Il governo Lega-M5S ha detto di voler solo rivedere la “Buona scuola” di Matteo Renzi e non abrogarla. Intanto ha cancellato una delle sue norme più contestate: con un emendamento al decreto Dignità, ha eliminato il limite di 36 mesi per le supplenze. Il tetto era stato introdotto dall’ultima riforma per evitare nuovi contenziosi in tribunale, dopo la sentenza del 2014 della Corte europea che aveva dato torto all’Italia sullo sfruttamento dei precari storici della scuola, impiegati per anni con contratti a tempo determinato senza essere assunti. La norma, però, rischiava di far perdere il lavoro (anche quello precario) a quei docenti che, non avendo i titoli per una cattedra fissa, continuano a insegnare come supplenti ogni anno, sforando il tetto previsto dalla legge: introdotta nel 2016 senza valore retroattivo, avrebbe avuto i suoi primi effetti a settembre 2019. Il governo è intervenuto prima e adesso gli insegnanti potranno continuare a fare i supplenti senza limiti di tempo. Sempre precari, però, in attesa dell’assunzione.
Agroalimentare, Oms e Onu possono mettere a rischio Parmigiano e prosciutto: ecco perché
L’Onu attacca il Made in Italy, il Parmigiano e il prosciutto. Li vuole tassare e mostrare sulle confezioni immagini raccapriccianti come per le sigarette: questa la sintesi spicciola di quanto circola da giorni. C’è chi accusa l’Organizzazione mondiale della sanità di voler demonizzare l’eccellenza dell’agroalimentare italiano (Salvini ci ha anche dedicato un tweet) e chi nega qualsiasi accanimento. La verità? Sta, in modo molto poco originale, nel mezzo.
Made in Italy. Né Oms né Onu hanno mai preso di mira in modo diretto ed esplicito i prodotti italiani. Si stanno però seriamente discutendo alcune iniziative che dovrebbero sfociare in una dichiarazione politica, con voto, il 27 settembre durante l’High Level Meeting delle Nazioni Unite sulle malattie non trasmissibili. Un documento non vincolante ma comunque espressione di capi di Stato e di governo. Il contenuto riguarda i prodotti d’eccellenza italiani come centinaia in tutto il mondo.
Contenuti. Si discute da tempo di due misure: tassazione dei prodotti considerati insalubri ed etichettatura “a semaforo”, o simile, che avvisi il consumatore. Molti giornali hanno ripreso come fonte dell’allarme (“Parmigiano dannoso come le sigarette”) un rapporto Oms (“Time to deliver”) sulle malattie non trasmissibili. Nel testo non ci sono riferimenti ai prodotti italiani, ma una serie di consigli ai governi. Tra questi, anche suggerimenti di una “tassazione simile a quella su alcool e tabacco per altre sostanze non salutari qualora vengano accertate concentrazioni non sane”.
Il documento. A livello istituzionale, la polemica scaturisce però da un altro documento, iniziato a circolare circa dieci giorni fa dopo una audizione pubblica a New York in cui associazioni e movimenti dei consumatori erano stati invitati a fornire il proprio contributo. È il cosiddetto pre-zero draft outcome document, una versione iniziale della dichiarazione che l’Oms manda all’Onu per avviare i negoziati tra i circa 200 ambasciatori Oms che dovranno poi produrre la versione finale. In quel documento si fa esplicito riferimento alle misure fiscali e alle etichette di allerta front e retro pack e si fa riferimento alle full fiscal powers, leve fiscali per alzare i prezzi proprio come per le sigarette.
La replica. “Le notizie di bollini neri su tale o tal altro alimento non sono corrette – ha detto nei giorni scorsi Francesco Branca, direttore del dipartimento di nutrizione dell’Oms per la salute e lo sviluppo –. L’Oms non criminalizza determinati cibi ma raccomanda politiche che promuovano un consumo parsimonioso degli alimenti che hanno alti contenuti di sodio, zuccheri o grassi saturi”.
E come? “Anche con un’etichettatura dei prodotti in grado di fornire chiare informazioni sul loro contenuto. Anche le politiche dei prezzi possono essere utili”. Una smentita che, nella sua genericità, non smentisce il rischio.
Il dossier. Insieme al documento dell’Onu, infatti, ne circolano altri due: uno in cui l’ufficio Panamericano dell’Oms (PAHO) include l’uso di etichette warning e la definizione di una politica di tassazione su alimenti o bevande considerati non salutari e una lettera del direttore generale dell’Oms (dell’8 dicembre 2017) spedita al presidente del Perù in cui si elogia la nuova legge nazionale sulla prevenzione alimentare: “Le indicazioni ‘alto in sale o in zucchero’ possono essere utili per migliorare le abitudini alimentari” si legge.
