Agiografia o insulti: il vero dibattito resta quello sul capitalismo

Se si scava con pazienza, con tenacia, se si spostano come piccoli massi che ostruiscono lo scavo le cretinate feroci dei troll della Rete, se si solleva con un paranco la massa inerte dell’agiografia obbligatoria; insomma se si va al nocciolo della faccenda, molto sotto la superficie del chiacchiericcio social o a mezzo stampa, si vedrà che le diverse valutazioni su Sergio Marchionne contengono un dibattito tutt’altro che banale. Il dibattito sul capitalismo – italiano e non – che si vorrebbe far passare per una querelle datata e novecentesca e che invece sta lì, a bruciare sotto la cenere fredda.

Sono cose complicate e antiche, per esempio il conflitto tra capitale e lavoro, una cosuccia che non si è risolta negli ultimi duecento anni, da Karl Marx in poi, e che non si risolverà certo ora a colpi di tweet. Le fazioni, però, sono ben delineate: chi ringrazia Marchionne per aver applicato certi standard del capitalismo moderno – molta finanza, molte delocalizzazioni, molto globalismo, compreso portare la sede legale qui, la sede fiscale là, ma mai più in Italia. E chi, dall’altra parte, vede l’ammazzasette delle relazioni sindacali, i licenziamenti e lo sfoltimento della forza lavoro, la riduzione delle pause alla catena di montaggio per la mensa o per pisciare, la pretesa di fare un sindacato giallo e tagliare fuori dagli accordi chi combatte sul serio.

Per qualche anno, la questione è passata come un conflitto tra “moderno” e “antico”. Stupidaggini, perché il problema è ancora quello di capire se questa “modernità” ci piace e ci conviene o se piace e conviene a pochissimi. Per dire, nella gestione Marchionne oltre 20mila posti di lavoro in Fca sono evaporati: 20mila famiglie lasciate senza un reddito a fronte di una famiglia che ha salvato la baracca (gli Agnelli e successive modificazioni) e di alcune che hanno moltiplicato risparmi e investimenti (gli azionisti). Insomma, la vecchia, cara lotta di classe, che oppone chi ha molto e chi ha poco.

Al centro di questo dibattito di lungo respiro c’è un’emergenza costante e visibile a tutti, che è l’aumento delle diseguaglianze. Per dirne una e giocare con il paradosso, si ricorda che Valletta, storico amministratore delegato Fiat, negli anni Cinquanta, guadagnava come 40 operai e Marchionne invece come più di 2mila (vale anche per calciatori, divi di vario genere, eccetera eccetera). Cioè la forbice tra rendita e lavoro, tra profitti e salari si è allargata in modo indecente e inaccettabile, eppure accettata di buon grado anche a sinistra.

Caliamo un velo pietoso sulle scempiaggini renziane a proposito di Marchionne e del marchionnismo, ma è certo che una corrente filosofica filopadronale è egemone da anni. L’idea un po’ balzana è che aiutando i ricchi (sgravi, favori, decontribuzioni, forse addirittura flat tax…) si aiutino, diciamo così, a cascata, anche i poveri. Che se la tavola dei ricchi è ben imbandita, qualche briciola cadrà sotto il tavolo, una manna per chi non ha niente, o poco.

Quando si fa notare che questo paradosso non ha funzionato, che i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri (vedere l’indice Gini sulla diversità, siamo in testa alle classifiche, per una volta), la risposta è standard: si allargano le braccia e si dice “è il mercato che governa il mondo”, intendendo una forza potente, libera e incontrollabile che decide le cose (è il terremoto, è lo tsunami, cosa vuoi farci) e che non può essere regolata. Ecco. Il nucleo, sotto la tempesta di reazioni alla fine dell’era Marchionne, è questo: il mercato è immutabile e incontrollabile come conviene a pochi, oppure si può governarlo come converrebbe a molti? Bella domanda, alla faccia della solita solfa sulla morte delle ideologie. Il resto – dalle agiografie agli insulti – è rumore di fondo.

Camere e web, ragioni e torti di Casaleggio

Le dichiarazioni di Davide Casaleggio sulla democrazia, e le precisazioni del ministro Riccardo Fraccaro, hanno scatenato dure reazioni da parte delle formazioni politiche obsolete, dal Partito democratico a Forza Italia. In parte, come sempre succede nei comizi, si tratta di prese di posizioni che negano a priori qualunque valore a qualunque proposta possa venire dalla parte avversaria. E in parte, come spesso succede nelle discussioni, si tratta invece di fraintendimenti dovuti all’incapacità di ascoltare e capire, prima di rispondere a vanvera pavlovianamente.

Chi non appartiene a nessuno dei due schieramenti contrapposti può però analizzare nel merito le proposte di Casaleggio e Fraccaro, cercando di separare il grano dal loglio. In particolare, distinguendo la pars destruens del progetto dei 5 Stelle dalla sua pars construens. Per iniziare appunto dalla prima, i Farisei che si stracciano le vesti al solo sentir parlare di obsolescenza della democrazia dovrebbero almeno ricordare che il sistema democratico, nella forma in cui oggi lo pratichiamo, trae i suoi fondamenti dalle rivoluzioni americana del 1776 e francese del 1789, e dalle successive costituzioni che gli Stati Uniti e la Francia hanno adottato in seguito.

Chiunque andasse a leggere gli scritti dei padri fondatori, da Jefferson a Condorcet, o gli atti delle assemblee costituenti, si accorgerebbe di quanto la concezione della partecipazione che avevano i rivoluzionari di due secoli e mezzo fa fosse estremamente più ampia e articolata, rispetto alla caricatura che oggi ne hanno i partiti tradizionali: a partire, ad esempio, dal fatto che nelle prime legislature del Congresso americano i partiti stessi non esistevano, e gli eletti rappresentavano direttamente i loro elettori, senza la mediazione e il filtro dei partiti.

