L’avvocato del diavolo che può inguaiare Trump

Ha 52 anni, ma non gli dispiace dimostrarne di meno: nelle foto, l’avvocato Michael Dean Cohen, che evoca un po’ il Fonzie di Happy Days, ha i capelli folti e lo sguardo spesso ammiccante, alterna il sorriso da piacione all’atteggiamento da duro. Che sia uno tosto, lo confermerebbe il fatto che sia stato il legale personale di Donald Trump, uno che ha il licenziamento facile (infatti, se n’è liberato in primavera). Ma non è proprio certo che Trump ci abbia visto giusto fidandosi di lui e affidandogli faccende molto delicate e personali, più da paraninfo che da avvocato. Adesso, salta fuori che l’avvocato Cohen aveva segretamente registrato più di una conversazione con il magnate prima delle elezioni del 2016: in almeno una di esse, i due discutono di come e quanto pagare un’ex coniglietta di Playboy, Karen McDougal, che diceva di avere avuto una storia con il candidato repubblicano tra il 2006 e il 2007, quando Melania, la moglie di Trump, era incinta di Barron.

Allo stesso periodo risalirebbe il flirt con la pornostar Stormy Daniels, un nome d’arte, anch’essa ‘silenziata’, fino a un certo punto, con somme di denaro versate da Cohen. L’Fbi ha in mano i nastri, sequestrati durante le perquisizioni effettuate negli uffici e nelle abitazioni di Cohen in aprile, quando si seppe del silenzio comprato alla pornostar. Siccome tra Trump e l’Fbi non corre buon sangue, c’è da credere che le fughe di notizie non si fermeranno ai due minuti i cui contenuti sono finora filtrati alla stampa. Tanto più che Cohen, che ormai la professione d’avvocato può scordarsela, messo alle strette potrebbe diventare molto loquace. “Non posso credere che Michael mi abbia fatto questo…”, sarebbe stata la prima reazione di Trump, secondo la Cnn. Ma poi il presidente ha inquadrato la questione a modo suo: “La buona notizia è che il vostro presidente non ha fatto nulla di sbagliato”, twitta, definendo la storia “inconcepibile”. In effetti, che un futuro presidente degli Stati Uniti compri in serie il silenzio sulle sue avventure e che l’avvocato personale del futuro presidente registri le conversazioni con il suo cliente sono fatti che possono apparire “inconcepibili”. Per Trump, però, è “inconcepibile” che “il governo irrompa nell’ufficio di un legale la mattina presto, una cosa senza precedenti”: il problema non sarebbe, dunque, quel che lui ha fatto, ma il modo in cui l’Fbi lo ha scoperto. A confermare la registrazione, è Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, oggi uno dei legali di Trump: la linea della difesa è che il pagamento non fu mai effettuato. Cohen è indagato per frodi varie e per violazioni delle regole sul finanziamento delle campagne, oltre che per i pagamenti in nero per comprare il silenzio delle ‘amichette’ del magnate (che Trump ha sempre negato).

Quei razzisti del pallone che tifano Putin

C’è chi con gli ultras fa affari, chi se ne serve per intimorire gli avversari e chi li utilizza per alimentare il consenso. Non c’è leader che non strizzi l’occhio ai tifosi di calcio, lo sport con più appassionati e, conseguentemente, la disciplina che rappresenta un bacino incalcolabile di voti e gradimento. Senza il favore delle curve il successo è un’utopia: l’ostilità dei tifosi determinerà l’avversione di larghi strati della popolazione. E chi comanda non può permetterselo.

Non c’è da stupirsi quindi se la dirigenza della Torpedo Mosca si sia subito affrettata a chiarire che lo sfumato tesseramento di Erving Botaka-Yoboma, 19enne difensore russo di origini congolesi, non ha niente a che vedere con l’iniziativa degli ultras del club che, attraverso un comunicato, avevano fatto sapere che “potremo avere anche il nero nei nostri colori, ma vogliamo solo bianchi in squadra. Se non rispetterete le nostre tradizioni e le nostre regole, vedremo chi ne piangerà le conseguenze”.

Il tesseramento è saltato ma non per razzismo, ci mancherebbe. Se Botaka non vestirà la maglia della Torpedo (che quando fu fondata nel 1924 aveva la denominazione di Forza Proletaria) nella Serie B del campionato russo 2018-2019, la colpa non è del colore della pelle né delle pressioni degli ultras.

