del suo margine netto operativo, sceso dal 6,7% dei ricavi al 5,7%. L’Ebit ha infatti lasciato sul campo l’11% del suo valore scendendo da 1,86 miliardi a 1,65 miliardi. Sembra poca cosa vista così, ma agli occhi attenti del mercato non è sfuggita. Con i ricavi netti in salita del 4%, perdere redditività risulta ancora più grave. Ed è così che è andata in scena la prima giornata senza il suo storico capo-azienda Sergio Marchionne, deceduto in mattinata. Un esordio più amaro di così, il boss di Jeep e Ram non poteva certo prevederlo. E sembra davvero il triste commiato dedicato allo scomparso manager italo-americano. Del resto, mentre è stato del tutto centrato l’obiettivo del “debito zero” industriale assicurato dallo stesso Marchionne già ai primi di giugno nell’ultima presentazione del piano industriale, gli indicatori di conto economico e di profittabilità operativa per l’immediato futuro sono stati quasi tutti ridimensionati, rispetto solo a un mese addietro.

I ricavi netti previsti per l’intero 2018 intorno ai 125 miliardi di euro sono ora previsti in una forchetta tra 115 e 118 miliardi. L’indicatore più importante per gli analisti, l’Ebit margin che non è altro che il rapporto tra ricavi e redditività industriale (pre oneri sul debito e tasse) atteso a 8,7 miliardi è stato rivisto al ribasso tra 7,5 e 8 miliardi. Solo l’utile netto rettificato è stato confermato a quota 5 miliardi. La stessa liquidità netta che a giugno è stata di 456 milioni è stata limata da 4 miliardi a 3 miliardi. Una frenata di ricavi e margini che non è piaciuta al mercato che valutava Fca fino all’altro ieri 25,5 miliardi di euro, mentre già ieri il valore di mercato è stato limato bruscamente di quasi 3,5 miliardi. Il mercato finanziario di solito amplifica i fondamentali. E forse ha peccato di eccesso di prudenza. Ma in fondo il taglio del 14% del valore incorpora la frenata dell’11% trimestrale del reddito operativo.

E lo stesso Manley, dopo aver chiesto un minuto di silenzio per lo scomparso Marchione, ha messo le mani avanti. Mentre da un lato ha confermato tutti gli obiettivi del piano industriale al 2022 ha aggiunto che “è stato un trimestre difficile. Il 2018 è un anno molto importante, i target andavano rivisti: siamo sempre molto trasparenti con le comunicazioni al mercato”. In quella battuta d’arresto della profittabilità industriale ci sono conferme e sorprese. La conferma è il trend sempre più americano di Fca. L’area Nafta con i marchi Jeep e Ram, le galline dalle uova d’oro del gruppo, continua a rappresentare la punta di diamante della società automobilistica. Sia in termini di ricavi che valgono il 60% del gruppo (e cresciuti del 9%) sia in termini di Ebit margin stabilmente all’8% dei ricavi. L’area Emea (l’Europa allargata) traccheggia come sempre con i margini industriali scesi al 3% dal già scarno 3,3% del trimestre del 2017. E fin qui nulla di nuovo. La sorpresa è nel forte arretramento di Maserati gioiello del gruppo. Le consegne sono scese del 41% e i ricavi si sono pressoché dimezzati a quota 568 milioni da oltre un miliardo del secondo quarto del 2017 e la redditività è sparita con il reddito operativo a soli 2 milioni sui 152 milioni di un anno prima. Imputato principale il mercato cinese con le modifiche ai dazi sulle importazioni che seppur entrate in vigore solo il 1 luglio hanno finito per ritardare le decisioni di acquisto della rete e della clientela.

