“Benallagate” travolge Macron. Ministro e prefetto contro di lui

In Francia si parla ormai apertamente di Benallagate. I lavori in Assemblea nazionale sono fermi. Il calendario della riforma costituzionale è stato sospeso e il dibattito rinviato a settembre (anche se ufficialmente non a causa dello scandalo). Emmanuel Macron ha annullato la sua prima visita al Tour de France (pur confermando quella di giovedì per la tappa sui Pirenei). La vita del Paese gira ormai intorno alla figura di Alexandre Benalla, l’ex stretto collaboratore del presidente colto da un video amatoriale mentre pestava alcuni giovani durante il corteo del Primo Maggio, in place de la Contrescarpe, a Parigi, con tanto di fascia “Police” al braccio e casco da celerino, pur non essendo un poliziotto.

Nel frattempo Benalla è stato indagato per violenza e usurpazione di funzione pubblica e licenziato dall’Eliseo. Ma i francesi ora chiedono spiegazioni. Vogliono sapere la verità su di lui e di chi sono le responsabilità. Dopo un silenzio imbarazzante di quattro giorni, Macron ha fatto parlare un comunicato. Dove ha definito “inaccettabile” il comportamento del suo ex collaboratore. “Nessuno è al di sopra della legge”, ha assicurato. Ha anche riconosciuto dei “disfunzionamenti” che dovranno essere risolti. Starà dunque al suo segretario generale, Alexis Kohler, ripensare l’organizzazione interna dell’Eliseo.

Il caso monopolizza l’attenzione dei media, mentre le autorità si rimpallano le responsabilità. Il primo a essere convocato davanti alla commissione parlamentare costituita ad hoc per far luce sullo scandalo, ieri, è stato il ministro dell’Interno, Gérard Collomb. Una lunga udienza, inziata alle 10 del mattino e trasmessa in diretta. L’opposizione chiede le sue dimissioni da giorni. Il ministro ha assicurato che non sapeva nulla della presenza di Benalla accanto alle forze dell’ordine il Primo Maggio. Anzi sostiene che, pur avendolo visto diverse volte con il presidente, non lo conosceva e pensava “che facesse parte dei servizi della polizia”. Il 2 maggio Collomb ha visionato le immagini delle violenze e trasferito l’informazione all’Eliseo. Il 3 Benalla è stato sospeso per (soli) 15 giorni e per Collomb la vicenda si è chiusa lì: “Non stava a me denunciare la vicenda alla giustizia. Pensavo che il gabinetto dell’Eliseo e la prefettura di polizia avessero prese le sanzioni appropriate. Stava a loro informare le autorità giudiziarie”.

Nel pomeriggio è stato poi convocato il prefetto di Parigi, Michel Delpuech. Anche lui non è tenero con l’Eliseo: “Questi eventi risultano da derive individuali inaccettabili, condannabili, su fondo di clientelismo malsano”. Anche Delpuech aveva visionato le immagini sin dal giorno 2 e considerava la questione esclusivamente a carico dei piani alti. Benalla per lui era un volto noto. L’ex guardia del corpo aveva assicurato la protezione dell’ex candidato En marche! durante tutta la campagna per le presidenziali. Ma non è stato il prefetto Delpuech ad autorizzare la partecipazione di Benalla alla manifestazione nel ruolo di osservatore, disposizione che – evidentemente – non è stata rispettata.

Nella vicenda figurano altri indagati. Uno è Vincent Crase, ex gendarme riservista convertito alla sicurezza privata, in missione per il partito del presidente, la République en Marche, che figura sulle immagini della place de la Contrescarpe e aveva partecipato alle violenze. Gli altri sono tre alti graduati dell’esercito, sospettati di aver copiato e trasmesso delle immagini delle videocamere di sorveglianza a Benalla, su sua domanda.

Per la prima volta, ieri, sono intervenuti i legali di Benalla: il loro assistito, sostengono, è “sbalordito” dalle dimensioni dello scandalo e dalle strumentalizzazioni politiche. Avrebbe preso lui stesso l’iniziativa di “dar man forte” agli agenti in piazza. Restano molti gli interrogativi in sospeso. Chi lo ha autorizzato ad affiancare gli agenti? Chi gli ha fornito l’attrezzatura da poliziotto? Giorno dopo giorno si scoprono nuovi elementi sui privilegi di cui Benalla godeva: possedeva un badge speciale per accedere all’Assemblea; gli era stato concesso il porto d’armi; si era trasferito in un appartamento di funzione, sul quai Branly, uno dei quartieri più chic di Parigi; prendeva uno stipendio di 10 mila euro mensili; affiancava il presidente in tutti gli spostamenti e, probabilmente, era anche in possesso delle chiavi di casa Macron a Le Touquet.

