Moavero, scacco a Salvini: “Porti aperti in agosto”

Porti aperti alla missione Sophia per altre cinque settimane. E quindi fino alla fine di agosto. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, in Europa, deve fare i conti con la Realpolitik. A Bruxelles i tweet e gli slogan del vicepremier Matteo Salvini, almeno per il momento, non hanno lo stesso impatto prodotto in Italia. E così, il massimo risultato ottenuto finora è quello di prendere tempo almeno fino a settembre. L’obiettivo era quello di mutare le regole d’ingaggio della missione militare Sophia, di scardinare l’automatismo dello sbarco di migranti in Italia, in caso di soccorso delle navi militari europee, stabilendo una nuova regola: la ricollocazione in tutti gli Stati dell’Ue. C’è però ancora molto da discutere sul punto. E così l’Italia continuerà ad accettare i migranti soccorsi con l’operazione Sophia almeno per altre cinque settimane.

La missione Sophia è nata nel 2015: il suo obiettivo è quello di contrastare le attività dei trafficanti di esseri umani. E ovviamente prevede anche le necessarie operazioni di soccorso. Il punto è che tutti i migranti soccorsi dalle navi militari europee, in base agli accordi stretti nel 2015, vengono sbarcati in Italia. Ed è proprio questo il punto che il governo Conte intende modificare, puntando a una ricollocazione dei migranti anche negli Stati dell’Ue. Le prossime cinque settimane sono quindi destinate ai colloqui per convincere i partner europei che questa condivisione è necessaria e inderogabile, perché l’Italia non può sobbarcarsi da sola l’onere dell’accoglienza. Al termine del suo incontro con il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, Moavero Milanesi ha dichiarato: “Per un periodo di cinque settimane assicuriamo che le navi della missione Sophia, che trasportano migranti salvati, potranno sbarcare in Italia”. Poi ha sottolineato la “volontà del nostro governo di lavorare a delle posizioni comuni con i nostri partner dell’Ue e della Nato”, spiegando che resta prioritario “rivedere le regole operative per evitare che tutte le persone soccorse sbarchino in un solo Paese”.

Oggi la Commissione europea presenterà la sua proposta su sbarchi e centri controllati, ed è su questa che sarà avviato il percorso che, nelle prossime cinque settimane, potrebbe portare alle modifiche auspicate dal governo italiano. Il primo passo ufficiale in questa direzione è stato avviato, di concerto con il ministro degli Esteri, proprio dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Prima dello sbarco a Pozzallo di circa 450 migranti – a bordo del pattugliatore Protector della missione Frontex e della Monte Sperone della Gdf – il premier italiano ha scritto al presidente della commissione Ue, Jean-Claude Juncker, e al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, chiedendo il superamento di Sophia.

Nelle stesse ore ha chiesto ai premier europei di farsi carico di una quota dei migranti pronti a sbarcare in Italia. Ottenendo l’adesione di Malta, Francia, Spagna, Irlanda e Portogallo. Moavero ieri ha assicurato che si arriverà alle “nuove regole” auspicate dal governo e si porrà “fine allo sbarco delle persone salvate in un unico Paese”. Ma non prima di cinque settimane.

E non si tratta dell’unica partita che il governo intende giocare a Bruxelles. L’altra riguarda la questione dei centri di sbarco. A Bruxelles si sta lavorando per creare e finanziare centri controllati negli Stati membri. È in questi centri che saranno effettuate le registrazioni dei profughi. Che potrebbero non essere gli unici: è sempre più concreto il progetto di creare piattaforme di sbarco nei Paesi terzi.

Tra le proposte della Commissione c’è anche quella di elaborare un meccanismo di incentivi proporzionato al numero dei migranti accolti. Ma soprattutto – ed è quello che il governo italiano si augura accada al più presto – si discuterà di affidare alla Commissione il ruolo di coordinare la redistribuzione dei migranti. Rendendo operativo il modello che Conte e Moavero hanno per la prima volta realizzato nel caso dello sbarco a Pozzallo. Prossimo appuntamento il 28 luglio, quando gli ambasciatori dei 28 Paesi Ue discuteranno su queste e altre proposte. Che per il momento restano relegate al rango di indicazioni.

