“Bene le Bcc, sulle banche basta autogol”

Il governo ha approvato le modifiche alla riforma del credito cooperativo che impone alle 300 Bcc di unirsi in una holding. Niente moratoria ampia ma solo una sospensione di qualche mese.

Senatore Alberto Bagnai, prevale la continuità con le riforme del governo Renzi?

Non direi. Il testo è positivo, frutto di un lavoro collegiale che recepisce le indicazioni del credito cooperativo. Migliora la riforma renziana su punti fondamentali.

Quali?

Innanzitutto quelli annunciati dal ministro Tria. Le Bcc avranno più tempo per studiare l’adesione ai gruppi e dovranno mantenere il 60% del capitale delle holding, non più il 51%. Ma il governo è andato oltre: viene sottolineato il carattere localistico e rafforzata la presa sulle holding, dove la maggioranza più due dei consiglieri dovrà provenire dalle Bcc; quelle virtuose saranno poi più autonome.

Voi auspicavate però una moratoria ad ampio raggio, la Lega ha presentato una mozione apposita.

Noi e M5S volevamo fermare il processo e fare una riflessione profonda. Purtroppo la scadenza finale, la costituzione dei gruppi, si era già chiusa a maggio. Dopo l’interlocuzione con Bankitalia abbiamo capito che non si poteva fermare tutto senza rischi. Questo lascia aperte delle criticità.

Quali?

I gruppi finiranno sotto la sorveglianza della Bce, i cui parametri imposti alle grandi banche danneggiano le piccole. Il secondo aspetto è l’attrazione dei capitali. Per Bankitalia le holding servono ad aprirsi a quelli esteri, visto che le politiche d’austerità hanno falcidiato il risparmio e serve importarlo da fuori. Ma o i capitali arrivano e comandano, e significa rendere contendibile al grande capitale un pezzo del sistema finanziario territoriale, o non arrivano, e si pone un problema. Per ora le holding ce l’hanno fatta.

Il governo dovrà trattare una deroga con Francoforte.

È sempre meglio chiedere prima proporzionalità e poi legarsi con nuove norme. Si poteva fare un ragionamento di sistema. È andata così, ma la soluzione finale è positiva.

Il testo dà a Palazzo Chigi il potere di modificare i parametri di capitale delle holding, sfilandolo a Bankitalia e Tesoro. Sfiducia?

Un’assunzione di responsabilità della politica sui temi bancari, dove il governo Renzi, accettando riforme al grido di ‘fate presto!’ ha decretato la sua fine. Questo governo vuol fare il contrario. Ma la scelta è condivisa con Bankitalia. Inutile aprire fronti interni se devi tutelare l’interesse nazionale a Bruxelles.

A cosa si riferisce?

Va rinegoziato il pacchetto bancario. Col bail-in l’Italia ha già fatto da cavia per una norma disastrosa. Non ripetiamo l’errore.

Col ministro Tria ci sono attriti nella maggioranza? È il nuovo Padoan?

Lo conosco, non credo gli piaccia il paragone, e le cose non stanno esattamente così. Tria ha sempre parlato di finanziare piani di investimento in deficit ed è contrario alle riforme dannose proposte da Francia e Germania. Ritiene però che serva negoziare con spread basso e condizioni di mercato ordinate. Io credo conti più la debolezza dei nostri interlocutori, ma sono questioni di metodo.

Sulla legge di Bilancio ci saranno attriti sul deficit?

Quello concordato con l’Ue per il 2019 non è realizzabile, serve negoziare spazi. Su questo c’è perfetta sintonia.

“Abbiamo avvertito Bruxelles, nel 2019 faremo più deficit”

Ieri il ministro dell’Economia Giuseppe Tria si è esibito alla Camera in un lungo question time interpretando con un certo garbo la parte del gran cancelliere Antonio Ferrer: “Adelante, Pedro, si puedes… adelante con juicio”. L’ambivalenza del personaggio manzoniano è la dannazione dell’economista che oggi siede a via XX settembre: ministro del cambiamento, sì, ma anche un po’ ministro della continuità come gli chiede il suo attuale dante causa politico, Sergio Mattarella.

