A fine anno arriva la mista da 1,8 milioni di euro

Risale al lontano 1993 la McLaren F1, la supercar stradale più iconica nella storia del costruttore inglese: costruita in appena 106 esemplari, si caratterizzava per soluzioni tecniche d’avanguardia – come la funzione di freno aerodinamico – che la ponevano al vertice della produzione automobilistica mondiale. Infatti, la F1 era la prima automobile stradale dotata di scocca autoportante in fibra di carbonio. Caratteristica la configurazione dell’abitacolo a tre posti, col guidatore posizionato esattamente al centro e affiancato dai passeggeri in posizione leggermente arretrata. Il capo progetto, l’ex ingegnere di Formula 1 Gordon Murray, la volle soprattutto leggera: la F1 pesava 1.100 kg in ordine di marcia e aveva un rapporto peso/potenza di appena 1,75 kg/cv. Sotto al cofano, installato dietro la cabina, il motore V12 aspirato di derivazione BMW, con cilindrata di 6 litri e potenza massima di 627 Cv. A circa un quarto di secolo di distanza, McLaren è quasi pronta a svelare l’erede della F1, identificata internamente col nome di “BP23”: sarà presentata entro fino anno e, come la progenitrice, verrà assemblata in 106 unità, già tutte vendute con prezzi a partire da 1,8 milioni di euro, tasse escluse. La casa di Woking, per ora, si è solo limitata a diffondere i primi bozzetti di stile del modello, che confermerà l’impostazione originale dell’abitacolo. Nel telaio di fibra di carbonio sarà incastonato un propulsore dotato di tecnologia ibrida, capace di spingere l’auto a una velocità massima di oltre 391 Km/h: numeri che renderanno la BP23 la McLaren più veloce e lussuosa di sempre.

McLaren, niente Suv. Gamma tutta ibrida entro il 2025

In Formula Uno non sta andando molto bene, con Alonso e Vandoorne mestamente relegati nelle retrovie della classifica piloti (rispettivamente ottavo e sedicesimo) e un settimo posto in quella costruttori. La McLaren è tuttavia molto effervescente su un altro versante: quello dello sviluppo industriale, nonché del prodotto. Di recente, i suoi dirigenti hanno messo mano al piano industriale già previsto per il 2016-2022, aggiornandolo nei numeri e nelle intenzioni, di fatto prolungandolo fino al 2025. Cosa prevedono di fare gli inglesi? In estrema sintesi investire 1,2 miliardi di sterline (quasi un miliardo e 350 milioni di euro) per rimpolpare la gamma, elettrificarla, e puntare al raddoppio di vendite e fatturato.

Cominciamo proprio dall’ultimo punto: lo scorso anno la McLaren ha venduto 3.340 vetture nel mondo, la metà delle quali sono 720S, ovvero la hypercar per sua natura comoda da usare anche nel quotidiano, che tuttavia quando occorre (la pista è consigliata, in questo caso) è in grado di liberare con decisione tutti i 720 cavalli del suo 4.0 V8 biturbo. Ciò premesso, oltre a quello domestico il primo mercato di riferimento è quello statunitense, seguito da Europa e sudest asiatico, a cui però c’è da dare un certo impulso. Solo così si riuscirà a raggiungere quota 6.000 immatricolazioni, che è poi l’obiettivo dichiarato per il 2025. Ambizioso, anche perché dovrà essere raggiunto senza l’aiuto dei blockbuster del mercato, ovvero gli sport utility. Già, perché dal quartier generale di Woking fanno sapere che loro di suv non vogliono sentir parlare e che a differenza di altri costruttori dell’extra-lusso (leggi Bentley, Lamborghini e tra poco Ferrari) non ne faranno. Per ora.