In bocca al lupo, Subcomandante (di Mdp) Robertos

Nella colpevole indifferenza generale, due giorni fa Roberto Speranza è stato rieletto coordinatore nazionale di Articolo Uno Mdp. La notizia ci dice un sacco di cose. Anzitutto, ci informa che Articolo Uno Mdp esiste ancora, sempre con quel nome che mina in partenza ogni voglia (già residuale) di votarla e sempre con quella spiccata propensione alla clandestinità. In secondo luogo, ci svela ciò che più speravamo: Roberto Speranza, nostro Subcomandante Marcos di riferimento, lotta ancora in mezzo a noi. Menomale. Davanti ai 500 delegati, Speranza ha arringato le masse da par suo. In lui convivono Marx ed Engels, anche se entrambi non se ne sono ancora accorti. Il Subcomandante Robertos di Potenza ha detto come di consueto parole per nulla chiare e men che meno forti. Però con passione. “Occorre creare una piattaforma per l’alternativa”, che vuol dire tutto e niente, “con tutte le forze di sinistra radicale”. Deve essere una forza “riformista”, che inglobi “anche i sedicenti di sinistra” (cioè il Pd, secondo l’efficace recensione di Bersani). Quindi, secondo Speranza, tutto questo casino della scissione deve portare a null’altro che a un ricongiungimento col Pd stesso, mondato però nel frattempo dal renzismo: wow. Secondo Speranza, la milizia proletaria di cui è Lider Maximo deve operare per “costruire l’alternativa e spezzare le destre”. Se avesse aggiunto “spezzeremo le reni al Negus”, senz’altro Piazza Venezia si sarebbe di nuovo riempita.

Fine stratega e consolidato agitatore delle plebi, Speranza ha poi dettato la linea: “Mdp andrà con LeU alle Europee, ma serve un nuovo soggetto di sinistra”. Come a dire: siamo i primi a sapere di contare un po’ meno di niente. Trentanove anni, cognome vagamente ossimorico, lineamenti da Playmobil timido e carisma dei frassini melanconici, Speranza è noto per uno scazzo con Alessandro Di Battista all’inizio della precedente legislatura, quando il pasionario 5 Stelle lo incolpò pure del “pane” che mancava agli italiani. Speranza reagì all’intemerata grillina con l’atarassia di sempre. È fatto così: se anche si arrabbia, lo fa senza arrabbiarsi. Liceo Scientifico, laurea in Scienze Politiche. Presidente nazionale della Sinistra Giovanile già nel 2007. Nel 2012 è uno dei triumviri bersaniani. Nelle foto brinda senza sorridere mai (non è dotato di tale funzione: manca proprio il pulsante “smile”). I suoi colleghi rampolli erano Tommaso Giuntella e Alessandra Moretti. Il primo è uscito dai radar, la seconda è diventata subito renziana quando è cambiato il vento. Speranza, no: lui è rimasto bersaniano. Ed è anche per questo che, al di là delle ironie per quella presenza scenica diversamente debordante, l’uomo merita rispetto. Eletto il 19 marzo 2013 capogruppo alla Camera per il Pd, si è dimesso due anni dopo in dissenso con la decisione del governo Renzi di porre la fiducia sull’abominio passato alla storia (e alla Consulta) col nome di Italicum. Da allora è divenuto oltremodo inviso alla “dirigenza” del Pd, fino a lasciare nel 2017 la “ditta”. Di fronte al trionfo perdurante del cosiddetto “populismo”, Speranza pare spuntato e anacronistico. Però coerente. Mosso da passione sincera. Preparato. Assai meno supponente delle Murgia e derivati (tutti fiancheggiatori inconsapevoli delle destre, perché se la “nuova sinistra” sono loro tanto vale votare il sasso spicco della Verna). Roberto Speranza non è né sarà mai un leader, ma è un rispettabilissimo gregario. Uno dei pochi, tra i quarantenni di sinistra (vera e sedicente), a meritare stima e rispetto. In bocca al lupo, Subcomandante Robertos.