Il motivo è economico. Lo dichiara il club stesso: “La mancata transizione di Botaka è causata dal pagamento dello stesso. Infatti Erving è stato ospite del club e le sue qualità corrispondevano a quanto ricercato. Il trasferimento doveva essere a titolo gratuito ma il 17 luglio abbiamo ricevuto richiesta di pagamento dal suo ex club”. Non una parola di condanna per i tifosi: è scandaloso che il club precedente abbia chiesto soldi per cederlo non che siano gli ultras a stabilire i criteri del mercato.

I Mondiali sono terminati da poco e non si sono registrati atti di teppismo o violenze. Per l’organizzazione dell’evento Vladimir Putin ha ricevuto i complimenti di Gianni Infantino, numero 1 della Fifa (“Sono caduti molti preconcetti sul paese ospitante”). Matteo Salvini è stato più caloroso: “Credo che la Russia abbia dato un’immagine di freschezza, sicurezza ed efficienza a tutto il mondo”.

Putin incassa. Il feeling con i tifosi è conclamato. Soprattutto con quelli che fanno di omofobia, razzismo e odio per le minoranze le fondamenta della campagna di comunicazione. Il cuore dello “zar” calcisticamente batte per lo Zenit San Pietroburgo. Nell’ottobre scorso in una circostanza pubblica il capo del Cremlino contestò al presidente del club l’utilizzo di un numero eccessivo di calciatori stranieri (il tecnico era Roberto Mancini) in una gara di Europa League contro il Real Sociedad.

Ai russi piace il Putin nazionalista che diffida delle squadre multietniche. Proprio come non le ama un grande amico del presidente, il controverso Alexander Shprygin di professione “capo dei tifosi russi”. Proprio così: capo e organizzatore della Union of Russian Fans. Due anni fa causò un incidente diplomatico facendosi espellere dalla Francia dopo gli scontri tra hooligan russi e inglesi a Marsiglia durante gli Europei. E, a marzo nel corso dell’amichevole Russia-Francia, non fece nulla per impedire gli ululati razzisti a Pogba e Dembele.

La Fifa li sanzionò con una multa di 30 mila dollari. Certo, qualche grattacapo allo “zar” quel capo tifoso un po’ ingombrante (qualche anno fa si fece fotografare mentre esibiva il saluto nazista) deve averlo procurato. Ma c’è chi giura che grazie a Shprygin, a Putin non mancheranno mai grandi riserve di voti e tifo politico.

L’ennesima bugia: Macron alla parata con il picchiatore

L’Eliseo si impantana nelle sue contraddizioni. Alexandre Benalla, l’ex guardia del corpo di Emmanuel Macron incastrato da un video amatoriale mentre picchia dei manifestanti durante il corteo del Primo Maggio, a Parigi, non era stato retrocesso a mansioni d’ufficio, dopo la sospensione di 15 giorni? Era quanto avevano assicurato il ministro dell’Interno, Gérard Collomb, e il capo di gabinetto dell’Eliseo, Patrick Strzoda. La sospensione (col taglio dello stipendio) era diventata effettiva sin dal 3 maggio dopo che lo stesso Collomb, il 2, era stato messo al corrente delle violenze commesse in place de la Contrescarpe.

Autorizzato a partecipare come semplice osservatore accanto alle forze di polizia, il bodyguard era stato filmato mentre trascinava per il collo e colpiva dei manifestanti. Era stato precisato che Benalla non si sarebbe più occupato della sicurezza del presidente nei suoi spostamenti. Ed invece era presente alla sfilata militare della feste nazionale del 14 luglio, sugli Champs Elysées.