Ma la Cina è stata un vulnus in generale anche per gli altri brand. Minori volumi e minori prezzi hanno segnato un calo del 33% dei ricavi e una perdita secca a livello di Ebit per quasi 100 milioni. Numeri piccoli certo, ma che dicono delle difficoltà strutturali che ha Fca sul mercato del dragone. Una frenata fisiologica, un invito alla prudenza dopo la dipartita di Marchionne. Questo è parso il messaggio inviato dal nuovo capo-azienda al mercato. Mercato che dopo il potente rally su Fca, che ha portato il titolo da 6 euro dell’estate del 2016 al picco di 20 euro di questa primavera, ha voluto tirare il fiato già mesi prima della dipartita del suo storico leader. Scendendo prima a 16 euro e ieri chiudendo la seduta prima con un calo dell’11% per gran parte della giornata per poi finire in asta e crollare del 14,4% a poco più di 14 euro per azione. Quel quasi -30% negli ultimi 3 mesi ridimensionano i sogni di gloria della ex Fiat.

Lo sciopero riesce e Ryanair taglia la flotta di Dublino

Mentre i dipendenti di quattro Paesi europei sono riusciti a far cancellare 600 voli, la Ryanair ha annunciato un taglio del 20% della flotta di Dublino per il calo delle prenotazioni (causato proprio dalle astensioni dei lavoratori). Questo mette a rischio 300 addetti in Irlanda, sede tra l’altro della compagnia. Se non stessimo parlando di un’azienda che storicamente detesta i sindacati, potremmo parlare di un caso. Ma considerando che si tratta di Ryanair, il dubbio che almeno la scelta del tempismo non sia casuale resta. I viaggi italiani cancellati ieri sono stati 132. Nel nostro Paese la mobilitazione era indetta dalla Filt Cgile e dalla UilTrasporti. La Fit Cisl, invece, non ha partecipato perché venerdì è stata formalmente riconosciuta come interlocutore da Ryanair e ha quindi avviato trattative per un contratto degli assistenti di volo. Nei giorni scorsi, il sindacato belga Cne aveva denunciato spostamenti di personale, dalla Germania e dalla Polonia, nei Paesi “scioperanti” (in Italia la mobilitazione è terminata ieri, in Belgio, Portogallo e Spagna proseguirà anche oggi). Il garante degli scioperi ha chiesto all’Enac di comunicare se tra i collegamenti soppressi per lo sciopero vi siano voli delle fasce di garanzia.

Ha rottamato quella classe dirigente che ora lo piange

Nel giorno della morte di Sergio Marchionne, i protagonisti del capitalismo italiano e della politica si affannano a costruire un’immagine condivisa, ecumenica, perfino nazional popolare del manager. Ma questo santino di Marchionne è completamente fasullo. Marchionne ha salvato la Fiat, ma ha distrutto tutto quello che la Fiat rappresentava per questo Paese. Perché non rispondeva a logiche di politica industriale o di ricerca del consenso, ma strettamente finanziarie, il suo (lauto) stipendio dipendeva dalla soddisfazione dell’azionista di riferimento, cioè la Exor della famiglia Agnelli e di John Elkann, non dall’impatto delle sue scelte sul Paese.

Nei 14 anni in cui ha salvato più che la Fiat il valore del pacchetto azionario di controllo di Fiat, Marchionne ha costretto la classe dirigente di questo Paese ad ammettere il proprio declino. Le grandi celebrazioni del lancio della nuova 500 a Torino nel luglio del 2007 furono scambiate all’epoca per una rinascita della Fiat di una volta, miracolosamente forte di 2 miliardi che Marchionne era riuscito a strappare a General Motors, disposta a pagare tanto pur di essere esentata dall’obbligo di farsi carico dell’azienda torinese come effetto di una opzione put. Quei giorni di festa con gli spot sugli italiani migliori e le celebrazioni sul Po a Torino erano, in realtà, l’ultima coda di un’epoca. Come dimostra il fatto che il responsabile di quella grande operazione di marketing, Luca De Meo, ha lasciato la Fiat nemmeno due anni dopo per andare in Volkswagen.