Quanto a Jefferson, egli riteneva addirittura che le leggi e le costituzioni dovessero avere una durata limitata, perché “la Terra è data in usufrutto ai viventi, e i morti non hanno poteri o diritti”. Detto altrimenti, ogni generazione dovrebbe essere libera di adattare la forma di stato o di governo ai propri bisogni, senza doversi ritenere vincolata a ciò che i padri fondatori avevano adottato per i propri bisogni. Ed è imbarazzante osservare quanto Jefferson vedesse più lontano dei miopi conservatori di oggi, e capisse che i cambiamenti della società non solo si possono, ma si devono riflettere in un periodico ripensamento delle istituzioni: a partire, ovviamente, dal sistema democratico nella forma attuale.

Una forma superata, che in un mondo che cambia ormai velocissimamente e a vista d’occhio, continua comunque a vincolare la rappresentanza politica a mandati quinquennali, con un anacronismo che i soviet avevano già superato in Russia nel 1905 e nel 1917, anche se poi i bolscevichi fecero diventare la Duma “un bivacco di manipoli”, come d’altronde fecero i fascisti con il Parlamento. Non ha però senso accostare le proposte di Casaleggio e Fraccaro al discorso del bivacco di Mussolini, appunto, perché l’intenzione dei 5 Stelle non è di abolire il Parlamento, ma di “integrare la rappresentanza con la democrazia diretta”.

Ora, è evidente che l’unica democrazia degna di questo nome è quella diretta. E infatti così era nelle intenzioni e nella pratica degli ateniesi: una pratica, tra l’altro, che prevedeva il sorteggio per le cariche che non richiedevano una specializzazione. Compresa la Boulé, che era un analogo del Parlamento, le cui delibere dovevano poi essere ratificate dall’Ecclesia, che era invece l’analogo del corpo elettorale.

È altrettanto evidente che in una società complessa ed estesa come la nostra la democrazia diretta sarebbe impraticabile in forma sistematica. Ma dire che non può essere sempre praticata, non significa dire che non lo debba essere mai. E dovrebbe appunto esserlo ogni volta che una nazione democratica si trova a dover prendere una decisione per la quale gli eletti non hanno ricevuto un mandato esplicito dagli elettori: ad esempio, la ratifica dei trattati internazionali, come propone giustamente il ministro Fraccaro, e come invece impedisce ingiustamente l’articolo 75 della Costituzione vigente (costringendoci, tra parentesi, a tenerci sul groppone un Concordato fascio-craxiano con la Chiesa).

Il lato debole delle proposte di Casaleggio sta nella pars construens, quand’egli propone come modello caricaturale la piattaforma Rousseau e i sondaggi in Rete fra gli iscritti al Movimento: poche migliaia di consultati, a fronte di molti milioni di elettori. Insieme alla mancanza di trasparenza dell’intero sistema di consultazione, che viene gestito nell’ombra e in maniera per nulla democratica da un guru non eletto che ha ereditato il sistema dal padre, possiamo dunque ben dire: “Fai come Casaleggio dice, ma non fare come Casaleggio fa”.

Mail box

 

Con Speranza coordinatore Mdp deve cambiare passo

La nomina del giovane dirigente Speranza, come coordinatore di Mdp, lascia sperare (scusandomi per il bisticcio linguistico), contrariamente a quanto avvenuto sino a oggi, in una opposizione meno prevenuta di quella fatta dal Pd, ma più intelligente. E, in tal caso, non solo Mdp si distinguerebbe smettendola di appiattirsi sulle posizioni del Pd, ma potrebbe anche appoggiare il governo Conte che, per il semplice fatto di essere inviso a Confindustria e al presidente dell’Inps Boeri, deve avere toccato interessi padronali.

Orbene, se Speranza sente scorrere ancora nella sue vene l’autentica tradizione socialista, potrà criticare il governo Conte solo se esso cercherà di tutelare interessi padronali e non dei lavoratori. Tra l’altro, Speranza potrebbe così spingere Liberi e Uguali in direzione di un partito dei lavoratori.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

È compito del governo evitare la guerra tra poveri

Il dibattito politico di queste settimane è tutto imperniato da una sorta di polarizzazione permanente in un gioco la cui somma finale appare vicina allo zero.

Se fai qualcosa per i migranti sottrai risorse ai giovani, ma se spendi per i giovani diminuisci le risorse per i disabili, però se spendi per il sociale togli agli investimenti e si potrebbe andare avanti così all’infinito. È un fatto che ogni spesa dello Stato possa essere vista come antagonista di un’altra: ogni euro dato per una causa è sottratto a un’altra. Si tratta, tra l’altro, di un effetto dei meccanismi che permettono di rivolgersi a micro-gruppi, frammentando la ricerca del consenso, dando priorità a specifici scopi: una pressione permanente verso i politici che impedisce la ricerca di visioni complessive della realtà. Tuttavia, compito del governo è creare sintesi tra istanze differenti, e ancora meglio attivare sinergie tra azioni, che seppur apparentemente distanti, siano in grado di rafforzarsi a vicenda perché la vita quotidiana si svolge a fianco agli altri ed è il radicalismo delle posizioni a creare moltitudini, non società.

