Renzi dal notaio: la villa da 1,3 milioni di euro è sua

Matteo Renzi ha perfezionato l’acquisto della villa fiorentina a pochi passi da piazzale Michelangelo. Lunedì pomeriggio è tornato nello studio del notaio Michele Santoro per firmare il rogito. Si è presentato da solo con la procura firmata dalla moglie, Agnese Landini. In questo stesso studio, a metà giugno, aveva firmato il preliminare e versato 400 mila euro d’acconto con quattro assegni circolari da 100 mila euro ciascuno. Mancavano 900 mila euro. Per i quali il senatore del Pd ha provveduto con un mutuo.

Quando un mese fa il quotidiano La Verità pubblicò la notizia del preliminare, Renzi smentì con un corposo comunicato. “Matteo Renzi e la sua famiglia stanno da tempo cercando un’abitazione a Firenze. Al momento non ha concluso l’acquisto di un’abitazione a Firenze”. Era il 29 giugno scorso. Pochi giorni dopo era tornato sull’argomento bollando come “schifezze” le reazioni sul suo interessamento alla villa: del resto appena sei mesi prima era andato in tv a mostrare un conto corrente con un saldo in attivo di 15 mila euro. Legittimo dunque chiedersi dove ha trovato 1,3 milioni in un così breve lasso di tempo. Nella enews polemizzò: “Oggi posso avere ulteriori entrate, tutte pubbliche, tutte trasparenti. Queste entrate mi permettono persino di prendere un mutuo”. In meno di un mese si è risolto tutto. Del resto è un vero affare. Una villa da 276 metri quadri calpestabili, 11,5 vani distribuiti su due livelli, con un salotto triplo open space, grande cucina, tre camere con altrettanti bagni, studio e terrazza. Oltre a un parco da 1.580 metri quadri. Il tutto in via Tacca, una strada chiusa che termina con la storica residenza Spadolini e confina con il viale che porta a piazzale Michelangelo. Una delle zone non solo più belle ma anche esclusive e ricercate di Firenze. Per un prezzo ritenuto da molti immobiliaristi cittadini ottimo: 1,3 milioni.

Un affare, quindi, che Renzi non poteva farsi scappare. Da oltre un anno ha messo in vendita la sua abitazione di famiglia a Pontassieve per 900 mila euro, ma ancora non è riuscito a venderla. Quindi per comprare in via Tacca ha dovuto accendere un mutuo. Il quarto. L’ex premier ha già ben tre finanziamenti accessi. Uno risale al 2004, 300 mila euro dilazionati in 20 anni con una rata mensile da 1.600 euro proprio per l’abitazione di Pontassieve. Un secondo sottoscritto nel 2009 per 160 mila euro da restituire a 800 euro ogni 30 giorni. Infine il terzo nel 2012 quando i genitori Tiziano e Laura Bovoli hanno venduto la casa di Rignano sull’Arno ai tre figli (Matteo, Benedetta e Matilde) che hanno stipulato un rateo da 1,3 milioni di cui 325 mila a carico dell’erede politico per 1.850 euro mensili. In tutto, dunque, a oggi 4.250 euro dello stipendio del senatore vanno in mutui. Ma oltre alla sorprendente disponibilità economica, a colpire è la tempistica dell’acquisto: i vecchi proprietari della villa avevano presentato domanda di condonare alcuni abusi nel 1986 e il Comune di Firenze ha risposto accogliendo la richiesta solamente a fine 2017, dopo ben 31 anni. Neanche il tempo di ricevere la comunicazione che è arrivato Renzi con quattro assegni per firmare il preliminare e lunedì scorso il rogito.

Regione Piemonte, condannati in 25 per Rimborsopoli

Tutti condannati all’appello per la Rimborsopoli piemontese: dall’ex consigliere regionale Riccardo Molinari (oggi capogruppo del Carroccio alla Camera, condannato a 11 mesi), all’ex governatore leghista del Piemonte, Roberto Cota (un anno e sette mesi). Condannati anche gli altri 23 imputati dell’inchiesta della Procura di Torino. Tra questi altri due parlamentari: il leghista Paolo Tiramani (un anno e cinque mesi) e Augusta Montaruli di Fratelli d’Italia (un anno e sette mesi).

Gli imputati sono stati inoltre condannati all’interdizione dai pubblici uffici (cinque anni per Cota e Molinari, sanzione sospesa per un anno).

