Juan les Pins, festival del Jazz. Prima del concerto di Norah Jones. Incontro un amico, si occupa di una libreria. Ogni tanto viene a Milano. “Ma che sta succedendo nella tua città?”. “Il solito…”. “Sei reticente”. “Ti riferisci a cosa? Al fatto che c’è chi vuole riaprire i Navigli?”. “No, non pigliarmi per il bavero! Parlo di Salvini: non è milanese?”. “Ah, ti interessa il Trump del Lorenteggio?”. “Il Trump di che?”. “Del quartiere dove è nato, in periferia, verso San Siro”. “Qui in Francia continuano a descriverlo come un personaggio rozzo, barbuto, incolto, senza diploma universitario, che gioca a carte in trattoria… e poi ha fatto scalpore la notizia che ha querelato Roberto Saviano, sai, è molto conosciuto da noi”. “Beh, ne sapete di cose sul Trump del Lorenteggio…”. “Ti lancio un’idea: perché non fate a Milano un festival come il nostro qui a Juan, ma dedicato alla tirannìa identitaria?”.
“Ci mancherebbe pure questo, a Milano scoppierebbe il finimondo”. “Immagina la musica dell’intolleranza. Il rock della xenofobia. Il rap del ‘prima gli italiani’, il concerto degli odi incrociati, il revival musicale di quando c’era Lui…”. “Vedo che la metà italiana d’origine antifascista ti si sta risvegliando…”. “Rivoltando”. “Come quando Marina Le Pen ha tentato l’assalto all’Eliseo?”. “Peggio: dicono che gli italiani stanno tornando fascisti e che Milano è l’ultima grande città che resiste all’estrema destra”. “Vero. L’internazionale populista vuole la capitolazione della nostra città”. “Dicono che il tuo Salvini usi Facebook come Trump twitta”. “È un politico dei nostri tempi, ingolfa la Rete delle sue invettive”. “Che contraddizione: Milano era città di Dario Fo, e adesso rischia di essere quella del suo opposto. Vi invidio: almeno non vi annoiate…”. “Milano ha vissuto immani tragedie, sopportato invasioni e distruzioni. Ogni volta, rinasce più forte. Sopporteremo anche questa disgrazia”.