I giovani rampolli di Archi alla conquista di Reggio

Un boss dentro e un reggente fuori. Le regole sono chiare come la linea di sangue che magistrati e forze dell’ordine sono costretti a seguire ogni qualvolta viene arrestato il capo di una famiglia di ’ndrangheta. La testa cade ma il corpo non muore. Anche con i mammasantissima dietro le sbarre al 41 bis e con una prospettiva di “fine pena mai”, infatti, sono sempre le stesse cosche a gestire i più importanti affari criminali in Calabria e nel resto d’Italia. Appalti, estorsioni, traffico di droga e riciclaggio di denaro impiegato in attività apparentemente lecite. Figli, nipoti, cugini, cognati e generi. I cognomi non cambiano: i Piromalli, Molé, Pesce e Alvaro nella Piana di Gioia Tauro, i De Stefano, Condello, Tegano e Libri a Reggio Calabria, i Nirta, Strangio, Pelle e Commisso nella Locride, i Mancuso nel vibonese.

Centinaia di arresti, migliaia di anni di carcere. E loro sono sempre lì: la forza della ’ndrangheta sta proprio nel carattere familiare abbinato alla sua capacità di rigenerarsi. Un’organizzazione orizzontale e verticistica allo stesso tempo. Arrestato un boss, un imprenditore mafioso, un esattore del pizzo o un capo locale, questi non fanno in tempo a varcare le porte del carcere che fuori c’è già chi ha preso il loro posto. Le indagini non finiscono mai. E mentre, per esempio, la Piana di Gioia Tauro, con il suo porto, è territorio incontrastato dei Piromalli e Pesce, buona parte della cocaina che viene trafficata in riva allo stretto è roba degli Alvaro.

Lo stesso vale per la Locride dove, mentre i boss della cosca Commisso marciscono in carcere, fuori ci pensano le cosiddette “seconde linee” a garantire gli affari della ’ndrina. E solo pochi giorni fa, alcune di queste seconde linee dei Commisso sono state arrestate assieme ad esponenti della cosca Cataldo di Locri nell’ambito dell’operazione “Arma Cunctis” per un vasto traffico di armi da guerra. Nonostante gli arresti che, dopo la strage di Duisburg nel 2007 hanno decimato le cosche di San Luca, sono sempre loro a gestire il traffico internazionale di cocaina. Lo certificano le sentenze secondo cui le tonnellate di droga che partono dal Sudamerica e invadono l’Europa sono prerogativa dei “santolucoti” e delle famiglie di Platì.

Reggio, invece, sta vivendo un parziale cambio generazionale. Se da una parte hanno finito di scontare la loro pena boss esperti come Orazio e Carmine De Stefano e presto, dopo 9 anni di carcere, tornerà libero anche Nino Caridi (il capo locale di San Giorgio e genero del defunto mammasantissima Mico Libri), dall’altra le novità degli ultimi anni sono senza dubbio i rampolli delle famiglie di Archi diventati il terrore della movida reggina. Nati tra la prima e la seconda metà degli anni Novanta, sono cresciuti con il mito di quei padri che, se non sono stati ammazzati nel periodo della seconda guerra di mafia, possono essere visti solo in carcere. Come Domenico Tegano detto Mico, primogenito del boss Pasquale. Con lui c’è sempre suo cugino Giovanni che la settimana scorsa è finito ai domiciliari per aver pestato un giovane avvocato “colpevole” di essersi lamentato delle modalità di guida dell’arcoto. “Lo sai chi sono io? – gli ha detto prima di aggredirlo – Sono Giovanni Tegano”.

Cosa nostra, prove di Cupola: i capi di oggi

“A differenza di altre organizzazioni criminali, Cosa nostra non può rinunciare a dotarsi di un nuovo capo”. E il capo dei capi Totò Riina è morto al 41 bis il 17 novembre 2017, ma “è assai improbabile che a succedergli sia Matteo Messina Denaro”. Chiusa (parzialmente) la pagina della trattativa Stato-mafia con le motivazioni della sentenza pubblicate nell’anniversario della morte di Paolo Borsellino, partiamo da questa premessa – contenuta nell’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia al Parlamento – per un viaggio attraverso strade e rioni di Palermo, trazzere di campagna che portano ad Agrigento o a Trapani, per capire quali boss in libertà potrebbero oggi sedersi al tavolo della Piovra se tornasse a riunirsi la commissione, il massimo organo decisionale della mafia congelato dall’arresto di Riina (15 gennaio 1993).

“L’esistenza in vita – si legge nella relazione – di un capo carismatico anche se anziano e ammalato, detenuto al regime 41 bis ha, infatti, ostacolato la riattivazione dell’organismo decisionale centrale di Cosa nostra e, conseguentemente, l’esercizio di strategie comuni di lungo periodo”. Ma “dopo il 17 novembre è quasi automaticamente iniziata una nuova fase di riassetto degli equilibri, nel cui ambito è ragionevole supporre che possa persistere la tendenza, sedimentata negli ultimi decenni nella parte occidentale dell’isola, che finora ha visto Cosa nostra trapanese e agrigentina agire in sostanziale sintonia con le famiglie palermitane, le cui dialettiche interne potrebbero così continuare a influenzare l’intera struttura”, anche “con riferimento alla guida dell’organizzazione”.

