Apocalypse Now: tutti pronti alla fine del mondo

“A che ora è la fine del mondo?”, cantava Ligabue in una cover dei Rem. Ci sono persone in tutto il mondo che si allenano per sopravvivere all’apocalisse: si scambiano consigli in internet e tengono sempre a portata di mano il kit per il pronto soccorso.

Tecnicamente si chiamano “prepper”, dall’inglese “to prepare”, prepararsi appunto. E ognuno di loro ha la sua tecnica: c’è chi si allena con la falconeria, chi ha lo zaino pronto per la fuga, chi ha razioni di cibo per mesi, chi si è costruito un rifugio e persino chi ha attrezzato la bicicletta con tutto l’occorrente per restare in vita. E se il telefono non funzionasse più? Molti di loro si sono presi il patentino da radioamatori.

Gli americani si allenano immaginando che un giorno ci sarà un’invasione di zombie, come quelli dei film di Romero o della serie tv The Walking dead. Ma gli italiani, meno affascinati dalla fine del mondo, sanno che ci sono pericoli più concreti: alluvioni, terremoti o crisi finanziarie. Tutti scenari per i quali i prepper si allenano, giorno dopo giorno, per evitarli o almeno saperli affrontare.

Nella civilissima Svezia – che non entra in guerra da secoli – il governo ha distribuito a cinque milioni di persone un libretto di venti pagine, con tutti i consigli per sopravvivere a un conflitto o a una crisi. È una sorta di prepping di Stato. Ed è facile immaginare come mai in Corea del Sud, fino a pochi mesi fa, andassero a ruba gli zainetti con tutto l’occorrente per sopravvivere a un attacco nucleare.

E in Italia? “Qui siamo un movimento ancora minoritario – spiega Marco Crotta, inventore del sito prepper.it –. Nel 2012 abbiamo avuto un boom, perché ci collegavano alla panzana dell’apocalisse predetta dai Maya, ma no, non abbiamo niente a che fare con i Maya. Il problema è che i prepper più famosi al mondo sono gli americani, e loro per essere contenti devono immaginare scenari con bombe, esplosioni, armi e zombie. E altre situazioni apocalittiche”. Roba da film, insomma. “Sì, e c’è anche chi si avvicina a noi solo per sentirsi più virile. Ma poi, quando ci si trova all’interno del movimento e lo si scopre davvero, tutti i sogni di gloria da serie televisiva svaniscono, rimane solo chi è davvero convinto – dice Crotta –. Essere prepper per noi non è un gioco: significa essere come la formichina che non vuole diventare cicala. Se oggi le cose vanno bene e non ci sono grossi problemi, siamo consapevoli che tutto può cambiare all’improvviso. Il prepper mette da parte una serie di competenze e di oggetti che lo aiuteranno se si dovessero verificare pericoli”.

Il rischio di lasciarsi suggestionare dai film e di immaginare i prepper come dei Sylvester Stallone con i muscoli unti dall’olio e il coltello fra i denti è forte. Si scopre in realtà che molti di loro sono innanzitutto topi da biblioteca: “È un movimento culturale, prima che pratico, anche se poi impariamo le tecniche di sopravvivenza. La prima cosa che insegniamo è la capacità di documentarsi – spiega Crotta –. Insegniamo a individuare tutte le potenziali situazioni di pericolo, rispondendo a una serie di domande: cosa potrebbe succedere davvero? Ci sono stati scenari simili in passato? E in quei casi, cosa è capitato e quali sono state le difficoltà delle persone? Partendo dalla teoria, ci si prepara in pratica per affrontare i pericoli prima che succedano davvero”.

Così i prepper vogliono disinnescare l’effetto sorpresa di un terremoto, di un’alluvione, di un attentato terroristico, ma anche semplicemente di un licenziamento o di un’improvvisa crisi economica. I vari scenari vengono discussi online, nel mondo esistono decine di siti, forum dedicati e molti mercatini con gadget e attrezzatura. In Italia, oltre a prepper.it, un altro sito molto frequentato è portalesopravvivenza.it. Con articoli come: “Cosa si prova quando si respira gas nervino?”. O ancora: “Cosa fare in caso di sparatoria?”. Non sarà l’apocalisse, ma comunque meglio essere pronti.

Stefano D’Orazio è uscito dal gruppo: Vernice chi?

“E andavamo su, su su, e andavamo giù, giù, giù”. E giù sono rimasti: la loro fama non è durata nemmeno un lustro, dal 1992, quando scandalizzarono Castrocaro con Scema, al 1996, quando un giudice vietò agli ex membri l’utilizzo del nome e del logo della band, al secolo i “Vernice”.

Stefano D’Orazio, volto iconico del gruppo, oltre a esserne il frontman e il cofondatore, è rimasto giù dal palco per parecchi anni, prima di risalirci da solista con altri singoli e album, l’ultimo dei quali si intitola icasticamente Ci vediamo all’Inferno ed è uscito nel 2015. Non ha difficoltà, Stefano, ad ammettere di aver avuto “un periodo buio quando si sono spenti i riflettori: non tanto perché sei meno popolare e ti chiedono meno autografi, ma perché sono sui palchi da quando ho 13-14 anni, e non poterci più salire è stata dura. Ma d’altronde ai tempi non ero più competitivo né coi big né con gli artisti emergenti”.

