Dagli Agnelli a Trump: le tappe dell’italo-canadese

Arriva alla guida del gruppo Fiat il 1º giugno 2004, scelto dalla famiglia il giorno del funerale di Umberto Agnelli: il manager italo-canadese Sergio Marchionne si trova davanti a un Gruppo sull’orlo del collasso. L’ultimo bilancio del 2003 ha ricavi a 47 miliardi di euro, 7 in meno del 2002. L’indebitamento netto è intorno ai 15 miliardi. L’esercizio si chiude con perdite per circa 2 miliardi mentre il risultato operativo, ossia quello che la società incassa o prende con la sua attività industriale, è in rosso per mezzo miliardo. Il primo atto del nuovo ad, nel 2005, è la rinegoziazione di un accordo che libera il colosso statunitense General Motors dagli obblighi verso Fiat (conteneva una opzione put che consentiva al Gruppo torinese di decidere di vendere tutto il suo capitale agli americani, che erano obbligati a comprare) in cambio di 2 miliardi di euro che ossigenano le casse dell’azienda. La rivoluzione principale arriva nel 2009, quando mette gli occhi su Chrysler che soffre più di tutti per la crisi del mercato automobilistico statunitense. L’allora presidente Barack Obama diede fiducia ai piani di Marchionne che portò a Chrysler tecnologie “pulite” per i motori, il suo know how e un piano di rilancio in cambio di una parte delle azioni. Una operazione complessa che, però, alla fine portò Fiat a detenere il maggior numero di azioni e a essere la proprietaria di Chrysler. È qui la trasformazione in FCA (Fiat Chrysler Automobiles) quotata a Wall Street oltre che a Piazza Affari.

Sono anni di crisi ma anche di cambiamenti e scontri sindacali: nel 2009 affronta la crisi di Pomigliano d’Arco e di Termini Imerese, per la chiusura di quest’ultima sede (arrivata poi definitivamente nel 2012) e la proroga della cassa integrazione di 5 mila operai della prima (Paolo Bonolis dedicò al tema anche uno spazio durante il Festival di Sanremo di quell’anno) e la disdetta del contratto dei metalmeccanici. Si deve a lui la trasformazione del polo napoletano nel punto di produzione e assemblaggio della nuova Fiat Panda. Nel 2015 Marchionne riapre invece la produzione a Mirafiori, a Torino: lo stabilimento viene destinato alla realizzazione della linea di Suv della Maserati “Levante”. L’allora premier Matteo Renzi visitò lo stabilimento, definendosi “gasatissimo” per i progetti di Marchionne. A maggio di quest’anno, l’incontro con il presidente Usa Donald Trump che ,alla notizia dello spostamento della produzione di Fca dal Messico al Michigan, ha detto: “È per questo che lei è il mio preferito!”. “Capisco i suoi dazi”, ha detto di recente Marchionne.

Lascia i conti risanati, ma l’Italia resta al palo

In 14 anni ha trasformato la vecchia Fiat in un colosso globale, ma con un grosso neo: l’Italia, dove nel turbinio di piani industriali non è mai riuscito a mantenere le promesse nonostante una vagonata di soldi pubblici, forse perfino più di quelli incassati dai suoi predecessori.

Quando Sergio Marchionne arrivò nel 2004 – grazie a Gianluigi Gabetti che convinse la famiglia Agnelli nel giorno del funerale di Umberto a fermare il blitz dell’allora ad Giuseppe Morchio in favore dell’italo-canadese –, Fiat era un gruppo di fatto fallito, che nei tre anni precedenti aveva cumulato 8 miliardi di perdite ed era in mano alle banche. La svolta arriva con l’acquisto di Chrysler e la nascita di Fca. Oggi l’area Nafta (Usa, Canada) vale metà dei 110 miliardi di fatturato, grazie al marchio Jeep e ai pick up Ram, e ha una redditività più che doppia rispetto all’area europea. Oggi Fca è in attesa di chiudere il 2018 con 125 miliardi di ricavi (triplicati dal 2004), 5 di utili netti e in Borsa vale 11 volte più di quanto valeva 14 anni fa. Il manager italo-canadese è riuscito ad azzerare l’enorme debito, ma resta il disastro della vecchia Fiat Auto. Fca Italy, che racchiude Italia, Europa, Turchia e Sudamerica, macina perdite, 600 milioni nel 2017, in calo rispetto agli 1,6 miliardi del 2016. Le perdite viaggiano intorno a un miliardo annuo dal 2012 e non si azzereranno nel breve termine. Presentando il piano 2014-2018 (Fabbrica Italia), Marchionne promise di passare da 4,2 a 6,2 milioni di auto prodotte nel 2018, grazie a 5 miliardi di investimenti. Ben poco è stato fatto e nel 2017 Fca ha consegnato 4,7 milioni di veicoli.

Nel frattempo negli stabilimenti italiani il lavoro langue. A Mirafiori si sono chiusi i contratti di solidarietà per i 2514 lavoratori solo perché la metà è stata trasferita a Grugliasco, dove gli ammortizzatori sociali non si sono esauriti. A Pomigliano, senza una nuova linea della Panda (che dovrebbe finire in Polonia), sarà difficile tenere al lavoro tutti i 4800 operai. A Melfi i mille addetti non sanno che fine faranno dopo che cesserà la produzione della Fiat Punto. Il ricorso agli ammortizzatori sociali a carico dello Stato è quasi il doppio del 2017. Tutto questo nonostante – come ha raccontato Marco Cobianchi di Panorama – i tantissimi sussidi pubblici e i 4 piani di rottamazione auto varati dai governi dal 2005 al 2009, di cui Fiat fu la principale beneficiaria.