Dunque si andrà avanti con la gamma attuale, che come detto verrà rinforzata con alcune novità (18 entro il 2015, tra primizie assolute e derivati) e che a oggi è divisa in tre settori: Sport Series (540C, 570GT, 570S e S Spider, ma anche la nuova 600LT che ha debuttato pochi giorni fa a Goodwood e resterà in produzione solo per un anno), Super Series (720S) e Ultimate Series, che comprendono la neo-arrivata e pistaiola Senna (listino da 945.000 euro) così come l’icona di design BP23, il cui vero nome è ancora top secret e di cui parliamo specificamente nell’articolo qui sotto.

L’altra novità sostanziosa, nondimeno, è quella dell’elettrificazione: ogni Mclaren uscita dallo stabilimento inglese sarà infatti ibrida, sempre entro il 2025. Ai motori endotermici verranno infatti affiancate unità elettriche, con pacchi batterie di nuova generazione sviluppati e realizzati dalla stessa casa inglese.

Giotto, blu “sgradevole”. Il TripAdvisor di Eliot

È l’estate del 1911, Thomas Stearns Eliot è un giovane studente della Sorbona. Chiusi i libri, decide di intraprendere un viaggio nel Sud della Germania e nel Nord Italia. Quelli che seguono sono alcuni dei passaggi più taglienti che il poeta, futuro Nobel della Letteratura, riserva ad alcune nostre città. Una sorta di TripAdvisor d’autore, appunti manoscritti raccolti ora nel volume “Viaggio in Italia”, in libreria dal 26.7 per Morcelliana.

Verona.Cattedrale. Portale splendido. Orlando e Olivieri. Ho trovato affascinante l’intero portale. Belle modanature attorno all’edificio. Il Duomo è meno imponente rispetto a San Zeno.

Anfiteatro. È di un certo interesse, ma conservato meglio di quanto abbia diritto a essere una cosa di quell’epoca.

Vicenza. Villa Valmarana. Villa e giardino sono affascinanti, ma Tiepolo è abbastanza una delusione. Alcune scene non sono prive di bellezza, ma le cineserie di altre sono sgradevoli. La grande dimensione delle figure si ammassa sulle piccole stanze. Mi sono sembrate inferiori ai suoi affreschi in colore e in eleganza. Sembra che stia tentando qualcosa in uno stile pomposo e pesante da una parte (figure romane?) e dall’altra qualcosa di troppo allegro per il suo genio (figure della commedia italiana) e che venga battuto sul primo piano dai predecessori Italiani e sul secondo dai Francesi contemporanei.

Venezia. San Marco. La Piazza non è così attraente come Piazza Erbe (o Piazza Vittorio Emanuele) a Verona. È grande e maestosa (suppongo), ma ha un aspetto stranamente pragmatico, commerciale. Il suo effetto, perlomeno, è tutto nel primo momento, come quello del Canal Grande. San Marco, all’esterno, richiede uno sforzo di immaginazione archeologica (ma uno sforzo che ripaga) per essere apprezzato. […] Ma qual era l’effetto originale, all’esterno, della cupola? Ora ricoperta da un tetto di stagno (?) indegno.

Libreria Vecchia. È un edificio impressionante che non mi impressiona. Maestoso e concreto; il genere di cosa che gli architetti sono inclini ad ammirare.

Frari. Bellini e piccoli interventi di Tiepolo, insieme al Tiziano, ora nella chiesa di San Tomà. I Tiepolo sono affascinanti, ma non dei suoi migliori. Tiziano non è per me di nessun interesse. Bellini bello.

Padova. Sant’Antonio. È molto grande e spoglio, freddo, manca di sentimento.

Cappella dell’Arena. La prima e ultima impresa di Giotto è sgradevole. La cappella comprende gli affreschi, ma gli affreschi non decorano la cappella. I colori, quando si considerano le immagini una a una, non sembrano male, ma in riferimento all’effetto complessivo sono cattivi, specialmente il blu dominante. Le decorazioni tra gli affreschi sono brutte. Gli affreschi, in breve, non decorano; vogliono essere analizzati. Giotto è un grande narratore, anzi, un grande drammaturgo.