M5s, lite al Viminale per la stanza: “È mia”. “No, guai a chi entra”

Questione di “sovranità territoriale” al Viminale: oggetto di contesa l’ufficio di Carlo Sibilia, deputato M5S e sottosegretario all’Interno. La sua stanza sarebbe al centro delle “attenzioni” del collega sottosegretario Luigi Gaetti, che non avrebbe fatto mistero di preferire l’ufficio di Sibilia al suo. Il motivo – pare – il fatto che accanto all’ufficio di Sibilia ci sia una stanza solitamente utilizzata per i colloqui con i testimoni di giustizia. Uno spazio che secondo Gaetti ricadrebbe sotto le sue funzioni, alla luce della delega all’Antimafia conferitagli. In una circolare è lo stesso Sibilia a comunicare che “a partire dalle ore 13:30 data odierna ogni accesso di personale estraneo agli stretti componenti di segreteria dell’ufficio del sottosegretario di Stato, on. dott. Carlo Sibilia, ai luoghi e agli spazi a esso pertinenti dovrà avvenire solo, ed esclusivamente, su autorizzazione espressa dello stesso sottosegretario. Senza eccezione alcuna”. Il 20 luglio si sarebbe consumato un “incidente diplomatico” nei corridoi del ministero. Gaetti sarebbe entrato nell’ufficio di Sibilia mentre il parlamentare avellinese era assente. Sibilia avrebbe chiesto alla segreteria di aumentare le misure di sicurezza del suo ufficio.

Ismail Matammud, il boia sadico di Kalifa preso (per caso) a Milano

Osman Matammud, alias Ismail, nato in Somalia a Mogadiscio il 21 aprile 1994. Un nome da ricordare.

In Libia, per anni, ha gestito il campo Kalifa 2 dove i profughi somali stanno, ancora oggi, in attesa di partire sui barconi per l’Italia. Lo ha gestito con sangue, terrore, torture. Oggi Mattamud sconta l’ergastolo dopo la condanna della Corte d’Assise di Milano. Pena commisurata alle accuse, anche di omicidio (13 quelli che gli vengono addebitati). La sua storia aiuta a comprendere chi sono, in parte, le persone che si avventurano in mare per arrivare nel nostro Paese. Le stesse persone che dopo mesi di torture vengono respinte dal governo italiano.

La parte finale di questa storia inizia per puro caso, a Milano, il pomeriggio del 23 settembre 2016. Quel giorno, i vigili intervengono per una rissa in via Sammartini accanto al centro di accoglienza. La zuffa è tra somali, un uomo e una donna se la prendono con un loro connazionale. E non è un caso. I due, infatti, lo hanno riconosciuto. Quell’uomo che sta lì sulla panchina è Matammud.

La storia, ora, si sposta nella Procura di Milano. I magistrati raccolgono le testimonianze, osservano le ferite e il 17 gennaio 2017 ottengono l’arresto del somalo.

È in quel momento che l’ordinanza del giudice fa luce sugli orrori fino a quel momento difficilmente immaginabili. I racconti delle vittime, tutte ritenute credibili, non hanno bisogno di commenti.

Il documento, assieme alla sentenza del primo dicembre 2017, è a suo modo storico.

Storie di donne, uomini e anche minori, giunti nel campo libico di Bani Whalid, 130 km da Tripoli, dopo mesi di viaggio.

Agganciati in Somalia dai trafficanti, passano in Sudan e da qui raggiungono la Libia. Il passaggio per arrivare in Italia su barconi stipati da oltre 700 persone vale 7.000 dollari a persona. Chi incassa non è solo Matammud, ma tutta l’organizzazione, non ancora individuata, di cui il somalo è figura di vertice.

La giovane Ido Mohammed H. racconta: “Sono stata violentata moltissime volte da Ismail, quasi ogni notte veniva a prendermi per violentarmi. Noi dormivamo in un grosso hangar, eravamo 400 tra maschi e femmine. L’hangar era chiuso con delle catene. Ogni volta che uscivamo, eravamo sorvegliati da uomini somali e libici, armati di mitra e fucili. Dormivamo per terra, il cibo ci causava spesso dissenteria e c’erano code infinite ai bagni che erano solo due. Ismail era molto violento e oltre a stuprarmi mi picchiava anche con dei bastoni. Prima mi legava le mani dietro la schiena. Quando venivano a picchiarci ci dicevano che era per colpa dei nostri genitori che non mandavano i soldi. Non erano solo botte, ma vere e proprie torture. Ismail ci diceva sempre questa frase: io non sono somalo, non sono musulmano, sono il vostro padrone. Ismail una sera mi ha portato in un edificio e legata. Poi ha praticato un taglio attraverso l’infibulazione con una lametta, sono svenuta, quando mi sono svegliata mi aveva già violentata perché c’era sangue dappertutto”.

