Tria avvisa Lega e M5S: “Sì al programma, nei limiti di bilancio”

“Se la crescita rallenterà, è ovvio che le manovre economiche sono più complicate. Quello che abbiamo chiarito è che la manovra di bilancio terrà conto della necessità di iniziare l’implementazione graduale del programma di governo ma si è anche chiarito che di fronte a un rallentamento non si faranno manovre pro-cicliche”. Al G20 di Buenos Aires Giovanni Tria dà prova di grandi doti di equilibrismo. Agli input che gli vengono da Di Maio (“C’è da lavorare nell’ottica di una legge di bilancio che deve essere coraggiosa e non che tiri a campare”) il ministro dell’Economia contrappone il pragmatismo dei dati: se da un lato promette che non farà manovre lacrime e sangue (“pro-cicliche”), dall’altro Tria ha spiegato la “volontà di applicare il programma del governo mantenendosi ovviamente quei limiti di bilancio necessari per conservare la fiducia dei mercati ed evitare l’instabilità”. Più in generale, il rallentamento globale può significare pure per l’Italia un “rallentamento della crescita che rimarrà positiva però con un rallentamento rispetto alle previsioni. Del resto sono già uscite le stime dell’Ue che segnalavano un rallentamento dei principali Paesi e l’Italia segue il profilo della congiuntura internazionale”.

“Nei ‘nostri’ centri oltre 10mila persone: nel 2017 ne abbiamo spostate solo 1.858”

La lotteria dei migranti: chi vince e entra nei programmi di rimpatrio o nei corridoi umanitari, chi perde diventa carne da macello per organizzazioni senza scrupoli. Questione di fato nella Libia della Tripolitania. Destino, quasi sempre beffardo per le centinaia di migliaia di migranti africani in fuga verso l’Europa. La bilancia pende verso gli sconfitti. A fronte delle poche migliaia di profughi in grado di raccontare la loro odissea, ce ne sono almeno 20-30 volte tanti di cui non conosceremo mai la sorte. Carovane di disperati intercettate dalle bande criminali, segregati in prigioni disumane prima di essere venduti ai trafficanti di esseri umani e poi gettati sopra barconi insicuri. Non stanno molto meglio gli oltre 10mila poveri cristi rinchiusi come bestie dentro i centri di detenzione libici monitorati dalle organizzazioni umanitarie.

Tarik Argaz, portavoce Unhcr per la Libia, perché non alzate la voce?

Se non ci fossimo sarebbe ancora peggio. La legge libica prevede l’arresto per i clandestini, non importa se si tratta di potenziali richiedenti asilo. Il nostro obiettivo è spingere la Libia a modificare quella legge.

La vergogna però resta e in Occidente il messaggio non arriva.

L’Unhcr non fa politica. Dobbiamo tappare le falle che si aprono nel sistema. Dovrebbero essere le delegazioni che vengono qui a parlare.

Sempre che visitino i luoghi giusti.

Ripeto: non ci occupiamo di politica.

Quanti sono i migranti chiusi nei centri di detenzione da voi censiti?

Non ho il numero esatto, ma dopo gli arrivi giornalieri di persone recuperate in mare dalla Guardia costiera libica credo sopra le 10mila unità.

Divisi in quanti centri?

Una decina, un paio sono stati chiusi per problemi di sicurezza.

Ce ne sono altri pronti ad essere attivati?

A breve, non mi risulta.

Neppure una succursale di Trik al-Sikka, una ex caserma di Gheddafi nel cuore di Tripoli? Lì dentro a inizio luglio abbiamo visto 150 maliani chiusi in una stanza in condizioni assurde. Il direttore ci ha detto che stavano per essere rimpatriati.

Non ne so nulla, mi informerò. E comunque i rimpatri spettano all’Organizzazione internazionale per le migrazioni, noi facciamo altro.

Cioè?

Evacuazioni di migranti, soprattutto verso il Niger. Da dicembre 2017 ad oggi siamo riusciti a portarne fuori dai centri 1.858: 1.536 in Niger, 312 in Italia e 10 in Romania.

Corridoi umanitari?

Chi arriva direttamente in Italia e Romania sì, il centro di Niamey, in Niger è una base di smistamento verso soluzioni definitive. Intanto li abbiamo tolti dall’orrore dei centri qui in Libia.

Il bilancio di chi esce dai centri rispetto a chi entra da che parte propende?

Verso i secondi. Tenga conto che nei primi sei mesi del 2018 sono state 11mila le persone salvate in mare e riportate nelle prigioni.

A proposito di centri, a che punto è quello di lusso visitato dal ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini?

Non è ancora attivo, lo diventerà presto. Non c’è una data precisa, diciamo entro la prima settimana di agosto.

Quanti e quali migranti avranno diritto di accedervi?

Nella prima fase potrà ospitare 460 persone, successivamente arriverà a mille. Ne avranno diritto le persone più vulnerabili: anziani, donne sole o con bambini piccoli.

Dall’inizio del 2018 ad oggi come è evoluta la situazione in Tripolitania?

Le cifre non lasciano spazio all’ottimismo. A parte quelle già ricordate, ci sono gli oltre mille morti nel Mediterraneo. In questi ultimi tre mesi stiamo sentendo il peso della mancanza di attori importanti nel canale di Sicilia.

Intende le navi delle ong?

Esattamente. Meno migranti recuperano loro, più ne tornano indietro. È così che i centri di detenzione scoppiano.

“A Conte han detto sì gli Stati già accoglienti. I libici vanno aiutati”

La crisi ha avuto il suo apice nel 2015-2016: solo tre milioni di persone hanno chiesto asilo in Europa, a fronte di 508 milioni di europei. Questo tema ha condizionato le elezioni del 4 marzo, non è stato un errore, onorevole Marco Minniti, porlo al centro dell’agenda politica?