L’inchiesta, come in tante altri processi in corso in diverse regioni d’Italia (in Liguria è imputato un altro leghista eccellente, il sottosegretario Edoardo Rixi), riguarda le modalità con cui gli allora consiglieri regionali – secondo i pm – avrebbero ottenuto rimborsi per spese spacciate come attività politiche. Il processo riguardava la legislatura 2010-2014 (centrodestra). Si parlava di cene, pranzi, spese di rappresentanza, trasferte, alberghi, bed and breakfast ma anche di spese più sorprendenti: giocattoli, tosaerba, bigiotteria, acquisti in famosi negozi di abbigliamento come Olympic a Torino e Marinella a Napoli. Nei fascicoli si faceva cenno anche a un libro erotico, ma l’acquisto non fu contestato a nessuno degli imputati.

A Cota, come ha ricordato ieri il suo avvocato Domenico Aiello, l’accusa contesta spese non giustificate per poco più di 11 mila euro negli anni di riferimento 2010-2012. C’è, tra l’altro, la famosa storia dei bermuda acquistati durante una trasferta a Boston. Secondo il giudice di primo grado, che lo aveva assolto, erano stati rendicontati alla Regione per errore.

Per Molinari invece si parla di peculato per 1.158 euro.

Tra i condannati ci sono anche Angelo Burzi (Pdl), Michele Dell’Utri (Moderati), Federico Gregorio (Lega), Massimo Giordano (Lega), Alberto Goffi (Udc), Maurizio Lupi (Verdi Verdi) e la figlia Sara (Verdi Verdi), Roberto De Magistris (Pdl), Girolamo La Rocca (Pdl), Lorenzo Leardi (Pdl), Massimiliano Motta (Pdl), Rosanna Valle (Pdl), Michele Giovine (Pensionati per Cota, 4 anni e sei mesi, la pena più alta), Andrea Stara (Insieme per Bresso), Michele Formagnana (Pdl), Roberto Tentoni (Pdl), Alberto Cortopassi (Pdl), Daniele Cantore (Pdl), Giovanni Negro (Udc). Due imputati hanno rinunciato all’appello e hanno ottenuto una riduzione della pena. Per gli altri il sostituto procuratore generale di Torino, Giancarlo Avenati Bassi, aveva chiesto condanne per un ammontare complessivo di oltre 60 anni di carcere.

Una sentenza che apre una crepa nella maggioranza Lega-M5S, a giudicare dalle dichiarazioni dei Cinque Stelle piemontesi, a un anno dalle prossime elezioni regionali: “La sentenza di oggi è una pesante scure su chi ha velleità di governo del Piemonte. La condanna per peculato non deve essere dimenticata”.

Duro l’avvocato Aiello che adombra “irregolarità processuali” e sostiene che “il procuratore generale ha continuato a fare indagini nel bel mezzo del dibattimento in appello”. Il difensore di Cota dichiara: “Non so se sia una sentenza politica, di sicuro non rispetta i dati di fatto”.

Più prudente Cota: “Farò ricorso in Cassazione, perché sono innocente. Sono molto dispiaciuto, non mi capacito di questa decisione. Penso che i giudici di primo grado avessero ragione”. In primo grado l’ex governatore e Molinari erano stati assolti, così come altri dodici consiglieri e una segretaria.

In procura, a Torino, resta aperto il filone che riguarda la legislatura precedente (2005-2010), a maggioranza di centrosinistra. Sono stati inviati una cinquantina di inviti a comparire. La prescrizione, però, incombe.

Il decreto dignità e la vedova Boschi

“Invece di sentirci vedovi delle cose fatte, come il Jobs Act, avremmo dovuto impegnarci per far emergere di più le divisioni tra Cinque Stelle e Lega”. Francesco Boccia stava parlando del decreto Dignità. E degli emendamenti presentati. Ma Maria Elena Boschi si è immediatamente sentita chiamata in causa: “Io non mi sento una vedova. Ma una reduce e combattente”, ha detto. Di sua sponte. D’altra parte, il gruppo del Pd ieri mattina alla Camera ancora una volta è stato una via di mezzo tra i lunghi coltelli, la commedia dell’assurdo e il rompete le righe. Si discuteva su come comportarsi rispetto all’arrivo del decreto Dignità in Commissione Lavoro. Umore nero collettivo. La responsabile Lavoro neonominata, Chiara Gribaudo, ha imparato che il gioco di squadra non è esattamente consuetudine dem: le critiche all’emendamento che voleva abolire l’aumento degli indennizzi alle imprese per i licenziamenti illegittimi sono state fatte più sui giornali che a voce. A ogni modo, tale emendamento non è stato segnalato. Dunque, andrà a morire. Va detto, però, che è stato presentato identico anche da Forza Italia. Chissà che a qualche dem non venga la tentazione di votarlo.

