Quattro vittime, un errore e l’angoscia di appartarsi

Gliel’hanno gridato di cella in cella, nel carcere delle Murate, dove Francesco Vinci era rinchiuso dall’agosto del 1982 accusato di aver ucciso cinque coppiette e di essere il mostro di Firenze. Il 10 settembre 1983, dietro le sbarre, gli gridano: “T’han rubato il lavoro”. Quella mattina, a Giogoli, tra il Galluzzo e Scandicci, al confine tra città e campagna toscana, vengono trovati altri due cadaveri uccisi sempre con una calibro 22 Long Rifle e sempre con proiettili Winchester serie H, la firma del mostro.

Si erano appartati in un furgoncino Volkswagen per dormire, appena nascosti dietro gli alberi. I corpi, questa volta, vengono trovati all’interno del furgone, ancora stesi sui lettini: non sono stati trascinati fuori e allontanati, né accoltellati né è stata mutilata la donna. Perché, semplicemente, la donna non c’è: sono due uomini, due artisti tedeschi entrambi coi capelli lunghi. Questo, secondo gli inquirenti, avrebbe ingannato il mostro. Che però è tornato a colpire. A uccidere. E ancora una volta la scena del delitto non viene transennata.

Come per i duplici omicidi precedenti, gli inquirenti si rivelano totalmente impreparati. Alla Procura di Firenze è arrivato Pier Luigi Vigna, inizia a occuparsi del mostro. Quando arriva a Giogoli assieme alla collega Silvia Della Monica, trova talmente tante persone tra curiosi, fotografi e passanti che decide di lasciar perdere i rilievi nella zona intorno al furgone e tenta di “salvare” i possibili reperti conservati nel veicolo: lo fa portare nell’istituto di medicina legale con un carro attrezzi e senza toccare né spostare i cadaveri né altro.

Vinci, il sardo arrestato per omicidio pluriaggravato, chiede la scarcerazione. Ma non viene concessa. Né in quel settembre 1983 e neanche immediatamente dopo il 29 luglio 1984 quando il mostro tornerà a colpire a Vicchio, lungo la strada provinciale Sagginalese. Qui viene trovata una Fiat Panda celeste. A bordo ci sono Claudio Stefanacci di 21 anni e Pia Rontini, appena 18enne, impiegata al bar della stazione e majorette nella banda del paese. È una ragazza speciale, Pia. Ma il mostro non lo sa. Per lei è un massacro. Viene raggiunta da due colpi di pistola, poi portata fuori dall’auto. Tra i rovi. Trascinata per metri sulla terra. È ancora viva. La colpisce con diverse coltellate di cui due alla gola. Le asporta il pube e il seno sinistro. La ragazza sarà trovata con la camicetta e il proprio reggiseno stretti nella mano destra. È il delitto più cruento finora messo in atto dal mostro.

Vinci fa una nuova istanza di scarcerazione: è ormai chiaro che non sia lui il mostro. Ma solamente il 26 ottobre 1984 viene liberato e sarà assolto in via definitiva per non aver commesso gli omicidi nel dicembre 1989.

Se prima a Firenze c’era timore di appartarsi, dopo il delitto di Vicchio si diffonde il terrore. I genitori pur di non sapere in pericolo i figli, il sabato sera vanno al cinema, escono per lasciar loro casa. Il Comune allestisce delle aree di parcheggio dove appartarsi in sicurezza. Viene creata la Sam, squadra speciale antimostro, guidata da Perugini. Il poliziotto, con esperienze specifiche precedenti maturate anche nell’Fbi, fa riunire tutti i reperti dei delitti. Ma scopre che in realtà poco era stato fatto. O meglio, che nessun risultato concreto era stato raggiunto. Dal punto di vista investigativo le carenze erano enormi. Gli errori pure. Le indagini devono ricominciare da zero. Neppure la scena del delitto di Vicchio viene transennata con tempestività e molti rilievi si rivelano inutili. Impossibile, ad esempio, individuare quali impronte ha lasciato l’aggressore e quali i curiosi accorsi o gli stessi agenti di polizia. Sullo sportello destro dell’auto vengono trovate due impronte digitali e altre nella parte alta della portiera, ci sono anche alcune macchie di sangue sulla cornice del finestrino e sul predellino della macchina. Vengono analizzate. Appartiene a Pia. Il sangue. Le impronte? Non si sa. Ancora una volta è evidente come gli inquirenti brancolino letteralmente nel buio.

Sulle indagini è impegnato anche un altro magistrato, il sostituto procuratore Paolo Canessa, che dedicherà molti anni alla vicenda. A tentare di dar loro una mano si aggiunge anche Renzo Rontini, il papà di Pia. L’uomo non riesce a starsene ad aspettare e tenta di collaborare. Investe tutto quello che ha nelle ricerche del colpevole. Vuole veder catturata la bestia che ha massacrato in quel modo la figlia appena 18enne. Renzo è un uomo forte. Determinato. Un ingegnere navale, lupo di mare, capitano di macchine sulle petroliere sulle quali ha fatto ben 18 volte il giro del mondo. Per poter aiutare gli investigatori, un po’ alla volta, si ritrova costretto a lasciare il lavoro. Si indebita. Ipoteca la casa. Fa ricerche da solo. Arriva a contatto con pseudo santoni, prostitute, papponi, strozzini. Brutti giri. Che non portano a nulla. Con gli anni finisce sul lastrico. Sacrifica e perde tutto. Negli anni crea una familiarità con magistrati e forze dell’ordine che indagano sui delitti. E gli unici ad aiutarlo saranno proprio gli uomini del sindacato di Polizia Sap, che riescono a garantirgli una sorta di pensione da un milione di lire mensili. Consumato dal dolore, nell’ottobre 1998, muore colpito da un infarto proprio davanti alla Questura, dove stava andando per ricevere l’assegno e chiedere aggiornamenti sulle indagini. “Allora, che avete scoperto?”, chiedeva ogni volta. A Vicchio le vittime del mostro sono tre, non due.

