Renzi a Mediaset, primo ciak sul campo di calcio fiorentino

Atmosfera serale, silenzio artefatto, gradinate nude, sabbia pettinata e i fari del campo di piazza Santa Croce a illuminare il buio di Firenze, il buio ancora crepuscolare d’inizio estate. Al centro con un pallone tricolore, Matteo Renzi: abito scuro, camicia bianca, un po’ Piero (o Alberto) Angela, un po’ Roberto Giacobbo (o Maurizio Crozza, in versione Kazzenger). Renzi racconta il calcio fiorentino o calcio in livrea o calcio in costume per la prima serie – presto in onda su Mediaset – di un lungo documentario su Firenze, prodotto da Lucio Presta, l’agente di Roberto Benigni.

Il Biscione ha visionato il prodotto già montato che parte, per l’appunto, con l’ultima rassegna del calcio fiorentino, che ogni anno in giugno – con le solite polemiche e le tradizionali risse – si celebra in piazza Santa Croce, sotto lo sguardo del Dante Alighieri scolpito da Enrico Pazzi e di fronte a “casa Galilei” che segna la mezzeria del rettangolo di gioco.

Il senatore di Scandicci (citazione) ha registrato un mese fa l’esordio da presentatore, ma a Mediaset sono immuni dai dubbi sul talento di Matteo e perciò convinti della bontà dell’investimento. Il contratto è pronto per la firma: quattro puntate da un’ora scarsa ciascuna – con opzione per altre quattro – da trasmettere in autunno o su Rete4 o su Italia1. Con la parabola politica in discesa, tranne per il potere residuo e la poltrona sicura a Palazzo Madama, Renzi riavvia la carriera televisiva interrotta con l’esclusione da concorrente – all’epoca studente paffuto con gli occhiali – della Ruota della fortuna di Mike Bongiorno e ripresa per una notte col mellifluo discorso ai ragazzi di Amici di Maria De Filippi.

Silvio Berlusconi ha esaltato spesso le qualità oratorie e quindi da intrattenitore di Matteo, forse lo considera più affidabile come dipendente che come alleato. Discorsi antichi. Perché adesso Renzi è concentrato sul programma, televisivo, non politico. Il nuovo e vecchio Matteo è in piazza Santa Croce con lo sguardo intenso, e ammette – con voce profonda – di patire “l’emozione” perché l’ex sindaco di Firenze, dopo un giro largo, torna a Firenze. Renzi appare e scompare, descrive i luoghi, la storia, i fiorentini. Le telecamere di Matteo, spedite in incognito tra la folla dell’evento, hanno filmato il corteo, il pallaio, i balestrieri, i calcianti, gli sbandieratori.

Il calcio fiorentino per i fiorentini è una roba seria. Ha origini greche e romane, era la passione dei Medici e dei Papi. Le squadre dei rioni combattono fino al sangue, e non è un’iperbole. Dieci anni fa il regolamento fu modificato per allontanare dal campo i condannati per reati gravi. Il 17 febbraio 1530 è la data che unisce la memoria di Firenze. Allora il torneo si disputava nel periodo di Carnevale e c’era l’assedio delle truppe imperiali di Carlo V. Secoli di vuoto. Poi il fascismo ha ripristinato l’appuntamento annuale e ufficiale, perché a Firenze non s’è mai smesso di giocare. Questa è una bozza. Per il resto, c’è Renzi.

Insulti via social a Mattarella: 39 sotto inchiesta

Sono trentanove i profili Facebook finiti sotto inchiesta per gli insulti rivolti sui social network a Sergio Mattarella lo scorso giugno. La Procura di Palermo ha aperto un fascicolo per risalire agli autori delle minacce: i titolari di alcuni account sono stati già identificati, altri sono in corso di identificazione da parte della Digos che sta cercando di accertare se i nomi degli autori dei post Fb e Twitter incriminati corrispondano a persone reali o siano dei fake. Gli scritti minacciosi e offensivi riempirono i social dopo la decisione del Quirinale di affidare l’incarico per la formazione del governo a Carlo Cottarelli. Nel registro degli indagati finirono subito Manlio Cassarà, palermitano, che aveva postato “hanno ucciso il fratello sbagliato” – riferendosi all’omicidio di Piersanti Mattarella, fratello del capo dello Stato, assassinato dalla mafia nel 1980 –, Michele Calabrese, autore di un post analogo, ed Eloisa Zanrosso, che scrisse “ti hanno ammazzato il fratello, non ti basta?”. I pm titolari dell’inchiesta ipotizzano i reati di attentato alla libertà del presidente della Repubblica e di offesa all’onore a e al prestigio del presidente della Repubblica, puniti fino a 15 anni di reclusione.