Fabrizio Floris

 

Luciana Castellina abbia meno pregiudizi verso i Cinquestelle

Nell’intervista rilasciata al Fatto da Luciana Castellina, senz’altro di un certo spessore, ci sono alcune argomentazioni secondo me condivisibili, ma altre francamente no. Ha ragione l’intervistata quando dice che la crisi del Pci ha avuto inizio con la scissione, nei fatti, dei famigerati ‘’miglioristi’’ filo-craxiani guidati da Napolitano. E con la famelica corsa a posizioni di potere che, è bene ricordarlo, Berlinguer stigmatizzò nella celebre intervista a Repubblica che molti intesero come una critica che riguardasse solo gli avversari politici quando, invece, gran parte di essa si riferiva ai dirigenti del Pci e la dimostrazione, a livello lombardo, la si può facilmente riscontrare anche oggi se si vanno a rivedere i consigli di amministrazione di certe aziende pubbliche dove se un socialista era presidente, un ‘migliorista’ lo affiancava e ne condivideva le ‘scelte’. Altro motivo di disaccordo con la Castellina è la “tessera mentale” che la porta a dire che i 5Stelle sono degli sprovveduti e che non sanno niente di politica, intendendo con ciò che la Politica con la maiuscola la dovrebbe fare una fantomatica sinistra che esiste, allo stato attuale, solo nei suoi sogni. Dei grillini, come li chiama lei, si può dire che dovranno ancora imparare, ma anche che alcuni sono già a buon punto. Inoltre asserire che D’Alema ha meno colpe di altri è una affermazione che non ha fondamento. Oltre alla bicamerale con Berlusconi, impossibile dimenticarsi dei capitani coraggiosi e del fatto che mentre il Pd piangeva miseria chiedesse finanziamenti pubblici tramite il suo fido Sposetti e possedesse due quotidiani Europa, che si dice fosse a sua completa disposizione, l’Unità, di cui fu un fallimentare direttore oltre a ben due canali satellitari dei quali si dice che gli spettatori fossero meno dei redattori. Un’ultimissima cosa vorrei dire alla Castellina: eviti di chiamare ‘grillini’ il Movimento 5 Stelle, per la buona ragione lo hanno fatto digrignando i denti, Scalfari, Napolitano e Fassino e altri.

Franco Novembrini

 

Parlando solo di migranti stiamo trascurando il resto

La politica oggi appare di corto respiro un po’ in tutto il mondo. Si vivacchia su provvedimenti estemporanei ed elettoralistici, senza pensare a dove ci porteranno la globalizzazione, l’euro, le nuove tecnologie, la precarizzazione e la bomba demografica che sta esplodendo. In Europa non c’è solo il problema dei migranti, si lasciano crepare di fame anche i propri cittadini, come i 10 milioni di Greci affamati e trattati ignobilmente, e i 25 milioni di poveri assoluti nella Ue, e i poveracci che campano a pane, aria e voucher. Ed è vero che nell’occidente industrializzato si fanno sempre meno figli, per lo scarso interesse dei governi a incentivare le nascite con politiche apposite. Insomma mentre ci accapigliamo sull’immigrazione mi viene da chiedere: e il futuro?

Enrico Costantini

Ottomila posti in meno? Una polemica frutto di troppi errori

In questi giorni è esplosa la polemica sugli 8mila posti di lavoro in meno che produrrà il decreto Dignità; a quanto ho visto si parla di 8mila posti a tempo determinato. Ma se l’obiettivo del decreto è quello di ridurre i posti a tempo determinato a favore dei posti stabili, quale sarebbe il problema? Gli stessi tecnici che hanno fatto una previsione simile, sono in grado farla anche sui posti stabili?

Alessandro Perrone

 

Gentile Alessandro, la risposta è sì, ma forse nello stesso modo con cui l’Inps ha stimato i famosi 8mila, cioè con poca validità scientifica. Le stime sono sempre frutto di previsioni, ma quando non ci sono precedenti storici, tutto dipende dall’assunto di partenza. Le tanto contestate stime dell’Inps partono da questo: prima del decreto Dignità il limite di rinnovo dei contratti a termine era 36 mesi, ora scende a 24. Poiché ci sono 80mila persone con contratti già oltre i 24 mesi che non potranno essere rinnovati, e poiché il decreto stabilisce ulteriori strette ma non offre incentivi alla trasformazione a tempo indeterminato (verranno inseriti solo in Parlamento), l’Inps stima che il 10% di quegli 80mila non verrà stabilizzato. Perché il 10%? Nessuno lo sa, né il presidente Inps Tito Boeri lo ha spiegato, limitandosi a dire che era un numero “ottimistico”. Magari ha ragione, magari no. I tecnici del servizio Bilancio della Camera hanno però smontato le sue stime, chiedendo spiegazioni sui criteri usati e spiegando che si tratta di “effetti indiretti”, ovvero “non riconducibili, in via diretta e automatica, alle innovazioni normative introdotte” e per questo non dovevano essere neanche presenti nel testo. Questo, tacendo del fatto che si tratta dello 0,4% dei contratti a termine attivati in un anno, praticamente è un rumore statistico. Quanti imprenditori decideranno di stabilizzare i precari esauriti i 24 mesi? L’Inps non lo dice, e difficilmente potrebbe visto che dipende da tanti fattori, in primis la congiuntura economica. La polemica sugli 8mila disoccupati che si creerebbero a causa del decreto Dignità, oltre a essere sterile è anche frutto degli errori di Di Maio e Boeri. Il primo ha sottovalutato la portata mediatica di quelle stime, salvo poi, a caso scoppiato, denunciare l’improbabile complotto di una “manina” che li ha infilati di soppiatto, quando invece al suo ministero i numeri erano noti da giorni (non andavano proprio chiesti perché non c’era obbligo di inserirli nella relazione tecnica del decreto). Boeri ha invece usato toni inaccettabili e indossato i panni del martire del libero pensiero su numeri “privi di basi scientifiche” e “poco trasparenti” (copyright del ministro dell’Economia, Giovanni Tria).

