La Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo, per il momento contro ignoti, per fare chiarezza sulla morte dei quattro migranti avvenuta sabato scorso davanti all’isola di Linosa. Si tratta della stessa vicenda che ha poi portato il trasbordo di 450 migranti su una nave Monte Sperone della Guardia di Finanza attraccata domenica notte a Pozzallo. Sono stati gli stessi migranti a raccontare agli inquirenti quanto accaduto in mare prima del trasbordo, con la morte per annegamento di quattro profughi, tutti provenienti dalla Somalia. Il fascicolo è un modello 45, dunque senza indagati e senza ipotesi di reato. Già la Procura di Ragusa, nei giorni scorsi, aveva aperto un’inchiesta sullo sbarco, convalidando il fermo di undici scafisti ma facendo cadere l’accusa di morte come conseguenza di altro reato: i quattro migranti scomparsi – tra cui forse un bambino – si sarebbero lanciati in mare volontariamente. Una versione che verrà messa al vaglio dalla Procura di Agrigento, dove a coordinare le indagini sarà Luigi Patronaggio.
Open Arms denuncia Tripoli e Roma. Il Viminale e Toninelli attaccano
Dopo aver rifiutato l’accesso al porto di Catania, offerto dal governo italiano, la nave Open Arms dell’Ong Proactiva Open Arms è arrivata ieri a Palma del Mallorca con a bordo Josefa, la 40enne camerunense ritrovata viva in mare martedì scorso insieme ai cadaveri di una donna e di un bambino sui cinque anni. Il gommone su cui viaggiavano era stato intercettato a 80 miglia dalla costa dalla Guardia costiera libica. Secondo un ufficiale della Marina di Misurata intervistato da La Stampa i militari hanno riportato indietro 165 persone e lasciato in mare solo cadaveri. Ieri Oscar Camps, fondatore di Open Arms, ha annunciato una denuncia: “La Procura spagnola indaghi sulla Guardia Costiera libica e italiana”, ha detto. I reati ipotizzati sarebbero omicidio colposo e omissione di soccorso, non è chiarissimo come la magistratura spagnola potrebbe perseguire eventuali reati commessi all’estero da stranieri contro stranieri ma il senso politico è chiaro. Camps ha aggiunto su twitter un’ironica “cartolina” a Matteo Salvini che aveva detto: “Vedrete i porti italiani in cartolina”. La Guardia costiera italiana ha fatto un comunicato per dire che non è stata coinvolta nel soccorso. Salvini non parla più di “prove” a sostegno dell’innocenza dei libici, che peraltro hanno ormai confermato di essere intervenuti in quell’operazione, ma ribadisce che in questo caso “i porti italiani erano aperti anche per i due cadaveri”. Poi anonime fonti del Viminale attaccano Open Arms. Ci si mette anche il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli: “Mi spiace, ma Open Arms sbaglia obiettivo. Italia è esempio nel Mediterraneo per umanità ed efficienza soccorsi”.
Scaini (Msf): “Nave Aquarius torna a navigare fra pochi giorni”
Dopo un mese di stop obbligato, la nave Aquarius di Medici Senza Frontiere è pronta a tornare nello scenario del Mediterraneo alla ricerca di profughi sui barconi da salvare. Un grattacapo in più per il ministro degli Interni Matteo Salvini e per il personale della Guardia costiera libica, alle prese, nelle ultime settimane, con le altre scocciature rappresentate da Open Arms, Sea Watch 3 e altre.
Il 17 giugno scorso la Aquarius è entrata nel porto di Valencia per lasciare a terra i 629 migranti coinvolti in una vera e propria Odissea nel canale di Sicilia. Successivamente la nave è arrivata al porto di Marsiglia, dove si trova adesso, ma presto riprenderà la rotta verso sud-est: “Questione di giorni – assicura Roberto Scaini, vicepresidente di Msf, medico con quindici anni di esperienza nel settore umanitario, compreso il periodo a bordo della nave dell’organizzazione umanitaria Bourbon Argos – e siamo pronti a tornare a svolgere il ruolo di ‘scafisti’, come sostiene qualcuno. La Aquarius ha avuto bisogno di qualche tempo per sistemare dei dettagli, ma già entro il mese di luglio potrebbe ripartire per fare rotta verso le zone di salvataggio. L’operazione è gestita dal nostro reparto olandese e si stanno risolvendo le ultime formalità. È giunta l’ora di riportare un po’ di umanità. I rapporti con i libici sono cambiati rispetto a quando, nel 2015, ero impegnato in prima persona nei delicatissimi soccorsi in mare. Al tempo capitava ci sparassero contro oppure tentassero di speronarci. Adesso gli accordi tra il nostro governo e la Guardia costiera della Tripolitania hanno modificato gli assetti e le strategie. La chiusura dei porti costringe le navi umanitarie a lunghi viaggi verso approdi lontani, come è successo a noi a giugno, lasciando sguarnito lo specchio di mare dove avvengono le tragedie”.