Più finanza che auto. E il Jobs Act è roba sua

La storia della Fiat sarà scandita da un prima e da un dopo Marchionne. L’impatto del manager italo-canadese sulla (ex) Fabbrica italiana di automobili con sede, una volta, a Torino, è stato decisivo nel mutare il volto dell’azienda che per un secolo ha segnato il destino del Paese, le vicende della lotta di classe, la vita dei governi oltre a quella delle imprese stesse.

Con Gianni Agnelli, volto e simbolo della Fiat, ben oltre i suoi meriti e le scarse capacità manageriali, dire Fiat equivaleva a dire Italia. Con Marchionne non è stato più così. Con lui, Fiat è diventata un grimaldello verso il mondo globalizzato, per prendersi un pezzo di America, avere la sede a Londra, chiudere con la provincia e le sue beghe e farsi belli nel salotto mondiale del capitalismo. È allo stesso Agnelli che Marchionne va confrontato. Non ai suoi illustri predecessori, Vittorio Valletta e Cesare Romiti. Entrambi accompagnano l’industria automobilistica italiana nel Dopoguerra, con il primo che beneficia del boom economico a cui presta il volto della 500 e il secondo, funzionale al salotto finanziario milanese, che gestisce la prima grande crisi economica, quella degli anni 70, firmando nel 1980 la più grande vittoria padronale spezzando la lotta operaia di Mirafiori. Marchionne, però, è più di un manager capace, piu di un risanatore di aziende fallite, piu di un badante del rampollo di famiglia scapestrato. Rappresenta una filosofia e una visione, ha dato un’anima all’azienda e con lei a un passaggio epocale del capitalismo italiano. Fino a mettere in ombra la stessa proprietà. “La Fiat c’est moi” avrebbe potuto dire.

Marchionne arriva in Fiat nel 2004 e trova una situazione bloccata, un mercato domestico stantio, una azienda arretrata. E capisce che la svolta deve essere mondiale. Si mette al passo con la globalizzazione e sa cogliere al volo – questa la sua vera mossa abile –, l’opportunità che gli offrirà Barack Obama cedendogli, a prezzo simbolico, la Chrysler. L’operazione porta la firma del presidente Usa e il supporto decisivo del sindacato americano, l’Uaw, che donerà il sangue con il suo fondo pensione. Marchionne si fa trovare al posto giusto nel momento giusto, agguanta l’offerta e inizia la sua era. Che è finanziaria e non industriale. Non c’è innovazione nella sua stagione. I due marchi simbolo della sua gestione, Jeep e 500, vengono da molto prima. Dal punto di vista industriale non crea nulla, ricicla vecchi progetti, resta indietro nel mercato delle auto elettriche, smantella impianti. Sul piano finanziario, invece, crea la Fca, porta la sede a Londra e quella fiscale ad Amsterdam, scinde Ferrari, riorganizza il reparto trattori e camion. La strategia globale finanziaria emerge quando si occuperà degli operai, riducendo le pause, riorganizzando i turni, dimezzando i diritti sindacali, ingaggiando lo scontro con la Fiom di Maurizio Landini. Il cuore di quella battaglia ruota sull’impresa che non vuole più mediazioni, lacci e pastoie sociali e nazionali. Per questo Marchionne rompe con Confindustria, portando fuori Fca e rivendicando il diritto di farsi il contratto che più le serve, con l’occhio a Detroit, Londra e Pechino, dove il mercato è destinato a crescere. Ecco perché la successione è affidata a Mike Manley.

Marchionne lo stratega globale, che non essendo il padrone dell’azienda mette a nudo anche la crisi del capitalismo familiare all’italiana, fatto di poche famiglie che, quasi, non ci sono più. Marchionne il simbolo della risolutezza, utilizzato per dimostrare il genio italiano da chi il genio non ce l’ha, come Renzi, o da chi avrebbe voluto farne il proprio erede, come Berlusconi.Marchionne simbolo di un’Italia che, invece, non esiste, uomo di un’occasione non lasciata ad aspettare, di un colpo sparato ad arte ma senza ripetizioni. La Fca resta ancora nella parte bassa della classifica tra le prime 10 compagnie mondiali dell’auto, quando a sopravvivere saranno solo le prime cinque o sei. Il futuro degli operai italiani resta strozzato e i modelli che dovrebbero garantirne il rilancio restano in mente dei.

Con il maglioncino blu e l’origine oriunda, Marchionne ha incarnato la propria epoca, dando coraggio alla crisi di classi dirigenti incapaci persino di menare una vera politica anti-operaia (senza di lui non ci sarebbe stato il Jobs act). Ha riempito un vuoto e ha dato un volto al padrone del XXI secolo. Nel 2014, ad Auburn Hills, presentò così il piano industriale della Fca: “Esiste un mondo nel quale le persone non lasciano che le cose semplicemente accadano. Le fanno accadere. Senza abbandonare i propri sogni, li realizzano e rischiano, per tracciare, sul terreno, le proprie impronte”. Marchionne ha lasciato un’impronta e non solo nella storia di Fiat.

Fiat costretta alla svolta: finisce l’èra Marchionne

Quattordici anni e venti giorni. Tanto è durata l’era Marchionne in Fiat, oggi Fca (Fiat Chrysler authomobiles), che si è interrotta bruscamente ieri con qualche mese d’anticipo rispetto alla scadenza prevista nella primavera 2019. Per motivi di salute il manager italo-canadese lascia tutti gli incarichi, da consigliere d’amministrazione di Exor, la holding finanziaria degli Agnelli, alla presidenza di Cnh Industrial, dove verrà rimpiazzato da Suzanne Heywood, dal 2016 managing director di Exor. Dal ponte di comando Fca a quello della Ferrari, dove sarebbe dovuto invece rimanere fino al 2021 e dove sarà sostituito da Louis Carey Camilleri, 63 anni e membro del board formatosi in Philip Morris, con l’onnipresente John Elkann come presidente.