Carlo Di Foggia

A sette anni prigioniero nelle carceri di Trump

I genitori arrestati alla frontiera; i bambini portati in istituti di New York. Fra loro, uno di appena 7 anni. L’ennesima vicenda di famiglie smembrate al confine americano secondo la tolleranza zero dell’Amministrazione Trump, riguarda anche il Brasile.

“Abbiamo 52 bambini separati dai loro genitori: emblematico il caso di C., immaginate un bambino di sette anni detenuto in un luogo per lui strano, dove parlano una lingua incomprensibile. La madre è in Brasile, il padre è in America e il governo brasiliano non riesce a risolvere il caso, anzi non fa nulla o fa pochissimo; oltre a non esserci nessun avvocato a New York per seguire il caso”; la denuncia è del presidente nazionale dell’Ordine degli avvocati del Brasile, Claudio Lamachia. Il legale ha tentato di liberare il bambino, invano. La madre vive a Carmo do Paraiba a Minas Gerais e vuole che il bambino torni a casa. Secondo il legale, il governo del presidente Michel Temer sta sottovalutando il problema.

Lamachia era negli Usa, per un seminario quando è esplosa la crisi ed è riuscito ad avere un contatto con uno dei bambini brasiliani, un ragazzino di sette anni, recluso sin da maggio in un edificio dell’immigrazione americana vicino a New York. “Non parlo dei genitori, quello che mi preoccupa al momento sono i bambini. Loro non hanno commesso nessun crimine, non sono imputabili e devono restare sotto custodia brasiliana e non certo americana” aggiunge Lamachia. Giacché i bambini non possono entrare nelle prigioni federali americane, sono separati dai genitori e affidati all’Office of Refugee Resettlement (Orr), un ufficio per il ricollocamento dei rifugiati.

Dopo essere stati separati dai genitori, i minorenni sono affidati entro 72 ore dalle guardie di frontiera all’Orr. Da quel momento sono considerati come “minori stranieri non accompagnati”, una categoria che in genere si riferisce ai minori che arrivano al confine statunitense da soli. I bambini sono ospitati in strutture gestite dal governo e vi trascorrono settimane o mesi mentre i funzionari cercano parenti o sponsor che siano pronti a prendersene cura, mentre la loro richiesta di asilo è pendente dinanzi al tribunale.

La situazione dei bambini migranti è stata trattata alla fine di giugno a Brasilia dal presidente Michel Temer e dal vicepresidente Usa Mick Pence. Il vice di Trump ha usato un tono duro rispetto alla migrazione: “Se non siete in condizione d’entrare legalmente, non venite!”.

Circa 410 mila brasiliani vivono negli Stati Uniti, un quarto sono illegali. I brasiliani rappresentano quasi il 10 per cento della popolazione di 42,1 milioni d’immigrati negli Usa, cui circa 11 milioni senza documenti.

Te lo do io il Pulitzer: smantellato il Daily News

La politica non c’entra probabilmente nulla, ma una settimana dopo avere accusato Donald Trump di “aperto tradimento”, per l’incontro col presidente russo Vladimir Putin, il Daily News si ritrova con il direttore cacciato e mezza redazione licenziata. Martedì 17, il tabloid era uscito con il solito titolo a caratteri cubitali e un disegno di Putin a petto nudo: sotto l’insegna Quinta Strada, il russo dava la mano a Trump che, con la mano libera, puntava una pistola contro lo Zio Sam.

Con una email circolare allo staff superstite, una quarantina di giornalisti, l’editore – la società Tronc – proprietaria, tra l’altro, del Chicago Tribune, del Baltimore Sun, dell’Orlando Sentinel e di vari altri media, ha annunciato che d’ora in poi il giornale si concentrerà su notizie di “cronaca nera e giudiziaria e di responsabilità pubblica”. Tronc, che ha venduto a giugno il Los Angeles Times, vuole cambiare il nome, spesso oggetto di giochi di parole, e tornare a essere la Tribune Publishing. Il Daily News è stato una voce chiave dell’informazione newyorchese per circa un secolo e ha vinto 11 premi Pulitzer – l’ultimo nel 2017 –. La notizia dei tagli non è stata un fulmine a ciel sereno: c’erano state avvisaglie, anche da parte del direttore uscente Jim Rich, che ieri ha scritto: “Se avete in odio la democrazia e se pensate che il potere deve potere agire indisturbato e nell’oscurità, allora oggi è un buon giorno per voi”.

Le vendite e gli incassi del tabloid stanno scemando da anni: nel triennio 2014/16, il calo dei ricavi era stato del 22% e il giornale aveva già ridotto lo staff. L’editore intende trasformare il Daily News in un’azienda “davvero digitale”: il programma è “Abbiamo già fatto molto, dobbiamo fare di più”. Il nuovo direttore è Robert York, finora direttore del Morning Call di Allentown, in Pennsylvania, dello stesso gruppo editoriale.

L’anno scorso, aveva fatto scalpore la notizia che il Daily News era passato di mano per un dollaro: Tronc aveva pagato la simbolica cifra al miliardario immobiliare Mort Zuckerman che a sua volta aveva acquistato il tabloid nel 1993, per 36 milioni di dollari.

Con l’avvento di Internet, il giornale ha vissuto tutte le tappe della crisi dell’editoria tradizionale: tiratura scesa dai due milioni di copie degli anni Quaranta (un record negli Usa) a poche centinaia di migliaia, pubblicità in calo, debiti, licenziamenti. Voce della classe lavoratrice, rivale del New York Post di Rupert Murdoch, il Daily News nacque all’avanguardia: quando uscì nel 1919, era il primo giornale negli Usa in formato tabloid. Celebre per le pagine sportive, la cronaca nera e il gossip, il Daily News aveva vinto l’ultimo Pulitzer insieme a ProPublica per una serie di servizi sugli abusi della polizia. Il passaggio a Tronc era una sorta di ‘ritorno a casa’.

