“Nessuna preclusione” verso il taglio dei vitalizi, ma “c’è il bisogno di procedere con il rigoroso metodo di Einaudi, conoscere per deliberare”. Così ha assicurato ieri il presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, a margine della tradizionale cerimonia del Ventaglio a Palazzo Madama. Secondo Casellati, “quello sul taglio dei costi della politica si tratta di un dibattito che non si esaurisce certo con il tema dei vitalizi agli ex parlamentari, tema a cui non mi sono mai sottratta”. Però la forzista non ha fretta. E lo ribadisce dritto: “Ritengo che serva un provvedimento tecnico giuridico inappuntabile. Per questo ho coinvolto subito la Camera per definire un percorso comune: operazione parzialmente andata in un’altra direzione. Dunque non c’è nessun problema di tempistiche, nessuna preclusione, nessun atteggiamento dilatorio o difesa di privilegi”. Ed è evidente, tra le righe, la puntura di spillo riservata al presidente della Camera Roberto Fico, a cui la “collega” rimprovera di essere andato in autonomia e troppo di corsa con la sua delibera sui vitalizi, approvata lo scorso 12 luglio dall’ufficio di presidenza di Montecitorio.
Il Riesame discuterà a settembre dei fondi spariti della Lega
Il tribunale del Riesame di Genova ha fissato al prossimo 5 settembre l’udienza per discutere sul sequestro dei fondi della Lega. Lo scorso aprile la Cassazione aveva dato ragione alla Procura di Genova, che aveva chiesto di poter procedere al sequestro “a tappeto” su conti correnti e depositi riferibili al partito di Matteo Salvini fino a raggiungere i 49 milioni di euro, ovvero la somma della truffa allo Stato per la quale sono stati condannati in primo grado l’ex leader leghista Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito. Per la Cassazione, come emerge dalle motivazioni depositate a inizio luglio, la Guardia di Finanza può procedere al blocco dei conti della Lega in forza del decreto di sequestro emesso lo scorso 4 settembre dal pm di Genova, senza necessità di un nuovo provvedimento per eventuali somme trovate su conti in momenti successivi al decreto. Se nel nuovo provvedimento il Tribunale del Riesame si atterrà alle indicazioni fornite dalla Cassazione, la Procura potrebbe far ripartire immediatamente i sequestri. Gli avvocati della Lega, a quel punto, potrebbero comunque ricorrere nuovamente in Cassazione.
L’Alto Adige si è annesso il Trentino: tutta l’informazione nelle stesse mani
Il potere mediatico dell’informazione locale in Trentino Alto Adige si concentra nelle stesse mani: quelle della famiglia Ebner. Il gruppo Athesia, guidato dall’imprenditore sudtirolese Michl Ebner, ha annunciato martedì sera l’acquisizione de l’Adige, la testata più venduta in provincia di Trento, quasi 21 mila copie ogni giorno, considerando anche gli abbonamenti. Sempre Athesia controlla anche la Dolomiten, quotidiano in lingua tedesca, il più venduto in regione (39 mila copie). Ma non solo: nell’ottobre del 2016, aveva già acquisito anche i quotidiani Alto Adige e Trentino (quasi 15 mila copie ogni giorno), che facevano parte del gruppo Finegil, ma erano finiti sul mercato per garantire alla nascente casa editrice Gedi di poter accogliere sotto lo stesso tetto Repubblica e La Stampa. In altre parole, gli Ebner controllano oggi quasi tutta la carta stampata quotidiana delle due province autonome. Fuori dal giro solo i due dorsi provinciali del Corriere della Sera e altre testate minori. A livello locale la notizia sta facendo discutere, anche perché Michl Ebner non è solo un editore: è stato deputato alla Camera (dal 1979 al 1994) e poi fino al 2004 parlamentare europeo, eletto sempre per la Südtiroler Volkspartei, il partito che rappresenta gli interessi dei gruppi tedeschi in Alto Adige. L’editore precisa che le testate rimarranno indipendenti e non è prevista nessuna fusione, rispondendo così anche al sindacato dei giornalisti del Trentino Alto Adige che da subito aveva chiesto non solo il mantenimento dei livelli occupazionali, ma soprattutto “il pluralismo dell’informazione in questa terra specialissima che ha fatto dell’autogoverno la sua cifra distintiva”.