“Primo soccorso in mare, non siamo addestrati”
“Non siamo preparati alle operazioni di primo soccorso in mare”. L’ufficiale della Guardia costiera libica – in una conversazione che proteggiamo con l’anonimato – ammette un drammatico limite nei loro interventi in mare. Un limite che collega al ritrovamento, il 17 luglio scorso, di due cadaveri e una superstite a circa 80 miglia dalla costa libica. Il militare parla letteralmente di first aid, primo soccorso, quando fornisce la sua versione sul salvataggio dei migranti poi recuperati dalla nave Open Arms della ong spagnola Proactiva. Il Fatto ha incrociato la sua testimonianza con altre fonti che confermano: “Accade spesso che sulle motovedette libiche non vi siano medici a bordo. Sì, non sono adeguatamente preparati per prestare un primo soccorso medico”.
È un altro elemento sul quale è necessario fare chiarezza e intervenire, dopo quello che il Fatto ha rivelato ieri, ovvero che i militari libici, per convincere i migranti a lasciare le imbarcazioni e salire sulle loro motovedette, spesso distruggono i gommoni con la gente ancora a bordo.
Torniamo alle parole dell’ufficiale libico. “Non siamo attrezzati per un primo soccorso medico – spiega – e inoltre, se troviamo un cadavere in mare, lo lasciamo in acqua, non possiamo portarlo a terra dove potrebbe restare per giorni e giorni”. Il riferimento è ai cadaveri della donna e del bambino ritrovati poi dall’equipaggio di Open Arms. Il militare sostiene che al momento del salvataggio erano già morti, che qualcuno abbia provato a verificare se fossero vivi, ma sia per la donna sia per il bambino non c’era più nulla da fare. E Josefa, la donna camerunense di 40 anni, che i volontari spagnoli hanno trovato aggrappata al relitto del barcone? “Era buio – conclude l’uomo – deve essere sfuggita alla vista dell’equipaggio della motovedetta”.
Se davvero, come sostiene il militare, Josefa è sfuggita alla vista e le altre due vittime erano già morte, un fatto è certo: il soccorso – andato a buon fine per circa 160 persone – non è stato perfetto. Ammesso che la donna e il bambino fossero già morti, almeno di Josefa si può dire che è viva soltanto grazie all’intervento provvidenziale della Ong spagnola. Oggi possiamo aggiungere che, a differenza delle Ong, le motovedette libiche viaggiano spesso senza medici a bordo e non sono attrezzate per un primo soccorso sanitario. Il dato si aggiunge alle rivelazioni di più fonti militari, altamente qualificate, che raccontano l’abitudine dei libici di affondare le imbarcazioni con i migranti ancora a bordo per convincerli a salire sulle loro motovedette. “Il ministro della Difesa Elisabetta Trenta – spiegano fonti del suo dicastero – sta verificando la notizia: se fosse confermata sarebbe gravissimo”. Fonti del ministero delle Infrastrutture, dicastero guidato da Danilo Toninelli (M5S), spiegano: “Dalla Guardia costiera italiana fano sapere che a Roma queste procedure non risultano”. Fonti vicine al ministro dell’Interno Matteo Salvini invece replicano così: “Non rispondiamo a ricostruzioni anonime e fantasiose sulla Guardia costiera libica. La certezza è che salva centinaia di vite in mare. Tra le altre cose, Tripoli ha appena riavuto tre delle sue motovedette, che l’Italia si è preoccupata di riparare. Mettere in dubbio l’attività della Guardia costiera libica offende anche i professionisti italiani che, come la Guardia di Finanza, la supportano e lavorano per addestrare il personale di Tripoli”. Il punto è che nessuno accusa la Guardia di Finanza di addestrare i militari libici ad affondare i barconi con i migranti a bordo. E dubitiamo che una simile procedura sia mai stata messa nero su bianco. Forse sarebbe necessario avviare un’inchiesta per appurare se si tratti di casi sporadici o di una regola indicibile.
Sulla vicenda interviene Nicola Fratoianni di Liberi e Uguali, segretario di Sinistra italiana: “Ecco qua, ora cari Matteo Salvini e Danilo Toninelli, che fate? Denunciate Il Fatto Quotidiano? Andate alla ricerca delle fonti militari italiane che evidentemente schifate dalle pratiche libiche iniziano a raccontare la verità?”. Il Fatto, ovviamente, proteggerà le sue fonti con l’anonimato e conferma la notizia in attesa che il governo decida di fare chiarezza.