Daspo per i corrotti e agente “coperto”, la legge a settembre

Il Guardasigilli che è il vero numero due del M5S ferma la riforma delle intercettazioni, guarnendo lo stop con un anatema: “Impediamo il bavaglio all’informazione, varato in concomitanza con il caso Consip”. Ed è un morso alla gola di Matteo Renzi, che infatti risponde su Facebook: “Il ministro non ha capito niente o è in malafede, piuttosto ci dica cosa si scriveva con l’ex presidente di Acea Lanzalone”.

Ma nel giorno in cui il governo proroga l’entrata in vigore della riforma Orlando, con l’obiettivo di cambiarla radicalmente, (ri)affiora anche un altro progetto del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Ovvero un disegno di legge, previsto per settembre, per introdurre due totem del programma dei Cinque Stelle: il Daspo per i corrotti, ossia l’interdizione a vita dai rapporti con la Pubblica amministrazione per i condannati in via definitiva per corruzione, e l’agente sotto copertura. Assieme a un inasprimento delle pene per il reato di corruzione, e per quelli connessi. Misure a cui Bonafede lavora con lo staff e i tecnici di via Arenula sin dal suo approdo al ministero, e che sono il cuore di un ddl che nella sua prima versione è già ultimato. Ma prima di presentare il testo definitivo il ministro vuole consultare le varie categorie interessate: dai magistrati agli avvocati, fino ai docenti universitari. Una interlocuzione già molto avanzata, raccontano, anche con alcune procure di peso. E che ha lo scopo di schivare controindicazioni sul piano pratico, e rischi di incostituzionalità. “Stress test” li definiscono a via Arenula, per il ddl su Daspo e agente sotto copertura, che dovrebbe agire nel campo dei reati contro la Pubblica amministrazione. “Una figura molto diversa dall’agente provocatore”, rimarcano. Tradotto, non sarà un soggetto che istighi a commettere reati, piuttosto un pubblico ufficiale “che per motivi di indagine partecipa all’attività criminosa altrui al fine di farla fallire e farne arrestare gli autori”. Di fatto, spiegano, la stessa figura a cui fa riferimento la Convezione Onu contro la corruzione del 2003. “Ma lo scopo sarà innanzitutto preventivo, quello di scongiurare reati, e vale sia per il Daspo che per l’agente sotto copertura” giurano fonti di governo.

Però nel testo che apparirà in settembre ci sarà anche un inasprimento delle pene per il reato di corruzione, e quindi di alcuni reati connessi. Ed è un altro passaggio delicato, spiegano, perché i vari articoli vanno modulati senza contraddizioni. Mentre dai 5Stelle c’è chi maliziosamente ricorda come il Daspo contro i corrotti lo promise proprio Renzi nel maggio 2014 durante la campagna per le Europee, quelle del 40,8 per cento. Quattro anni dopo, Bonafede dovrà essere attento a scrivere una legge che non incappi nella tagliola della Consulta. Uno dei principali ostacoli per il disegno di legge che verrà.

Ma prima c’è la stretta attualità. Ossia il Bonafede che ieri, nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri, ha confermato lo stop al decreto sulle intercettazioni, picchiando: “La riforma Orlando era stata scritta con l’intento di impedire ai cittadini di ascoltare le parole dei politici indagati. Ogni volta che qualcuno del Pd veniva ascoltato qualcuno del Pd tendeva a tagliare la linea”. E comunque “la riforma ledeva la possibilità di portare avanti le indagini in modo efficace e dava alla polizia giudiziaria la possibilità di scegliere quali intercettazioni considerare rilevanti o irrilevanti: così il pm veniva tagliato fuori”. E allora il governo ha deciso per la proroga. “Riscriveremo la norma attraverso un percorso partecipato” assicura il ministro, spiegando di avere scritto “una lettera a tutte le procure distrettuali d’Italia e al Consiglio forense”. E i 40 milioni già spesi per le attrezzature per registrare? “Nemmeno un euro andrà sprecato, i macchinari potranno essere utilizzati”.

