Facce di casta

 

Bocciati

QUEL CHE RESTA DELLE IDEOLOGIE

Carlo Calenda prosegue impetuoso la sua vita politica da twittatore. All’utente che gli ha scritto “Quindi è più a sinistra Lei che pubblica con Feltrinelli che Di Battista che pubblica con Mondadori…”, il promotore del Fronte Repubblicano ha risposto “Più a sinistra di Di Battista non ci vuole molto”. Se le ideologie non si sentono molto bene, gli sberleffi in merito alle ideologie che potrebbero essere, invece, scoppiano di salute.

voto 5

 

CHI S’ACCONTENTA… Virginia Raggi lancia un questionario on line, che consiste nella seconda fase di consultazione del Piano urbano della mobilità sostenibile, volto a far esprimere i cittadini sulle loro priorità in tema di mobilità: “Più opere su ferro, piste ciclabili, corsie preferenziali, aree libere da traffico e smog: torniamo a chiedere ai cittadini cosa desiderano per Roma in tema di mobilità. I cittadini sono i veri protagonisti del cambiamento, questa volta chiediamo quali sono le priorità di intervento per migliorare la Capitale”. Guarda Virgi’, se intanto ce tappate le buche noi già s’accontentamo.

voto 4

 

APRIRE IL BECCHI E DARGLI FIATO “Vorrei sapere quale sarebbe il problema creato da Salvini. Sta cercando di fare l’interesse degli italiani dopo che per diversi anni glielo avete messo nel culo agli italiani. Scusate se sono stato un po’ ruvido …”: un ringraziamento particolare al professor Paolo Becchi per ricordarci con il suo eloquio, con i suoi costumi, con le sue opinioni cangianti ma sempre rigorosamente urlate, tutto ciò che non vogliamo essere.

voto 2

 

Promossi

UNA DEROGA ALLA SCARRAFONA In tempi in cui parlare “da papà” va per la maggiore nelle file della Lega, ci sono anche papà di leghisti che decidono di parlare da padri ai loro figli.
“Quando si viene invitati a un dibattito in casa d’altri si resta ad ascoltare”: così Giambattista Borgonzoni ha pubblicamente rimproverato la figlia Lucia, sottosegretario alla Cultura in quota Lega, la quale ha accettato di partecipare a un incontro sull’immigrazione con il vescovo di Bologna Matteo Zuppi, ma quando il prelato ha preso la parola se n’è andata a causa di altri impegni.
Oltre al comportamento poco gentile, “Padre” Borgonzoni della figlia non condivide nemmeno le idee: “Molti operatori culturali pensano, io fra essi, che accusare le Ong di complicità verso gli scafisti e lasciare per giorni dei profughi disperati in balia del Mediterraneo come potenziale titolo di scambio, con centinaia di morti affogati nelle ultime settimane, non rappresenti la vera e umana soluzione del problema”. E ancora: “Non è certamente la linea muscolare della Lega a risolvere una complessa situazione interpretata come bancomat per facili consensi verso una popolazione italiana senilizzata, operativa spesso per asfittiche logiche familistiche e colpita da una crisi che ha depauperato il proletariato e grandemente i ceti medi, quindi timorosa del futuro e pervasa spesso di idee xenofobe”.
Evidentemente la capacità di ragionamento non si trasmette geneticamente.

voto 8

La Settimana Incom

 

Bocciati

Così fan tutti. Harvey Weinstein ha rilasciato la prima intervista dopo le accuse di molestie e violenze sessuali da parte di dozzine di attrici. Il succo è questo: “Sì, ho offerto posti di lavoro in cambio di sesso, ma è quello che facevano e continuano a fare tutti”, ha detto al giornalista dello “Spectator” Panagiotis “Taki” Theodoracopulos. “Ma non ho mai, mai, violentato una donna. Sono nato povero, brutto, ebreo. Ho dovuto lottare tutta la vita per arrivare da qualche parte. Nessuna ragazza mi guardava prima che diventassi un pezzo grosso di Hollywood”. Ovvio no, le puttane sono loro. Inutile dire che il colloquio è stato “s”mentito.