Grazie al divorzio dalla General Motors, Marchionne conquista poi la decotta Chrysler, nel 2008. E lì si comincia a capire che non sta riportando la Fiat a vecchie glorie ma in terre incognite. Negli anni dello scontro con i sindacati, in particolare con la Fiom, Marchionne ha di fatto riscritto le relazioni sindacali senza passare dalla mediazione della politica. Matteo Renzi oggi pare voglia attribuire a Marchionne l’ispirazione per il Jobs Act, quel che è certo è che l’ad di Fca non ha mai mostrato di avere bisogno della sponda di un governo.

Nel 2011 Marchionne ha certificato anche l’irrilevanza di Confindustria che ora, con un po’ di sindrome di Stoccolma, si affretta ad affermare che sì, Marchionne aveva ragione e che loro hanno imparato la lezione. Ma l’uscita di Fca dall’associazione degli industriali – prima del disastro del Sole 24 Ore – ha palesato la vera natura della associazione confindustriale: un club di aziende semipubbliche e molto romane. All’assemblea annuale ormai sono dedicati trafiletti sui giornali.

E a proposito di giornali, nel 2016 Marchionne ha chiuso la quarantennale presenza di Fiat nel Corriere della Sera: certo, poi John Elkann ha presidiato il settore dalla holding Exor con gli investimenti nell’Economist e nel nuovo gruppo Gedi, in cui La Stampa si è unita a Repubblica. Ma niente più vigilanza democratica sul Corriere che Gianni Agnellì salvò da derive finanziarie o piduiste. Oggi il Corriere è un giornale normale, con un editore quasi puro, Urbano Cairo, ed Exor ha il 6 per cento di Gedi. Forse proprio la copertura mediatica della morte di Marchionne resterà l’ultima eco di un lontano passato, quello in cui, a leggere certi giornali, le Fiat non facevano mai incidenti. In questi giorni le notizie sul reale stato di salute di Marchionne si leggevano su Lettera43 di Paolo Madron mentre l’azienda, forse per l’ultima volta, riusciva ad accreditare la versione di un semplice intervento alla spalla, incompatibile con le scelte drammatiche in corso.

Tra i vari pezzi di classe dirigente che Marchionne ha triturato nella sua marcia verso la messa in sicurezza degli interessi dei suoi datori di lavoro, ci sono anche i salotti italiani: quasi mai in televisione, rare interviste ai media domestici, vita privata riservatissima. Se si vuole trovare un momento simbolico del suo atteggiamento è l’allontanamento di Luca Cordero di Montezemolo dalla presidenza Ferrari nel 2014. Dopo una vita alla corte di Gianni Agnelli e dopo aver agevolato dalla presidenza Fiat l’ascesa di Marchionne e John Elkann, l’intramontabile campione delle relazioni viene di fatto licenziato (sia pure con 27 milioni di buonuscita) anche da una poltrona poco più che simbolica.

L’ultima rottamazione è recente, 6 marzo, dopo le elezioni: “Lega e Cinque Stelle non fanno paura, valutiamo i provvedimenti, stiamo parlando di partiti democratici”. E poi: “Paura del M5S? Ne abbiamo passate di peggio…”. In un colpo solo, Marchionne distrugge la principale argomentazione di quell’establishment che oggi lo piange, spiegando che i due vincitori delle elezioni non sono i “barbari” evocati dal Financial Times. Ma ridimensiona anche la portata rivoluzionaria dell’esecutivo gialloverde.

Se si vuole riconoscere un merito a Marchionne, è quello di aver costretto la classe dirigente italiana a prendere atto della propria crescente irrilevanza.

Marchionne, l’agonia è finita ma nessuno dice come è morto

L’annuncio è arrivato ieri mattina alle 11:36, ma era chiaro già da giorni che non ci fossero più speranze: Sergio Marchionne, fino a sabato amministratore delegato del gruppo Fiat-Chrysler, è morto all’età di 66 anni, mentre era ricoverato presso l’ospedale di Zurigo, in Svizzera.