La notizia di ieri, per così dire, è che l’esecutivo Conte ha avviato “un dialogo con la Commissione europea con l’intento di fissare, per l’anno 2019, un deficit programmatico coerente con l’obiettivo di governo e, al tempo stesso, del rispetto degli obiettivi di bilancio”. In sostanza, il governo – visto il rallentamento della crescita previsto per la seconda parte dell’anno – non intende fare manovre “pro-cicliche” e, quindi, non intende rispettare la stringente tabella di marcia verso il pareggio di bilancio stilata a Bruxelles, né fare ulteriori manovre correttive, ma – aggiungono al Fatto fonti ministeriali – senza aumentare significativamente il deficit almeno per la legge di Bilancio di quest’anno. In soldoni, il deficit dovrebbe restare anche nel 2019 poco sotto il 2% rispetto al Pil previsto per fine anno (al netto delle uscite una tantum), ma non dirigersi verso le 0,8% chiesto dalla Commissione. Un piano benedetto anche dal Colle che, nelle intenzioni, contempera l’avvio (e solo l’avvio) delle “riforme” promesse dai gialloverdi coi buoni rapporti con l’Ue e, soprattutto, i famigerati mercati, signori dello spread.

E infatti le parole di Tria sono tutte giocate su questa sottile ambiguità (“il contratto di governo adelante, si puedes, e con juicio”): la flat tax si farà a partire dalla prossima legge di Bilancio ma “gradualmente e compatibilmente con gli spazi finanziari ricavabili nel bilancio dello Stato” (si partirà, insomma, con uno sgravio di entità da definire probabilmente solo per le imprese).

E la “pace fiscale”, alias condono, su cui la Lega lo ha interpellato ieri in modo vagamente minatorio? Si può fare, ma “l’ammontare sul quale si può effettivamente concentrare l’azione di recupero, indipendentemente dall’esito, è assai più limitato degli 800 miliardi di crediti residui totali e pari a circa 50 miliardi”. Tradotto: non ci incasseremo abbastanza da finanziare riduzioni di tasse di qualche rilievo (d’altra parte, è fatto noto a meno di non fare un mega-condono tombale).

Si punterà, com’è ovvio, anche a tagliare la spesa che c’è già. Prendiamo il reddito di cittadinanza: “Vi sono molti istituti che andranno rivisti, e andrà rivisto a quali finalità rispondono questi istituti, e se a queste finalità può rispondere un nuovo istituto di protezione sociale che è previsto dal governo; calcoleremo, quindi, il differenziale di costo e vedremo come disegnare gradualmente questo provvedimento, cercando all’interno del bilancio gli aggiustamenti”.

E, quindi, la politica economica generale come sarà? Niente ulteriore austerità (“manovre pro-cicliche”) “così da non danneggiare la crescita e l’occupazione”, ma una “revisione limitata” degli obiettivi fiscali concordati con Bruxelles e senza rinunciare all’obiettivo di riduzione del debito. Come si sa, Tria sostiene (correttamente) il ruolo fondamentale degli investimenti pubblici come, così ieri alla Camera, “stimolo endogeno di crescita per non limitarci a subire choc positivi o negativi che vengono dalla congiuntura internazionale”. E allora? Allora niente: “È chiaro che la Commissione Ue in questo momento non può formalmente accettare che la spesa per investimenti sia posta fuori dal calcolo del deficit, perché queste sono le regole attuali”, però siamo sicuri – è il riassunto – che ci tratterà con un occhio di riguardo.

Un modello di contrattazione con Bruxelles – se non un abito mentale – che abbiamo già visto all’opera in questi ultimi anni e non ha dato grandi esiti: il governo del cambiamento si puedes e con juicio è un esercizio di equilibrismo difficile perché l’asse Quirinale-Tesoro che lo guida ha sì il nemico gialloverde in casa, ma pure quello gialloblu a Bruxelles. Una vita pericolosa.

 

Memento Noisette

Forse non sarà lui il “nuovo” presidente della Rai. Forse la Lega s’è resa conto dello sputtanamento di una scelta così ridicola. Ma già il fatto che il nome di Fabrizio Del Noce abbia potuto affacciarsi nelle cronache giornalistiche come la cosa più normale di questo mondo, senza un moto generale di sdegno, la dice lunga sul livello raggiunto dai vizi italici della smemoratezza e dell’assuefazione al peggio. Tant’è che ieri, da Lisbona dove vive per ragioni fiscali, lui dichiarava alle agenzie, riuscendo a restare serio: “Oggettivamente, credo che se andassero a riguardare tutti i curricula, sarebbe difficile trovare qualcuno con un’esperienza in Rai paragonabile alla mia”. E, in un certo senso, è vero. Dopo una decorosa carriera di inviato speciale del Tg1, anche in zone di guerra, Del Noce inizia a rovinarsi la reputazione nel 1994, quando diventa deputato di Forza Italia, il che già non è male per un giornalista. Dopodiché, mentre B. si mette in tasca per la prima volta la Rai, aggiungendola alla sua collezione di tv, l’astuto Fabrizio confida a Minzolini, allora cronista-segugio de La Stampa (prima di seguire le sue orme): “Se le faccio vedere il bigliettino che qualche giorno fa ho scritto per il Big Boss, scoprirà che quattro nomi su cinque siamo riusciti a portarli: Rossella, Mimun, Angelini e Vigorelli”. Nel ’96 si ricandida, ma viene trombato, allora torna in Rai per condurre Linea verde: le famose braccia rubate all’agricoltura.