Athesia è un colosso che fattura più di 200 milioni di euro e ha un patrimonio di oltre di 120 milioni. È attiva soprattutto nell’editoria, ma non solo: possiede quasi la totalità delle quote di Bennercom, una società di telecomunicazioni e informatica. E ancora il 95% di Athesia Energy che si occupa di energie rinnovabili e il 50% dell’hotel Therme di Merano. Insomma: un colosso e l’unico gruppo che è sembrato davvero in grado di acquistare prima Trentino e Alto Adige e poi l’Adige. Il quotidiano trentino, dalla sua fondazione dopo la Seconda guerra mondiale e fino agli anni Ottanta, era legato alla Democrazia Cristiana.
Il primo editore e direttore è stato Flaminio Piccoli. Poi era passato di proprietà alla famiglia dei conti Gelmi di Caporiacco, che però negli ultimi anni avevano più volte dichiarato la volontà di vendere. Si erano cercati diversi acquirenti e ipotizzata anche una cordata di imprenditori trentini che potessero rilevare non solo il quotidiano, ma anche la costosa tipografia del capoluogo. Ma, prima di martedì, non si era mai arrivati a un accordo. Ora la sezione locale dell’Unione nazionali cronisti sottolinea la “preoccupazione per la salvaguardia del pluralismo dell’informazione in Trentino Alto Adige”. Anche il consiglio di redazione de l’Adige ha espresso “l’auspicio che venga mantenuto sul territorio il pluralismo dell’informazione, stimolo e garanzia di un lavoro migliore da parte dei singoli media”.
Ipotesi secessione: Mestre e Marghera minacciano Venezia
“Se passa il referendum, il nuovo stadio si blocca”. Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, ha puntato sul tifo calcistico. Perché stavolta potrebbe succedere davvero: il Comune di Venezia diviso in due. Da una parte la città sul mare ridotta a 82mila abitanti, come Busto Arsizio. Senza porto e aeroporto, industrie, casinò e stadio. Dall’altra Mestre e Porto Marghera che contano quasi 200mila abitanti, ma perderebbero Venezia, turismo e bellezza.
Gli autonomisti ci hanno già provato quattro volte. Ma oggi potrebbe essere diverso. “Pesano le spinte anti-politiche che con i problemi veri di Venezia non c’entrano”, riassume Gianfranco Bettin, pro-sindaco con Massimo Cacciari e oggi presidente del municipio di Marghera. Il voto è fissato per il 30 settembre. Ma il Tar in queste ore deve pronunciarsi sul ricorso del Comune di Venezia. Che boccia il referendum perché, sostiene, va contro la legge sulle città metropolitane. In pratica doveva essere prima votato dal consiglio comunale in carica (che lo avrebbe quasi sicuramente bocciato).
Ma la secessione converrebbe davvero? Bettin la liquida così: “Una fesseria pazzesca”. Poi spiega: “Una divisione bloccherebbe lo sviluppo per decenni. La forza della città è l’unione nei servizi, nei trasporti, nelle industrie. In materie come il turismo, invece rischieremmo di farci concorrenza uno con l’altro. In tutto il mondo si aggrega e noi dividiamo”. Bettin ammette le difficoltà: “Venezia è un insieme di realtà diverse. Per questo negli anni ’70 erano nati i consigli di quartiere. In altre città, come Roma e Milano, oggi i municipi hanno competenze per bilanci, lavori pubblici e sicurezza. Invece Brugnaro ci ha tolto competenze e fondi. Oggi il municipio di Marghera ha 4 dipendenti, non può comprare le matite”. Dall’altra parte, sostiene Bettin, “c’è la Regione guidata da Luca Zaia (Lega) che ha lasciato la città metropolitana senza competenze”. Quindi, sì, qualcosa va cambiato. Senza dividere: “Se Mestre e Marghera andassero da sole avrebbero meno di 200mila abitanti e perderebbero i municipi”. Brugnaro, che non ha risparmiato attacchi alla Regione, è d’accordo: “Se il Tar darà il via al referendum faremo ricorso al Consiglio di Stato”.
Ma il “sì” raccoglie sostenitori sulla terraferma e in Laguna. Come Marco Gasparinetti che guida l’associazione 25 aprile (che a Venezia è anche festa di san Marco) e combatte contro la vendita compulsiva di palazzi pubblici che vengono trasformati in alberghi: “Primo, abbiamo bisogno di un’amministrazione più vicina ai cittadini. Che conosca i problemi peculiari del Comune. Secondo, dopo aver svenduto la città storica oggi rischiamo di giocarci le isole, bisogna cambiare indirizzo. Terzo, tutte le città con una qualità di vita più alta hanno circa 100mila abitanti, è la dimensione ideale”.