L’ad sarà Salini? Ex Sky e La7, ora alla “renziana” Stand by me

Sarà dunque Fabrizio Salini il nuovo direttore generale della Rai? Il manager tv con un passato a Sky, Fox e La7 è in pole position per la poltrona più prestigiosa di Viale Mazzini, che con la nuova legge garantisce poteri da amministratore delegato. Il suo è un curriculum adatto al ruolo: Salini è un manager televisivo puro, attento al prodotto, ai palinsesti, ai canali, ai programmi ed esperto di diritti tv. Cinquantuno anni, laureato in Scienze Politiche alla Sapienza, gran tifoso dell’Inter, Salini è un romano di Roma nord, che in questo caso significa ancor di più alta borghesia e buone frequentazioni. Dal 2003 al 2011 è stato in Fox, dove ha lanciato diversi nuovi canali: qui ha conosciuto anche la sua compagna con la quale ha due figli. Poi è arrivato in Sky dove ha diretto Sky 1 e Sky Cinema. Dopo un passaggio in Switchovermedia, è tornato a Fox come ad. Nel novembre 2015 ha lasciato la multinazionale americana per andare a dirigere La7, incarico abbandonato, un po’ a sorpresa, per motivi familiari, due anni dopo. Infine, quello che sembra un passo indietro: l’approdo a Stand by me, la società di produzione di Simona Ercolani, l’autrice tv che, tra le altre cose, ha curato la regia di diverse edizioni della Leopolda di Matteo Renzi. Da segnalare il fatto che Stand by me abbia diversi contratti in corso con Viale Mazzini, con trasmissioni come I ragazzi del Bambino Gesù e Il condannato, entrambe su Raitre. Può essere un ostacolo al salto di Salini in Rai? Difficile dirlo. “Facciamo programmi lunghi quando vale la pena di farli”, la sua risposta da direttore de La7 alle critiche per le trasmissioni “lenzuolo”, fino quasi all’una di notte. Si dice che Campo Dall’Orto lo volesse a Viale Mazzini già tre anni fa per dirigere Rai2 o Rai3. E si dice che la Rai sia un vecchio pallino di Salini. Anche per questo non avrebbe fatto problemi per il tetto di 240 mila euro allo stipendio, che per altri rappresenta un ostacolo insormontabile.

La “soldatessa” del Carroccio con una condanna alle spalle

“Io ho sempre avuto un obiettivo: difendere il Nord”. Parla, ragiona e obbedisce come un soldato (anzi, una “soldatessa”, cit. Berlusconi) Giovanna Bianchi-Clerici, classe ‘58 di Busto Arsizio, ex deputata, consigliera Rai, candidata sindaca e componente dell’Autorità garante per la Privacy (in scadenza), forse prossima presidente della Tv di Stato. Sempre e comunque leghista: nel corso di una lunga carriera, fra incarichi vari ma in ogni caso di nomina politica, non ha mai dimenticato i suoi mentori. Persino se si trattava di votare una nomina palesemente illegittima come quella di Meocci a dg Rai, incappando in una condanna milionaria per danno erariale pagata con lo sconto. Per la dirigente con la disciplina di un militare fa quasi curriculum e può valere la presidenza dell’ azienda che ha danneggiato.

Il soprannome di “soldatessa”, comparso nelle cronache giudiziarie (in un’intercettazione, lei non faceva parte dell’inchiesta, ndr) e poi rimasto negli anni, gliel’ha affibbiato Berlusconi. Siamo nel giugno 2007, l’ex premier parla al telefono con Agostino Saccà, allora direttore di Rai Fiction, raccomandandosi per la produzione del film su Barbarossa e il suo nemico Alberto da Giussano, tanto caro alla Lega. “C’è Bossi che mi sta facendo una testa tanta… puoi chiamare la loro soldatessa, che hanno dentro il Consiglio, dicendole che io t’ho chiamato e mi hai dato garanzia che è a posto”. La “soldatessa” è Bianchi-Clerici: il kolossal di regime sull’eroe padano, costato 12 milioni di euro, flop clamoroso di incassi al cinema e di ascolti in tv, è stata una delle sue grandi vittorie nel Cda Rai, di cui ha fatto parte dal 2005 al 2012.