Nel 2001 B. torna al governo e si riprende Viale Mazzini: Saccà dg, Del Noce direttore di Rai1 (dove resterà per 8 anni, prima di approdare a Raifiction) e così via. Poi, il 18 aprile 2002, il Caimano impartisce da Sofia le nuove disposizioni per il suo privatissimo “servizio pubblico”: via Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, che hanno osato criticarlo nell’ultima campagna elettorale. È l’editto bulgaro, che trova subito un nugolo di servi obbedienti pronti a eseguirlo. A Del Noce tocca l’onore di cacciare Biagi, il volto più noto della Rai dopo 41 anni di onorato servizio, nonché il protagonista del programma di maggior successo e prestigio della rete ammiraglia e per 111 sere addirittura il più visto dell’intera Rai (Il Fatto, 6 milioni di spettatori, share medio del 21,8%, subito dopo il Tg1). Ma non ha neppure il coraggio di dirglielo. Fa il finto tonto e il pesce in barile. Prepara i nuovi palinsesti senza fargli una telefonata e, a chi gli chiede di Biagi e del Fatto, risponde con involontario umorismo: “Sto studiando”. Poi fa trapelare che forse Il Fatto sarà spostato di orario, come se l’approfondimento dell’attualità potesse essere scisso dal tg.

Stufo di aspettare, Biagi sbotta sarcastico: “Che bellezza essere ‘studiato’ da uno che si occupava di agricoltura, sia pure a sfondo culturale, visto che trovava il modo di presentare fra i pascoli il libro del suo amico Vespa…”. Intanto i mazzieri berlusconiani manganellano ogni giorno il vecchio Enzo. Gasparri lo paragona al confetto Falqui, un purgante. Ferrara lo chiama “trombone ipocrita e arrogante”, “nostro sacro degli affari suoi”. Alla fine Del Noce chiude Il Fatto e lo rimpiazza con Max&Tux, un varietà comico con Lopez e Solenghi. Un flop clamoroso di ascolti, per la gioia di Mediaset, che con Striscia la notizia maramaldeggerà in quella fascia oraria. Ma per Del Noce è tutta colpa del sabotaggio dei telespettatori comunisti: “Max e Tux sono vittime della solidarietà a Biagi, che ha provocato un accanimento senza precedenti contro il nuovo programma”. Testuale. A Biagi propone 20 seconde serate e 5 prime serate “speciali” di venerdì, purché non si occupi di attualità politica e non faccia ombra a Vespa, padrone assoluto dei primi quattro giorni della settimana. Ma poi pure quel contratto si arena e non parte mai. Si fa avanti Antonio Di Bella, direttore di Rai3, per rifare Il Fatto dopo il Tg3, ma Saccà dice che mancano i soldi. Biagi offre di lavorare gratis, ma Saccà gli fa recapitare una raccomandata con ricevuta di ritorno che disdetta il contratto che lo lega da anni alla Rai, seguita a ruota da una beffarda bozza del famoso contratto firmato da Del Noce.

Umiliato, offeso e preso in giro, il grande giornalista rimanda indietro il tutto e si rivolge a un avvocato per portare la Rai in tribunale. Poi, visti i tempi medi della giustizia e la sua età (82 anni), accetta una transazione per farla finita con Viale Mazzini. Del Noce, nel 2006, dirà che l’editto bulgaro e la cacciata di Biagi furono una “coincidenza”. Lui intanto, soprannominato Noisette per le nuance “tramonto sul Bosforo” della sua chioma ben pittata, ma anche della sua carnagione impomatata in tinta, ha trovato il modo di spaccare il setto nasale con un microfono a Sergio Staffelli di Striscia. E poi a scontrarsi con quasi tutti i big della Rai, come se per il talento avesse contratto una speciale allergia: da Baudo (che lo definisce “un uomo piccolo che ha bisogno di litigare per arrampicarsi”) ad Arbore, da Frizzi alla Venier, dalla Cuccarini a Celentano. Nel 2005, il grande Adriano parte col suo Rockpolitik, cui il dg Flavio Cattaneo gli ha garantito per contratto “totale autonomia editoriale” su argomenti e ospiti, infatti l’artista ha invitato Biagi, Santoro, Luttazzi, Grillo e altri epurati per ribaltare l’editto bulgaro. Ma Noisette annuncia dolente: “Mi autosospenderò dai miei poteri e doveri editoriali per quello che riguarda questa trasmissione”: cioè non sarà direttore di Rai1 per la sola durata della puntata. Alla fine partecipa solo Santoro e il programma sfiora il 50% di share, record per Rai1. Ma Del Noce ha tenuto a precisare che, con l’unico trionfo della sua rete in 8 anni di direzione, non c’entra nulla. In compenso, ha scoperto Elisa Isoardi. E – per dirla con Peppino De Filippo – ho detto tutto.