(3. continua)

 

Anpal servizi, è precario chi aiuta i disoccupati a trovare un lavoro

Mentre prosegue il dibattito su come potenziarli, i servizi del lavoro in Italia continuano a essere retti da migliaia di operatori precari. Non solo i centri per l’impiego, che contano su circa 2 mila dipendenti a termine, ma anche la società Anpal servizi, il braccio operativo delle politiche per l’occupazione, ha buona parte del personale che “scadrà” tra il 2019 e settembre 2020.

Questa situazione paradossale italiana è figlia delle risorse investite in politiche attive che nel nostro Paese sono storicamente scarse, soprattutto se confrontate con quelle degli altri Stati europei. Quanto agli ex uffici di collocamento, oggi Cpi, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha già detto di volerli rafforzare, come prerogativa per far partire il reddito di cittadinanza. Meno chiare, invece, sono le intenzioni che il governo ha in riferimento ad Anpal servizi, che è la società per azioni in house dell’agenzia Anpal. Considerando che le politiche attive del lavoro sono di competenza regionale, questo ente svolge il ruolo di coordinamento di tutte le azioni messe in campo a livello locale. Nell’azienda pubblica lavorano circa 1.300 persone, con i precari che si aggirano attorno alle 800 unità. In questi giorni, la commissione Lavoro del Senato è impegnata in un’indagine conoscitiva sul funzionamento dei servizi pubblici per l’impiego. I precari di Anpal servizi, che si sono riuniti in un coordinamento, finora non sono stati considerati. “Si parla sempre di centri per l’impiego – spiegano – ma nessuno fa riferimento alla nostra situazione. Nemmeno il presidente Anpal Maurizio Del Conte, che ricopre anche il ruolo di amministratore unico di Anpal servizi, ci ha citati nel suo intervento del 18 luglio”. Proprio Del Conte sarà sentito nuovamente questa mattina dalla commissione. “Ci auguriamo – aggiungono – che, almeno questa volta porti a conoscenza dei senatori la nostra vicenda. Ci sono nostri colleghi che vivono in questa situazione da quasi vent’anni, avendo iniziato con Italia Lavoro (vecchio nome di Anpal servizi, ndr)”.

Buona parte di questi precari ha dovuto superare nuove selezioni un anno fa, ottenendo però contratti che dureranno fino al 2020. Sempre nell’estate 2017, i vertici della società hanno anche annunciato un percorso di assunzione permanente basato sull’anzianità. “Hanno stabilizzato 50 persone – affermano dal coordinamento – poi si è tutto bloccato”. A gennaio 2019, comunque, scadrà il mandato triennale di Del Conte. Nei prossimi mesi, quindi, il governo deciderà a chi affidare il vertice Anpal. E soprattutto se puntare su questa agenzia, garantendo tutele ai suoi lavoratori.

Se la mobilità sostenibile è nemica dell’ambiente

Negli scorsi giorni, il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha presentato al Senato le linee programmatiche del suo dicastero. Il principale obiettivo dichiarato è la lotta ai cambiamenti climatici e il settore su cui viene focalizzata l’attenzione quello della mobilità. Ci si propone di rendere più stringenti i limiti per le emissioni di CO2 delle auto e di “perseguire tutte le azioni opportune” perché siano rispettati i limiti comunitari in materia di qualità dell’aria con particolare riferimento al PM10 e al biossido di azoto. Occorrerebbe pertanto “puntare sulla mobilità sostenibile” con incentivi all’acquisto di veicoli ibridi, elettrici e a “bassissime emissioni” e con investimenti per piste ciclabili e per l’ammodernamento delle ferrovie locali: i binari dovranno “rivestire nuovamente il ruolo di principale sistema di trasporto ad alta densità”.

Le strategie delineate dal ministro sembrano essere immutate rispetto a quelle adottate dai precedenti esecutivi nazionali e da tutti gli enti territoriali. Ci riferiamo in particolare al cosiddetto riequilibrio modale, ossia la riduzione degli spostamenti in auto a favore di quelli che comportano un minore impatto ambientale. Si tratta di una politica inefficace, inefficiente, non equa e che comporta un doppio costo per la finanza pubblica: maggiore spesa da un lato e minori entrate fiscali dall’altro.

Perché inefficace? Perché la domanda complessiva soddisfatta dal mezzo individuale non ha (quasi) alcun legame con la qualità e la quantità di offerta di servizi di trasporto collettivo. Bus, metropolitane e treni rappresentano una valida alternativa all’auto solo per un segmento molto limitato della mobilità (anche se quello di gran lunga più visibile agli occhi dei decisori politici): si tratta degli spostamenti da e per le aree centrali delle maggiori aree urbane. All’infuori di tali zone, interessate da circa il 10% degli spostamenti a scala nazionale, i trasporti collettivi hanno un ruolo residuale e vengono utilizzati quasi esclusivamente da chi non ha la possibilità di condurre un mezzo proprio. In tutti i Paesi dell’Europa occidentale, compresi quelli dotati di un’offerta di mezzi pubblici urbani e di lunga percorrenza assai migliore rispetto a quella italiana, l’auto ha una quota di mercato che supera l’80%. L’Italia è, dopo il Portogallo e la Grecia, il Paese con il più basso livello di emissioni di CO2 pro-capite nel settore del trasporto stradale.