Il salto logico.È qui che si forma il salto logico che ha portato ai titoli allarmistici: in alcuni Paesi, il Grana Padano o il prosciutto sono bollinati in nero e con la scritta “alto in sale”, lasciando, parallelamente, incolumi prodotti come ad esempio le sfoglie di formaggio fuso light che, seppur prive di zuccheri e grassi e sale in eccesso, sono comunque chimicamente manipolate.
Si pensi all’olio d’oliva, spiegano le associazioni per la tutela del Made in Italy: avrebbe un bollino rosso o nero, mentre la Coca cola light sarebbe verde. Un paradosso difficile da negare.
Personale in eccesso e tagli ai fondi: i mali delle Forze Armate
Pochi investimenti, troppe spese per il personale, risorse insufficienti rispetto agli impegni. È questo il quadro delle nostre Forze Armate a 18 anni dalla riforma che le ha rivoluzionate sospendendo la leva obbligatoria e introducendo il modello professionale.
Era il 2000 e al ministero della Difesa sedeva Sergio Mattarella. Il riordino di Esercito, Aeronautica e Marina portava con sé – tra gli altri – l’obiettivo di ridimensionare il personale entro il 2021 (obiettivo ora spostato al 2024), scendendo dai 265 mila effettivi di allora a 190 mila e, oggi, a 150 mila. Missione non ancora del tutto compiuta, come dimostra il rapporto dell’Ufficio Valutazione Impatto del Senato, che ha fotografato gli effetti della riforma: lo scorso anno le Forze Armate contavano 170 mila unità.
Quanto ai numeri, dunque, ci siamo quasi, nella distribuzione delle risorse no. Fino alla riforma del 2000, l’Italia rispettava – più o meno – una regola aurea di distribuzione: il 50 per cento dei fondi per il personale, il 25 per le spese di esercizio e il restante 25 per gli investimenti. Dal 2005, l’anno fatidico dello stop alla leva obbligatoria, l’equilibrio si è rotto e nel 2017 le spese per il personale sono arrivate al 75 per cento del totale.
Un aumento per certi versi fisiologico, perché oggi tutti i militari ricevono uno stipendio mentre un tempo, a quelli di leva, era riservata una diaria di 5mila lire (poi circa 3 euro) al giorno. Ma nella politica del personale prevista dal ministero c’è qualcos’altro che è andato storto: il numero dei marescialli – 37 mila nel 2017 contro gli 8 mila previsti – è lo stesso da anni e nessuno riesce a farlo scendere. E ancora: la temuta “regionalizzazione” dei nostri militari è oggi una realtà. Basti dire che l’84% dei volontari in ferma breve arrivano da Sud e Isole (dov’è disponibile, però, solo il 10% dei posti) e la carriera militare è divenuta, scrive l’Uvi, una sorta di “welfare involontario”.
Il problema vero, in ogni caso, è che a fronte della crescita delle spese del personale non è seguito un relativo investimento in tecnologie e strumentazione. L’Uvi evidenzia come, negli ultimi 15 anni, le spese per il personale siano aumentate mentre i fondi totali destinati alla difesa restavano fermi: 23,6 miliardi nel 2008 contro i 23,5 del 2017, di fatto un taglio pesante in termini reali se si considera l’inflazione. I fondi, l’anno scorso, erano divisi così: 20 miliardi circa è il bilancio del ministero, un miliardo il costo delle missioni internazionali e poco più di 2,5 miliardi arrivano dal Mise per gli investimenti. Se però togliamo i 6 miliardi che vanno ai Carabinieri – che svolgono soprattutto funzioni di pubblica sicurezza – le cifra scende a 17,5 miliardi, cioè poco più dell’1% del Pil contro il 2% previsto dagli accordi Nato. Le conclusioni del vertice di Cardiff del 2014 prevedono, infatti, che gli Stati membri spendano “un minimo del 2 per cento del Prodotto interno lordo nella Difesa”, nonché “più del 20 per cento del budget della Difesa in equipaggiamento, ricerca e sviluppo” entro il 2024. Numeri molto lontani dalla realtà italiana, anche se il male è comune ad altri Paesi europei, tanto che dieci giorni fa Donald Trump ha strigliato gli alleati, chiedendo loro non solo di rispettare al più presto la quota del 2 per cento, ma di aumentarla al 4 in qualche anno.