L’arbitro Gavillucci si ribella all’Aia. E fa ricorso contro la sua esclusione

La serie A (e non solo) affronta la sua ennesima grana, questa volta non direttamente calcistica. Ma arbitrale. L’ormai ex fischietto, il 39enne Claudio Gavillucci, ha presentato ricorso contro l’inattesa e, secondo il protagonista e i suoi legali, discutibile dismissione decisa dal Comitato Nazionale dell’Aia con delibera pubblicata sul C.U. (Comunicato Ufficiale) n. 1 del 30 giugno 2018, stagione sportiva 2018/2019, nella quale si fa riferimento a “motivate valutazioni tecniche”; il tutto senza entrare nel dettaglio e spiegarle, e proprio per questo nel ricorso, Gavillucci, sottolinea i diversi punti oscuri: la non corretta applicazione del regolamento e una non intellegibile valutazione del suo operato. E nel sostanziare il ricorso si fa riferimento sui principi e sulle critiche già avanzate nella “sentenza Greco”, il provvedimento n. 17 del 9 ottobre 2017 emesso dal Tribunale Federale Nazionale a firma del presidente Cesare Mastrocola, che annullò la dismissione che aveva colpito l’arbitro Giovanni Greco, riammettendolo nel proprio ruolo.

Gavillucci è arbitro effettivo dal 1996, e nelle ultime tre stagioni in Serie A conta ben 51 gare, di cui 17 nell’ultima stagione, ed è stato lui a sospendere per cinque minuti Sampdoria-Napoli a causa degli insulti razzisti della curva doriana contro i tifosi partenopei.

Non c’è pace al Tour: tappa bloccata dai contadini. Poi vince Alaphilippe

Côte de Fanjeaux, quota 348, salitella di IV categoria, 25 km dopo il via da Carcassonne: transita per primo il francese Warren Barguil. Contende al connazionale Julian Alaphilippe la maglia di miglior scalatore. La sedicesima tappa del Tour de France è piuttosto lunga, 218 chilometri: la Grande Boucle abborda i Pirenei dove si consumeranno gli ultimi duelli, prima della decisiva cronometro di sabato. Fa caldo (30 gradi), l’andatura è sostenuta. Nessuno attacca, almeno per il momento. Ma il caos è in agguato quattro chilometri più avanti.

Un gruppetto di agricoltori en colère, infatti, vuole bloccare il Tour. Obbligare corridori e cameramen a rallentare, a fermarsi, ad ascoltare le loro ragioni. Hanno piazzato balle di fieno sulla carreggiata, per ostacolare la corsa. La rabbia è per i tagli agli aiuti finanziari nelle cosiddette “zone in difficoltà” delle campagne francesi: 350 milioni di euro in meno quest’anno. Ce l’hanno con il ministro Stéphane Travert che ha accettato il diktat di Bruxelles sulla riduzione dei sussidi statali. Nel sud-ovest della Francia rurale, il malcontento è diffuso, palpabile: cartelli, scritte, manifesti.

La carovana del Tour procede dritta verso la trappola del fieno. Non è la prima volta che il Tour sottovaluta una situazione potenzialmente pericolosa. All’Alpe di Huez, i fumogeni dei tifosi hanno reso problematici gli ultimi chilometri della salita: ci ha rimesso una costola il nostro Vincenzo Nibali. Ora, è il turno dei contadini incazzati (la destra lepeniana soffia sulla rabbia…). La scena è surreale: balle di fieno sull’asfalto, otto-dieci grossi trattori verdi e i loro rimorchi disposti sui campi attorno come in un’imboscata. Le staffette della Géndarmerie che precedono il gruppo ordinano di sgombrare il tracciato. Gli agricoltori fischiano, urlano, resistono. I gendarmi cercano di disperderli con i gas lacrimogeni (hanno bombolette portatili). Troppo tardi. I primi corridori sono già lì, fanno slalom tra le balle di fieno, si beccano in faccia il gas. Si fermano. Imprecano. Christian Prudhomme, il direttore del Tour, ordina l’immediata neutralizzazione della corsa. Il gruppo si frantuma in due tronconi. Davanti, i corridori che stanno peggio. Dietro, i più fortunati. I medici del Tour distribuiscono collirio. La maglia verde Peter Sagan (il primo della classifica a punti), gli occhi arrossati come il fuoco, non si fida: “Non è che poi mi fermate per doping?”. Verifica il “bugiardino” del collirio. È perplesso. I dottori del Tour lo rassicurano. Chris Froome e il compagno Geraint Thomas che è la maglia gialla si affidano all’ammiraglia della Sky, la loro squadra. La confusione è totale. Tutti i 149 superstiti del Tour si dispongono in fila indiana, chi da un lato della carreggiata, chi dall’altro, per sciacquarsi la faccia con le bottigliette d’acqua che vengono distribuite affannosamente. È la mezza. Radio Tour chiama a raccolta i corridori.