Ci ha lasciati il manager che, comunque la si pensi, negli ultimi 14 anni è stato tra gli assoluti protagonisti della vita economica italiana e non solo. Dal 2004 ha guidato la Fiat, un’azienda raccolta mentre versava in cattivissime acque e risanata sul piano finanziario. Un percorso lungo tra acquisizioni e delocalizzazioni di impianti produttivi, e che ha visto anche l’uscita da Confindustria e la disapplicazione del contratto nazionale dei metalmeccanici. Le cause del decesso restano al centro di un botta e risposta tra indiscrezioni giornalistiche e smentite. Secondo fonti vicine alla famiglia, le sue condizioni si sarebbero aggravate in maniera inaspettata dopo un intervento alla spalla; un primo arresto cardiaco avrebbe costretto i medici a portarlo in rianimazione, un secondo sarebbe invece stato fatale.

Una versione diversa è fornita dal quotidiano online Lettera43.it, secondo il quale il dirigente italo-canadese si sarebbe operato alla spalla in quanto affetto da un sarcoma e che proprio nel pieno dell’intervento sarebbe stato colpito da un’embolia cerebrale fino a precipitare in coma. Questa ricostruzione, però, continua a essere negata dalla famiglia.

John Elkann dice di aver “perso un amico”. Quasi tutti i personaggi del mondo politico, imprenditoriale e sindacale si sono espressi sulla sua figura. Solo la Cgil, sindacato molto ostile ai metodi del manager, aveva per rispetto scelto la via del silenzio, rotto ieri con un commento dopo la morte: “Esprimiamo il cordoglio alla famiglia. Marchionne è stato un duro negoziatore, bravo organizzatore, non ha però saputo né voluto indirizzare l’azienda al dialogo e alla collaborazione con una parte importante dei lavoratori”.

Il piccolo Israel esce dall’ospedale. Il padre: “Aprite i confini”

“Mi rivolgo all’Europa: se non aprite i confini continueremo a morire”. All’ospedale Sant’Anna di Torino, Destiny, 33 anni di origine nigeriana, tiene stretto tra le braccia il figlio Israel. Oggi pesa oltre tre chili e verrà dimesso dopo aver lottato per sopravvivere. Sua madre Beauty è morta il 15 marzo durante il parto a causa di un linfoma. Pochi giorni prima era stata respinta dalla gendarmeria alla frontiera tra l’Italia e la Francia. “Mio figlio ha affrontato tante battaglie mentre era nella pancia di sua madre” racconta il padre ricordando il giorno di febbraio in cui è salito su un bus diretto in Francia con la compagna incinta di sette mesi: “Non avevamo altra scelta cercavamo una vita migliore”. Ma alla frontiera i poliziotti francesi li respingono abbandonandoli a Bardonecchia senza considerare le condizioni della donna. Salvata dai volontari di Rainbow4Africa, Beauty partorisce il 15 marzo prima di morire. “Diverse madri hanno donato il latte per tenere in vita il neonato” commenta Enrico Bertino, direttore della neonatologia del Sant’Anna. Tra poco, Destiny potrà riabbracciare Israel, ma non vuole più sentire parlare della Francia: “Voglio solo dimenticare”.

Caro Saviano, essere contro non significa parlare contro

Caro Roberto Saviano, io penso che essere contro Salvini non significa dire parole contro Salvini.

Io penso che bisogna fare delle cose.

Per esempio, fare “Altura” con i ragazzi di Bisaccia è una cosa che produce fervore e gioia.

Noi di quello abbiamo bisogno, di fervore e gioia non di parole cupe contro qualcuno.

Le parole cupe sono il terreno su cui Salvini prospera.

Io difendo chi sta zitto, non per opportunismo, ma per non partecipare al gioco dell’attualità.

Gli scrittori che non parlano per furbizia semplicemente non sono scrittori ma mestieranti ipocriti di cui non abbiamo alcun bisogno.

Chi pensa solo ai suoi libri è un poveraccio.

Oggi bisogna toccare il corpo delle persone, bisogna lavorare sullo smarrimento di tutti.

È un lavoro politico colossale.

La letteratura chiusa nei suoi riti e nelle sue cerchie anemiche non serve a niente.

Caro Roberto, Salvini rischia solo di essere ingigantito dalle tue attenzioni e da quelle che vorresti contro di lui.