Il ruolo più importante, ovvero quello di nuovo amministratore delegato di Fca sarà invece ricoperto da Mike Manley. Inglese, 54 anni, dal 2015 numero uno di Ram e soprattutto di Jeep, che sotto la sua guida ha quadruplicato le vendite mondiali, che lo scorso anno sono state di 1,4 milioni di auto, facendo entrare una grande quantità di denaro fresco nelle casse bisognose di Fca. Manley è un vero e proprio “car guy”, membro dal 2011 del Gec (Group Executive Council), ovvero della ristretta cerchia di super manager consiglieri di Marchionne. Ma soprattutto è l’espressione della componente anglosassone del sodalizio italo-americano, che evidentemente ha avuto la meglio su quella tricolore (leggi Alfredo Altavilla, numero uno dell’area Europa, l’Emea, e Pietro Gorlier, numero uno di Magneti Marelli), ma anche su quello che era considerato il più affine allo stesso Marchionne per ruolo e competenze, ovvero il direttore finanziario Richard Palmer. E proprio qui sta l’incognita: Manley è di certo manager conosciuto e capace di portare risultati, quasi sempre il primo a metterci la faccia insieme allo stesso ad uscente, ma come prenderanno gli investitori e i mercati la scelta (nuova) di privilegiare il prodotto rispetto alla finanza? E soprattutto, quali ripercussioni avrà sui colloqui con i potenziali nuovi acquirenti del Gruppo, come potrebbero essere i coreani di Hyundai-Kia? Su questi fronti, l’ex timoniere italo-canadese lascia a quello nuovo, che ha già ricevuto le deleghe dal cda per operare immediatamente, un’eredità pesante. I cui effetti sono tutti da verificare nei prossimi giorni e mesi.

Per capire come si sia arrivati a un passaggio del testimone così frettoloso, sancito da una riunione d’urgenza del consiglio d’amministrazione Fca tenutasi ieri nel primo pomeriggio, bisogna fare un passo indietro. Sono state le condizioni di salute di Marchionne a innescare il tutto, e in particolare il perdurare della sua degenza a causa di un intervento chirurgico alla spalla subìto a fine giugno, dopo l’ultima apparizione pubblica il 26 del mese scorso a Roma per la consegna di una Jeep Wrangler all’Arma dei Carabinieri, occasione in cui era parso molto provato nell’eloquio e nella deambulazione. Degenza troppo lunga, e per certi versi sospetta: prima di essere ricoverato all’Ospedale Universitario di Zurigo Marchionne aveva dato precise disposizioni ai suoi collaboratori di non essere cercato né al telefono né via mail. Comportamento atipico per un workaholic come il manager dal maglione blu, capace di lavorare anche 18 ore al giorno. Di qui le indiscrezioni sul suo stato di salute, ben più serio rispetto a un’operazione chirurgica di routine come confermato sempre ieri in serata da una nota dell’azienda, che “con profonda tristezza comunica che in settimana sono sopraggiunte complicazioni inattese durante la convalescenza post-operatoria del dottor Marchionne, aggravatesi ulteriormente nelle ultime ore”. Proprio per questo le parole di Elkann suonano come qualcosa di più rispetto a un semplice commiato o a un ringraziamento: “Per me Sergio è stato una persona con cui confrontarsi e di cui fidarsi, un mentore e soprattutto un amico. È stato un privilegio poterlo avere al mio fianco per tutti questi anni”. Il manager, filtrava ieri sera, è in condizioni gravissime. Il cda di Ferrari ha espresso vicinanza a lui e alla sua famiglia.

“I festini di Siena? Bufala che mi ha rovinato la vita”

“La storia dei festini legati alla morte di David Rossi è una gigantesca bufala. Parlo adesso per la prima volta perché dopo che sono stato tirato in mezzo dalle Iene e dalla mia ex moglie, la mia vita è sconvolta. E sono stanco di speculazioni sulla mia pelle”.
Il colonnello dell’Arma dei carabinieri, Pasquale Aglieco, non ne può più. Era il comandante provinciale dell’Arma a Siena quando David Rossi si suicidò. Fu uno dei primi ad arrivare sul luogo della tragedia, la notte del 6 marzo 2013 e, secondo alcuni testimoni intervistati da Antonino Monteleone de Le Iene nei mesi scorsi (un escort e la sua ex moglie), sarebbe anche uno dei personaggi influenti che presero parte a ipotetici incontri in alcune ville del Senese a base di sesso e di escort omosessuali.

Festini con politici, magistrati, sacerdoti e alti funzionari della banca Montepaschi. Festini la cui esistenza potrebbe spiegare – secondo quel che hanno lasciato intendere Le Iene – il perché le indagini siano state condotte male. In parole povere, come dice Aglieco durante l’intervista, “qualcuno avrebbe insabbiato le indagini sulla morte di Rossi perché chi indagava e chi poteva essere indagato, andavano a maschi insieme”. E Pasquale Aglieco ha deciso che si difenderà da queste accuse in tutte le sedi possibili.

“Quando le Iene hanno trasmesso il primo servizio sul filone dei festini a Siena, io stavo guardando altro in tv. Hanno cominciato a chiamarmi amici di Siena, chiedendomi cosa stesse succedendo. Era successo che questo fasullo escort col volto coperto aveva raccontato di questi festini gay, facendo dei nomi di battesimo dei coinvolti. Parlava di un Giulio, di un Nicola. Il tutto costruito in maniera subdola, perché poi Monteleone chiedeva se ricordasse dei soprannomi e quello diceva ‘Il carabiniere’. Di carabiniere con quel nome in tutto il comando c’ero solo io.

E lei a quei presunti festini non aveva mai preso parte?

