Cari francesi, Milano resisterà anche al Trump di Lorenteggio

Juan les Pins, festival del Jazz. Prima del concerto di Norah Jones. Incontro un amico, si occupa di una libreria. Ogni tanto viene a Milano. “Ma che sta succedendo nella tua città?”. “Il solito…”. “Sei reticente”. “Ti riferisci a cosa? Al fatto che c’è chi vuole riaprire i Navigli?”. “No, non pigliarmi per il bavero! Parlo di Salvini: non è milanese?”. “Ah, ti interessa il Trump del Lorenteggio?”. “Il Trump di che?”. “Del quartiere dove è nato, in periferia, verso San Siro”. “Qui in Francia continuano a descriverlo come un personaggio rozzo, barbuto, incolto, senza diploma universitario, che gioca a carte in trattoria… e poi ha fatto scalpore la notizia che ha querelato Roberto Saviano, sai, è molto conosciuto da noi”. “Beh, ne sapete di cose sul Trump del Lorenteggio…”. “Ti lancio un’idea: perché non fate a Milano un festival come il nostro qui a Juan, ma dedicato alla tirannìa identitaria?”.

“Ci mancherebbe pure questo, a Milano scoppierebbe il finimondo”. “Immagina la musica dell’intolleranza. Il rock della xenofobia. Il rap del ‘prima gli italiani’, il concerto degli odi incrociati, il revival musicale di quando c’era Lui…”. “Vedo che la metà italiana d’origine antifascista ti si sta risvegliando…”. “Rivoltando”. “Come quando Marina Le Pen ha tentato l’assalto all’Eliseo?”. “Peggio: dicono che gli italiani stanno tornando fascisti e che Milano è l’ultima grande città che resiste all’estrema destra”. “Vero. L’internazionale populista vuole la capitolazione della nostra città”. “Dicono che il tuo Salvini usi Facebook come Trump twitta”. “È un politico dei nostri tempi, ingolfa la Rete delle sue invettive”. “Che contraddizione: Milano era città di Dario Fo, e adesso rischia di essere quella del suo opposto. Vi invidio: almeno non vi annoiate…”. “Milano ha vissuto immani tragedie, sopportato invasioni e distruzioni. Ogni volta, rinasce più forte. Sopporteremo anche questa disgrazia”.

Un Ronaldo in A non fa primavera

Okay, ma adesso è arrivato CR7, dicono quelli che si rifiutano di considerare il calcio italiano alla canna del gas. Le partite del campionato italiano fanno mediamente pena e la percentuale di riempimento degli stadi di serie A (63,24) appare disastrosa in confronto a quella di Premier League (95,20), Bundesliga (91,51), Liga (69,84) e Ligue 1 (68,33)? Okay, ma adesso è arrivato CR7. Per vendere i diritti tv (a molti soldi in meno del campionato francese) occorrono quattro bandi e una pioggia di ricorsi e contro-ricorsi in tribunale? Okay, ma adesso è arrivato CR7.

Giovedì verranno resi noti i calendari e ancora non si sa se Chievo e Parma, sotto processo per reati finanziari e sportivi, giocheranno in serie A oppure in B? Okay, ma adesso è arrivato CR7. E insomma, a scanso di equivoci, il cinque volte Pallone d’Oro che a 33 anni e mezzo si è trasferito armi e bagagli a Torino è un gran bel colpo: in primis per le sue finanze, secondariamente per la Juventus. Ma se è vero che il club di Agnelli ha puntato su CR7 nel dichiarato intento di arrivare a vincere dopo 23 anni la Champions League (in questa senso l’operazione-Higuain è già stata catalogata alla voce fallimento), sarà il caso di dire che come già faceva il Real Madrid, che nell’ultima stagione ha limitato a 27 le presenze di CR7 in Liga e a zero quelle in Coppa di Spagna, schierandolo invece 13 volte su 13 nei match di Champions, più o meno lo stessa cosa succederà alla Juventus: dove sarà normale vedere CR7 assistere a Juventus-Frosinone o a Sassuolo-Juventus comodamente seduto in panchina e vederlo invece in campo, tirato a lucido, ogni volta che la sigla della Champions risuonerà negli stadi d’Europa. E magari CR7 riuscirà davvero a riportare la coppa con le orecchie chez-Agnelli; ma non per questo lo stato di salute del calcio italiano cambierà. Nelle ultime cinque stagioni i club professionistici che sono falliti o che non sono stati in grado di iscriversi al campionato sono stati 38, ultimi in ordine di tempo Bari, Cesena e Avellino; per reati sportivi o inadempienze di carattere amministrativo i club sanzionati dagli organi di giustizia sono stati 71 (!) per un totale di 271 punti di penalizzazione, cui a breve si aggiungeranno quelli inflitti a Chievo, Parma e carovana al seguito in serie B e serie C; il che significa che in Italia si giocano ormai campionati fasulli le cui classifiche vengono riscritte dai giudici.