Il mercantile Sarost 5 ancora davanti alla Tunisia: 12° giorno
Resta ferma al largo della Tunisia la nave Sarost 5, che da dodici giorni attende un porto che la riceva. A bordo ci sono 40 migranti, già rifiutati da Malta, Francia e Italia. L’ultima ipotesi sembra essere quella del porto di Zarzis, a est della Tunisia.
I migranti a bordo avevano lasciato la Libia lo scorso 11 luglio, in un tentativo di raggiungere l’Europa a bordo di un barcone in legno. Domenica scorsa il salvataggio da parte della nave da rifornimento Sarost 5, che poi si è vista negare tutte le autorizzazioni per sbarcare. A bordo della nave ci sono due donne incinte, tra cui una di sei mesi, e un uomo ferito che necessita di cure mediche. Nei giorni scorsi le condizioni psicologiche e sanitarie dei migranti erano state definite “molto gravi” dall’equipaggio della Sarost 5. Intanto il Ftdes, Centro tunisino per l’economia e i diritti sociali, punta il dito contro l’Italia: “La Tunisia si rifiuta di accogliere i migranti perché ha paura che l’Europa cominci a indicarla come porto sicuro. È una diretta conseguenza della decisione dell’Italia di chiudere i porti, ha aggiunto”.
“Così ci sfruttano e ci massacrano boss del deserto e guardie in Libia”
Èsufficiente leggere gli interrogatori resi alla polizia dai migranti sbarcati in Italia per scoprire l’orrore dei campi di detenzione in cui uomini, donne e bambini sono torturati prima dell’imbarco. Se i “signori del traffico” sono fantasmi, i loro mediatori lo sono meno. La rotta dei migranti è costellata di questi personaggi di cui, in molti casi, si hanno pure i numeri di cellulare trovati nelle tasche di chi poi arriva nel nostro Paese.
I nomi dei trafficanti e dei loro mediatori sono sempre gli stessi. Alcuni li ha conosciuti un giovane migrante che si occupava della sicurezza del presidente del Gambia, prima del colpo di Stato del 2006. Nella precedente vita, Mamadou lavorava per conto della National Intelligence Agency. Dopo essere stato in prigione, è scappato in Senegal per poi arrivare nel 2011 in Libia dove ha incontrato un mediatore suo connazionale, Muhamed Jawneh, che lo ha messo in contatto con Karim, noto anche con il nome di “Iman”: “Karim – ha riferito Mamadou alla polizia – è comunemente conosciuto come il capo dell’organizzazione che ha a disposizione i barconi e organizza le traversate”.
Per raggiungere la Libia, i siriani solitamente passano dal Sudan dove trovano i mediatori Mahmoud, Idriss o Bachir. Nomi senza un volto ma con un numero di telefono. Quello di Bachir lo ha fornito alla polizia Ammar, un siriano sbarcato a Reggio Calabria assieme al gambiano Mamadou.
Un mese prima di arrivare in Italia, Ammar viveva in Libano e una volta raggiunta Karthum, nella capitale sudanese è stato “contattato da Bachir” che per 600 dollari gli ha fatto attraversare il deserto: 28 persone stipate su un Land Cruiser e alla frontiera egiziana consegnate ad altri trafficanti fino alla frontiera con la Libia dove per “proseguire il viaggio fino alla costa un alto ufficiale della polizia libica di nome Mouftah (di cui ha fornito il numero, ndr) ci ha chiesto 900 dollari come saldo del viaggio per farci raggiungere la città di Tarablus. Un altro ufficiale della polizia libica ci ha chiesto 1.000 dollari per essere imbarcati. Il pagamento è stato effettuato a Rafou, personaggio conosciuto come il migliore organizzatore dei viaggi dalla Libia all’Italia”.
I migranti del Gambia o del Senegal si rivolgono allo “zio”. Si fa chiamare così il trafficante gambiano che per un posto sul barcone pretende 300 mila franchi senegalesi (450 euro al cambio attuale, ndr) da bonificare sul suo conto corrente prima della partenza. Un po’ quello che fa il curdo Aboumohammad con i siriani che percorrono la rotta turca: 3 mila dollari prima di salire a bordo e altri 3 mila “depositati presso un’agenzia di deposito, denominata ‘Said’, filiale di Istanbul”.