Così Bonafede, a cui l’ex Guardasigilli, Andrea Orlando, risponde secco: “Bonafede ha pieno accesso agli uffici: se trova una carta con la quale si dimostra che la nostra tempistica è stata guidata da specifiche inchieste, la produca. E comunque le date sul sito del ministero lo smentiscono”. Poi c’è la furia di Renzi: “La riforma delle intercettazioni è stata lanciata nell’agosto del 2014 e nessuno di noi si aspettava la vicenda Consip. Il ministro potrebbe invece venire in aula e riferirci cosa si diceva con Lanzalone, privato della libertà personale, invece parla di Consip”.

E questo è lo scontro ad alta quota, frontale. A cui seguirà la riforma delle intercettazioni, per cui il governo non pare avere fretta, perché “abbiamo tempo fino al prossimo marzo”.

Il Parlamento, il casting e Di Maio Travolti dalle visioni del guru figlio

Non so se abbia pensato: dagli amici mi guardi Iddio, ma certo la reazione imbarazzata di Luigi Di Maio (“ne dimostreremo l’utilità”) di fronte alla profezia di Davide Casaleggio sulla “fine” del Parlamento (e della democrazia rappresentativa), sostituito “tra qualche lustro” dalla Rete, dimostra una volta di più che in assenza di un’opposizione credibile (dai nemici mi guardo io) la maggioranza di governo riesce a farsi male da sola. Il guru figlio è liberissimo, ci mancherebbe altro, di approfondire e sviluppare il discorso visionario del guru padre che per i Cinque Stelle rappresentò lo spirito santo. Tutto ciò anche se la scelta del momento per farlo non dovrebbe essere del tutto indifferente, soprattutto se e quando il capo politico del Movimento, nonché vicepremier è impegnato a fare approvare quel decreto Dignità, pilastro del progetto sociale grillino in quelle stesse aule parlamentari dichiarate obsolete (di cui una, Montecitorio, presieduta da Roberto Fico, che infatti ne esalta la “centralità”). Quelle stesse aule che, meno di due anni fa, il M5S aveva difeso nelle piazze a spada tratta contro il referendum renziano che chiedeva l’abolizione del Senato. Ma il problema che ha Di Maio e la sua squadra di governo è “a monte”, come si diceva una volta. Esso consiste nel nodo, inestricabile (almeno nel giudizio di questo diario) che lega Casaleggio, la Casaleggio&Associati e la piattaforma Rousseau con il MoVimento. E di conseguenza con i gruppi parlamentari M5S, e quindi con la delegazione grillina nell’esecutivo giallo-verde. Da questo falansterio tecnopolitco preferiamo escludere l’Elevato Beppe Grillo che, come può capitare ai fondatori, una volta dice cose giudicate buone e giuste, mentre la volta dopo lo si liquida sostenendo che parla “a titolo personale”. Facciano come credono, anche se da cittadino italiano gradirei che Di Maio nel suo sensibile ruolo di governo fosse lasciato in pace, senza visioni che non tengono conto dell’interesse pubblico. In relazione al quale (visto che ci siamo) non si comprende (o si comprende benone) quale significato dare al casting inaugurato dal medesimo Di Maio e da Matteo Salvini che – leggiamo su Repubblica – “ iniziano a incontrare riservatamente i potenziali vertici della nuova Rai”. Lo fanno per segnare il “cambiamento”? Non più i partiti che occupano la Rai bensì la Rai che per fare prima si consegna direttamente ai partiti ? Per affermare, con quel “riservatamente”, un nuovo stile di spartizione: si fa ma non si dice? Per fornire al derelitto Pd un osso da rosicchiare? Oppure da quale altra “visione” i vicepremier sono stati ispirati, di grazia?