Tra serie A, B e C i club professionistici sono (dovrebbero essere) 104: un’infinità dei quali iscritti con fideiussioni farlocche come quelle fornite dalla società romena Onix Asigurari o dalla ormai leggendaria Finworld di Roma cui la Banca d’Italia ha negato l’iscrizione all’albo unico e che tuttavia garantisce (si fa per dire) almeno mezza serie C, da Cuneo a Siracusa, da Reggio Calabria ad Arzachena. E mentre il Titanic affonda e l’orchestra suona, che cosa fanno la Lega di A e la Lega di B? Invece di pensare a soluzioni serie, imitando Spagna, Germania, Francia o Inghilterra, d’accordo con le Leghe di basket e pallavolo si scagliano contro il governo che con il decreto Dignità ha finalmente vietato pubblicità e sponsorizzazioni per gioco d’azzardo e scommesse sportive. “Non possiamo fare a meno di quei soldi”, frignano tutti.

Don Camillo fa il miracolo: è il prete ideale contro le divisioni clericali

A ciascuno il suo don Camillo. Nel cinquantesimo della morte di Giovannino Guareschi – monarchico e tradizionalista, nonché anticomunista rinchiuso in un lager nazista dopo l’Otto Settembre – il prete simbolo della sua letteratura è una figura ricordata con amore e nostalgia sia dalla destra clericale degli antibergogliani sia dalla Chiesa della misericordia di Francesco. Quasi un miracolo di questi tempi.

Per l’anniversario della morte dello scrittore è stata pure celebrata, sabato scorso, una messa di suffragio con il rito antico in latino a Roncole Verdi, in provincia di Parma, dove è sepolto. E così è tornata d’attualità una lunga lettera che lo stesso Guareschi scrisse a Don Camillo nel 1966 sul Borghese, dopo la rivoluzione conciliare giovannea. Un articolo sferzante e sanguigno in cui l’altare diventa una “tavola calda modello Lercaro” (lo storico arcivescovo “progressista” di Bologna) e Don Camillo è costretto a officiare clandestinamente la messa in latino. In attesa delle “macchinette distributrici di ostie” e della “confessione per telefono”.

Anche per questo, don Camillo è diventato un pilastro della roccaforte tradizionalista che mai come adesso conduce una battaglia apocalittica contro “l’eretico” Bergoglio, colpevole di protestantizzare la Chiesa.

Eppure, a differenza dei tanti farisei di oggi, don Camillo ha una carica umana lontana anni luce dalla destra xenofoba e cattolica che predica contro i “negri” e gli “zingari” e predilige la Dottrina al perdono. Senza dimenticare che fa bere l’olio di ricino al suo vecchio persecutore fascista. Il risultato è che il sacerdote interpretato dal grande Fernandel piace ai due papi della Chiesa, il regnante e l’emerito, come ha riportato L’Osservatore Romano riprendendo la rivista Vita e Pensiero.

Benedetto XVI rivelò infatti a Peter Seewald la sua passione per i film di don Camillo e Peppone, mentre Francesco nel 2015 disse: “Di sé don Camillo diceva: ‘Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro’”. Il contrario dei farisei.

Volete investire in valute estere? La soluzione è farlo in contanti

Inveire contro il fisco vessatorio, assurdo e voraceè uno sport nazionale e io non amo nessuno sport, tanto meno questo. Però a volte qualche lamentela è fondata.