Occupiamoci di innescare fervori, passioni alte.

Occuparsi di Salvini senza pensare a come è andato il raccolto del grano ha poco senso.

E bisogna pensare alle vacche, alle api.

Gli scrittori devono avere coraggio e tu ne hai tanto, ma è un coraggio da spendere per fare bellezza non per giocare sul campo della bruttezza

Il Pd prova a “commissariare” Bonifazi

Matteo Renzi si è dimesso dalla segreteria del Pd, ma Francesco Bonifazi è rimasto tesoriere. Va detto che non era obbligato ad andarsene: il suo mandato dura quanto l’Assemblea, cioè fino al nuovo congresso. D’altra parte, chi tiene la cassa in un partito è tutt’altro che un dettaglio: il suo predecessore, Antonio Misiani, non se n’era andato con Pier Luigi Bersani, ma era rimasto dov’era anche con Guglielmo Epifani. In quel caso, la continuità politica era evidente: nel Pd di oggi, Maurizio Martina un giorno prova a fare il nemico di Renzi, un altro fa di tutto per non andare allo scontro. Tanto che c’è chi sospetta che i due giochino dalla stessa parte: uno, Renzi, non vuole andare a congresso perché preferisce mantenere una presa sul Pd, l’altro neanche perché vuole restare alla guida del Nazareno.

L’ex segretario non ha alcuna intenzione di cedere altri pezzi di potere. Così Bonifazi ha gestito non solo la cassa integrazione dell’anno scorso, ma gestisce anche quella che parte il primo settembre. Così ha gestito il bilancio dell’anno referendario (con i 9 milioni e mezzo di rosso dovuti alla Campagna del Sì) e quello del 2017 (chiuso in attivo di 500 mila euro). E ha gestito il ricavato del 2 per 1000. In quest’ultimo anno, peraltro, completamente da solo.

Lo Statuto dem prevede un Comitato di tesoreria, ma dall’ultimo congresso non era mai stato nominato. La direzione di lunedì, invece, gli ha dato il via: così Bonifazi sarà affiancato dai membri di altre componenti, che dovrebbero riuscire ad arginarlo. Si tratta di Sofia Amoddio, Carla Brighenti (in quota Emiliano), Marco Di Maio e Maino Marchi (area Orlando).

Ora, da notare che Di Maio è anche nel board della Fondazione Eyu (con lo stesso Bonifazi), il think tank renziano che peraltro, mentre il Pd taglia, raccoglie fondi. Recentemente balzata agli onori della cronaca per aver ricevuto 123 mila euro (più 27mila di Iva) dal costruttore romano, Luca Parnasi.

E poi, c’è il caso Marchi, parlamentare uscente. Perché si tratta di uno di quelli che figura nell’elenco dei morosi stilato da Bonifazi, uno dei destinatari dei 60 decreti ingiuntivi. Il tesoriere gli contesta di non aver pagato 16mila euro. Dunque, poco meno di un anno di quota (i parlamentari devono pagare al Nazareno 1.500 euro mensili). Marchi però dà una spiegazione: “Io quei soldi li ho dati alla Federazione di Reggio Emilia, in aggiunta alla quota che verso già al provinciale”. Perché? “Si tratta di una scelta politica. Quando Bonifazi ha deciso di destinare tutti i soldi del 2 X 1000 al nazionale, ho deciso di sostenere la mia federazione. Ho scritto più volte a Bonifazi e ad altri, ma non sono mai riuscito a parlarci”.

Insomma, una via di mezzo tra una provocazione e una battaglia politica, che parte dal fatto di disconoscere le regole. Sarà per questo che in molti pensano che Marchi può essere l’uomo giusto per provare a contrastare Bonifazi. Fino a quando il Pd sarà un unico partito.