Il Tour de France, per la prima volta dal 1982, è fermo. Quell’anno, il 7 luglio, si doveva disputare la quinta tappa da Orchies a Fontaine-au-Pire, una cronometro a squadre di 70 chilometri. Lo impedirono i furibondi operai della Usinor, storica azienda siderurgica destinata a chiudere. Tutto un settore in crisi, decine di migliaia di metallurgici a spasso.

Stavolta, però, la situazione è domata in fretta. I gendarmi fermano un manifestante, forse lo ritengono il capo della protesta. Alle 12 e 33 le due auto rosse della direzione del Tour riavviano il gruppo. Alle 12 e 36, viene ridato il via, quello reale. La neutralizzazione è durata 17 minuti. Al traguardo di Bagnères-de-Luchon vince Alaphilippe.

“È sempre la stessa musica: le donne sono messe al bivio”

Londinese, classe 1982, studi in Spagna e Italia, al suo secondo romanzo dopo il best-seller Tre volte noi. Laura Barnett torna in libreria con un altro “concept novel”, Greatest Hits coinvolgendo questa volta anche la musica. “Avrei voluto leggere la biografia di una musicista di successo – poi ritiratasi – che a 60 anni torna e riscopre attraverso la raccolta del meglio della sua carriera chi era prima della fama. Questo libro non esisteva. Così l’ho scritto”.

Ha fatto di più, ha creato il “Greatest Hits”.

Sì, volevo utilizzare la commistione di linguaggi anche in letteratura. Da giornalista culturale avevo scritto di spettacoli teatrali, come quello dei Secret cinema che uniscono film a pièce. Così ho pensato: perché non posso fare un “concept novel” usando canzoni vere e una musicista reale (Kathryn Williams, ndr)? È una forma nuova, mi sembrava strano che nessuno l’avesse utilizzata prima.

Che cosa rappresenta per lei la musica?

Quasi tutto. Forse è la mia prima passione, prima ancora della letteratura. Credo sia il modo più evocativo di esprimere le emozioni. L’unico che attiva la memoria. Se ascolto i Tiromancino sono a passeggio a Trastevere.

Qual è il valore della memoria, secondo lei?

La memoria è la narrativa che ci raccontiamo per cercare di capire cosa ci è successo e cosa ci succederà. Attraverso di essa capiamo il passato e lo guariamo. Che poi è ciò che fa un romanziere. La memoria è importante per uno scrittore. I personaggi non esistono senza memoria, senza i vari livelli di esperienza. Per Cass, la mia protagonista, ad esempio, memoria e musica sono unite. La musica è il modo in cui ha provato a capire cosa le succedeva, e a 60 anni la memoria è il modo di reimmergersi nel passato per capire i propri errori e trovare pace.

La vita di Cass Wheeler è tormentata. È necessario che sia così per essere una grande artista?

Sfortunatamente sì. La sua è una vita complessa fin dall’infanzia. Prima di scrivere il romanzo ho fatto molte ricerche su diversi musicisti, da Joni Mitchell a Bob Dylan. Volevo capire il tipo di personalità in grado di avere questo successo facendo dell’esperienza arte. Ho scoperto che quasi tutti hanno avuto una vita difficile. Quindi anche la mia Cass doveva essere così.

Nel libro si evince anche una sudditanza della donna all’uomo. Un #MeToo?

Ne avrei fatto volentieri a meno. Volevo scrivere un romanzo su una donna di 22 anni che sfonda nella musica, suo marito non ha nessun tipo di problema e le offre tutto l’appoggio che può. Ma era impossibile, perché quando leggevo le storie di musiciste reali, quasi sempre mi trovavo davanti a donne che avevano dovuto scegliere tra vita matrimoniale e artistica. Una decisione che gli uomini non hanno mai dovuto prendere. Ora forse le cose stanno cambiando. Ma nel XX secolo non era così. Ivor, il marito di Cass, non sopporta che si realizzi.