C’è stata una significativa riduzione di arrivi in Italia a partire dal 2017, ma ci siamo trovati di fronte a questo duplice messaggio: essere di fronte a un’emergenza, ma l’immigrazione non è un’emergenza, è una grande questione che ha a che fare con la storia del mondo; evocare una situazione straordinaria, uno stato d’ansia associato a un potenziale rischio. Da qui la risposta, sbagliata, di misure straordinarie tese a far cessare l’emergenza. Invece, l’immigrazione è un fenomeno strutturale e una moderna democrazia deve governare i flussi migratori, combattendo l’illegalità ma costruendo percorsi di legalità. Vede, umanità e sicurezza non possono essere due termini di una polarità: la spinta nazionalpopulista di oggi racconta che bisogna sceglierne uno, invece il compito della democrazia è conciliare entrambi i concetti. Rispetto ai 250 ricollocamenti “ottenuti” dal governo Conte, aggiungo, che hanno aperto le porte i Paesi che negli ultimi mesi hanno già accolti 11mila persone, non i loro alleati di Visegrád.

Per l’Unhcr non c’è vita facile in Libia nei centri di detenzione e stiamo parlando solo di quelli ufficiali. Gli operatori hanno difficoltà di movimento, devono essere scortati dai libici… Lei ha puntato molto su questi centri con l’Unhcr, dopo un anno crede di aver sbagliato qualcosa o di non aver finito il lavoro?

Abbiamo messo in campo una visione, un modello. Il principio era intervenire lungo grandi direttrici: il controllo dei confini libici, Mediterraneo e terrestre. Dal luglio 2017 al maggio scorso c’è stata una capacità di controllo delle partenze dalla Libia con un -85%: 124mila persone in meno in un anno entrate in Italia. Il ruolo della Guardia costiera libica poi… il pezzo di un “sistema” non esclusivamente fondato sulla Libia, perché in quel sistema c’erano la Guardia costiera italiana e le Ong firmatarie del codice di condotta. Che poi significa tutte le Ong, tranne “Medici senza frontiere” che comunque operava lo stesso a bordo di Sos Mediterranée. Altri pezzi del sistema erano Frontex e l’operazione Sophia. Questo sistema ha consentito una progressiva presa di controllo salvando vite in mare.

Che delle motovedette libiche non ci fosse da fidarsi, però, era chiaro da subito.

Appunto, ripeto, stavano dentro un “sistema”. Oggi si vuol caricare sulle spalle dei libici tutto il peso della sicurezza in mare, un peso oltre le loro capacità operative. La cosa incredibile che questo succede a fronte del fatto che non esisteva, con quel sistema, una situazione fuori controllo. Aggiungo che la comunità internazionale non è mai riuscita a convincere i vari governi libici, il regno, il regime e l’attuale Stato, a firmare la Convenzione di Ginevra. Fino allo scorso anno Onu e Organizzazione internazionale per le migrazioni non potevano operare in Libia, agivano da Tunisi. So perfettamente che sul campo ci sono difficoltà, ma quello che è stato fatto è un passo avanti importantissimo. L’Unhcr ha già potuto selezionare 1500 persone che hanno diritto alla protezione internazionale e, quindi, devono essere portate in Italia e in Europa con corridoi umanitari. A dicembre 2017 e gennaio 2018 trecento mamme con bambini sono atterrate con gli Hercules della nostra Aeronautica militare. Mi veniva in mente quando ho visto l’immagine, terribile e su cui non voglio speculare, della madre col bimbo morti in acqua e la cito per dire che serve rafforzare quei canali già aperti. Quindi è tutto a posto in Libia? No, ma sono stati fatti dei passi avanti: abbiamo Ong presenti a Tripoli. Poi bisognerebbe continuare a parlare con le comunità locali come è stato fatto con i sindaci delle città colpite dal traffico di esseri umani. L’Unione europea ha stanziato 50 milioni per riconvertire quelle economie basate sul traffico, dovremmo chiedere diventino 500.

Dalla definizione “taxi del mare” di Di Maio in poi, al di là delle inchieste giudiziarie, c’è una criminalizzazione e generalizzazione delle Ong, non trova? Non si sente in parte responsabile?

Io no. Dobbiamo essere più oggettivi. C’è stata un’indagine parlamentare, votata all’unanimità, caso unico nella scorsa legislatura: ha segnalato proprio il rischio di una generalizzazione delle attività delle Ong. A questo non abbiamo risposto con la chiusura dei porti e criminalizzandole, ma con un codice di condotta frutto di una firma comune e approvato dai ventotto paesi dell’Ue, tra cui quelli (Olanda, Svezia e Francia soprattutto) che sono patria delle Ong. Quel codice serviva proprio per dare una sponda alle Ong, per non lasciarle sole. La via sarebbe continuare su quella strada perché quel codice è un elemento di garanzia, non mi sarei mai sognato di imporlo con una legge. Era un patto. Adesso Aquarius è stata la prima ad essere “respinta” senza aver violato quel codice.

Lei parlò di timore di rischio per la tenuta democratica del Paese…

Neppure per un attimo ho pensato a un colpo di Stato quando lo dissi, intendevo la rottura sentimentale del Paese che dal punto di vista della sinistra c’è stata: uno scivolamento verso posizioni anti-sistema di chiusura nazionalpopuliste. A rabbia e paura non si risponde con le statistiche, non siamo stati capaci di ascoltare; il Pd non è stato, temo non lo sia ancora, un canale aperto di comunicazione con la società italiana.

Che Pd vuole adesso?

Va rivoltato come un calzino, non mi interessano i nomi. Serve un Congresso per capire cosa fare e non un’assemblea di condominio in cui ognuno pensa a salvare i suoi millesimali.