Caabi S. è un giovane somalo, nel campo ci è stato un mese: “Nell’hangar entravano sempre armati. Ismail era un sadico. L’ho visto picchiare selvaggiamente delle persone fino a farle svenire e poi continuare. A volte i suoi vice tenevano fermi gli uomini, Ismail con i bastoni e le sbarre di ferro spaccava le gambe e le braccia. Io personalmente sono stato torturato con delle scariche elettriche, venivo messo in piedi e immobilizzato con i polsi legati a dei ganci. Ismail mi faceva mettere le pinze sul petto e poi faceva partire la corrente elettrica fino a che svenivo. Una volta mi ha dato talmente tante botte sul petto che ho iniziato a vomitare sangue”. Tutto questo avveniva nell’hangar ma anche in una stanza delle torture: “Sentivo le urla di chi veniva portato in quel luogo”.

La circostanza viene confermata da Osman A. “Fuori dal capannone c’era un edificio che noi chiamavamo la stanza delle torture. Ismail si divertiva a trovare sempre nuove vessazioni, a volte accendeva un sacchetto di plastica sopra la schiena facendo colare la plastica incandescente”. Osman prosegue: “Ismail per me aveva una tortura particolare. C’era un punto della stanza dove passava il sole, faceva caldissimo. Ismail mi legava mani e piedi e mi lasciava per ore sdraiato, fino a che mi disidratavo e mi urinavo addosso. Lui stava davanti a me a bere del te e dell’acqua”.

Mohamud A. è un’altra giovane somala: “Mi ha portato in un edificio e mi ha detto: spogliati ragazza, tu mi appartieni”. Lei si rifiuta. “A quel punto mi hanno legata con delle corde alle finestre. Ha tentato di penetrarmi, ma io sono infibulata, quindi ci ha messo 4 ore a finire il rapporto sessuale”. Ali Oumar N. spiega: “Appena sono arrivato, Ismail mi ha detto che avrei dovuto trovare subito 2.200 dollari altrimenti mi avrebbe ucciso, avrebbe fatto togliere i reni per venderli e avrebbe buttato via il mio corpo. Ho visto Ismail spaccare con un tubo di ferro le braccia e le gambe ad almeno cinque persone”.

Non solo torture, anche lavori forzati.

Amin I. parla di quello che facevano fuori dall’hangar: “Ismail e i suoi uomini ci portavano via sulle jeep in un campo che stavano costruendo per accogliere altre persone come noi”. Poi di nuovo le violenze. Lo spiega Abdri R: “Ero al telefono con i miei parenti, mi immerse la testa in un secchio d’acqua facendomi quasi affogare. Questo per far sentire ai miei genitori che stavo rantolando a causa dell’affogamento”.

Dopo tutto ciò, la partenza. Presi e buttati in mare. “A Sabrata abbiamo aspettato 15 giorni in modo da raggiungere le 700 persone da mettere su un solo barcone”. Questa la storia di Ismail, l’aguzzino dei profughi. Storia scoperta per caso. Ma d’ora in poi non si potrà più fare finta di niente. Governo compreso.