Non solo trafficanti, ma anche uomini con la divisa dell’esercito libico tra i “facilitatori della tratta”. Lo racconta Aymen, un ragazzo eritreo che quando è arrivato in Italia, nel 2015, aveva appena 17 anni: “A Misurata, insieme a 1500 persone sono stato portato in un campo dove c’era un’ex fabbrica di sardine, gestito da uomini indossanti la divisa dell’esercito. Sono stato maltrattato e più volte picchiato. Ci davano solo un pasto al giorno”.
Il libico Hani e l’eritreo Weled Ishak davano gli ordini all’interno del lager dove è morta Samira, una ragazza etiope. “Solitamente dormiva vicino a me – racconta Aymen –. Era magrissima, le si vedevano le ossa”.
Quella che lucra sui viaggi dei migranti è una criminalità senza scrupoli che degrada uomini donne e bambini a merce. Questa considerazione, contenuta nel rapporto di Eunavfor Med, la missione militare europea meglio conosciuta come operazione “Sophia”, non fa altro che confermare quanto da anni emerge leggendo i verbali che le forze di polizia redigono a ogni sbarco di migranti.
I loro racconti sono pressoché uguali. Storie di vite che tutti vogliono migliorare. Storie di famiglie che si vogliono ricongiungere. Ma anche storie di guerre, di violenze e di fughe che, se va bene, finiscono in barconi malandati e lasciati alla deriva dai trafficanti. Per loro, i migranti sono “un numero di serie” che i boss della tratta trasformano in milioni di dollari dei quali poco o niente va agli scafisti che la polizia italiana riesce facilmente a individuare dopo gli sbarchi o i salvataggi in mare. Ed è qui che spunta un altro dato interessante: finora il 74,6% degli scafisti viene fermato e processato in Italia grazie alla collaborazione dei migranti.
Ma gli scafisti sono solo l’ultimo anello di un’organizzazione criminale ben più vasta. Sono scafisti-migranti e perciò sacrificabili in quanto, fino al giorno prima, erano “numeri di serie” adesso piazzati al timone del peschereccio o del gommone.
Ecco quindi che la collaborazione dei migranti, definita “essenziale” perché utile a identificare lo scafista, non è sfruttata per colpire i veri boss della tratta come Ermias Ghermay o Ahmad Al-Dabbashi di cui il Fatto Quotidiano ha scritto nella prima puntata di quest’inchiesta.
Si è tentato di curare il sintomo e non la malattia. Allo stesso modo, la paura del migrante e l’ossessione per il lavoro delle Ong hanno spostato l’attenzione dal vero problema delle indagini sulla tratta. Se da una parte, il difetto di giurisdizione non consente alla magistratura italiana di indagare su reati che si consumano in Africa (a meno che non ci siano collegamenti concreti con il nostro Paese), dall’altra la mancanza di collaborazione con gran parte degli Stati africani ha legato, e continua a legare, le mani di pm e forze di polizia.
“Anche se individuo il cellulare di un trafficante di uomini, a chi invio le informazioni per fermarli? E se l’inchiesta la devo condurre io, perché indago su un’organizzazione transnazionale, a chi invio la rogatoria per mettere sotto intercettazione quel telefono libico oppure sudanese o senegalese?”, si domanda un investigatore. La risposta giustifica il suo sconforto: “Alle tribù o a quei governi che sanno bene cosa succede nel loro territorio, ma non fanno nulla?”.
I ministri della malavita
Tanto per ricordarci chi ci ha governati fino al 4 marzo, Luciano Violante replica su Repubblica ai severissimi giudizi della Corte d’assise di Palermo, nella sentenza Trattativa, sui suoi 16 anni di silenzio a proposito del generale Mario Mori, che nell’estate ’92 gli propose un tête-à-tête con Vito Ciancimino (con cui stava trattando) che lui, presidente dell’Antimafia, rifiutò, ma poi si scordò di avvertirne la magistratura. Anche dopo il ’97, quando Mori, “costretto“ dalle rivelazioni di Giovanni Brusca, confessò la trattativa al processo per le stragi del ’93. Testuale: “All’epoca avevo cose più importanti che sentire Brusca e Mori ai processi e non mi occupavo di antimafia, cercavo di fare nel miglior modo possibile il presidente della Camera”. Il perfetto presidente della Camera, già presidente dell’Antimafia, legge sui giornali che Brusca e Mori rivelano la trattativa fra Stato e mafia avviata nel ’92 dal Ros e che fa? Pensa che non sia il caso di precipitarsi dai giudici a raccontare quanto gli disse Mori dei suoi colloqui con Ciancimino, perché “ha altro da fare”. Cioè inciuciare col centrodestra con la famosa riabilitazione dei “ragazzi di Salò” che contribuì a oliare gli ingranaggi della Bicamerale e a riesumare l’appena sconfitto B. come padre costituente. La prova generale dell’inciucio si era svolta nel ’95,quando centrosinistra e FI avevano votato insieme la prima controriforma bipartisan della giustizia: la legge “manette difficili”, molto attesa non solo dai mazzettari di Tangentopoli, ma anche da Cosa Nostra. Tant’è che – lo conferma la sentenza Trattativa – Dell’Utri ne teneva costantemente informato Vittorio Mangano, storico trait d’union fra mafia e mondo berlusconiano.