Prendiamo un risparmiatore che per diversificare i suoi investimenti in valute estere abbia deciso di tenere un po’ di dollari. Non volendo rischiare con l’acquisto di titoli, soggetti al su e giù (e in particolare al giù) delle quotazioni, apre un conto valutario. In banca gli consigliano, per evitare implicazioni fiscali, di stare sotto i 51.645,69 euro, equivalente dei vecchi 100 milioni di lire. Così fa e giusto un anno fa prende 55 mila dollari investendo circa 46.500 euro. Segue poi l’andamento del suo gruzzoletto e lo vede muoversi, ma mai avvicinarsi alla soglia suddetta. Credeva così di essere a posto.

Invece no, perché qualche mese fa una lettera della banca gli comunica che essa ha inviato al Fisco una segnalazione nominativa delle sue operazioni. Infatti l’articolo 67, comma 1, lettera c/ter Dpr 917/1986 prevede la tassazione delle plusvalenze valutarie se si supera il massimo previsto.

Ma c’è un inghippo, perché la circolare ministeriale numero 165 del 24 giugno 1998 stabilì che tale calcolo dev’essere fatto “in base al cambio di inizio anno”.

E i suoi dollari al cambio di inizio 2017, livello da lui però mai visto, corrispondevano a 52 mila euro. Da ciò il superamento formale della soglia e l’obbligo di compilazione del quadro Rt del modello Unico, dopo conteggi non semplici. D’accordo che non dovrà versare nulla, perché l’anno scorso a fine dicembre il dollaro era più basso che a fine luglio. A causa però di una trappola contabile, si è trovato sul groppone un rompicapo inatteso, si è bruciata l’alternativa del più comodo modello 730 per la dichiarazione dei redditi, magari precompilato, e ha dovuto pagare la parcella di un fiscalista. Per investire in dollari, sterline ecc. bisogna quindi per forza comprare obbligazioni o titoli di Stato nella rispettiva valuta? No, perché c’è una soluzione che taglia la testa al toro.

Sono i contanti. Se infatti avesse prelevato i 55 mila dollari in bigliettoni verdi, non avrebbe avuto nessun obbligo fiscale, non avrebbe pagato nessuna imposta di bollo e inoltre non avrebbe corso neppure nessun rischio di bail in (salvataggi bancari a spese di azionisti e obbligazionisti) con la banca o di default dei titoli acquistati.

Un’ulteriore dimostrazione di come le banconote, in euro o estere, siano un’alternativa da non trascurare, per l’impiego dei propri risparmi.

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La contraddizione dell’eterologa

La fecondazione eterologa in Italia è ammessa con una contraddizione che non è ancora stata risolta e che la politica forse non vorrà mai risolvere. I donatori di gameti da noi non possono ricevere alcun rimborso. Di conseguenza pochissimi sono disposti a prestarsi (il prelievo di ovociti, ricordiamolo, richiede un intervento chirurgico): in due anni, dal 2015 al 2017, ci sono stati appena 12 donatori femminili e 62 maschili (a cui vanno aggiunti 68 donazioni in egg-sharing). Insufficienti per il fabbisogno nazionale. Per questo oltre il 90 per cento di ovociti e di liquido seminale li importiamo da Paesi stranieri, dove però i donatori non si immolano a costo zero per il sistema sanitario. Un’ipocrisia insomma. Non certo una questione economica, perchè fatti i conti importare gameti dall’estero ci sta costando di più. Facciamo l’esempio della Spagna, da cui compriamo il maggior numero di gameti. Per farsi mandare sei ovociti, quelli che servono per un trattamento, le Regioni pagano circa tremila euro. Per lo sperma, 400 euro. Se il rimborso ai donatori (che in Spagna è di 900 euro) fosse introdotto anche qui il costo sarebbe praticamente identico.

Col prestito vitalizio si rischia la casa: se lo conosci, lo eviti

Aiutare gli anziani a vivere un’esistenza serena. Che nobile scopo si è prefissa la politica italiana quando nel 2005 ha deciso di introdurre in Italia il prestito vitalizio ipotecario (scopiazzandolo dall’istituto americano del reverse mortgage) – vale a dire la possibilità per gli over 60 di ipotecare la casa per avere un finanziamento – scoprendo però ben presto che si trattava solo di un’ingombrante eredità per le future generazioni. Tant’è che per oltre un decennio questo prodotto è rimasto nei cassetti a prendere polvere, fino a quando nel marzo 2016 – complice la stretta del credito – è stato ritirato fuori dal governo Renzi per fare cassa sfruttando la ricchezza degli italiani per eccellenza: il mattone. Con un po’ di modifiche e qualche aggiustamento rispetto alla versione iniziale, da due anni gli ultrasessantenni che hanno bisogno di liquidità possono così richiedere a banche o intermediari finanziari un prestito garantito da un’ipoteca di primo grado a garanzia della restituzione del prestito, degli interessi e delle spese.

