Il governo ha approvato le modifiche alla riforma del credito cooperativo che impone alle 300 Bcc di unirsi in una holding. Niente moratoria ampia ma solo una sospensione di qualche mese.
Senatore Alberto Bagnai, prevale la continuità con le riforme del governo Renzi?
Non direi. Il testo è positivo, frutto di un lavoro collegiale che recepisce le indicazioni del credito cooperativo. Migliora la riforma renziana su punti fondamentali.
Quali?
Innanzitutto quelli annunciati dal ministro Tria. Le Bcc avranno più tempo per studiare l’adesione ai gruppi e dovranno mantenere il 60% del capitale delle holding, non più il 51%. Ma il governo è andato oltre: viene sottolineato il carattere localistico e rafforzata la presa sulle holding, dove la maggioranza più due dei consiglieri dovrà provenire dalle Bcc; quelle virtuose saranno poi più autonome.
Voi auspicavate però una moratoria ad ampio raggio, la Lega ha presentato una mozione apposita.
Noi e M5S volevamo fermare il processo e fare una riflessione profonda. Purtroppo la scadenza finale, la costituzione dei gruppi, si era già chiusa a maggio. Dopo l’interlocuzione con Bankitalia abbiamo capito che non si poteva fermare tutto senza rischi. Questo lascia aperte delle criticità.
Quali?
I gruppi finiranno sotto la sorveglianza della Bce, i cui parametri imposti alle grandi banche danneggiano le piccole. Il secondo aspetto è l’attrazione dei capitali. Per Bankitalia le holding servono ad aprirsi a quelli esteri, visto che le politiche d’austerità hanno falcidiato il risparmio e serve importarlo da fuori. Ma o i capitali arrivano e comandano, e significa rendere contendibile al grande capitale un pezzo del sistema finanziario territoriale, o non arrivano, e si pone un problema. Per ora le holding ce l’hanno fatta.
Il governo dovrà trattare una deroga con Francoforte.
È sempre meglio chiedere prima proporzionalità e poi legarsi con nuove norme. Si poteva fare un ragionamento di sistema. È andata così, ma la soluzione finale è positiva.
Il testo dà a Palazzo Chigi il potere di modificare i parametri di capitale delle holding, sfilandolo a Bankitalia e Tesoro. Sfiducia?
Un’assunzione di responsabilità della politica sui temi bancari, dove il governo Renzi, accettando riforme al grido di ‘fate presto!’ ha decretato la sua fine. Questo governo vuol fare il contrario. Ma la scelta è condivisa con Bankitalia. Inutile aprire fronti interni se devi tutelare l’interesse nazionale a Bruxelles.
A cosa si riferisce?
Va rinegoziato il pacchetto bancario. Col bail-in l’Italia ha già fatto da cavia per una norma disastrosa. Non ripetiamo l’errore.
Col ministro Tria ci sono attriti nella maggioranza? È il nuovo Padoan?
Lo conosco, non credo gli piaccia il paragone, e le cose non stanno esattamente così. Tria ha sempre parlato di finanziare piani di investimento in deficit ed è contrario alle riforme dannose proposte da Francia e Germania. Ritiene però che serva negoziare con spread basso e condizioni di mercato ordinate. Io credo conti più la debolezza dei nostri interlocutori, ma sono questioni di metodo.
Sulla legge di Bilancio ci saranno attriti sul deficit?
Quello concordato con l’Ue per il 2019 non è realizzabile, serve negoziare spazi. Su questo c’è perfetta sintonia.