Altro tema molto presente nel suo libro è la maternità.

Avrei fatto a meno anche di questo aspetto. Quando ho iniziato a scrivere non avevo uno schema. Sapevo solo che c’era stato un disagio nel passato di Cass, ma non sapevo quale fosse. Ho capito solo verso metà libro che aveva perso sua figlia. Anche lei come Joni Mitchell aveva avuto una figlia a 19 anni e poi l’aveva dovuta dare in adozione. Era un modo per affrontare il tema della maternità, che come scrittrice sento importante e anche qui mi si è presentata davanti la scelta della donna.

Qual è il clima letterario a Londra tra le nuove generazioni di scrittori?

Il panorama è molto, molto interessante. Ogni anno c’è un nuovo scrittore, si impone un nuovo modo di scrivere. Quando il primo romanzo ha il successo che ha avuto il mio, tutti ti chiedono del secondo. Non ho sentito la pressione perché questo l’ho scritto prima che l’altro avesse successo. Ma qui la scena cambia continuamente. La cosa più importante è trovare il modo più autentico per durare.

Il terzo romanzo?

Lo sto scrivendo. È la storia di una famiglia inglese e di una settantenne che decide di divorziare. Un’altra donna coraggiosa… forse come me.

Nell’anima di Manganelli la mente dell’Africa

Racconta Viola Papetti, amata amante di Giorgio Manganelli, che quando il marito di una sua conoscente lettrice di tarocchi (che atterrivano e divertivano lo scrittore) gli propose di seguirlo in una missione in Africa per conto della multinazionale che dirigeva insieme a ingegneri e ad altre figuri professionali in qualità di “relatore”, Manganelli inopinatamente accettò. Non era scontato, per uno scrittore dell’ombra abituato a passare i pomeriggi a leggere sul letto, con la matita in mano, sedentario e pingue, come era pingue Manganelli, di pasti consumati solo con persone sceltissime, preferibilmente in un profluvio di peperoncino (“Nella mia geografia gustativa occupa lo spazio del peyote”). L’Africa, quindi, nel 1970: giacché i tarocchi, interrogati su chi tra lui e un altro scrittore fosse il più adatto, dicevano sempre lui, Manganelli. Naturalmente, la multinazionale non usò né pubblicò mai le 36 schede scritte durante quel viaggio dentro e sopra a quella “allegoria allucinatoria”, il Continente-pachiderma, la “menzogna dell’Africa”.

Oggi Adelphi, che possiede il prezioso archivio dello scrittore, lo pubblica finalmente col titolo forse volutamente fuorviante di Viaggio in Africa, dal momento che il libercolo tutto è fuorché una relazione geografica o il resoconto di un safari. Onirico, esterrefatto, questo viaggio mentale dalla Tanzania all’Egitto è un laboratorio di scrittura, una delizia per gli occhi e una giostra per i neuroni, un trattatello concentratissimo di arguzia antropologica.

Nella scrittura variopinta e rigorosa di Manganelli emerge in rilievo, ruvida come la si potesse toccare, l’Africa psicologica, intesa sia come la mente del continente, sia come l’immaginario che essa produce in noi europei, o meglio che noi produciamo di essa a partire da scampoli di sapere scolastico, appunti coloniali, spezzoni di documentari, cartoline. Qui c’è l’Africa abusata e morbosa, quella “macchina esotica” libera dalla schiavitù degli orari e del consumismo vessatorio ma non da ogni altra schiavitù, a cui sempre noi l’abbiamo ridotta. Manganelli è un radar: sente la presenza di animali, fenicotteri, leoni; la registra sommariamente; ma al contrario di ogni paesaggista post-coloniale sa che quelle presenze sono geroglifici, geni del luogo, spiriti e segni inconsci della terra africana.

Se per i reportage dalle terre del Nord – Norvegia, Islanda, Svezia, Finlandia, Isole Fær Øer – raccolti da Adelphi ne L’isola Pianeta e altri settentrioni, Manganelli inventò una lingua metafisica e secca, una lingua delle desertità gelate, qui, alle prese col deserto vero, quello africano, inaugura una scrittura incandescente, cumulatoria, irrequieta come un miraggio. Se per raccontare il Polo Manganelli produceva un collasso nella lingua, una concentrazione minerale delle parole addosso alla carne compatta del ghiaccio e ai suoi sfrigolamenti indifferenti (registrava attonito la “grandezza decidua”, la “vocazione statica palladiana”, la “pace geometrica e taciturna” delle grandi forme polari), in Africa il suo linguaggio si scioglie e si abbandona alla “potenza ipnotica” di quella allucinazione. Ecco che “appaiono i laghi: la vegetazione esplode, il verde si incupisce, l’acqua si scioglie in palude, in terra fangosa e torbida.