Il fondatore del quotidiano, Joseph Medill Patterson, e suo cugino, Robert McCormick, erano i proprietari del Chicago Tribune e il gruppo Tribune aveva gestito la testata fino al 1991. L’ingresso di Tronc aveva limitato l’influenza politica di Zuckerman, animato da una spiccata antipatia per Donald Trump coltivata in anni di guerre dell’immobiliare a Manhattan. Pagando un dollaro, Tronc, oltre alla testata, s’era assicurato il 100% della proprietà delle tipografie di Jersey City e il 49,9% di 10 ettari con vista sullo skyline di Manhattan, ma anche oneri stimati decine di milioni di dollari tra spese e debiti.

Caso Benalla, mozione di sfiducia contro Macron

L’assidua vicinanza che ha contraddistinto il rapporto tra Emmanuel Macron e il “signor Benalla” (come lunedì è stato definito dal ministro dell’Interno Gérard Collomb nella sua audizione alla commissione parlamentare d’inchiesta) non si può cancellare facilmente. Se ne sta rendendo conto sulla propria pelle il presidente francese alle prese con un “Benallagate”, che giorno dopo giorno, si fa sempre più pericoloso. E il silenzio mantenuto finora sulla vicenda non aiuta a risolvere il caso. Quelle poche parole fatte trapelare dall’Eliseo, secondo cui Macron avrebbe definito “inaccettabile” il comportamento di Benalla promettendo che non ci sarà “impunità”, appaiono troppo abusate e scontate per rassicurare l’opinione pubblica francese.

La questione di un bodyguard dello staff del presidente che, indossando un casco d’ordinanza non in sua dotazione, interviene nel bel mezzo di un corteo per azioni violente di repressione nei confronti di due manifestanti, è un fatto imbarazzante per l’Eliseo. Il fatto poi che le sanzioni stabilite dall’organismo interno siano ignorate e che Benalla figuri tranquillamente in servizio durante il periodo di stop forzato, arricchiscono la vicenda di contorni inquietanti.

Lunedì Gérard Collomb, ministro dell’Interno, e Michel Delpuech, prefetto di Parigi, hanno decisamente aggravato la posizione del presidente. E ieri ci ha pensato l’opposizione a sferrare un altro attacco. I deputati dei Républicains hanno annunciato una mozione di censura, ossia di sfiducia, contro il governo. Per Christian Jacob, capogruppo dell’opposizione repubblicana all’Assemblea nazionale, “l’esecutivo ha fallito”. La mozione dei Républicains ha praticamente chance nulle di essere approvata dal Parlamento ma potrebbe comportare la formazione di alleanze trasversali impensabili sino a pochi giorni fa, con il gruppo La France Insoumise del tribuno della gauche alternativa, Jean-Luc Mélenchon, che si schiera insieme alla destra neogollista.

La difesa d’ufficio di Macron fatta dal premier francese, Edouard Philippe, secondo il quale si tratta di “una deriva individuale di un responsabile di missione non certo un affare di Stato”, non inverte il trend dei sondaggi che evidenziano un calo del 4% nei consensi. Per colpa dell’affaire Benalla, Macron scende di nuovo al 32% – percentuale già toccata a settembre dello scorso anno – quando invece, secondo i sondaggisti dell’Ipsos, il trionfo della Nazionale dei bleus ai Mondiali di calcio e il periodo delle vacanze estive (la bella stagione rende sempre più bendisposti nei giudizi… ) avrebbero dovuto far decollare il gradimento. Ma la figura del “signor Benalla” sta sinistramente oscurando Macron e non solo nelle immagini dei siti e dei giornali di tutto il mondo. Dove paradossalmente il protagonista non è più il soggetto al centro della foto.

C’era una volta Mati. Il fuoco divora un pezzo di Atene

“Pompei, sembrava di essere a Pompei”. Un abitante del villaggio marino di Mati, ormai sepolto nella cenere, continua a ripetere la stessa frase guardando con gli occhi sbarrati le telecamere. È un uomo fortunato, anche se non ha più una casa dove vivere.

Nel giardino di una villa non lontano dalla sua abitazione, ormai distrutta, c’erano 26 persone. I pompieri, dopo aver lottato ore contro le fiamme, le hanno trovate abbracciate. Ma per loro non c’è stato nulla da fare: il fumo sprigionato dall’incendio più devastante della storia greca contemporanea, le aveva soffocate.

“Io e la mia famiglia – continua il sopravvissuto – siamo riusciti a salvarci buttandoci in acqua. Le fiamme ci inseguivano, ma il mare le ha fermate. Il fumo però ci impediva di respirare e così abbiamo nuotato verso il largo, poi, non so come, è comparsa una barca e ci hanno recuperati”. Per altri invece il mare è stata una trappola: alcune persone – tra cui due cittadini polacchi – sono annegate. Cinque cadaveri sono stati recuperati dalla Guardia Costiera greca, tra cui quello di un bambino, al largo di Artemida, poco lontano da Rafina. Stefano Verrecchia, capo dell’Unità di crisi della Farnesina ha chiarito che “non ci sono italiani irreperibili”. Il primo ministro Alexis Tsipras non era in patria quando questa tragedia biblica ha iniziato a delinearsi. Ieri, in un video, ha detto: “È una lotta per salvare ciò che può essere salvato, una lotta per sconfiggere il fuoco, una lotta per trovare i dispersi, in modo da non piangere altre vite e alleviare il dolore delle persone colpite. Non ci sono parole per descrivere i nostri sentimenti in tempi come questi: il Paese sta vivendo una tragedia indescrivibile”.