Era il 1926 quando il Fascismo unì le sorti della terra e della Laguna. Venezia aveva 120mila abitanti, Porto Marghera nemmeno esisteva. Mestre era quella descritta da Ernest Hemingway in Di là dal fiume e tra gli alberi e in Addio alle armi: 20mila abitanti, canali, il duomo e le ville dei patrizi veneziani. Oggi vedi industrie, le gru di Marghera, una follia di palazzi cresciuti dagli anni 50. E via Piave, strada simbolo di spaccio ed emarginazione. “Noi ci siamo battuti perché la gente potesse decidere”, spiega Davide Scano (consigliere comunale M5S), “certo che finora di gestione unitaria se n’è vista poca. A Mestre il Comune è stato capace solo di far costruire alberghi low-cost e altri centri commerciali”. Ma chissà se la soluzione è dividere comuni e destini. La partita è politica, perché se vincesse il “sì” la giunta Brugnaro decadrebbe.
E poi ci sono gli affari, come lo Stadio. Gasparinetti domanda: “È stato annunciato un investimento di 185 milioni, ma se vai a vedere di chi è il Venezia trovi due società con sede alle Cayman. Ma di chi è quella montagna di soldi? Di chi è davvero il Venezia?”.
E le voci si inseguono. Addirittura c’era chi ipotizzava che dietro ci fossero società riferibili proprio al sindaco (patron della Reyer di basket). Brugnaro al cronista giura: “Nessuna società mia. Al cento per cento”.
Ora arrivano gli autonomisti: 13 regioni vogliono più poteri
Aogni Regione la propria autonomia. Se una volta era il Nord leghista a coltivare ambizioni indipendentiste, oggi quasi tutte le Regioni d’Italia stanno rivendicando l’esclusiva su alcune competenze gestite dallo Stato. Colpa – o merito – della riforma del titolo V della Costituzione del 2001 e del referendum con cui Lombardia e Veneto, nove mesi fa, hanno avviato il proprio iter autonomista, rompendo gli argini anche per tutte le altre.
Da allora sono già 13 le Regioni ad aver messo in cantiere richieste simili, con buona pace della riforma Boschi-Renzi che nel 2016 aveva tentato di accentrare le competenze: considerato che ne esistono già cinque a statuto speciale (Val d’Aosta, Trentino Alto-Adige, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia) potremmo ritrovarci 13 Regioni su 15 in condizioni di autonomia differenziata, sempre che Molise e Abruzzo – le uniche ferme fino a questo momento – non si uniscano al coro. L’ipotesi è ancora lontana, ma i governatori, che oggi si ritrovano alla Conferenza Stato-Regioni, avranno un alleato certo in Erika Stefani, ministro leghista agli Affari Regionali che non vede l’ora di portare a termine il federalismo differenziato: “Sto lavorando pancia a terra per stringere i tempi – ha detto –, il mio obiettivo è l’autonomia delle Regioni che ne hanno fatto richiesta”.
La possibilità di intervenire sulle competenze territoriali esiste dal 2001, quando il governo di Giuliano Amato riformò l’articolo 116 della Costituzione specificando che “forme particolari di autonomia possono essere attribuite alle Regioni”. Poche parole, rimaste lettera morta – se si esclude qualche tentativo andato a vuoto da parte di Toscana e Veneto – fino alla nuova ventata federalista.
Le prime a concludere la procedura dovrebbero essere Veneto, Lombardia e Emilia Romagna, che sul finire della scorsa legislatura avevano stretto accordi preliminari con il governo. Luca Zaia e Attilio Fontana chiedono per sé tutte le 23 competenze trasferibili – si va dal commercio con l’estero alla sicurezza del lavoro, dall’istruzione alla ricerca scientifica, dai beni culturali all’energia –, mentre il dem Stefano Bonaccini ha previsto un’esclusiva per 15 materie.
L’accordo finale per le tre Regioni potrebbe arrivare già entro la fine dell’anno, ma c’è prima un nodo politico da risolvere, ché l’iter per l’approvazione della procedura è piuttosto lungo: una volta trovata l’intesa tra l’esecutivo e i singoli governatori serve il passaggio in aula, dove il disegno di legge che recepisce il trasferimento di competenze deve essere approvato a maggioranza assoluta. Il problema è che se le richieste delle tredici regioni andassero a buon fine servirebbero altrettante discussioni in Parlamento per approvarle, con il rischio che a fine legislatura l’autonomia rimanga incompiuta per gran parte dei richiedenti.