La prevalenza del cretino. La poesia “If” di Rudyard Kipling è stata rimossa da un muro dell’Università di Manchester. L’iniziativa è stata rivendicata dalla Student Union, in rappresentanza degli studenti neri e asiatici, i cui leader hanno cancellato i versi, scritti dal padre di Mowgli nel 1895. Il poema è stato sostituito dal testo di “Still I rise” della poetessa afroamericana Maya Angelou. La ragione è evidente: Kipling era un razzista colonialista. Per la cronaca, “If” è dedicata da un padre a un figlio, non c’entra nulla con l’impero coloniale britannico. Ma il politicamente rincretinito spopola, senza pudore. Hanno smesso di vergognarsi.

Il Flavio (Briatore) non sussiste. Intervistato da Radio Capital, Flavio Briatore ha parlato del nuovo governo: “Where is the beef? (dov’è la ciccia?). Al momento ci sono solo grandi proclami. Poi arriveranno le cose serie e bisogna vedere come le gestiranno”.
Sul reddito di cittadinanza: “I bravi del Sud sono andati via quasi tutti. Il Sud in Europa potrebbe essere quello che la Florida è in America. Dovrebbe vivere di turismo. Abbassiamo l’Iva sul turismo, come ha fatto la Francia. Bisogna che gli alberghi siano gestiti bene, che ci siano dei campi da golf. Ci vuole un piano a 20 anni. Il Sud ha bisogno di posti di lavoro, non di sussistenza”. Lui forse di un vocabolario.

 

Promossi

More Moore for Bruce. Oltre che bellissima Demi Moore è anche molto spiritosa: al Comedy Central Roast (show in cui si prende di mira un vip) ha sbertucciato, affettuosamente, l’ex marito Bruce Willis. Sulla separazione: “Fu per colpa della gelosia. Bruce non ha mai superato il fatto che calva stessi molto meglio di lui” (ne “Il soldato Jane”).
Sulle prestazioni da padre: “È molto generoso, quando nostra figlia Rumor era una neonata ed era il suo turno di cambiare il pannolino nel cuore della notte, si girava dalla mia parte e mi sussurrava: ‘Ti do mille dollari qui e ora se vai tu’. Mia figlia Scout mi ha raccontato che la settimana scorsa Bruce le ha offerto mille dollari per farsi cambiare il pannolone. Certe cose non cambiano mai…”.
Alla fine lui l’ha abbracciata, e noi virtualmente pure.

E Mannarino canta ma lo show stavolta è più di un concerto

“Il palco è il mio mondo e lì sopra cerco di invernarmene uno migliore, dove c’è una possibilità diversa al pensiero autocommiserativo”: Mannarino scansa l’etichetta del cantautore impegnato (“Non mi piace, io non mi impegno, scrivo quello che ho dentro”), ma sa benissimo cosa sta facendo. Con se stesso, da un lato; con chi ha davanti, dall’altro. È cosciente che quel pubblico, un magma che mal si presta a catalogazioni – anni di concerti e ancora, guardandosi attorno, non se ne viene a capo – interpreti su livelli diversi ciò che sente. E che quindi, alla faccia della disinformazione su misura, sia pronto ad affrontare la questione di genere, l’alienazione religiosa, il superamento della lamentela perpetua e inattiva. Sembrerebbe davvero un mondo migliore: sperando che la platea non sia la traduzione dell’effetto bolla nella proprie bacheche social, smentite puntualmente dalle urne.

“Il pubblico non è politicizzato né settario, e questo significa che tutti sono lì per un proprio senso davanti alle canzoni” spiega Mannarino, a pochi giorni dall’Apriti cielo – Gran Finale all’Ippodromo delle Capannelle di Roma. Il 25 luglio, dopodomani, in una grande festa che non ha intenzione di spoilerare, sarà spiegata la vera anima dell’album. Una sorta di rivelazione, dice.

“Non ho mai cambiato il mio modo di scrivere, mai detto una parola in meno di quelle che avrei voluto per paura di dare fastidio a qualcuno”. Tutto vero, e il pubblico è stato il primo a capirlo. Era l’anno di Supersantos (2011) quando una signora, durante la presentazione del disco, prese il microfono per chiedergli: “Ma a lei, che le ha fatto la Chiesa?”. In mezzo, altri due album e molti cambiamenti, compresa l’attitudine alla collaborazione (“Se po’ fa!”, sorride adesso). “Prima ero molto geloso delle mie parole, ho sempre voluto il controllo di quello che facevo. Ora comincio ad aprirmi. Non sono più il demiurgo del mio mondo, ma prendo cose da altri, cose che non arriverei mai a fare”. Effetto dei viaggi, effetto del Brasile in particolare, delle suonate con Gilberto Gil, degli occhi che si aprono su nuove prospettive.

