Raffaele Marra propose il nome del fratello Renato per la direzione capitolina Turismo all’allora assessore Adriano Meloni e al suo capo staff, Leonardo Costanzo, durante una riunione con il delegato della sindaca Antonio De Santis il 26 ottobre 2016, un’ora prima della conclusione dell’interpello. È la conclusione del pm Francesco Dall’Olio, durante il processo che vede Virginia Raggi imputata di falso in relazione alla nomina (poi revocata) di Renato Marra – fratello dell’ex capo del personale Raffaele – da dirigente della Polizia Municipale alla Direzione Turismo del Campidoglio. L’ex assessore Meloni, sentito ieri come testimone, ha poi aggiunto: “Fu lo stesso Raffaele Marra a chiedermi di chiamare il fratello per dargli la buona notizia”. Ieri davanti al Tribunale Meloni e Costanzo hanno spiegato che “Non parlammo di questioni stipendiali”, ricordando entrambi che “conoscevamo Renato già da prima per la sua lotta all’abusivismo commerciale”. Sentito De Santis ha ricordato che quando scoppiarono le polemiche, “Raggi mi ha chiamato infuriata, io ho sentito Marra che mi disse di aver avvertito la sindaca dell’aumento di stipendio”.
Che fine fa l’inchiesta: Lotti verso il processo?
Ci sono buone e cattive notizie sia per Luca Lotti sia per il carabiniere-assessore Gianpaolo Scafarto nell’audizione di Paolo Ielo ieri al Csm. La buona per tutti è che la chiusura delle indagini del caso Consip slitta a dopo le ferie. Non solo per Scafarto. Il procuratore aggiunto di Roma ha detto: “È idea del mio ufficio chiudere tutte le questioni (non solo Scafarto ma anche Luca Lotti, Filippo Vannoni, Tullio Del Sette e Emanuele Saltalamacchia nonché Tiziano Renzi, ndr) cumulativamente anche perché c’è una refluenza probatoria. La mia idea – ma non so cosa decideremo – è che aspetteremo settembre-ottobre”. L’indagine partita a Napoli nel dicembre del 2016, quindi chiuderà almeno 20 mesi dopo.
È questo l’effetto di due scelte non scontate: da un lato la Procura ha scelto di tenere legati allo stesso carro il carabiniere che indagava su Consip e i suoi ex-indagati illustri. La seconda scelta è quella di attendere le motivazioni del provvedimento favorevole della Cassazione su Scafarto. Proprio la scelta di attendere ma solo fino a ottobre, suona come un campanello d’allarme per l’ex capitano del Noe, nel frattempo diventato assessore a Castellamare di Stabia.
Scafarto è tuttora indagato per falso aggravato per gli “errori” in danno di Tiziano Renzi nelle sue informative, per rivelazione di segreto e per depistaggio dalla Procura di Roma nonostante ci sia già stato un provvedimento del Tribunale del Riesame confermato dalla Cassazione che ha smontato la tesi dell’accusa. La scelta di attendere le motivazioni, e il tono con cui ieri Ielo la ha comunicato al Csm, fanno pensare che, Cassazione o non Cassazione, i pm romani chiederanno il giudizio per Scafarto.
L’attesa pare una scelta formale più che sostanziale. Dopo un giudicato cautelare avverso sarebbe poco “elegante” chiedere il giudizio senza nemmeno leggere quello che hanno da dire i giudici della Cassazione. Il pm Paolo Ielo ieri ha spiegato così le sue mosse future su Scafarto e sugli altri: “Noi stiamo aspettando per capire cosa fare e per questioni di rispetto istituzionale la Cassazione. Stiamo aspettando le motivazioni. È idea del mio ufficio chiudere cumulativamente tutte le questioni. La mia idea, ma non so cosa decideremo: io aspetterei settembre ottobre, se non si deposita la mia idea è che noi prenderemo le nostre determinazioni”.
La sensazione, ma magari saremo smentiti, è che la determinazione sia spedire a giudizio comunque Scafarto. E Luca Lotti? La cattiva notizia per lui è che Paolo Ielo ieri ha smontato una possibile tesi giuridica difensiva dell’ex ministro. Lotti è indagato per favoreggiamento perché avrebbe svelato a Luigi Marroni che era intercettato. Il punto, come ha spiegato Ielo è che questo è un favoreggiamento atipico perché Marroni non è mai stato indagato. Lotti e Vannoni, entrambi indagati per questo reato, potrebbero sostenere che non è ipotizzabile il favoreggiamento quando si avverte un non indagato, come Marroni, che è intercettato.