In pratica, viene concesso un finanziamento a fronte dell’iscrizione di un’ipoteca sulla casa, che il proprietario non sarà costretto a vendere potendo continuare a viverci, mentre la restituzione del capitale e degli interessi va a carico, in tutto o in parte, agli eredi dopo il decesso di chi ha sottoscritto il contratto. Questo il maggiore vantaggio, visto che nonostante i 13,5 milioni di over 60 (che rappresentano il 22,3% della popolazione italiana) detengano circa 3 miliardi di euro del patrimonio immobiliare e siano liquidi, grazie alla pensione, quando poi si rivolgono alle banche gli vengano negati prestiti o mutui non potendo comprovare, per ovvie ragioni anagrafiche, la propria sostenibilità nel tempo. E poco importa se proprio gli ultrasessantenni negli ultimi anni abbiano rappresentato il pilastro del welfare familiare, in mancanza di quello statale.

Alla prova dei fatti, però, il meccanismo con cui si articola il prestito vitalizio ipotecario “lo rende troppo oneroso per chi lo stipula. Prima di sottoscriverlo, bisogna valutare bene tutte le condizioni”, spiega Pierluisa Cabiddu, consigliere nazionale del Notariato che ha coordinato un vademecum sullo strumento di prossima pubblicazione. “Anche se non si pagano le rate periodiche – prosegue Cabiddu -, il limite più grande è che gli interessi maturano non solo sul capitale, ma anche sugli interessi scaduti, facendo scattare il cosiddetto anatocismo. Un’insidia da non sottovalutare”. Il calcolo è presto fatto: ipotizzando un tasso fisso del 4%, il primo anno con un capitale da 50mila euro si pagheranno 2mila euro; il secondo anno con un capitale di 52mila euro, gli interessi arriveranno a 2.080 euro: il terzo anno il capitale di 54.080 porterà a sborsare 2.163,20 euro e così a seguire. Quindi, se una persona di 70 anni ottiene un prestito vitalizio ipotecario di 50.000 euro, al compimento di 85 anni maturerà un debito di 86.500 euro.

Tanto che secondo un recente monitoraggio effettuato da Il Salvagente, confrontando i fogli informativi di un paio di offerte di prestito vitalizio ipotecario proposte da alcune banche, emerge che a fronte di un’erogazione di 100mila euro, il capitale da restituire dopo 15 anni andrà da 180.000 euro a oltre 215.000 euro. Insomma, non proprio un affare per il cliente e per i suoi eredi. Gli accorgimenti non finiscono qui. Massima attenzione va prestata anche al rimborso integrale del prestito che può avvenire senza capitalizzazione (si rimborsano gradualmente gli interessi e le spese prima della morte) lasciando agli eredi l’incombenza del rimborso del solo capitale) o con capitalizzazione (gli eredi dovranno rimborsare il prestito integralmente entro 12 mesi dalla morte del caro sia il capitale che gli interessi e le spese capitalizzati annualmente).

Si può anche decidere di vendere la casa per ripagare la banca. Ma se gli eredi non hanno i soldi, gli istituti di credito possono provvedere in proprio alla vendita dell’immobile restituendo agli eredi soltanto la parte del guadagno eventualmente dovuto senza dover ricorrere a un’ordinaria procedura esecutiva giudiziaria. Dopo l’anatocismo, insomma, un altro regalo alle banche che hanno anche una posizione dominante sui contraenti. Senza sottovalutare che un figlio potrebbe scoprire solo alla lettura del testamento di non aver più in eredità la casa dei genitori.

“Il prestito vitalizio ipotecario sarebbe anche un utile strumento patrimoniale alternativo alla nuda proprietà o alla cessione del quinto, ma a oggi non ha ancora soddisfatto i requisiti di efficacia e di garanzia. Per non renderlo un’occasione mancata, la politica dovrà fare alcuni interventi correttivi. Intanto noi notai siamo chiamati a spiegarne bene i meccanismi per far comprendere i vantaggi e i rischi”.