Sul palco con lui, oltre a una quindicina di musicisti, ci saranno il violinista Olen Cesari e Samuel (Subsonica), con il quale suonerà per la prima volta dal vivo “Ultra Pharum”. E poi dei video, racconto di una città immaginaria dalla quale entrare e uscire continuamente.

In scena ci saranno quella “possibilità diversa”, la fantasia, i colori, e il “grido di dissenso, ma mai fine a se stesso”. Quel dissenso, piuttosto, che si ribella alla società che dorme, che accetta “il racconto dei migranti economici, quando basta studiare un po’ per sapere che l’Africa è stata distrutta da tutti economicamente, e che l’economia è una forma di guerra”. Quella è propaganda, dice, “un rovo che cresce sul terreno dell’ignoranza”. Chi arriva per mare “dovrebbe essere visto come un supereroe, un esempio per l’Occidente, perché si mette in viaggio contro tutto, contro tutti, contro la morte e sta facendo una rivoluzione, sta dicendo no. No allo sfruttamento di chi saccheggia un Paese che è il più ricco di materie prime, con la popolazione più povera del mondo. E invece vengono odiati da persone che sono state tutta la vita a lamentarsi con la mamma che gli preparava la minestra”.

“Nell’esodo dall’Africa per il Mediterraneo sono morte 250 milioni di persone – continua – Fino agli anni Ottanta ci giravamo dall’altra parte, perché erano lontani. Ora, quando non vanno giù a picco, ti guardano in faccia con degli occhi che dicono: io sono qui”.

Dopo il gran finale di dopodomani Mannarino rimetterà lo zaino in spalla, stavolta verso l’Africa: “Ho in mente un viaggio che va dall’Angola al Mozambico, se ci riesco”.

Troppe Italie diverse e divise non si riconoscono l’un l’altra

La voce della sociologia (scienza e strumento dell’economia e della politica) si è fatta flebile da anni, sia perché troppe cose non predette (non si tratta di giocare ai cartomanti, ma di vedere per tempo le conseguenze dei cambiamenti) si sono improvvisamente verificate, sia perché è avvenuto un cambio improvviso e radicale di classi dirigenti che non era prevista in nessuna lista delle più autorevoli analisi.

Si tenga conto che mi riferisco per prima cosa agli Stati Uniti, patria di una sociologia audace e profetica che – da Il Nero e il Rosso di Leo Huberman e Paul Sweezy agli studi sui “Mutamenti repressivi” di Amitai Etzioni, al “Rapporto” presentato da Zbigniew Brzezinski al presidente Nixon ( “Il carattere di novità della trasformazione in atto lo rende scuro, attraente, minaccioso, ricattatorio e imprendibile”) – non era presente quando è esplosa, e poi si è radicata, la inimmaginabile campagna elettorale e la inimmaginabile vittoria di Donald Trump. Poiché in Italia lo sconquasso elettorale è stato della stessa grandezza e della stessa non attesa vastità, mentre ci aggiriamo sulle macerie di ciò che c’era prima diventa inevitabile chiederci “quante Italie ci sono”. Renato Mannheimer e Giorgio Pacifici si sono posti la domanda a nome dalla sociologia italiana (Italie, Sociologia del plurale, Jaca Book) e guidano il lettore lungo un percorso di capitoli brevi e illuminanti in cui si scopre quanto sia imprecisa (e disonesta) la politica, quando assicura di fare qualcosa “perché ce la chiedono gli italiani”.

Questo libro pone il problema che viene sempre scansato: quali italiani? Gli autori ci guidano a una definizione fra Italie molto diverse che non si sovrappongono, in molti casi non si incontrano, e spiegano il clima arido di non solidarietà che si incontra non solo sui percorsi laici ma anche su quelli religiosi della vita italiana. Una sorta di ignoranza di un’Italia sulle altre Italie sembra il carattere del brutto momento che il Paese vive, nel quale “cittadino” vuol dire persona sola e sempre nel pericolo di restare sola e indietro. La sociologia del plurale di Mannheimer e Pacifici non è tanto o soltanto una chiara e utile e originale ricerca scientifica, quanto una ricognizione su un mondo che non può trovare se stesso perché un’Italia (ricca o creativa o garantista o incerta, o immersa nel virtuale o spaventata dal malessere) non conosce o riconosce l’altra e non è in grado di dare o di ricevere aiuto. Il ritratto è nuovo ed è importante che diventi conoscenza ed esperienza, pena una confusione che non è solo politica.