Renzi ha perso, è finito?

Più che dimettersi cosa avrebbe dovuto fare?

Lei si definirebbe renziano?

Ho difficoltà a definirmi minnitiano, figuriamoci altro.

A giugno si inverte il trend: meno sbarchi, ma più morti

Agiugno si è registrata una novità nelle statistiche che conteggiano le vittime lungo la rotta centrale del Mediterraneo: l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) il mese scorso ha censito 564 vittime, il numero più alto dal 2014. A divulgare i dati è Flavio Di Giacomo, portavoce Oim in Italia, che sottolinea: “Il numero degli arrivi nel giugno scorso è anche il più basso dal 2014 a oggi”. L’equazione “meno partenze meno morti”, confermata fino a maggio, nel mese scorso registra un’inversione di tendenza nelle cifre fornite dall’Oim. Nel giugno 2017 le vittime sono state infatti 529. Se ne contano 388 nel giugno 2016, 5 nel giugno 2015 e 314 nel giugno2014.

Il numero totale delle vittime, nei primi sette mesi del 2018, con dati aggiornati al 18 luglio scorso, è certamente inferiore a quello del 2017: 1.107 contro le 2.221 dei primi sette mesi dello scorso anno. Il riferimento è alle rotte verso Italia e Malta. Se dai valori assoluti – 1.107 raffrontati ai 2.221 – passiamo ai dati percentuali, la situazione è però diversa. I 2.201 morti registrati nel periodo gennaio-luglio del 2017, infatti, sono collegati a 93.359 partenze, alle quali vanno aggiunti 9mila migranti intercettati dai libici e riportati sulla costa africana: siamo a 2,17 vittime ogni cento migranti partiti. Passiamo ai dati relativi al 2018, con 1.107 vittime su 17.838 arrivi in Italia e 243 a Malta, per un totale di 18.081 persone alle quali vanno aggiunte 11mila intercettate dai libici: la percentuale sale al 3,84 per cento.

Il calcolo può essere approfondito con i dati relativi alla rotta mediterranea a Est, quella verso Cipro e Grecia, che nel 2017 hanno sommato 10.317 arrivi e 37 vittime, con un “death rate” pari allo 0,36. Percentuale raddoppiata quest’anno, con lo 0,6 legato alle 89 vittime su 15.048 persone sbarcate. Passiamo infine alla rotta Ovest, quella verso la Spagna, che fino al giugno 2017 ha fatto registrare 6.513 sbarchi e 124 vittime, pari all’1,9. Nello stesso periodo del 2018 le vittime, a fronte di 18.653 sbarchi, sono state invece 294, pari all’1,54 per cento. In questo caso, seppure in modo lieve, il “death rate” s’è abbassato. Se infine calcoliamo l’intera rotta mediterranea, dal primo gennaio al 18 luglio 2018, gli sbarchi sono stati 51.782 e le vittime 1.490 e il “death rate” è del 2,88 per cento. Stesso periodo nel 2017: 110.189 sbarchi e 2.382 morti, con la percentuale che si abbassa al 2,16.

In altre parole, se nel 2018 le vittime in mare sono state in assoluto 892 in meno, la percentuale di morti relativa alle persone sbarcate è invece aumentata. Il dato di giugno ribalta anche i valori assoluti, con 35 vittime in più rispetto allo scorso anno e il record negativo dal 2014 a oggi.

Ha inciso la progressiva assenza delle Ong in mare? I militari della Guardia costiera libica non sono all’altezza della situazione? Uno dei fattori che potrebbero spiegare questi dati, riferiscono fonti Oim, può senza dubbio essere la “diminuizione di navi di salvataggio nelle acque internazionali a ridosso della Libia. È altrettanto vero che abbiamo avuto periodi in cui c’era una moltitudine di navi pronte al soccorso, e il numero di vittime era anche più alto, ma in quei periodi le partenze erano superiori del 70 o 80% se paragonatr a quel che accade oggi”. “Tuttavia – conclude l’Oim – esistono troppe variabili in gioco, in questo momento, per giungere a una conclusione sul meccanismo causa-effetto”. Di certo c’è che il numero delle vittime è diminuito, che la percentuale del rischio di morte in mare è aumentata e che giugno registra un numero di morti superiore rispetto alla diminuzione degli arrivi.

Ma mi faccia il piacere

Il profeta. “Prenderò un aereo per una missione sportivo-politica: vado in Russia a vedere la finale dei mondiali e gufare la Francia. Sperem… perché di vedere Macron che saltella non c’ho proprio voglia!” (Matteo Salvini, segretario della Lega, vicepremier e ministro dell’Interno, 15.7). Fassino, è lei?

Il cavallo di Caligola. “Forza Italia si spacca: ‘Veto M5S su Gasparri’. L’idea di cambiare cavallo” (La Stampa, 17.7). “Cavallo”, adesso non esageriamo.

Il genio. “I Cinquestelle mi temono, ma presto impareranno a conoscermi meglio, sapranno di che pasta sono fatto. Almeno un’ora al giorno, per tutta la legislatura, la dedicherò a loro. Credono che io dimentichi le cose. Da domani si riapre il dossier sulla colf di Fico, il presidente della Camera” (Maurizio Gasparri, FI, neopresidente della giunta delle elezioni, il Fatto quotidiano, 19.7). Così, per sapere: Vittorio Mangano, ad Arcore, era a tempo determinato, a voucher o al nero?

L’innamorato. “Semplicemente, sono un giornalista innamorato del suo lavoro, prima nella carta stampata e poi in tv” (Alberto Barachini, neosenatore FI e neopresidente commissione Vigilanza sulla Rai, Corriere della sera, 19.7). Così innamorato che ha subito cambiato mestiere.