Assicurazioni sanitarie: offensiva con pubblicità aggressive

Se non si investe di più il nostro sistema sanitario sarà sempre meno sostenibile. Ce lo ha ricordato la Corte dei Conti nel rapporto di finanza pubblica 2018. Bisogna rivedere ticket, governance farmaceutica e sblocco del turnover, scrivono i magistrati. Per uscire dallo stallo la via dunque è rafforzare il Sistema sanitario nazionale (Ssn), uno dei pochi al mondo a essere ancora totalmente pubblico e universalistico. Un vanto da difendere. Anche dall’aggressiva campagna mediatica delle compagnie assicurative pro sanità integrativa fatta di polizze, fondi e mutue, che usa toni catastrofici e spara numeri impressionanti.

Occorre però sgombrare il campo da “procurati allarmi”, così li definisce la Federazione delle aziende sanitarie pubbliche (Fiaso), e prendere ogni cifra con le pinze. Prendiamo l’ultimo rapporto Censis-Rbm “assicurazione salute” in cui si denuncia che la spesa sanitaria privata è salita a 40 miliardi di euro nel 2017 (tre in più rispetto al 2016) e che essa crea iniquità sociale perché il cittadino deve scegliere tra pagare o non curarsi. “L’aumento della spesa privata – per il direttore dell’Osservatorio sui consumi privati in sanità della Bocconi, Mario Del Vecchio – va di pari passo con l’aumento del Pil e degli investimenti nel pubblico: non significa che il servizio nazionale non garantisce le cure essenziali, ma che la gente è disposta a pagare prestazioni non indispensabili”. Non solo. Va anche considerato che quasi la metà della spesa out of pocket riguarda i ticket per i farmaci di fascia A – che sono la forma di compartecipazione alla spesa pubblica istituita per legge –, i costi per la differenza tra farmaci branded e generici (passati dallo Stato), e quelli per i farmaci di fascia C, a carico totale del cittadino. Un quinto se ne va per il dentista. Poi ci sono le spese per visite ed esami, inclusi, si badi bene, i ticket per quelli in regime pubblico. Infine, una quota per occhiali e protesi. Un altro dato da smentire, pubblicato nel rapporto Cenis-Rbm, sono i 7 milioni di italiani che si sono indebitati per finanziarsi le cure e i 2,8 che hanno addirittura venduto casa. “Sono cifre infondate – commenta Del Vecchio –, l’indagine si basa su un campione di mille intervistati non rappresentativo”. “Se il totale dei ricoveri registrati è di 9 milioni significa che tutti quelli che hanno avuto bisogno di cure si sono indebitati, è folle”, reagisce Carlo Palermo, segretario del sindacato dei medici dirigenti del Ssn (Anaao). Che oggi in diverse aree del Paese il sistema sanitario sia in affanno, con liste di attesa interminabili, è fuori discussione. “Il problema va risolto all’interno del servizio pubblico assumendo più medici e infermieri – sottolinea la Anaao–, oggi ne mancano oltre 60mila. Dal 2009 il fondo sanitario è stato ridotto, se invece ogni anno lo aumentiamo di 2/3 miliardi si possono snellire i tempi di attesa. Ogni Regione deve valorizzare le sue risorse”.

Dello stesso avviso è Del Vecchio: “Vanno stanziati fondi straordinari a livello locale per garantire le prestazioni in sofferenza e per ovviare all’intermediazione delle polizze, che agiscono su un piano generale e non danno risposte strutturali”.

La Bce boccia Carige: “Ritardi sul piano”

Bce boccia il piano di risanamento Carige. Bacchetta azionisti e amministratori. Lancia un allarme per il capitale e contesta la mancata emissione di obbligazioni subordinate fino a 500 milioni. Fino al passaggio decisivo in cui si chiede di “valutare un’aggregrazione”.

La lettera del 20 luglio è stata resa nota ieri. La vigilanza europea chiarisce di “non approvare il piano di conservazione del capitale presentato da Carige il 22 giugno 2018”. Aggiunge: “Il Soggetto vigilato non rispetta il requisito patrimoniale complessivo (richiesta complessiva di capitale Overall Capital Requirement, OCR) pari al 13,125% dal 1° gennaio 2018. Nel primo trimestre del 2018, il coefficiente di capitale totale (Total Capital Ratio) era del 12,23%, 89 punti base sotto l’OCR”.