In fuga dalla Brexit: il ritorno nella Piombino senza lavoro

Pubblichiamo un estratto da “108 metri, the new working class hero” di Alberto Prunetti, edito da Laterza

Scendo dal treno e cammino lungo i binari, sicuro che tutto sarà come prima, che nulla sarà cambiato, perché in provincia si dice che nulla cambia. E infatti trovo subito Quattr’etti perso a fissare i binari ferroviari con aria pensosa. Mi vede e fa un salto, mi abbraccia, poi mi offre un rosso al bar. Il vino è lo stesso di sempre, e anche gli avventori. Ma l’atmosfera è diversa e la gente si porta una cappa di tristezza addosso. Quattr’etti è tale e quale, smilzo, ossuto, smunto, col naso grosso. Un vecchio operaio, un amico del mi’ babbo. Gli chiedo come va. Quattr’etti replica: “Come va, come voi che vada… da pensionato dell’Italsider. E te che fai?”.

“Torno dall’Inghilterra”.

“C’ho lavorato anch’io all’estero”.

“Dove?”.

“Alla Bmw, a Monaco. Che freddo faceva… e come ci trattavano… Solo i turchi e i greci ci aiutavano”.

“Faceva freddo?”.

“Freddo? Per partire alle sei e andare in catena dovevo essere davanti casa alle cinque, per spalare la neve attorno all’auto”.

“Eh…”.

“Eh, una volta mi sbagliai pure… spalai la neve dalla macchina d’un altro”.

“Che moccoli avrai tirato…”.

“Moccoli, pedate alle ruote, di tutto”.

Prova un sorriso, ma non gli viene. Mi pare che qualcosa lo stia scavando dentro. “Tutto bene?”, gli dico. “Bene non va nulla di questi tempi, basta che ti guardi intorno. Guarda la gente, guarda che facce… di cosa pensi vivano? Di quel che è rimasto delle pensioni dei vecchi. I più fortunati fanno i camerieri tre mesi all’anno… ma in fabbrica, dove si lavorava tutto l’anno su tre turni, non ci va più nessuno… tutto spento”.

“Come tutto spento?”.

“Tutto spento. L’altoforno a Piombino è spento, non te l’hanno detto?”. E si butta in corpo il resto del bicchiere. E a quel punto mi rendo conto che il cielo sopra Piombino, come l’ho visto dalla stazione di Campiglia, era pulito perché l’altoforno non sbuffava più, e neanche le ciminiere o le torri che bruciano il gas.

“Ma non è possibile”, dico, “è stato acceso per un secolo”.

“Lo dici a me che l’ho tenuto in funzione? Gli ho dato da mangiare coke come a un figlio. C’ho lavorato trent’anni là dentro in acciaieria, partivano ogni giorno cinque pullman da Follonica verso Piombino, su tre turni, quel posto l’ho fatto anch’io, l’ho tenuto vivo e m’ha dato da campà e c’ho fatto studià la mi’ figliola… bimba studia e poi prepara la valigia, che qui ’un c’è più pane… quante volte l’ho detto quando partivo per il turno di notte… Ma te dovevi vedé com’era quella fabbrica… dovevi vedé che artisti erano i fonditori. Artisti, signorsì, mica generici, erano dei maestri. Dovevi vedé come lavoravano la colata… e poi i treni di laminazione. E poi in placca… io perlustravo anime, fungo, tempie e suola delle rotaie. Limavo la testa. Asportavo le paglie con la mola. Se c’era una scalfitura o una crepa, scartavo e rimandavo la rotaia difettata al taglio. Non ne sbagliavo una. E questi han detto di spengere tutto… capito? Spengere tutto, spengere l’altoforno e buonanotte al secchio. E lui ci ha messo mesi a spengersi, è morto di morte lenta… anzi, si dice che oggi sia ancora tiepido… e a me… a me mi ci viene da piange’ al pensiero… non mi fa dì nulla, via… lo potevano tenere in marcia, gettargli un po’ di coke per alimentarlo al minimo…”.