Un uomo da marciapiede. “Il Pd di Martina debutta in periferia: ‘Dobbiamo essere un partito di strada’. Ma i residenti di Tor Bella Monaca: ‘Dive eravate finiti? No alle passerelle’. Il neo segretario: ‘Non abbiamo tutte le risposte, ma siamo qui per ascoltarvi’” (Repubblica, 19.7). Così magari capiscono almeno le domande.

Un leader da sbarco. “Possiamo fermare l’onda sovranista unendo i socialisti del mediterraneo” (Maurizio Martina, segretario reggente Pd, Repubblica, 17.7). I famosi migranti economici.

Spiriti-guida. “Nel 1994 Marcello Dell’Utri informava Vittorio Mangano, in anteprima sui ministri, delle leggi sulla giustizia del governo Berlusconi” (Corte d’Assise di Palermo, sentenza sulla trattativa Stato-mafia, 19.7). “Il decreto Dignità? Di Maio l’ha copiato dal saggio comunista scritto da Rodotà” (il Giornale, 17.7). Da Mangano a Rodotà: c’è chi può e chi non può.
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Dal tramonto all’alba. “Sfida sulla legittima difesa, la destra contro i limiti. Pd: Così si arriva al Far West” (Repubblica, 18.7). C’è una bella differenza: a leghisti vogliono la licenza di sparare anche prima del tramonto, il Pd invece solo dopo.

Fate la carità. “Csm, tre gli esponenti del M5S e due per la Lega. Solo Davide Ermini in rappresentanza del Pd” (Repubblica, 20.7). Oh, poverini. E – per dire – niente papà e mamma Renzi? Niente papà Boschi? Niente Lotti? Urge rimediare, finchè si è in tempo.

Terra e stelle. “Di Maio ha perso il contatto con la Terra” (Tito Boeri, presidente Inps, 19.7). Quello se ne sta fra le (cinque) stelle.

Doppia ignoranza.“Due ministri, due procedimenti identici, due presunti reati, due prima pagine dello stesso giornale: la prima di qualche anno fa, la seconda di oggi con Savona indagato per usura bancaria. Siamo garantisti con buona memoria. Si chiama #doppiamorale. Si chiama #fangoquotidiano” (Simona Malpezzi, senatrice Pd, Twitter, 20.7). No, stellina: si chiama doppia ignoranza crassa (la tua). 1) Lotti fu indagato per aver avvertito – mentre era ministro del Pd – gli inquisiti dello scandalo Consip sulle microspie nella sede della società pubblica rovinando l’inchiesta; Savona è stato indagato come “atto dovuto” a Campobasso per una denuncia di un’azienda di parchi eolici insieme ad altri 22 manager (compreso il pd Profumo) per i tassi applicati da Unicredit, da lui amministrata 10 anni prima di diventare ministro. 2) Il Fatto ha dato in prima pagina sia la notizia su Lotti indagato, sia quella su Savona indagato, mentre gli altri giornali di Lotti indagato non parlarono neppure e di Savona invece sì. Capito, adesso, poverina, o le occorre un disegnino?

Il titolo della settimana. “Segretariopoli. Etica grillina. Assia, niente cv ma sta col consigliere di Di Maio. E per l’assistente di Bonafede laurea in 9 anni” (il Giornale, titolo di apertura in prima pagina sulle segretarie dei due ministri M5S nel giorno delle motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-mafia che ha visto condannato, fra gli altri, Marcello Dell’Utri, e citato decine di volte Berlusconi 20.7). Meglio mafiosi che grillini.

Aperi-rock con selfie e niente folla

Si è preso un rischio da coglione, ma ha acceso un faro sull’ipocrisia del rock. Lui è Josh Homme, frontman dei vitriolici Queens of the Stone Age. Un’infanzia vissuta nel deserto, una passione per le armi, una visione politica non esattamente progressista (licenziò un suo dipendente che aveva diffuso un tweet durissimo contro Trump utilizzando il profilo ufficiale della band), qualche cazzata in concerto. Come quando, nello scorso autunno, prese a calci una fotografa autorizzata sotto il palco.

Il giorno dopo farfugliò una scusa (“Ero totalmente immerso nella performance, pensavo fossero luci di scena”), ma la malcapitata era finita al pronto soccorso. Giorni fa a Madrid i suoi Queens erano tra i nomi di punta del festival “Mad Cool”. Homme si era accorto, con sommo fastidio, che l’area “vip” di fronte a lui era praticamente deserta. È il cosiddetto “pit”, dove il biglietto costa di più ma ti garantisce di star fuori dalla calca e magari ti offre (a caro prezzo) un bonus, come il pass per un drink post-concerto in un tendone dove la star si affaccia trenta secondi, benedice tutti come il Papa e se proprio è di buon umore ti concede un selfie. Il “pit” è il confine tra i privilegiati insofferenti e il popolino ammassato, la linea di demarcazione sociale e antropologica della comunità rock. Vi accedono i “patrizi” che possono permettersi di spendere e si smarcano da tutti gli altri, alla faccia dell’utopia dell’Era d’Acquario, tramontata già il giorno dopo Woodstock. Nella capitale iberica Josh ha dato di matto, costringendo gli uomini della sicurezza a consentire ai “plebei” l’occupazione della zona tanto agognata. E poiché quelli del service indugiavano, ha pensato lui ad accendere gli animi, arringando il pubblico: i Queens avevano fatto migliaia di miglia per essere lì a regalare una notte indimenticabile, e non se ne sarebbero andati finché tutti non si fossero scoperti sfatti e distrutti. Quanto alla security: “Occhio, perché stanotte lavorate per me! Guardatemi in faccia: o fate entrare i ragazzi, senza distinzione, o scendo giù e ci penso io. Non ricomincio a suonare se non mi date retta”.