Legge Delrio addio? Il governo annuncia novità sulle Province

Che ne saràdelle Province? Gli enti territoriali che i governi Letta e Renzi volevano abolire esistono ancora, anche se non sono più elettivi, ma potrebbero essere rivisti. All’interno del decreto milleproroghe approvato ieri in Consiglio dei ministri si fa infatti riferimento a “una compiuta revisione della legge Delrio”, in attesa della quale il governo proroga al 31 ottobre 2018 il mandato dei presidenti di Provincia e dei Consigli provinciali in scadenza entro quella data e anticipa, allo stesso giorno, il mandato dei Presidenti e dei Consigli provinciali in scadenza entro il 31 dicembre 2018. Un modo per far coincidere la conclusione dei consigli, che così potranno essere rinnovati insieme “semplificando le procedure e contenendo i costi”. Nel decreto, ancora a proposito di enti territoriali, il governa conferma anche per tutto quest’anno “le disposizioni concernenti le modalità di riparto del fondo sperimentale di riequilibrio a favore delle province e delle città metropolitane delle regioni a statuto ordinario”.

Le “banchette” e l’asse Colle, Bankitalia, Tria

Un po’ come il premier Giuseppe Conte, anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria è un oggetto misterioso. Si sa che il suo nome per il governo è stato fatto da Paolo Savona, che ha posizioni critiche sulle regole dell’Eurozona e che aveva lavorato con Renato Brunetta quand’era ministro: nell’esecutivo dei “barbari” s’è preso il compito di fare quello che “rassicura i mercati” o almeno così lo raccontano i giornali col dubbio che, invece, forse, è solo il poliziotto buono dei populisti.

Come intenda partecipare al “cambiamento” promesso dal relativo governo non è ancora dato sapere, i primi atti da ministro di Tria però sembrano più del non cambiamento. Intanto ha sostanzialmente confermato lo staff di Pier Carlo Padoan: resta il capo di gabinetto Roberto Garofoli, già a Palazzo Chigi con Enrico Letta, e – nominati dal Consiglio dei ministri di ieri – restano pure il Ragioniere generale dello Stato Daniele Franco e il capo del Dipartimento Finanze Fabrizia Lapecorella; ascende al ruolo di direttore generale del ministero, infine, Alessandro Rivera, finora a capo della Direzione Sistema Bancario, poltrona da cui è stato protagonista negli anni scorsi delle mille sfortunate “trattative” del governo italiano con Bruxelles a tema banche (performance che scontentarono il governo dell’epoca, quello del Pd, e – va detto per completezza – ancor più i risparmiatori italiani).

È un delizioso paradosso, dunque, che queste nomine all’Economia arrivino in un Consiglio dei ministri in cui l’asse tra Tesoro e Banca d’Italia, benedetto e diremmo evocato da Sergio Mattarella, torna a dettare la linea al Paese in materia bancaria. Ieri infatti, com’è noto, l’esecutivo ha approvato il famigerato decreto Milleproroghe (ma sono, al momento, meno di dieci) tra cui quella che rinvia di qualche mese il termine ultimo per completare la riforma delle Banche di credito cooperativo. È la linea minimalista che Giovanni Tria ha scelto in accordo, appunto, con Banca d’Italia (sempre benedicente il Quirinale) invece di una lunga moratoria che consentisse di rimettere mano alle norme, ormai, peraltro, avversate anche da un bel pezzo del mondo cooperativo.

Breve promemoria. La riforma, varata per decreto dal governo Renzi a inizio 2016 sotto dettatura di Palazzo Koch, imponeva a tutte le vecchie casse rurali dedite ai principi del mutualismo di entrare in una holding, strutturata in società per azioni, con almeno un miliardo di capitale: alla fine ce ne saranno due nazionali più quella delle Bcc altoatesine (a cui è stata concessa una deroga pena rivolta dei territori). Chi rifiuta, muore, nel senso che perde la licenza bancaria.

La riforma dovrebbe rafforzare il credito cooperativo, soprattutto mettendo al sicuro gli istituti pericolanti, ed è ormai troppo avanti per essere fermata, sostengono al Tesoro, tanto più che è appoggiata dalla maggior parte degli istituti coinvolti e che per predisporre il nuovo modello sono stati spesi fior di soldi.