Ferrara. Palazzo Diamanti. Non è di grande interesse. Se i Tura sono autentici, sono Tura minori. Si vede Garofalo al suo meglio; per esempio un grande affresco (Vecchio e Nuovo Testamento) straordinario e una grande Madonna di talento.

Bologna. Ha una piazza davvero splendida (Piazza Vittorio Emanuele e Piazza del Nettuno). Fontana nobile ma non di mio gusto. Il grande rilievo della Madonna (Palazzo Comunale) è davvero straordinario e un’opera di talento; senza dubbio contribuisce molto all’effetto complessivo della piazza.

Santa Maria della Vita. Ha una Pietà di Niccolò dell’Arca, un lavoro potente, ma a mio parere di gusto tedesco, o mancanza di gusto.

San Petronio. Enorme, incompiuto e tetro. Sebbene senza volere, contribuisce molto alla piazza in cui si trova.

Parma. San Giovanni Evangelista. Una chiesa rinascimentale gradevole. Gli affreschi di Correggio sulla volta sono un fallimento, ma la lunetta di San Giovanni sopra la porta della sacrestia è il Correggio più piacevole che abbia visto.

Milano. Cattedrale. È molto grande e sembra molto piccola. L’esterno è per me di interesse piuttosto scarso, l’interno proprio notevole: uno dei più straordinari interni gotici. La Galleria di Brera è di scarso interesse.

Santa Maria delle Grazie. Ha un’abside gradevole (esterno) in mattone e marmo, di Bramante.

Sant’Ambrogio. È una chiesa interessante. Ha due belle torri (una restaurata) di fianco e una bella corte di fronte (atrio).

Certosa di Pavia. Uno degli edifici più ripugnanti dell’arte rinascimentale. Il frutto di un’arte corrotta.

La seconda vita di Shonda: black comedy e doc per Netflix

L’impero di Shonda colpisce ancora. Dopo più di un decennio passato in casa Abc – deve la sua fama alle serie tv Grey’s Anatomy e Scandal, e alla più giovane Le regole del delitto perfetto– Shonda Rhimes ha ufficialmente cambiato dimora: a ospitarla, da questo momento, sarà la piattaforma di streaming Netflix.

Se prima si sapeva solo della stipula del contratto – firmato nel 2017 – con la piattaforma, ora si sa anche qualcosa di più sui contenuti che la signora di Shondaland (questo il nome della sua casa di produzione) produrrà.

Il primo blocco sarà di otto spettacoli, tra cui una commedia dark e un dramma sull’immigrazione afroamericana, mentre un terzo spettacolo – ancora senza nome – sarà basato sulla storia di una mantenuta raccontata dal New York Magazine. E ancora: una serie su “un caso che ha spianato la strada al movimento Time’s Up” e una mini-serie ambientata nella messicana Baja California degli anni 40. È previsto anche un documentario, ma al momento né la Rhimes né Netflix hanno fornito dettagli sul progetto.

“Mamma mia!”, Meryl 10 anni dopo è ancora top

Che Donna Meryl Streep! E che Mamma (mia!) si è rivelata dopo averne combinate di ogni in quell’estate sulle spiagge della Grecia che la vide giovane, sensuale e abbastanza spregiudicata da incasinarsi la vita, come amabilissima cifra caratteriale. In attesa del sequel (che poi è un prequel..) Mamma mia! Ci risiamo al Giffoni e poi nelle sale dal 6.9 (negli States uscito il 18.7 con bacio saffico alla prima tra Meryl e Cher), rinfreschiamoci la memoria con un tuffo indietro di dieci anni, quando a ottobre 2008 usciva in Italia the original Mamma mia!, il cine-derivativo dello stracult assoluto nell’universo musical teatrale: sì, proprio quello che dal 1999 resiste come must see nelle guide turistiche della West End e di Broadway e a oggi è stato visto da 60 milioni di persone in oltre 440 città del pianeta. Dietro, ça va sans dire, c’era la forza travolgente della colonna sonora firmata ABBA, così imponente da aver traghettato nel guinness dei primati anche il film, divenuto non solo il musical cinematografico che ha incassato di più su base mondiale nella storia del cinema (oltre 500 mln di dollari) ma anche il Dvd più venduto in Regno Unito di sempre. Ma il merito del successo mostre non è solo da attestarsi alla musica: davanti alla macchina da presa – discretamente diretta da Phyllida Lloyd – c’è l’eterno talento di Meryl, provetta cantante e qui anche ballerina che si dimena con un’energia ipnotizzante, offrendo l’ennesima prova della sua versatilità. Al suo fianco un cast degnissimo, soprattutto a incarnare il fascinoso trittico dei potenziali (mai certificati) padri di Sophie: Colin Firth, Pierce Brosnan e Stellan Skarsgard. Sullo sfondo di questa romantica commedia musicale dal sapore squisitamente vacanziero resta complice impunita la magica bellezza della Grecia insulare: un valore aggiunto non da poco.