L’appello aveva sortito l’effetto, ed era iniziata l’estemporanea invasione del “pit”, nel bel mezzo di una sensazionale tre-giorni di musica che nella stessa location prevedeva i set di Pearl Jam, Depeche Mode, Kasabian, Franz Ferdinand, Snow Patrol e altri. Ora, che quella del Rock sia una società falsamente egualitaria e solidale, rimodellata sulle differenze di censo, è ormai un dato acquisito. Musicisti miliardari, impresari non sempre benefattori, “pacchetti per supervip” studiati e venduti da anni con le stesse lucrose modalità (nel 2007 i Rolling Stones avevano due tribunette di “beautiful people” danarosi costruite direttamente sui due lati del palco), e la piaga del secondary ticketing che alza i prezzi a livelli da squali, perché qualcuno che paga duemila euro per un concerto lo trovi sempre: magari gliene frega poco della musica, ma fa tanto status symbol. Ma dare fuoco alle polveri durante una serata è da irresponsabili: Homme avrà fatto l’intemerata per il suo ego ferito e paranoide vedendo il prato con troppi spazi vuoti lì davanti, ma poteva scapparci una tragedia. In certe occasioni basta un niente: come testimoniarono gli incolpevoli Pearl Jam a Roskilde nel 2000, quando nove fan morirono schiacciati dalle transenne. O gli Who a Cincinnati ‘79: 11 ragazzi persero la vita perché, durante il soundcheck, era stato aperto un solo degli ingressi al Riverfront Coliseum, e tutti, pensando che la serata fosse già iniziata, erano corsi dentro in quell’imbuto, nel timore di non accaparrarsi i posti migliori.

Anche l’Italia sa cosa significhi illudere i ragazzi: è Storia la sommossa del Vigorelli nel ‘71 con i Led Zeppelin increduli di fronte alle cariche della polizia e ai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Gli autoriduttori pretendevano esibizioni gratuite da parte dei musicisti, e quella lunga stagione di follia pseudo-politica che strumentalizzava i sogni di rock’n’roll e che passò per i concerti di Lou Reed, dei Traffic, di Santana costò al nostro paese un interminabile boicottaggio da parte dei manager internazionali. Va dunque trovata una soluzione, ma cum grano salis: perché sì, il rock è diventato un appuntamento aristo-chic per Paperoni agorafobici che non vogliono mischiarsi con quelli della suburra. E abolire il parterre esclusivo si può, ma farlo radere al suolo come la Bastiglia nel pieno corso di un festival è da pazzi matricolati.

Milan: via Fassone e i cinesi. Al comando Elliott e Scaroni

Fuori Fassone, dentro Paolo Scaroni e i fedelissimi di Elliott. Dopo l’uscita di scena del misterioso Yonghong Li, smaterializzatosi dopo non essere riuscito a ripagare i debiti, il fondo americano ha eletto ieri il nuovo consiglio d’amministrazione del Milan, sollevando dall’incarico l’uomo più esposto – soprattutto nei confronti dei tifosi – nei mesi del disastro cinese.

Via Marco Fassone, dunque, allontanato per giusta causa assieme a tutti i personaggi legati alla precedente gestione. Il consiglio gli ha contestato “la compromissione del rapporto fiduciario per le modalità con cui ha gestito e comunicato l’instaurazione dei contratti con la società, la responsabilità nella predisposizione dei piani, la predisposizione del mercato cinese”, su cui Fassone riponeva esagerate speranze di ricavi. Tanti saluti anche a Yonghong Li, alle prese con un’indagine della Procura di Milano per false comunicazioni sociali e ieri silurato dal board “per le recenti iniziative assunte e le dichiarazioni pubbliche lesive dell’immagine della società”. Al posto di Fassone, seppure ad interim, è stato nominato Paolo Scaroni – dirigente d’azienda di lungo corso, ex ad di Eni e Enel e già presente nel cda in quota Elliott – che ricoprirà anche il ruolo di presidente esecutivo.

Con lui in consiglio ci saranno Marco Patuano – da sempre vicino a Berlusconi, amministratore delegato di Telecom Italia fino al 2016 e già al Milan dallo scorso anno – , Franck Tuil, Giorgio Furlani, Stefano Cocirio, Salvatore Cerchione, Alfredo Craca e Gianluca D’Avanzo.

Nomi che non diranno molto ai tifosi rossoneri, ma che hanno il pregio di rappresentare la solidità di Elliott e di riportare l’entusiasmo nella piazza: “Siamo ben attrezzati per fornire stabilità finanziaria e adeguata supervisione, – ha detto ieri Paul Singer, il proprietario del fondo – riconosciamo il posto di primo piano che il Milan occupa nel mondo del calcio e siamo consapevoli della responsabilità che deriva dal possedere una franchigia così storica”.

Anche Scaroni si lascia andare all’ottimismo, accennando ad “antichi splendori” a cui riportare il club, mentre il Milan diffonde un comunicato in cui parla di “nuova era” con vista Champions League, pur “in conformità alle norme Uefa sul Fair play finanziario”.

Precisazione d’obbligo, dopo che proprio venerdì il club era stato riammesso alle competizioni europee dal Tas di Losanna, con l’obbligo di sottostare a nuovi impegni – limitazione rose, rientro nelle spese – con l’Uefa. Basta sgarrare, insomma, anche se i margini per uscire dalla palude ci sono: Elliott ha approvato un aumento di capitale da 50 milioni, annunciando nuova liquidità per sbloccare il mercato.

A gestire questi fondi potrebbe non essere il direttore sportivo Massimiliano Mirabelli, arrivato lo scorso anno assieme a Fassone: il primo acquisto di Elliott dovrebbe infatti essere Leonardo, di ritorno al Milan come responsabile dell’area tecnica dopo essere stato in rossonero come giocatore (dal 1997 al 2003), come consulente di mercato (fino al 2009) e poi come allenatore (per una stagione, l’anno successivo).