Tra i pini e la sabbia di Mati – che non esiste più – sono state trovate decine di persone e animali carbonizzati. Mentre le pinete che arrivano fino al bagnasciuga tra Mati e Rafina – a circa tre quarti d’ora a nord-est di macchina da Atene – venivano divorate dal fuoco alimentato dal forte vento e l’ecatombe stava per compiersi, un altro incendio iniziava a devastare la zona che circonda Corinto. Il pullman su cui viaggiavo per andare dalla capitale greca verso il Peloponneso è stato bloccato dopo un’ora di viaggio da volontari della protezione civile, mentre il fuoco veniva annunciato da un odore acre e il cielo iniziava a diventare giallo e quindi grigio, pur essendo pieno giorno.

Il vento torrido, sempre più forte, ha convinto il conducente a fare marcia indietro e tornare ad Atene contro il parere della maggior parte dei passeggeri. Ma con il passare dei minuti, dopo esserci collegati ai siti, tutti hanno cambiato idea: le notizie che filtravano e il cielo sempre più grigio non preannunciavano nulla di buono. La statale è rimasta chiusa per molte ore, così come l’aeroporto di Atene. Tsipras, intanto, ha dichiarato lo stato di emergenza e tre giorni di lutto nazionale. Gli inquirenti hanno iniziato a indagare sulle cause, probabilmente dolose. Chi appicca il fuoco lo fa quando è previsto un aumento del vento e dopo giorni di caldo senza neanche un refolo, tutta la Grecia è stata investita da un cambiamento repentino del tempo.

Piramidi, codici e miracoli Il mistero Juice Plus (Atto II)

Dopo aver studiato per settimane il sistema di vendita Juice plus (azienda multilevel che vende sul web barrette e beveroni per dimagrire con 70 milioni di fatturato nel 2017 e un recente contenzioso col fisco che le è costato 228.000 euro), i profili e le attività dei venditori che sono diventati leader (alcuni dei quali milionari), dopo aver letto circa 25.000 testimonianze di compratori, venditori, ex colleghi dei pezzi più importanti dell’azienda e aver incontrato alcuni di loro, posso dire con certezza due cose.

La prima: che è il fenomeno più sottovalutato degli ultimi anni (coinvolge almeno 200.000 persone). La seconda: che la questione è un pozzo nero e profondo in cui si nascondono (bene e maldestramente, a seconda dei casi) una lunghissima serie di faccende poco limpide. Come saprete, le aziende che operano nel segmento multilevel, devono rispettare delle regole, alcune delle quali mirate a evitare che utilizzino il famoso schema piramidale vietato dalla legge.

Le direttive, sul sito Juice Plus, vengono indicate con chiarezza. Unstoppable è una società il cui scopo è la formazione dei venditori Juice Plus. I formatori sono loro stessi venditori e il grande capo è Paolo Meucci detto Il Faraone. Gli altri pezzi importati sono i due fratelli Stefano e Andrea Orrù, Claudio Capozza, Stefano Duvalloni e alcune donne di cui parleremo in seguito. La Unstoppable organizza eventi formativi (a pagamento), feste per chi ha raggiunto alcuni obiettivi di vendita, convention (a pagamento), vende merchandising.

La Unstoppable invita perentoriamente I SUOI VENDITORI a fare e dire tutta una serie di cose in netta contraddizione con le regole che Juice Plus impone sul suo sito ufficiale, ma al di là di questo, se è vero che nel multilevel esiste la meritocrazia e così in Juice Plus, se è vero che i venditori bravi, statisticamente, sono pochi, pochissimi, è decisamente bizzarro che nella lista dei primi 25 più ricchi, tra gli italiani, si trovino: al primo posto il solito Paolo Meucci (100.000 euro al mese), al secondo Stefano Duvalloni da sempre in Juice Plus, terzo Claudio Capozza ex maestro di tennis di Meucci (60.000 euro al mese circa, ha la fidanzata Alessandra Sinibaldi in forte ascesa), a seguire in ordine sparso Ross Furnaro considerato il numero uno in Europa, Claudia Campagnacci moglie di Stefano Duvalloni (50.000 al mese circa, con parenti vari in forte ascesa), Serena Accai fidanzata di Paolo Meucci, Cristiano Renzini ex collega di Stefano Duvalloni (50.000 al mese), Debora Capri moglie di Renzini (50.000 al mese, con sorella e parenti in rapida ascesa), Alice Tura, Stefania Giaccardi, Simona Mazzotta (che ha il marito Andrea Crocco in rapida ascesa). Poi c’è Andrea Orrù che col fratello guadagna 50.000 euro al mese (a testa). Tutti o quasi parenti e in Juice plus dalla prima ora, guarda caso.

Un nepotismo che nemmeno in politica durante la Prima Repubblica. “Tutti quanti i pezzi grossi e quelli sotto di loro gestiscono più codici da venditore. Hanno il loro personale, ma lo aprono anche a madri, padri, nonne, figli, fratelli, sorelle, amici. In realtà, molti di questi parenti non vendono nulla, ma finendo subito sotto i grandi venditori si ritrovano con qualifiche altissime e guadagnano cifre da capogiro senza fare nulla”. Mi raccontano questo sistema sia ex venditrici e venditori vicini ai leader sia dipendenti dell’azienda. Io stessa, tramite un’amica, per verificare queste dichiarazioni provo a comprare da uno dei primi 25 venditori d’Europa, Simona Mazzotta. Mi avevano raccontato che il marito Andrea, pur facendo un altro lavoro e senza avere pagine fb particolarmente mirate alla vendita, stava salendo di qualifiche molto rapidamente. Simona mi risponde quasi subito, prova a vendermi altre cose, alla fine compro un prodotto da 90 euro. Le chiedo di pagare io tramite link, anziché delegare a lei. Lei mi passa il link. Lo apro. È il personal office del marito Andrea, quindi il mio acquisto è addebitato sul codice del marito pur avendo io contattato lei. La ragione è semplice: i venditori più in alto non hanno più bisogno di vendere, preferiscono far crescere i venditori sotto, così da guadagnare pure sulle loro vendite e farli salire di qualifica. Ecco perché sono i parenti e gli amici ad andare avanti.