Nascondiamo la verità: fa male

Ieri,sui giornali, c’era chi invitava a celebrare “il coraggio delle scelte” di Sergio Marchionne e deprecava invece i “processi sommari” intentati nei suoi confronti. Un’involontaria ironia, se confrontata con la retorica ultrapositiva che, da cinque giorni, è dedicata – a reti e quotidiani unificati – all’argomento e, ancora di più, con la “criminalizzazione” di chiunque osi cantare fuori del coro: il Manifesto, il governatore toscano Enrico Rossi, forse persino il vescovo Filippo Santoro, responsabile della Cei per il lavoro. Ma c’è di peggio, e riguarda proprio il compito fondamentale del giornalismo: fare cronaca. Chi sfoglia infatti le pagine e pagine di lodi incontrastate, si ritrova alla fine con un interrogativo irrisolto: ma di che cosa sta morendo Marchionne? Su questo, al contrario, ecco non detti incomprensibili ai più, ricostruzioni improbabili e contraddittorie. Così è possibile leggere ridicole cronache dalla Svizzera, dove prima si racconta di un intervento alla spalla, poi di un’anestesia andata male e, solo in fondo all’articolo, si cita con nonchalance la specializzazione oncologica dell’ospedale elvetico. Insomma, se proprio si è deciso di parlare soltanto bene di Marchionne e di censurare ogni critica, non sarebbe tutto più credibile se la verità trovasse un po’ di posto almeno nella cronaca di giornata?

La tregua nel Pd: “Via l’emendamento taglia indennizzi”

Il contestato emendamento che riduce gli indennizzi per i licenziamenti, presentato dal Pd nel passaggio parlamentare del “decreto dignità”, sarà ritirato. Anzi, per usare le parole del segretario dem Maurizio Martina, sarà “superato”. La sfida giocata ieri durante la direzione del partito è stata vinta dalla corrente di sinistra che, in questo caso, era capeggiata dall’ex Cgil Cesare Damiano. Il provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri ha alzato i risarcimenti per i lavoratori ingiustamente licenziati, da 4 a 6 mensilità il minimo e da 24 a 36 mensilità il massimo. Un emendamento firmato da alcuni deputati Pd punta invece a ristabilire i parametri stabiliti tre anni fa con il Jobs Act. Un’iniziativa che ha scatenato una faida interna. Lo strappo sembra essersi ricucito dopo la mossa di Martina: “Apprezzo il fatto che il segretario abbia accolto la proposta di superare l’emendamento” ha detto Damiano. Restano le critiche alla legge definita “decreto disoccupazione” da Martina, che propone tra l’altro di demandare alla contrattazione collettiva le causali (reintrodotte da Di Maio).

Carige: dopo la Bce, la Finanza. Crolla il titolo. Ecco l’affaire Parnasi che imbarazza i vertici

Adesso arriva la Finanza. Ieri le Fiamme Gialle – inviate dal pm genovese Francesco Pinto – si sono presentate alla Carige con un decreto. Hanno chiesto documenti che l’istituto dovrà consegnare a giorni. Soprattutto quelli relativi all’attività del cda e alle comunicazioni ricevute dai vertici della banca.

Un fascicolo – finora senza indagati – con l’ipotesi di turbativa dei mercati che nasce dalle dichiarazioni di Vittorio Malacalza. Il principale azionista (20,6%) nei giorni scorsi ha annunciato di aver dato mandato ai suoi avvocati di valutare eventuali azioni penali. Ieri, dopo la lettera della Bce che bocciava il piano di risanamento, il titolo ha perso il 4,6%, con Malacalza che ha chiesto di convocare un’assemblea per revocare il cda. Intanto nei corridoi della banca continuano a diffondersi notizie e voci. Come quella su una pratica, aperta prima dello scoppio delle inchieste sullo Stadio della Roma, per finanziare il costruttore Luca Parnasi (arrestato a giugno): “Noi abbiamo bloccato il finanziamento”, assicura l’ad Carige, Paolo Fiorentino. Ma l’ufficio che si occupa di finanziamenti ha studiato l’ipotesi. Si parla di una somma tra 10 e 30 milioni. I legami tra Carige e figure vicine a Parnasi sono diversi. Soprattutto negli ultimi tempi. L’allarme si era acceso con l’intercettazione tra Parnasi e Fiorentino che parlavano dell’avvocato genovese Luca Lanzalone (toccato dall’inchiesta romana). “Tu fagli fare qualcosa a Lanzalone, dagli 50… 30.000 euro di consulenza”, chiedeva Parnasi. “Mai data una consulenza a Lanzalone”, giura Fiorentino. Malacalza racconta: “Fiorentino mi riferì di aver incontrato Lanzalone, decantandomene le qualità professionali”.