Un bilancio “povero” e monopolizzato dalle spese per il personale, invece, non consente neanche di fare programmazione: i tecnici del Senato, ad esempio, sottolineano il generale invecchiamento delle Forze Armate, la cui età media oggi è di circa 38 anni (“colpa” anche della quota in eccesso di personale a tempo indeterminato rispetto agli obiettivi della riforma). Nell’esercito, in particolare, solo il 25 per cento del personale ha meno di 30 anni: una stortura che potrebbe creare problemi soprattutto per le missioni all’estero, dove è richiesta una frequente rotazione degli uomini e servono unità giovani .
Proprio la proiezione internazionale delle nostre Forze Armate giustificò, ai tempi del ministro Mattarella, la scelta dell’esercito professionale: nel frattempo, però, la presenza all’estero dei nostri militari è quasi dimezzata (dai 12 mila del 2003, ai 6.400 di quest’anno). Ragioni “in parte politiche, in parte economiche”, dice l’Uvi: cioè di contenimento dei costi. E qui si arriva alla più rilevante affermazione del report disponibile sul sito del Senato: esiste una “evidente incompatibilità del modello professionale prescelto con una politica di bilancio fondamentalmente stazionaria in termini reali (se non addirittura riduttiva)”. Insomma, un esercito professionale e impegnato sugli scenari internazionali come previsto dalle recenti dottrine militari costa: se lo si vuole, bisogna spendere.
Ambasciator non porta pena. E Gentiloni gli dà l’aumento
Ci sono cose che non cambiano e questa è una di quelle. Dal prossimo 26 luglio, le buste paga dei nostri ambasciatori – “probabilmente i meglio pagati al mondo”, secondo l’economista ed ex consigliere di Palazzo Chigi per la spending review Roberto Perotti – saranno ancora più pingui. Aumenterà infatti lo stipendio cosiddetto “tabellare”, quello su cui si pagano i contributi e si calcola la pensione: dai 2.000 ai 9.500 euro lordi in più all’anno. Aumenterà (anche se non per tutti) la “retribuzione di posizione”, con un salto di ben 23.889 euro per il segretario generale Elisabetta Belloni che passerà da 131 a 155 mila euro (e sommando i vari aumenti sfonderà il vecchio tetto dei 240 mila euro per gli stipendi pubblici: arriverà a quota 266.800).
Novità anche sul fronte degli scatti automatici annuali (banditi da tutto il pubblico impiego con la riforma Madia: per i diplomatici vengono reintrodotti) e sulle ricche prebende della cosiddetta “retribuzione di risultato”, una voce che nel corso del 2017 ha riguardato 440 diplomatici su 958 e ha fatto staccare assegni-premio considerevoli, dagli 8.444 euro e 96 centesimi (per un semplice “Funzionario addetto a Ufficio”) fino ai 53.909 per un “Direttore generale e posizioni equiparate”, con un importo totale di 8 milioni e spiccioli: d’ora in poi potranno venire erogate anche in anticipo “tramite acconti”, salvo “verifica conclusiva” dell’effettivo raggiungimento dei risultati ed eventuale “recupero a consuntivo” dei soldini intascati.
Sono questi i punti-chiave dell’accordo sindacale firmato il 3 maggio scorso dal sindacato unico delle feluche (SINDMAE) e dalla delegazione di parte pubblica. Approvato il 16 maggio, senza nessuna pubblicità, dal vecchio Consiglio dei ministri, e munito delle firme di Paolo Gentiloni, Angelino Alfano, Marianna Madia e Pier Carlo Padoan, l’accordo è poi partito da Palazzo Chigi ed è giunto al Quirinale, dove Sergio Mattarella l’ha recepito il 24 maggio. Il 4 luglio il decreto presidenziale è stato registrato dalla Corte dei Conti e l’11 luglio è apparso in Gazzetta ufficiale con tanto di “visto” del neo-Guardasigilli M5S, Alfonso Bonafede.
Il 26 luglio comincerà l’incasso. E senza nemmeno muoversi da Roma, come accade a quasi la metà dei nostri diplomatici: solo 509 su 958 fanno diplomazia all’estero. Ben 63 sono distaccati presso altre amministrazioni pubbliche, con la Farnesina che copre l’eventuale differenza in busta paga. Altri 386 sono variamente impegnati al ministero sia in ruoli apicali (segretario generale, capi di gabinetto, direttori generali e relativi vice, capi ufficio) sia in incarichi più ricchi di fantasia come il coordinatore del Mare, dello Spazio, dell’Energia o dell’Ambiente, tutti con lo stipendio da vicedirettore generale. Non c’è controllo di presenza e di orario, oltretutto: l’accordo continua a garantire tale privilegio.