Qualcuno lo fa anche per non aprire partita Iva e spalmare gli acquisti su vari codici (sotto i 6.000 euro di guadagno all’anno non bisogna neppure aprire partita Iva). C’è addirittura chi fa comprare prodotti ad amici e parenti per poi fare il reso della merce un mese dopo. Intanto, quel mese scattano i bonus.

Conferma tutto un ex dipendente Juice Plus: “Tutti, compreso Meucci, avevano o hanno codici intestati ad altri e l’azienda – senz’altro parte di essa – lo sa, ma fa finta di niente, con quelli più grossi le conviene. Ogni tanto chiude codici perché comunque la pratica è vietata, ma per prima la stessa manager Juice Plus, Rosita B., che ha una percentuale sulle vendite, ha sempre dato indicazioni su chi favorire e far salire di qualifica. Qui in ufficio arrivano borse firmate per lei, vino, regali vari dai venditori, ovviamente poi ognuno di noi favorisce in qualche modo “gli amici”. Io per primo ho aiutato le persone amiche truccando i bonus”.

Abuso di professione medica

Le bacheche e i gruppi chiusi/segreti delle varie venditrici sono una valanga di indicazioni mediche o di testimonianze di miracolose guarigioni grazie a Juice Plus dalle malattie più impensabili. C’è chi dice che è guarito da psoriasi, chi da cistite, chi ha il tumore che si è stabilizzato, chi dice che la mamma in ospedale mangia solo Juice Plus e così via. Naturalmente Jp vieta in via ufficiale di dare consigli medici, ma nei fatti, tutti fanno come gli pare.

Le bugie sulla dieta non dieta

Sul sito Juice Plus si dice chiaramente che i prodotti non hanno poteri dimagranti. Alice Tura, nella lista dei primi 25 venditori Europa, una che parla alle convention ufficiali Jp, una che guadagna decine di migliaia di euro al mese, ha la bacheca impestata di proposte di dimagrimento da 5/10/15/20 chili. E così gli altri. Veronica C., altra venditrice nota, parla di dimagrimenti e posta le sue foto in costume per mostrare il prima e dopo grazie al miracoloso Juice Plus. Peccato che sia stata sottoposta a liposuzione e abbia chiesto al chirurgo che l’aveva operata di rimuovere le foto del prima e del dopo sul suo sito. Troppo tardi.

Una ragazza era incinta, ha abortito al quinto mese, ha usato le foto di lei con la pancia e del dopo per fingersi “dimagrita”. L’aspetto più grave però è che alcune ragazze sottoposte a interventi di chirurgia bariatrica (riduzione dello stomaco) fingono di essere dimagrite con Juice Plus per vendere il prodotto. Anna V., che si vanta di aver perso 63 kg, è una di queste. Una ragazza che lavora in chirurgia bariatrica mi segnala moltissime pazienti che si sono trasformate in venditrici.

Insomma. Un far west che è colpa di chi doveva vigilare e non ha vigilato. Certo è che da Avedisco all’Antitrust all’ordine dei medici forse, e dico forse, qualcuno dovrebbe intervenire in maniera seria. Nel frattempo, non solo ci sono migliaia di persone che hanno a che fare con dietiste improvvisate e venditori poco corretti, ma anche aziende che nel multilevel lavorano seriamente e ora, sul tema serietà e meritocrazia, si ritrovano a fare i conti con molta diffidenza.

I corleonesi hanno perso. Nonostante la Trattativa

Le motivazioni della Corte d’Assise di Palermo sono una svolta nella ricostruzione giudiziaria della “campagna stragista” di Cosa Nostra nei primi Anni 90. Sentenza non definitiva ma importante: che una “trattativa” ci fosse stata era già sancito dalle sentenze sulle stragi a Firenze e Caltanissetta, ma a Palermo per la prima volta la vicenda viene “tradotta” in termini di reato. Gli imputati sono stati condannati non per aver trattato (di per sé non un reato), ma per aver commesso il delitto di “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato”.

Una sentenza frutto di un lavoro “titanico” che ha spesso comportato “la ricostruzione di vicende complesse e mai del tutto chiarite che hanno riguardato la storia repubblicana in un arco temporale ricompreso tra la metà degli Anni 60 e i giorni nostri”; e quindi “senza alcuna pretesa di esaustività, i tentativi di golpe e le stragi dei primi Anni 70, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro e più in generale la stagione del terrorismo di natura brigatista, la Loggia P2 e il ruolo di Licio Gelli, il sequestro Cirillo, le stragi di mafia sino alla c.d. ‘strage di viale Lazio’ e, più in generale, la interminabile sequela – senza pari nel mondo – di uomini delle Istituzioni uccisi in Sicilia, i rapporti tra la Cosa Nostra siciliana e quella americana”. Vicende che hanno visto quasi un “filo conduttore, alcuni interventi di strutture occulte di natura massonica o paramassonica e di esponenti infedeli dei c.d. servizi segreti”. Un lavoro impossibile da sintetizzare in poche righe, che ha innestato ragionamenti giuridici basati ora sulla logica ora sui fatti che, nel complesso, hanno rappresentato un impianto probatorio di solidità sufficiente, ancorché aperta a valutazioni diverse.

