In Francia si parla ormai apertamente di Benallagate. I lavori in Assemblea nazionale sono fermi. Il calendario della riforma costituzionale è stato sospeso e il dibattito rinviato a settembre (anche se ufficialmente non a causa dello scandalo). Emmanuel Macron ha annullato la sua prima visita al Tour de France (pur confermando quella di giovedì per la tappa sui Pirenei). La vita del Paese gira ormai intorno alla figura di Alexandre Benalla, l’ex stretto collaboratore del presidente colto da un video amatoriale mentre pestava alcuni giovani durante il corteo del Primo Maggio, in place de la Contrescarpe, a Parigi, con tanto di fascia “Police” al braccio e casco da celerino, pur non essendo un poliziotto.
Nel frattempo Benalla è stato indagato per violenza e usurpazione di funzione pubblica e licenziato dall’Eliseo. Ma i francesi ora chiedono spiegazioni. Vogliono sapere la verità su di lui e di chi sono le responsabilità. Dopo un silenzio imbarazzante di quattro giorni, Macron ha fatto parlare un comunicato. Dove ha definito “inaccettabile” il comportamento del suo ex collaboratore. “Nessuno è al di sopra della legge”, ha assicurato. Ha anche riconosciuto dei “disfunzionamenti” che dovranno essere risolti. Starà dunque al suo segretario generale, Alexis Kohler, ripensare l’organizzazione interna dell’Eliseo.
Il caso monopolizza l’attenzione dei media, mentre le autorità si rimpallano le responsabilità. Il primo a essere convocato davanti alla commissione parlamentare costituita ad hoc per far luce sullo scandalo, ieri, è stato il ministro dell’Interno, Gérard Collomb. Una lunga udienza, inziata alle 10 del mattino e trasmessa in diretta. L’opposizione chiede le sue dimissioni da giorni. Il ministro ha assicurato che non sapeva nulla della presenza di Benalla accanto alle forze dell’ordine il Primo Maggio. Anzi sostiene che, pur avendolo visto diverse volte con il presidente, non lo conosceva e pensava “che facesse parte dei servizi della polizia”. Il 2 maggio Collomb ha visionato le immagini delle violenze e trasferito l’informazione all’Eliseo. Il 3 Benalla è stato sospeso per (soli) 15 giorni e per Collomb la vicenda si è chiusa lì: “Non stava a me denunciare la vicenda alla giustizia. Pensavo che il gabinetto dell’Eliseo e la prefettura di polizia avessero prese le sanzioni appropriate. Stava a loro informare le autorità giudiziarie”.
Nel pomeriggio è stato poi convocato il prefetto di Parigi, Michel Delpuech. Anche lui non è tenero con l’Eliseo: “Questi eventi risultano da derive individuali inaccettabili, condannabili, su fondo di clientelismo malsano”. Anche Delpuech aveva visionato le immagini sin dal giorno 2 e considerava la questione esclusivamente a carico dei piani alti. Benalla per lui era un volto noto. L’ex guardia del corpo aveva assicurato la protezione dell’ex candidato En marche! durante tutta la campagna per le presidenziali. Ma non è stato il prefetto Delpuech ad autorizzare la partecipazione di Benalla alla manifestazione nel ruolo di osservatore, disposizione che – evidentemente – non è stata rispettata.
Nella vicenda figurano altri indagati. Uno è Vincent Crase, ex gendarme riservista convertito alla sicurezza privata, in missione per il partito del presidente, la République en Marche, che figura sulle immagini della place de la Contrescarpe e aveva partecipato alle violenze. Gli altri sono tre alti graduati dell’esercito, sospettati di aver copiato e trasmesso delle immagini delle videocamere di sorveglianza a Benalla, su sua domanda.
Per la prima volta, ieri, sono intervenuti i legali di Benalla: il loro assistito, sostengono, è “sbalordito” dalle dimensioni dello scandalo e dalle strumentalizzazioni politiche. Avrebbe preso lui stesso l’iniziativa di “dar man forte” agli agenti in piazza. Restano molti gli interrogativi in sospeso. Chi lo ha autorizzato ad affiancare gli agenti? Chi gli ha fornito l’attrezzatura da poliziotto? Giorno dopo giorno si scoprono nuovi elementi sui privilegi di cui Benalla godeva: possedeva un badge speciale per accedere all’Assemblea; gli era stato concesso il porto d’armi; si era trasferito in un appartamento di funzione, sul quai Branly, uno dei quartieri più chic di Parigi; prendeva uno stipendio di 10 mila euro mensili; affiancava il presidente in tutti gli spostamenti e, probabilmente, era anche in possesso delle chiavi di casa Macron a Le Touquet.