Così a Genova c’è chi ricorda il curriculum di Fiorentino (mai toccato dall’inchiesta romana): vice-direttore di Unicredit (banca che aveva un credito di 450 milioni con Parnasi), poi impegnato nel salvataggio della Roma quando prendeva piede il progetto stadio. Ma c’è anche la vicenda del credito da 80 milioni che Carige vantava con Fondazione Carige, una delle prime crepe tra Fiorentino e cda. Appena arrivato a Genova, Fiorentino propose di chiudere la pratica ‘scontando’ circa 20 milioni alla fondazione e in più acquistandone la sede per 11 milioni (contro i 5-6 milioni di alcune stime). Bankitalia mordeva i polpacci di Carige e chiedeva di risolvere la situazione. La proposta, si disse, arrivava dai legali della Fondazione, cioè lo studio Gemma di Roma. Che vede tra i partner Andrea Gemma, avvocato amato nei palazzi romani che conosce Angelino Alfano dall’università. Proprio quel Gemma (non indagato) che nelle intercettazioni parlava con Parnasi, il quale sperava di ottenere la designazione di Lanzalone in una terna arbitrale. Gemma chiamò Lanzalone chiedendogli di inviare i curricula per un incarico “non straordinario ma semplice, con arbitro unico”. Ecco, questo Gemma, nel cui studio è andato a lavorare Leone Momigliano, figlio di Paolo, presidente della Fondazione. Ma andiamo avanti. Nel cda Carige la proposta di ‘sconto’ alla Fondazione provocò malumori. Si arrivò così a ridurlo fino a 17 milioni e senza acquistare la sede. “La riduzione del debito è arrivata dopo anni di trattative”, sostiene di Momigliano. E l’assunzione del figlio da Gemma? “Niente di inopportuno”.

Banca e fondazione sono state lo specchio del potere ligure negli anni in cui Carige era in mano a Giovanni Berneschi e alla Fondazione – che la controllava – c’era Flavio Repetto. Nei cda trovavi politici potenti, come la dinastia Scajola. Anche Guido Alpa – mentore di Giuseppe Conte – è stato nei cda di banca, Fondazione e compagnia di assicurazione controllata. La Fondazione in passato controllava Carige. Una partecipazione che valeva centinaia di milioni, ma si decise di non vendere. Finché il titolo è crollato e si è trovata in mano un pugno di mosche.

Né meriti né colpe, Marchionne usato per risse da cortile

Iveri sciacalli non aspettano nemmeno che quel cuore finisca ufficialmente di battere per impossessarsene, brandirlo contro gli avversari, pavoneggiarsi con le ultime parole famose. Ci sono cose tristi e anche buffe, come a tutti i funerali, solo che qui il morto non è ancora morto, ma ci sono quelli che non ce la fanno ad aspettare. C’è un giornalista che scrive con qualche riluttanza che sì, un giorno Sergio Marchionne gli telefonò per riconoscergli una intelligenza superiore. C’è Matteo Renzi che vince il noto riserbo e rivela (“ormai si può dire”, ma perché?) che il manager oggi morente non era abbastanza impegnato da mancare l’intervista del Bomba da Fazio: “Bravo, finalmente l’ho ritrovata”, gli scrisse, smentendo in privato la scomunica pubblica.

Il dramma nazionale vero è invece la polemica da cortile su un uomo costretto da una sorte bizzarra ad agonizzare a mercati chiusi. Sedicenti strateghi, politicanti e sindacalisti – ignorando che la parabola tragica di Marchionne ha poco a che fare con le loro storie miserabili e con la stessa storia d’Italia – ci consegnano il selfie impietoso di un’Italia analfabeta che scivola verso un impoverimento epocale cercando di svagarsi tra una caccia al negro e un’invettiva contro i radical chic. Così è tutto un “inginocchiatevi!” e “chiedetegli scusa!”, come con Craxi ad Hammamet e con Filippo Turati al congresso di Livorno del 1921. Come se oggi il problema dell’Italia fosse la discussione da bar se sia più adeguata al momento l’ideologia dei fan di Marchionne o quella di Maurizio Landini, indicato dal suo collega metalmeccanico Marco Bentivogli (Fim-Cisl) come capo occulto “dell’Italietta delle rendite e dei ricatti, l’Italietta pigra che preferisce chiudere le fabbriche piuttosto che rimboccarsi le maniche”. Una rissa ideologica sul nulla, al motto “lo criticano falliti e invidiosi”.