I Vernice divennero famosi nel 1992 grazie a uno “scandalo”: si presentarono a Castrocaro con il brano Scema, il cui ritornello conteneva una parolaccia (“stronza, tua madre è una stronza”). La produzione televisiva chiese quindi a D’Orazio e co. di modificare il testo (da “stronza” a “strega”): il gruppo disobbedì, fu squalificato dal festival, ma notato e scritturato l’indomani da Claudio Cecchetto. Per la serie, si chiude una porta…

Nel 1993 arrivò il successo con Su e Giù, tra i brani più gettonati al Festivalbar e tormentone di quell’estate: fu proprio allora che nacquero “i primi dissapori tra noi. Qualcuno dei colleghi non mandava giù il fatto che io fossi più in vista, più popolare, che i media cercassero me più di altri. Fu l’inizio della fine… che ci portò a litigare anche per vie legali e a sciogliere la band in malo modo. Nel 1994 il nostro secondo album, Quando tramonta il sole, fu addirittura sequestrato, e poi rimesso in vendita. La storia si chiuse definitivamente nel ’95, sempre al Festivalbar, dove portammo Solo un Brivido, terzo e ultimo progetto insieme”.

Nel frattempo D’Orazio subì anche due tragici lutti: nel ’96 perse il padre e l’anno dopo la madre. “Entrai in crisi su tutti i fronti, personale e professionale. Passavo le giornate a letto in compagnia della bottiglia di Jack Daniel’s. Di notte uscivo, come un pipistrello, per andare a sedermi al tavolo di una birreria. In quegli anni non ho perso soltanto la popolarità o i soldi, ho soprattutto perso me stesso… C’è voluto tempo, e l’affetto e la pazienza dei miei cari, ma poi mi sono rialzato: il passato è andato e anche se le cicatrici rimangono, ora penso al presente. Le persone sensibili, quali io mi ritengo, pagano un po’ più degli altri. Però, anche grazie alla sofferenza, ho capito che se non suono muoio: per questo sono rimasto nel mondo della musica. Poi, certo, sto cercando di adeguarmi: invece di fare le marchette e suonare la cucaracha ai matrimoni per 500 euro, provo a riunire più artisti, mettere in piedi un trio, una coppia, con persone che sanno suonare. Ho aperto un’attività di eventi, feste private, anche di ristorazione, che mi fa da punto di riferimento stabile, senza però commercializzarsi troppo”.

Non ha mai pensato di smettere con la musica e dedicarsi ad altro? “No, perché non mi ritengo all’altezza. Da ragazzino ho fatto molti lavori, ma mai con passione: non me ne importava niente. Ero anche bravo a giocare a calcio, però la passione per la musica, girare di notte, frequentare gli artisti, respirare una certa aria è sempre stata più forte. Ho vissuto molti anni in Emilia Romagna: incontravo Dalla, Carboni… ho respirato per troppi anni in quell’ambiente per poi starne completamente fuori. Non credo di poterci riuscire”.

Gli ex musicisti di successo, trattati spesso come fenomeni da baraccone, spopolano ora in televisione: su Rai1, ad esempio, si è appena chiuso il talent Ora o mai più. Si sente anche lei, D’Orazio, una meteora? “Certo è una parola con cui bisogna fare i conti, e farsene una ragione. I talent però non mi convincono: sono costruiti per far funzionare il programma, non per dar voce a un artista. Dei cantanti non gliene frega nulla; anzi, se per ragioni di show ti devono prendere in giro, lo fanno tranquillamente. A loro interessa l’ascolto, non la carriera dell’artista. È un meccanismo atroce perché, poi, se ti lasciano fuori, ti ritrovi a trent’anni come me e non sai più dove sbattere la testa. No, non fa per me: io sto bene dove sto. Io scrivo: se piace piace, sennò me ne farò una ragione, e andrò a suonare in un locale insieme ai miei amici. La notorietà non mi interessa, ho solo bisogno di stare su un palco a fare musica, che è un’altra cosa”.

Degli amici del gruppo, però, ne rimangono pochi: “Eravamo in cinque (Agostino Silvestri, Mauro Conti, Massimo Nardini, Marco Abbatini), siamo rimasti in tre. Con gli altri non ho più nulla a che fare: potevamo trovare altre soluzioni, invece siamo andati dagli avvocati, facendoci del male a vicenda. Mi dispiace. Di quel mondo mi rimane ancora un po’ di nostalgia: passavo la mattina a Radio Deejay a chiacchierare con Fiorello, Amadeus, Cecchetto. Poi andavamo a trovare – che so – Vasco Rossi, Ligabue… Respiravo l’arte, gli studi di registrazione, i palchi, il dietro le quinte, l’odore del fumo, le luci. Ho nostalgia di quelle cose lì. Ma adesso sono tornato a vivere nella casa in cui sono nato, e sono in pace con me stesso”.