Anche qualora si volesse ulteriormente incrementare il livello di risorse pubbliche destinate ai trasporti collettivi già oggi fortemente sussidiati, la riduzione degli spostamenti in auto sarebbe “da prefisso telefonico”: ad esempio, il raddoppio dell’attuale dotazione di linee di metropolitana porterebbe indicativamente a una diminuzione di circa 300mila viaggi in auto su un totale di 65 milioni effettuati ogni giorno.

Con riferimento all’inquinamento locale, alla irrilevanza quantitativa dello spostamento modale si va a sommare l’entità ormai ridottissima delle emissioni veicolari: un’auto che inizia a circolare oggi immette nell’aria una quantità di sostanze inquinanti che è pari a pochi punti percentuali di quella che usciva dagli scarichi di un veicolo di trenta anni fa. Dunque, poche auto in meno e pochissimo inquinanti. La conseguenza è che le politiche per la sostenibilità saranno in futuro ancor più irrilevanti che in passato. La qualità dell’aria nelle nostre città continuerà peraltro a migliorare grazie al ricambio del parco e, nell’arco di due o tre lustri, i limiti imposti dalla normativa europea saranno rispettati quasi ovunque in assenza di ulteriori provvedimenti volti a limitare l’uso del mezzo individuale.

Oltreché inefficace, la politica di incentivazione (ri)proposta dal ministro Costa è altresì inefficiente e iniqua oltreché contraddittoria rispetto al principio del “chi inquina paga” cui lo stesso titolare del dicastero dell’Ambiente afferma di volersi attenere. La previsione di sussidi sposta infatti l’onere della riduzione dell’impatto ambientale da chi ne porta la responsabilità a chi lo subisce: chi è inquinato paga. Inoltre, sotto il profilo economico, il sussidio costituisce una politica non ottimale che, se supera il test dell’analisi costi e benefici di cui non vi è traccia nelle linee programmatiche, può essere giustificata solo qualora i costi ambientali non siano internalizzati. Ma, con limitate eccezioni, nel settore dei trasporti, a differenza di quanto accade in altri ambiti, questa condizione è già oggi verificata.

Il prelievo fiscale che grava sui carburanti in Italia e in Europa è tale per cui sono già internalizzate tutte le esternalità ambientali. In particolare, se consideriamo il problema dei cambiamenti climatici, quello più rilevante in una prospettiva di lungo periodo, scopriamo che l’attuale prelievo sulla benzina equivale a una carbon tax pari a circa 300 dollari per tonnellata di CO2 emessa mentre il valore ottimale della tassazione dovrebbe essere oggi pari a qualche decina di dollari e raggiungere i 100 dollari all’orizzonte del 2100. Questa condizione fa sì che riducendo il trasporto su gomma, lo Stato si priva di introiti fiscali grazie ai quali si potrebbero conseguire riduzioni di emissioni in altri ambiti di gran lunga superiori a quelle evitate. Può sembrare paradossale, ma una mobilità più sostenibile è “nemica” dell’ambiente.

Il processo Ubi è maxi: chiesti 400 testimoni, da Draghi a Fontana

Maxi-processo, quello che si apre oggi a Bergamo, con imputati gli uomini al vertice di Ubi Banca e il presidente emerito di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli. Sono ben 400, infatti, i testimoni chiesti dall’accusa, rappresentata dal pm Fabio Pelosi e dal procuratore Walter Mapelli, e dalla difesa. Molti i nomi eccellenti: dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi (richiesto da Bazoli) al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (richiesto da Marco Bava, parte civile), dal presidente emerito Giorgio Napolitano al ceo di Intesa San Paolo Carlo Messina, dal direttore del Corriere della sera Luciano Fontana all’ex direttore Ferruccio de Bortoli.

È il processo che per la prima volta in Italia vede imputati non ex banchieri ormai caduti in disgrazia, ma l’intero gruppo dirigente in carica della terza banca italiana, oltre al decano dei banchieri italiani Giovanni Bazoli. Alla sbarra Emilio Zanetti, all’epoca presidente di Bpu (poi confluita in Ubi), l’amministratore delegato di Ubi Victor Massiah, il presidente Andrea Moltrasio, i vicepresidenti Mario Cera, Flavio Pizzini e Armando Santus, oltre alla consigliera Francesca Bazoli e alla banca come persona giuridica.

Dovranno difendersi da due accuse. Ostacolo alle autorità di vigilanza, attraverso la formulazione di un patto occulto tra due associazioni di azionisti, quelli bresciani e quelli bergamaschi, nascosto a Banca d’Italia e Consob, per mantenere il controllo dell’istituto di credito, dividersi le cariche sociali e impedire che estranei ai patti accedessero ai vertici della banca. E influenza illecita sulle decisioni dell’assemblea, per aver determinato, con “con atti simulati e fraudolenti”, le decisioni dell’assemblea sociale del 2013 e per sconfiggere le liste degli “invasori”, Giorgio Jannone e Andrea Resti. Secondo l’accusa, gli imputati presentarono deleghe in bianco e documenti con firme false e raccolsero voti e deleghe impiegando militarmente i dipendenti della banca e le agenzie, oltre alla Compagnia delle Opere di Bergamo e all’associazione artigiani Confiab. Bankitalia non si è ancora costituita parte civile nel processo.