Le foto pubblicate dalla stampa francese lo mostrano in prima linea nella gestione dell’evento. In altre foto, del 13, accompagna il presidente e la moglie Brigitte in una visita privata a Giverny. Queste nuove immagini si aggiungono a quelle dei giorni passati con Benalla al lavoro per la cerimonia di ingresso di Simone Veil al Pantheon, il primo luglio, e poi lunedì all’aeroporto di Roissy ad accogliere i Bleus rientrati dai Mondiali in Russia, e sul pullman con loro verso l’Eliseo. Pare evidente che l’ex collaboratore di Macron, il cui fermo per “violenza commessa da persona in missione di servizio pubblico” e “usurpazione delle funzioni” è stato prolungato di 24 ore, ha continuato invece a fare il suo lavoro, nonostante le pretese sanzioni. La vicenda diventa sempre più spinosa: tre funzionari di polizia, già sospesi giovedì, sono stati messi in stato di fermo: sono accusati di avere consegnato allo stesso Benalla le immagini delle telecamere di sicurezza che lo riprendevano durante il pestaggio.

I tre sono accusati di “sottrazione di immagini di un sistema video di sicurezza” e “violazione del segreto professionale”. Si tratta del controllore generale Laurent Simonin, del commissario Maxence Creusat e di un altro funzionario di cui non è stato reso noto il nome. Quelle che paiono maldestre menzogne del governo e il silenzio del presidente, cominciano a farsi davvero imbarazzanti. I lavori in Assemblea sono bloccati dall’inizio dello scandalo, i dibattiti rinviati, con i parlamentari che esigono spiegazioni.

Si attende l’udienza del ministro Collomb che sarà in commissione parlamentare sin da domani mattina. Domani sarà convocato anche il prefetto di Parigi, Michel Delpuech. Ma si chiede che venga ascoltato anche Alexis Kohler, segreterio dell’Eliseo, secondo uomo della presidenza, dopo Macron. La stampa è dura e la questione è sollevata anche dai sindacati dei poliziotti: “Sembra che i vertici dello Stato diffidino dei poliziotti professionisti. Sono questi che dovrebbero assicurare la protezione dell’Eliseo, non delle spie”, ha detto a Le Monde Jean-Paul Megret, del sindacato dei commissari di polizia SICP che vuole sapere come Benalla abbia potuto portare la fascia al braccio con la scritta “Police”, perché possieda un veicolo con tanto di sirena e perché detenga il porto d’armi, permesso che gli era stato rifiutato mentre si occupava della sicurezza del candidato En marche! in campagna elettorale.

I privilegi di cui Benalla godeva al fianco di Macron erano anche altri. Si sa che da luglio 2017 accedeva all’Assemblea nazionale con un badge riservato alle più alte cariche politiche. Il badge è stato disattivato solo tre giorni fa. Di recente gli era stato assegnato d’ufficio un appartamento sul quai Branly, uno dei quartieri più eleganti di Parigi. Nonostante fosse una testa calda, con una denuncia per violenza in passato, ogni volta era stato reintegrato.

Ora tutto è cambiato: l’Eliseo lo ha licenziato, l’appartamento dove viveva prima, a Issy-les-Moulineux, in periferia, è stato perquisito. Persino il suo matrimonio è andato a monte. Benalla si sarebbe dovuto sposare ieri al comune di Issy. La festa in un ristorante chic di Parigi è stata annullata.

Poltrone e grillini ovvero cercare Maria per Roma e trovare Palermo

Come si sa nei “Palazzi romani” è tempo di poltrone e ognuno s’attrezza come può a questa necessaria evenienza: Salvini ha i suoi nordisti di pelo più o meno antico, Renzi fa il nazareno con Berlusconi mentre Martina guarda, Meloni prende quel che le danno e LeU si lamenta. Di Maio e i 5Stelle, invece, hanno un metodo tutto loro che, essendo questo uno sport prevalentemente romano, descriveremo grazie a due modi di dire in uso proprio nella Capitale. Il primo: Cercà Maria pe’ Roma, cioè un ago in un pagliaio. Il grillino, quando si fa governativo, cade sempre dal pero: a casa la sapeva – competenza, curriculum, trasparenza – poi si perde e, cercando Maria, trova Palermo, nel senso di Fabrizio, direttore finanziario di Cassa Depositi e Prestiti che, grazie a Di Maio, ascenderà d’un paio di cieli alla carica di amministratore delegato. Un nome – Palermo, ex Morgan Stanley e McKinsey – che fa felici tutti: un pezzo di Lega (Giorgetti) e di Pd (Lotti), qualche boiardo di Stato (Bono di Fincantieri), certi personaggi ubiqui ai casi (Bisignani) e altri ancora. E Di Maio? Si spera non abbia pensato: “È il nostro Mr Wolf”. Non porta bene. Per avere il manager che piace a tutti in Cdp, il capo grillino ha lasciato che la macchina del Tesoro – dal dg al capo di gabinetto, dal Ragioniere generale ai capi dipartimento – rimanesse una roccaforte di Bruxelles (la Lega, d’altronde, pensa a Tripoli). E qui soccorre la seconda locuzione idiomatica in uso a Roma: Li guadagni de Maria Cazzetta. Come dire, Di Maio non pare aver fatto una scelta oculata.