C’è da stupirsi se all’ultimo concorso di cui il MAECI ha reso noti i dati, quello del 2016 – la Farnesina, infatti, non ha il blocco del turn over e sforna nuovi diplomatici ogni anno – si sono presentati in 4.697 per 33 posti? Lo stipendio d’ingresso è sui 5 mila euro lordi al mese, ma già dopo dodici mesi, da caposezione, si arriva a 80 mila euro e poi da capoufficio a 189 mila. Il tutto senza mettere piede fuori dal ministero e, spesso, senza avere nulla da fare: “Il Mae è strapieno di direttori generali, direttori centrali, vicedirettori generali, centrali, vicari, previcari, coordinatori, tutti con stipendio da dirigente”, denuncia periodicamente Il Farnesino, organo del sindacato Flp.
Il costo per le casse pubbliche del nuovo accordo sindacale? Cinque milioni, 338 mila e 699 euro per l’anno 2018, compresi gli arretrati. A decorrere dal 2019, 3 milioni e 769 mila euro l’anno.
“Il Pd è morto, la sinistra no. Ripartiamo dagli sfruttati”
Castellina, la sinistra e il Pd sono morti?
Per me il Pd non è di sinistra.
È, anzi era un partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria.
La sinistra è un’altra cosa. Minniti è stato un ministro di destra. E il Jobs Act ha contribuito a smantellare quella che un tempo si chiamava l’unità dei lavoratori, della classe operaia.
Quindi inutile chiederle di Zingaretti o Martina o Calenda?
La questione è molto più seria, c’è da ricostruire un percorso, un’egemonia culturale, ci sono da fare nuove casematte di contropotere. Il problema non è sapere cosa farà Zingaretti. Questa è un’ossessione per chi ragiona solo in certi termini.
Quali?
Mi ha colpito che dopo il 4 marzo si sia parlato solo di governo, non di società. E credo che perdere la società sia più grave che perdere Palazzo Chigi. Il Pd è morto perché è un partito nato male e finito peggio.
Governismo, malattia atavica affine a quel poterismo denunciato persino da Stalin.
Il cambiamento – una volta si sarebbe detto la rivoluzione – è un processo lento. Tutto quello che di buono ha fatto il Pci, lo ha fatto dall’opposizione, non dal governo.
Poi il Muro è crollato ed è arrivata la Seconda Repubblica: riformismo e adesione acritica al capitale, il blairismo, Clinton e l’Ulivo mondiale, eccetera eccetera. Fino al colpo mortale del renzismo cinico e vuoto.
Io vado indietro alla metà degli anni Ottanta quando è subentrato il mito del decisionismo socialista con Craxi, è stato a quel punto che non si è dato più spazio al protagonismo della società, alla partecipazione democratica.
Da Craxi a Renzi un solo filo, in mezzo Veltroni, D’Alema, Bersani.
Renzi non è stato che l’ultimo epigono e D’Alema è quello che ha meno colpe rispetto agli altri. Il Pd è stato l’ultimo approdo di una linea decisa dalla Trilateral (la “commissione” sovranazionale fondata da Rockefeller negli Stati Uniti, ndr) nel 1973.
Fa la complottista?
Per carità di Dio, è tutto pubblico, una linea politica annunciata.
Cioè?
Per la Trilateral c’era troppa democrazia nel mondo e così nacque l’idea di governance, l’idea di governare un Paese come una banca. E decenni dopo siamo finiti con Macron e Renzi, anche se il primo è meno ridicolo del secondo e pure in Francia i socialisti sono crollati.
L’Europa delle banche e non dei popoli.
Nessuno ha mai letto le sentenze della Corte costituzione tedesca contro l’adesione della Germania ai Trattati di Maastricht e Lisbona. Ormai il parlamentarismo non conta più, esistono solo gli esecutivi e a loro volta i primi ministri che si riuniscono a Bruxelles. Oggi non è la sinistra a essere in crisi, ma la democrazia.
A proposito di crisi della democrazia: nel Pd il renzismo appare come l’unico capro espiatorio. Ma il lungo regno di Giorgio Napolitano al Quirinale ha inferto altri colpi mortali, a partire dal 2011 quando impedì a Bersani di andare a votare. E due anni dopo, nel 2013, il Pd pagò più di tutti il tragico biennio dei tecnici di Monti. Eppure la questione Napolitano è ancora tabù a sinistra.