La schiforma, osteggiata dall’Anm, da pochi giornalisti (fra cui chi scrive) e da pochissime forze politiche (la Lega di Bossi e i Verdi), era figlia del decreto Biondi, varato il 14.7.94 da B. per salvare dalla galera il fratello e gli altri manager Fininvest che avevano corrotto la Guardia di Finanza, e poi ritirato a furor di “popolo dei fax” su richiesta di Bossi e Fini. Bobo Maroni, ministro dell’Interno, denunciò di essere stato tenuto all’oscuro del contenuto del decreto e delle sue conseguenze (notissime invece a Mangano). Non solo la scarcerazione di centinaia di tangentisti, ma anche i danni irreparabili alle indagini di mafia grazie a un codicillo che – si legge nella sentenza – gli aveva segnalato il procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli: quello che imponeva ai pm di svelare agli avvocati i nomi dei mafiosi indagati, vanificando la segretezza delle indagini.
I mafiosi si allarmarono per lo stop: Brusca spedì Mangano due volte a chiedere spiegazioni a Dell’Utri, nella sua villa di Sala Comacina. Lo raccontò nel ’97 ai pm Salvatore Cucuzza, reggente pentito del clan di Porta Nuova (in tandem con Mangano). L’amico Marcello lo rassicurò: tutto il peggio del decreto sarebbe stato riversato in un ddl che sarebbe passato nel gennaio ’95. Mangano mostrò a Cucuzza il testo della “riforma” che Dell’Utri gli aveva passato in anteprima. Poi però il primo governo B. cadde per mano leghista, rimpiazzato dal governo Dini. E fu il centrosinistra a levare le castagne dal fuoco a Cosa Nostra e a B., approvando il ddl il 3.8.95, sempre coi voti di FI. Le norme pro mafia che stavano a cuore a Mangano e ai suoi boss erano quattro. 1) Abolito l’articolo 371-bis del codice penale, la norma anti-omertà voluta da Falcone per arrestare in flagranza i testimoni falsi o reticenti. 2) Abolito l’arresto automatico per associazione mafiosa. 3) Accorciati i termini massimi di custodia cautelare anche per la mafia. 4) Ridotti al lumicino gli arresti per pericolo di fuga o di inquinamento probatorio. “Il partito dei giudici è finalmente sconfitto”, esultò il lottatore continuo Luigi Manconi. Tripudiarono pure i boss, che avevano interrotto le stragi per dar tempo a B. e Dell’Utri di mantenere le promesse. Ed ebbero conferma della loro attendibilità grazie al fondamentale apporto del centrosinistra. Come se B. fosse pure il leader di Pds, Ppi & C.
Qualche mese dopo, ottobre ’95, il colonnello Michele Riccio apprende dal confidente Luigi Ilardo che questi sta per incontrare Bernardo Provenzano in un casolare di Mezzojuso. E subito avverte il capo del Ros Mario Mori. Nel giorno stabilito, Provenzano arriva. Ma Mori fa di tutto per non arrestarlo. Verrà assolto perché sì, Provenzano era lì a portata di manette; sì, quella del Ros fu una “condotta attendista sufficiente a configurare in termini oggettivi il reato” di favoreggiamento mafioso (sentenza di primo grado); sì, “molti episodi connotano di opacità l’operato inspiegabile” del Ros, dalla mancata perquisizione del covo di Riina nel ’92 alla mancata cattura di Santapaola nel ’93 (sentenza di appello); sì, non catturando Provenzano si è favorita Cosa Nostra; ma non è abbastanza provato il dolo, cioè l’intenzione di favorire Provenzano e Cosa Nostra: il Ros potrebbe aver agito “per trascuratezza, imperizia, irragionevolezza o, piuttosto, per altro biasimevole motivo”. Infatti quel gran genio di Mori, che ha così ben meritato, anziché degradato sul campo e spedito a dirigere il traffico, sarà sempre difeso da destra e sinistra e promosso a capo del Sisde. Ora sarà un caso, ma è bastato che dopo 24 anni FI e Pd mollassero il governo perché una Corte trovasse il coraggio di mettere nero su bianco quello che tutti sanno da tempo: lo Stato trattò con la mafia e condannò a morte almeno 15 innocenti.