Inps, Boeri è troppo coerente per poter piacere ai politici

Caro direttore, i numeri fanno politica, non sono neutrali. Ma solo fino a un certo punto, e in particolare è l’uso dei numeri che è manipolabile, molto più dei numeri stessi. Il caso di Tito Boeri, presidente dell’Inps, brilla da questo punto di vista come una notevole eccezione. Negli anni scorsi, in base ai numeri che ha fornito si è urtato col governo Renzi al punto che molti ritenevano che sarebbe stato cacciato. Non ha dato alcun peso al “dovere di gratitudine” verso chi lo aveva nominato, sport molto praticato in Italia, assai più di quello di coerenza con le proprie idee. Boeri ha tenuto lo stesso atteggiamento con il sindacato, che ha contribuito a rendergli la vita difficile. Anche sui migranti e il loro ruolo essenziale per il futuro dell’economia italiana il presidente dell’Inps ha sempre espresso posizioni chiare e univoche, e non esattamente popolari. Lo stesso sul problema occupazionale al Sud.

Quanti possono vantare una simile coerenza nel quadro dei tecnici italiani, soprattutto tra quelli che con la coerenza rischiano il posto (non dimentichiamo che per i funzionari ministeriali di carriera il rischio è pressoché nullo)?

Ma veniamo al caso specifico della “manina” che nella relazione tecnica ha indicato 8.000 posti in meno come effetto del decreto Dignità voluto dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio. È già emerso chiaramente che Boeri non c’entra per semplici e oggettive questioni di sequenze temporali. I numeri, comunque, dovevano dire un’ovvietà, cioè che se delle cose vengono a costare di più a chi le compra (i contratti a tempo determinato), il compratore ne comprerà di meno.

Poi ci sono gli effetti moltiplicatori ecc. ecc., e certo occorrono modelli di simulazione complessi. Ma in prima approssimazione questo è vero, soprattutto nel caso di lavoratori relativamente poco qualificati, come spesso sono quelli precari (i lavoratori specializzati di solito le imprese se li tengono cari, e a volte addirittura faticano a trovarne sul mercato).

Ora, non sappiamo se l’Inps abbia usato modelli, e quali, o ha fatto stime più frettolose perché gli è stato dato poco tempo (spesso la politica giustamente ha fretta, volte non si riesce a fare altro che usare i migliori parametri possibili che si trovano “in letteratura”, almeno nei trasporti, di cui lo scrivente si occupa).

Tuttavia la stima degli 8.000 posti di lavoro diretti persi come conseguenza del decreto sembra davvero ottimistica a chi di stime di questo tipo si occupa (il termine tecnico è “elasticità ai prezzi”).

Inoltre la migliore prassi internazionale raccomanda scelte on the safe side, il che significa cautela nelle previsioni che possono avallare scelte politiche, soprattutto se di esito incerto come quella in questione.

Sembra quindi che se Boeri ha fatto politica, tutt’al più l’ha fatta pro-governo, non contro. Ma certo, le figure di tecnici con la schiena dritta, generalmente, sono poco gradite ai politici di qualunque colore: il consenso non ha prezzo, e ben lo vediamo in questo periodo.

Il cibo di Gesù è fare la volontà del Padre e compiere la sua opera

In quel tempo, gli Apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose (Mc 6,30-34).

Nell’atteggiamento di Gesù che il Vangelo ci consegna oggi, viene evidenziata una caratteristica in più del missionario e ci è trasmessa la concreta e continua compassione di Dio. Per bocca del profeta Geremia, Dio aveva già dileggiato e condannato l’arroganza autosufficiente dei pastori di Israele i quali, invece di pascere il gregge, lo avevano disperso: Radunerò io stesso il resto delle mie pecore (…) e le farò ritornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno (Ger 23,3). Il pastore, che verrà dalla discendenza di Davide, agirà secondo il cuore di Dio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nel Vangelo di Giovanni (10,11) è Gesù stesso che afferma di essere il “pastore bello”, “quello vero”. E così ce lo descrive nell’insegnare e nell’aver cura del popolo anche l’evangelista Marco: ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore e si mise a insegnare loro molte cose.