Padre Renzi al capezzale del padrone

Speriamo che la prognosi impietosa emessa dai medici sulle condizioni sanitarie di Sergio Marchionne (“irreversibili”) si riveli sbagliata; per la gioia di parenti e amici, è ovvio, ma anche per il gusto di vedere Matteo Renzi annaspare nell’imbarazzo di averlo dato per morto cinque minuti dopo la notizia del suo peggioramento, precipitandosi a riversare sui social un coccodrillo preaecox tra i cui principali pregi non rientra il buon gusto. Ieri, con la sobrietà e la misura che gli conosciamo, ha rilasciato un’intervista a La Stampa che è un necrologio a corpo ancora caldo e involontariamente il più accurato manifesto del renzismo mai scritto, un compendio del Renzi-pensiero da ritagliare e conservare per avere sempre ben presente chi egli sia.

Dopo la dovuta aspersione di incenso (“un gigante”, “ha salvato la Fiat”, “ha creato posti di lavoro, non chiacchiere”), Padre Renzi passa al tema che da sempre gli sta maggiormente a cuore: sé stesso. Per una strana alchimia sottaciuta, il fatto che Marchionne stia morendo testimonierebbe di quanto ci abbia visto lungo lui, ad indicare già nel 2014 l’ad di Fca come il salvatore dell’industria automobilistica italiana e in ogni caso uno “che ha fatto per i lavoratori più di quanto abbiano fatto i sindacati”. Il che simmetricamente combacia con l’elogio che Marchionne fece di Jobs Act e riforma delle popolari (“Mi disse che avrebbero riportato la fiducia dei mercati sull’Italia. Aveva ragione”), tipico caso di affinità elettiva tra geni misconosciuti. Già che ne ha l’occasione, stigmatizza quella “parte di Pd” che “identificava Marchionne col ‘padrone’”, quando lui per 4 anni si è sgolato a dire di smetterla di chiamare “padroni” gli amici imprenditori, che sono invece “lavoratori, artigiani, eroi del nostro tempo”.

Niente di nuovo. Renzi è sempre stato aziendalista, confindustriale e classista, e ha sempre preferito omaggiare il padronato, gli start-upper di grido e gli squali della finanza che non gli operai morti in fabbrica e le loro famiglie (del resto, proprio ora il suo partito sta facendo opposizione da destra al governo Lega-5Stelle con un emendamento al decreto Dignità con cui chiede che non siano aumentati i risarcimenti per i lavoratori licenziati ingiustamente). Temendo poi che l’elogio del moribondo gli faccia ombra, già che c’è, l’estremo untore non disdegna di finire di regolare i suoi conti con una persona in terapia intensiva: “Mi rispose (Marchionne, ndr) che ero il sindaco di una piccola, povera città. Si scatenò mezza Firenze: fu costretto ad acquistare una pagina sulla Nazione per chiedere scusa”. Ma in una frase Renzi esprime tutta la sua mentalità: “Parte dell’odio contro di lui derivava dall’invidia. E sull’invidia per le persone di talento non si costruisce un Paese, come è ogni giorno più chiaro anche nell’Italia grillina”. Quindi: non solo i grillini ballano sul letto di morte di Marchionne, ma è bene ricordare che le rivendicazioni delle masse che lavorano, o che non lavorano per colpe e omissioni della politica, hanno un movente psicologico e passionale: l’invidia. Per Renzi le lotte sindacali sono meri bastoni tra le ruote del progresso, e la società è regolata da una legge primitiva e inesorabile: i poveri invidiano i padroni perché vogliono essere come loro, vogliono a loro volta comandare, avere dei sottoposti, arricchirsi a danno di altri.

Renzi compie il tipico transfert delle menti semplici: come l’invidia ha finito per uccidere Marchionne, così il rancore ha fatto fuori lui, sabotando il suo referendum in un Paese che non premia i talenti. Forse pensa che insultandoli, magari precari e sottopagati che oggi votano in massa Lega e M5S al prossimo giro voteranno lui. O forse, più semplicemente, sta precisando la ragione sociale della sua prossima avventura politica: stare sempre dalla parte giusta, essere forte coi deboli e debole coi forti.

Caro Casaleggio jr, la rete è politica

La lunga intervista rilasciata da Davide Casaleggio al quotidiano La Verità ben merita un commento e sono quindi grato al Fatto Quotidiano di avermene dato l’opportunità. Poiché a detta del New York Times il presidente della Associazione Rousseau ed erede della Casaleggio Associati sarebbe oggi uno degli uomini più potenti d’Italia, posso solo augurarmi che sappia apprezzare la franchezza! Del resto la discussione serve a comprendere il processo di cambiamento storico-politico che stiamo vivendo e che, concordo con C. non ha precedenti storici e ci obbliga a ripensare con grande umiltà tutte le nostre categorie di riferimento.