Per Ielo è vero che “questo rende la cosa più delicata dal punto di vista delle valutazioni giuridiche”, però ha concluso il pm ieri: “La mia personale idea è che se c’è un pm e un gip che hanno valutato probatoriamente significativo e necessario intercettare qualcuno, ancorché terzo, se qualcuno sabota questo tipo di attività compie un favoreggiamento”. Ielo ha fatto questo ragionamento per spiegare perché lui ha iscritto a Roma Filippo Vannoni (mentre Woodcock e la collega Carrano non lo avevano iscritto a Napoli), e perché ci ha messo un po’ di tempo. Però il ragionamento vale anche per Lotti.
Ielo in difesa di Woodcock: “Tra di noi nessuno scontro”
Fa uno strano effetto vederli l’uno di fronte all’altro, il primo in qualità d’incolpato, il secondo di testimone. Fa uno strano effetto perché Henry John Woodcock e Paolo Ielo hanno collaborato, più volte, durante la loro carriera di pm in inchieste complesse come quelle su Finmeccanica. Ieri, il procuratore aggiunto di Roma era al Csm per testimoniare al processo disciplinare che vede incolpati Woodcock e Celeste Carrano. Al centro della vicenda, l’inchiesta Consip, che Ielo eredita dai pm napoletani.
Il Csm contesta a Woodcock e Carrano di aver ascoltato Vannoni, ex consigliere di Palazzo Chigi, come testimone e non come indagato e di aver fatto pressioni affinché confessasse (pressioni denunciate da Vannoni e smentite da tutti i testimoni). Il solo Woodcock è invece incolpato di scorrettezza nei confronti dell’ex procuratore reggente di Napoli, Nunzio Fragliasso, di Ielo e del pm romano Mario Palazzi, per l’articolo firmato da Liana Milella su Repubblica che riportava dichiarazioni non autorizzate del pm partenopeo sulle polemiche legate al caso Consip.
La testimonianza di Ielo – voluta dalla difesa – mette un punto definitivo su tutte le polemiche politiche e giornalistiche: nessun conflitto Roma-Napoli. Non c’erano i pm buoni a Roma e quelli cattivi a Napoli che volevano fregare Matteo Renzi attraverso babbo Tiziano: “C’è stata sempre una buona collaborazione”, dice Ielo. Con Woodcock, spiega, c’erano “dialoghi franchi” e infatti le telefonate cominciavano con un “Caro Paolo…”. Ielo racconta che né lui né Woodcock erano d’accordo con la proposta dell’allora capitano del Noe, Gianpaolo Scafarto, di perquisire Tiziano Renzi: è il 20 dicembre 2016 e l’ex ad di Consip Marroni aveva chiamato in causa, con gli investigatori, tra gli altri, l’ex ministro Luca Lotti e l’ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del sette come responsabili della fuga di notizie sull’inchiesta.
Woodcock e Carrano, avvertiti da Scafarto, si precipitano nella Capitale per sentire Marroni. Viene avvisato Ielo, che si presenta in caserma, in vista della trasmissione degli atti per competenza alla Procura di Roma: quando Scafarto propone di perquisire il padre di Matteo Renzi – sulla base di un’intercettazione vecchia di tre mesi –, Ielo sconsiglia l’iniziativa: “È un atto che espone moltissimo e ha una probabilità molto bassa di portare a casa un risultato. Woodcock fu assolutamente d’accordo”. E aggiunge: “Di questo c’è traccia anche in un verbale. Così chiariamo, visto che s’è detto che io ero contro la perquisizione e Woodcock a favore”.