Io non solo non vado a festini e non sono omosessuale, ma il mio lavoro lo faccio bene, sono stato a Siena dal 2010 al 2013 e mi creda, se si fossero fatti festini con personalità di quel calibro, io lo avrei saputo.

Non è solo l’escort però a tirare in ballo lei.

No. L’11 aprile arriva il secondo servizio e questa volta la super testimone di spalle è la mia ex moglie, con cui sono separato dal 2011. È riconoscibile perché mostrano dei dettagli dell’orologio, dell’anello, delle mani… a Siena l’hanno riconosciuta tutti. L’hanno fatto di proposito. Chiunque ci conosce ha capito chi fosse e il fatto che stesse parlando di me.

La sua ex moglie ha dichiarato di aver trovato frustini e mutande di pelle nel suo armadio.

Mi scusi se rido, ma quando parlo di questa storia ho una risata nervosa. Al di là dell’assurdità di queste accuse, la mia ex moglie mi fa denunce su denunce da anni, dall’appropriazione indebita al mancato mantenimento. C’è una conflittualità pregressa. Se nessuno mi ha cercato per chiedermi una mia versione dei fatti forse è perché avrei rivelato che il testimone chiave non è proprio imparziale nei miei confronti. Per giunta mi lasciò lei.

Su questo filone sta indagando la Procura di Genova. È stato convocato?

Certo. Mi è stato chiesto se ho mai posseduto frustini. Ho risposto che ho le manette, ma hanno altre funzioni. Mi è stato chiesto se possiedo mutande di pelle, ho risposto che mi fanno sudare solo al pensiero. Si rende conto delle domande a cui ho dovuto replicare?

Ha denunciato Le Iene?

Certo. Hanno realizzato 33 servizi tra tv e sito. L’ultimo il 4 luglio. Ho denunciato Rti, Le Iene, Davide Parenti, Antonino Monteleone e il suo autore Marco Occhipinti. La storia dei festini è una balla colossale. Si sono innamorati di una storia e l’hanno voluta portare avanti fino in fondo, ma senza uno straccio di prova, aggrappandosi a chiacchiere e falsi escort.

Perché dice che l’escort è falso?

Senta, io questi escort che vanno a cena con i clienti, trattati alla pari, seduti a tavola in una villa li trovo bizzarri. Poi ci sono alcune cose che non tornano. L’escort dice che giorni prima c’era stata agitazione per la morte di una ragazza e Monteleone specifica che l’omicidio di questa colombiana avvenne in un palazzo nei pressi della banca. A parte che il palazzo era più vicino a casa di Rossi che alla banca e che l’assassino è stato individuato poco dopo, la ragazza è stata trovata il 3 marzo. David è morto il 6. Come è possibile che nel momento più delicato, a due giorni dalla morte di David Rossi, si continuassero a fare festini come se niente fosse?

Lei ha indagato un po’ per conto suo immagino, sa chi sia questo escort?

No, ma vorrei tanto che i magistrati di Genova lo scoprissero. Ho chiesto ‘trovatemelo, lo vorrei tanto incontrare, fare un confronto’. Monteleone e la Orlandi lo hanno visto, proteggeranno la fonte, ma per proteggerlo hanno messo in croce un uomo.

Che cos’è che le pesa di più in questa vicenda?

Il fatto di passare per un corrotto in combutta con corrotti e per un omicidio. Ci sono momenti in cui vedi la trasmissione e dici: beh, potrebbero pure averlo buttato di sotto. Poi, nel mio caso specifico, sono pure arrivato lì per caso la sera in cui è morto Rossi, il passo successivo è quello.

In che senso per caso?

Ero in piazza della Posta, dal tabaccaio automatico a comprare le sigarette, a due passi da Montepaschi. Vedo passare una pattuglia della polizia, vado a vedere cosa fosse successo e trovo David Rossi lì, con l’ambulanza già sul posto. Congelo la scena del ritrovamento del corpo, poi l’ufficio, che era in perfetto ordine. Le indagini poi non le ho condotte io, perché erano competenza della questura.

Le indagini sono state fatte male. Questa è un certezza.

Non è l’unico caso in cui ci sono state indagini condotte male e se si conducono male delle indagini, la conclusione non è per forza che si sia trattato di un omicidio. Qui ci sono state due indagini diverse di giudici diversi che sono arrivati alla medesima conclusione: David Rossi si è suicidato. E così è andata. Non c’è nulla da scoprire, purtroppo.

Ma lei David Rossi lo conosceva?

Tutti lo conoscevano, anche io, certo. Siena è piccola, è come il paesino in cui il dottore, il parroco, il sindaco, si conoscono tutti.

C’è una cosa che è strana però. Da dove nasce l’idea dei festini? Da qualche parte sarà partita.

Che io sappia è partita dall’ex sindaco Piccini. Io non ci credo alla storia dell’intervista rubata dalle Iene. È furbo, non si fa fregare. Era praticamente in campagna elettorale, ha detto quello che la città voleva sentirsi dire in quel momento. Spero che riveli ai magistrati chi sarebbe questa avvocatessa che gli ha parlato dei festini. Perché anche questa sua versione ha i contorni di una chiacchiera, l’ennesima.

Quindi lei finisce in questa vicenda per delle chiacchiere?

Dalle chiacchiere da bar nascono tantissime indagini e i festini non sono mai stati neppure chiacchiere da bar. Tra l’altro, Siena nel 2012, nel periodo del crac della banca, aveva il mio nucleo investigativo, un questore, un prefetto, la finanza più la Bbc, la Cnn e tutte le tv e la stampa italiana, ma nessuno ha mai scoperto nulla di questi festini. Dopo 5 anni arrivano le Iene e viene fuori lo scoop. Strano, no?