Palermo. “In base alle acquisizioni info-investigative – spiega la Dia –, nelle consorterie mafiose palermitane vi sarebbe un certo fermento per assicurare alla struttura criminale una guida definita, riconosciuta e pienamente operativa”. Da una parte ci sono “giovani capi emergenti” alla ricerca “di spazi per imporsi, entrando in conflitto con anziani uomini d’onore”. Dall’altra proprio “agli anziani uomini d’onore, pur in assenza di una formale investitura, è stato finora spesso riconosciuto il potere”. Per adesso siamo ancora in presenza di una fase di “inabissamento” ma rimane, scrive la Dia, “una notevole potenzialità offensiva”. Solo Palermo città conta ancora 32 “famiglie” per 8 “mandamenti”. Allargando lo sguardo alla provincia del capoluogo contiamo altre 32 famiglie per 7 mandamenti. Avrebbe pieno diritto a sedere a capo tavola in una riunione della supercomissione, e lo sta rivendicando, come questo giornale ha scritto il 9 febbraio, il 14 e il 17 maggio scorso, Stefano Fidanzati (famiglia dell’Arenella, mandamento di Resuttana). Fidanzati è cresciuto all’ombra del compianto fratello Gaetano, morto nel 2013 e uno dei boss che ha aperto verso Milano le autostrade della droga. I Fidanzati, poi, pur non essendo tra i clan sterminati dai Corleonesi nella guerra di mafia grazie al patto di ferro con la San Giuseppe Jato dei Brusca, appartengono all’aristocrazia mafiosa dell’asse Palermo-New York.

Dal vecchio al giovane, un altro che proverebbe a sedersi a capo tavola, senza troppo chiedere il permesso, in un’eventuale riunione del vertice di Cosa nostra sarebbe il “giovane” Calogero Lo Piccolo, figlio di Salvatore, il Barone di San Lorenzo. Qualche pretesa potrebbe averla anche Cosimo Vernengo della Guadagna e, soprattutto, Gaetano Scotto (Resuttana), da sempre l’uomo delle relazioni con apparati deviati dello Stato. Al tavolo, indiscutibilmente, sarebbero invitati anche Baldassarre Migliore (Passo di Rignano), “l’amerikano” Tommaso Inzerillo, Filippo Bisconti (Belmonte Mezzagno) e Giuseppe Sansone (Uditore). Un posto d’onore sarebbe senz’altro riservato alla famiglia di Brancaccio, con Giuseppe Guttadauro in prima fila ma anche con Benedetto Graviano, 60 anni, l’unico dei tre fratelli non al 41 bis, trasferitosi a Roma da anni ma ultimamente ricomparso per le strade del quartiere. D’altra parte, uno dei timori degli investigatori, è che nonostante “un generale senso d’insofferenza verso la leadership corleonese, ormai provata e decimata (…), l’autorità di tale vertice potrebbe adesso essere messa in discussione, evidenziando tutte le difficoltà dell’organizzazione e generando attriti, anche di forte entità”. Non esclude, quindi, la Dia una nuova guerra di mafia, anche se l’unico rimasto libero tra i Corleonesi con qualche ambizione di comando è Giovanni Grizzaffi, 70 anni, nipote di Totò Riina.

Trapani. 17 famiglie per 4 mandamenti. Avrebbe diritto, ovviamente, a sedere al tavolo Matteo Messina Denaro, il super latitante a cui lo Stato dà la caccia con un imponente dispiegamento di mezzi, uomini e risorse dal 1993. La situazione in Cosa nostra “non può prescindere dal suo ruolo”, scrive la Dia, “in grado di costituire un potenziale riferimento, anche in termini di consenso”, anche se “i sodalizio mafiosi palermitani non accetterebbero di buon grado un capo proveniente da un’altra provincia”. Quindi, se pur non al comando, la sua sedia sarebbe prevista e la sua influenza sull’organizzazione assicurata. Accanto a lui sederebbero il fratello Salvatore Messina Denaro, il cognato Vincenzo Panicola, l’ex consigliere comunale Franco Orlando, punciuto da Matteo in persona, Francesco Domingo, meglio conosciuto come don Ciccio Tempesta, e il super boss Mariano Asaro (Castellammare del Golfo). Liberi anche Francesco e Pietro Virga, detto il Coccordrillo, figli del vecchio ergastolano Vincenzo, arrestato nel 2001. “Uomini che per adesso non sparano ma mostrano di sapere presidiare le strade delle città trapanesi”, scrive il giornalista Rino Giacalone sul mensile siciliano S. Ad ogni modo, rileva la Dia, la frangia trapanese di Cosa nostra agisce, più delle altre nel resto dell’isola, “in sostanziale sinergia con le famiglie palermitane, con una tale comunione di obiettivi da ricondurle quasi sotto un’unica realtà criminale”. Il che significa, una volta di più, che se Messina Denaro non può essere l’uomo al timone di certo la sua parola ancora conta.