L’ultima frontiera vip della dieta detox: depurarsi da Twitter

Quelli che… da oggi smetto: non di fumare, o di bere o di mangiare dolci, ma di cinguettare su Twitter. È questa l’ultima frontiera della dieta detox: fuggire dal social network che più di ogni altro è diventato collettore di “cattiveria, sessismo, disonestà partigiana”, almeno stando alle parole di Maggie Haberman, Premio Pulitzer nonché corrispondente del New York Times da Washington.

La giornalista americana è solo l’ultima di una lunga serie di intellettuali e artisti che hanno annunciato di volersi cancellare da Twitter, per qualche giorno oppure per sempre: vediamone alcuni.

SMETTO QUANDO VOGLIO. Il caso più eclatante, per pervicacia, è forse quello di Ed Sheeran, che nel 2017 ha annunciato con un post il congedo, di almeno un anno, dai social network, Twitter in primis: il cantautore, piccato per le critiche ricevute per il suo cameo in Game of Thrones, è ancora offline. In Italia, invece, è stato Enrico Mentana tra i primi, nel 2013, a defilarsi polemicamente dalla piattaforma, un “bar” che si è “riempito di ceffi”. Nel 2015 è arrivata la defezione di un altro giornalista: Corrado Augias, che ha stigmatizzato i cinguettii come “giochetti di parole, considerazioni sommarie, volgarità spesso anonime, cosa che una volta apparteneva solo ai ‘pizzini’ mafiosi”. Inattivi risultano da anni anche i profili di Gerry Scotti e Niccolò Ammaniti, che definisce il social “utile e terribile allo stesso tempo”. Pure Paolo Virzì ha definitivamente chiuso il proprio account perché si è “stancato… Però è stata una bella occasione per fare una delle cose che dovrebbe fare un cineasta: ficcanasare”. Per lo stesso motivo, ma dall’opposta prospettiva, si è sottratto ai guardoni online Lapo Elkann.

MA POI CI RICASCO. I divi di Hollywood sono tra i più recidivi: prima proclami roboanti, poi rovinose ricadute. Miley Cyrus, ad esempio, è uscita da Twitter nel 2013 perché mal tollerava i pettegolezzi sull’infedeltà del fidanzato Liam Hemsworth. L’allontanamento è durato il tempo di una tempesta ormonale. Tira e molla con il social lo hanno fatto anche LeAnn Rimes, Chris Brown e Amanda Bynes, mentre Lena Dunham lo aveva lasciato nel 2015 per “troppa violenza verbale”, specie nei confronti del suo fisico curvy: oggi è più twittarola che mai. Anche Zelda Williams, figlia di Robin, si è sottratta agli hater cinguettanti dopo il suicidio del padre, salvo poi fare marcia indietro. Difficile resistere al richiamo del post al sole: così devono aver pensato Ashton Kutcher, che si è fatto da parte, lasciando però ai manager la gestione dei suoi social; Demi Lovato, sommersa dalle critiche per uno scazzo virale con Mariah Carey; Taylor Swift e Selena Gomez, che si sono entrambe prese una pausa disintossicante, rispettivamente nel 2015 e 2016. Da noi la querelle più spinosa ha riguardato Alessandro Gassmann, che, nel 2017, in una “lettera a puntate per i suoi follower”, ha annunciato il ritiro da Twitter, sentendosi “insultato, minacciato, offeso, preso in giro in maniera violenta e continua, così anche la mia famiglia e le mie origini”. Gli odiatori seriali – e non incidentalmente Giorgia Meloni – non gli perdonavano i suoi tweet a favore dello Ius soli.