Le Iene
sapevano di rischiare, avranno qualcosa di solido per cavalcare questa tesi dei festini…

Sì. Una moglie arrabbiata, un escort incappucciato, un ex sindaco la cui fonte è un’avvocatessa senza nome e una tesi di cui si sono innamorati, ovvero che si siano insabbiate delle indagini perché carabinieri, sacerdoti, magistrati e funzionari di banca andavano a maschi insieme. Un po’ poco, forse.

Agguato a Reggio Calabria: ucciso boss e ferito un bimbo

Un pregiudicato, Giuseppe Fabio Gioffrè, di 39 anni, presunto esponente dell’omonima cosca di ‘ndrangheta, è stato ucciso ieri mentre si trovava in un terreno di sua proprietà in località “Venere” di Seminara, in provincia di Reggio Calabria. Nell’agguato è rimasto gravemente ferito un bambino di nazionalità bulgara di dieci anni che si trovava insieme a Gioffrè e che è stato ricoverato con prognosi riservata, ma non in pericolo di vita agli “Ospedali riuniti” del capoluogo calabrese. Il piccolo è figlio di una coppia di bulgari da molti anni in Calabria e amici di famiglia dei Gioffrè.

A compiere l’omicidio, secondo quanto è emerso dai primi accertamenti, sono state due persone che erano armate di fucili caricati a pallettoni. L’uomo, colpito in parti vitali, è morto all’istante. Il bambino, che era accanto a lui, è stato colpito da uno dei pallettoni sparati dagli assassini, che si sarebbero allontanati a piedi nelle campagne circostanti.

Il bambino è stato soccorso da alcune persone che sono accorse sul posto, richiamate dai colpi di fucile, e portato d’urgenza in ospedale.

Ugl, spese&soldi “fuorilegge”: Polverini ora va a processo

Renata Polverini a processo per appropriazione indebita verso il sindacato Ugl. Con lei Stefano Cetica, braccio destro e assessore al Bilancio ai tempi in cui la deputata di Forza Italia era presidente della Regione Lazio.

Gli ex dirigenti sindacali, secondo l’accusa, avrebbero utilizzato “per fini strettamente personali” due carte prepagate dell’Ugl, per 22.000 euro a testa, spendendoli in “viaggi, borse, capi d’abbigliamento e simili”. Dai riscontri degli inquirenti, non si rinviene, invece, “il pagamento di voli aerei o biglietti ferroviari pertinenti rispetto agli eventi sindacali”. Giudizio separato per l’ex segretario Giovanni Centrella, accusato a sua volta di essersi “appropriato a fine di profitto” di 35.000 euro e di aver permesso a Polverini e Cetica di fare altrettanto. Secondo la testimonianza della responsabile dell’Ufficio Amministrazione, Irene Della Valle, proprio Centrella avrebbe dato indicazioni di fornire loro carte prepagate ed effettuare ricariche mensili da 2.000 e 4.000 euro.

Il pm Stefano Pesci ha proceduto con la citazione diretta a giudizio, non essendo prevista udienza preliminare per tale reato. Centrella aveva chiesto il patteggiamento offrendosi di rimborsare parte del denaro, ma l’Ugl ha rifiutato l’accordo e si è costituita parte civile. “Cosa che faremo anche per il processo Polverini-Cetica”, conferma il vice segretario Giancarlo Favoccia.

L’indagine è partita nel 2014 con ben 37 carte di credito esaminate assegnate ad altrettanti dirigenti, per oltre 500.000 euro di spese sospette. Nel marzo 2017, al termine di una resa dei conti interna, Polverini, Cetica e Centrella sono decaduti dai ruoli sindacali e dal tesseramento. “Sono tranquilla – spiega Polverini contattata dal Fatto Quotidiano – non abbiamo fatto nulla di male e lo dimostreremo”.

Il resort e lo Stato che dice 19 volte: “l’Imu non la pago”

Èun viaggio attraverso la sicilianità e le sue 167 camere, il centro benessere, la grande sala ricevimenti, il parco, le palme, l’orizzonte rosso fuoco del mare di Petrosino, fino al 1980 un quartiere di Marsala. La sicilianità di Michele Licata è riassunta in questa istantanea: benché povero in canna, solo 9 mila euro dichiarati al fisco come reddito annuo, è riuscito a fare il miracolo nel settore alberghiero realizzando tra Marsala e Petrosino, ora Comune autonomo, e mille altri pertugi romantici della Sicilia, hotel da sogno da almeno quattro stelle, per capirci. Dolorosamente lo Stato italiano viene a conoscenza che Licata è accusato di truffa, riciclaggio ed evasione fiscale. A quel punto si avviano le procedure coattive e i suoi beni vengono sequestrati fino all’equivalente di 127 milioni di euro. La Procura manda i migliori amministratori che ha sul campo, il dottor Antonio Fresina, commercialista in Marsala, dunque conoscitore del genius loci, e Andrea Passananti, amministratore giudiziario palermitano specializzato nella gestione di alberghi, molto stimato dall’Agenzia nazionale dei beni confiscati. I due professionisti si mettono al lavoro per ripulire i conti del Resort Baglio Basile, sbiancarne la faccia sporca e restituire lo splendore perduto. Anche il sindaco di Petrosino si mette al lavoro e si fa dare dal ragioniere del Comune il conto dell’Imu, della Tari, della Tasi che il resort sul mare non ha mai versato (come avete letto il proprietario viveva ai confini della povertà).

Sono circa 700 mila euro che con gli interessi legali, le sanzioni eccetera raggiungono e superano il milione. Il sindaco convoca i nuovi amministratori i quali oppongono il divieto a norma di legge: ai beni confiscati e sequestrati è fatto salvo l’obbligo di pagare le tasse. Strano ma vero. E sempre la legge fa obbligo al Comune di Petrosino di raccogliere ogni mattina l’immondizia prodotta dal resort, e tenere efficienti i servizi idrici, l’illuminazione pubblica e ogni altra necessità. Le spese relative saranno addebitate pro quota ai residenti: è come una colletta, insomma, per un povero Cristo.