Salvini, il piano-rimpatri: altri 400 posti nei centri

Meno arrivi, più rimpatri e un nuovo pacchetto sicurezza. È la linea dura di Matteo Salvini, illustrata ieri in Senato. Davanti alle commissioni per gli Affari costituzionali delle due Camere, il ministro dell’Interno conferma che punterà sulla riduzione dei permessi umanitari. Dopo 55 giorni al governo, però, gli slogan del segretario della Lega vengono messi alla prova dei fatti. E così i centri per rimpatri, al momento sei in tutta Italia, avranno solo 400 posti in più entro la fine dell’anno. Per rimpatriare gli irregolari serviranno comunque degli accordi con i Paesi d’origine, costosi e difficili da stipulare. E l’emergenza immigrazione e criminalità non è più tale, visto che i dati su sbarchi e reati sono in calo, “per merito del precedente esecutivo, anche se il consolidamento è frutto anche dei primi passi del nuovo governo”, sostiene il vicepremier, che prepara uno o forse anche due decreti, in arrivo dopo l’estate.

La novità dell’audizione è che Salvini è al lavoro su un corposo pacchetto sicurezza, di concerto con altri sei dicasteri (in particolare Economia e Giustizia), per lasciare la sua impronta al Viminale. Il provvedimento sarà ampio (non solo sbarchi, anche assunzioni, lotta alle mafie e sgomberi), al punto che si pensa di sdoppiarlo, anche per evitare nuovi rimproveri da parte del presidente della Repubblica Mattarella, che ha appena ripreso l’esecutivo sul Dl terremoto.

Il tema centrale resterà comunque l’immigrazione, che ha monopolizzato la discussione delle linee programmatiche. Salvini ha annunciato lo stop alla realizzazione di tre hotspot in Sardegna, Sicilia e Calabria, e la creazione di 400 posti in più nei cosiddetti Cpr (Centri per i rimpatri), mossa centrale del suo piano che prevede meno sbarchi e più partenze. Attualmente sono attive 6 strutture, per 880 posti totali: i nuovi saranno realizzati nell’ex carcere di Macomer (Nuoro), a Modena e attraverso la riconversione di due centri di accoglienza a Gradisca d’Isonzo e Milano. Anche se il progetto di avere un centro per ogni Regione (annunciato già dal predecessore Minniti) è rinviato almeno al 2019. “Le frontiere italiane devono essere considerate non più solo come confini nazionali ma dell’intera Europa”, ha detto Salvini in Commissione.

Sul piano interno, il Viminale insisterà sulla linea delle ultime circolari. “Solo il 7 per cento dei richiedenti asilo ottiene il riconoscimento, poi c’è il 15 che ottiene la protezione sussidiaria (quella concessa a chi rischia un danno grave tornando nel proprio Paese, ndr). Ma c’è anche il 28% di permessi di protezione umanitaria, che è tutt’altro che residuale”. Cifra che il ministro vuole ridurre con una stretta sui criteri di concessione. Parallelamente verrà ampliato il raggio dei reati che comportano la decadenza delle domande, mentre con il Guardasigilli Bonafede si cercherà di diminuire i ricorsi. Per far fronte alle 130 mila richieste già depositate e accelerare le risposte (“Il tempo che i migranti passano nei centri di accoglienza, costi per l’erario”), sono stati assunti 250 funzionari nei 50 collegi decisionali sparsi per la Penisola, e per i prossimi mesi ne arriveranno altri 170. “Il riconoscimento di un diritto è sacrosanto, tutto il resto no”.

Prima dell’audizione, Salvini aveva trovato anche una sorpresa in edicola, con Famiglia Cristiana che gli ha dedicato la copertina: una mano che si leva verso il suo volto, e sotto il titolo “Vade retro Salvini”. Il settimanale cattolico è tornato a occuparsi di immigrazione, invitando a “non volgere lo sguardo altrove. Non possiamo lasciare che paure condizionino le nostre scelte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, rabbia e rifiuto”. Un attacco diretto alla politica dei “porti chiusi” del ministro. “L’accostamento a Satana mi sembra di pessimo gusto. Io non pretendo di dare lezioni a nessuno, sono l’ultimo dei buoni cristiani, ma non penso di meritare tanto”, ha replicato lui. Per poi entrare in Senato e ribadire la sua linea.