Per questo molti governatori auspicano una legge delega, strumento con cui le Camere demandano al governo la stesura di leggi e regolamenti, velocizzandone l’iter.
A quel punto potrebbero sperare la Liguria e le sue dodici richieste di competenza (tra cui la gestione dei porti e il coordinamento della finanza pubblica), la Toscana (dieci materie, dai beni culturali all’accoglienza dei richiedenti asilo, fino alla salute), le Marche (dodici competenze) e tutte le altre. Puglia compresa, dove il primo via libera in giunta al piano per l’autonomia è arrivato soltanto due giorni fa.
Ma definire un metodo per gestire le trattative sarà determinante anche per i rapporti tra Lega e Movimento 5 Stelle. Il Carroccio ha nelle autonomie un’antica battaglia – fatta inserire nel contratto di governo – che porterebbe consensi in vista delle Europee, mentre il Movimento dovrà scongiurare i malumori dell’elettorato del centro-sud nel vedere i successi di Lombardia e Veneto.
Per questo si va verso una procedura stabilita di comune accordo per valutare le richieste delle Regioni, senza venir meno – come auspicato pubblicamente anche dalla ministra per il Sud, Barbara Lezzi – al principio di solidarietà costituzionale. Nelle scorse settimane gli alleati di governo si sono già incontrati, ipotizzando una cabina di regia che tenga insieme il ministero per gli Affari regionali e quello per i Rapporti con il Parlamento, e che detti la linea per tutte le trattative. Se rivoluzione sarà, con le Regioni che per la prima volta potrebbe gestire soldi e mansioni finora in capo a Roma, meglio non procedere in ordine sparso.
Decreto Dignità, ecco i voucher per turismo e agricoltura
Voucher a tempo, utilizzabili per un massimo di dieci giorni da imprenditori agricoli, imprese del turismo ed enti locali. È quanto prevede un emendamento al decreto Dignità a cui lavorano il governo e la maggioranza e che dovrebbe essere presentato dai relatori del testo. I nuovi voucher saranno estesi anche alle imprese del turismo “che hanno alle proprie dipendenze fino a 10 lavoratori” e che applicano il contratto nazionale di lavoro. I voucher potranno essere utilizzati, come già previsto dalla normativa in vigore, per pagare il lavoro di pensionati, studenti sotto i 25 anni, disoccupati e percettori di forme di sostegno al reddito. Ma nel decreto c’è anche una parte relativa agli insegnanti, visto che un altro emendamento prevede un concorso straordinario per risolvere il problema delle maestre diplomate prima del 2001-2002. Le commissioni Finanze e Lavoro della Camera hanno già approvato l’emendamento dei relatori al dl, con l’astensione di FI e Pd, che prevede che gli incarichi durino per tutto l’anno scolastico ma trasformando a tempo determinato fino al 30 giugno 2019 anche gli attuali contratti a tempo indeterminato, altrimenti non più validi.
I gialloverdi occupano le Ferrovie e litigano sulla Rai
Il governo gialloverde ha azzerato il Cda di Ferrovie dello Stato per licenziare Renato Mazzoncini, l’amministratore delegato renziano rinviato a giudizio per truffa (senza una riconferma, sarebbe decaduto), e per fermare la fusione con l’Anas. Danilo Toninelli, il ministro dei Trasporti M5S, ha celebrato l’evento sui social. Ma se Toninelli è il ministro vigilante, la competenza sulle nomine spetta all’azionista di controllo dell’azienda pubblica, cioè il Tesoro del collega Giovanni Tria.