Tim, una brutta semestrale tiene Genish sulla graticola

Quando il comunicato di bilancio di una grande società quotata come Tim somiglia al commento politico di un partito sconfitto alle elezioni bisogna accendere tutti i fari possibili su quanto sta accadendo nel palazzone romano di corso d’Italia. Ieri il cda ha impiegato parecchie ore ad approvare la relazione semestrale. I risultati del secondo trimestre non risollevano le sorti dell’amministratore delegato Amos Genish, anche se la parte del cda che lo vorrebbe far fuori per il momento non sembra nelle condizioni di poter affondare il colpo. L’intenso movimento condotto da settimane da Luigi Gubitosi – che per il suo passato alla guida di Wind si ritiene il più titolato a prendere il posto del manager israeliano – non sembra aver allargato il suo consenso.

Eppure la vecchia Telecom Italia non se la passa bene. Il comunicato spara come notiziona che nei primi sei mesi del 2018 sono cresciuti sia il fatturato (+ 1,5 per cento) sia l’utile (+ 3,7 per cento), su base organica. Tanto poi i giornali si bevono il titolo del comunicato e “su base organica” sparisce perché è troppo lungo. Se si va avanti a leggere il comunicato si scopre che, “a parità di principi contabili” anziché “su base organica”, i ricavi di Tim sono scesi, rispetto al primo semestre 2017, da 9,772 miliardi a 9,512. Persi per strada 260 milioni di euro per colpa della svalutazione della moneta brasiliana, il real. Non è colpa di Genish bensì del destino cinico e baro, come avrebbe detto Giuseppe Saragat, ma sempre soldi persi sono. Rispetto a un anno fa Genish perde 196 milioni di margine operativo lordo (Ebitda), un calo del 4,8 per cento abbastanza impressionante. Anche qui Genish recrimina sul destino cinico e baro che si è manifestato sotto forma della multa da 75 milioni per la violazione del cosiddetto “Golden Power”. È vero che la multa è ancora sub judice, il bilancio ne deve però tenere conto.

Enrico Cuccia diceva che i bilanci sono tutti falsi. Raffaele Mattioli diceva che sono poesie. La semestrale di Tim è pura poesia, in senso tecnico. Chi si occupa di scrivere e di leggere i bilanci sa che essi sono, come i comunicati politici, il risultato di una complessa gestazione. Servono a comunicare agli azionisti e al mercato anche lo stato del dibattito interno e dei rapporti di forza. La semestrale Tim segnala la decisione di rimandare all’autunno ogni decisione sul mandato di Genish e lo fa attraverso la scelta di non svalutare l’avviamento.

L’avviamento (in inglese goodwill) è quella magica grandezza patrimoniale che esprime in euro la capacità dell’azienda di produrre guadagni. Quanto vale l’avviamento di un ristorante rinomato e sempre affollato? Un esperto lo calcola e scrive la cifra negli attivi patrimoniali. L’avviamento di Tim è pari a 29,4 miliardi, una volta e mezzo i ricavi. In realtà è una grandezza fantasiosa che serve a compensare all’attivo l’enorme debito fatto ai bei tempi da chi scalava Telecom Italia a spese di Telecom Italia. Il record storico dell’avviamento di Tim è stato di 44 miliardi.

L’avviamento di Tim vale il doppio della sua rete telefonica, il che significherebbe, a prendere sul serio l’artificio contabile, che quando pagate la bolletta un terzo dei soldi glielo date per il servizio, due terzi per la reputazione del brand, come se non compraste una connessione Internet ma una borsa firmata.

Tutto questo serve a spiegare anche a chi non pratica l’analisi di bilancio che la decisione presa ieri di non svalutare l’avviamento è una scelta politica. L’avviamento è una cifra folle e va ridotta, ma ridurla significa mettere a bilancio perdite di decine o centinaia di milioni, come fanno le banche (costrette dalla vigilanza) con le sofferenze. Tagliare ieri l’avviamento avrebbe avuto il significato di far uscire Genish con una semestrale da paura, e quindi di screditarlo. Adesso invece tutti in ferie sereni. Si ricomincia a litigare a settembre con la riapertura delle scuole.

 

Intuizioni, mazzette e disastri. Gardini e il Paese smemorato

Era la mattina del 23 luglio 1993 quando, in piena Tangentopoli, la notizia del suicidio di Raul Gardini (con un colpo di rivoltella alla testa) sconvolse la cronaca non solo finanziaria italiana, visto che si parlava di un imprenditore che, negli anni precedenti, era diventato in poco più di un decennio, dal nulla, uno dei personaggi più famosi del capitalismo, non solo italiano. Insomma, un Re Mida che trasformava in oro tutto ciò che toccava. Così, per anni, giornali e giornalisti avevano raccontato le sue gesta, non solo finanziarie, come l’epopea del Moro di Venezia all’America’s Cup 1992. Una notizia clamorosa quella del suicidio del “Contadino” (il nomignolo con cui veniva citato in contrapposizione all’Avvocato e all’Ingegnere) in quel luglio 1993 che arrivava in piena “Mani Pulite”, pochi giorni dopo il suicidio a San Vittore di Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni e suo “rivale” nella battaglia campale in Enimont.