Caltanissetta. 17 famiglie per 4 mandamenti. La provincia sede della Procura nevralgica per la competenza su Palermo conta oltre a Cosa nostra anche diversi clan della Stidda di Gela, feroci e pericolosi, capaci negli ultimi mesi di alzare la testa e condizionare la vita sociale ed economica della zona.

Ma i non punciuti non possono sedere al tavolo della Piovra, al contrario dei rappresentanti della famiglia Madonia, a cui passa il testimone dopo l’arresto di Salvatore Rinzivillo, 57 anni, a cui è arrivata nell’ottobre scorso la squadra mobile guidata da Marzia Giustolisi. Caltanissetta è importante perché se a livello regionale “i settori più frequentemente interessati” all’azione criminale di Cosa nostra “sono quelli dello smaltimento rifiuti, della manutenzione del verde, della ristrutturazione di edifici scolastici e del rifacimento delle strade”, proprio qui, a San Cataldo, 23 mila abitanti, questo “sistema” è emerso soltanto pochi giorni fa coi sedici arresti dell’inchiesta Pandora firmata proprio dalla Procura di Caltanissetta. Funzionari del Comune, imprenditori e anche un carabiniere, coinvolti in una storia di traffico di rifiuti e appalti paradigmatica sulla modalità di infiltrazione della Piovra nella pubblica amministrazione.

Agrigento. 42 famiglie per 7 mandamenti. Appalti e scommesse on line sono i principali settori di riferimento della consorteria girgentana, decimata a gennaio nell’operazione “Mandamento della montagna” dei carabinieri del tenente colonnello Rodrigo Micucci. Proprio questa inchiesta permette di rilevare un tentativo di ritorno a un più stretto collegamento tra i mandamenti, preludio forse di una nuova supercommissione: “Frequenti e stretti rapporti tra esponenti mafiosi della provincia di Agrigento e i componenti di famiglie mafiose operanti in altri territori tra cui Palermo, Caltanissetta, Enna, Trapani, Catania e Ragusa, confermano ancora una volta la struttura unitaria della organizzazione mafiosa Cosa nostra”. Se non fosse stato proprio per questa operazione Francesco Fragapane potrebbe rivendicare un posto al tavolo: suo padre Salvatore sconta una condanna all’ergastolo per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo (San Giuseppe Jato, Palermo, 11 gennaio 1996).

Altre. A Enna sono attive 5 famiglie, a Siracusa 6, a Ragusa 2. A Messina 7, ma lo Stretto è territorio di frontiera, diviso fra Cosa nostra palermitana, ’ndrangheta e Cosa nostra catanese.

Catania. Sotto l’Etna è un’altra storia, come raccontato dal Fatto il 22 marzo scorso: qui la situazione è fluida come il magma del vulcano, ma, ad aver diritto ad un posto al tavolo della Piovra, su tutti ovviamente svetta Francesco Santapaola, secondo genito del super boss Nitto. E i Mazzei si stanno riorganizzando dopo l’arresto dei “colonnelli” Domenico Coglitore (ai domiciliari) e Franco Raciti.

 

Il signor Mario, il sale, il vino, Castellammare e il capo dello Stato

Quelli che amano la propria terra. Come il signor Mario. Anche se non ne dimenticano le storture. Sempre come il signor Mario. Li incontri e ti paiono esemplari di una umanità speciale e superiore. Un cartello colorato e un sorriso annunciano il mio accompagnatore per San Vito Lo Capo. Su Punta Raisi è scirocco infuocato. Mario regala parole e gesti che sono offerta di amicizia rispettosa, poi si mette alla guida della sua Passat scura in direzione Trapani. Un incanto di mare continuo. Blu, smeraldo, ancora blu. Siamo vicino a Castellammare, “il paese di Mattarella”, dice lui, e senti l’orgoglio di potere presentare così quel luogo da cui negli anni venti del secolo scorso partirono decine di boss alla conquista dell’America.

La Sicilia che si riscatta, l’Italia che sembra affidarsi a un siciliano. “Vuole scendere? Vuole vedere il castello che dà nome al paese? La prego, si faccia una foto con questo mare sullo sfondo”. Uno spettacolo abbagliante. Usa il mio cellulare; nessuna foto ricordo per sé, desidera solo che io porti con me un’immagine di quel posto (“che cosa c’è di più bello?”). Offre un caffè, mostra Scopello. Poi è tutto un inno d’amore per il suo lembo di Sicilia. Quella meravigliosa spianata dove i raggi del sole trasformano in fuoco bagnato le saline. Il sale è la sua leggenda. L’oro bianco dei poveri, la coperta miracolosa che conservava tutto l’anno i pesci, le carni e i prodotti dell’orto, dando lunga vita a tutti i cibi. La ricompensa preziosa dei lavoratori più umili, “salario viene da sale, lo sapeva?”. Conosce i segreti di quella leggenda, il mio Virgilio siciliano. E racconta di lavorare per un’azienda familiare diretta dalla moglie, la signora Filippa, una piccola flotta automobilistica che fa la spola tra San Vito e l’aeroporto. L’auto passa da Custonaci, paese del marmo, incontra una frazione di nome Purgatorio, e lui sfotte sornione: “Bisogna pur passare dal purgatorio per arrivare al paradiso”.