Io rimango zitto. Poi, penso che da quando hanno privatizzato l’Italsider, le acciaierie le han vendute a ogni giro di giostra. Son passate di mano tre o quattro volte e oggi i duemila operai superstiti che fanno? “Te lo dico io, che fanno…”, riparte Quattr’etti che deve leggermi nel pensiero. “…una bella sega! Ma ti pare giusto avè spento l’altoforno così? Un bacino industriale che con l’indotto sfamava migliaia di famiglie, le rotaie ferroviarie più belle d’Europa le facevamo noi, nella città di ferro, a Piombino… il secondo polo siderurgico d’Italia, inferiore di quantità solo a Taranto, il mi- gliore in Europa come qualità della colata… e questi dicono chiudete tutto, comprate le rotaie in Cina e mandate i vostri figlioli a fa’ i camerieri o i bagnini o le babysitter. Oppure all’estero… di che camperà Piombino e tutto il circondario? Delle briciole che cascano dal tavolo di quelli che vanno in vacanza all’Elba?”. E le lacrime a Quattr’etti colano da quel pezzo d’altoforno che gli sta nel petto. “La mi’ figliola è partita proprio ieri per Berlino… e da allora io mi so’ messo qui al bar della stazione… e bevo e guardo i binari che ho fatto con queste mani… 108 metri d’acciaio per farla scappare”.

E Quattr’etti continua a singhiozzare come un bimbo e io sono imbarazzato perché non m’aspettavo un ritorno tanto triste. Avevo fatto il liceo passando davanti alla fermata del pullman degli operai, che se partivo un po’ troppo prima li salutavo e mi dicevano, bada, il figliolo di Renato, studia bimbo studia… e io studiavo e imparavo le metafore, che i latini dicevano Ilva per dire Elba (…) ma insomma dai tempi dei latini qui s’è sempre fuso acciaio (…), l’Elba era il bacino di ferro più importante del Mediterraneo nell’antichità… (…) per favore non piange Quattr’etti, che sennò piango anch’io…

 

I bei fratini nell’oasi naturista

Lontano dalle spiagge del litorale scopriamo un’oasi naturale sconosciuta. Non c’è nessuno, giusto in lontananza si intravedono gruppi di ombrelloni tremolanti nell’afa: due film opposti, tipo Laguna blu e Sapore di sale. Ovviamente sono con Manolita, che ha appena scoperto le gioie del naturismo e mi ha portato su un lido deserto a cui si accede dopo un’ora di massacrante cammino tra piante spinose: le calcatreppole marine, dice, e io non posso che fidarmi, Manolita sa tutto! Mi faccio convincere e mi spoglio. Oddio sono tutta nuda, un nudo integrale, ovviamente dopo un’attenta ispezione per bonificare il territorio da occhi importuni. E così siamo sole, nel sole. E allora via il costume a nuotare libere… nel sale. Bellissimo! Ci asciughiamo e ci rivestiamo, Manolita vuole mostrarmi una cosa. Camminiamo sulla sabbia rovente, tra cespugli bruciati dal sole spuntano gigli di mare e ciuffi di camomilla. In mezzo a uno di questi c’è un uccellino che cova. Un fratino, mi dice lei. Non si muove, se ci avviciniamo s’acquatta un po’ di più, ma non ci pensa proprio ad abbandonare le uova! È l’unica specie dove a covare sono sia il maschio che la femmina, si danno il cambio per beccare e zampettare un po’, così proteggono la nidiata. Simpatico questo fratino, ha il senso della famiglia. Tornando verso casa ci fermiamo in un chiosco per una fetta di cocomero. Una coppia litiga di brutto, un bambino piange, attraversa la strada e s’allontana da solo, se ne dicono di tutti i colori, “Io non sono la tua serva!”, si lamenta la donna e corre a prendere il figlio sul ciglio della strada. L’uomo ci passa davanti e commenta nervoso: “Se rinasco mi faccio frate”, “Basterebbe fratino!”, gli risponde Manolita. Ma lui, ovviamente, non coglie.