Sempre in prima linea, nel corso del suo doppio mandato ha attraversato due presidenze (Petruccioli e Garimberti) e visto avvicendarsi quattro diversi direttori generali, Lei, Masi, Cappon, partendo proprio da Alfredo Meocci. Questa nomina le è costata cara e ben descrive la sua cieca devozione: nel 2011 la Corte dei Conti ha condannato i consiglieri che votarono a favore (oltre lei, Gennaro Malgieri, Angelo Maria Petroni, Giuliano Urbani e Marco Staderini) e l’ex ministro del Tesoro Domenico Siniscalco che propose il nome, a un maxi-risarcimento di 11 milioni di euro, in parti uguali fra loro. Meocci, vicino a Berlusconi, ex caposervizio del Tg1 ma soprattutto commissario dell’Autorità per le Comunicazioni, per legge era incompatibile per il ruolo di dg di Viale Mazzini: dovevano passare 4 anni prima che potesse intrattenere rapporti con le imprese nel settore di competenza dell’Autorità garante.

Lo sapevano tutti, tanto che i tre consiglieri di centrosinistra (Rizzo Nervo, Curzi e Rognoni) votarono contro e il presidente Petruccioli si astenne. Ma viste le pressioni del governo Meocci passò lo stesso con un colpo di mano in Cda: nelle motivazioni si parla di nomina “illecita e illegittima” e di “manifestazione di una volontà pervicacemente e supinamente adesiva alla volontà politica”. Quella di Bianchi-Clerici e gli altri, appunto. L’inchiesta penale è andata prescritta con sentenza di proscioglimento nel 2014; è rimasta invece la multa, ma grazie a un accordo di transazione in appello i condannati sono riusciti a pagare solo il 20% della cifra; 366 mila euro invece di 1,83 milioni di euro a testa (di cui una parte coperta dall’assicurazione). Il prezzo della fedeltà politica.

Prima e dopo ci sono state infatti tante altre poltrone per la giornalista con una passione per l’Oriente (ha studiato a Tokyo ed è presidente dell’Associazione Italia-Giappone), che in famiglia ha anche una fabbrica di cioccolato a Gallarate, ma ai dolci ha preferito la politica. Proprio nel Comune varesino la Lega nel 2011 l’aveva lanciata come candidata sindaca in solitaria, esperimento fallito di emancipazione da Forza Italia (non arrivò neppure al ballottaggio). I tempi non erano maturi e lei ne fece le spese. Poco male: il Carroccio (per cui è stata parlamentare per due legislature, dal ‘96) aveva già pronto il paracadute. Nel 2012, quando il suo incarico a viale Mazzini si avvicinava al termine, si è accasata nel consiglio del Garante della Privacy, ovviamente in quota centrodestra. Ma la Rai è sempre stata la sua vera passione.

La militanza si è tradotta nelle battaglie più disparate: il potenziamento della sede milanese, con lo spostamento nel capoluogo lombardo del centro di produzione, ma anche il no alla prosecuzione di Incantesimo, fiction “voluta dalla politica romana”. E ancora: la censura agli interventi di Celentano a Sanremo 2012, il voto contrario alla tutela legale per Report di Milena Gabanelli nel 2011, le critiche a Saviano, reo di aver attaccato l’ex ministro Maroni a Vieni via con me nel 2010; per garantire la sua presenza in trasmissione aveva presentato anche un ordine del giorno in Cda. Così come aveva difeso Augusto Minzolini dalla rimozione dalla direzione del Tg1, o Saccà quando si era autosospeso per l’indagine della procura di Napoli (la stessa delle intercettazioni in cui parlava di lei con B.). Nel 2009, invece, è stata unica assente al rinnovo di Bruno Vespa: un altro contratto contestato, proprio non se l’è sentita di rischiare di nuovo. Archeologia: con lui si sarà chiarito negli ultimi anni, poiché alla Privacy ha lavorato con sua moglie Augusta Iannini, vicepresidente dell’Autorità. Ed è pronta a tornare anche nell’azienda a cui col suo voto aveva arrecato un danno milionario, addirittura da presidente della nuova Rai del governo Lega-M5S: glielo ha chiesto il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, e un buon soldato non dice mai di no.