“Da ragazzini eravamo dei nerd: forse gli unici a non scippare le persone”

Il congiuntivo lo sanno utilizzare, conoscono il buongiorno e il buonasera, non ruttano dopo aver bevuto né indossano zoccoli Scholl, quelli noti per il rumore estremo quando si cammina, “in realtà siamo anche andati vicini alla laurea, poi per il lavoro abbiamo lasciato”. Sono Pio e Amedeo, foggiani, anno di nascita 1983, uno il 20 agosto, l’altro appena cinque giorni dopo (“e nel medesimo ospedale, in realtà siamo amici da sempre”); per alcuni rappresentano il massimo del trash al limite dell’imbarazzo, per molti altri sono lo specchio più vero, attuale ed estremo dell’italiano dentro i suoi vizi, vezzi e debolezze. Vestiti in pelliccia, canottiera, ciabatte o zoccoli (appunto) e collane al collo, girano il mondo sotto l’insegna Emigratis (programma Mediaset) e vanno a scovare i connazionali, spesso vip, all’estero. Senza limiti. Di battute o di trivialità. Con loro il concetto di politically correct si avviluppa su se stesso, e alla moglie dell’ex portiere interista Zenga, riescono a dire “tu vai a letto con Walter solo perché è famoso”, o chiedono a Briatore “mi assumi l’amico mio che cià bisogno? Tanto sei ricco”. Quindi scroccano, spillano soldi. “Noi portiamo in giro l’italiano medio con le sue battute da mercato, le massime da bar, i luoghi comuni da giardinetti; poi indossiamo la pelliccia e la maschera di Pio e Amedeo avviluppa le nostre anime”.

Conoscete il congiuntivo.

Ci mancano cinque esami alla laurea in Scienze della comunicazione.

Vi siete conosciuti in facoltà.

(Pio) La nostra amicizia nasce quando avevamo dieci anni, poi abbiamo scoperto, grazie a una foto, di essere nati nello stesso ospedale con le nostre mamme ricoverate nella medesima stanza.

Al limite del destino.

(Amedeo) Suo padre ha un rapporto con le foto simile a quello dei giapponesi: scatta in continuazione; un giorno sfoglia un album, e dietro al primo piano della moglie, si accorge che la compagna di stanza è mia madre.

Poi amici.

(Pio) Insieme ad affrontare il quartiere Cep di Foggia.

La prima volta che vi siete visti…

(Pio) Io leggermente stupito dalla sua quantità di peli, ne aveva anche sull’alluce e ad appena dieci anni. (Amedeo: ‘Vabbè, ho sviluppato presto’). Già usciva di casa con degli zoccoli improbabili, quasi inquietanti; io pesavo quanto adesso, ho una storia simile a Tiziano Ferro.

Un bel pupone.

(Pio) Eh, grassottello.

Due nerd.

(Amedeo) Dipende dai punti di vista: se per nerd si intende chi non scippa, allora sì, eravamo dei nerd.

Il “metro” era lo scippo?

(Amedeo) Nel nostro quartiere era la normalità; noi al massimo e per un periodo ci siamo appassionati agli stemmi delle auto, in particolare la stella della Mercedes.

(Pio) La staccavamo dai cofani e la indossavamo come collana, oppure la vendevano a 4-5 mila lire.

Chicchissimi.

(Amedeo) Comunque rispetto alla nostra comitiva, composta da quindici o sedici ragazzini, siamo tra i cinque o sei senza alcun precedente penale.

Vergogna.

(Pio) I quartieri popolari sono così: nasci ladro o poliziotto.

I vostri genitori.

(Pio) Mio padre ispettore dell’Inps, odiatissimo a Foggia, mia madre impiegata in ferrovia.

(Amedeo) Il mio è tuttora portiere in un palazzo, mamma casalinga.

È stato complicato non cadere nella tentazione criminale?

(Pio) In realtà ci siamo divertiti: i bulli del quartiere erano soggettoni strepitosi, con i loro riti, le loro pose, le loro piccole o grandi certezze; vestiti in maniera bizzarra, anche loro con ai piedi gli zoccoli.

(Amedeo) Al massimo ci impressionava la loro ostentazione dell’agio economico, la bella vita sbattuta in mezzo alla via, esibita come trofeo di un destino ribaltato, da poveri a ricchi tra il popolo.

(Pio) Un ragazzo era in grado di rubare il motorino con il proprietario seduto ancora sopra. Un fenomeno. Però dallo stesso gruppo di ragazzi ne è uscito anche un professore di Fisica all’Università di Londra.

Paura, mai.

(Amedeo) È forse il luogo nel quale mi sono sentito più al sicuro: quel tipo di criminalità si occupa del suo quartiere, protegge gli abitanti, cerca il consenso attraverso un tacito patto di non aggressione.

Voi alle superiori.

(Pio) Diplomato con 84 in Ragioneria ed eletto rappresentate d’istituto, leccavo un po’ il culo ai professori: per un periodo sono stato una sorta di ‘Che’ dell’istituto, d’accordo con il corpo docente abbiamo cacciato il preside.

(Amedeo) Tra i due sono quello serio, ho frequentato lo Scientifico e a Foggia la vera demarcazione sociale la vivi a seconda delle superiori: ero l’unico liceale proveniente dal Cep, in classe relegato nel banco singolo, in fondo all’aula.

Come in Ovosodo di Virzì.

(Amedeo) Isolato, poi piano piano sono riuscito a ribaltare i rapporti, ed eletto rappresentante d’istituto.