I Dodici, costituiti già Apostoli, ritornano in quanto inviati dopo aver vissuta e compiuta la grande esperienza della missione e si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Essi sono vicino e davanti (in greco “pros”) alla Persona che ha positivamente stravolto la loro vita coinvolgendoli in un’esperienza divina e umana che può essere verificata e compresa solo con Lui. Gesù insegna loro a far decantare la fatica per discernere in profondità il loro vissuto: Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto e riposatevi un po’. Il discepolo è invitato ad uscire nel deserto per spendersi nell’annuncio, nel servizio e nella pastorale, ma solo dalla riposante comunione con il suo Signore egli trarrà forza, libertà e grazia per continuare con gioia e pace a testimoniarlo nel mondo. È necessario stare con Lui per immergersi nell’ascolto, per rinnovare ogni giorno la scelta della Sua compagnia, per riconoscere autenticamente le necessità e le sofferenze degli uomini con i quali si vive, per trovare insieme risorse, condivisione e tempo per esercitare la compassione.

Nello sguardo operoso di Gesù che interviene a favore (ebbe compassione) della folla che ha bisogno di mangiare, è riflessa l’infinita tenerezza di Dio che si rende subito attiva per trasformare la sfinitezza della moltitudine che lo segue per ascoltarlo in confortevole aiuto. Anche se tanto indaffarati da non aver il tempo per mangiare, Gesù continua ad insegnare ai suoi missionari un’altra caratteristica: le esigenze umane di tutti gli uomini debbono essere da voi riconosciute. Attenti alla sclerocardìa, mancanza d’intelligenza, che è l’incapacità di comprendere e riconoscere la portata salvifica di ciò che succede.

Mentre nei passi paralleli di Matteo e Luca, Gesù guarisce e sfama, in Marco Egli istruisce i missionari, insegna alla folla, la raccoglie nell’unità e la nutre sfinita, guarisce da ogni male. L’animo di Gesù è unificato e radicato nell’annuncio di salvezza del Padre e nel compimento della sua volontà: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Mc 14,36; Gv 4,34). Ascolto della Parola e diakonìa sono il frutto del riposo col Signore Risorto.

 

Il grande peso della memoria

Alcuni eventi sono dei veri e propri gridi di allarme, un gesto disperato di liberazione da qualcosa che non si può sopportare, la memoria. Ho visto questo segno di disperazione nella lettera demenziale, camuffata da scherzo lugubre, inviata il 13 luglio scorso (resa nota dal Corriere della Sera il 18 luglio) ad Adachiara Zevi, personaggio internazionale della critica d’arte contemporanea, nota e autorevole come ideatrice e realizzatrice della Biennale Internazionale “Arte in Memoria” (allestita nella Sinagoga di Ostia Antica) e come organizzatrice in Italia delle “Pietre d’inciampo” (ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig).

Pietra d’inciampo è un sampietrino di ottone dorato collocato di fronte alla casa in cui ha abitato una persona o famiglia deportata a norma delle leggi razziali (più giustamente dette razziste), con l’indicazione del nome, della data della deportazione, della data e luogo della morte nell’universo nazista e fascista di uno sterminio, bene organizzato con la complicità di collaborazione e silenzio, come ci raccontano, anche in questi giorni, con calma e precisione Liliana Segre al Senato e Lia Levi nel suo bellissimo romanzo Questa sera è già domani.

C’è anche una legge sul “Giorno della Memoria” per la Shoah, 27 gennaio, abbattimento dei cancelli di Auschwitz (la legge 211, entrata in vigore nell’anno 2000) e tutto ciò offre un contesto che dovrebbe essere molto nitido e molto forte al lavoro fervido di Adachiara Zevi, che attraverso “Arte in Memoria” e le pietre di inciampo ha cambiato esperienza e conoscenza di molti italiani sul loro, sul nostro passato.