Racconta anche un fatto inedito che conferma la fuga di notizie sull’inchiesta e retrodata le comunicazioni tra Roma e Napoli sul fascicolo Consip: l’avvocato Alessandro Diddi, legale di Marco Gasparri, dirigente di Consip, si presenta nell’ufficio di Ielo dicendogli di aver saputo dell’installazione di alcune microspie da parte dei carabinieri. Poiché – spiega Ielo – Diddi annuncia la collaborazione di un suo cliente, vuole sapere se l’inchiesta in questione è a Roma o nelle mani di Woodcock. Ielo replica: “Non rivelo segreti di ufficio né miei né di altri”. Poi chiama Woodcock per avere notizie e per chiedergli l’autorizzazione a riferire a Diddi di presentarsi a Napoli con il suo cliente. E così fu.
L’accusa al Csm vuole capire se per Ielo anche Napoli avrebbe dovuto indagare Vannoni e, invece, violando quindi il codice, colpevolmente non l’abbia fatto. La risposta è senza dubbio un punto a favore di Woodcock e Carrano. Ielo indaga Vannoni sulla base degli stessi elementi in possesso dei colleghi napoletani: “Ma è una nostra valutazione”, precisa il pm. Come dire: questioni complesse che si possono legittimamente valutare in diversi modi. Sull’articolo di Milella, infine, spiega di non aver subito alcuna interferenza e liquida il tutto con una battuta: “Sì, mi ha seccato, ma se dovessi elencare tutto ciò che mi secca nel mio lavoro finiremmo dopo le ferie”.
Sparò alla bimba rom: “È stato un incidente” Indagato un 50enne
Un italiano cinquantenne è indagato per aver sparato il colpo che ha ferito una bimba rom di un anno la scorsa settimana alla periferia est di Roma. L’uomo è stato a lungo interrogato ieri e ha confermato le accuse dicendo che si è trattato di un incidente. Nel suo appartamento, dal quale è partito il colpo che ha ferito la piccola, gli inquirenti hanno trovato una carabina e una pistola ad aria compressa che sono state sequestrate. La piccola, di un anno, è ricoverata in condizioni stabili ma tuttora gravi all’Ospedale Bambino Gesù. Secondo la ricostruzione dell’indagato, il colpo sarebbe partito accidentalmente mentre controllava in terrazzo l’arma che si era inceppata: “Non mi sono accorto di aver ferito la bimba”, ha detto l’uomo ai carabinieri della compagnia Casilina che indagano su quanto accaduto. Il terrazzo da cui sarebbe partito il colpo è parte di un palazzo della zona di via Palmiro Togliatti, all’altezza di viale dei Romanisti. La pm Roberta Capponi e il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia, che coordinano le indagini, hanno disposto delle perizie sulle armi sequestrate e balistiche. Per il momento si esclude il movente razziale.
“Basta con i professionisti della sofferenza Rom”
“Abbiamo già risposto ai rilievi della Corte europea di Strasburgo. L’ordinanza sindacale è per motivi igienico-sanitari”. Monica Rossi – antropologa con anni di esperienza nelle istituzioni europee – è la delegata della sindaca di Roma Virginia Raggi alla guida dell’Ufficio speciale Rom, Sinti e Caminanti. Ieri, lo sgombero del Camping River – annunciato da mesi – è stato fermato da un ricorso dell’Associazione 21 luglio. Una situazione complessa ed eccezionale rispetto ad altri campi della Capitale (l’area, privata, è abusiva; la convenzione con l’ente gestore è scaduta da tempo), eppure utile a inquadrare la cornice in cui, oggi, la Raggi incontrerà il ministro dell’Interno, Matteo Salvini.
Cominciamo da lui. La prima volta, parlando di rom, ha evocato il “censimento”.
È una provocazione che rivela una certa incompetenza. Il primo censimento che ho visto è dell’89. Si fanno periodicamente, non ci vedo niente di poliziesco. Ma noi, che il censimento ce l’avevamo già e non siamo interessati alla repressione, abbiamo mappato il capitale umano: se di una persona hai solo nome e data di nascita non puoi fare nessun piano di inclusione.
Il Piano, votato un anno fa, vuole chiudere i campi. Non lo diceva già Alemanno?
Il suo piano era centrato sugli sgomberi, senza interventi sistemici di inclusione. Noi investiamo 3,8 milioni di euro.
Le associazioni vi hanno criticato, Sant’Egidio pure.
Chi dispone di un patrimonio immobiliare – e c’è chi ne ha dal 1870 – lo metta a disposizione. Sarebbe un modo meno social e più concreto di praticare la solidarietà.
Le critiche rimangono.
