Gliel’hanno gridato di cella in cella, nel carcere delle Murate, dove Francesco Vinci era rinchiuso dall’agosto del 1982 accusato di aver ucciso cinque coppiette e di essere il mostro di Firenze. Il 10 settembre 1983, dietro le sbarre, gli gridano: “T’han rubato il lavoro”. Quella mattina, a Giogoli, tra il Galluzzo e Scandicci, al confine tra città e campagna toscana, vengono trovati altri due cadaveri uccisi sempre con una calibro 22 Long Rifle e sempre con proiettili Winchester serie H, la firma del mostro.
Si erano appartati in un furgoncino Volkswagen per dormire, appena nascosti dietro gli alberi. I corpi, questa volta, vengono trovati all’interno del furgone, ancora stesi sui lettini: non sono stati trascinati fuori e allontanati, né accoltellati né è stata mutilata la donna. Perché, semplicemente, la donna non c’è: sono due uomini, due artisti tedeschi entrambi coi capelli lunghi. Questo, secondo gli inquirenti, avrebbe ingannato il mostro. Che però è tornato a colpire. A uccidere. E ancora una volta la scena del delitto non viene transennata.
Come per i duplici omicidi precedenti, gli inquirenti si rivelano totalmente impreparati. Alla Procura di Firenze è arrivato Pier Luigi Vigna, inizia a occuparsi del mostro. Quando arriva a Giogoli assieme alla collega Silvia Della Monica, trova talmente tante persone tra curiosi, fotografi e passanti che decide di lasciar perdere i rilievi nella zona intorno al furgone e tenta di “salvare” i possibili reperti conservati nel veicolo: lo fa portare nell’istituto di medicina legale con un carro attrezzi e senza toccare né spostare i cadaveri né altro.
Vinci, il sardo arrestato per omicidio pluriaggravato, chiede la scarcerazione. Ma non viene concessa. Né in quel settembre 1983 e neanche immediatamente dopo il 29 luglio 1984 quando il mostro tornerà a colpire a Vicchio, lungo la strada provinciale Sagginalese. Qui viene trovata una Fiat Panda celeste. A bordo ci sono Claudio Stefanacci di 21 anni e Pia Rontini, appena 18enne, impiegata al bar della stazione e majorette nella banda del paese. È una ragazza speciale, Pia. Ma il mostro non lo sa. Per lei è un massacro. Viene raggiunta da due colpi di pistola, poi portata fuori dall’auto. Tra i rovi. Trascinata per metri sulla terra. È ancora viva. La colpisce con diverse coltellate di cui due alla gola. Le asporta il pube e il seno sinistro. La ragazza sarà trovata con la camicetta e il proprio reggiseno stretti nella mano destra. È il delitto più cruento finora messo in atto dal mostro.
Vinci fa una nuova istanza di scarcerazione: è ormai chiaro che non sia lui il mostro. Ma solamente il 26 ottobre 1984 viene liberato e sarà assolto in via definitiva per non aver commesso gli omicidi nel dicembre 1989.
Se prima a Firenze c’era timore di appartarsi, dopo il delitto di Vicchio si diffonde il terrore. I genitori pur di non sapere in pericolo i figli, il sabato sera vanno al cinema, escono per lasciar loro casa. Il Comune allestisce delle aree di parcheggio dove appartarsi in sicurezza. Viene creata la Sam, squadra speciale antimostro, guidata da Perugini. Il poliziotto, con esperienze specifiche precedenti maturate anche nell’Fbi, fa riunire tutti i reperti dei delitti. Ma scopre che in realtà poco era stato fatto. O meglio, che nessun risultato concreto era stato raggiunto. Dal punto di vista investigativo le carenze erano enormi. Gli errori pure. Le indagini devono ricominciare da zero. Neppure la scena del delitto di Vicchio viene transennata con tempestività e molti rilievi si rivelano inutili. Impossibile, ad esempio, individuare quali impronte ha lasciato l’aggressore e quali i curiosi accorsi o gli stessi agenti di polizia. Sullo sportello destro dell’auto vengono trovate due impronte digitali e altre nella parte alta della portiera, ci sono anche alcune macchie di sangue sulla cornice del finestrino e sul predellino della macchina. Vengono analizzate. Appartiene a Pia. Il sangue. Le impronte? Non si sa. Ancora una volta è evidente come gli inquirenti brancolino letteralmente nel buio.
Sulle indagini è impegnato anche un altro magistrato, il sostituto procuratore Paolo Canessa, che dedicherà molti anni alla vicenda. A tentare di dar loro una mano si aggiunge anche Renzo Rontini, il papà di Pia. L’uomo non riesce a starsene ad aspettare e tenta di collaborare. Investe tutto quello che ha nelle ricerche del colpevole. Vuole veder catturata la bestia che ha massacrato in quel modo la figlia appena 18enne. Renzo è un uomo forte. Determinato. Un ingegnere navale, lupo di mare, capitano di macchine sulle petroliere sulle quali ha fatto ben 18 volte il giro del mondo. Per poter aiutare gli investigatori, un po’ alla volta, si ritrova costretto a lasciare il lavoro. Si indebita. Ipoteca la casa. Fa ricerche da solo. Arriva a contatto con pseudo santoni, prostitute, papponi, strozzini. Brutti giri. Che non portano a nulla. Con gli anni finisce sul lastrico. Sacrifica e perde tutto. Negli anni crea una familiarità con magistrati e forze dell’ordine che indagano sui delitti. E gli unici ad aiutarlo saranno proprio gli uomini del sindacato di Polizia Sap, che riescono a garantirgli una sorta di pensione da un milione di lire mensili. Consumato dal dolore, nell’ottobre 1998, muore colpito da un infarto proprio davanti alla Questura, dove stava andando per ricevere l’assegno e chiedere aggiornamenti sulle indagini. “Allora, che avete scoperto?”, chiedeva ogni volta. A Vicchio le vittime del mostro sono tre, non due.
(3. continua)