Giusto, il paradiso è sempre più vicino: San Vito ma anche Erice, “la città della scienza”, e poi Marsala (“ma lo vogliamo dire che quel vino ha fatto l’unità d’Italia?”) e prima ancora la riserva dello Zingaro. San Vito scoppia di turisti, basta passare la torre dell’Insulidda. Una volta era un paese povero, racconta, nessuno se lo filava. Né da Palermo né da Trapani. Dopo la crisi del sale e dell’economia del tonno partirono a migliaia. Andarono tutti a Detroit, dove c’era la Ford. Chi è rimasto, come lui che faceva l’elettricista, ha scoperto un po’ alla volta il turismo. All’inizio si offriva la propria stanza da letto, poi un garage o una terrazza. Poi sono venuti su gli alberghi, i lidi balneari, i ristoranti. Una piccola, grande storia.

“Potevamo diventare una nuova Rimini; non abbiamo voluto. Vengono persino dall’Europa del Nord i climbers, vengono a fare le scalate sulle nostre rocce, bambini compresi, noi li chiamiamo i ragnetti. Alla fine hanno avuto ragione quelli che sono rimasti nella propria terra. Chi se ne è andato è diventato operaio o impiegato, ma vuol mettere?”. Già, vuoi mettere? Anche perché la signora Filippa Pellegrino, con il signor Mario accanto, fa da manager pure a una manifestazione di libri (simbolo una bouganvillee curata come una figlia) promossa da Giacomo Pilati – giornalista trapanese, due premi “Giuseppe Fava” – e guida come una regista svizzera appuntamenti da centinaia di persone. Ha pure inventato il “cous-cous fest”, epifania settembrina che ha varcato i confini nazionali, trionfo multietnico di siciliani, malesi, marocchini, algerini, senegalesi. Il signor Mario è felice perché la sua terra, troppo spesso vaso di dolori, è diventata avanguardia in tante cose nuove. “Il vino, per esempio. Lo ha visto il successo dei vini siciliani?”.

Quando il ritorno porta verso l’aeroporto di Trapani il mio Virgilio non resiste. Desidera farmi passare da Nubia, vicino Marsala. E mostrarmi la salina prodigiosa, con i mulini, e il sale sospinto come per magia millenaria verso la superficie del mare. La ristrutturò un salinaro, di cognome Culcasi, sostituendosi ai nobili proprietari messi in fuga da una calamità. Fondò così una sua stirpe, dividendo il piccolo e stupendo patrimonio fra i tre figli: a chi la salina, a chi il museo, a chi il ristorante. Alberto, erede del museo, spiega per noi le virtù del sale vero rispetto a quello iodato che “non sala”. Allora il signor Mario ha un ultimo guizzo. Compra un gruzzolo di sale grosso e me lo regala. “Lo assaggi, la prego, è diverso. Vedrà, si ricorderà della nostra terra”.

“Il Quarto Stato? Fu il cinema prima del cinema”

Il canto anarchico “Inno della rivolta” è del 1894 e nella sua prima strofa recita: “Nel fosco fin del secolo morente / sull’orizzonte cupo e desolato / già spunta l’alba minacciosamente / del dì fatato”. Per Philippe Daverio, critico d’arte, docente, saggista (nonché noto personaggio tv), quelle note anarchiche rappresentano la colonna sonora del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo. Quello l’animo con cui va letta e ammirata la tela.

Quale fu la genesi dell’opera di Pellizza?

Questo quadro è del 1901 ma l’esigenza della sua creazione va ritrovata in un evento di qualche anno prima quando, per reprimere i moti milanesi del 1898 (già evoluzione di quelli del 1848), il generale Bava Beccaris ordina di sparare cannonate sulla folla. Quella strage induce Pellizza a realizzare l’opera. E, dopo il suicidio dell’autore, il quadro fu acquistato dalla città di Milano attraverso una sottoscrizione pubblica. Siamo alla fine del XIX secolo, una fase di forti sentimenti politici. C’era condivisione e fermento nel movimento anarchico milanese a cui Pellizza apparteneva.

Una sottoscrizione pubblica per acquistare il quadro?