Sono passati 25 anni e sui giornali italiani si assiste alla riabilitazione di Gardini culminata nella sua Ravenna con un concerto dedicato a “L’ultimo imperatore” diretto da Riccardo Muti. Era partito il Corriere della Sera nell’operazione memorial Gardini, “imprenditore visionario e geniale” con l’intervista all’ex cognato Carlo Sama (condannato per finanziamento illecito dei partiti). È certo comprensibile che Ravenna voglia ricordare un personaggio che contribuì tanto alla vita cittadina, ma la “beatificazione” di Gardini appare eccessiva. E dimostra che siamo un Paese senza memoria come già nel 1975 denunciava Pasolini.

Gardini era un personaggio affascinante che sembrava uscito dalla penna di un romanziere francese come Zola, ma nei confronti dei risparmiatori italiani (e dei contribuenti) è difficile ricordarlo come un “benefattore”. Pace all’anima sua, ma il suo profilo di “miliardario” assomiglia a quello dei Robber baron ottocenteschi, imprenditori e banchieri che ammassavano grandi fortune grazie a concorrenza sleale, speculazione finanziaria assoluta, metodi senza scrupoli. Magari poi grazie al mecenatismo e alla buona stampa questi baroni (fra cui Andrew Carnegie, J.P. Morgan, Daniel Drew) saranno poi ricordati con indulgenza, ma al tempo non furono modelli esemplari del capitalismo.

L’ascesa di Gardini inizia dopo un tragico incidente aereo nel 1979 quando muore Serafino Ferruzzi di cui Raul ha sposato la figlia Idina. La linea di discendenza vedrebbe il figlio primogenito di Serafino, Arturo, prendere il timone ma questi e le sorelle lasciano spazio al cognato che sembra il più adatto al ruolo di capitano di un impero vasto e ramificato fra Europa e America. Siamo negli anni 80 e Gardini fiuta il vento e trova in Piazza Affari (i famosi tempi di “panino e listino”) il terreno ideale per coprire le falle e ingrandire a dismisura l’impero in ogni settore. Il suo stile è l’opposto del suocero da cui era andato a bottega: tanto Serafino Ferruzzi era riservato nei suoi affari, tanto il successore cerca i riflettori. Un pataca, un tipo un po’ sbruffone, definizione non lontana da quella data da uno dei pochi giornalisti con la schiena diritta del tempo, Marco Borsa, che quando era ancora potente lo aveva definito “il grande bluff” in un libro (con Luca De Biase) che divenne subito introvabile: “Capitani di Sventura”, dove denunciavano tutti i limiti del capitalismo degli Agnelli, dei De Benedetti, dei Romiti, dei Ferruzzi e dei Pirelli e perché “rischiano di farci perdere la sfida degli anni 90”. Un libro profetico sul declino dell’Italia.

Con Gardini al timone negli anni 80, il gruppo Ferruzzi è fra i più disinvolti insieme a De Benedetti a raccogliere risorse a Piazza Affari in pieno boom dopo la nascita nel 1994 del mercato dei fondi comuni d’investimento e il boom di Borsa che doveva portarci al “secondo miracolo economico italiano”. Oltre 3000 miliardi di lire vengono raccolti con aumenti di capitale e scatole finanziarie per una massiccia campagna di acquisizioni fino all’epilogo drammatico.

Si calcola che fra il 1986 e il 1990 Montedison (dove Gardini aveva puntato con successo alla scalata mettendo sul tavolo 1500 miliardi di lire) e il gruppo Ferruzzi, in una girandola continua effettuano acquisizioni per 10.000 miliardi di lire e cessioni per 5.000 miliardi. Non c’è settore dove l’impero di Ravenna non si estende: dalla soia alle assicurazioni, dallo zucchero ai detersivi, dall’editoria alla chimica, dal petrolio ai silos di granaglie, dai calcestruzzi ai bovini. I piccoli risparmiatori pagheranno un prezzo altissimo a questa bulimia finanziaria, schiacciati da operazioni disinvolte (come la fusione con Iniziativa Meta architettata nel 1988 da Enrico Cuccia dopo che anche la Fiat con Ifil aveva tirato un pacco analogo agli azionisti di minoranza): azioni di risparmio con sovrapprezzi esagerati, quotazioni di costole e debiti fuori controllo che arriveranno a 16.747 miliardi di lire con le banche che si fanno incantare dal Contadino e dal cognato Sama. E rinunceranno nel 1995 a 1126 miliardi di lire di crediti, acquistando al doppio del prezzo di mercato le azioni Ferruzzi rimaste alla famiglia.

Il finale tragico dell’era Gardini arriva con l’operazione Enimont dove la fusione fra chimica di Stato (Enichem) e privata (Montedison) genererà un mostro di perdite e quella che Antonio Di Pietro definì “la madre di tutte le tangenti”. Dall’Enimont Gardini ne esce con un pacco di miliardi ma la famiglia Ferruzzi (tranne la moglie Idina) lo molla e l’impero si squaglierà come neve al sole seppure i discendenti di Serafino ne usciranno tutto sommato in piedi, compreso Carlo Sama.

Emergerà nell’inchiesta Mani Pulite come 150 miliardi di lire di mazzette fossero il prezzo che Montedison ha pagato ai politici per favorire il burrascoso divorzio dall’Eni e uscire da Enimont (con la morte di Gardini, il giorno in cui era stato convocato dalla Procura, non si saprà mai esattamente come andò il giro e se ci sono altre centinaia di miliardi spariti). E dopo che Montedison aveva ottenuto con Gardini una valutazione gonfiata degli asset conferiti in Enimont (quotata) per centinaia di miliardi con la complicità della politica che pensava a come ottenere qualcosa da questo giro.