Dal terzo settore mi sarei aspettata maggiore partecipazione. Invece si preferisce fare battaglia politica con un accostamento acrobatico tra Raggi e Salvini. Ma il piano è di due anni prima: Salvini era solo il segretario della Lega.
Da dove avete cominciato?
Dalla ricerca: di solito si arriva sul campo e si raccolgono storie di vita. Ma l’autorappresentazione dei soggetti va bene per tirar fuori un narrato, non per costruire politiche sociali. Se non verifichi, se non fai accertamenti patrimoniali, se non raccogli dati sul terreno, se non intervisti tutto il nucleo familiare ma solo il “capo”, ti ritrovi con una popolazione in eterno bisogno, che viene soprattutto usato come merce dai professionisti della sofferenza.
La sua è un’accusa grave.
Per bontà, per fesseria o per dolo si è coperto quello che accadeva nei campi. Com’è possibile che persone che li hanno frequentati per trent’anni non si siano accorti del legame tra alcuni rom e la criminalità? Ci si è posti in una condizione di protezione di questo gruppo, per paura che denunciando alcuni aspetti della vita romanì si stimolasse ancora più stigma su un gruppo già molto stigmatizzato. Ma spazzare la polvere sotto il tappeto non fa bene a nessuno. E mantenerli nell’indeterminatezza del “sono tutti rom” significa non riconoscere che quella non è una società egualitaria. Io non intendo fare nessuna deroga in nome di nessun tipo di cultura: chiunque ha diritto a non venire maltrattato, alla contraccezione, a una maternità serena, a un lavoro salubre, all’istruzione, alla sanità. Questi sono diritti e non sono negoziabili. L’approccio empirico ti salva anche dalle narrazioni.
Finora si è derogato?
L’approccio assistenzialista non permette di sviluppare autonomia. E non libera quelle parti più deboli delle società rom – le donne e i giovani – dallo strapotere dei maschi. Il mio lavoro di istituzione non è ri-etnicizzare, proteggere. Il mio dovere è offrire strumenti per godere dei diritti di cittadinanza. La tua cultura è affar tuo: ci vuole un po’ di coraggio per fare una lettura laica di questi fenomeni.
Avete coinvolto le associazioni nella stesura?
C’è stata una fase di consultazione di sei mesi, ma io vedo un grave conflitto di interessi: l’istituzione chiede policy advice al terzo settore e il terzo settore ovviamente valorizza gli interventi che ha fatto. Poi l’istituzione fa un bando a cui partecipano gli stessi che le hanno fatto da consulenti. Il risultato è che in trent’anni non una persona è uscita dai campi. Al contrario si è strutturato un vero e proprio indotto, che a Roma conosciamo per Mafia Capitale. Tutti, con una certa codardia, hanno evitato le sfide più rischiose, il lavoro e la casa, preferendo concentrarsi su elementi di decorazione.
Voi casa e lavoro li avete trovati?
Ci stiamo provando. Abbiamo fatto gli accertamenti patrimoniali, valutato le competenze e costruito piani di intervento individuali. Stiamo contattando aziende con cui si può fare un discorso di responsabilità sociale. Coop, Leroy Merlin, Ikea: c’è già chi ha assunto. E finanziamo progetti imprenditoriali, solo se sostenuti da business plan e analisi di mercato.
E la casa?
Il piano prevede un contributo di 800 euro al mese, per un massimo di 10 mila euro. Stiamo avviando accordi con le agenzie immobiliari perché è difficile trovare proprietari disposti ad affittare ai rom. Poi c’è il rientro assistito per chi vuole tornare: 3 mila euro in 3 tranche, dopo aver verificato che si siano attivati anche i servizi del paese d’origine. Per Camping River abbiamo previsto anche la possibilità di autorecupero. Ma lì c’è stata una forte opera di dissuasione da parte delle Ong: per esempio, sui rientri assistiti c’erano 17 nuclei familiari disposti ad aderire, poi sono diventati quattro.
L’Ue: “Seimila euro a profugo a chi istituisce campi volontari”
Roma scrive, Bruxelles risponde e Salvini ci tira uno sbrego su: “6.000 euro a migrante? L’Italia non ha bisogno d’elemosina”. Ma magari qualche altro Paese Ue o extra-Ue ci penserà prima di respingere l’offerta: ad esempio, il Montenegro che ha appena ricevuto in regalo dall’Ungheria un bel po’ di filo spinato.