Talora il lago è isolato, talora una serie di laghi ripete una serie di spenti vulcani. Sono le belle, calde, rigogliose terre della malaria”. Lì gli acri venti di ossigeno puro; qui il sole accanito, quasi animale. Manganelli entra in contatto con la pelle dell’Africa: l’Etiopia è “paese percorso da fantasiosi e nevrotici brividi di storia, ma disperatamente periferico e ignorato sobborgo del mondo mediterraneo”. Non stupisce che la multinazionale che ne aveva richiesto i servigi non pubblicherà mai i suoi scritti (né mai realizzerà la strada che avrebbe dovuto portare “il progresso” delle città europee tra “i villaggi leggeri e spaziati, gli abitacoli precari, da eremiti consuetudinari, pronti sempre ad un altrove, slegati da qualsiasi patria di luoghi ed oggetti”).

Le spaziosità emotive della terra d’Africa tolgono la terra sotto i piedi alla pazienza matematica di Manganelli; la mancanza di ossigeno che segna i corpi degli africani impolverati e nudi gli dà alla testa, e per incanto, per sortilegio (tutto africano), libera lo scrittore-atleta, abituato all’aria rarefatta del Nord, nella sua abilità di muovere immagini di un teatro primitivo, elementare, ai margini del limite, per tirarne fuori un suono che è quello esatto e minimo della solitudine.

Metti Sordi a Maiorca: stalker zoppo ma seducente

“Tanto a Capri non c’è rimasto più nessuno, tutte vecchie”, meglio Palma di Maiorca per Alberto Sordi, alias Anselmo Pandolfini, donnaiolo imperturbabile, combattivo, tenace, quasi ossessivo; oggi finirebbe sotto la categoria stalker per la sua tecnica “goccia a goccia” nei confronti della povera attrice americana Mary Moore (Belinda Lee).

Brevi amori a Palma di Maiorca non è un capolavoro, anzi, andrebbe inserito sotto la categoria “pisolino pomeridiano estivo”, per la sua leggerezza, una trama non impegnativa, una fotografia rassicurante, un insieme di personaggi, dialoghi e “brevi amori” – appunto – facili da inserire in ogni dove, non solo a Palma.

Nonostante questo, Sordi svetta, la sua parte, quasi da caratterista, è un gioiellino grazie a una camminata-zoppa che offre il ritmo giusto alla pellicola, il movimento della gamba è quasi grottesco per quanto accentuato, ma non stona, resta in equilibrio e tutto il resto va a corredo, compreso il solito, bravissimo Gino Cervi.

Al commissario, lo stesso Pandolfini, spiega: “A me piace la donna difficile, quella facile la butto via; e poi non esistono le donne difficili, perché se lei je sta sempre addosso, capita un momento, un attimo di debolezza, e ce cascano. Anche se sono attrici”, “ma così si prende una quantità di schiaffi, e inutilmente”, la replica. “E mica tanto inutilmente, qualche volta mi è andata pure bene”. Ma con tatto: una poesia, un invito a cena, un’altra poesia, dei fiori, un biglietto per il teatro, niente di più. Alla fine degli anni Cinquanta gli stalker erano ancora questi, degli insistenti e imperituri, ma con classe. Almeno al cinema.

Il cammino di Arturo: a piedi fino a Santiago per evitare una condanna penale per droga

È lungo il cammino per rifarsi una vita. Ma Arturo non se lo immaginava così: 1.500 chilometri a piedi, tra boschi, montagne e conventi. Fino a Santiago de Compostela. Senza alcol, droghe e cellulare. Soltanto 40 euro al giorno per mangiare e dormire. Accanto un angelo custode sui generis: un pensionato di 68 anni, capace di non mollarlo un secondo per controllare che gli impegni fossero rispettati. Perché questo era un patto serio, c’era di mezzo un giudice e Arturo (il nome è di fantasia) non poteva cadere di nuovo.

L’alternativa – come ha raccontato Giulia Busetto sul Corriere Veneto – era una condanna penale. E questo ragazzone di Padova quando si è trovato in mano il foglio del giudice ha pensato di sognare. Lo aveva messo alla prova: se avesse completato il Cammino, niente condanna. Non si tratta di un’assoluzione, come ha spiegato il Tribunale per i minorenni di Venezia, nemmeno di uno sconto della pena. Il processo è stato sospeso e, se la prova andrà bene, il reato sarà estinto.