Il cambiamento che professa Toninelli viene assorbito dai tempi e dai modi del Tesoro e dunque domani la prima convocazione dell’assemblea andrà deserta, perché Tria ha attivato la procedura classica per individuare consiglieri e vertici Fs con l’ausilio di una società di cacciatori di teste. Un modo per prendere tempo, ma anche e soprattutto per ribadire che sulle nomine non si decide senza il via libera di Tria. Per Cassa Depositi e Prestiti la stessa tattica non ha funzionato molto: dopo settimane di stallo, i Cinque Stelle, supportati dai leghisti, hanno imposto come ad Fabrizio Palermo a scapito di Dario Scannapieco, vice presidente della Banca europea degli investimenti. Girano molti nomi per l’erede di Mazzoncini, l’unica certezza per ora è che il blitz con cui era riuscito a farsi riconfermare il 30 dicembre scorso, a Camere sciolte e con un Cda a sorpresa, è servito a poco. Lo slittamento dal forte peso politico su Fs è utile anche a ristabilire l’equilibrio multiplo che deve maturare su tutti i tavoli di trattativa, incluso quello della Rai. Domani è previsto un Consiglio dei ministri, propedeutico all’indicazione dei consiglieri che mancano per completare il Cda di Viale Mazzini e, soprattutto, dell’amministratore delegato. I gialloverdi sono fermi a una terna di candidati con in vantaggio Fabrizio Salini, ex direttore di La7 e attuale ad e socio al 5 per cento di Standbyme, la società di produzione di Simona Ercolani, seguono Andrea Castellari (Viacom) e Marcello Ciannamea (capo dei Palinsesti Rai). Martedì pomeriggio, i tre papabili hanno incontrato i plenipotenziari del governo gialloverde.
Più contorto il capitolo del presidente, che dopo la designazione del Cda deve ottenere l’investitura dei due terzi della commissione di Vigilanza: la Lega ha prenotato il posto e pensa di coinvolgere Forza Italia. Al momento, si profila un ballottaggio tra Fabrizio Del Noce e Giovanna Bianchi Clerici. Del Noce ha trascorso l’intera carriera in Viale Mazzini tranne una legislatura da deputato di Forza Italia e una successiva candidatura fallita, direttore per sette anni di Rai 1 e per quattro di Rai Fiction, è l’esecutore materiale dell’epurazione di Ezio Biagi dopo l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi. Bianchi Clerici, “soldatessa leghista” (citazione del Cavaliere), componente dell’Autorità per la Privacy, lotta contro il veto dei Cinque Stelle per la condanna per danno erariale – ricevuta dalla Corte dei Conti nel 2011 – per la nomina illegittima a dg di Alfredo Meocci.
Le trattative sul servizio pubblico – in continuità con la classica lottizzazione – riguardano anche i telegiornali e i canali. I leghisti pretendono il Tg2 e un accordo sul Tg1, i Cinque Stelle puntano sul Tg1 e sul Tg3. I conti non tornano, perché Berlusconi vuole una testata giornalistica per donare i voti di Forza Italia in commissione di Vigilanza.
Stallo Ilva: Mittal cede sull’ambiente, restano gli esuberi
La complicata vendita dell’Ilva si sta trasformando in un cortocircuito mediatico e la situazione rischia di rimanere in stallo. Una città intera, Taranto, e i 13 mila dipendenti del gruppo sparsi in tutta Italia restano appesi al braccio di ferro tra il ministero dello Sviluppo guidato da Luigi Di Maio e l’acquirente ArcelorMittal.
Breve riassunto. Nei giorni scorsi l’Autorità Anticorruzione ha confermato le criticità segnalate dal ministero sulla gara, gestita dal governo Renzi, con cui il colosso franco-indiano si è aggiudicato il siderurgico. Martedì, Mittal ha migliorato l’offerta sul piano ambientale accogliendo “tutte le richieste sostanziali” avanzate dagli uffici del vicepremier, che però ha gelato tutti avviando la procedura finalizzata all’eventuale annullamento della gara in autotutela. Entro agosto i tecnici del ministero forniranno a Di Maio la risposta. Un “atto dovuto”, ha spiegato il Mise, ma che aumenta ancora le pressioni sul Mittal. Ieri il direttore finanziario del gruppo e il presidente, Aditya Mittal, hanno illustrato al ministero il piano frutto della trattativa coi commissari governativi (Enrico Laghi, Piero Gnudi e Corrado Carubba). Il testo migliora sensibilmente il piano ambientale approvato a suo tempo da Carlo Calenda. Diversi interventi vengono anticipati al 2020, rispetto alla scadenza prevista nel 2023 (la pavimentazione dei parchi Loppa anche prima) così come la copertura dei parchi minerari – da cui si alzano le polveri che fanno ammalare i tarantini – viene accelerata al giugno 2020 (13 mesi prima del previsto). Mittal si impegna anche a colare acciaio con tecnologie carbon low, la famosa decarbonizzazione, qualora dovesse superare le 8 milioni di tonnellate di acciaio prodotte (soglia eroica e, peraltro, fino alla fine del piano ambientale non potrà superare neanche i 6 milioni).