 

Augusto e Ovidio spedito in esilio: Salvini medita

Lo scontro tra Roberto Saviano e il ministro dell’Interno Matteo Salvini è ormai giunto al calor bianco. Salvini, dopo aver minacciato la revoca della scorta, ha querelato lo scrittore per alcuni post su Facebook ritenuti gravemente offensivi non solo alla persona ma anche e forse soprattutto, viste le modalità della querela, all’alta funzione pubblica esercitata. Circa duemila anni fa, l’opinione pubblica fu colpita da un caso clamoroso: lo scontro tra Augusto, il princeps, e il poeta Publio Ovidio Nasone. Rinomato, sebbene non il migliore in assoluto, per i suoi versi dedicati all’amore e all’eros, Ovidio fu introdotto a corte, frequentò la famiglia imperiale tanto da diventare uno degli amici più intimi di Giulia, la figlia di Augusto. Nonostante tanta familiarità, il poeta commise però un errore tragico che gli avrebbe attirato la collera del principe e il conseguente provvedimento di relegatio (esilio) nell’8 d.C. È ancora oscura la ragione di un provvedimento così duro, che condusse Ovidio a finire i propri giorni lontano dagli agi di Roma a Tomi, angolo remoto ai confini del mondo civilizzato. Ma qualunque essa sia stata, per quanto grave sia stato il dissenso esplicito o implicito o l’offesa arrecata ad Augusto, il caso di Ovidio è divenuto paradigma del conflitto tra poteri politico e intellettuale. Come non pensare al premio Nobel Josif A. Brodskij, che si immaginò, sorta di Ovidio moderno ma al contrario, esiliato nell’Occidente romano. Salvini non lo sa ma il 2018 è ricorrenza dell’esilio ovidiano. Oggi lo Stato sovrano non dovrebbe difendere se stesso querelando gli scrittori, semmai li dovrebbe smentire con i fatti; e, ministro Salvini, quanta intempestività!

La “demofobia” di Boeri e Saviano, maestri di qualunquismo come Cetto

In questo sovrabbondare di populismo la destra s’è fatta sfilare il qualunquismo.

Il genericamente disprezzabile qualunquismo guadagna, infatti, i galloni della rispettabilità sociale per rinnovare, con Tito Boeri e Roberto Saviano, la sinistra.

La parabola che da Guglielmo Giannini – il fondatore del Fronte dell’Uomo Qualunque – arriva a Cetto La Qualunque trova un rimbalzo nel presidente dell’Inps e nel più grande scrittore contemporaneo diventati leader di fatto dell’opposizione in Italia senza l’incomodo di farne un partito del loro stesso urto o, per dire, un comitato elettorale.

Uno capisce di numeri – e le cifre, si sa, non si fanno intimidire – l’altro è un’autorità civile come mai nessuno è riuscito a essere nella storia; hanno voce in capitolo, audience e argomenti e oggi i due – forti di buonissima stampa, di visibilità e marketing – sono i “qualcuno” in cerca dei “qualunque”.

Non c’è niente di più “qualunque” del conformista mediamente acculturato e questi due nuovi leader – sempre in tono con l’indignazione che si porta molto – parlano all’italiano del ceto medio “qualmente” riflessivo privo di ruolo ormai, in un’Italia a trazione “popolare”.

La paura del “demos” alimenta la rabbia individuale nei domicili delle Ztl ed è per conto di questi che i due, armati di ragione, verità e argomenti, alzano il tiro contro gli u.p.p., ovvero gli uomini politici professionali, responsabili della sopravvenuta stagione di “popolo”.

Appunto, la demofobia. Tutti gli “ismi” dati per spacciati – le ideologie novecentesche – sono state resuscitate dall’orgia sovranista.

A Washington c’è Donald Trump, a Mosca c’è Vladimir Putin, a Roma trionfa la diarchia Penta-leghista.

I brutti, sporchi & cattivi da cui rifuggire, nell’orizzonte mentale dei “qualunque” alimentano “il Demos” al guinzaglio degli uomini politici professionali, due in particolare contro cui Boeri e Saviano ingaggiano battaglia.

Eccoli: Luigi Di Maio – ed è per il primo – e Matteo Salvini per il secondo.

È contro di loro che i neo-qualunquisti, con Boeri e Saviano, ministri ombra – uno al Lavoro, l’altro al Viminale – organizzano la controinformazione altolocata: disoccupati e naufraghi che già, come nell’emblema di Giannini – l’omino nel torchio – sono strozzati dai populisti ma che nell’epoca del qualunquismo demofobo sono un algoritmo emozionale ed esponenziale.