Caro Roberto Saviano, chi governa merita certamente le critiche più feroci. Ma prima dev’essere chiaro a tutti quali “ministri (e governi) della malavita” hanno infestato l’Italia fino a quattro mesi fa.
Potere al tifo: Massese in mano alla curva
“Cari tifosi, la Massese è vostra”. No, nessuna metafora sull’attaccamento alla maglia e sul dodicesimo uomo in campo: a Massa, dove la squadra locale milita in Serie D, i tifosi sono davvero diventati proprietari del club. Mica roba da poco, in un momento in cui decine di società calcistiche falliscono travolte dai debiti e dalla poca serietà di loschi imprenditori venuti da chissà dove.
Almeno per quest’anno, a Massa, gli appassionati possono stare tranquilli, ché a decidere del futuro del club saranno gli stessi rappresentanti della curva, nominati proprietari dopo che l’ultima cordata societaria se ne era andata in una notte di mezza estate.
“Non eravamo convinti dei signori che ci hanno preceduto, – ha spiegato nei giorni scorsi Davide Quieti, sostenitore bianconero divenuto amministratore unico del club – abbiamo pazientato, ma era evidente che questi non avrebbero dato un minimo di garanzia e ci siamo presi l’arduo impegno di sostituirlo”.
D’altra parte meglio non indugiare, perché a Massa quello della proprietà della squadra era un nervo scoperto da tempo. Ogni volta che l’amatissimo presidente Giorgio Turba ha provato a disimpegnarsi, le cose sono precipitate. Dieci anni fa la squadra fallì e l’incubo stava tornato attuale dopo che Turba aveva accettato l’offerta di un gruppo senese. Neanche il tempo di smaltire i convenevoli che i tifosi erano già sul piede di guerra, per nulla convinti della presentazione in pompa magna di un’esotica mezzala coreana fatta venire apposta dalla Croazia e dalle promesse di fantomatici sponsor esteri disposti a investire sui bianconeri.
La rivolta dei tifosi ha funzionato: dopo un paio di settimane dall’acquisizione, i nuovi proprietari hanno alzato le braccia, già stufi di proteste e hanno consegnato la squadra agli ultras, allo stesso prezzo simbolico a cui l’avevano comprata.
E adesso? I tifosi stanno incontrando diversi imprenditori, ma per il momento nessuno li ha convinti fino in fondo. Se poi per caso non dovesse arrivare l’offerta giusta, poco male: l’ex presidente Turba ha già garantito l’iscrizione al campionato – sborsando oltre 50mila euro – e gli ultras sono pronti a allestire in prima persona la squadra, scegliendo l’allenatore, la dirigenza e i nuovi acquisti.
Una specie di sogno per ogni appassionato, che da sempre vorrebbe metter becco sugli schemi di gioco e sulle decisioni del calciomercato. I tifosi della Massese, su questo, hanno già le idee chiare: “Vogliamo ragazzi del posto che giochino per la maglia”. Con buona pace di tutte le aspiranti mezzali coreane.
Nibali e il destino, tutto cominciò con i pezzi della bici
Ci vorrebbe l’esorcista, per Vincenzo Nibali. Al Tour de France 2015 il vento scompigliò i suoi piani, perché fu vittima del vento e degli avversari che si coalizzarono creando un “ventaglio”, costringendo lo Squalo dello Stretto a correre in bordure, vittima di folate assassine (perse quasi due minuti). Ai Giochi di Rio del 2016 è in testa assieme al colombiano Sergio Henao Montoya e al polacco Rafal Majka. Dei tre è il più veloce. Pregusta l’oro, ma lo attende una brutta curva in discesa. Cade, frattura scomposta al terzo laterale della clavicola sinistra. Il ciclismo su strada è così: bello e pericoloso. Non bastano il talento, la forza mentale e la forma perfetta: “Ci vuole fortuna”, mi disse una volta Gino Bartali, che nella sua prodigiosa carriera di cadute ne aveva collezionate tantissime, come quella al Giro del 1940 che spianò la strada al giovane scudiero Fausto Coppi.