È il tallone d’Achille sottolineato, come rivelato dal Fatto, dal consigliere Stefano Lunardi nelle sue dimissioni. La Bce non fa sconti: “Nel Piano di conservazione del capitale del 18 aprile 2018 erano state programmate una serie di misure di riduzione dell’attività ponderata per il rischio da eseguirsi a giugno 2018: nessuna di tali misure è stata eseguita entro la tempistica iniziale”. Torna d’attualità il piano delle cessioni dei gioielli di famiglia: la partecipazione in Bankitalia e quella di Autofiori. A suscitare polemiche fu il prezzo proposto per l’autostrada: 88 milioni, il valore a bilancio. Una vendita che i critici hanno giudicato “sottocosto e, a queste condizioni, inutile”.

La Bce indica i passi per arrivare a un nuovo piano di risanamento entro novembre: “L’emissione di strumenti di capitale di classe 2 costituisce la pietra angolare del Piano aggiornato”. Ecco il primo nodo: l’emissione delle obbligazioni subordinate, cioè quelle che vanno in fumo subito dopo le azioni in caso di crac della banca secondo il famigerato principio del bail-in.

La Bce, come si legge anche in una nota diramata da Carige, chiede entro il 30 settembre la convocazione dell’assemblea per nominare il nuovo presidente. La vigilanza europea evidenzia che “una struttura di governo pienamente funzionante è particolarmente cruciale in questo momento”. Il riferimento è al cda da cui si sono dimessi il presidente (Giuseppe Tesauro), il vice (Vittorio Malacalza, principale azionista) e altri due consiglieri. Quel governo societario che “non è pienamente funzionante e rappresenta una concreta fonte di rischio reputazionale e operativo… il funzionamento del Cda ha risentito nel tempo di un elevato tasso di avvicendamento… dal 2014 la gestione esecutiva è stata affidata a 3 diversi ad”, mentre “dei 15 membri che erano originariamente parte dell’attuale Cda, nominato a marzo 2016, 10 hanno rassegnato le dimissioni, principalmente a causa di divergenze tra gli amministratori e i rappresentanti degli azionisti principali”. Infine, si fa notare, “il Cda non ha deciso prontamente in merito a una tempistica per la nomina di un nuovo presidente”.

Carige ieri ha diffuso le sue repliche: la convocazione dell’assemblea è all’ordine del giorno del cda del 3 agosto. È già avviato il percorso per l’emissione delle obbligazioni subordinate e le cessioni. Certo, non sarà facile, viste le inchieste delle procure, le richieste di revoca del cda pendenti e il dissidio tra Malacalza e vertici. La Bce conclude che il nuovo piano “dovrebbe valutare tutte le opzioni, inclusa un’aggregazione aziendale”. Ma nei corridoi della banca c’è chi chiede: “È un modo per salvare la banca o per spingerla nelle braccia di una banca più grande pochi mesi dopo la raccolta di 200 milioni presso i piccoli risparmiatori nell’ultimo aumento di capitale?”.

“È un miracolo, ma non so quanto durerà davvero”

“La guerra è finita?”, Angelo del Boca, il più importante storico del colonialismo italiano, riflette e poi pronuncia un “mah…”.

Il pallottoliere della morte tra Eritrea ed Etiopia segna cifre con cui oggi si possono cominciare a fare finalmente i conti: due decenni di conflitto e 80mila vittime, seguiti dall’indipendenza di Asmara nel 1993. Adesso però la firma di Abiy Ahmed e Isaias Afewerki è sulla “dichiarazione di pace e amicizia”.

Non me lo aspettavo perché conosco le testardaggini eritrea ed etiope: sono due paesi che hanno fatto guerre lunghissime per piccolissimi pezzetti di territorio, decenni di lotta per piccoli punti al confine.

Invece oggi ripartono i voli delle compagnie aeree, riaprono le sedi diplomatiche. I due leader si sono abbracciati. Il conflitto sembra finito. Cosa ha pensato quando ha visto le immagini?

Che era un miracolo, ma un miracolo che però non so quanto durerà, posso valutarlo per quel che è, un passo importante, ma non so quanto definitivo; resisterà solo nel caso in cui si riuscirà a sopportare il processo di pacificazione.

In un territorio che vive in incertezza sociale, umanitaria ed economica, che non ha conosciuto sosta da tensioni militari per decenni, quante possibilità ha la pace di iniziare davvero?