Il sindaco, che si chiama Gaspare Giaccone e purtroppo per gli amministratori giudiziari sa far di conto, allora rilancia: “Non chiediamo il versamento delle tasse dovute dopo il sequestro. Regoliamo soltanto il pregresso: i crediti cioè accertati, esigibili, liquidabili”.

E qui inizia la baruffa a colpi di carte bollate, perché lo Stato, giunto a Petrosino per dettare legge e imporre la legge a chi l’aveva raggirata, inizia esso stesso a resistervi sembrando il dettato costituzionale – pagare le tasse dovute – da revisionare profondamente. La vicenda dunque da tragica si trasforma in comica perché gli amministratori giudiziari eccepiscono sempre che qualcosa non quadra. Dapprima dicono: noi volentieri pagheremmo, ma non sappiamo precisamente quanto. Dov’è la certezza del diritto? Il sindaco ribatte: allora ricalcoliamo insieme le cifre, sigliamo un accordo. Un primo appuntamento, qualche mese fa, viene mancato. I due commercialisti hanno tanto da fare che non trovano il tempo per negoziare, intanto incaricano gli avvocati, pagati con i soldi che servirebbero al Comune di Petrosino, di impugnare gli atti che da quel municipio provengono. Capiamoci: i custodi del diritto non lo fanno per cattiveria, ma solo per vedere esattamente adempiuto il loro obbligo: far rispettare la legge.

Dunque ricapitoliamo: il Comune di Petrosino vanta più di un milione di euro di tasse inevase da un signore, Michele Licata, che – imputato di vari raggiri e di altre cospicue evasioni fiscali – si è visto sottratto dallo Stato uno dei suoi beni più splendenti: il Baglio Basile. Gli amministratori giudiziari, chiamati per sanare la verifica, sempre in nome della legge rifiutano di pagare il dovuto.

Nemmeno il Prefetto di Trapani, richiestogli di dirimere la scabrosa faccenda, riesce a far luce. Il Comune chiede e gli amministratori giudiziari eccepiscono. Non una ma ben 19 volte il primo chiede e per ben 19 volte i secondi fanno ricorso. E non perdono una, ma tutte e 19 le volte. Eccepiscono la regola, eccepiscono l’eccezione alla regola, eccepiscono la mediazione, eccepiscono ogni filo d’aria. Eccepiscono le eccezioni e anche la regola. Per esempio: che le somme si riferiscano a volumetrie certe, che il Comune chieda non in nome della legge ma dell’arbitrio. Perché, in effetti, il proprietario ora esautorato non ha proceduto all’accatastamento esatto dei beni. E senza catasto, sindaco caro, non si può procedere alla liquidazione del dovuto.

Il sindaco allora avanza l’obiezione: “Accatastate pure, e poi pagate”. Lo Stato, nella persona dei suoi mirabili amministratori giudiziari, s’indigna e protesta: “È il Comune che deve accatastare!”. Significa che il sindaco deve pagare le operazioni di verifica di una proprietà non sua. “Ma siamo pazzi? Noi dovremmo pagare per le loro insolvenze?”.

Fino a quando il primo cittadino tre giorni fa non decide di bussare alla porta del ministro della Giustizia Bonafede. Lo ricevono i due sottosegretari, e uno di essi, il grillino Ferraresi, si mette le mani nei capelli. Qui siamo all’evasione dell’evasione fiscale. Allo Stato che si fa antiStato. Siamo proprio a Pirandello.

Mario Mori dal Sid a Provenzano: 40 anni di misteri

“Mendace” e “depistatore” per le vicende del biennio stragista, coinvolto nelle trame nere della Rosa dei Venti e collegato a Gelli e a Pecorelli negli anni della strategia della tensione: nelle 5200 pagine della sentenza con cui lo hanno condannato a 12 anni nel processo Trattativa, i giudici di Palermo demoliscono il mito investigativo del generale Mario Mori, l’uomo che arrestò Riina, restituendo il ritratto di un investigatore al centro di numerosi episodi oscuri della storia occulta del Paese “insofferente alle regole, soprattutto ai doveri che connotano l’attività della polizia giudiziaria rispetto all’autorità giudiziaria che ne è referente”. Un’insofferenza, proseguono i giudici, elevata a modus operandi durante la fase della trattativa “che ha portato Mori a trattare con i mafiosi nello stesso interesse superiore dello Stato (da lui, in quel caso, identificato con alcuni soggetti ricoprenti cariche pubbliche che temevano di essere vittime della vendetta mafiosa) senza informare alcuna autorità giudiziaria, senza incanalare dunque quella iniziativa nel rispetto delle regole dello Stato di diritto, e in definitiva senza valutarne le conseguenze che infatti si sono rivelate devastanti, allorché i mafiosi, percependo il segnale di cedimento dello Stato, hanno incrementato il programma stragista”. Un curriculum da funzionario del “doppio Stato” impegnato a depistare più che a indagare, insomma, cucito dai giudici addosso al generale evidenziando le sue menzogne nel tentativo, fallito, di prendere le distanze dalle attività occulte di quegli ambienti.