“Oggi conta avere grandissima capacità di resistenza alla fatica, allo scoraggiamento, alla rassegnazione: importante è la preparazione, importantissima è la concentrazione”, mi spiegò lo stesso Nibali, nel primo giorno di riposo del Tour 2015, “nulla è lasciato al caso. Almeno, il nulla che possiamo gestire”. Poi, però, il destino ti tende agguati imprevedibili e manda ogni tuo progetto a gambe all’aria. Come giovedì scorso, un maledetto 19 luglio, quando mancavano tre chilometri e mezzo al traguardo dell’Alpe d’Huez e stavi per piazzare il colpo giusto di pedale. Ti ritrovi all’improvviso uno spettatore che sta dove non deve stare, la folla che ti schiaccia, le moto che sfrecciano accanto, il laccetto della macchina fotografica di quell’incauto e scalmanato tifoso s’impiglia nei raggi della tua ruota anteriore: un attimo, e il Tour dei nuovi sogni finisce così, con una caduta secca, la vertebra che si frantuma. Ma tu non ti arrendi. Ti rialzi. Rimonti in sella. Provi a inseguire. Davanti Chris Froome dice agli altri tre corridori che guidano la corsa con lui di aspettare, perché Nibali è stato travolto e non è giusto approfittarne, e anche questo è ciclismo, fair play nel momento che non te l’aspetti, solidarietà contro la cattiva organizzazione e la mancanza di sicurezza e tu, Enzino, stringi i denti per il dolore e riprendi la corsa e ci riesci a non perdere che una manciata di secondi. Ora il dolore è più forte della tua volontà. Significa ritiro. Significa altro osso rotto. Una vertebra, stavolta. Una tragedia, per noi. Un inconveniente del mestiere, dice a denti stretti il messinese Nibali: “Il mio è uno sport di sacrifici”.
La parola “sacrifici” in casa Nibali non è finzione retorica. Per diventare corridore ha patteggiato lontananza, ha accettato rinunce. Il primo suo grande tifoso è stato papà Salvatore. Ha capito che il ragazzino aveva stoffa. Talento. Che era capace di rinunciare a tutto, pur di correre. La storia di Enzino cominciò con una bicicletta fatta a pezzi, rimessa a posto da papà Salvatore perché oltre ad avere zappato la terra, tra i tanti mestieri che aveva dovuto fare c’era stato anche quello del carrozziere. Da piccolo, il futuro Squalo dello Stretto pareva fragile: “Invece era forte, soprattutto forte dentro, ah, che carattere, che orgoglio che tenacia!”, ricordò il padre a beneficio di noi cronisti, “Enzo rispetta tutti, ma ha un carattere fiero”. Un siciliano tutto d’un pezzo, verrebbe da dire. L’uomo cavallo, ossia il ciclista di breriana invenzione, è più cocciuto d’un mulo. Enzino non si lasciava demoralizzare dagli sfottò dei compaesani: “Ma dove vai Enzino? Col ciclismo si muore di fame, meglio il calcio…”.
Se vuoi diventare un campione, devi faticare, gli ripeteva invece papà Salvatore, non devi mai mollare, un figlio del Sud sa che per ottenere qualcosa nella vita “o si ruba o si fanno sacrifici”. Anni dopo, Nibali confessò di sentire sulle sue spalle il peso del ciclismo italiano, poiché tutti gli dicevano che era il numero uno forse del mondo, “certo, sono felice che mi dicano queste cose, è vero, ho vinto il Tour del 2014, due Giri d’Italia, una Vuelta, la Milano-Sanremo, due Lombardia, due titoli italiani… ma io penso al futuro, più che al mio passato. Semmai, penso al grande passato del ciclismo”.
Ecco, quest’anno sognava di onorare la memoria di Gino Bartali che vinse il Tour del 1948, quando l’Italia stava uscendo dalle macerie della guerra e quel trionfo consolò tutto un popolo: “Sono un ragazzo del Sud che è riuscito a ottenere quel che voleva. Sono riuscito a realizzarmi con questa faccia da emigrante, quando ho lasciato Messina. Certi valori mi sono rimasti addosso: la capacità di perseverare e di agire”. La vita è una lunga pedalata. In salita.
Il Milan ritorna in Europa. Ma c’è un’inchiesta su Mr Li
La notizia buona (per il Milan) è che la squadra torna in Europa: il Tribunale sportivo di Losanna l’ha riammessa nell’Europa League. La notizia cattiva è che degli ultimi anni di storia della società ora si occupa non la giustizia sportiva, ma quella penale. Il cinese strano è indagato dalla Procura di Milano, che vuole capire che cosa ha combinato con il Milan rilevato da Silvio Berlusconi.
Il cinese è Yonghong Li, uomo d’affari assai misterioso, che dopo l’uscita di scena del primo aspirante compratore, il thailandese Mr Bee, ha acquisito la squadra di calcio dalla Fininvest ma senza avere i soldi per pagarla. Così è finita al fondo americano Elliott, che ci ha messo 320 milioni di euro, un prestito che Li non ha finito di restituire.