La Commissione ha ieri inviato ai governi dei 28 Paesi Ue le sue proposte per gestire e ridurre i flussi dei migranti: alcune ricalcano il decalogo di richieste consegnato dal premier Conte alle Istituzioni comunitarie a fine giugno. Bruxelles propone “centri controllati” nei Paesi Ue “su base volontaria” per migliorare le procedure di asilo e accelerare i rimpatri degli irregolari con un sostegno finanziario agli Stati che accettano d’ospitare i centri: 6.000 euro per ogni profugo. La Commissione, inoltre, rilancia l’idea di “piattaforme di sbarco” nei Paesi extra-Ue, di partenza o di transito, in stretta cooperazione con le Agenzie Onu Oim e Unhcr e d’intesa, con i Paesi terzi. Non si tratterà – viene specificato – di campi o di centri di detenzione, ma di aree gestite nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. L’obiettivo è contribuire a garantire una responsabilità regionale realmente condivisa nel rispondere alle complesse sfide migratorie, riducendo le morti in mare e garantendo sbarchi ordinati e prevedibili. Tutti gli Stati costieri del Mediterraneo vengono incoraggiati a istituire zone di ricerca e soccorso e centri di coordinamento del salvataggio marittimo. Sui centri controllati nei Paesi Ue e sulle piattaforme di sbarco nei Paesi terzi l’esecutivo è pronto a svolgere una funzione di coordinamento almeno nell’attesa di una riforma del sistema europeo del diritto d’asilo (il Protocollo di Dublino). Salvini è drastico: “Bruxelles l’elemosina se la può tenere. Noi vogliamo chiudere i flussi in arrivo, non chiediamo soldi ma dignità e ce la stiamo riprendendo”. L’Ue è laconica: “Non commentiamo i commenti”. E gli sbarchi continuano: 56 iracheni e siriani, fra cui un neonato, sulla spiaggia di Sovereto a Isola Capo Rizzuto, in Calabria.
“Sono 3,3 milioni i lavoratori sfruttati dalle false imprese”
La pratica delle esternalizzazioni fittizie, gli appalti illeciti messi in atto per pagare meno i lavoratori, non riguarda solo il mondo delle cooperative. Al contrario, numeri molto più elevati si nascondono dietro il fenomeno delle finte società. A spiegarlo è stato ieri Maurizio Gardini, presidente dell’Alleanza delle Cooperative, durante l’assemblea nazionale dell’associazione. Mentre all’interno delle false coop i lavoratori sfruttati sono in totale 100 mila, nelle false imprese arrivano a 3,3 milioni. Una platea di occupati che riceve stipendi più bassi di quelli previsti dai contratti collettivi, aggirati proprio grazie ai subappalti, e ai quali non vengono applicate le tutele minime. “Siamo gli unici – ha aggiunto Gardini – a chiedere misure severe sull’illegalità nel fare impresa, invece dovrebbe interessare anche altri dato che sono 3,3 milioni i lavoratori sfruttati in Italia. Ci troviamo non solo di fronte a false coop, ma anche a false imprese”. Anche la Flai, il sindacato agricoli della Cgil, ha lanciato nei giorni scorsi l’allarme sull’illegalità diffusa tra le società a responsabilità limitata semplificate. Il ministro Di Maio ha promesso di intensificare i controlli.
Pochi modelli e tanti ritardi Fca, torna la voce di fusione
“Gli azionisti di Fiat Chrysler hanno detto che Psa non è un buon partner per loro. Ciò nonostante siamo aperti a ogni proposta, 7 giorni su 7, 24 ore su 24. Ma per fare un accordo bisogna essere in due”. Parole del numero uno del gruppo che racchiude i marchi Peugeot, Citroën e Opel, Carlos Tavares, a margine della presentazione di una semestrale record con utili per 1,4 miliardi per il gruppo francese. Ma soprattutto un traguardo storico per Opel, marchio acquisito nel 2017 da Gm, tornato a guadagnare dopo 17 anni (502 milioni il margine operativo).