Ma proprio qui io vedo il segno e il senso del furore che, a cicli sempre più stretti e più crudi, si solleva contro personaggi (specialmente se noti e creativi) che impediscono la polverizzazione della memoria. Penso a quel gruppo di Como, 17 camerati entrati arbitrariamente in una casa della città per obbligare un gruppo di persone, al lavoro per i migranti, ad ascoltare un loro demenziale documento. È stato un atto in apparenza inutile e penoso che però ha segnalato all’orda anti immigrazione che si poteva fare, e che si stava consolidando in un rapporto di lavoro fra vecchio fascismo (basato su disprezzo e persecuzione) e nuovo nazionalismo, fondato sulla chiusura dei porti e delle frontiere ed esaltato dal grido “la pacchia è finita”. Dove “pacchia” significa aggrapparsi, col bambino morto, ai relitti di una barca distrutta con soldi italiani da banditi detti “guardia costiera libica”, in un’operazione un pò rude organizzata affinchè nessuno si illuda che “la pacchia” di sopravvivere, possa ancora durare.

Ora mettetevi nei panni di un vero discepolo di Hitler, disturbato dall’attivismo di “Arte in Memoria”, della diffusione delle pietre d’inciampo, del continuo lavoro di collegare il presente al passato, affinché tutti si rendano conto del senso di ciò che è avvenuto allora e che potrebbe avvenire adesso. Questo discepolo di Hitler, non può non vedere in Josepha dallo sguardo perduto, in acqua accanto al bambino morto, la rappresentazione africana della Shoah in mezzo al Mediterraneo. Ma proprio questo lo stimola a insultare la docente ebrea che ha riempito Roma di pietre di inciampo e i musei italiani di “Arte in Memoria”.

Il fascista sa di essere minacciato dalla memoria. Ma constata di essere circondato da camerati che gridano, come lui intende gridare alla Zevi, “la pacchia è finita”. E mentre si moltiplicano, intorno a Brescia e intorno a Rimini le ronde miste di fascisti e leghisti, non sembra vero a certi seguaci del nazionalsocialismo di sapere che non corrono rischi nel dire agli ebrei, ciò che viene detto agli africani: “Noi, razza bianca e cristiana, siamo liberi finalmente di manifestare il nostro sano e assoluto suprematismo”.

Mai dimenticare che uno dei punti fondamentali del manifesto della razza era “gli ebrei non sono italiani, sono stranieri e come tali un pericolo sia politico che religioso”. Fontana, il nuovo presidente leghista della Lombardia, ha esaltato la “razza italiana” nel suo primo intervento elettorale.

Ovvio che il nazifascista che ha scritto ad Adachiara Zevi (a nome di Hitler) il suo dispiacere per non aver potuto partecipare personalmente allo sterminio, sa che il clima è giusto per simili parole. Invece di essere preso per pazzo, sarà accettato come un camerata delle ronde, o uno scafista diventato guardia costiera libica, a cura del governo italiano deciso a porre fine alla “pacchia” che consente ai profughi di sopravvivere.

Mail box

 

Bisogna trovare una soluzione al problema delle carceri

Voglio fare una riflessione su un tema molto vecchio ormai, e del quale incredibilmente non si è trovata ancora una soluzione come se non esistesse. Ma io dico: in un bilocale, si può stare in 50 o 20 persone? Assolutamente no. E allora che si fa? Si cercano altri locali di amici, parenti, o in casi estremi di comunità. Insomma, se non ti puoi permettere un affitto o un mutuo, non puoi occupare lo spazio oltre i limiti del possibile.

Non siam topi. ed è la stessa cosa delle carceri italiane. A quale mente animale, non dico umana, ma animale, verrebbe l’idea di svuotarle un po’ per creare spazio? Anche alle formiche verrebbe il pensiero di costruirne altre o riparare quelle cadenti. Ma insomma, qui si vuole risparmiare su che cosa? Sull’edilizia o sulla sicurezza delle persone? Al più si possono liberare quei rei che hanno commesso qualche stupidaggine, come fumare una canna o rubare qualcosa per mangiare perchè non avevano soldi.

Ma con che coraggio si può dare piede libero agli assassini, agli stupratori, spacciatori e delinquenti seriali? I responsabili di questa situazione ci sono o ci fanno? Nell’uno o nell’altro caso, dovrebbero stare loro in galera per capire come si sta. E non per un’ora, ma almeno per una settimana. E senza privilegi.