Adesso i magistrati milanesi vogliono vederci chiaro. Hanno iscritto l’imprenditore-ologramma nel registro degli indagati, per falso in bilancio e false comunicazioni sociali. La Guardia di finanza ha già cominciato ad acquisire documenti – bilanci, comunicazioni societarie, contratti – andandoli a cercare anche dagli intermediari finanziari dell’operazione, Lazard, Rothschild, Deloitte, Ernst&Young. Tre documenti sono cruciali: una sentenza di fallimento, una nota integrativa del bilancio 2016 del Milan e un comunicato societario del 2018. La sentenza di fallimento è quella di Jie Ande, la società cassaforte dell’uomo d’affari cinese, di cui una banca di Canton ha chiesto la liquidazione per bancarotta, senza che Li lo segnalasse. La nota integrativa al bilancio del Milan e il comunicato del 2018 sono i due documenti che configurano – almeno secondo i magistrati d’accusa – il reato di false comunicazioni sociali.
Il venditore, cioè Berlusconi, non è indagato. L’ipotesi che si sia servito dell’ologramma cinese per manovrare milioni all’estero resta soltanto un’illazione più volte ipotizzata ma priva di riscontri. Che Li abbia però condotto l’affare in modo opaco è ormai una convinzione del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Paolo Storari, i quali stanno esaminando i comunicati in cui l’imprenditore – finito in bancarotta – ha più volte invece affermato di poter far fronte ai pesanti impegni finanziari che aveva contratto, comprando il Milan alla cifra stratosferica di 740 milioni di euro.
Che a Milano fosse aperta un’inchiesta sul Milan con gli occhi a mandorla era stato scritto dal quotidiano La Stampa il 13 gennaio 2018. Il giorno dopo, la Procura aveva smentito. E Marina Berlusconi, presidente della Fininvest, era insorta: “Siamo indignati per questa notizia falsa”. Il quotidiano torinese si riferiva a un’inchiesta per riciclaggio che coinvolgeva necessariamente anche la società di Berlusconi. Più cautamente, ora la Procura conferma l’indagine, ma solo per false comunicazioni, che riguardano unicamente l’imprenditore cinese.
Di certo, la cessione del Milan da parte di Berlusconi è l’operazione finanziaria più fumosa e contorta degli ultimi anni. Prima Mr Bee. Poi negli ultimi mesi del 2017 erano arrivate sulla scrivania di Fabio De Pasquale le “sos”, ovvero le “segnalazioni di operazioni sospette” sulle stravaganti e fantasmagoriche transazioni internazionali con cui il Milan è uscito dalle proprietà di Silvio Berlusconi per entrare nel portafoglio di un uomo d’affari sconosciuto anche in Cina. Le “sos” sono i rapporti che banche, intermediari finanziari, operatori e professionisti sono obbligati a consegnare alla Uif, l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, quando vedono passare sotto i loro occhi operazioni non chiare. La Uif poi le trasmette alla Guardia di finanza e alle Procure della Repubblica.
Tutto comincia nell’agosto 2016, quando Yonghong Li versa alla Fininvest 100 milioni di euro, una prima caparra della cifra di 740 milioni, prezzo dichiarato per l’acquisto di una squadra che pure appariva in affanno e che negli ultimi campionati non aveva proprio brillato. I 100 milioni arrivano dalla Sino Europe Sports, una società nata solo un paio di mesi prima, il 26 maggio 2016. A fine anno arriva una seconda rata, altri 100 milioni, poi la chiusura dell’affare slitta di mese in mese perché non arrivano altri soldi. L’affare sembra sfumare.
Ma ecco che nell’aprile 2017 entra in scena il fondo Elliott che presta oltre 320 milioni, finanziamento a 18 mesi, interessi dell’11,5 per cento: 120 milioni al Milan, 200 a una società del Lussemburgo. Si chiude finalmente la vendita, con un giro di società estere nelle migliori tradizioni berlusconiane: il Milan risulta controllato da una lussemburghese controllata da un’altra lussemburghese controllata da una società di Hong Kong controllata da una holding delle Isole Vergini Britanniche.
Due settimane fa, Li non era riuscito a onorare gli impegni contratti con il prestito ed Elliott si era preso il Milan, pagandolo di fatto 320 milioni (cifra assai più ragionevole dei 740 milioni promessi dal cinese). Quanto ai milioni pagati dalle strane società di Li, restano il malloppo misterioso di questa storia di soldi e di sport.