Sì, proprio così. Nel 1920 il Consiglio comunale di Milano decide di comprare il quadro. La cifra fu di cinquantamila lire che equivale più o meno a 50mila euro di oggi. Soltanto in un’altra occasione si è proceduto a un acquisto del genere. Sto parlando della “Pietà Rondanini”, la scultura di Michelangelo comprata nel 1952 dal Comune di Milano per destinarla alle Raccolte Civiche del Castello Sforzesco.

Quali sono i valori che si ritrovano in questo dipinto?

I valori tipici di quel periodo. Siamo all’inizio del secolo e c’è l’idea del grande riscatto sociale. Sono illuminanti le parole del canto anarchico “Inno della rivolta” quando fa riferimento all’alba del dì fatato nel fosco fin del secolo morente… Temi che ci parlano dell’identità di una nuova Italia. In questo quadro ci sono l’emancipazione, la capacità di rivolta e l’organizzazione della classe operaia.

Secondo lei si può affermare che il Quarto Stato con il passare degli anni si sia trasformato in un’icona pop?

Non direi perché questo quadro è e rimane un’opera prettamente politica. L’ultimo grande dipinto di natura politica fu realizzato all’inizio degli anni 60 e si chiama “Grand Tableau Antifasciste Collectif”, un’opera di più artisti che facevano parte del movimento dei citazionisti.

Quale fu la grande intuizione di Pellizza ?

Semplice: ha inventato il cinema prima del cinema. Pensateci bene: per le sue dimensioni il “Quarto Stato” è il primo quadro realizzato in Cinemascope. Al centro i due uomini e la donna al loro fianco, il movimento dei lavoratori alle loro spalle… Sembra di vedere la realtà da dietro una macchina fotografica, anzi ancora meglio, da dietro a una cinepresa. L’immagine che ci arriva agli occhi sembra quella di un’inquadratura di un film di Eisenstein. E il grande regista russo, autore de “La corazzata Potëmkin”, quando Pellizza finisce il “Quarto Stato”, ha appena tre anni.

I 150 di Pellizza: a Volpedo quel quadro diventa realtà

Ci son luoghi in Italia che cambiano volto grazie ad un loro concittadino. Uno di questi è Volpedo, duemila abitanti, in provincia di Alessandria. Chi lo nomina associa immediatamente al nome del paese un cognome: Pellizza. È in quel borgo, uno dei più belli del nostro Paese, allo sbocco del torrente Curone, che il 28 luglio 1868 nasceva da due contadini, Giuseppe Pellizza, l’uomo che ha dipinto Il quarto stato, l’opera entrata a far parte della vita del sindacato e della Sinistra d’un tempo. Centocinquant’anni dopo bisogna tornare tra quelle colline dove gli abitanti vanno orgogliosi oltre che del pittore anche delle loro pesche, per ritrovare lo spirito di Pellizza.

La via per raggiungere Volpedo è il preludio di ciò che dopo qualche chilometro di strada attraverso la campagna e le antiche cascine piemontesi, si incontra: un paese che non ha smesso di essere lo scenario ideale di un pittore. Nel borgo dove l’artista ha scelto di vivere fino al giorno della sua morte (14 giugno 1907) sembra di rivederli i personaggi del Quarto stato. Sono ancora lì tra le viuzze lastricate, lo studio del pittore, l’antica pieve romanica di San Pietro, il portico della sua casa dove nel 1895 dipinse Sul fienile. All’angolo di via Sovera, seduti dinanzi alle loro case che s’affacciano sulla strada che porta in piazza Quarto stato, puoi incontrare i volti rugosi di anziani che immagini essere stati protagonisti di quel dipinto che ritraeva sulla tela proprio gli amici e la moglie del pittore.

“Luigi Albasini, il bambino in prima fila in braccio alla donna che invita con un eloquente gesto i manifestanti a seguirla – spiega Pierluigi Pernigotti, direttore dei musei pellizziani – se n’è andato qualche anno fa. Lo potevi incontrare all’osteria dove tra un bicchiere e l’altro raccontava ancora del pittore”. A Volpedo l’orologio pare essersi magicamente fermato. La piazza dove Pelizza nel 1901, dopo Ambasciatori della fame e La fiumana (tappe essenziali del percorso prima del celebre quadro), dipinse il “più grande manifesto che il proletariato italiano possa vantare fra l’Otto e il Novecento”, è rimasta inalterata. Negli ultimi anni è stato riportato alla luce l’acciottolato e ricostruite attraverso dei pilastri le posizioni dei personaggi, “così i visitatori possono mettersi in posa come nella grande opera”, spiega Pernigotti. Ma Giuseppe Pellizza non è solo Il quarto stato. Lo si capisce camminando per Volpedo dove a farti da guida può capitare che sia proprio il sindaco Giancarlo Caldone: un simpatico socialista d’altri tempi che gira con un bassotto tenuto ad un guinzaglio lungo alcuni metri.