Casaleggio vede la fine del Parlamento, opposizioni in rivolta

Tra qualche annoil Parlamento potrebbe non essere più necessario. Parola di Davide Casaleggio, che ieri ha rilasciato un’intervista al quotidiano La Verità spiegando la sua visione di democrazia diretta: “Oggi grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”. In quest’ottica, secondo Casaleggio, in un primo momento il Parlamento continuerebbe a esserci per garantire che “il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti”, ma nel giro di “qualche lustro è possibile che non sarà più necessario nemmeno in questa forma”. Un’opinione, quella di Casaleggio, difesa da Di Maio – “di solito i Casaleggio ci prendono sempre quando parlano di futuro” – ma attaccata duramente dalle opposizioni: Matteo Orfini parla di un “autoritarismo” del M5S identico “a quello della Lega”, Lucio Malan (FI) la collega a “un’ideologia totalitaria” e per Loredana De Petris (LeU) si tratta di “deliri da bloccare sul nascere”.

Vitalizi e Dl Dignità: M5S risale nei sondaggi

Il Movimento 5 Stelle prima forza politica, la Lega in leggero calo. Il sorpasso del Carroccio, sancito lo scorso giugno da alcuni istituti di ricerca, è durato poche settimane: gli ultimi dati mettono d’accordo quasi tutti i sondaggisti – con l’esclusione di Swg, che dà i verdi al 30,7 e i 5 Stelle al 29,3 – e vedono il Movimento in testa ai consensi.

Così, per esempio, secondo la ricerca Ipsos per il Corriere della Sera, che assesta i 5Stelle al 31,5 per cento (tre settimane fa era al 29,8) e la Lega al 31 (contro il 31,2 di fine giugno), con il crollo ormai inarrestabile di Forza Italia (7,7 per cento) e il Pd fermo al 17. Un trend che può essere spiegato con il ritorno dei 5Stelle al centro dell’attenzione mediatica, dopo che Salvini aveva capitalizzato i consensi attorno al tema dell’immigrazione. “Il decreto Dignità ha influito – è la versione di Pietro Vento, direttore di Demopolis – perché si rivolge all’enorme platea del centro-sud, a cui sta più a cuore il tema del lavoro che quello della sicurezza”. Senza dimenticare, Alessandra Ghisleri (Euromedia Research) docet, un altro cavallo di battaglia dei 5Stelle: “I dati ci dicono che il ricalcolo dei vitalizi ha pagato molto in termini di consenso, perché ha dato seguito a una promessa fatta in campagna elettorale”.

Il dubbio è se la strategia comunicativa di Salvini, spesso lontana dal politically correctistituzionale, continuerà a fare da volano alla Lega o se, col tempo, annoierà gli elettori, magari a vantaggio dei grillini. “Aver guadagnato dieci punti percentuali in quattro mesi non ha precedenti – ammette Vento – ma che il messaggio di Salvini possa restare efficace fino alle Europee del 2019 mi sembra complicato”.

Anche secondo Nicola Piepoli, fondatore dell’omonimo istituto di ricerca, nei prossimi mesi potrebbe essere il Movimento a passare alla cassa: “I grillini hanno dimostrato di essere molto più resilienti di quanto si pensasse, tenendo duro su idee che stanno a cuore a molte persone. E questo sul lungo periodo pagherà”.

La questione del breve e del lungo periodo nasce anche dalla ripartizione giallo-verde dei ministeri: Salvini, agli Interni, ha potuto agire subito e a costo zero sul blocco dei porti e sulla forzatura diplomatica con l’Europa, mentre le manovre economiche, bandiera del Movimento 5 Stelle, richiedono tempi e gestazioni più lunghe, se non altro per valutarne l’impatto sui conti pubblici. Occhio poi a lasciarsi andare a giudizi frettolosi: “Anche le più controverse riforme di Renzi nell’immediato riscossero consensi – ricorda Antonio Noto, direttore dell’Ipr Marketing – perciò ci vorranno almeno sette mesi per capire il reale effetto del decreto dignità”.

Ne parla anche Lorenzo Pregliasco, direttore di YouTrend, secondo cui il consenso dei grillini non è più soltanto ascrivibile alla luna di miele con gli elettori: “Tutt’altro, perché il Movimento è quello che, in termini elettorali, aveva più da perdere andando al governo, soprattutto dopo aver accettato un’alleanza”.

Anche perché, nonostante sia Lega che 5Stelle attingano preferenze da chi si è astenuto il 4 marzo – il Carroccio “può fare affidamento su un bacino naturale di voti, ovvero i delusi di Forza Italia che vogliono restare nel centrodestra, mentre per il Movimento questa possibilità non esiste”.