Un elemento che forse non soddisfa a pieno il ministero, tanto più che Di Maio deve fronteggiare anche l’insoddisfazione degli ambientalisti e delle associazioni tarantine dopo una campagna elettorale in cui si è più volte fatto intendere di considerare anche la chiusura del più grande siderurgico d’Europa.
Ieri il vicepremier ha ammesso che “dal punto di vista ambientale” si “fa un passo in avanti, ma sull’occupazione la situazione ancora non è soddisfacente e va ulteriormente approfondita”. Il riferimento è al fatto che nella sua proposta Mittal non fornisce alcun dettaglio sugli esuberi, limitandosi a impegnarsi a negoziare coi sindacati. A oggi gli esuberi restano circa 3800. Un’ipotesi circolata è che scendano a 3mila con nuove assunzioni e incentivi all’esodo, con i restanti che rimarrebbero in capo all’amministrazione straordinaria con la possibilità di essere riassorbiti dopo la fine del piano, nel 2023. Per la Fiom non si accetteranno “proposte che prevedano esuberi di fatto”. Difficilmente, però, ipotesi concrete potevano comparire nella proposta Mittal, visto che la materia spetta alla trattativa sindacale.
Dopo l’uscita di Di Maio ci si aspettava, come promesso mercoledì, che il vicepremier convocasse le sigle e invece la proposta sarà prima illustrata a un “tavolo interistituzionale”. Al ministero nessuno si sbilancia, ma si ammette che il testo in realtà non è ancora stato valutato, viste le complessità tecniche. Non è quindi escluso che possa chiedere nuove migliorie anche sul piano ambientale.
L’incertezza generata dallo stallo si è manifestata ieri al termine dell’incontro, con Di Maio che ha evitato le domande dei giornalisti. Anche la Fiom, la meno ostile al cambio di guardia in Via Veneto, ha dismesso i toni diplomatici: “Il ministro ci dica quale soggetto rileverà l’Ilva, chiarisca i tempi del passaggio di proprietà e solo dopo avrà senso aprire un tavolo negoziale”. Mittal si è limitata a una nota laconica: “Siamo fiduciosi, abbiamo partecipato alla gara in buona fede”.
Ferrara: “Non ho ruoli nella difesa del Mef contro Marroni”
Il dirigente del ministero del Tesoro, Luigi Ferrara, risponde a un articolo del Fatto del 21 giugno scorso e, tramite il suo avvocato Michele Lo Russo, precisa che non avrà alcun ruolo nell’assistere il ministero del Tesoro nella causa per risarcimento danni avviata da Luigi Marroni, ex ad di Consip che ha perso il posto dopo l’inchiesta sulla Centrale acquisti della pubblica amministrazione nell’ambito della quale Ferrara è indagato per false informazioni ai pm. Ferrara “già il 31 gennaio scorso, con nota del dirigente responsabile, aveva dichiarato la propria incompetenza a entrare nel merito della controversia avanzata dal dott. Marroni, rimettendo ogni richiesta”, precisa il suo avvocato, contestando la ricostruzione del Fatto. Ferrara ci tiene poi a sottolineare che la Corte dei Conti ha approvato la promozione della dottoressa Susanna La Cecilia, contestata da un sindacato anche perché la funzionaria doveva vigilare sulla Consip di cui Ferrara era presidente (in quanto capo dipartimento e dunque superiore di Susanna La Cecilia). Il Fatto lo aveva già ricordato ma, secondo l’avvocato di Ferrara, senza sufficiente enfasi sull’avallo della Corte dei Conti.
Decreto terremoto, Mattarella firma ma chiede modifiche
La firma, il capo dello Stato, l’ha messa. Ma contestualmente ha inviato una lettera al presidente del Consiglio per sottolineare alcune criticità da sanare “in tempi brevi”: il decreto terremoto ha bisogno di alcune modifiche per “ricondurre a maggiore efficacia la disciplina in questione”. I rilievi del Quirinale riguardano innanzitutto l’estensione della materia: il decreto, che era inizialmente composto da un solo articolo che sospendeva il pagamento delle imposte nelle aree colpite dal sisma il 24 agosto 2016, in fase di conversione si è allargato notevolmente, in particolare alle questioni che riguardano la ricostruzione e alla possibilità di realizzare prefabbricati “a termine”. Teme, Mattarella, che si determini un utilizzo “perpetuo dell’immobile abusivo, che diverrebbe, in tal modo, una seconda abitazione”. Il governo ieri ha risposto: “Saranno apportati i correttivi più opportuni per accogliere quanto segnalato”.