Napolitano è sempre stato per i poteri stabilizzanti. E nel 2011 per prudenza si è schierato coi poteri forti.
Dunque: la crisi della democrazia coincide con la crisi della sinistra.
Perché la sinistra ha bisogno della democrazia, molto più della destra.
Nel frattempo milioni di elettori di sinistra si sono rifugiati nel M5S: il 45 per cento dell’elettorato grillino viene dall’area ex Pci.
I Cinquestelle hanno riempito un vuoto in maniera confusa, dicono tutto e il contrario di tutto. Hanno sostituito la democrazia con la piattaforma Rousseau. E non hanno capito una cosa.
Quale?
Sostengono che tutto quello che è successo è stato colpa della politica. Ma è vero il contrario: è stata l’assenza della politica a favorirli.
Ma il M5S può far parte del futuro della sinistra?
Dipende se prevarrà la linea di Salvini. In ogni caso una parte dei grillini finirà per stare a sinistra. Però si sveglino, l’ingenuità è pericolosa perché si corre il rischio di essere manovrati da qualcuno.
Tolti il Pd e la metà dei Cinquestelle cosa resta?
Io non sono pessimista. Tra qualche giorno, in Calabria, c’è un grande campeggio di migliaia di studenti che si ritrovano non per chiedersi chi ha sbagliato tra Renzi e D’Alema, ma per interrogarsi sul presente e sul futuro. E sono tutti nati nel 2000.
Tolto pure il campeggio?
Ci sono l’associazionismo, c’è Sinistra Italiana di cui faccio parte.
Ahi: Sinistra Italiana sta in Liberi e Uguali, non proprio un successo.
Il guaio di LeU è stato quello di fermarsi al nome del leader. Una vera disgrazia, un cedimento alla comunicazione. Non si parte mai dai nomi. A meno che non sia Togliatti.
Togliatti era Togliatti.
Appunto.
Si comincia prima dalle battaglie.
La sinistra si può rilegittimare con la difesa dei nuovi sfruttati, che sono messi peggio rispetto ai primi del Novecento.
Sinistra, lavoro, diritti.
Libertà e uguaglianza, il comunismo.
Lei era un’eretica filocinese del manifesto. A Pechino c’è sempre la bandiera rossa.
Ma non è comunismo.
Il video razzista di B. “Una che va con un negro mi fa schifo”
Anche se la frase era già emersa dagli atti dell’inchiesta, ora spunta il video che la contiene. Il sito GiustiziaMi.it – la testata online del Tribunale di Milano – ha pubblicato un nuovo estratto del video ripreso di nascosto in villa San Martino (depositato agli atti dell’inchiesta Ruby ter) che ritrae Silvio Berlusconi mentre dialoga con Marysthell Polanco, in pieno scandalo Olgettine. La ripresa, realizzata a metà del 2011, mostra un passaggio in cui B. pronuncia una frase razzista – “Una che va con un negro mi fa schifo”–, riferendosi alla show girl Raffaella Fico che in quel periodo aveva una relazione sentimentale con il calciatore Mario Balotelli. La conversazione continua, con Marystell Polanco che obietta: “Ma Papi, anche io sono negra”. E B. replica: “Ma no, tu sei abbronzata”. Una prima parte del video era stata diffusa, quella in cui la ragazza chiede a B. di farla lavorare, ma lui spiega: “Sono stato distrutto, ormai sono quello del Bunga-Bunga”. Il giornale ha dichiarato di aver pubblicato il video perché “riteniamo sia doveroso darne conto, considerato il ruolo pubblico che Berlusconi ancora ha, in un momento in cui il tema del razzismo è di lampante attualità”.
Scafarto si è deciso: farà l’assessore
Addio caso Consip, addio indagini su appalti e Gigli magici. La nuova vita del neoassessore alla Sicurezza e Legalità di Castellammare di Stabia (Napoli), Gianpaolo Scafarto, inizia con un input sull’immigrazione, una delle numerose deleghe che ha ricevuto: dire no agli Sprar, i progetti per l’accoglienza e la protezione dei richiedenti asilo.