Una chimica pubblica come ebbe a dire Raul Gardini era una mammella eccezionale per la politica. Il Contadino si infila a testa bassa senza valutare le conseguenze in Montedison e poi nella tentata fusione fra chimica privata e pubblica con Enimont e sarà l’inizio della sua fine. Trova sulla sua strada manager privati e pubblici di ogni tipo (da Schimberni a Garofano) e politici che lo tradiscono più volte, come quando con De Mita gli viene promesso un decreto per evitare la tassazione sui conferimenti in Enimont della parte Montedison e viene poi uccellato dalla maggioranza.

Su Enimont Gardini trova poi la via d’uscita nel novembre 1990 dopo aver infranto gli accordi e riesce a rivendere la sua quota allo Stato per la cifra record di 2.805 miliardi di lire. Una lotta senza esclusioni di colpi dove transitano mazzette di centinaia di milioni di lire su conti svizzeri e panamensi diretti al presidente del Tribunale di Milano dell’epoca su richiesta della parte pubblica, ovvero l’Eni, per congelare le azioni in mano a Gardini e portarlo a più miti consigli. “Sono un branco di ladri… Vogliono rimanere attaccati alla mammella. Ma finiranno per mangiarsi la vacca”, disse Gardini dei politici.

Ma è lo stesso Gardini a cacciarsi in avventure e speculazioni folli come quando alla fine degli anni 80 tenta di far salire il prezzo della soia, manipolando illecitamente il mercato delle materie prime più importante del mondo, quello di Chicago. Compra tutti i contratti future possibili sulla soia per costringere poi gli acquirenti a ricomprare dall’unico venditore (il suo gruppo) a prezzi moltiplicati. Secondo il Congresso americano arrivò all’inizio dell’estate del 1989 a detenere 23 milioni di bushels di soia, ben più di quanto era disponibile sul mercato, e a possedere il 75% della soia nei magazzini del Chicago Board of Trade. Cominciò l’impennata dei prezzi e Gardini pensò di aver messo a segno un colpaccio in grado di sistemare tutti i conti. Ma la denuncia di alcuni grandi operatori statunitensi portò alla scoperta della manovra. Nel luglio 1989, la Borsa di Chicago ordina alla Ferruzzi di liquidare le posizioni in una settimana. Il gruppo viene costretto a svendere a prezzi stracciati. Il bagno di sangue è pesantissimo e stimato in 400 miliardi di lire che furono per diversi anni nascosti nei bilanci delle controllate di Montedison sotto l’occhio distratto (come al solito) dei super revisori di bilancio (Montedison era quotata). Si ricorda certo oggi il Gardini della “chimica verde”, l’innovatore, che parlò fra i primi di agroindustria e di nuovi materiali di origine vegetale, come la plastica biodegradabile prodotta da Novamont o l’utilizzo delle eccedenze agricole per ottenere una benzina “verde”. Un’intuizione buona, ma che si scontrò con i tanti niet dell’Italia del tempo e con il fatto che per essere competitivo come carburante era necessario ottenere significativi contributi e defiscalizzazioni. Qualcosa che certo alle “sorelle” del petrolio (Eni compresa) non piaceva e al Gardini “verde” non era in effetti facile credere.

Si parla di fare più “educazione finanziaria” in questo Paese, ma se tutti diventano “buoni” è difficile che avvenga. O forse conviene a molti.

 

Ceta, quel che gli oppositori non dicono

C’è qualcosa che non torna nel dibattito sul Ceta, il trattato commerciale tra Ue e Canada. Ministri di Lega e Cinque Stelle vogliono bloccarlo perché credono a chi, come la Coldiretti, urla da anni che minaccia i prodotti dell’agroalimentare del Made in Italy. Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti, conduce la sua battaglia usando la bandiera del Parmigiano Reggiano che sarebbe minacciato dai falsi in Canada. Peccato che l’associazione di categoria dei produttori di Parmigiano Reggiano sia da sempre favorevole al Ceta, così come Federalimentare, la Confederazione italiana agricoltori e tante altre organizzazioni di produttori.

Il Ceta introduce per la prima volta nel mercato nordamericano la tutela dei prodotti caratterizzati da un legame col territorio (negli Usa e in Canada sono protetti solo i marchi come simboli commerciali, in Europa il Parmigiano Reggiano può chiamarsi così solo se è prodotto con certe tecniche a Parma, Reggio e dintorni). L’Italia è, tra i Paesi Ue, il primo beneficiario di queste nuove tutele con 41 indicazioni geografiche protette dall’accordo (su 143 europee complessive). È vero che è un compromesso, alcuni prodotti restano esclusi ma sono quasi assenti dal mercato canadese. Quelli protetti coprono il 90 per cento dell’export.

Moncalvo e la Coldiretti dicono la verità solo su un punto: l’accordo riconosce diritto di esistenza al cosiddetto Italian sounding, i finti prodotti made in Italy che potranno rimanere in commercio, sia pure con varie restrizioni, per esempio sull’uso di simboli come la bandiera italiana. Sarebbe stato realistico aspettarsi che il Canada distruggesse le sue aziende per lasciare tutto il mercato alle importazioni europee?

Il Made in Italy sarà più tutelato con il Ceta, già in vigore in via provvisoria, che senza. Mettere il veto sulla ratifica costringerà il Parmigiano Reggiano a competere con il Parmesan Cheese come oggi, senza tutele. Se la Coldiretti e il governo pensano che sia uno scenario migliore di quello previsto dal trattato, dovrebbero spiegare perché.