METODO YO-YO. Rosario Fiorello è entrato e uscito dal social network – lui che fu tra i “pionieri” italiani nell’uso di Twitter – almeno due volte: la prima nel 2012, subito dopo essersi speso online per la liberazione di Rossella Urru, la coooperante rapita nei campi profughi algerini a fine 2011; la seconda nel 2014, quando è stato coinvolto in un brutto incidente in moto assieme a un anziano passante.

INTEGRALISTI. Una parola, infine, va spesa per gli irriducibili: tutti coloro che mai e poi mai si sporcherebbero le mani nella cloaca del web. Il più apocalittico è lo scrittore Jonathan Franzen, il più scapigliato l’attore (con velleità intellettuali e tra gli accusati di molestie sessuali) James Franco, che su Twitter è durato un paio di settimane; poi, annoiato, se n’è andato. Tra le donne asociali figurano Jennifer Aniston, Emma Stone e Zadie Smith, che sul social ha postato solo cinque cinguettii nel 2013, dopodiché basta. “Non voglio essere bullizzata”, ha dichiarato alla stampa. “Capisco che sia importante essere appropriati nella vita pubblica, sociale, politica. Ma nell’anima?”. Esagerata.

Il lutto non si addice a Susi: basta bagni nel mare dei naufragi

La madre dice: “Non c’è stato verso di farle fare il bagno”. E lui, che ha appena appoggiato la sacca sul pavimento: “Speravo avessi finito col convincerla, al telefono parlavi di un capriccio”. Si è già tolto camicia e pantaloni – giacca e cravatta le ha lasciate in macchina – e s’infila il costume determinato a non perdersi nemmeno un minuto del suo breve weekend.

Deve lavorare fino alla fine del mese nel caldo asfissiante della città. Si è fatto trecento chilometri partendo intorno alle quattro, sarebbe tornato indietro la domenica sera, dopo cena. “Andiamo a farci una nuotata al tramonto, dai. Dillo anche a Susi, vedrai che con me si fa passare le paturnie. Giulio dov’è?”.

“Dai cugini. Stanotte dorme con loro. Ti saluta, dice che domani passa tutta la giornata con te. Ma dovevano finire non so quale sfida a Risiko, sai com’è…”: Greta gli risponde urlando dal salotto dove è andata a raccattare il pareo buttato sopra il divano. “Sono pronta, andiamo?”.

“E Susi?”.

Susanna compare sulla porta. Se n’era scappata in giardino a giocare col cane dopo aver fatto al padre feste di benvenuto appena lui aveva infilato il cancello ed era sceso dall’auto. Salti, baci bagnati, quasi lo soffocava stringendogli le braccia al collo e intrappolandolo fra le gambe. L’erotica irruenza infantile di sua figlia. Tutto normale. Si amano in modo sfrenato loro due.

“Susi, che è questa storia che non fai il bagno?”.

Si è afferrata un piede e tira la gamba piegata verso il gluteo: “In piscina lo faccio”.

“In piscina sì e in mare no? Domani prendiamo le maschere e andiamo a guardare i pesciolini intorno agli scogli. Dai, vieni a fare un tuffo con noi. Una nuotata al tramonto, che lusso!”.

La prende in braccio facendola volteggiare per la stanza, ma Susanna si divincola. “No, stasera no. Non mi piace il bagno al tramonto. Non mi va di sporcarmi di sabbia. Ho già fatto la doccia”. Stefano non vuole discutere. La rimette giù, ragionevole: “D’accordo. Se ne riparla domani. Con le maschere”.