“Non saremo mai un dormitorio per gli immigrati”, ha spiegato il sindaco di Forza Italia, Gaetano Cimmino, nel corso della conferenza di presentazione della nuova giunta. L’evento che ha dato il timbro di ufficialità alla nomina di Scafarto, anticipata il 1º luglio sul Fatto Quotidiano. Sul tema Sprar, il maggiore dei carabinieri più famoso d’Italia ha ascoltato il sindaco in silenzio. Del resto, Cimmino pochi minuti prima era stato chiaro: “Ho fatto una giunta di tecnici: la politica decide cosa fare, gli assessori lo fanno”. E quando ha parlato, Scafarto ha confermato: “Non ho velleità politiche di alcun tipo, porto in giunta la mia esperienza di 23 anni di servizio e voglio fare qualcosa di concreto per la città dove sono nato e vivo”.
Con un non detto che fonti vicine alla sua famiglia avvalorano: l’ufficiale avrebbe accettato l’assessorato per reagire al demansionamento e all’isolamento sofferto all’interno dell’Arma, dopo che le sue indagini erano arrivate fino al comandante generale Tullio Del Sette.
Scafarto era l’investigatore di punta del Noe, e quando è finito a sua volta indagato, si è confinato al Comando regionale, senza funzioni di polizia giudiziaria. Ridotto a scrivere rapportini interni. A non fare niente.
Nella sala giunta che affaccia sul Golfo di Castellammare si respirava la pressione che Matteo Renzi ha gonfiato con la diretta Facebook del 4 luglio: “A pensare male si fa peccato”. Un’allusione al fatto che entrava in un’amministrazione di Forza Italia un carabiniere accusato di aver manipolato prove per incastrare il padre dell’ex premier Pd. Riesame e Cassazione hanno accolto i ricorsi di Scafarto escludendo il “complotto”, ma la Procura di Roma è orientata a chiedere un processo.
Il sindaco sa che si è preso in casa un personaggio che gli porta in dote una fastidiosa sovraesposizione mediatica, e il paradosso di un assessore alla Legalità indagato.
Già ieri la renzianissima Alessia Morani – retwittata dall’ex premier – tornava a definire Scafarto “il carabiniere del complotto” (ignorando la Cassazione) e la sua nomina “una storia incredibile ma purtroppo realmente accaduta”. Ma Cimmino difende la sua scelta senza tentennamenti: “Non è corretto ricordarlo solo per Consip, in oltre 20 anni Gianpaolo ha svolto altre indagini importantissime e in ogni direzione, è un investigatore eccezionale. Ho messo tutto sulla bilancia e hanno prevalso le grandi competenze che Scafarto avrebbe potuto mettere a disposizione in una città dove esiste da tempo un’emergenza sicurezza”.
Grillo fa 70: un genio satirico a metà tra il palco e la politica
A chi gli manda un messaggio d’auguri per i suoi primi 70 anni, Beppe Grillo risponde così: “Sto guardando un cantiere, il caterpillar non va bene”. Studia quel che non può né vuole imparare: una vita da umarell, da vecchietto che passa il tempo a non far nulla e guardare gli altri. Più o meno l’opposto della sua vita.
Dovendo scegliere come tutti se nascere incendiario e morire pompiere, Grillo ha preso una strada tutta sua. Non è rimasto giullare tout court come Dario Fo, suo grande amico sino alla fine. Non ha neanche ipotizzato di svilirsi pompiere come Roberto Benigni. Grillo ha tentato, in un unicum mondiale, di restare satirico reinventandosi al contempo (non) politico.
Aveva tutto da perdere, perché una vita da comico saltuariamente televisivo gli avrebbe portato molti più soldi e molti meno nemici. Rischiava pure l’insuccesso cosmico. Ma alla fine ha avuto ragione lui. Avendo quasi tutti i media contro, che è poi una cosa che lo diverte (e carica) da morire, ha vinto le elezioni del 2013 per poi addirittura vedere il suo movimento – di cui ieri era “capo” e oggi “garante” – al governo.
Sarebbe poi bello scoprire, se solo l’uomo prima o poi accettasse un’intervista, se di ciò sia contento. Intimamente contento. O se piuttosto, essendo un guastatore nato e un attaccante di sfondamento, abbia sofferto oltremodo la lunga fase (che perdura ancora, nonostante il “passo di lato”) in cui la politica politicante ha dominato su tutto il resto. Gli spettacoli. Le battute. Il gioco. Se chiedi a un provocatore di travestirsi da moderatore, di fatto gli imponi di vivere contronatura. Per questo, probabilmente, Grillo si sente più felice adesso di qualche anno fa: per nulla geloso di Di Maio e soci, casomai orgoglioso. E di sicuro orfano di Gianroberto Casaleggio. Perderlo è stato uno dei dolori più grandi della sua vita, ricordarlo è uno dei pochi doveri che sente di voler rispettare.