Ma al di là di sorpassi e contro-sorpassi, i sondaggisti concordano anche sul buon indice di gradimento di cui gode Giuseppe Conte, in salita a 70 (Ipsos).

Per meriti propri, come sostiene Ghisleri (“è la figura di garanzia di un governo che non è visto come le larghe intese del passato, ma come l’occasione di un cambiamento”) o per grazia dei vicepremier, come invece spiega Noto: “Sta beneficiando del consenso di Salvini e Di Maio. A volte, come valeva per Paolo Gentiloni, non essere in prima linea significa anche non essere attaccato”.

Rai, la Clerici è un problema. E Berlusconi alza il prezzo

Fabrizio Salini, la prima scelta di Luigi Di Maio, resta il grande favorito come amministratore delegato. Anche se l’ad di Viacom, Andrea Castellari, piaceva e piace. E se la Lega continua a borbottare sull’ex direttore de La 7, per i suoi rapporti con renziani vari. Però il vero problema è Giovanna Bianchi Clerici, l’ex deputata del Carroccio ed ex membro del Cda Rai che Salvini vuole come presidente di Viale Mazzini. Perché i dubbi dei Cinque Stelle sul suo nome crescono. E perché Forza Italia fa muro, e per abbassarlo vuole la direzione di una testata della tv pubblica. Magari quella del Tg2. Altrimenti potrebbe tornare tutto in gioco, Salini compreso.

Strategie e cattivi pensieri dentro la partita per le nomine dell’ad e del presidente della Rai di cui Di Maio e Matteo Salvini hanno parlato anche in un vertice ieri, in tarda serata. Un punto necessario, perché l’obiettivo è chiudere tra domani e giovedì: in tempo per l’assemblea dei soci Rai per la ratifica della nomina del nuovo cda dell’azienda, aggiornata a venerdì su richiesta del rappresentante del ministero dell’Economia, l’azionista. E allora il Consiglio dei ministri di oggi ratificherà un’altra nomina, quella di Alessandro Rivera a direttore generale del Tesoro, come preteso dal ministro dell’Economia Giovanni Tria. Mentre l’assemblea di Cassa Depositi e Prestiti oggi nominerà il nuovo Cda, che avrà come ad Fabrizio Palermo, il nome di Di Maio. Ma per la Rai serve altro tempo.

Necessario anche per visionare i candidati, come ha assicurato ieri al Corriere della Sera Salvini: “Voglio incontrare le persone, parleremo della governance con chi dovrà attuarla”. Dai 5Stelle giurano che il leghista glielo aveva già anticipato e che anche Di Maio vedrà i candidati. “Forse alcuni li vedranno assieme”, sussurravano. Ma la rosa si è ristretta. Perché come ad resta in primissima fila l’ex direttore di La7 Salini. Anche se Castellari non è ancora fuori partita.

E comunque il vero nodo è Clerici, visto che per riportarla in Viale Mazzini serve anche il sì dei due terzi della commissione di Vigilanza Rai. Quindi quello di Forza Italia, a cui non basta la presidenza della Vigilanza. Ergo, bisogna trattare su un’altra poltrona. E il primo obiettivo sarebbe la direzione dei Tgr, lasciata libera da Vincenzo Morgante (il 30 settembre andrà a dirigere Tv2000). Ma pare impossibile che Salvini possa rinunciare alla la direzione dei telegiornali regionali. E comunque i posti in ballo sono tanti. Compresa la direzione del Giornale Radio, lasciata libera da Gerardo Greco, emigrato al Tg4. Però contro Clerici giocano anche le perplessità dei 5Stelle, perché “non rientra tra i profili che chiedevamo”. E proprio ieri Di Maio ha promesso: “Stiamo procedendo all’individuazione di personalità che siano slegate dalla politica”. E non è proprio il ritratto dell’ex parlamentare.

Come non è casuale il richiamo del presidente della Camera Roberto Fico: “Il nuovo Cda della Rai deve sentirsi indipendente”. Ma la tela delle nomine non gira solo attorno a viale Mazzini. Per esempio, ci sono le Ferrovie.