Roberto Calò

 

Gli errori dei dem e quelli commessi dalla stampa

Molti giornali si mostrano seriamente preoccupati riguardo le azioni del governo della Lega e del Movimento 5 Stelle e incolpano per la sua formazione principalmente il Pd perchè non avrebbe curato adeguatamente l’economia italiana. Questi giornali però non tengono conto del fatto che l’avanzata dei populisti riguarda tutta l’Europa e che, viste le difficili condizioni economiche, era molto difficile per i dem fare più di quanto fatto soprattutto tenendo conto dell’enorme debito pubblico.

Inoltre il successo elettorale dei partiti “anti-sistema” è dovuto in buona parte alle loro promesse “sgangherate” e irrealizzabili colle quali illudono “il popolo” volubile e credulone che uno giorno sarà, purtroppo per tutti, costretto a ricredersi. Già Solone nell’antica Grecia aveva criticato il popolo ateniese accusandolo di essere “sedotto dalla lingua e dalle parole di un uomo astuto” e di non rendersi conto della situazione reale.

Il Pd, durante l’ultima campagna elettorale, avrebbe potuto “spararle più grosse” o fare maggiori promesse rispetto a quelle dei populisti. Ma tale comportamento sarebbe stato onesto (e non corrotto)?

D’altronde, si può dire qualunque cosa dei dem tranne che su questo argomento non siano onesti.

Inoltre il continuare un gioco al rialzo su promesse irrealizzabili avrebbe gettato un discredito ancora maggior sulla politica e avrebbe potuto causare tumulti e rivolte. Eppure riferendosi al governo in tanti ora, noncuranti della situazione disastrata del Paese, ripetono di “lasciarlo provare” proseguendo così una pericolosa narrazione del “libro dei sogni”.

Infine mi chiedo cosa abbiano fatto i giornali, che ora incolpano il Pd, per evitare che i populisti prendessero il potere. La risposta è nulla: sono rimasti fermi o “ignavi” in attesa dell’esito delle elezioni salvo poi addossare tutta la colpa ai politici perdenti. Spero che un giorno la stampa impari dai propri errori e si adoperi per, pensando con la propria testa, per fornire le notizie utili in modo tempestivo e non a danno avvenuto.

Peppino Lonetti

 

Bonafede fa bene a voler aprire gli archivi del Sisde

La verità che comincia a emergere con la sentenza sulla trattativa mafia-Stato non sarebbe mai venuta alla luce in un regime alla Putin o alla Erdogan.

Costoro, controllando tutto l’apparato dello Stato, hanno il potere di stroncare sul nascere ogni notizia scomoda per il regime. Quindi, abbiamo fatto bene a bocciare sia la riforma costituzionale di Berlusconi, sia quella “dell’uomo solo al comando ” di Renzi. Entrambe le schiforme miravano a rafforzare il potere esecutivo. Non basta però: bisogna ulteriormente consolidare le istituzioni democratiche potenziando gli organi di garanzia. Le centrali del crimine si sconfiggono con più democrazia e non con meno democrazia. A tale proposito va apprezzata la dichiarazione del ministro della Giustizia Bonafede che, in occasione dell’incontro con Fiammetta Borsellino, si è impegnato a vagliare l’apertura degli archivi del Sisde.

Se lo farà vuol dire che finalmente il Paese volta pagina per un effettivo cambiamento nella direzione di un superbo levar del sole, altrimenti: niente di nuovo sotto il cielo

Maurizio Burattini

 

La laicità è fondamentale per una democrazia sana

Il sovranismo ricorre sempre alla religione per rinforzarsi. È successo in Israele, dove Netanyahu è riuscito a far votare la legge che definisce il paese lo Stato-nazione degli ebrei, facendone così un paese confessionale. Anche il nostro Salvini si è accorto dell’amplificazione mediatica che scaturisce dal culto-sovranismo e non si è fatto mancare l’ostentazione del rosario e del vangelo, ridestando la triade dio-patria-famiglia che ha sempre vertebrato le dittature.

Bisogna dunque ricordare che in una democrazia sana, come è essenziale la divisione dei poteri, lo è anche la laicità, che pone lo Stato in una posizione libera da influenze religiose.