L’uscita rilancia, ove mai ce ne fosse bisogno, il tema “matrimonio” per il sodalizio italo-americano: una priorità nell’agenda del neo amministratore delegato Mike Manley. L’ultimo spasimante in ordine di tempo, nonostante le smentite di rito, erano stati i coreani di Hyundai-Kia, il cui ad Chung Mong-koo aveva deciso di rimanere alla finestra in attesa di un ridimensionamento delle azioni Fca, pronto a sferrare l’attacco con l’approssimarsi della scadenza del mandato di Marchionne, nella primavera 2019. Le cronache di questi giorni potrebbero aver accelerato i tempi.
Il fatto nuovo è comunque la disponibilità di un secondo pretendente, Tavares, che nelle sue considerazioni ha anche messo, con eleganza, il dito nella piaga: “Quando sei in buona salute economica, hai investito in buone tecnologie e sei capace di superare barriere regolamentari, puoi in ogni momento confrontarti con gruppi che non hanno fatto un lavoro di fondo e hanno bisogno di appoggiarsi su qualcun altro”. Il riferimento al ritardo di Fca sul portafoglio prodotti e sugli investimenti riguardo a elettrificazione e guida autonoma è eloquente. Così come il fatto che, considerati gli “incastri” produttivi e la possibilità per Psa di avere con Chrysler il tanto sospirato ponte verso il mercato statunitense, le motivazioni che inducevano gli analisti a bocciare l’unione, ora potrebbero venire meno.
Si parlava di ritardi. Sarebbe meglio definirli strategie. Nel suo documento del 2015 “Confessions of a Capital Junkie”, Marchionne postulava la tesi che ha accompagnato e ispirato il suo lavoro in Fca: “Rispetto al resto dell’industria i costruttori automobilistici investono più soldi in ricerca e sviluppo, e creano meno valore sia per i clienti che per gli stakeholder”. Un ombrello teoretico perfetto per il lavoro “sporco” che la proprietà gli aveva chiesto di fare e che lui si è ripetuto come un mantra: tutelare gli interessi degli azionisti. Il problema è che Fca non è una società di servizi, ma fabbrica macchine. Per mandare a gonfie vele il filone finanziario, si è scelto di sacrificare quello produttivo, con tutto ciò che ha comportato e comporterà dal punto di vista del lavoro soprattutto in Italia: la piena occupazione, obiettivo più volte sbandierato, resta una chimera.
Da questo punto di vista, nonostante i buoni propositi del piano industriale presentato il primo giugno, i cui obiettivi da Torino si affrettano a confermare, l’eredità di Marchionne è pesante. Lancia è un marchio defunto che vende solo Ypsilon, modello ormai logoro. Fiat è stata declassata a brand regionale e verrà probabilmente ritirata sia dagli Usa che dalla Cina (dove Fca arranca), restando con due prodotti, dopo che anche la Tipo scomparirà: la 500 in tutte le sue declinazioni, che sarà sempre più un marchio a sé, strizzando l’occhio al premium, e la Panda. Alfa Romeo, considerata per certi versi l’alfiere della rinascita, oltre alle disperse Mito e Gulietta, si ritrova con due buone auto come Giulia e Stelvio, che tuttavia non garantiscono un volume di vendite in linea con le previsioni: dovevano essere 400 mila entro quest’anno, target che è stato posticipato al 2022 perché nel 2017 sono state appena un terzo. Maserati è cresciuta, ha sfornato il suo primo suv della storia, la Levante, ma è alle prese con la sostituzione di modelli importanti come la Granturismo. La vera gallina dalle uova d’oro è Jeep, a ben vedere l’asset più globale del gruppo: vincente la strategia di espansione verso il basso, con auto come Renegade e Compass a cui si aggiungerà un entry level dalle dimensioni ancora più ridotte. Senza contare le medie e maxi taglie, considerate ormai roba di lusso.
Dulcis in fundo, Ferrari. Quella per cui gli analisti sembrano essere più scettici, visto che il nuovo ad Camilleri è l’unico “esterno” del dopo Marchionne. Forse i piani di espansione subiranno qualche ritardo, forse no: tutto dipenderà dal nuovo suv, che pare sia in cantiere ma non arriverà prima di un paio d’anni.