Mi pare che alcune delle principali tesi di C. siano le seguenti: la rete Internet e l’evoluzione tecnologica che l’ha accompagnata in questi vent’anni ha prodotto un cambiamento politico, economico e sociale dai tratti inarrestabili. Tale mutamento è per lo più desiderabile e chi avanza perplessità su questa trasformazione è in realtà spinto da ignoranza e paura del nuovo. Lo sviluppo tecnologico sarà in grado di trasformare i posti di lavoro che l’automazione farà perdere con nuova occupazione e maggiori opportunità di ozio creativo. Il progresso tecnologico farà ripartire l’economia, produrrà crescita e posti di lavoro ed è per questo importante che l’Italia investa in innovazione che altrimenti sarà costretta ai margini di questo inarrestabile progresso.

La frontiera non è dunque quella di provare ad arrestare questo cambiamento tramite operazioni protezionistiche o sovraniste, ma piuttosto di far emergere una nuova consapevolezza dei diritti che, in quanto fruitori di Internet, ci garantiranno l’agibilità democratica. Internet, infatti, offre la possibilità di una nuova e diretta partecipazione democratica che rode le basi degli attuali modelli di democrazia rappresentativa rendendoli obsoleti, sicché entro qualche lustro anche in Parlamento potrebbe essere un’istituzione inutile. Tutte le istituzioni politiche del presente non solo gli Stati ma anche l’Europa devono adattarsi a questa nuova situazione.

La lettura di C. mi pare caratterizzata da grande ottimismo. Del resto, come ebbe a dire Barrington Moore, chi narra la trasformazione nella prospettiva dei vincenti difficilmente potrà produrre qualcosa di diverso da retorica dominante, e Casaleggio Jr. è sicuramente un vincente dei processi sociali di cui parla.

La sua retorica, che ben conosco per lunga e antica permanenza a San Francisco, è quella della Silicon Valley e infatti, uno dei suoi modelli è Elon Musk. Ma sono centinaia i giovani Ceo che condividono l’entusiasmo. C. presenta il progresso tecnologico come un tutt’uno con quello politico e sociale e sposa in questo senso una retorica da fine della storia. Tutti prima o dopo vivremo come nella Silicon Valley e la nuova tecnologia (in particolare la blockchain) garantirà una democrazia decentrata: una testa un voto, che necessariamente garantisce che vinca il migliore, ossia il più innovativo. Come i suoi modelli di Stanford e Cupertino, C. lascia sullo sfondo alcune questioni.

Innanzitutto, la tecnologia non è neutrale, sicché nelle attuali condizioni materiali della sua produzione l’entusiasmo per la tecnologia è entusiasmo per il capitalismo globale.

C. non lo nasconde: i giganti della new economy hanno saputo “cogliere prima degli altri le straordinarie opportunità della Rete e hanno generato profitti e lavoro diretto o indotto per milioni di persone”. Ma sono loro ad aver “catturato” la democrazia rappresentativa.

Chi ci dice che non potrebbero farlo anche per quella diretta? Al capitalismo estrattivo ipertecnologico si deve inoltre il continuo sforamento dell’impronta ecologica che dovrebbe essere 1 (perché una sola terra abbiamo) e che invece è fuori controllo. La Silicon Valley, modello di sviluppo e crescita innovativa da imitarsi, ha impronta ecologica 6. Qualcuno inizierà a parlarne?

Il capitalismo, scoperta la Rete, ne è diventato dipendente. Ma chi ha la proprietà della Rete? Di chi sono i cavi, i tubi sottomarini e i giganteschi server? Penso nessuno abbia una mappa attendibile. Come possiamo immaginare di essere liberi in una dimensione i cui rapporti di potere reali ci sfuggono e in cui le nuove istituzioni del politico poggiano su infrastrutture misteriose? Purtroppo la Rete non è entità neutrale, ma luogo di scontro anche fisico. Dunque essa è intimamente politica. Il rischio vero per la democrazia è depoliticizzare il politico sorvolando su ogni base materiale. Sarebbe importante che anche questi temi si studiassero alla Rousseau Open Academy.