In paese ci sono diciotto cavalletti con la riproduzione delle opere, sistemati nei luoghi ove Pelizza le ha dipinte: l’Idillio primaverile nel prato adiacente la chiesa; Sul fienile accanto alla sua abitazione che in occasione del 150esimo anniversario sarà aperta nel mese di settembre; Il sole nascente collocato sulle mura di fronte al paese di Monleale dove l’artista ancora in piena notte saliva in attesa dell’alba. E poi il luogo di lavoro, grazie alle figlie che lo hanno conservato e poi donato al Comune: “Oggi – dice Pernigotti – rappresenta una rara eccezione nel panorama italiano di uno studio di un pittore italiano dell’Ottocento”. Dentro ci sono ancora il suo cavalletto, la tavolozza, i colori. Ed è lì che per l’anniversario della nascita dal 1° al 30 settembre verrà inaugurata la mostra intitolata “Capolavori che ritornano”. Da Torino arriverà Membra stanche o famiglie di migranti; da dal museo Leonardo da Vinci di Milano giungerà il ritratto del Mediatore Giani; dagli Uffizi di Firenze L’autoritratto ad olio. Dalla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, Prato fiorito. “Ognuna di queste opere – continua il direttore – sarà messa al confronto con un bozzetto. A queste si aggiunge Biancheria al sole che è dipinto anche sul cavalletto che è nello studio”.

Il dopo Marchionne: ora Torino ha paura di restare senza auto

Nella domenica di fine luglio, e nel caldo appena mitigato dai temporali, Torino parla della “disgrazia di Marchionne” soprattutto nei dehor dei bar di piazza San Carlo o davanti alle poche edicole aperte dove, ieri alle 11, i principali giornali – una volta tanto – erano già esauriti. “Disgrazia” è tradotto direttamente dal dialetto, e sta per tragedia: quella di Sergio Marchionne, l’ad venuto dalla Svizzera e dal Canadà ma che, in quei primi mesi del 2004, era ancora possibile incontrare proprio sotto i portici di via Roma; per un caffè o a far riparare gli occhiali in un negozio di ottica.

“Ecco, se su Marchionne si vogliono evitare ipocrisie e retorica, bisogna partire proprio dai suoi primi anni alla Fiat. Non c’è dubbio che sono esistiti due Marchionne: il primo che, per salvare la Fiat, si è aggrappato all’Italia e a Torino, e poi un secondo che ha condotto un’operazione di migrazione in altri lidi. La famiglia Agnelli dovrebbe innalzargli un monumento, ma l’Italia è stata spogliata della Fiat”. Giorgio Airaudo, ex segretario della Fiom piemontese ed ex deputato di Sel, per un tempo breve e segnato dalle malinconie della sconfitta, è stato l’antagonista del manager che indossava il maglione, nell’ultimo scorcio di lotta di classe nella città che era stata di Gramsci, di Valletta, di Gianni Agnelli, di Diego Novelli e della “marcia dei 40mila”. “Vero: la sconfitta nel referendum di Mirafiori del 2011, quando il 54% dei lavoratori disse sì all’accordo separato che aveva messo fuori noi della Fiom”.

Messi fuori sul serio, come documentarono le foto del piccolo trasloco che portava via, da una delle uscite laterali di Mirafiori, gli arredi della rappresentanza interna dei metalmeccanici della Cgil, compreso un grande ritratto di Lenin. “Ma sino al 2008, c’era stata un’altra recita. Un giorno d’estate del 2005, Marchionne mi chiamò: ‘Dobbiamo vederci, la mando a prendere a Caselle, con un aereo della Fiat’. Mi misi a ridere e gli spiegai che non lo avrei ma fatto. Alla fine ci incontrammo nella villa di un funzionario Fiat nel Monferrato. Fu nettissimo: ‘Adesso io devo pensare a litigare con le banche e con la General Motors. Per il resto sto con Torino e con l’Italia’. Nel 2008, però, cambiò tutto. Prima si rivolse alla Merkel per l’Opel, poi grazie a Obama decollò l’operazione Chrysler. Mi fa sorridere leggere su La Stampa, il giornale della famiglia, che aveva scelto l’indipendenza dalla politica: da quella italiana, che credo disprezzasse, ma non da quella internazionale. E la politica italiana e torinese lo ha lasciato fare: Marchionne non ha mai avuto un contrappeso”.

È davvero così? È questo il sentimento dei torinesi che sabato mattina, all’improvviso, hanno scoperto che la successione a Marchionne non era una cronaca più o meno annunciata, ma un’altra “disgrazia” di quella maledizione Fiat che, per la prima volta, non aveva scelto un membro della Famiglia ma un manager, anzi: il primo dei suoi manager?