E in attesa di calare le carte, i 5Stelle condannano la fusione tra Fs e Anas. “Un’operazione sbagliata che bisogna fermare”, secondo Di Maio e il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Anche Salvini ieri ha confermato i suoi dubbi. E l’ex motore della fusione, il dem Graziano Delrio, reagisce: “Vogliono solo spartirsi qualche presidenza in più”. Sembrano invece delineate due nuove nomine di peso. Luca Dal Fabbro, consigliere di Terna, dovrebbe essere il prossimo presidente e amministratore delegato del Gse, il Gestore dei servizi energetici controllato dal Mef, su indicazione del M5S. Mentre alla presidenza dell’Istat al posto di Giorgio Alleva, “scaduto” il 15 luglio, dovrebbe approdare il demografo Gian Carlo Blangiardo, gradito al Carroccio.

Caro Marco…

Caro Marco, ho letto il tuo riferimento a me nel tuo editoriale di oggi e francamente non comprendo come quello che scrivi possa essere messo in relazione alle mie critiche a Salvini e al governo, anche se converrai che il primo è stato il governo in queste prime settimane. Il tuo commento alla sentenza emessa nel processo trattativa, il racconto delle responsabilità accertate in primo grado, lo utilizzi per dirmi che erano quelli i ministri della Mala Vita e non Salvini? Non capisco e non credo si tratti di una versione più paludata dell’inflazionato “e allora il Pd?”. Dovremmo forse accettare le parole e le azioni di Salvini perché quelli che c’erano prima erano peggio? E davvero tu credi che il 4 marzo abbia rappresentato questo cambio epocale? Sto leggendo con attenzione le inchieste del tuo giornale sull’inferno libico e sulle nefandezze della Guardia costiera di quello Stato in disarmo e mi sembra che tale sia l’orrore raccontato, che le parole di Matteo Salvini e dei ministri di punta dei 5stelle contro le Ong siano del tutto inaccettabili. Ho l’impressione che i colpi inferti in queste poche settimane all’idea di Stato di diritto rappresentino una escalation che forse non tutti comprendono. E non regge neppure l’idea di Salvini cattivo, 5stelle buoni.

Toninelli ha mentito in maniera continuata sulla apertura/ chiusura dei porti e, cosa più grave, lo ha fatto con esseri umani sofferenti in mare. Credo sia evidente a tutti come Salvini sia nella totale disponibilità di Vladimir Putin, che condivide con Donald Trump il superamento dell’Europa, per finalità evidenti di spartizione. Lo afferma lui continuamente, non lo dico io. Purtroppo chi dovrebbe bilanciare (pia illusione) tutto ciò, continua a fare campagna elettorale, in maniera distinta sui temi, ma non nei modi. L’altra sera mi è capitato di ascoltare il tuo vice, Stefano Feltri, intervistato su RadioUno, che affermava che con ogni probabilità Luigi Di Maio ha mentito sulla questione stime Inps. La cosa che però mi ha colpito di più dell’intervista è che Feltri, con ogni ragione, non si capacitava del fatto che Di Maio, pur di fare comunicazione, ha deciso di non difendere un provvedimento anche giusto, ma che ovviamente porterebbe a dei possibili (ma pare minimi) effetti collaterali. È questo il “cambiamento” cui dovremmo dare fiducia? Menzogne e poco coraggio? Francamente è un film già visto in più condito da un marketing asfissiante sulla supposta novità di un indirizzo politico che sconta la sconcertante invisibilità del presidente del Consiglio. A questo proposito, mi ha molto colpito il titolo dell’intervista che gli hai fatto nei giorni scorsi, “Ecco chi sono”: non mi pare rassicurante che a distanza di settimane dal suo insediamento, sia lo stesso presidente a porsi il problema di dover spiegare lui chi è e ti posso assicurare che ancora oggi io non ho idea di chi sia e a chi risponda poiché lo si è visto sempre, e in maniera anche poco dignitosa, accucciarsi non appena richiamato all’ordine. Però, su Salvini, voglio cogliere il tuo suggerimento, anche per evitare altre querele su carta intestata del ministero: da oggi per me il ministro della Mala Vita diventa il cagnolino di Putin. Ai 5stelle la scelta di seguire il capo branco o essere qualcos’altro. Ma perché ci riescano c’è bisogno di maggiore rigore, soprattutto da parte di chi negli anni ha dimostrato di saperlo fare con inflessibilità.