Mail box

 

A 17 anni dalla morte è giusto ricordare Montanelli

Il 22 luglio 2001 ci lasciava Indro Montanelli e l’Italia perse un grande giornalista e storico. Un uomo libero, capace con la sua profondità e vivacità intellettuale di provocare il dialogo in un mondo che non ama più parlare, ma guerreggiarsi. Egli sapeva raccontare, con straordinaria chiarezza, la storia degli italiani e scrivere quel che pensava. Le sue analisi erano obiettive, terse come il cristallo e mai offensive. Insomma, un vero maestro di vita. Gli italiani gli volevano veramente bene, soprattutto per la sua onestà intellettuale, per la sua dignità e per il suo portamento altero. Ha lasciato un’impronta vera, non effimera, di sé. Per questo sento verso di lui profondo rispetto e simpatia.

Franco Petraglia

 

Fiat, l’ex timoniere ha fatto il suo dovere: era un manager

Sono d’accordo con chi, in questo momento fatale per Marchionne, stigmatizza gli sguaiati insulti indirizzatigli dall’immancabile canea del web. Ognuno può pensarla come vuole, ma di fronte a certe situazioni l’umanità impone rispetto. Detto questo vorrei far presente quanto questo sentimento, insito nell’uomo, che consiste in empatia, solidarietà e condivisione, sia totalmente assente negli innumerevoli “Marchionne” che guidano i grandi gruppi industriali. Loro, è il loro mestiere, non possono provare nessun moto di compassione verso i dipendenti che, per esigenze di mercato o congiuntura economica, vengono sbattuti sul lastrico da un giorno all’altro. Un amministratore delegato, in quanto tale, non è un “essere umano” propriamente inteso, lui deve fare in modo che i soci dai quali è stato nominato abbiano a fine esercizio i maggiori dividendi possibili. Lo stesso, ormai ex, amministratore delegato di FCA ha più volte, nelle interviste rilasciate, espresso (in maniera edulcorata, naturalmente) questo concetto: l’obiettivo era far funzionare l’azienda, aumentando la produttività e abbattendo i costi, tutti i costi, e se dietro a queste voci c’era la perdita del sostentamento di migliaia di lavoratori non era, non poteva essere, un suo problema.

Mauro Chiostri

 

Quella dell’Ilva è un’agonia che va avanti da troppo tempo

Ho sentito Martina, che non ho ben capito chi rappresenti, chiedere al ministro Di Maio cosa intende fare sull’Ilva per salvaguardare insieme: l’occupazione, la salute e l’ambiente. Ci sarebbe da ridere se non fosse una tragedia nazionale, riparabile solo se gli umani imparassero a respirare: “Composti inorganici aerodispersi prevalentemente a base di ferro oltre che di metalli pesanti tossici tra cui l’arsenico”, come si legge nel decreto di sequestro preventivo del Tribunale di Taranto peraltro mai attuato. Nel 1959 Pasolini scriveva: “Taranto è una città perfetta, viverci è come vivere nell’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta”.

Un anno dopo si ponevano le basi per l’industrializzazione del mezzogiorno per arrivare ai risultati odierni. I soldi spesi per l’Italsider si sarebbero potuti spendere per modernizzare l’agricoltura, ma così non fu. Non so cosa farà Di Maio, poco, probabilmente, perché ormai non c’è niente da fare se non chiuderla e avviare un’opera di risanamento.

Diceva Andreotti che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia. A Taranto siamo riusciti a realizzare entrambe le alternative.

Vincenzo Bruno

 

Sul Tap la ministra Lezzi deve fare chiarezza

La ministra Lezzi ha condotto la sua ultima campagna elettorale in difesa del territorio salentino, sua terra d’origine, contro l’opera del gasdotto Tap. A Melendugno e zone limitrofe, da tempo ormai, popolazioni e politici hanno intrapreso una lotta dura, anche con iniziative di resistenza pacifiche, ma non indifferenti, a cui si è risposto con cariche della polizia che hanno avuto una certa risonanza a livello nazionale. L’attuale ministra Lezzi più volte ha incontrato quelle genti e ha preso a cuore quelle iniziative partecipandovi in modo attivo. E nell’ultima campagna elettorale le persone se ne sono ricordate e hanno ricambiato con riconoscenza a favore della ministra, tributandole un largo consenso. Ma ieri, a Lecce, quando alcuni combattenti e militanti dei No Tap avrebbero voluto rivolgere alla nostra ministra qualche domanda, per capire qual è la sua posizione attuale su quell’opera, la ministra Lezzi ha rivolto loro le spalle. A beneficio di tutte e tutti urge un intervento chiarificatore, della ministra e del governo.