Questa riappacificazione arriva in ritardo, non so chi dei due romperà l’alleanza, ma io temo che si romperà.

Se così non fosse, questo cambiamento influirà su più futuri, equilibri, prospettive?

In Eritrea, per esempio, non c’è più motivo di scappare adesso, i giovani fuggivano dal servizio militare che durava anni ed anni, adesso dovrebbe non accadere più, spero che duri, ma ripeto, temo non sarà così.

La storia scorre, la realtà cambia, le mappe si espandono…

Si ed è il timore del diverso, dello straniero, che nella storia ha sempre lasciato vuoti terribili. Poi c’è la responsabilità delle potenze coloniali, anche se ultimamente l’Italia aveva cercato di trasformare la sua politica. Spero solo che ora si rendano conto che hanno lasciato passare troppi anni.

All’Eritrea noi italiani abbiamo scelto perfino il nome dello Stato.

Abbiamo responsabilità in Eritrea, ma anche in Somalia. Noi i confini glieli abbiamo disegnati, per noi era normale, abbiamo rettificato il senso di Stato ed etnia all’Africa.

Parliamo dell’Africa in Africa. Poi c’è quella in Europa, l’Africa in migrazione. Sono anni di crisi e populismi, alleanze sghembe e razzismi. Guardando dal sud al nord del mondo e viceversa, qual’è la mappa del futuro con cui dovremo confrontarci?

L’Africa ha un destino terribile, nel giro di 50 anni triplicherà la sua popolazione. Tra 50 anni saranno due miliardi, sono popolazioni che devono avere uno sfogo e lo sfogo è l’Europa. Gli europei potranno fare quello che vogliono, ma è difficile bloccare un continente con una tale vitalità. Ma ci sono personaggi in giro che non hanno il senso della realtà, c’è uno che urla tutti i giorni ed è impossibile fermarlo.

I toni della propaganda sono sempre più alti.

Si e c’è in giro un personaggio pericoloso, che ha seguito. Agli italiani basta dire “non facciamo più entrare gli africani”, è un motto che ha subito successo.

Sta parlando di Salvini?

Certo, sto parlando di Salvini. Non avrei mai pensato si arrivasse a questo punto.

Corno d’Africa: la Storia fa i conti con la realtà

Si sono animate di colpo giovedì mattina le strade assolate e semi deserte di Badme, il polveroso villaggio sulla linea di demarcazione fra Etiopia e Eritrea. Soldati dal volto segnato dal sole e da quella camminata poco marziale che contraddistingue tutti i militari d’Africa, sono saliti sui grandi camion verdi e dopo vent’anni anni hanno abbandonato le loro posizioni. Si sono ritirati. Perché la più lunga guerra che ha lacerato l’Africa è finalmente finita. Badme – che ha solo valore simbolico per Addis Abeba e Asmara – venne assegnata all’Eritrea nel 2002 da un arbitrato internazionale nell’ambito di un accordo di pace tra le due parti, dopo una guerra fratricida che aveva provocato 100.000 morti. Ma l’Etiopia rigettò il lodo arbitrale e da allora ha ostinatamente mantenuto uno stallo militare, “né pace né guerra”.

Le visite reciproche del nuovo premier etiope Abiy Ahmed ad Asmara e quella del presidente Isaias Afewerki a Addis Abeba hanno consentito ai due Paesi di siglare finalmente una “dichiarazione congiunta di pace e amicizia”. Dietro questa definizione che appare generica e innocua si cela quello che potrebbe essere uno dei più importanti cambiamenti politici nell’Africa orientale negli ultimi 20 anni. Con un semplice accordo in cinque punti, i presidenti di Etiopia ed Eritrea hanno messo fine a uno dei conflitti più costosi e devastanti del continente. La ritirata delle truppe etiopi da Badme è una delle prove più evidenti. Sono già state ripristinate le linee telefoniche, i primi voli collegano le due capitali, stanno riaprendo anche le ambasciate a suggellare la piena ripresa delle relazioni. L’accordo alimenta anche le speranze di cambiamenti interni ai due Paesi, che l’Eritrea proceda sulla strada della democratizzazione, che tuteli i propri cittadini e cessi la fuga dei giovani che vogliono scampare al servizio militare “permanente”.