Savona & Tria, i piani su deficit e investimenti della strana coppia

Ancora poche settimane e il piano da 50 miliardi annunciato da Paolo Savona diventerà un documento ufficiale del governo, abbinato al progetto di legge di Stabilità che ogni anno l’Italia deve mandare a Bruxelles entro il 15 ottobre. Nei giorni scorsi, l’economista sardo diventato ministro degli Affari europei ha delineato le linee lungo cui vuole muoversi, in un’intervista a La Verità e in un’audizione in Parlamento, ma le sue parole sono state accolte come una provocazione intellettuale, una delle tante di una lunga carriera, e invece l’81enne professore è già all’opera, di raccordo con il ministro del Tesoro, Giovanni Tria, che invece ha acquistato una fama di inflessibile guardiano dei conti ancora tutta da dimostrare.

I conti di Savona sono semplici: per realizzare il programma di governo Lega-M5S, stima, servono a spanne 100 miliardi in una legislatura di cinque anni, 20 miliardi all’anno. Finora l’Italia ha sempre chiesto alla Commissione Ue flessibilità di bilancio per poter aumentare la spesa – corrente e per investimenti – anno per anno. Savona invece vuole l’approvazione di Bruxelles a un piano da 50 miliardi di euro di investimenti che, secondo i suoi calcoli, genererà almeno 40-50 miliardi di Pil aggiuntivo ogni anno che, sempre a spanne, si traducono in 20 miliardi di gettito fiscale aggiuntivo, al netto degli inevitabili aumenti degli interessi sul debito. Risorse da redistribuire per realizzare le promesse elettorali, dal reddito di cittadinanza alla flat tax e – si spera – far aumentare l’occupazione. Alla fine degli anni Settanta, da direttore generale di Confindustria, Savona aveva calcolato un moltiplicatore pari a tre della spesa per investimenti (ogni euro investito ne produce tre di Pil). Anche con calcoli più cauti, è il suo ragionamento, 50 miliardi di investimenti dovrebbero bastare. Come pagarli?

Savona ha spiegato il 10 luglio in Parlamento che “al di là di un effetto positivo di annuncio, una spesa di investimenti manifesta i suoi effetti nel tempo riflettendosi in un maggior deficit di bilancio pubblico”. Ma il ministro ha anche ricordato nell’intervista a La Verità che “l’avanzo sull’estero di quest’anno è al 2,7% del Pil, per un valore complessivo di circa 50 miliardi: esattamente ciò che manca alla domanda interna”. La combinazione di queste due osservazioni indica la risposta alla domanda sulle coperture: nuovo deficit ma con l’emissione di debito comprato dagli italiani che dovrebbero attingere a quel serbatoio di risparmio indicato dall’eccesso delle esportazioni rispetto alle importazioni.

Savona sa che i mercati potrebbero reagire male a queste mosse da parte di un Paese ad alto debito. Per questo il documento che verrà abbinato alla legge di Stabilità auspicherà che sia la stessa Commissione Ue a richiedere all’Italia gli investimenti. Con la copertura Ue (a oggi improbabile ma è anche vero che nessun governo precedente l’ha chiesta) ci sarà uno scudo contro la speculazione sul debito. A differenza di esponenti euro-scettici della maggioranza come Claudio Borghi (Lega), Savona è molto preoccupato dallo spread: la differenza di rendimento tra titoli di Stato italiani a 10 anni e omologhi tedeschi è oggi intorno al 2,24 per cento.

Bastano piccoli incrementi e si innescherà una reazione a catena che può culminare nel declassamento del debito italiano e nella conseguente perdita del sostegno della Bce. Nell’approccio di Savona, o la Commissione approva il piano dell’Italia o si assume la responsabilità di innescare la speculazione. In questi giorni ha messo a lavorare il suo viceministro, il giurista Luciano Barra Caracciolo, un altro consigliere di Stato, Carlo Deodato, e un tecnico distaccato proprio dalla Commissione Ue per dimostrare che tutto questo si può fare nel rispetto dei trattati europei.

Savona si è preoccupato di costruire una piena condivisione dentro il governo di questa sua strategia. Ha fatto approvare le sue mosse in via preventiva dai vicepremier Matteo Salvini (Lega) e Luigi Di Maio (M5S) e dal redivivo Ciae, il comitato interministeriale per gli Affari europei che comprende anche Giovanni Tria (Tesoro) ed Enzo Moavero Milanesi (Esteri).

Chi si aspetta che Tria argini il piano Savona, come ha fatto con certe intemperanze di alcuni esponenti di maggioranza, rischia di rimanere deluso. Savona ha già ottenuto un primo segnale concreto di sintonia: Tria si è opposto a ogni ipotesi europea di manovra correttiva (l’Italia non ha rispettato gli impegni di riduzione del debito e dovrebbe fare un intervento da 10 miliardi nel 2018). E nelle sue dichiarazioni programmatiche in Parlamento, il 3 luglio, il ministro dell’Economia ha detto parole in perfetta sintonia con la linea di azione di Savona: “Abbiamo avviato un dialogo con la Commissione europea con l’intento di fissare un obiettivo di deficit coerente con l’obiettivo del governo di favorire la crescita e l’occupazione”. L’obiettivo, ha detto Tria, “è ottenere lo spazio necessario per attuare i principali punti qualificanti del programma di governo”.

Se la Commissione europea respinge tutte queste richieste e, come reazione al negoziato con Bruxelles, i mercati iniziano a rendere più costoso il debito? “La patata bollente tornerà nelle mani del popolo e del Parlamento”, ha detto Savona nella sua audizione del 10 luglio. A quel punto anche il dibattito sul piano B e l’uscita dall’euro forse potrebbe smettere di essere soltanto accademico e diventare molto concreto.