Esempio. Il Decreto Dignità non toglie dalla strada i disoccupati, anzi: li decuplica, li centuplica, li qualunque, insomma. E se lo dice l’aritmetica demofoba di Boeri, sarà così.

Ipse dixit. Il qualunquismo, oggi come ieri, è narrazione. Ma oggi, più di ieri, ha trovato cattedra. Con Boeri è diventato Dottrina del Lavoro, con Saviano, manco a dirlo, Letteratura.

Dalle olgettine ai Salvini “B. non ha imparato niente, si fa usare e poi buttare via”

Cara Selvaggia,ho sentito la registrazione fatta di nascosto tempo fa all’ex premier Silvio Berlusconi mentre parla con le sue olgettine e mi è preso un senso di tristezza che provo a spiegarti. Che fossero interessate a ben altro che agli esercizi tra le lenzuola con un signore di 80 anni era ben chiaro.

Tutto sommato però, sapere che miravano a un benessere economico non dico fosse accettabile ma almeno vagamente comprensibile. Sei giovane, sei senza arte né parte, senza una dignità luccicante, ci sta pure che cerchi il ricco che ti dia una mano. Invece, ascoltando le conversazioni, viene fuori che queste più che un bonifico volevano la comparsata tv, il cinema. “Il film lo hai dato a quell’altra!”, dice una di loro. Le olgettine, attraverso Berlusconi, miravano alla gloria, alla riconoscibilità, all’ammirazione. Qui sta la differenza. Non si accontentavano di un silenzioso bonifico. No, volevano la fama urlante. Il plauso. La benedizione delle folle. E lui? L’agonia di un potente.

Un uomo che non ha la libertà di rispondere: “Sai recitare? Sai fare tv? Sai cantare? Sai ballare? No, e allora cosa vuoi da me e dalla tv?”, perché è sotto ricatto. Perché se non le tratta bene potrebbero parlare, sparlare, vendicarsi. Allora accampa scuse. “Non sono più il presidente di niente…”, come quelli a cui chiedi un prestito e ti dicono che hanno cento euro sul conto. Allora gli avvoltoi rispondono che sì, lo sanno che il figlio le odia, ma lui può tutto. Lui è Silvio Berlusconi.

Qui si apre solo una micro-finestrella, un abbaino sul misterioso equilibrio familiare del premier. Su quello che nessuno sa, ovvero quanto hanno sempre saputo, sopportato, tollerato, contestato o incassato i figli e chi l’ha visto circondarsi di ancelle ingorde, in tanti anni. “Tuo figlio ci odia” dice tanto. Dice tutto. Poi arrivano le lagne sui giudici, sull’accanimento, su quello che devono sopportare. Ed è in quel “Lo sapete quello che dobbiamo sopportare” che c’è la miseria del tutto. Non ha condiviso solo la carne, le cene eleganti, il materasso.

Silvio, con le olgettine, ha condiviso anche il dolore e la caduta. Perché solo con loro lo poteva fare. Nessuno oltre le olgettine (e forse gli avvocati), gli avrebbe potuto dire “ti capisco”. Nessuno in effetti ha mai capito fino in fondo come ci si riduce così. D’accordo, il sesso. Ma il sesso è l’emblema della libertà, per lui è stato la schiavitù del ricatto. Lo si evince così bene da questo video diffuso da chissà chi (la conseguenza di un altro film dato a un’altra?), che in fondo ora sappiamo che la maggioranza, Silvio, non l’aveva più neanche in casa e da diverso tempo.

Mariella

 

Cara Mariella il bello è che Berlusconi non ha imparato nulla. Dopo tutto quello che gli è capitato, anche l’ultima ambiziosa compagnia l’ha usato per un po’ ben sapendo che era vecchio e bollito, per poi smollarlo e cercare la gloria. Sto parlando dell’olgettina Matteo Salvino, naturalmente.