Maurizio Maccagnano

 

Per colpa di Air Italy i turisti scapperanno dalla Sardegna

Come siamo ridotti male! Mi riferisco alla linea aerea Air Italy – ex Meridiana – che collega Roma-Olbia e viceversa. Noi passeggeri ci troviamo ad affrontare ritardi che vanno dall’ora alle due ore per una tratta di soli 40 minuti. La compagnia aerea si dovrebbe vergognare con noi italiani e con i turisti che, per fortuna, sono tanti ad affollare le coste del mare di Sardegna. Ci dovremmo nascondere sotto un mattone per consentire alla gestione dell’Air Italy di trattarci senza riconoscerci un minimo di dignità. Ciò avverrà fino al giorno in cui i turisti schifati sceglieranno altre mete.

Fiore Sforza

Vigilanza Rai. Il presidente ex Mediaset non è un buon segno di “cambiamento”

La maggioranza avrebbe dovuto certamente evitare, per ovvie ragioni, che la presidenza della Commissione di Vigilanza Rai fosse assegnata a un esponente di Forza Italia proveniente da Mediaset, Alberto Barachini. Vorrei tuttavia sapere da voi se il problema è più di immagine o di sostanza e capire meglio quali poteri abbia realmente il presidente della Commissione. Non mi sembra, per esempio che, nella scorsa legislatura, la presidenza di Fico abbia potuto impedire la deriva “renziana” della Rai.

Antonio Maldera

 

Gentile Antonio, il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi non è scomparso, anche se il dibattito è sempre sterile, se non inutile e spesso inesistente. Berlusconi è il capo di un partito di minoranza e, da un po’, di dimensioni ridotte, ma è pur sempre il proprietario di Mediaset, il concorrente principale del servizio pubblico Rai. Per legittime ragioni parlamentari, la commissione di Vigilanza è destinata alle opposizioni (al plurale), non a Forza Italia. Non è la prima volta che assistiamo a una legislatura con FI non al governo. Quando è accaduto, l’allora centrodestra ha nominato in Vigilanza un rappresentante di Alleanza Nazionale, non un ex (fresco ex) dipendente di Mediaset. Soltanto a scriverlo o a leggerlo, ci rifletta, sembra assurdo: un uomo Mediaset che vigila (questa è la parola più adatta) su Viale Mazzini con il supporto strategico del Pd e il silenzio-assenso degli azionisti del governo del cambiamento, Cinque Stelle e Lega salviniana. Oggi la commissione ha poteri diversi rispetto al passato. Per esempio: non sceglie più i componenti del Cda di Viale Mazzini, ma il presidente designato per insediarsi deve ottenere il voto dei due/terzi dei commissari. Alberto Barachini e colleghi ascoltano almeno ogni sei mesi i vertici Rai, dagli amministratori ai giornalisti e svolgono la “funzione di indirizzo generale” (inclusa la pubblicità), verificano l’applicazione della legge sulla par condicio controllando l’elenco degli ospiti del servizio pubblico: possono intervenire, possono condizionare l’azienda. E poi il presidente, come accaduto con Roberto Fico, può sfruttare lo spazio sui media: interviste sui giornali e in televisione, un richiamo sui quotidiani per ogni sospiro in ogni vicenda tv. Non mi sembra poco. E anche se fosse poco, è un pessimo “cambiamento”.

Carlo Tecce

La ministra contro il Governatore

Quando si diceil bello della diretta. La lite tra il governatore della Puglia Michele Emiliano e la ministra per il Sud Barbara Lezzi è avvenuta davanti ai giornalisti. L’incontro sullo snodo ferroviario dell’aeroporto di Brindisi è diventato l’occasione per dirsele su Tap. Nei giorni scorsi, i movimenti No-Tap hanno accusato la ministra Lezzi di aver cambiato idea. Domenica, il governatore pugliese ha chiesto aiuto ad Alessandro Di Battista, con un post, affinché si impegni per spostare l’approdo del gasdotto più a nord della zona turistica di Melendugno. “Una bella sceneggiata” ha detto Lezzi, aggiungendo che “Di Battista è a diversi chilometri da qui e non è al governo. Abbiamo sempre detto che Tap non è un’opera strategica per il nostro Paese. Quello che ho detto in questo mese e mezzo che siamo al governo è che quest’opera è vincolata da un trattato internazionale”. “Il ministro oggi ha offeso la Regione Puglia con accuse farneticanti”, ha risposto Emiliano. Così Lezzi ha deciso di abbandonare il tavolo per poi tornare e rilanciare: “Non sono turbata dalle contestazioni subìte, ma dalla scostumatezza istituzionale del presidente Emiliano. Punto che il governatore ha ribadito, in serata, con una lettera al premier Conte in cui ha definito il comportamente della Lezzi “una grave violazione dei doveri della ministra”.