D’altra parte, quella riforma presenta almeno due grossi problemi: prefigura l’ingresso di capitali “non cooperativi” desiderosi di mettere le mani sugli istituti e potrebbe comportare, visto che la Vigilanza passa alla Bce, la richiesta di requisiti di capitale più stringenti e/o la perdita di giro d’affari (i clienti delle Bcc, partite Iva e aziende individuali, non hanno spesso rating sufficiente secondo i parametri di Francoforte). Il governo è intervenuto ieri sul primo problema, accogliendo alcune richieste della sua maggioranza: le Bcc dovranno mantenere il 60% del capitale della holding e avranno più peso nel cda. Il permesso di modificare questi parametri, infine, passa dall’accoppiata Tesoro-Bankitalia a Palazzo Chigi, dove i partiti contano in genere più della tecnostruttura.

Siamo, in ogni caso, ancora ai segnali: non sarà un caso, però, se Di Maio continua a chiedere una “manovra che non tiri a campare”. Saprà qualcosa che noi non sappiamo?

Salvini pesca nel passato di B. vuole Del Noce al vertice Rai

Ieri Fabrizio Del Noce era ancora in Portogallo, dove da cinque anni si gode la pensione da ex giornalista e dirigente di Viale Mazzini col comodo regime fiscale per i migranti europei, ma presto dovrebbe rientrare a Roma perché la Lega – anzi il centrodestra – l’ha inserito in cima all’elenco dei papabili per la presidenza Rai.

I Cinque Stelle hanno scartato l’ipotesi Giovanna Bianchi Clerici, “soldatessa leghista” (citazione di Silvio Berlusconi) per la condanna per danno erariale, ricevuta dalla Corte dei Conti nel 2013, dopo la nomina illegittima di Alfredo Meocci a direttore generale. Pure Forza Italia era tiepida su Bianchi Clerici e il partito non garantiva i numeri necessari in commissione di Vigilanza per l’investitura finale.

Figlio del filosofo Augusto, che fu anche senatore democristiano, il torinese Del Noce ha lavorato sempre in Viale Mazzini con un’interruzione significativa: una legislatura da deputato di Forza Italia e una successiva candidatura fallita. È fra i direttori di Rai1 più longevi, sette anni di dominio inaugurato – nel 2002 – con l’esecuzione dell’editto bulgaro del premier Silvio Berlusconi: anche se contesta l’evidenza storica, Del Noce ha firmato l’epurazione di Enzo Biagi. Ha una spiccata predisposizione al litigio e rivendica una coerenza di pensiero: “Ero di Forza Italia e rimango di Forza Italia. Io non mi riposiziono”, disse nei giorni dell’addio al servizio pubblico. Così Del Noce può vantare una singolare forma di protesta, anche da se stesso: è stato il primo (e pare l’ultimo) direttore autosospeso di Rai1. Ha sperimentato l’autosospensione durante il programma Rockpolitik di Adriano Celentano, trasmesso con Berlusconi a Palazzo Chigi.

Le controversie di Del Noce possono riempire un’antologia, ma adesso – dal lontano Portogallo, col rumore dell’oceano in sottofondo – è un uomo rinnovato. Non ha tradito i forzisti, però ha apprezzato Matteo Salvini: “Ho un ottimo rapporto con lui”. Con sincerità, Del Noce conferma le indiscrezioni: “Nelle ultime ore il mio profilo sembra tornato in auge per la presidenza. Vediamo”. E rammenta, con precisione, di essere l’unico e vero mentore di Elisa Isoardi, l’attuale compagna del ministro dell’Interno, a cui ha affidato da giovanissima la conduzione della Prova del cuoco: “L’ho scoperta io, non altri. E ho scoperto tanta gente a Rai1”. Poi ha gestito Rai Fiction finché il dg Luigi Gubitosi non l’ha accompagnato verso la pensione con qualche mese di anticipo.

Ieri sera, il premier Giuseppe Conte ha riunito il ministro Giovanni Tria – il Tesoro è azionista di controllo di Viale Mazzini – e i vice Di Maio&Salvini. Vertice non decisivo, ma interlocutorio: venerdì sarà il giorno degli annunci ufficiali e del consiglio dei ministri.