Beppe Grillo era e resta, anzitutto, uno dei più grandi animali da palcoscenico che questo Paese abbia mai avuto. La sua padronanza del palco è mostruosa, la sua capacità di farti ridere di tutto – e su tutto – non ha eguali in Italia. Era già così quando Pippo Baudo lo scoprì per caso sul finire dei Settanta. Ha scritto pagine televisive di comicità prodigiosa, per esempio a Sanremo, che ha co-presentato 40 anni fa (era il Festival di Gianna di Rino Gaetano) e poi dominato dieci anni dopo con un monologo irresistibile. Testo di Michele Serra, ieri amico e ora no. Prima carezzava i massimi sistemi, poi tornava a bomba sul contesto per bastonare Cutugno, Laurito e Jovanotti. Nel mezzo c’erano stati i suoi “ve lo do io”, l’America e il Brasile. E c’era pure stata la battuta sui socialisti a Fantastico ’86, che gli valse la cacciata per volere del diversamente democratico Craxi.
È lo spartiacque: quell’episodio finisce con l’ispirarlo, più che ferirlo. Sarebbe potuto tornare molte più volte in tivù, ma decise di farlo sempre meno. Per scelta.
Il canto del cigno televisivo, in Rai, è il celebre “spettacolo del 144” dal Teatro delle Vittorie. L’apoteosi, le querele. Da allora Grillo abbraccia una sorta di inseguita clandestinità, inventa una satira economico-ecologico-politica e realizza (a cavallo tra Novanta e Duemila) spettacoli efficacissimi. Non è un caso che, per tornare al teatro schifando la tivù, cerchi come regista chi aveva fatto – sino in fondo – quella stessa scelta venti anni prima: Giorgio Gaber. Artisticamente è il suo apice, ma non è solo questo: quegli anni di palazzetti strapieni e di contro-informazione gli valgono la fiducia di milioni di italiani. Una fiducia che si tramuterà in click, firme e voti con la nascita di blog (2005), V-Day (2007/8) e M5S (2009).
Nel frattempo la sinistra non si accorge ovviamente di nulla e l’informazione ufficiale lo perde di vista. Piccolo aneddoto personale. Nel 2005 proposi all’Espresso di intervistarlo. Il caporedattore alla cultura mi rispose così: “Grillo? Ma è ancora vivo?”. Ecco: la percezione, e la sottovalutazione, era (è?) questa. Anche così si spiegano questi primi settant’anni ruggenti di un uomo tanto geniale quanto spigoloso. Visionario come pochi, umorale come nessuno. Amatissimo e odiatissimo, insuperabile nello stare violentemente sulle palle anche quando ha ragione e nel seppellire con una risata – che è poi il compito della satira – buona parte della politica italiana più rivoltante. Auguri, Beppe Grillo. E smettila di rompere le scatole a quei poveri operai nel cantiere.
F1, la Ferrari in pole Il direttore corse: “Dedicata a Sergio”
In un giorno complesso per l’universo Ferrari, quello in cui l’ad e presidente Sergio Marchionne esce di scena per motivi di salute (sostituito nelle due cariche da Carey Camilleri e John Elkann), il Cavallino in Formula 1 si prende comunque una soddisfazione: Sebastian Vettel partirà in pole position nel Gran Premio di Hockenheim (Germania) di oggi e l’altro ferrarista Kimi Raikkonen in terza posizione: merito delle rosse, certo, ma anche della pessima performance del principale sfidante di Vettel (Lewis Hamilton della Mercedes), finito in panne in una fase intermedia delle qualifiche che partirà dal 14esimo posto.
Maurizio Arrivabene, direttore della Scuderia Ferrari, ha voluto comunque parlare di quello che fino a ieri era il suo capo: “Io posso parlare per la Squadra Corse che è a Hockenheim: della pole di oggi c’è la certezza, della gara di domani no. Quindi mi affido alla certezza: da parte di tutta la Squadra Corse dedichiamo a Sergio Marchionne la pole di oggi e in questo momento difficile siamo vicini a lui e alla sua famiglia”.
“Equilibri precari, Fca è sempre più americana”
“Questa scelta segna la definitiva americanizzazione di Fca”. Giuseppe Berta è un docente della Bocconi, conosce a fondo la storia dell’industria italiana e della Fiat, essendo stato responsabile dell’archivio storico del Lingotto. Ora che l’azienda sarà guidata dal britannico Mike Manley, non è ottimista sul destino degli stabilimenti italiani.