Caro Roberto…

Caro Roberto, anzitutto riporto qui la mia frase che ha originato la tua lettera: “Caro Roberto Saviano, chi governa merita certamente le critiche più feroci. Ma prima dev’essere chiaro a tutti quali ‘ministri (e governi) della malavita’ hanno infestato l’Italia fino a quattro mesi fa”. È la coda di uno degli articoli che ho dedicato alla sentenza della Corte d’Assise di Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Una sentenza che ti consiglio di leggere, da esperto appassionato di mafie come sei. Tu mi domandi che cosa volevo dirti fra le righe. Forse che è sempre colpa del Pd? O che “dovremmo accettare le parole e le azioni di Salvini perché quelli che c’erano prima erano peggio”? No, volevo dirti semplicemente quello che ti ho scritto: le critiche a questo governo quando sbaglia, come a tutti i governi quando sbagliano, sono doverose. Ma, in tema di mafie, a questo governo nato due mesi scarsi fa non si può (ancora?) rimproverare nulla. Perciò non ho capito la tua definizione di Salvini “ministro della malavita”. E non perché io nutra simpatie per Salvini: il quale, prima di provarci con te, ha querelato per ben 7 volte me e il Fatto, uscendo sempre sconfitto (te lo dico perché hai ottime speranze di vincere anche tu).

Bensì perché sono anch’io preoccupato per le sue sparate razziste, le sue politiche xenofobe e i suoi rapporti con Putin, ma ancor più per la folla plaudente e tracimante che si assiepa sotto il suo balcone (o la sua ruspa). E temo che le tue denunce su quei temi escano non rafforzate, ma indebolite dall’attribuirgli condotte o relazioni malavitose. Ci sarà tempo per analizzare la portata delle elezioni del 4 marzo che, grazie anche all’aventinismo folle e suicida del Pd, hanno partorito questo governo Frankenstein tra due forze molto diverse, capaci di produrre contemporaneamente misure “di sinistra” come il dl Dignità e “di destra” come quelle sui migranti. Non penso certo a un partito buono e a uno cattivo, ma a due esperienze molto variegate che sarebbe sbagliato schiacciare in un unico giudizio monolitico, liquidatorio e definitivo. Lo stesso vale per quell’Ufo di Giuseppe Conte, oggetto misterioso ancora tutto da scoprire (perché non provi a incontrarlo anche tu? Io qualche curiosità me la sono levata).
Sulle politiche migratorie siamo in dissenso dall’anno scorso, quando io, diversamente da te, condivisi molte scelte di Minniti: per esempio, il Codice di condotta per le Ong e una politica più attiva per stabilizzare la Libia. Una linea proseguita ora da Conte e Moavero, anche con piccoli passo in avanti con l’Ue e con alcuni partner comunitari, e sporcata dalle vergognose sparate di Salvini sulle “crociere” e la “pacchia” dei migranti.

Come tu noti nella tua lettera, non abbiamo smesso un solo giorno di indagare sulle magagne e le disumanità della cosiddetta “Libia”, ancora poco più che un’espressione geografica, ma al contempo di augurarci che: prima o poi diventi uno Stato degno di questo nome; ci aiuti a combattere il vero nemico cioè le organizzazioni criminali del traffico di esseri umani (di cui l’antimafia ufficiale parla malvolentieri); sottoscriva e poi rispetti la convenzione di Ginevra; si doti di una Guardia costiera in grado di salvare vite umane, di porti sicuri in cui rimpatriare gl’irregolari e di strutture di accoglienza e smistamento dei profughi controllate da Onu e Ue. Questo nostro sforzo di affrontare in termini complessi una questione complessa presta il fianco a entrambi gli opposti estremismi: quello di chi pensa di risolvere il problema indossando una maglietta rossa e urlando “porti aperti a tutti per sempre” (e non mi riferisco a te e a tutti gli aderenti alla campagna di don Ciotti, ma solo a chi l’ha trasformata in défilé senza argomentare); e quello di chi, specularmente, liquida la faccenda indossando una felpa verde o blu strillando “negher foera dai ball” o blaterando di “aiutarli a casa loro” (slogan caro anche a Renzi). Certo, è molto più comodo intrupparsi in una delle due tifoserie, ma è anche molto più inutile: i problemi si affrontano proponendo soluzioni, non lanciando slogan per esorcizzarli.
Infine: lo so anch’io che la Lega non è il nuovo, e non solo perché è il partito più antico su piazza; e che i 5Stelle già manifestano molti vizi del “vecchio”. Ma è indubbio che il voto degli italiani, il 4 marzo, abbia spazzato via un sistema di potere consociativo che aveva retto l’Italia per 24 anni e che affonda le sue radici proprio nella trattativa bipartisan Stato-mafia. Che storicamente fu avviata sotto il vecchio centrosinistra (governi Amato e Ciampi) e chiusa dal Berlusconi I, ma poi proseguita con una serie sciagurata di norme bipartisan che hanno smantellato il meglio dell’antimafia. Infatti solo ora che i vecchi centrodestra e centrosinistra sono out si intravede qualche spiraglio di luce su quella stagione nera, lasciata al buio da quel sistema per un quarto di secolo. Merito di Salvini o dei 5Stelle? No, colpa di chi c’era prima. Che va sempre ricordato, perché ci aiuta a comprendere quel che accade oggi.