Ilva, Mittal migliora l’offerta Di Maio “congela” la gara
L’intricata vicenda Ilva si arricchisce di un nuovo capitolo. Arcelor Mittal ha presentato ieri la sua proposta migliorativa sul gruppo siderurgico accettando “tutte le richieste sostanziali di ulteriori impegni”, chiesti da Luigi Di Maio nei giorni scorsi, prima ancora che l’Anac, chiamata in causa dal vicepremier, confermasse le criticità nella gara di vendita segnalate dal ministero dello Sviluppo. Che ieri, come atto dovuto, ha avviato l’iter finalizzato all’eventuale annullamento della gara in autotutela (ci sono 30 giorni per decidere), alzando ancora la pressione sul colosso.
Il testo definitivo è arrivato dopo una complessa trattativa con i commissari governativi (Enrico Laghi, Piero Gnudi e Corrado Carrubba) che ieri pomeriggio lo hanno inviato al ministero, proprio mentre gli indiani di Jindal, rivali di Mittal nella gara, acquisivano definitivamente le acciaierie ex Lucchini di Piombino. Gli impegni concreti riguardano, per ora, il piano ambientale. Da quanto filtra, vengono accelerati al 2020 diversi interventi (tra cui la copertura dei parchi minerari e la pavimentazione del parco Loppa, utile per il trattamento delle acque reflue), alcuni dei quali previsti entro il 2023, altri vengono anticipati rispetto alle scadenze fissate. C’è un impegno a ridurre le emissioni, a installare nuovi filtri sui camini e ad aumentare le risorse per la comunità locale. Per convincere il ministero, Mittal si impegna anche a utilizzare tecnologie “low carbon”, cioè a gas, per colare acciaio qualora si dovessero superare le 8 milioni di tonnellate annue di acciaio prodotto (livello difficile da raggiungere e che, peraltro, non potrà essere superato prima della conclusione del piano ambientale, che fissa l’asticella a 6 milioni). Sul fronte occupazione non ci sono dettagli. Mittal si limita a impegnarsi a negoziare “in buona fede” e cercare le “migliori soluzioni”. A oggi siamo all’impegno di riassumere 10mila operai (sui 13.800).
Un’ipotesi è quella di far scendere gli esuberi intorno alle 3mila unità, attraverso gli incentivi all’esodo, che resterebbero all’amministrazione straordinaria con gli ammortizzatori sociali allungati al 2023 e la possibilità di venire riassorbiti alla fine del piano industriale. La soluzione andrà però trovata con i sindacati, che al momento non si pronunciano. “Non accetteremo nessuna soluzione che preveda di fatto degli esuberi”, fanno sapere dalla Fiom. L’unica novità è l’impegno scritto da Mittal a negoziare. Al ministero il testo non è ancora stato esaminato. Filtra solo apprezzamento per la nota con cui Mittal (che oggi illustrerà il piano a Di Maio) afferma di “confidare che gli ulteriori impegni evidenzino al governo il suo pieno impegno a una gestione responsabile di Ilva”. Di Maio si è impegnato a “convocare al più presto” i sindacati. Un segnale che non sembra preludere alla decisione di annullare davvero la gara. “È solo un atto dovuto”, ripetevano ieri al Mise.
D’Alfonso mantiene il doppio incarico: ora deciderà la Giunta
Per decidere sull’incompatibilità di Luciano D’Alfonso, parlamentare dem dallo scorso 4 marzo e presidente della Regione Abruzzo, si dovrà aspettare la convalida della Giunta per le elezioni del Senato. Lo ha stabilito il Tribunale civile de L’Aquila, che ha rigettato la richiesta di incompatibilità promossa dal Movimento 5 Stelle. In effetti, per legge, D’Alfonso non potrà mantenere entrambe le cariche elettive e dovrà dunque rinunciare alla Regione, ma fino a questo momento, con la Giunta appena insediata, il senatore ha potuto temporeggiare rimandando la scelta. Questo perché, in linea teorica, la carica di senatore potrebbe decadere prima della conferma da parte della Giunta. Il Consiglio regionale dell’Abruzzo, nelle passate settimane, si era già occupato del tema, respingendo il provvedimento di incompatibilità tra i due ruoli grazie ai voti della maggioranza di centrosinistra. Da qui il ricorso in tribunale degli esponenti del Movimento 5 Stelle e la decisione di ieri da parte del collegio presieduto da Daria Lombardi.