Da rimarcare che la sentenza afferma “con assoluta serenità” che – pur nella tragedia dei tanti morti per strage – la sua istruttoria ha “fotografato il declino e la sostanziale chiusura [dell’]organizzazione criminale plasmata dai ‘corleonesi’ e caratterizzata da precise regole e gerarchie”, attraverso la “consacrazione, come suo capo assoluto, di Salvatore Riina”, confermando ciò che aveva previsto Falcone parlando di “naturale conclusione di tutti i fenomeni umani”.

Il che non significa che non esista più la mafia. Sconfitta è stata la “mafia storica dei corleonesi”, successo che lo Stato ha ottenuto “nonostante i comportamenti di molti esponenti istituzionali, i quali, non rendendosi conto – o, in alcuni casi, pur essendo ben consapevoli – degli effetti dirompenti per la stessa tenuta delle istituzioni democratiche, hanno intrattenuto rapporti con esponenti mafiosi, ora per interessi elettorali, ora per agevolare carriere, ora per meri interessi economici personali o di gruppi ristretti”.

Frase che riecheggia l’analisi di Salvatore Lupo, secondo cui il contrasto alla mafia è opera di un gruppo di rappresentanti dell’opinione pubblica, delle istituzioni e della politica, minoritario in tutti e tre i settori, che tuttavia ha ottenuto “una grande vittoria” resa più difficile dal fatto che spesso l’isolamento – invece che verso la mafia – si è indirizzato ai magistrati.

Quest’ultimo punto mi porta a riflettere ancora una volta sulla mia esperienza palermitana (1993-99), quando ebbi l’onore e l’occasione (provocata da una domanda di trasferimento da Torino) di dirigere la Procura. Il contributo del nostro ufficio è stato decisivo per “il declino e la sostanziale chiusura” di quella mafia corleonese. L’effetto incrociato di due riforme (“pentiti” e 41-bis, assolutamente inaccettabili da Riina e soci) innesca una sequenza imponente di collaborazioni che consente di catturare e processare capi, gregari e killer e di impostare una nuova strategia d’attacco contro le “relazioni esterne” con settori inquinati della società e dello Stato. Così, non solo si arrestano pericolosi latitanti (tra questi Graviano, Bagarella e Brusca, fedelissimi a Riina e alla sua “linea” stragista), si celebrano processi che si concludono con condanne per 650 ergastoli e un’infinità di anni di reclusione e si fa luce su gran parte degli omicidi di Cosa Nostra. Viene anche raccolta la piena confessione – prima in assoluto – di uno degli esecutori della strage di Capaci (Santino di Matteo, 23.10.’93) a cui i “corleonesi” reagiscono con una bestiale rappresaglia nazista contro il figlio tredicenne. Comincia anche a emergere, pure sul piano giudiziario, che Cosa Nostra è la pietra angolare di un “sistema criminale” più ampio (il “polipartito” della mafia secondo Carlo Alberto dalla Chiesa).

Di qui le indagini della Procura di Palermo sfociate nel procedimento “sistemi criminali” contro Licio Gelli e altri, nel quale si ipotizzava un’attività contro l’ordine costituzionale (iniziata con l’omicidio Lima) riferibile a vertici di Cosa Nostra, uomini della massoneria deviata ed esponenti dell’eversione nera. Un procedimento che (ancorché archiviato allo stato degli atti acquisiti) per certi profili appare come antesignano di quello sulla “trattativa”.

E poi il processo Dell’Utri conclusosi con la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1992 (anch’esso antesignano, in maniera più diretta, di quello sulla “trattativa”). E altri processi ancora, in particolare quelli Contrada e Andreotti, che hanno disvelato un contesto di rapporti e collusioni utile per meglio destreggiarsi nell’intrico della “trattativa”.

Per cui non è fuori luogo considerare come riflesso indiretto della “trattativa” – almeno in parte – gli attacchi furibondi alla Procura di Palermo per i processi agli imputati “eccellenti” (intrecciati con l’impudente negazione financo dei risultati ottenuti contro l’ala militare di Cosa Nostra). Riunendo tutti i segmenti dell’azione della Procura si delinea un fronte di resistenza allo strapotere della mafia corleonese che ha contribuito alla sconfitta fotografata dall’Assise. Fondamentale è stata la compattezza della Procura.

Al mio arrivo trovai una situazione disastrata. L’ostilità contro Falcone aveva prodotto ferite sanguinanti rimaste aperte. Vari colleghi di ineccepibile rigore chiedevano di non lavorare con questo o quel “nemico” di Falcone. Risposi che o si faceva squadra insieme o saremmo andati a sbattere. Per fortuna tutti furono d’accordo e fu possibile superare momenti assai difficili. A partire dall’inquietante episodio del covo di Riina.

Secondo la Corte d’Assise, la scelta “di non procedere subito alla perquisizione”, fortemente voluta dai carabinieri del Ros nell’ambito di “una strategia attendista”, avrebbe dovuto inserirsi nel “contesto di una effettiva sorveglianza dell’abitazione, che avrebbe potuto, comunque, preservare ciò che [vi] era custodito”. Per contro, poco dopo l’arresto, “senza che fossero in alcun modo informati i magistrati della Procura di Palermo, [il] servizio di osservazione fu rimosso”. Una mazzata che avrebbe potuto causare un’irreversibile implosione. Invece si può dire che paradossalmente ci servì per cementare la squadra. Per cui, se mai ci fosse stato qualcuno che sperava – strumentalizzando le anomalie della vicenda del covo – di soffocare sul nascere la nuova Procura di Palermo, per fortuna si è sbagliato.