Checco Zalone, alias Luca Medici, quando non è in scena a volte soffre il suo personaggio…

(Pio) Rispetto a lui c’è una differenza: noi rappresentiamo due maschere ma utilizziamo i nostri nomi, e come Pio e Amedeo possiamo passare da Emigratis al programma in radio, allo spettacolo a teatro. Non abbiamo bisogno di specificare chi siamo, non vogliamo mai sputare nel piatto in cui mangiamo.

Siete complici.

(Pio) Ci conosciamo a memoria.

Pregio e difetto.

(Amedeo) Lui è paranoico: quando c’è un problema, si fissa tutto il giorno, scassa le palle a manetta.

Pregio.

(Amedeo) Siamo consapevoli dei nostri limiti.

(Pio) Uno compensa l’altro, da quando siamo ragazzini ho sempre la sensazione di un cervello in due.

Le vostre mogli lo accettano?

(Pio) Delle vittime… e sono completamente fuori dal mondo dello spettacolo.

Com’è questo mondo?

(Pio) Un microcosmo strano, dove ogni tanto non capisci certi parametri, dove ci sono persone che guadagnano cifre elevate, e senza alcun motivo e tutte le volte penso ai nostri genitori, al culo che si fanno, e alla sproporzione vergognosa tra impegno e riconoscimento economico.

Nei vostri sketch insistete molto sui soldi, spesso scroccate dal vip-vittima.

(Amedeo) È come una forma di rivincita sociale, in quel momento siamo il popolo che si va a riprendere uno spicchio di benessere sottratto.

(Pio) Il bello è che il nostro pubblico gode nel vederci strappare dei benefici, ed è questa la follia: uno dovrebbe sostenerci nel caso fossimo dei novelli Robin Hood, invece l’italiano punta su di sé.

Sono tirchi questi vip?

(Pio) La maggior parte no, in particolare i calciatori: spesso sono nati in quartieri popolari e amano scialacquare.

(Amedeo) E sono giovani, il futuro non viene mai considerato, per loro l’oggi è moltiplicabile all’infinito.

(Pio) I calciatori all’estero (una puntata è con Balotelli) si sentono soli, quando andiamo ci ringraziano anche delle umiliazioni, gli svoltiamo la giornata.

Vi raccontano storie molto personali.

(Pio) Alcune le censuriamo, specialmente quando capiamo che certe rivelazioni potrebbero danneggiarli.

Siete pure finiti nei guai.

(Pio) A Dubai sono stati cacchi seri, e tutto per inseguire Paris Hilton.

Fermati dalla polizia.

(Pio) Due idioti, non avevamo studiato le regole e le usanze locali: ci siamo presentati con lui vestito da Sultano di San Severo, io da bodyguard.

Blasfemi.

(Amedeo) È gravissimo entrare agghindati in quel modo dove servono alcool: si rischia una multa di 35 mila euro e una settimana di reclusione. E noi da bravi ignoranti abbiamo varcato la soglia di una discoteca.

(Pio) Ci hanno interrogato per tre ore, una paura fottuta, se provavamo a replicare, si portavano l’indice davanti alle labbra e shhhhhh.

Come ne siete usciti?

(Amedeo) Grazie al proprietario del locale, Giuseppe Cipriani, li ha convinti della nostra buona fede. Però ci hanno cacciato dal Paese, esattamente come in Russia.

Lì siete andati con Vladimir Luxuria.

(Pio) In occasione delle Olimpiadi invernali di Sochi, c’era Putin che esternava contro gli omosessuali.

Cosa vi fa ridere?

(Pio) Certe debolezze, tipo il meridionale che si converte a Salvini e magari finge un’inflessione del nord.

A 17 anni dove pensavate di arrivare?

(Amedeo) A questo livello, no; per noi era già il massimo aver conquistato uno spazio a Telenorba, tanto che volevamo tatuarci sul polpaccio il viso del proprietario dell’emittente. E non scherziamo.

Però l’avete lasciata.

(Amedeo) E rinunciato a 2.300 euro al mese, e già così ci sentivamo ricchi, i nostri genitori disperati: ‘Siete impazziti? Ma cosa vi credete?’.

Non è bastato a trattenervi.

(Amedeo) Siamo partiti per Milano e per un paio di anni abbiamo vissuto buttati ovunque, ottimizzato ogni risorsa finanziaria, umana e professionale.

(Pio) Giravamo con un dvd con dentro le nostre imprese.

Sì, ma di cosa vivevate?

(Amedeo) Magari andavamo a mangiare dall’amico dello zio di un cugino, oppure alla mensa dei vigili di Milano, qualunque situazione andava bene.

Senza dubbi sulle vostre capacità.

(Amedeo) Pensavamo di non essere inferiori ad altri di successo, poi continuamente rompevamo le palle ai portieri di Mediaset: ‘Eddai, dacci il dvd a uno importante’…

Alla fine…

(Pio) Ci inseriscono nel pubblico de Le Iene, e una volta dentro bracchiamo uno degli autori e gli consegnamo il materiale.

La voce narrante dei vostri servizi è di Francesco Pannofino…

(Pio) I testi li scriviamo noi, e ogni tanto ci chiama, turbato: ‘No ragazzi, questo no, non posso insultarvi così!’.

Quando avete pensato: ci siamo riusciti?

(Amedeo) Davvero, il momento clou è stata Telenorba: quei 2.300 euro ci sembravano già tanti.

Oggi i genitori si sono tranquillizzati…

(Pio) Mica tanto, rompono le palle a ripetizione, invece di dirci buongiorno, ci ammorbano con: ‘Compratevi una casa. Oggi ci siete, domani chissà’.

Hanno ragione.

(Pio) Infatti 40 metri quadri li ho acquistati.

Gli artisti sono fragili?