Leone, occhio alle fake news d’amore. Pesci, tra “le più fortunate” a letto

ARIETE – “Era pronto nell’apprezzare e nel capire; lento ad arrabbiarsi; lucido nel pensiero e tenero di cuore”: se vuoi trovare un uomo di tal pasta, Elizabeth von Arnim ti consiglia di passare Un’estate in montagna (Fazi). Al mare troverai solo amebe, meduse e alghe urticanti.

TORO – Geda e Magnone fanno un viaggio a Berlin (Mondadori): “La Grande Madre li aveva condotti all’Isolachenoncè, trasformando in realtà un sogno che nessuno avrebbe avuto il coraggio di sognare”. Esagerati! Epperò avete anche voi buone possibilità di realizzare un desiderio erotico: poca cosa.

GEMELLI – La montagna dei libri di Vladimir Sorokin (Bompiani) non è così incantata: “A parte lo champagne, la cocaina e qualche prelibatezza alimentare, vi arriva solo materiale umano: attori e attrici”. Una compagnia di giro noiosissima: trova altri partner per le ferie.

CANCRO –Come Meghan March (Sem) sei stato sedotto da una sciacquetta che si crede Queen. Te lo sussurra persino il “diavolo appollaiato sulla spalla: liberati subito di lei perché ti sta indebolendo”. Anche se è poco ortodosso, dagli retta.

LEONE – Barry Holtz racconta Rabbi Akiva (Bollati Boringhieri), che “del verso ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’ (Levitico 19,18) disse: Questo è il grande principio della Torah”. L’ha detto proprio lui, non un altro: smettila di credere alle fake news d’amore e dintorni.

VERGINE – Appunta David B. nel Diario Italiano (Coconino): “Quest’uomo ha abbastanza fiducia nella vita per costruirsi un lucernario per guardare il sole”. Se non puoi sfondare il soffitto, sfondati di dolci: per il buonumore è la cura migliore.

BILANCIA – “Lui disse che la amava, e poi lei disse che lo amava ma, dopo che lui ebbe riattaccato, provò un dolore sordo”: David Bergen ha una relazione complicata con La straniera (Frassinelli), ma pure tu non scherzi. Riesci a stare da solo almeno fino ad agosto?

SCORPIONE – Cercasi commessa al reparto omicidi (Il battello a vapore): ti piacerebbe, eh?! Ma non è questo il modo di risolvere un contenzioso in ufficio. Katherine Woodfine ti conforta: “Non farci caso. Sparlare un po’ fa solo parte della natura umana. Presto tutto tornerà alla normalità”.

SAGITTARIO – “Il brillante psicopatico se ne andò a dormire. Un bel sonno: ecco quel che gli serviva, dopo tanto stress”: lo psicopatico sei tu, ovviamente. Stai attento a non attirarti altre ire dalle tue amanti Sbirre, come prevedono Carlotto, De Cataldo e De Giovanni (Rizzoli).

CAPRICORNO – Le Donne che leggono libri proibiti sono un po’ fuse. Lisi Harrison (Sperling & Kupfer), ad esempio, è “sicura che lui mi tradisca: ho trovato peli pubici nel cestino della spazzatura in bagno”. Non è una prova, nemmeno quella che hai raccolto tu in un luogo più pulito della casa.

ACQUARIO – “Lei si domanda se lui si chinerà a posarle un bacio, ma lui si scosta un poco. Si è già girato”. Dice Susie Steiner (Piemme) che Lei è scomparsa, e ha fatto bene: dovresti sottrarti anche tu alle angherie e disattenzioni del partner.

PESCI – “Amore”, dice. “Per favore, non creare problemi”: segnati questa frase e recitala al compagno. Solo così tornarai a essere, come Julianne Pachico (Sur), tra Le più fortunate: a letto, s’intende.