Gli ostacoli per bloccare il Tap: geopolitica, contenzioso, Trattati

Bloccare la realizzazione del Tap, Trans Adriatic Pipeline che attraversa il Mar Adriatico per collegare i gasdotti che dall’Azerbaigian arrivano al confine tra Turchia e Grecia e da lì all’approdo di San Foca, a Melendugno, in provincia di Lecce, per poi proseguire lungo il circuito italiano di Snam fino in Europa: è stato uno dei cavalli di battaglia del M5S in campagna elettorale e ora è diventato un nodo che il governo dovrà sciogliere. E per il quale chiede tempo. “Stiamo facendo gli approfondimenti necessari – ha detto ieri il ministro per il Sud, Barbara Lezzi rispondendo alle accuse del governatore Michele Emiliano che, per spostare l’approdo da Melendugno chiedeva l’intervento di Di Battista – è una questione molto complessa, da affrontare seriamente”. Vediamo perché.

Nessuna penale. Uno dei problemi di cui si è parlato nei giorni scorsi per spiegare perché Tap non possa essere annullata è l’esistenza di “penali” che l’Italia si troverebbe a pagare. La penale è solitamente presente nei contratti: in sostanza, si prefigura il danno che potrebbe derivare dalla mancata realizzazione degli accordi. Tap però non è un’opera pubblica e quindi non c’è alcuna clausola tra l’azienda e il governo. C’è però la rivalsa nell’ambito del diritto amministrativo: se l’amministrazione pubblica ha autorizzato un’opera e poi, trascorsi oltre 18 mesi, revoca l’autorizzazione, si espone alla possibilità di una richiesta di danni per aver creato un’aspettativa economica tanto all’azienda quanto agli acquirenti che dall’azienda hanno già comprato il gas per i prossimi 25 anni. Ma è un rischio che di corre continuamente. Quindi nulla di nuovo. Il secondo punto è invece più importante: esiste un accordo internazionale (ratificato dal Parlamento a dicembre del 2013) tra Italia, Grecia e Albania proprio sulla realizzazione del Tap. Gli Stati, a fine 2013, si sono impegnati non solo a non ostacolare l’opera ma anche a rimuovere tutti gli eventuali impedimenti alla sua realizzazione. Un accordo che – come recita l’articolo 11 – sottosta alla legge internazionale e ai principi dell’Energy Charter Treaty (il Trattato della Carta dell’energia da cui l’Italia è uscita dal 2016) e che potrebbe tradursi – dopo gli arbitrati – in un risarcimento da parte dello Stato, reo di aver fatto decadere l’accordo, per l’eventuale danno economico arrecato. Ed è questa la difficoltà a cui si riferisce la Lezzi. Senza contare che il Tap ha già tutte le autorizzazioni necessarie alla realizzazione e che sia in Grecia sia in Albania è in buona parte già realizzato (parlano dell’85% dell’opera già realizzata).

L’approdo. Lato Puglia, la richiesta del governatore Michele Emiliano riguarda lo spostamento dell’approdo del tubo da San Foca al Brindisino. Nei giorni scorsi, però, lo stesso sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, ingegnere dell’Enea (l’Agenzia nazionale per l’Energia) eletto in una lista civica sostenuta anche da Pd e LeU, ha replicato che Tap è un’opera completamente da evitare facendo però poco laicamente e più di una volta riferimento ai piani sulle rinnovabili di Enel. Interessi energetici a parte, spostare l’approdo implicherebbe un ritardo tecnico e procedurale di almeno due anni. Tre se si considerano anche gli iter delle autorizzazioni e della raccolta delle osservazioni pubbliche. L’azienda ha poi già stipulato contratti per la consegna del gas al 2020. Di sicuro, al momento, il ministero dell’Ambiente ha chiesto ulteriori verifiche agli uffici tecnici sui dati acquisiti finora e sulla presenza della cymodocea che è una specie di pianta acquatica protetta.