Anche sul versante etiopico la riconciliazione e il programma progressista di Abiy Ahmed, che include la liberalizzazione dell’economia, la scarcerazione dei dissidenti e la fine dello stato di emergenza imposto dopo le proteste anti-governative, fa nutrire molte aspettative. Ma potrebbero incontrare qualche difficoltà dal Tigrayan People’s Liberation Front (Tplf) – espressione dell’etnia dominante dalla caduta del Derg pur rappresentando solo il 6% della popolazione – che ha subito l’ascesa al potere di Abiy Ahmed (Oromo People’s Democratic Organization) che appartiene a un’etnia rivale, gli Oromo appunto, il più numeroso gruppo etnico fra gli 80 che compongono la popolazione etiope. La minoranza del Tigray ha nelle sue mani le redini della ricchezza e del potere politico attraverso il Tplf, una “primazia” che ha suscitato negli ultimi anni un forte malcontento. Nell’estate del 2016 le proteste unite degli Oromo e degli Amhara suscitarono disordini che portarono il governo a dichiarare lo stato di emergenza in ottobre. E fu l’inizio della fine della supremazia dei tigrini. Il giovane Abiy Ahmed, 41 anni, ha subito capito che l’impegno militare nelle operazioni di peacekeeping in Somalia, Sudan e Sud Sudan, rendevano improponibile la presenza di truppe etiopiche al confine con l’Eritrea. E l’ormai ex-nemico è più ricco e meno isolato di una volta. Gli Emirati Arabi Uniti hanno preso in leasing il porto eritreo di Assab nel 2015 e hanno costruito una base nelle vicinanze per sostenere attraverso il Mar Rosso la guerra che con l’Arabia Saudita combatte nello Yemen. L’Etiopia, secondo paese più abitato del continente con una popolazione stimata in oltre 100 milioni, potrebbe fare da volano per trasformare l’intera regione in una influente area economica interconnessa.

La mancanza di uno sbocco sul mare ha “obbligato” Addis Abeba in questi anni a usare esclusivamente il porto di Gibuti ma adesso con le stabili relazioni con Asmara si aprono nuove prospettive per i commerci. In questo modo anche l’Eritrea, con una popolazione stimata di poco superiore ai 3 milioni, avrebbe l’opportunità di rivitalizzare la propria economia, sfruttando soprattutto l’area di confine dove dovrebbero avvenire nuovi investimenti, anche sotto la pressione dei partner internazionali (l’Italia è il secondo partner commerciale dopo l’Arabia Saudita) e di altre parti interessate, come l’Unione europea, intenzionata a far fronte alla crisi migratoria agendo sui Paesi di origine. Sulla mobilità della popolazione influiranno però i riflessi che questi cambiamenti di politica estera avranno sulla politica interna, soprattutto in Eritrea, dove le aspettative sembrano maggiori, in quanto un ritorno alla normalizzazione dovrebbe significare un allentamento del regime di controllo finora giustificato con la minaccia etiopica e la fine del National service, il servizio militare obbligatorio “a vita”. Una misura che ha spinto in questi anni i giovani eritrei a fuggire dal proprio paese. La quasi totalità dei richiedenti asilo eritrei in Europa indica la coscrizione obbligatoria come motivo di fuga. Dal 2015 gli eritrei sono per numero la terza nazionalità ad entrare in Europa via mare, quinti nel giugno 2018 per numero di arrivi in Italia.

Nel 2016 l’Unhcr ha registrato quasi mezzo milione di rifugiati eritrei in vari paesi del mondo, ovvero circa il 15% della popolazione. Il presidente Afeweki – l’unico finora conosciuto dai suoi abitanti visto che è al potere da 25 anni – ha sempre affermato che la mobilitazione militare era resa necessaria dall’occupazione dei suoi territori da parte dell’Etiopia, ed era anche il principale ostacolo all’adempimento dei suoi obblighi nella protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Ora che la guerra è finita non ha più alibi, se mai ne ha avuti. Quelle che arrivano da Addis Abeba e Asmara potrebbero essere buone notizie per chi, come il governo italiano, si sente impegnato nel cercare di limitate i flussi di migranti, sostenendo le economie dei Paesi da cui si “allontanano”. Al momento non si conosce l’esistenza di “piano per l’Africa” del governo Conte, peccato perché è da qui che si potrebbe cominciare per incidere sui flussi migratori.