Professore, l’asse si sposta sempre più oltreoceano?
Sì, il nuovo amministratore delegato viene dalla Jeep, marchio su cui Fca sta puntando. Bisogna considerare il contesto politico, con Donald Trump che fa dichiarazioni pesantissime sugli intenti protezionistici.
E questo che cosa implica per le fabbriche italiane?
Un disastro, lei pensi a uno stabilimento come Melfi, dove ci sono linee che producono Jeep. Se quelle auto dovranno rivolgersi solo al mercato europeo, non potendo andare verso l’America come avviene adesso, basterà a far reggere la produzione della fabbrica di Melfi? E che cosa facciamo a Pomigliano? Marchionne, giustamente, aveva pensato di destinare in quello stabilimento una produzione di migliore qualità con più margini. Il primo giugno ha detto che il futuro si gioca su Alfa e Maserati, che un domani dovrebbero confluire nel polo del lusso, ma la crescita di Alfa Romeo non è elevata, e ha risultati lontanissimi rispetto alle performance dei concorrenti. Bmw, Mercedes, Audi e Toyota, per esempio, sono molto agguerriti. Poi c’è un’altra cosa…
Quale?
Il gruppo si chiama Fiat-Chrysler, due marchi che attualmente risultano in estinzione: nel piano non c’era nulla circa Fiat e circa Chrysler, perché si ritiene che i marchi generalisti non rispondono più alle attese di un mercato sofisticato e segmentato.
La piena occupazione è quindi ancora più lontana?
Era stata promessa, ma poi non sono riusciti a mantenere l’impegno. Adesso, con il nuovo amministratore delegato a Detroit, diventa molto difficile.
Quindi che cosa servirebbe all’Italia per mantenere gli attuali livelli?
Investimenti rapidi e molto elevati. Oggi abbiamo un punto di forz, il suv Alfa Stelvio, ma la Giulia non ha avuto lo stesso successo. Quanto a Maserati, si vedono i primi segni di flessione, tanto che sono partiti gli ammortizzatori sociali a Grugliasco e Mirafiori. La prospettiva dell’Italia non è così buona dentro questo quadro.
In casa Fca, comunque, ritengono di aver centrato gli obiettivi…
Marchionne è riuscito ad azzerare il debito e aumentare i profitti; questo però è avvenuto investendo meno, oggi il piano prevede 45 miliardi entro il 2018, questi investimenti dovrebbero essere resi operativi molto presto, perché la concorrenza è aumentata e sta lavorando bene sulle piattaforme. Non altrettanto possiamo dire di Fca che sull’elettrico è in ritardo: ci arriverà, ma gli investimenti in altri casi sono già operativi.
Quali conseguenze potrebbero esserci?
È un equilibrio instabile, e – come dicevo – il protezionismo di Trump sta aggravando la situazione. Ciò sposta l’asse sulla Cina che si trova in posizione cruciale: ha spinto sul cambiamento tecnologico, e ha investito perché vuole diventare un grande esportatore. L’Oriente potrebbe essere interessato, e dato che Trump non permetterà mai che una grande casa straniera metta le mani su Jeep, credo che dall’Asia ci sia interesse ad acquisire il marchio Fiat.
Torniamo a Manley: è una scelta in continuità?
No, andremo incontro a un grande cambiamento. Marchionne è stato, comunque lo si giudichi, unico, perché è il primo manager Fiat che non ha dovuto per un po’ di anni fare i conti con l’azionista. Nel Lingotto, le funzioni del management si sono sempre mescolate con una presenza forte della proprietà, Marchionne nella prima fase ha costruito molto sull’assenza dei proprietari, anche perché gli eredi erano molto giovani.
Con Marchionne abbiamo anche avuto l’uscita da Confindustria e la disdetta del contratto collettivo dei metalmeccanici. C’è la possibilità che il successore torni indietro?
Ricordo quando Marchionne fece quella scelta, gli chiesi il motivo e mi rispose così: ‘Devo farlo perché gli americani, dopo l’alleanza, vogliono che ci sia un processo di parificazione di condizioni e che l’Italia non sia avvantaggiata’. Quella fu una svolta, un effetto della globalizzazione e provocò la lacerazione del tessuto sindacale. Ma non credo sia reversibile, anche perché la Confindustria è delegittimata dall’attuale governo, quindi non conviene associarsi a un mediatore che appare debole.