“A differenza di altre organizzazioni criminali, Cosa nostra non può rinunciare a dotarsi di un nuovo capo”. E il capo dei capi Totò Riina è morto al 41 bis il 17 novembre 2017, ma “è assai improbabile che a succedergli sia Matteo Messina Denaro”. Chiusa (parzialmente) la pagina della trattativa Stato-mafia con le motivazioni della sentenza pubblicate nell’anniversario della morte di Paolo Borsellino, partiamo da questa premessa – contenuta nell’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia al Parlamento – per un viaggio attraverso strade e rioni di Palermo, trazzere di campagna che portano ad Agrigento o a Trapani, per capire quali boss in libertà potrebbero oggi sedersi al tavolo della Piovra se tornasse a riunirsi la commissione, il massimo organo decisionale della mafia congelato dall’arresto di Riina (15 gennaio 1993).
“L’esistenza in vita – si legge nella relazione – di un capo carismatico anche se anziano e ammalato, detenuto al regime 41 bis ha, infatti, ostacolato la riattivazione dell’organismo decisionale centrale di Cosa nostra e, conseguentemente, l’esercizio di strategie comuni di lungo periodo”. Ma “dopo il 17 novembre è quasi automaticamente iniziata una nuova fase di riassetto degli equilibri, nel cui ambito è ragionevole supporre che possa persistere la tendenza, sedimentata negli ultimi decenni nella parte occidentale dell’isola, che finora ha visto Cosa nostra trapanese e agrigentina agire in sostanziale sintonia con le famiglie palermitane, le cui dialettiche interne potrebbero così continuare a influenzare l’intera struttura”, anche “con riferimento alla guida dell’organizzazione”.
Palermo. “In base alle acquisizioni info-investigative – spiega la Dia –, nelle consorterie mafiose palermitane vi sarebbe un certo fermento per assicurare alla struttura criminale una guida definita, riconosciuta e pienamente operativa”. Da una parte ci sono “giovani capi emergenti” alla ricerca “di spazi per imporsi, entrando in conflitto con anziani uomini d’onore”. Dall’altra proprio “agli anziani uomini d’onore, pur in assenza di una formale investitura, è stato finora spesso riconosciuto il potere”. Per adesso siamo ancora in presenza di una fase di “inabissamento” ma rimane, scrive la Dia, “una notevole potenzialità offensiva”. Solo Palermo città conta ancora 32 “famiglie” per 8 “mandamenti”. Allargando lo sguardo alla provincia del capoluogo contiamo altre 32 famiglie per 7 mandamenti. Avrebbe pieno diritto a sedere a capo tavola in una riunione della supercomissione, e lo sta rivendicando, come questo giornale ha scritto il 9 febbraio, il 14 e il 17 maggio scorso, Stefano Fidanzati (famiglia dell’Arenella, mandamento di Resuttana). Fidanzati è cresciuto all’ombra del compianto fratello Gaetano, morto nel 2013 e uno dei boss che ha aperto verso Milano le autostrade della droga. I Fidanzati, poi, pur non essendo tra i clan sterminati dai Corleonesi nella guerra di mafia grazie al patto di ferro con la San Giuseppe Jato dei Brusca, appartengono all’aristocrazia mafiosa dell’asse Palermo-New York.
Dal vecchio al giovane, un altro che proverebbe a sedersi a capo tavola, senza troppo chiedere il permesso, in un’eventuale riunione del vertice di Cosa nostra sarebbe il “giovane” Calogero Lo Piccolo, figlio di Salvatore, il Barone di San Lorenzo. Qualche pretesa potrebbe averla anche Cosimo Vernengo della Guadagna e, soprattutto, Gaetano Scotto (Resuttana), da sempre l’uomo delle relazioni con apparati deviati dello Stato. Al tavolo, indiscutibilmente, sarebbero invitati anche Baldassarre Migliore (Passo di Rignano), “l’amerikano” Tommaso Inzerillo, Filippo Bisconti (Belmonte Mezzagno) e Giuseppe Sansone (Uditore). Un posto d’onore sarebbe senz’altro riservato alla famiglia di Brancaccio, con Giuseppe Guttadauro in prima fila ma anche con Benedetto Graviano, 60 anni, l’unico dei tre fratelli non al 41 bis, trasferitosi a Roma da anni ma ultimamente ricomparso per le strade del quartiere. D’altra parte, uno dei timori degli investigatori, è che nonostante “un generale senso d’insofferenza verso la leadership corleonese, ormai provata e decimata (…), l’autorità di tale vertice potrebbe adesso essere messa in discussione, evidenziando tutte le difficoltà dell’organizzazione e generando attriti, anche di forte entità”. Non esclude, quindi, la Dia una nuova guerra di mafia, anche se l’unico rimasto libero tra i Corleonesi con qualche ambizione di comando è Giovanni Grizzaffi, 70 anni, nipote di Totò Riina.