Il rispetto umano per Marchionne morente impone di guardare la realtà e riconoscergli che nel disastro dell’industria italiana non ha meriti né colpe particolari. Nel 2004, quando gli fu affidato il timone della Fiat, il Gruppo torinese produsse in tutto 2,1 milioni di veicoli (fonte: www.oica.net). In Italia furono costruiti allora 1 milione 141 mila veicoli, l’anno scorso ne sono stati fatti 1 milione 142 mila. Gli occupati in Italia di Fiat Auto sono oggi circa 30 mila come dieci anni fa. Polemicucce sui numerucci a parte, non è successo niente. In Italia.

Guardiamo adesso un po’ oltre il nostro naso. Nel 2004 la Chrysler era fusa con la Daimler (marchio Mercedes Benz), e produssero 4,6 milioni di veicoli, circa 2,5 dei quali attribuibili a Chrysler. Insomma, Fiat e Chrysler, quando Marchionne ha preso in mano la faccenda, producevano 4,5-5 milioni di veicoli, e sarebbero stati, insieme, il quinto gruppo mondiale. Nel 2004 la Volkswagen sfornò poco più di 5 milioni di veicoli. La francese Renault cubava circa quanto la Fiat da sola.

L’anno scorso, dopo 13 anni di Marchionne, il mercato mondiale era così: Volkswagen ha sfornato oltre 10 milioni di veicoli, il doppio rispetto al 2004. Anche Renault ha sfondato quota 10 milioni grazie alla fusione con Nissan e Mitsubishi. Fca (Fiat e Chrysler) ha sfornato 4,8 milioni di macchine. Più o meno come nel 2004, ed è all’ottavo posto nella graduatoria mondiale, scavalcata per esempio dai coreani di Hyundai-Kia che dal 2004 a oggi hanno circa triplicato la loro produzione – senza che nessuno strategist de noantri si sia preso il disturbo di spiegarci a quale genio del management attribuire il fatto. Ma soprattutto un dato dovrebbe colpire la nostra gretta e provinciale immaginazione. Nel 2004 sono stati prodotti nel mondo 63 milioni di veicoli, nel 2017 97 milioni, con una crescita superiore al 50 per cento. Così Marchionne ha ereditato una quota di mercato attorno al 7-8 per cento e ne lascia una attorno al 5 per cento. C’è nell’ultimo bilancio Fca la fotografia spietata di questa sconfitta storica di cui Marchionne non ha alcuna responsabilità: nel 2017 ha venduto solo 215 mila veicoli in Cina, mercato da 24 milioni di pezzi. Ecco perché tutti parlano di inevitabile fusione con un grande gruppo asiatico, magari proprio Hyundai-Kia.

Questi dati dimostrano come sia assurda, e anche spregevole, la polemica sui grandi meriti da riconoscere a Marchionne, che avrebbe dato una scossa decisiva all’Italietta dei ricatti sindacali. Nessuna scossa. Ha solo fatto bene il suo mestiere, ha curato con successo gli interessi degli azionisti. Ma non ha inventato niente, tanto meno ha dato all’Italia una visione del suo futuro industriale, come dimostra il ritardo sull’auto elettrica. Né gli si poteva chiedere di fermare da solo la Storia, che vede l’Italia condannata. Per questo non merita l’estremo sfregio di essere usato in punto di morte come testimonial dell’ideologia accattona del “meglio un lavoro di merda che niente”.

 

Lite al vertice, lascia Altavilla. La galassia Fca giù in Borsa

L’uscita di scena di Sergio Marchionne, da giorni in fin di vita, provoca un secondo scossone al vertice di Fiat Chrysler Automobiles. Arrivano infatti le dimissioni di Alfredo Altavilla, responsabile per l’area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa) e braccio destro del manager italo-canadese. Tutto si riverbera in Borsa. Ieri i titoli del Gruppo sono crollati, salvo poi recuperare a fine giornata. Fca ha chiuso, dopo il tonfo iniziale a -5%, in calo dell’1,5% a 16,17 euro; Cnh -1,7%, Exor, la cassaforte degli Agnelli a -3,25%, con Ferrari maglia nera (-4,88%).