“È stato quel giorno sul peschereccio” gli spiega Greta quando si buttano sulla sabbia tiepida della sera dopo aver nuotato quasi mezz’ora. “Ha cominciato a urlare fissando i pesci agonizzanti. Uno, con un guizzo, le è finito sui piedi, e allora ha strillato ancora di più e piangeva e mi abbracciava in quel modo violento che ha lei, inconsolabile, che ti toglie il respiro. Non credo che verrà in mare con te domani, scordatelo. Ci prova: mi dà la mano e si fa portare fino alla battigia. Ma poi raggrinza i piedi come se il viscido della sabbia bagnata le facesse schifo. E poi trema e mi tira indietro, in preda al terrore per le onde che le sfiorano le dita. Forse sono stati quei pesci, forse non aveva mai pensato alla morte prima…”.

“Ma non esiste! Ama il mare. Nuota benissimo. È sempre stata una bambina coraggiosa. E il pesce lo mangia senza fare storie… O per caso ha smesso di mangiarlo?”

Greta riflette un attimo strizzando i capelli nell’asciugamano: “No, il pesce lo mangia. Proprio ieri sera ho preparato il merluzzo lesso con la maionese; semmai è a Giulio che non piace il pesce. Lo nasconde nella maionese e fa un sacco di storie ogni volta. Adesso dice che è diventato vegetariano e non vorrebbe mangiare né carne né pesce. Non so chi gliel’ha messa in testa questa novità. Ogni volta è una lotta per convincerlo”.

“Sempre stato un bambino inappetente, le trova tutte le scuse per non mangiare. Susi mi preoccupa di più. Sembra aver subito un trauma. Quei pesci morenti sul peschereccio? Possibile? Possibile che in sette anni che viene al mare non abbia mai visto morire dei pesci prima?”.

A Susanna i filetti di pesce con la maionese fatta in casa piacevano moltissimo. Non le veniva in mente di mettere in relazione quella delizia gastronomica con i pesci reali che aveva visto agitarsi disperati sul peschereccio, e qualche volta ne aveva colto un ultimo spasimo sui banconi del mercato. Distoglieva lo sguardo e pensava ad altro.

La vita era così, piena di brutte esperienze che era meglio dimenticare. Quelle cose che “non possiamo farci niente”, come diceva sua madre. Aveva detto così quando era morta la nonna l’anno scorso: “Non possiamo farci niente”. E la nonna non c’era più. Meglio fissare l’uovo che si scioglie mescolandosi all’olio nel frullatore e magicamente si trasforma in quella crema giallina buonissima. Meglio non pensarci al perché delle cose. Tanto non si viene a capo di niente. Come con le parole. Scrivi “olio” e se ti sbagli viene fuori “odio” solo cambiando una lettera.

Susanna certe scoperte preferisce tenerle per sé o buttarsele dietro le spalle senza chiedersi dove vanno a finire. Ha provato a parlarne a Giulio che ha quattro anni di più, ma il fratello l’importanza di certi interrogativi non li capisce: “Dove vuoi che vadano a finire? Restano tutte pigiate dentro di te. Se non ti fanno venire il mal di stomaco, va bene così. Puoi conviverci”.

Lei questa storia del mal di stomaco lì per lì non l’aveva capita. Fino al giorno che aveva visto quei corpi morti in televisione. Galleggiavano sull’acqua con tutti i giubbotti che non erano bastati a salvarli. E ha visto i bambini morti portati dalle onde sulla spiaggia. E le è venuto il mal di stomaco.

Ha pensato al mare, il suo mare, pieno di pesci vivi e di persone affogate. I pesci vengono a morire a terra quando i pescatori li pescano dall’acqua. I bambini li portano le onde sulla spiaggia, quando sono già morti. Questo aveva capito con un fortissimo male allo stomaco: non sarebbe entrata in mare mai più.