Ma anche la religione dovrebbe ritrarsi dall’abbraccio del potere, perché quando ne diventa uno strumento perde la sua sacralità.

Massimo Marnetto

Cascasse l’Ilva, al venerdì in aula cala il solito silenzio

“Sull’Ilva il ministro Di Maio parla a un’aula vuota, quasi nessuno di M5S e Lega”.

All’inizio, a sentir parlare di governo del cambiamento, qualcuno si era fortemente allarmato. Capita in un Paese conservatore nelle proprie abitudini e rivoluzionario su quelle degli altri. Nei giorni della fiducia giravano facce stravolte.

C’era chi camminava rasente ai muri nel timore di essere seguito dai servizi segreti grillini. A Roma, ex iscritti al Pd in clandestinità cambiavano ogni notte letto, attenti però a non valicare la zona di sicurezza dei Parioli. I soliti furbi si erano dedicati alla fuga di capitali sulla base di voci (da essi artatamente diffuse) di un imminente blocco dei depositi bancari. Secondo alcuni, dopo la chiusura dei porti ai migranti, il ministro Salvini avrebbe spezzato le reni a Malta. Altri davano per fatto il ripristino della leva obbligatoria (limitata però alle truppe di colore degli immigrati regolari).

Poi, un caldissimo giorno di luglio, le immagini dell’aula di Montecitorio semideserta mentre parlava il vicepremier, ebbero lo stesso effetto tranquillizzante degli alieni che nella Guerra dei Mondi, dopo aver conquistato la Terra, stramazzano annientati dall’aria che respirano. Dunque, nulla era cambiato. Come prima, più di prima al venerdì, cascasse l’Ilva, nelle aule parlamentari calava il silenzio, seguito al frastuono dei trolley in fuga. Sul bordo delle piscine dei circoli sul Tevere, i congiurati delle brigate Calenda – alcuni freschi reduci dal confino di Tor Bella Monaca – si scambiavano febbrili informazioni, trattenendo la commozione. Si dice che stiano spartendosi le poltrone di CDP e del Tesoro. Proprio come noi. E che presto lottizzeranno i tg. Sìiii. Il ministro dell’Economia potrebbe saltare perché non sgancia un euro senza copertura. Eddai, viva la continuità.

In un silenzio irreale, qualcuno lesse a voce alta l’intervista al “Fatto” del premier Giuseppe Conte, e quando costui si definì un “moroteo” proruppe un applauso, molti si abbracciarono e c’è chi intonò Bella Ciao. Un gruppo di ardimentosi decise di spingersi fino a Palazzo Chigi sventolando una bandiera del Pd, per consegnarsi e consegnare curriculum e referenze (non si sa mai). Restava l’incubo Salvini. Un tale che tutti chiamavano il Professore, e che aveva fama di saggio, tranquillizzò gli animi: vedrete, prima o poi litigheranno di brutto e sarà lui a sfasciare tutto.

Poi citò Umberto Saba. Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha mai avuto in tutta la sua storia una vera rivoluzione? Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani. E concluse: fossi nei Cinquestelle mi guarderei le spalle.

Di Maio avverte Tria: “Una Manovra che non tiri a campare”

Dopo la sfiancante partita delle nomine – e in particolare quella risolta solo venerdì sui vertici della Cassa Depositi e Prestiti – Luigi Di Maio manda un altro messaggio al ministro dell’Economia e Finanze, Giovanni Tria: “La prossima legge di Bilancio deve essere coraggiosa, non bisogna tirare a campare – ha detto il vicepremier da Catania, durante un incontro sulla filiera agrumicola –. Siamo un governo che ha all’interno due forze politiche che avevano chiare queste intenzioni nel loro programma elettorale, quindi non ci sono se e ma da dire ai cittadini”. Un riferimento piuttosto chiaro alle dichiarazioni prudenti di Tria sui vincoli stringenti della finanza pubblica nazionale. “I parametri economici – ha aggiunto Di Maio – vanno ridiscussi a livello europeo, così come alcuni trattati che ci stanno danneggiando. Agosto è un mese importante perché è quello in cui si comincia a discutere della legge di Bilancio per riuscire a fare la riforma delle pensioni, a intervenire con gli aiuti ai settori dell’agricoltura e della pesca”.