 

“Ecco il mio casellario: voi donne siete tutte matte”

Cara Selvaggia, ho da poco finito di leggere il tuo ultimo libro Casi Umani e sono rimasto particolarmente colpito da un aspetto in particolare. Mi stupisce come voi donne (e dico voi donne perchè immagino che quello di cui parli tu sia qualcosa di generalmente condiviso nel mondo femminile) riusciate ad incasellare con precisione ogni singola e particolare abiezione maschile in un casellario ben preciso. Ti dico questo perchè anch’io, come tanti, ho collezionato una miscellanea di “casi umani femminili” prima di conoscere la mia dolce metà, e ricordo che ciascuna di loro finì, irrevocabilmente, in una ed una sola categoria: quella delle “matte”. Ricordo di aver usato con i miei amici, in un ipotetico riassunto della mia storia sentimentale dalla prima liceo ad oggi, l’aggettivo “matta” infinite volte più spesso che “simpatica”, “bella” o “intelligente”. La tizia che vuole convincerti, dopo mesi di frequentazione, che ha gli occhi verdi naturali quando le sono appena cadute le lenti a contatto colorate dalla borsa? Matta. Quella che si risente se tu per appena tre o quattro settimane le hai sbattuto il telefono in faccia ad ogni singolo tentativo di telefonata? Matta. L’esaurita che, perchè tu non la lasci, minaccia il suicidio dal terrazzo della discoteca mentre dopo 3 vodka-lemon sta limonando col tuo migliore amico? Matta. Quella che al primo appuntamento ti tiene per mano dicendoti che non ha mai conosciuto nessuno come te e che, al secondo appuntamento, “non possiamo vederci mai più, domani torna il mio fidanzato” (fidanzato? e da quando?). Irrimediabilmente, assolutamente matta. A voi i casi umani, a noi le matte. A ognuno il suo.

Marino

 

Scusa Marino, ma sbaglio o nel fare l’elenco dei difetti femminili hai vagamente tratto ispirazione da me? Hai forse parlato con qualche mio ex? Ti ha detto che porto le lenti a contatto colorate ogni tanto? Trovi che esageri con le telefonate? Io lo so che cosa pensi. Che sia matta. Come ti permetti?

 

Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2. 

E nel Grande Sud ci asserragliamo a Riace per rifare anche la sinistra

Caro Coen noi, giù al Sud, resistiamo. Lo facciamo come abbiamo sempre fatto. A modo nostro. Con le nostre idee, il nostro essere casinisti e confusionari, spesso divisi e gelosi, ma resistiamo. E allora viva Riace e i suoi 2343 cittadini. Uomini e donne, migranti ed emigrati, somali e calabresi, palestinesi e gente che lavora a Catanzaro. Slim, Abdoul, Nagim, Fatima, bambini, che giocano con Mimmuzzo, Salvatore, e Rosa, bimbi pure loro. Viva Riace che ha dimostrato al mondo intero che la gente che come i Bronzi viene dal mare, non è un pericolo. Non ruba lavoro ma ne porta di nuovo. Non porta malattie ma nuove lingue, usi e costumi. Ricchezza. Allegria. E viva ancora Riace che ha insegnato all’Italia intera il significato di parole ormai “nemiche” e “impronunciabili” (così ha stabilito il Nuovo Ordine del Cambiamento), come solidarietà, fratellanza, accoglienza.

Quante belle novità arrivano da questo antico e minuscolo borgo affacciato su un mare Jonio sfacciatamente bello. Qui ti insegnano pure a ricostruire la speranza che una nuova sinistra è possibile. Alla faccia dei fanfaroni da baraccone tv che la sinistra è morta, perché te lo dico io. Viva Riace e la sua gente: dal 2 al 4 agosto mette con scrittori, attori, registi e musicanti. E belle facce. Alex Zanotelli, il prete che vive alla Sanità di Napoli, con la Fondazione Migrantes e Aboubakar Soumahoro, che se gli dici che può essere il Malcom X italiano si incazza, perché il suo modello è Peppino Di Vittorio. E poi, alle 9 di sera del 4 agosto, ci saranno Ada Colau, il sindaco rivoluzionario di Barcellona, Mimmo Lucano, il capatosta sindaco di Riace, Luigi de Magistris, che di Napoli, città pazza, è il primo cittadino, e Riccardo De Vito, presidente di Magistratura democratica, con Riccardo Gatti, comandante di Open Arms, ong che salva vite in mare. Parleranno di “Utopia de la normalidad”, il titolo che gli spagnoli hanno dato al bel libro di Tiziana Barillà.