Per capirlo sino in fondo, forse bisogna riandare con la memoria ai lutti che, nella saga degli Agnelli, si sono succeduti a cavallo tra la fine del Novecento e il nuovo secolo, mentre la gente avvertiva che la “sua” fabbrica, la Feroce, dello scontro tra il capitale e il lavoro, rischiava di fallire: Giovannino e poi suo padre Umberto, con in mezzo l’Avvocato e quella lunga e ininterrotta coda di visitatori alla camera ardente. “C’è qualcosa di cui non si tiene conto quando si fa il bilancio dei rapporti tra la Torino di oggi e ciò che adesso si chiama Fca. Vogliamo chiamarlo cuore, anima? Ecco, io credo che tutto questo rimarrà ancora qui, in riva al Po”. Valerio Castronovo, storico dell’Economia, alla narrazione della Fiat ha dedicato la vita, incrociando anche le altre dinastie dell’imprenditoria subalpina: gli Olivetti, i De Benedetti. “La famiglia non ha venduto i gioielli che la legano al Piemonte e all’Italia, anzi: la Juventus, La Stampa, la Ferrari. E ha mantenuto intatte le sue tradizioni: c’è un capo, John Elkann, che ha in mano la gestione del patrimonio e la rappresentanza e ci sono gli altri uniti attorno a lui. Infine c’è Torino, una città che non smette di essere innovativa, eccentrica, che sperimenta. Ci si interroga sulle capacità di chi sostituirà Marchionne: ma possiamo soltanto aspettare. Lui è stato un manager che, forse, trova un precedente solo in Vittorio Valletta: entrambi assolutamente padroni della gestione, ma altrettanto leali nei confronti degli azionisti. Con Romiti era diverso: fu scelto da Enrico Cuccia”.

La replica di Airaudo è fatta di numeri e di considerazioni. “Il problema non è l’arrivo di Mike Manley, il manager della Jeep, ormai statunitense più che inglese. Torino da lui non ha più nulla da temere, perché tutto è già accaduto. E proprio con Marchionne e a partire dal quel 2008. In Italia ormai Fca fa solo un modello: la Fiat 500; a Torino hanno trasferito alla ex Bertone, ora Maserati, 1500 lavoratori per poterli ricollocare in cassa integrazione, la produzione che doveva sostituire la Mito a Mirafiori non si vede, e le 400mila vetture dell’Alfa Romeo, il cardine dei piani di Marchionne, sono lontanissime. Questo preoccupa di più: resta una grande incompiuta, una grande promessa mancata e le paure sono tante. Un tempo nella parola Fiat c’erano la fabbrica, l’Italia, le auto e Torino. Oggi nella Fca l’Italia e Torino sono scomparse”.

Cercare un verdetto o un giudice, tra Airaudo e Castronovo, non è facile. Una possibilità è quella di spostarsi in Piazza Vittorio Veneto, l’altra grande area della Torino dei Savoia, dove abita Sergio Chiamparino, oggi governatore del Piemonte, ma per dieci anni sindaco della città. Con Marchionne giocava a scopone, condivideva rispetto e una sorta di amicizia, ha firmato gli accordi sul riutilizzo di una parte di Mirafiori e lo appoggiò (lui che veniva dal Pci) nei giorni del referendum contro la Fiom. Da 48 ore sta riflettendo anche lui sulla “disgrazia di Marchionne”, usa la prudenza e rifiuta la presunzione delle sentenze: “Non c’è dubbio, e in questo Airaudo ha ragione: il baricentro non è più qui ma altrove. È vero, cambiò tutto con la crisi mondiale del 2008, ma la politica di Obama per il rilancio dell’auto ci fu, in Italia no. Negli Usa era certo tutto più facile, ma i governi italiani non aiutarono Marchionne. L’inglese che arriva? Vedremo, gli uomini contano, ma anche le vocazioni. Il settore automotive nell’area torinese conta ancora 100mila occupati. È il famoso indotto, che ha bisogno della produzione di alta gamma di Fca come pivot per l’intero comparto produttivo. Un anno fa abbiamo firmato un accordo di programma con il governo per oltre 100 milioni di investimenti per la ricerca su guida autonoma, ibrido ed elettrico. Basterà? Ci sono dei ritardi, ma credo che ciò che Marchionne voleva continuerà: da questo punto rimane sempre più Fca a Torino di quanta non ce ne sia legalmente ad Amsterdam o fiscalmente a Londra”.

John Elkann scrive ai dipendenti: “Sergio non rientrerà in Fca”

Dall’Universitatsspital l’ospedale universitario di Zurigo dove Sergio Marchionne è ricoverato non filtrano novità. Le condizioni dell’ex ceo della Fca si sono improvvisamente aggravate nei giorni scorsi e ora si parla di terapia intensiva e di condizioni irreversibili. Di ufficiale non c’è nulla, la famiglia non parla, l’azienda non conferma e neanche dall’ospedale arrivano bollettini medici. L’accesso ai media è off-limits, difficile superare il cordone, discreto ma fermo, della security.

Di certo, fino ad ora, ci sono solo le parole pronunciate sabato da John Elkann (nella foto): “Sono profondamente addolorato per le condizioni di Sergio. Si tratta di una situazione impensabile fino a poche ore fa, che lascia a tutti quanti noi un senso di ingiustizia”. Ed è carica di tristezza anche la lettera che il presidente di Fca ha voluto scrivere ai dipendenti del gruppo sottolineando che le condizioni di Marchionne “sono purtroppo peggiorate nelle ultime ore e non gli permetteranno di rientrare in Fca”. Nella stessa lettera John Elkann esprime gratitudine: “Saremo eternamente grati a Sergio per i risultati che è riuscito a raggiungere e per aver reso possibile ciò che pareva impossibile”.