Trapani. 17 famiglie per 4 mandamenti. Avrebbe diritto, ovviamente, a sedere al tavolo Matteo Messina Denaro, il super latitante a cui lo Stato dà la caccia con un imponente dispiegamento di mezzi, uomini e risorse dal 1993. La situazione in Cosa nostra “non può prescindere dal suo ruolo”, scrive la Dia, “in grado di costituire un potenziale riferimento, anche in termini di consenso”, anche se “i sodalizio mafiosi palermitani non accetterebbero di buon grado un capo proveniente da un’altra provincia”. Quindi, se pur non al comando, la sua sedia sarebbe prevista e la sua influenza sull’organizzazione assicurata. Accanto a lui sederebbero il fratello Salvatore Messina Denaro, il cognato Vincenzo Panicola, l’ex consigliere comunale Franco Orlando, punciuto da Matteo in persona, Francesco Domingo, meglio conosciuto come don Ciccio Tempesta, e il super boss Mariano Asaro (Castellammare del Golfo). Liberi anche Francesco e Pietro Virga, detto il Coccordrillo, figli del vecchio ergastolano Vincenzo, arrestato nel 2001. “Uomini che per adesso non sparano ma mostrano di sapere presidiare le strade delle città trapanesi”, scrive il giornalista Rino Giacalone sul mensile siciliano S. Ad ogni modo, rileva la Dia, la frangia trapanese di Cosa nostra agisce, più delle altre nel resto dell’isola, “in sostanziale sinergia con le famiglie palermitane, con una tale comunione di obiettivi da ricondurle quasi sotto un’unica realtà criminale”. Il che significa, una volta di più, che se Messina Denaro non può essere l’uomo al timone di certo la sua parola ancora conta.
Caltanissetta. 17 famiglie per 4 mandamenti. La provincia sede della Procura nevralgica per la competenza su Palermo conta oltre a Cosa nostra anche diversi clan della Stidda di Gela, feroci e pericolosi, capaci negli ultimi mesi di alzare la testa e condizionare la vita sociale ed economica della zona.
Ma i non punciuti non possono sedere al tavolo della Piovra, al contrario dei rappresentanti della famiglia Madonia, a cui passa il testimone dopo l’arresto di Salvatore Rinzivillo, 57 anni, a cui è arrivata nell’ottobre scorso la squadra mobile guidata da Marzia Giustolisi. Caltanissetta è importante perché se a livello regionale “i settori più frequentemente interessati” all’azione criminale di Cosa nostra “sono quelli dello smaltimento rifiuti, della manutenzione del verde, della ristrutturazione di edifici scolastici e del rifacimento delle strade”, proprio qui, a San Cataldo, 23 mila abitanti, questo “sistema” è emerso soltanto pochi giorni fa coi sedici arresti dell’inchiesta Pandora firmata proprio dalla Procura di Caltanissetta. Funzionari del Comune, imprenditori e anche un carabiniere, coinvolti in una storia di traffico di rifiuti e appalti paradigmatica sulla modalità di infiltrazione della Piovra nella pubblica amministrazione.
Agrigento. 42 famiglie per 7 mandamenti. Appalti e scommesse on line sono i principali settori di riferimento della consorteria girgentana, decimata a gennaio nell’operazione “Mandamento della montagna” dei carabinieri del tenente colonnello Rodrigo Micucci. Proprio questa inchiesta permette di rilevare un tentativo di ritorno a un più stretto collegamento tra i mandamenti, preludio forse di una nuova supercommissione: “Frequenti e stretti rapporti tra esponenti mafiosi della provincia di Agrigento e i componenti di famiglie mafiose operanti in altri territori tra cui Palermo, Caltanissetta, Enna, Trapani, Catania e Ragusa, confermano ancora una volta la struttura unitaria della organizzazione mafiosa Cosa nostra”. Se non fosse stato proprio per questa operazione Francesco Fragapane potrebbe rivendicare un posto al tavolo: suo padre Salvatore sconta una condanna all’ergastolo per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo (San Giuseppe Jato, Palermo, 11 gennaio 1996).
Altre. A Enna sono attive 5 famiglie, a Siracusa 6, a Ragusa 2. A Messina 7, ma lo Stretto è territorio di frontiera, diviso fra Cosa nostra palermitana, ’ndrangheta e Cosa nostra catanese.
Catania. Sotto l’Etna è un’altra storia, come raccontato dal Fatto il 22 marzo scorso: qui la situazione è fluida come il magma del vulcano, ma, ad aver diritto ad un posto al tavolo della Piovra, su tutti ovviamente svetta Francesco Santapaola, secondo genito del super boss Nitto. E i Mazzei si stanno riorganizzando dopo l’arresto dei “colonnelli” Domenico Coglitore (ai domiciliari) e Franco Raciti.