Per il ruolo di amministratore delegato il favorito è Fabrizio Salini, ex direttore di La7 e attuale ad di Standbyme, la società di produzione di Simona Ercolani; seguono Andrea Castellari (Viacom), Marcello Ciannamea (Palinsesti Rai) e Valerio Fiorespino (ex capo Risorse umane Rai). L’accordo nel governo gialloverde è solido: i Cinque Stelle scelgono l’ad, la Lega va sul presidente. Ma l’indicazione di Del Noce va condivisa tra gli alleati perché la designazione dei membri del Cda Rai che mancano, dopo quelli eletti dai parlamentari e il rappresentante dei dipendenti, spetta al governo su proposta del Tesoro. Tradotto: Del Noce “passa” soltanto se piace anche ai Cinque Stelle. Al vertice non s’è parlato di nomine editoriali, cioè di telegiornali e di canali. I pentastellati precisano che l’argomento sarà affrontato in un tavolo diverso. Certo, ma forgiato ancora con il legno della lottizzazione.

Il Ros di Clouseau

Scusate se torno sulla sentenza Trattativa, ma questa è troppo bella. Meglio dei film dell’ispettore Clouseau. Alle pagine 3506-3624 la Corte d’Assise di Palermo racconta una delle più strepitose imprese del Ros capitanato dal leggendario col. Mario Mori e impegnato – com’è noto– nella trattativa con Cosa Nostra. Nell’aprile ’93 il genio delle investigazioni, tre mesi dopo la non-perquisizione del covo di Riina e due anni e mezzo prima del non-arresto di Provenzano, mette a segno un altro colpo da maestro, in linea con la sua concezione omeopatica della lotta alla mafia: la non-cattura di Nitto Santapaola, boss di Catania appena convertito all’ala “trattativista”, ergo intoccabile come lo Zu Binu. Il 5 aprile un onesto maresciallo di Messina, Giuseppe Scibilia, scopre dove si nasconde Santapaola sotto le mentite spoglie di “Zu Filippo”: in un villino sul lungomare a Terme di Vigliatore, presso Barcellona Pozzo di Gotto. Riesce persino a intercettarne la voce. Tutto contento, avverte il vicecomandante del Ros, Mori. Risposta: ci penso io. L’indomani a Terme di Vigliatore irrompe il suo braccio destro Sergio De Caprio, il capitano Ultimo, con i suoi uomini. I quali diranno, al processo per la mancata cattura di Provenzano, che mica ce li aveva mandati Mori. Passavano di lì per caso, di ritorno da un impegno di lavoro a Messina diretti a Palermo, anche se nessuno, per andare da Messina a Palermo, passa da Terme di Vigliatore.

Qui videro uscire in auto da un villino – casualmente a 50 metri da quello di Santapaola – un tizio identico al boss Pietro Aglieri (non gli somigliava per nulla, ma fa niente). Gli imposero l’alt, ma il sospetto non si fermò. Allora lo inseguirono per 3 km, poi partì un conflitto a fuoco e l’auto dell’inseguito finì fuori strada. Intanto un’altra squadra del Ros, anche quella casualmente in zona, vedi un po’ le combinazioni, irrompeva a mano armata in casa del fuggitivo. Poi purtroppo si scoprì che c’era stato uno scambio di persona: il fuggiasco non era Aglieri, ma il giovane imprenditore Fortunato Imbesi, che non s’era fermato all’alt perché i militari erano in borghese su auto senza contrassegni, e li aveva scambiati per una gang di sequestratori. Sfortuna vuole che tutto quel trambusto metta in allarme Santapaola, che se la dà a gambe. Ad arrestare lui e lo Zu Binu provvederà poi la Polizia: il Ros, non sia mai. I giudici del processo Provenzano si bevono tutto e assolvono Mori: il caso Santapaola non vale come precedente perché, sì, è poco credibile che il Ros fosse lì per caso, ma non c’è la prova che a mandarli sia stato quel sant’uomo di Mori.

E poi, via, se volevano far fuggire Santapaola, Ultimo & C. potevano inscenare, anziché una sparatoria, una falsa perquisizione “in luoghi prossimi quelli in cui erano collocate le microspie”. Che è proprio ciò che han fatto: mentre nessuno va a prendere Santapaola nel villino giusto, la squadra 2 del Ros parcheggia le auto davanti al villino sbagliato lì vicino: quello degli Imbesi. E, mentre la squadra 1 insegue il sosia di Aglieri più somigliante al mago Zurlì, fanno irruzione a mano armata nella casa mettendola a soqquadro e terrorizzando padre, moglie e cugino di Imbesi. Poi, nel verbale, s’inventano una sparatoria mai avvenuta, alla presenza di cinque militari che negheranno di essere mai stati lì e, in calce, appongono la firma di un altro carabiniere che quel giorno era a Messina. Intanto Santapaola, nel villino giusto, si gode la scena dalla finestra e se la fila. L’anteprima di quel che accadrà il 31.10.’95 con Provenzano.