Ora il Pd si spacca sul decreto Dignità. E Di Maio se la gode

No all’aumento delle indennità per i licenziamenti illegittimi: a dirlo è il Pd, con un emendamento al decreto dignità. Nel dettaglio, dunque i Dem chiedono di sopprimere l’aumento dell’indennità di licenziamento che le imprese devono pagare a chi viene licenziato individualmente e in maniera illegittima. Nel testo, il risarcimento minimo passa da 4 a 6 mensilità e quello massimo da 24 a 36.

I firmatari del testo in questione sono Stefano Lepri, Deborah Serracchiani, Carla Cantone, Chiara Gribaudo (responsabile Lavoro in segreteria), Marco Lacarra. l’ex Sel padovano Alessandro Zan, Romina Mura, Antonio Viscomi. Nessuno davvero organico all’ex segretario.

A denunciare l’operazione è Cesare Damiano, della sinistra dem: “Ritengo molto grave che il Pd presenti un emendamento soppressivo di questa normativa che era quello che la Commissione Lavoro della Camera aveva approvato contro il parere del governo su proposta mia, dunque del Pd”, dice al Fatto. E ancora: “Un partito di sinistra non può strizzare l’occhio alle imprese e contemporaneamente mettere un dito nell’occhio ai lavoratori”. La cosa non è sfuggita a Luigi Di Maio, “padre” del provvedimento, vice premier e ministro dello Sviluppo Economico: “Incomprensibile che un partito ‘di sinistra’ si schieri contro il riconoscimento di maggiori diritti a chi lavora”. E dopo il leader va giù duro anche il resto dei 5 Stelle, perché il Pd ormai sta “dalla parte dei padroni” mentre il Movimento sarà “sempre dalla parte dei lavoratori”. Con “Renzi o senza Renzi”, aggiunge uno dei relatore al provvedimento, Davide Tripiedi, “ormai è il partito della demolizione dei diritti dei lavoratori”.

Mentre attacca a testa bassa, Di Maio ha in testa pure un sondaggio di Nando Pagnoncelli uscito ieri sul Corriere della Sera, secondo il quale il 30% degli intervistati pensa che il Jobs act vada smantellato del tutto e un altro 43% che vada corretto, anche se non smantellato.

Un bacino di voti a cui attingere. Tanto più che il 56% degli elettori del Pd si dichiara favorevole proprio all’aumento degli indennizzi che a questo punto il partito sconfessa. La risposta di Martina è articolata: “Caro Luigi Di Maio, i tuoi giochi sulle indennità di licenziamento sono propaganda. Il Pd difende senza pasticci le tutele crescenti, che anche voi non abolite”, scrive su Twitter. E poi fa riferimento a un emendamento che alza l’indennità ai lavoratori anche in caso di conciliazione.

“Il datore di lavoro – attacca Debora Serracchiani – con le loro norme pagherà molto di meno conciliando, prima che il giudice condanni”. Il decreto prevede che con la conciliazione l’indennizzo minimo sia di 2 mensilità e il massimo di 18. I Dem su questo punto chiedono invece di passare a 3 e 27. Damiano (sulle cui posizioni ci sono anche altri del Pd, a partire da Stefano Esposito) chiede il ritiro dell’emendamento “pietra dello scandalo”. Domani le Commissioni Finanze e Lavoro della Camera iniziano a votare.

È stallo sulla Rai. Il prossimo Cdm cambia i vertici Istat

Il prossimo Consiglio dei Ministri dovrebbe nominare il nuovo presidente dell’Istat. Per la Rai, invece, bisognerà aspettare ancora qualche giorno. Perché la quadra non c’è, le trattative sono in corso, e i veti incrociati portano a una situazione di stallo. I Cinque Stelle hanno presentato una rosa di nomi: in pole position c’è l’ex direttore di La7 e attuale direttore generale di “Stand by me”. L’accordo sarebbe a un passo, ma i nomi che si stanno valutando sono anche altri. Come quello di Andrea Castellari, ad di Viacom e Gian Paolo Tagliavia, il capo del digitale Rai.

La casella più complicata, però, sembra quella che riguarda il Presidente. Il nome di Giovanna Bianchi Clerici, in quota Lega, è sul tavolo da giorni. Ma sarebbe decisamente in bilico: servono i 2/3 della Vigilanza. E i Cinque Stelle preferirebbero un altro profilo, Forza Italia per adesso ostenta contrarietà, come il Pd. Ma la trattativa si fa a tutto campo: in gioco c’è un pacchetto complessivo anche con i direttori e i vice direttori. E ognuno cerca di portare dentro i suoi.