Un breve apologo: Marchionne, Trump, gli operai e le due sinistre

Ci sono stati in questi giorni molti interventi – la più parte agiografici – su Sergio Marchionne e la sua eredità in Fca e nel Paese (legacy, dicono quelli che hanno fatto l’Erasmus). Interessante la lettura di Michele Serra, su Repubblica, secondo cui nel dibattito attorno al manager si possono riconoscere le due sinistre frutto della “lacerazione prodotta dalla globalizzazione” e rappresentate, si parva licet, da Matteo Renzi (sergioentusiasta) e dal governatore toscano Enrico Rossi (sergiocritico), non proprio – quest’ultimo – Buenaventura Durruti, ma tant’è. Ecco, c’è una frase poco citata dell’ultimo Marchionne che racconta come le due sinistre, nel loro ingenuo immaginarsi il conflitto sociale e geopolitico come un minuetto, siano comunque entrambe alla destra pure dei padroni. Disse Marchionne un mese fa: “Capisco la posizione di Trump sui dazi. Non sono la fine del mondo, tutto è gestibile. Si troverà una base su cui ricostruire un equilibrio diverso”. Insomma, il manager della multinazionale sa che il free trade non è un comandamento divino, le due sinistre no: quanto ai lavoratori, che di quelle sinistre furono l’elettorato e la ragione storica, a giudicare dai toni scandalizzati con cui la stampa ne riferisce con mille perifrasi i commenti su Marchionne stanno parecchi chilometri più in là del dibattito sul libero mercato e la legacy aziendale. E non si può che apprezzare il permanere, in questi tempi grami, della tradizionale resistenza dell’operaio alla macchina, fosse pure solo quella della propaganda.

Lo smalto di Josefa, il canto di Dante e le unghie fesse

Le unghie facilmente graffiano, quindi è meglio tagliarsele con cura: l’autolesionismo è in agguato. Per un cervello che non funziona, invece, la manutenzione è assai più complessa e non bastano le forbicine. Ma abbiamo recentemente scoperto che quando si parla di unghie le menti deboli vanno in cortocircuito, nel luogo prediletto per le cazzate che è ovviamente la famosa Rete. Dove negli ultimi giorni si è scatenato l’ennesimo dibattito sul fatto che Josefa, la profuga camerunense salvata dalla Open Arms, è stata immortalata con lo smalto sulle unghie. Circostanza che ha oltremodo eccitato gli animi, in particolar modo delle signore, le quali sanno bene quanti sacrifici costa una manicure perfetta. Che si naufraga con le pellicine pulite e un rosso Dior in bella vista? Non è questa la divisa del migrante disperato. Una utente di Twitter dotata di particolare acume ha notato perfino che le mani della donna non erano spugnose e quindi è ovvio: era un fotomontaggio, il naufragio era l’ennesima fake news messa in circolo dai perfidi sostenitori dell’accoglienza. Attendendo che il governo italiano faccia chiarezza sulle circostanze del salvataggio (e dell’annegamento dell’altra donna e del bimbo), la discussione si concentra sulle unghie di una migrante. Mentre scriviamo ci auguriamo sinceramente che il lettore colga la surrealtà del tutto: l’unghia è la parte del corpo usata per significare la scarsa importanza di qualcosa. Tornando alla storia, è intervenuta una testimone (sic), una giornalista di Internazionale, che ha spiegato il perché e il per come di questo oltraggioso spettacolo: “Josefa ha le unghie laccate perché nei quattro giorni di navigazione per raggiungere la Spagna le volontarie di Open Arms le hanno messo lo smalto per distrarla e farla parlare. Non aveva smalto quando è stata soccorsa. Serve dirlo?”.

Bene, ma non sta ancora qui il problema. Se per caso Josefa avesse avuto le unghie pitturate, l’avremmo lasciata in acqua? Avremmo detto “cara, dato che hai un aspetto curato, purtroppo siamo costretti a lasciarti affogare”. E, anzi, ti lasciamo morire con più gusto. È stupefacente come e quanto diffusamente chi dispensa opinioni sui social network (non tutti sono anonimi) non si renda conto di esporsi al ridicolo della propria miseria, del proprio squallore intellettuale, del proprio nulla. Sarà il caldo, sarà l’idiozia, o sarà che a parlar di unghie sui social lo scivolone è dietro l’angolo? Un mese fa, per dire, su Twitter il deputato dem Luigi Marattin ha ritenuto di affidare al pubblico la seguente, imprescindibile, riflessione: “Credo in tutta onestà – con cognizione di causa e in piena coscienza – che la senatrice Lezzi (se si impegna, si applica e studia) possa un giorno arrivare a laccare le unghie dei piedi della Lorenzin e della Fedeli. Poi, certo, si può non condividere l’operato di Valeria e Bea, ovvio”. Ne è seguito un “dibattito” a proposito del presunto sessismo del post e il cui vertice è stato toccato con la precisazione del medesimo Marattin sul verbo utilizzato: laccare, non leccare! Il pudore è come il coraggio di Don Abbondio, se uno non ce l’ha mica se lo può dare.

Dante (ci scuserà per l’utilizzo improprio), nel sedicesimo canto del Purgatorio, riflettendo su leggi terrene e potestà papali, a un certo punto, spiega che il pastore non ha “l’unghie fesse” (divise), per dire – se i ricordi liceali ci soccorrono puntualmente – che non distingue tra il bene e il male. Osservate il desolante dibattito su queste unghie e dite se non sembrano fesse.