Gli Usa.Ieri, poi, dal Dipartimento di Stato americano è arrivato l’appoggio alla Tap (attraverso una dichiarazione a La Stampa): Washington, infatti, è il primo sostenitore del Southern Gas Corridor che collega le riserve del Mar Caspio all’Europa e di cui Tap è il prolungamento. Strategicamente, il progetto viene comunicato come un modo per diversificare le fonti di approvvigionamento rispetto alla Russia (durante il vertice Nato di metà luglio Trump aveva criticato il progetto Nord Stream 2 di Gazprom, che dovrebbe collegare la Russia alla Germania). E l’Italia sembra pensarla allo stesso modo. La settimana scorsa, il ministro degli Esteri, Enzo Moavero e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sono stati in Azerbaigian. “Il gasdotto – ha detto il ministro – rappresenta un modo per diversificare la dipendenza dai fornitori. Il gas è più pulito del petrolio e del carbone. La partecipazione italiana viene mantenuta”. Dichiarazioni mitigate dalle rassicurazioni sul fatto che si terrà conto “in capo al Mise” delle preoccupazioni dei cittadini pugliesi. La Russia oggi fornisce quasi il 50% del gas necessario all’Italia, che importa il 90 per cento di quello che usa. Gli altri ‘fornitori’ sono Algeria (l’anno prossimo scadono i contratti) e Libia. Tap, in termini percentuali, permetterebbe l’arrivo in Italia di un volume pari a circa il 10 per cento del gas utilizzato nel 2017, meno per il resto d’Europa.

Intanto i cantieri del Tap sono fermi perché c’è la stagione turistica e i lavori riprenderanno a settembre. Ieri si è concluso lo scavo del pozzo di spinta nel quale sarà introdotta la talpa che dovrà scavare il microtunnel.

Il politico Scafarto e la faida azzurra

Nel paese di sottosopra un imputato di corruzione “scarica” un sindaco incensurato del suo stesso partito ma colpevole di aver nominato in Giunta un indagato per falso. La simpatica querelle si svolge in quella combriccola di amiconi che è Forza Italia in Campania. L’oggetto del contendere è il maggiore dei carabinieri Gianpaolo Scafarto. Il primo cittadino di Castellammare di Stabia Gaetano Cimmino ha voluto l’investigatore del caso Consip, indagato con l’accusa di aver manipolato prove contro Tiziano Renzi, come assessore alla Sicurezza. E al coordinatore campano degli azzurri Domenico De Siano, rieletto in Parlamento nonostante un processo per presunte tangenti sulla nettezza urbana, non sfugge “l’inopportunità” di una scelta compiuta da Cimmino “in piena autonomia”, da cui si dissocia. Forse è solo una coincidenza, ma De Siano è di Ischia dove sopravvive un patto decennale di “non belligeranza” tra lui e l’ex sindaco, ora europarlamentare Pd, Giosi Ferrandino, assolto nel processo Cpl, indagini del pm Woodcock e del Noe di Scafarto. Il giorno dell’assoluzione di Ferrandino, Renzi fu il primo a gioirne. Ci starebbe bene il commento dell’ex premier sulla nomina di Scafarto: “Chi pensa male fa peccato”.

“Naufraga con lo smalto”. Odio web contro Josefa

Immancabile, ecco l’odio web per Josefa, la 40enne camerunense salvata dagli operatori di Open Arms dopo essere stata 48 ore in mare: “È una naufraga ma con smalto”. Post pieni di odio corredati da foto di Josefa con smalto rosso e braccialetti. Da lì la montatura virale: “È un’attrice”. “Non c’è stato alcun naufragio”. “Scappa dalla guerra ma si è pitturata le unghie. Inoltre le mani non hanno l’aspetto spugnoso tipico di chi resta in acqua per ore”, discetta un utente su twitter. La fake news si colora di complottismo e a tratti trasuda di cinismo: “Si è rifatta le unghie tra un naufragio e l’altro”. “Funziona come Cocoon, dopo 48 ore in acqua sei più bella”.

La verità la racconta Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale a bordo dell’Open Arms: “Ha le unghie laccate perché nei quattro giorni di navigazione per raggiungere la Spagna le volontarie di Open Arms le hanno messo lo smalto per distrarla e farla parlare. Non aveva smalto quando è stata soccorsa, serve dirlo?”. A riprova la foto del salvataggio della donna dove chiaramente non ha smalto, né braccialetti. Ma neanche questo placa l’odio in Rete. “Sulla nave Open Arms ci si diletta con lo smalto”.