Tutto comincia ormai anni fa quando Arturo – oggi ventiduenne – si mette nei guai con la droga. Comincia il percorso difficile tra Sert e assistenti sociali. E incrocia l’associazione mestrina Lunghi Cammini. Non è un tipo semplice Arturo, ma la condanna rischia di mettere il sigillo su una vita di emarginazione. Così il suo avvocato e il tribunale si mettono d’accordo per questa ‘pazzia’. Ed ecco la strana coppia che si ritrova in Francia, alla partenza del Cammino: Arturo, un ragazzone alto e grosso che sprizza fin troppa energia, e Fabrizio, pensionato di Mestre che ha deciso di accompagnarlo. Non si conoscono nemmeno. All’inizio non sono tutte rose e fiori. Perché Arturo, italiano di origini nordafricane, è abituato a vivere una vita ai margini, tra le periferie di Padova. Poi ogni mattina all’alba suona la sveglia e si deve camminare. Con quel tizio all’inizio sconosciuto dietro a lui. Ottocento chilometri ad andare e altrettanti a tornare. Come i pellegrini del Medioevo. Ma anche di oggi: Arturo incontra sul Cammino decine di persone che cercano di ritrovare una strada. E dopo 85 giorni arriva al traguardo. “L’ultima parola del giudice arriverà in autunno. Arturo deve ancora fare volontariato, frequentare il Sert”, racconta Isabella Zuliani di Lunghi Cammini. C’è altro cammino da fare. Ma l’importante è partire. E chissà se Arturo si è messo in marcia per evitare la condanna o perché, per la prima volta, qualcuno ha creduto in lui.

Dai rifiuti alla valigia: la via delle infradito passa dalla discarica

“In questi giorni, mentre preparate la valigia per le vacanze, non dimenticate di metterci le infradito e di trattarle con rispetto: è probabile che abbiano viaggiato più di voi e che abbiano visto cose che voi non potete neanche immaginare. Le infradito possono sembrare semplici ed economiche. Ma sono parte di una storia più grande e complessa”.

L’appello ai bagnanti è firmato Caroline Knowles, docente di Sociologia dell’Università di Londra che sul portale The Conversation Espana del quotidiano spagnolo El Pais ha raccontato la grande storia delle ciabatte da mare più diffuse al mondo. Un racconto che coinvolge i più poveri della Terra e che va dall’Africa alla Cina, ma soprattutto, sa di petrolio.

Mentre tutti noi conosciamo la parte finale della “via delle infradito” tracciata dalla Knowles e facilmente deducibile dall’etichetta: “Made in China” – perché è proprio nella Repubblica comunista che le ciabatte di plastica vengono assemblate, da minuscole fabbriche ne escono miliardi l’anno –, ciò che ci è meno noto è la parte della filiera che la precede.

Questa storia ha inizio nei campi di petrolio del Medioriente. “La materia prima della quale sono costituite le ciabatte la estraggono i lavoratori migranti dalla Siria e dal sud dell’India, che vivono in accampamenti nel deserto e lavorano sulle piattaforme di perforazione con turni di 12 ore sotto un caldo che brucia”, racconta la sociologa. Ma la catena della fatica è appena iniziata. Da qui, infatti, “parte di questi prodotti lavorati vengono trasformati in piccoli granelli di plastica nelle enormi fabbriche della città sudcoreana di Daesan”, spiega Knwoles. Questi piccoli pezzetti colorati poi vengono acquistati dalle fabbriche di infradito di mezzo mondo, “soprattutto dai posti in cui la manodopera è a basso costo, come il Vietnam e diverse zone dell’Africa subsahariana”. A questo punto inizia la distribuzione, che al contrario di quanto immaginiamo, è maggiore nei paesi poveri, come in Etiopia, dove “se la maggior parte delle persone cammina scalza, per la restante parte le infradito sono l’unica scarpa disponibile”. In queste zone, “alla vendita legale si mischia quella di contrabbando”, scrive la sociologa inglese. “Così nel grande mercato di Addis Abeba anche i più poveri possono comprarne”. E qui l’epilogo, ancora più desolante del resto del viaggio: le infradito rotte, infatti, finiscono nell’immensa discarica della capitale etiope, a Koshe, dove decine di rovistatori di professione le riprenderanno per riciclarle. Anche a costo della vita. L’anno scorso, la montagna di una delle discariche a cielo aperto più grande del mondo scivolando ha inghiottito 113 persone. “Dunque, trattate bene le vostre ciabatte da spiaggia. Sono molto più di ciò che possiate immaginate”.