 

Toronto, spari in strada: 3 morti. Bambina di 10 anni tra le vittime

Terrore nel quartiere grecoAlle 22 di domenica sera a Toronto, a Danforth Street , un 29enne in abiti e cappellino scuri ha aperto il fuoco su diversi gruppi di persone prima di essere ucciso dagli agenti. Due le vittime dell’attentato: una 18enne e una bambina di 10 anni. Dodici i feriti, alcuni in gravi condizioni. La polizia non esclude alcuna pista, compresa quella terroristica.

Ryanair, virata pericolosa: rimpiazzare chi sciopera

Con lo sciopero alle porte, proclamato in quattro Paesi tra i quali l’Italia, Ryanair ha tirato fuori dal cilindro l’ultima trovata per ridurre al minimo i danni. La denuncia è arrivata dal sindacato belga Cne e parla di equipaggi tedeschi e polacchi spostati appositamente per rimpiazzare i dipendenti che si asterranno dal turno in Belgio, dove la mobilitazione inizierà domani e proseguirà fino a giovedì. Insomma, una vera e propria sostituzione di personale in sciopero sulla cui regolarità si interroga la Cne. La sigla sindacale ha interpellato le autorità belghe senza ricevere risposta. “In Spagna e Portogallo – aggiungono dal sindacato – le autorità hanno già annunciato che controlleranno da vicino le azioni di Ryanair durante lo sciopero”. La compagnia irlandese non ha replicato alla precisa accusa, limitandosi a far notare che “l’equipaggio guadagna fino a 40mila euro l’anno, più del doppio rispetto al salario minimo, lavora con turni da cinque giorni e tre di riposo, l’equivalente di un weekend festivo ogni settimana, non può volare (per legge) più di 900 ore per anno, gode di turni che superano tutti i requisiti minimi di riposo”.

In Italia lo sciopero avrà luogo solo domani e durerà 24 ore. A proclamarlo sono i sindacati dei trasporti della Cgil e della Uil, mentre la Fit Cisl si è defilata dopo aver ottenuto, proprio nei giorni scorsi, un posto al tavolo delle trattative con Ryanair, in cui si tenterà di raggiungere un accordo per il contratto degli assistenti di volo, anche con la sigla autonoma Anpav. Il vettore irlandese, in pratica, ha scelto con quale sindacato interloquire escludendo tutti gli altri. Il processo di riconoscimento dei rappresentanti dei lavoratori, in questa azienda, prosegue con molta fatica. Basti pensare che nel 2010 l’amministratore delegato Michael O’Leary aveva sostenuto che “l’inferno si congelerà prima che noi riconosceremo un sindacato”.

Il rifiuto a trattare si è protratto fino al Natale 2017, quando uno sciopero ha minacciato di rovinare le vacanze a migliaia di clienti Ryanair. Il rischio di una figuraccia con i passeggeri, combinato con una fuga di piloti verso le compagnie concorrenti, ha spinto il vettore low cost a una svolta epocale, ossia a riconoscere i sindacati. Non tutti, anzi inizialmente l’apertura si è rivolta solo all’Anpac, che rappresenta i piloti, la categoria di gran lunga con più forza contrattuale. Nei mesi successivi la gentile concessione è stata estesa anche all’Anpav e alla Fit Cisl, benedetta con l’accordo di venerdì scorso. Sulla base di quel testo, proprio oggi inizieranno gli incontri per trovare un’intesa sul contratto degli assistenti di volo.

Questa mossa è vista dai sindacati rimasti fuori come un preciso tentativo di indebolire lo sciopero: “In questi sette mesi – racconta Fabrizio Cuscito della Filt Cgil – siamo stati convocati solo per una riunione e tra l’altro a Dublino, nella sede principale di Ryanair. Gli altri sindacati riconosciuti, invece, venivano comodamente invitati a Roma. Per noi si può dire che non è cambiato niente, nonostante la finta apertura di dicembre”. Proprio la Filt Cgil ha ottenuto, negli scorsi mesi, un paio di pronunce favorevoli da parte dei giudici del lavoro i quali hanno condannato Ryanair per condotta anti-sindacale. “Ciononostante – aggiunge Cuscito – ci hanno continuato a ignorare”.