Il suo allontanamento nel 1975 dal Sid, dov’era entrato nel 1972 grazie al generale Vito Miceli su sollecitazione di Federico Marzollo? Non era dovuto a “questioni di cortile tra Maletti e Miceli”, come Mori aveva sostenuto in aula, ma al suo possibile coinvolgimento nell’inchiesta sul golpe Borghese: e poiché “si ricava – chiosano i giudici – che Mori era ben a conoscenza delle ragioni del suo allontanamento da Roma… si evidenzia il mendacio e il tentativo di depistaggio (da lui, ndr) posti in essere”. Il suo collegamento con Licio Gelli? Benché non esista un documento che provi la sua affiliazione alla P2, i giudici credono al racconto del colonnello Mauro Venturi, che dapprima rivelò “come Mori, da lui conosciuto nel 1972 al Sid, ebbe a dirgli che ‘molti colleghi avevano aderito alla P2’, chiedendogli ‘una sorta di consulto e di iscrizione condivisa’’’. E poi aggiunse che Gianfranco Ghiron, vicinissimo a Mori, e fratello di Giorgio (anni dopo sarà l’avvocato e il fiduciario di Vito Ciancimino), “era ben introdotto negli ambienti dell’intelligence statunitense” ed “era proprio di destra, ma della destra più nera, per questo si trovava bene con Mori, che era nero quanto lui, anche se cercava di non darlo a vedere”. La Corte osserva che “non vi sono ragioni per disattendere le dichiarazioni del Venturi”, e che se non c’è alcun riscontro dell’iscrizione di Mori alla P2, “non è tanto perché il suo nome non compare nelle liste di Castiglion Fibocchi (dal momento che è stata acclarata l’incompletezza delle liste), quanto perché a ben leggere le dichiarazioni di Venturi, non emerge che Mori si iscrisse effettivamente alla P2”.

Sull’amicizia con il giornalista Mino Pecorelli, ucciso a Roma nel ’79, che il generale ha negato di conoscere, i giudici parlano di “smentita” alla sua autodifesa, sostenendo che il timbro sulla richiesta di passaporto del giornalista venne apposto dal “capitano Mori dei carabinieri in servizio al Rud”. In questo caso la Corte fa proprie le conclusioni del colonnello Massimo Giraudo, titolare delle indagini, che sostenne che “non c’è dubbio che sia lui (Mori, ndr) perché… il Rud era il nome con cui… si poteva ufficialmente spendere l’appartenenza al Servizio”. Fino ad arrivare alle due clamorose mancate catture di boss latitanti, Nitto Santapaola nel ’93 e Bino Provenzano nel ’95, per la prima delle quali non fu mai processato e per la seconda fu assolto. Nel primo caso i Ros di Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, condannati con il generale per la Trattativa, erano a Terme Vigliatore per la presenza del superlatitante e “la mera casualità di quella presenza (da loro sostenuta in aula, ndr) – scrivono i giudici – offende l’intelligenza di chiunque legga le risultanze acquisite”. Santapaola riuscì a fuggire, e i giudici non si sbilanciano tra negligenza e favoreggiamento, anche se la condotta del Ros “alimenta il fortissimo sospetto (…) di un’azione volutamente diretta a far sì che Santapaola potesse allontanarsi indenne da Terme Vigliatore”, anche se – è la conclusione – “si tratta di un sospetto che non può raggiungere il rango di prova”.

Il giudizio sulla mancata irruzione nel casolare di Mezzojuso, infine, sembra lo stesso utilizzato per il covo di Riina: è “assolutamente inspiegabile – scrivono i giudici – per un reparto d’élite, quale è il Ros, l’inerzia investigativa che seguì all’avvistamento delle autovetture giunte nei pressi del casolare in cui avvenne l’incontro e nei giorni successivi, per l’omessa attivazione di ulteriori servizi di osservazione, di intercettazioni ambientali e telefoniche per l’identificazione dei proprietari e degli utilizzatori del casolare, per l’omessa identificazione degli intestatari delle autovetture avvistate”.

Graviano parlò di “Berlusca”

La Corte d’assise di Palermo ritiene che Giuseppe Graviano, in carcere, abbia parlato di Berlusconi e degli accordi presi con lui decenni fa ma poi traditi dall’ex leader di Forza Italia una volta giunto al governo. Non solo. Per la Corte, mentre era intercettato in cella, il boss avrebbe detto al suo compagno di detenzione Umberto Adinolfi che Berlusconi (“Berlusca”) gli chiese una cortesia. Graviano avrebbe aggiunto una velata minaccia di parlare in futuro del leader di Forza Italia, da lui considerato un traditore. Le conversazioni in carcere, avvenute nel 2016-17, sempre per la Corte confermerebbero la versione del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza sull’incontro al bar “Doney” di Roma con Graviano, avvenuto nel gennaio del 1994. Spatuzza nel 2009 raccontò che il suo boss gli aveva confidato, alla vigilia della discesa in campo di Berlusconi, di avere ottenuto rassicurazioni da “quello del Canale 5” tramite il paesano Dell’Utri e che così si erano messi “il Paese nelle mani”. Spatuzza non era credibile per la Corte d’appello del processo Dell’Utri. Nove anni dopo, la Corte di Assise di Palermo, giudice di primo grado della Trattativa – grazie alle intercettazioni del 2016-17 di Graviano – lo ritiene invece credibile.

Il capitolo più interessante delle motivazioni della sentenza Trattativa, pubblicate il 19 luglio, è il quarto della quinta parte. In 28 pagine, la Corte presieduta da Alfredo Montalto valuta le parole del boss, videoregistrato mentre parlava con il campano Umberto Adinolfi, l’unico ammesso all’ora di socialità con lui. La Procura, la Dia e i periti della Corte d’Assise di Palermo erano concordi nel sostenere che Graviano avrebbe detto il 10 aprile 2016: “Berlusca mi chiese una cortesia”. Dal 19 luglio c’è anche una Corte d’Assise a sostenere di avere sentito Graviano pronunciare la parola “Berlusca”. Non è solo un problema quantitativo: quattro contro un solo soggetto, la difesa di Dell’Utri rappresentata dall’avvocato Giuseppe Di Peri, che non sente quella parola. Il punto è anche qualitativo: stavolta c’è una Corte giudicante. Però la partita potrebbe essere ribaltata ai tempi supplementari giocati su altri campi: altre due Procure stanno riascoltando e rivalutando quelle parole. Sono quelle che indagano sulle stragi del 1992 e del 1993. La Procura di Caltanissetta indaga su Capaci e via D’Amelio e quella di Firenze sulle stragi di Firenze, Milano e sulle bombe di Roma contro le chiese e Maurizio Costanzo nel 1993. I magistrati, sulla base delle conclusioni dei loro periti potrebbero dire cose diverse su “Berlusca”.