(Pio) Quando gli punti la telecamera addosso vanno tutti in ansia da prestazione…

(Amedeo) Poi nei calciatori leggi la loro ansia del domani, la paura di non essere adeguati al post-pallone; la questione è avere un mestiere e delle reali qualità, mentre oggi la comunicazione si è aperta verso canali dove la gente piazza due foto su Instagram e sbarella.

Chiara Ferragni.

(Pio) No, lei ha testa, una veramente sveglia; però la numero uno in assoluto è Bebe Vio: sa sdrammatizzare, scherzare, relativizzare come nessun altro. È lei a metterti a nudo.

Vi siete fatti una canna in televisione.

(Pio) Ad Amsterdam durante un servizio, e neanche siamo abituati.

Sicuri?

(Amedeo) Qualcosa in gioventù, poi basta, altrimenti lui va in paranoia.

(Pio) Oh, ci lavoro con il cervello!

Avete importunato la Merkel.

(Amedeo) Ecco, lì abbiamo rischiato…

(Pio) Siamo partiti per Berlino con l’idea ‘l’euro ci ha rovinato’. L’obiettivo era piazzarci sotto il palazzo della Cancelleria e insultare.

Siete andati oltre.

(Pio) Davanti alla Porta di Brandeburgo ci appare proprio la Merkel; senza dirci niente iniziamo a correre verso di lei, infagottati nelle nostre pellicce e con delle valigie belle grosse in mano…

Insultandola.

(Amedeo) Abbiamo detto di tutto, poi soddisfatti ci siamo guardati quasi per congratularci, e a quel punto sono comparsi dei puntini rossi sulle nostre fronti.

I cecchini.

(Pio) Temevano avessimo una bomba nelle valigie. All’improvviso ci siamo resi conto della follia. Poco dopo siamo finiti seduti su una panchina per riprenderci dalla paura.

(Amedeo) Pio in totale paranoia.

Un sogno professionale.

(Pio) Portare Salvini in Romania e con la roulotte.

Avete detto: “Più acquisti notorietà e meno paghi”

(Amedeo) Confermo. Ci invitano ovunque e quando vai al ristorante basta una foto su Instagram e sono tutti contenti.

I vostri fan.

(Pio) A volte assomigliano ai nostri personaggi: una sera stavo al ristorante, mia figlia in braccio, è arrivato uno e mi ha dato una pizza sul collo. Io e la piccola siamo finiti con la testa dentro al piatto.

Si è scocciato.

(Pio) No, mi sono divertito; mi devo preoccupare se non accadono certe situazioni.

Voi siete…

(Amedeo) Fortunati. Quando mi lamento, mio padre risponde: ‘Sono 37 anni che mi sveglio alle cinque e mezzo del mattino per 900 euro al mese, quindi te ne vuoi andare a fanculo, o no?’

(Canta Jovanotti: “Sono fortunato perché m’hanno regalato un sogno, sono fortunato perché non c’è niente che ho bisogno”)

Twitter: @A_Ferrucci

Dottor “culetto”: da mago dell’estetica alle manette

Bumbum è il vezzeggiativo usato dai brasiliani per indicare un bel fondo schiena, ma da alcuni giorni il termine riporta a un caso di cronaca che spaventa il jet set di Rio de Janeiro: Lilian Calixto de Lima Jamberci, 46 anni, è morta durante un procedimento di chirurgia estetica eseguito – nel suo attico – dal medico chirurgo Denis Cesar Barros Furtado, alias “Doutor Bumbum”. Furtado e sua madre, Maria de Fatima Barros Furtado, sono stati arrestati nello studio del loro legale.

Calixto viveva a Cuiabá, nel remoto Mato Grosso. La brasiliana, alla ricerca di un corpo perfetto, ha percorso migliaia di chilometri per realizzare, il 14 luglio, una operazione di chirurgia estetica ai glutei con il famoso dottor Bumbum, nel suo appartamento a Barra da Tijuca.

La donna però ha iniziato a star male ed è stata poi portata, dallo stesso Furtado, in ospedale, dove è morta per sospetta embolia polmonare, provocata dall’uso eccessivo di Pmma (polimetilmetacrilato), usato per aumentare il volume dei glutei. La sostanza, somigliante alla plastica, è approvata dall’Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria brasiliana, ma in poca quantità e solo in casi specifici. Il Consiglio regionale di medicina di Rio de Janeiro ha dichiarato che il medico, molto conosciuto per i sui video sui social, non era autorizzato a esercitare la professione nella Capitale. Eppure Doutor Bumbum sui social contava più di un milione di appassionati; oltre a Rio de Janeiro, Bumbum operava a Brasilia e São Paulo, dove i clienti pagavano tra i 5 e i 10 mila euro per un intervento. La funzionaria di polizia che indaga sul caso, ha rivelato a Bbc Brasil che dottor “culetto” aveva precedenti penali: un omicidio compiuto quando aveva 24 anni, porto illegale d’armi, crimini contro l’amministrazione pubblica, resistenza all’arresto e violazione di domicilio.

L’anno scorso, Furtado era stato denunciato quattro volte dalla polizia civile del Distretto Federale per esercizio illegale e crimini contro il consumatore ed era stato radiato dal Consiglio regionale di medicina del Distretto Federale. Durante una perquisizione in una delle cliniche clandestine di Furtado a Brasilia, la polizia sequestrò oltre a documenti, due pistole e un fucile con il numero di matricola limato; Furtado fu arrestato, ma poi liberato su cauzione.

Coinvolta anche Fatima Barros Furtado, che era presente durante l’intervento di plastica sul corpo di Calixto. La madre di Furtado era stata anche lei radiata dall’Albo medico per propaganda ingannevole: spingeva i pazienti all’uso di metodi curativi non riconosciuti dalla medicina.