L’uscita di Altavilla è la conseguenza della nomina dell’inglese Mike Manley, l’uomo del marchio Jeep di cui ha quadruplicato le vendite, a nuovo amministratore delegato. Il manager tarantino, 55 anni, una lunga carriera interna alla Fiat, ha perso la partita per la successione, vinta dal componente anglosassone del Gruppo ormai sempre più americano. Impossibile la coabitazione tra i due, e così ha deciso di anticipare l’inevitabile uscita dimettendosi domenica mattina. Le sue deleghe passano ad interim a Manley, che guidera così un gruppo di manager il cui unico italiano di peso in posizioni apicali sarà Pietro Gorlier, responsabile dell’azienda di componentistica Magneti Marelli, peraltro avviata allo scorporo (sarà quotata a Milano ma controllata da un veicolo olandese). Altavilla ha seguito insieme a Marchionne le partite più importanti, dalla trattativa per uscire dall’alleanza con General Motors alla conquista di Chrysler, ma da tempo il suo futuro veniva dato fuori dal Gruppo: è stato nominato nel cda di Tim dal fondo americano Elliott e in passato era stato indicato come possibile erede di Mauro Moretti alla guida di Finmeccanica.

Ieri il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha telefonato a John Elkann per esprimergli il suo dolore per le condizioni di Marchionne, mentre la clinica svizzera dove il manager è ricoverato da giorni protegge la sua privacy. La versione ufficiale resta legata alle complicazioni di un intervento alla spalla, ma il manager sarebbe ricoverato in un reparto oncologico e ieri è stato lo storico avvocato degli Agnelli, Franzo Grande Stevens a lasciar intendere sul Corriere che l’intervento sarebbe legato alle complicanze di un cancro.

Gli analisti ora si interrogano sul futuro dell’ex Fiat. Manley ha presieduto ieri al Lingotto la prima riunione post Marchionne del Gec, il comitato di top manager. Rumors interni raccontano che abbia messo subito in chiaro che il futuro del Gruppo guarderà sempre più all’America. Secondo Equita la sua nomina “è ragionevole, trattandosi del responsabile del brand Jeep dal 2009 e Ram dal 2015, la cui crescita è indispensabile per la riuscita del piano industriale 2018-2022 presentato a giugno da Marchionne”. L’inglese è considerato un uomo di prodotto, un car guy con una notevole capacità di sviluppare le reti commerciali, il contrario dell’ex timoniere, uomo di finanza più adatto a gestire la possibile fusione con un gruppo più forte (gli ultimi candidati sono i coreani di Hyundai-Kia).

Il lavoro di Manley, che dovrà mostrare capacità da negoziatore, sarà doppiamente difficile visto che, nonostante le buone intenzioni del piano industriale (investimenti su elettrico e nuovi modelli) al momento ci sono poche novità, se non in prospettiva sul comparto di prodotti già profittevoli (Jeep, Alfa Romeo e probabilmente Maserati) mentre la produzione dei modelli “di massa”, che oggi caratterizza ancora parte degli stabilimenti italiani, sembra destinata a traslocare. Le incertezze riguardano anche Ferrari, ieri il titolo peggiore in Borsa della galassia del Lingotto, acuite dalla nomina come ad di Louis Carey Camilleri, ex numero uno di Philip Morris, abile uomo marketing ma non manager industriale di un’azienda dove Marchionne sognava di restare più a lungo che in Fca con una strategia orientata ad aumentare i volumi di produzione (e un Suv targato Ferrari).

Sul lascito del manager italo-canadese ieri si è pronunciata anche la Conferenza episcopale italiana. “È stata una figura che ha caratterizzato fortemente la politica industriale italiana dell’ultimo decenni – ha spiegato monsignor Filippo Santoro, responsabile dei temi sul lavoro –. È innegabile che ha creato nuovi posti di lavoro, andrebbe semmai approfondito il tema della ricaduta sociale dei suoi interventi, in termini di sacrifici richiesti agli operai di diverse fabbriche: su questo specifico aspetto, qualche interrogativo resta forse ancora aperto”.