Non è solo un problema giuridico. Ma anche politico, visto il soggetto coinvolto. Cosa accadrebbe se i periti dei pm di Caltanissetta, ad esempio, non sentissero la frase: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia e per questo c’è stata l’urgenza…”. Cosa accadrebbe se le Procure di Firenze e di Caltanissetta smentissero Palermo, dando ragione a Dell’Utri? Per la Corte di Palermo del processo Trattativa c’è “piena e totale convergenza anche da parte del consulente nominato dalla difesa dell’imputato Dell’Utri con la sola eccezione di due passi di un’intercettazione”. Ma non è un passaggio secondario. La conversazione contestata è l’unica in cui si sentirebbe la parola “Berlusca”. Proprio quella del 10 aprile 2016. Ci sono due parole che la difesa di Marcello Dell’Utri non sente: “Berlusca” e “Bi”. I periti della difesa Dell’Utri infatti ascoltano “Bravissimo” al posto di “Berlusca” e “Mi” al posto di “Bi”. Se avessero ragione la Dia, la Corte e i pm di Palermo, Graviano confiderebbe al compagno di detenzione Adinolfi che Berlusca gli avrebbe chiesto una cortesia. Se avesse ragione la difesa Dell’Utri, nulla di tutto questo sarebbe mai stato detto.

Per la Corte di Palermo “è stato possibile percepire con sufficiente chiarezza, per la prima parte della registrazione del primo passo, la parola ‘Berlusca’”. Al riguardo ci sarebbe stato un vero e proprio autogol della difesa Dell’Utri. Proprio le tracce audio ripulite con tecniche sofisticate dalla difesa avrebbero convinto i giudici. Ma nell’altro senso. Scrive la Corte: “V’è da dire, che le tracce più ‘ripulite’ messe a disposizione dalla difesa dell’imputato Dell’Utri (…) ha tolto, poi, alla Corte, pur nella sua valutazione inevitabilmente soggettiva, qualsiasi dubbio sulla effettiva pronunzia della parola ‘Berlusca’ laddove sono chiaramente percepibili le vocali ‘e’ ed ‘u’ invece inesistenti nella parola ‘bravissimo’”. Lo stesso per il secondo dubbio: “Anche la pronunzia del monosillabo ‘Bi’ trascritto dal perito e non già del diverso monosillabo ‘Mi’ trascritto dal consulente della difesa, questa volta, ancora nelle tracce ‘ripulite’ acquisite all’udienza del 14 dicembre 2017, è stato udito dalla Corte con sufficiente chiarezza non invece percepita nell’ascolto della precedente registrazione”. Anche se va detto che su un’altra frase pronunciata poco dopo da Graviano, la Corte non è convinta che sia stata ripronunciata la parola “Berlusca” e ritiene la frase incomprensibile. Comunque per la Corte resta un dato: nell’intercettazione del 10 aprile 2016 “si fa cenno a incontri dei Graviano con Marcello Dell’Utri”.

Non sono contestate dalla difesa nemmeno le parole di Graviano del 14 marzo 2017. Per la Corte qui “Graviano riprende il discorso accennato qualche ora prima riguardo a Berlusconi e all’ingratitudine di quest’ultimo. Graviano, peraltro, pur senza nominarlo (…) riferisce – prosegue la Corte – espressamente ad Adinolfi di avere conosciuto e incontrato Berlusconi e, in particolare, di essersi ‘seduti’ insieme e di avere, insieme, ‘mangiato e bevuto’, mettendo ancora in evidenza la doppiezza del personaggio nel contrasto tra le sue condotte private e quelle delle esternazioni pubbliche”. Per la Corte, dalle intercettazioni di Graviano si ricava tra l’altro “il conseguente risentimento nei confronti di Berlusconi, per non avere questi mantenuto i patti, espresso tra la speranza di potere ancora ottenere qualche beneficio e più o meno esplicite minacce di riferire, direttamente o indirettamente, i rapporti con lui avuti prima di essere arrestato nel gennaio 1994”. Inoltre per la Corte le videoregistrazioni di Graviano confermerebbero “l’esistenza delle assicurazioni che Berlusconi e Dell’Utri avevano dato a Graviano quando nel gennaio 1994 questi ebbe a manifestare particolare felicità a Spatuzza perché così si sarebbero ‘messi il Paese nelle mani’”. Una lettura diversa da parte dei pm di Caltanissetta e Firenze potrebbe mettere in dubbio queste conclusioni dei giudici di Palermo? Il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho rassicura: “Innanzitutto le trascrizioni delle intercettazioni di Graviano sono state fatte da subito. Quindi diciamo che sotto l’aspetto contenutistico ci dovrebbe essere perfetta coincidenza. Poi, quando più Procure procedono per reati diversi con fonti identiche, c’è un coordinamento della Procura nazionale antimafia. Quindi non ci sarà rischio di tre versioni diverse”. Il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, capo del pool Trattativa a Palermo, concorda: “Quando si parla di fatti non dovrebbero esserci diverse interpretazioni. Quindi, se Graviano – prosegue Teresi – ha pronunciato certe parole, io credo che queste parole saranno riconosciute da tutti e non credo vi sia il rischio di contraddizioni nelle risultanze peritali. Sono lieto che la Procura Nazionale Antimafia, nell’ambito dei suoi poteri di coordinamento, vigili sulla necessità che non accadano spiacevoli contraddizioni tra i vari uffici”.