Attualmente non esiste il contratto collettivo dei lavoratori Ryanair: ogni singolo dipendente negozia il suo. Non tutti i piloti e gli assistenti di volo sono assunti direttamente: molti di loro arrivano tramite agenzie interinali o addirittura sono inquadrati come autonomi e retributi a partita Iva. “Proprio per sistemare queste situazioni – afferma Stefano Di Cesare della Fit Cisl – abbiamo assunto un atteggiamento costruttivo”. Il primo risultato, comunque, è stato già ottenuto dai piloti, ai quali sono stati riconosciuti incrementi di stipendio tra il 10 e il 15%. Non si tratta di un risultato arrivato dalla contrattazione, ma di fatto un obbligo imposto dal mercato: Ryanair ha dovuto concedere gli aumenti per evitare la fuga verso la concorrenza che assicura migliori condizioni. Questa crescita dei costi, assieme al rimbalzo del petrolio, è alla base della riduzione degli utili registrata da Ryanair nel primo semestre del 2018: il calo è del 22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Restano molto buoni i dati sui passeggeri, che nel periodo aprile-giugno sono saliti del 7%, arrivando a 37,6 milioni.

Attenti a quei due Scambi al veleno tra Rohani e Trump

Non vedeva l’ora Donald Trump di riprendere a fare a cazzotti, verbalmente parlando, con qualcuno dei suoi ‘nemici giurati’. E domenica il presidente iraniano Hassan Rohani gli ha servito l’assist: “Non giochi con la coda del leone, altrimenti se ne pentirà”. Trump ha risposto con un tweet infittito di maiuscole: “Non minacciare mai più gli Stati Uniti o ne pagherete le conseguenze, come pochi nella storia ne hanno sofferte prima. Siamo un Paese che non tollererà più le vostre stupide parole di violenza e morte”.

Dopo essersi mostrato ‘pappa e ciccia’ con Kim Jong-un, il dittatore nord-coreano, e avere fatto l’amicone con Vladimir Putin, il presidente russo, Trump si ritrova nel suo terreno preferito: la rissa verbale. E al monito sono subito seguiti i fatti, anzi ancora le parole, del segretario di Stato Mike Pompeo, che mette sotto tiro la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei.

Per il segretario di Stato Usa, la guida suprema dispone di un fondo segreto personale da 95 miliardi di dollari non tassato e utilizzato dalle Guardie della rivoluzione islamica, i Pasdaran. “Il livello di corruzione e ricchezza tra i leader del regime dimostra che l’Iran è gestito da qualcosa che somiglia alla mafia più che a un governo”. E di lì parte un’escalation sempre verbale: “La parole di Pompeo ne mostrano l’incapacità”, il ministero degli Esteri iraniano; “Se sgarrano, la pagheranno carissima”, il consigliere di Trump John Bolton, anti-iraniano fino al midollo; “Trump è uno stupido e un incapace”, il potente ministro iraniano Larijani.

Teheran e Washington sono a un punto di non ritorno? Impossibile dirlo. Certo è che l’Amministrazione Trump tira la corda dei rapporti con l’Iran: prima, la denuncia dell’accordo sul nucleare condiviso con Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania (e la cui validità è stata confermata da tutti gli altri contraenti); poi, il ripristino delle sanzioni (che dall’autunno potrebbero colpire anche le aziende non americane che continuino a fare affari con Teheran); e ancora il rapporto privilegiato con Israele e con l’Arabia Saudita, accomunati dal desiderio di circoscrivere e limitare l’influenza sciita iraniana nella Regione. Il ruolo dell’Iran è stato uno dei punti di dissenso dell’incontro di Trump con Putin a Helsinki lunedì 16 luglio.