Mura preferisce la barca alla Camera. Il M5S: “Si dimetta”

Si può farepolitica direttamente da una barca vela? Sì, secondo il deputato del Movimento 5 Stelle Andrea Mura, velista eletto alla Camera che vanta il 96 per cento di assenze in aula. Ieri l’onorevole Mura ha provato a giustificarsi su La Nuova Sardegna: “Io l’ho detto fin dall’inizio, anche in campagna elettorale, che il mio ruolo, più che quello di parlamentare, sarebbe stato quello di testimonial a difesa degli oceani”. L’esperienza di Mura all’interno del Movimento, però, potrebbe non durare ancora a lungo. Contro l’onorevole, che aveva spiegato di recarsi alla Camera “una volta a settimana”, si sono scagliati i due capigruppo 5Stelle Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli: “Svolgere il ruolo di parlamentare è un privilegio, un servizio reso al Paese e ai cittadini, peraltro molto ben retribuito. É un incarico che richiede impegno quotidiano, lavoro, dedizione. Se il deputato Andrea Mura ritiene di voler continuare a dedicarsi prevalentemente ad altre attività, trascurando il mandato che gli hanno assegnato i cittadini alla Camera, ha una sola via da seguire: quella di presentare le dimissioni da parlamentare”.

Se un posto spetta al Pd, se lo prende Matteo

Mercoledì notte Luca Lotti, oggi deputato semplice del Pd, da sempre uomo delle nomine di Matteo Renzi, non ha dormito molto. Era troppo impegnato a gestire le trattative in corso, ad assicurarsi che i capigruppo, Andrea Marcucci e Graziano Delrio, ufficialmente presenti ai vari tavoli, portassero a casa il risultato desiderato. Prima di tutto al Csm: giovedì il Parlamento ha eletto i membri laici. E per il Pd, il prescelto è stato David Ermini. Non l’unico nome sul tavolo: altri se n’erano fatti, anche nell’ottica di dare ai Dem il vicepresidente dell’organismo (che si elegge a settembre).

Ma l’obiettivo prioritario di Lotti, per conto di Matteo Renzi, era indicare un nome che garantisse l’ex segretario. Un avvocato, Ermini, che è stato anche responsabile Giustizia del Pd e soprattutto un uomo fidato. Conosce Renzi da sempre e anche se il loro rapporto ha attraversato alti e bassi, è oggi vicinissimo a Lotti. Basta guardare le nomine destinate all’opposizione per capire quanto sia ancora oggi il potere di Renzi nel Pd.

Mercoledì, mentre Maurizio Martina riuniva la segreteria del Pd a Tor Bella Monaca, l’ex segretario piazzava le sue pedine. Al Copasir c’è andato Lorenzo Guerini: uno che garantisce un po’ tutti, soprattutto dentro il fu Nazareno, ma che si è sempre dimostrato, al dunque, fedele a Renzi. Alla presidenza della Giunta per le Elezioni della Camera è andato Roberto Giachetti. Non un renziano doc, ma di certo più vicino a lui che a Martina. In un posto strategico come la vicepresidenza della Giunta per le Autorizzazioni di Montecitorio (che deve valutare l’autorizzazione a procedere su perquisizioni personali, arresti o intercettazioni per i deputati e, soprattutto, la “sindacabilità” nei processi per diffamazione ai danni degli onorevoli) è andato il bresciano Alfredo Bazoli. Un “garantista” di provata fede, oltre che un renziano della prima ora, anche se della categoria “autonomi”.

Qualche protesta l’ha suscitata l’indicazione di Emanuele Fiano, renziano di sfondamento pure in tv, nella Giunta per il Regolamento: nella legislatura precedente c’era Andrea Giorgis. Un orlandiano.

E poi, c’è il capitolo Rai. Nel cda, la filiera Matteo Orfini-Andrea Marcucci ha imposto la riconferma di Rita Borioni. E alla vice presidenza della Vigilanza è stato eletto Antonello Giacomelli, ex sottosegretario, legatissimo a Lotti. Uno che da quell’organismo dovrà votare anche il Presidente della Rai, la cui scelta è al centro di una trattativa su più tavoli (dentro la maggioranza e con l’opposizione) nella quale entra anche l’ad (e in pole position c’è Fabrizio Salini, direttore di “Stand by me”, la società di Simona Ercolani, amica di Renzi e di Lotti) e le direzioni dei Tg. E c’è chi è convinto che Lotti trovi il modo di mettere lo zampino anche in queste partite.

Intanto, ieri, Martina ha tenuto la direzione Pd. Ordine del giorno: esame del regolamento dei congressi provinciali e regionali. Renzi ovviamente non c’era.