Ora la Corte di Assise fa a pezzi le sentenze dell’altro processo: “Nessun dubbio che fu proprio Mori ad attivarsi per organizzare l’operazione a Terme Vigliatore con i suoi uomini più fidati”. Il loro arrivo in loco si “ricollega con assoluta certezza alla notizia della presenza di Santapaola”. E la versione del passavamo-di-lì-per-caso “offende l’intelligenza di chiunque”, come la panzana del sosia di Aglieri: “I militari non incontrarono casualmente Imbesi durante il tragitto, ma si appostarono presso la sua abitazione” a due passi dal covo di Santapaola “e lo seguirono con ben 4 autovetture prive di contrassegni d’istituto (tutte casualmente transitanti in quel remoto luogo?)”. L’ipotesi più probabile è quella della “malafede”, cioè della “azione ‘rumorosa’ che in quel piccolo luogo non sarebbe potuta passare inosservata”: “fortissimo il sospetto di un’azione volutamente diretta a far sì che Santapaola potesse allontanarsi indenne”. Ma è pure possibile – ancorché “meno probabile” – che i nostri eroi, “nella precipitazione, abbiano erroneamente individuato l’immobile”, cioè abbiano sbagliato covo. E poi, per “coprire il gravissimo insuccesso” ed evitare lo sputtanamento, abbiano mentito e fatto carte false coi superiori e orchestrato il “depistaggio” per i giudici. Fermo restando che, “se il Ros avesse agito in modo più accorto, Santapaola avrebbe potuto agevolmente essere arrestato”. Perché invece fu “precipitoso”, volendo credere alla “buona fede”? Per “precedere l’intervento di altre forze dell’ordine” che potevano aver saputo della presenza del latitante. Il risultato comunque fu che Santapaola scappò e “il vertice mafioso dell’epoca” si convinse vieppiù, tre mesi dopo la mancata perquisizione del covo di Riina, “dell’utilità di proseguire la strategia già intrapresa, che sembrava produrre i suoi attesi frutti”. La strategia “stragi & trattative” che di lì a poco avrebbe mietuto altre vittime innocenti a Roma, Firenze e Milano. Intanto, malgrado quel tris di boiate (covo di Riina, Santapaola, Provenzano), anzi proprio per quelle, Mori veniva promosso comandante del Ros (dall’Ulivo). E poi direttore del Sisde (da B.). A ogni disastro, una promozione. Come Clouseau.

Detroit, show rinviato a giugno per l’hi-tech

Iresponsabili del salone di Detroit hanno messo mano al calendario, dando un taglio netto alla tradizione: a partire dall’edizione 2020, l’auto show più antico d’America non si terrà più nel gelido gennaio ma all’inizio di giugno. Con più opportunità per il prolungamento della kermesse e per un’eventuale esposizione outdoor delle auto. La decisione, che come avevamo anticipato qualche mese fa era nell’aria, è stata presa per evitare la pericolosa vicinanza temporale con il Ces (Consumers Electronic Show di Las Vegas), che già quest’anno ha pesato sulla buona riuscita della manifestazione che si tiene nella Cobo Hall, rubandole i protagonisti, ovvero diverse case automobilistiche che hanno scelto il Nevada al posto del Michigan. Come mai? Ormai i temi ricorrenti nella comunicazione dei costruttori, oltre all’elettrificazione, sono connettività e guida autonoma. E c’è pure chi si avventura oltre, parlando di intelligenza artificiale applicata ai veicoli. Normale, dunque, che se prima il punto di riferimento era un salone dell’auto “puro”, nel senso del prodotto, ora si pensi piuttosto a mettere in mostra la tecnologia che c’è dietro a quel prodotto. Normale, già. Ma resta il fatto che c’era da tutelare un patrimonio della tradizione a quattro ruote yankee, che oltretutto crea un indotto di 500 milioni di dollari. Non a caso il direttore del salone, Rod Alberts, ha dichiarato ad Automotive News: “Saremmo dei pazzi a non vedere cosa sta succedendo, e a pensare di poter continuare a fare le stesse cose”. Speriamo non sia tardi.