 

Terrorismo, ricercato era in vacanza sul lago d’Iseo

Dallo scorso marzo la Procura generale presso la Corte d’Appello di Rabat aveva emesso nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale per attentato alla sicurezza dello Stato e per associazione terroristica. Ieri pomeriggio, un cittadino belga di origine marocchina è stato fermato dai carabinieri della Stazione di Sarnico in collaborazione con la questura di Bergamo e con lo Sco. L’uomo, 65 anni, dal 1977 in Belgio, si trovava in vacanza sul lago d’Iseo. Con lui la moglie tunisina e un conoscente. I carabinieri hanno fatto irruzione nell’albergo e immediato è scattato l’arresto. Il ricercato è anche accusato di triplice omicidio. Il belga, riferiscono fonti dell’intelligence, è legato a una struttura terroristica riconducibile a Belliraj Abdelkader. Il gruppo è composto da 35 persone. A loro carico diversi reati. Tra questi, oltre al traffico di armi e terrorismo, anche l’omicidio del direttore di un centro islamico e di un cittadino egiziano dipendente dell’ambasciata dell’Arabia saudita a Bruxelles. Da ieri sera il cittadino belga si trova nel carcere di Bergamo.

Gli affari del clan ‘R’ : una gomorra libanese in salsa di crauti

I primi ad arrivare, verso la metà degli anni 80, scappavano dalla guerra civile in Libano. Erano di etnia Mhallami, musulmani sunniti “emarginati” nel proprio paese, la Turchia.

In Germania i capostipite della oggi influente famiglia “R” si sono trovati bene. Tanto che il clan conta mezzo migliaio di membri. Almeno stando alle indagini della Procura di Berlino, la cosca ha dato vita a un sistema importante di criminalità organizzata.

La sua zona d’influenza principale è il quartiere multietnico di Neukölln, nella capitale tedesca, ma con ramificazioni anche in Bassa Sassonia, nel bacino della Ruhr ed a Brema. L’ultima accusa sollevata contro il clan è quella di riciclaggio di denaro per la quale gli indagati (sedici, anche se non se ne conoscono i nomi) rischiano cinque anni di carcere. Nei giorni scorsi sono stati confiscati 77 immobili per un valore stimato attorno ai 9,3 milioni di euro. I legali della famiglia hanno già depositato il ricorso per chiedere il dissequestro dei beni. Malgrado l’importanza dell’operazione non è stato eseguito alcun fermo. Alcuni membri della famiglia – che gestisce attività legali, ma farebbe soldi anche col gioco d’azzardo clandestino e con grossi furti – si trovano già in carcere nell’ambito di altre inchieste.

Una riguarda la sottrazione della Big Maple Leaf dal museo Bode, la più grande moneta d’oro del mondo del peso di 100 chilogrammi. La valutazione arriva fino a 3,7 milioni di dollari. Del conio si sono perse le tracce e quasi certamente è stato fuso. Uno dei membri del clan è stato condannato a 8 anni di galera. Un altro giovane affiliato è accusato di aver ammazzato a colpi di una mazza da baseball una persona, forse per estorsione. E diversi adolescenti legati alla famiglia “R” sono già noti alle forze dell’ordine. La confisca dell’altro giorno, che le autorità sono riuscite a tenere nascosta per vari giorni per evitare possibili e veloci cambi di proprietà, è legata a un altro colpo che aveva suscitato grande interesse.

La filiale del circuito della Sparkasse (cassa di risparmio) di un quartiere della “Berlino bene” era stata saccheggiata nell’autunno nel 2014. La banda aveva aperto e prelevato il contenuto di 332 cassette di sicurezza (su 400) per un ammontare vicino ai 10 milioni di euro. La refurtiva non è mai stata recuperata, ma gli autori sono già stati processati. Le indagini della Procura di Berlino sembravano non aver prodotto risultati fino al sequestro dell’’altro giorno.

Secondo i magistrati il bottino è stato investito, come confermerebbe l’acquisto di uno stabile da parte di uno dei fratelli della famiglia “R”. Un’operazione sospetta per un uomo che, fino a quel momento, viveva di sussidi. Le autorità hanno ricostruito il puzzle esaminando ed incrociando i dati di migliaia di operazioni bancarie. Nel corso delle perquisizioni, gli agenti sono stati anche nello studio di un notaio e nelle sedi di diverse società.

Almeno per ora, la confisca degli immobili non avrà conseguenze per gli inquilini: continueranno a versare l’affitto sui soliti conti: sequestrati pure quelli. L’inchiesta è stata agevolata da una revisione della norma sul riciclaggio, che facilita le verifiche quando il denaro è di origine sospetta: in precedenza doveva essere dimostrato che la provenienza fosse legata a un reato.

Germania, tira fuori coltello e ferisce nove persone sul bus

Cittadino tedesco, 34 anni, nato in Iran: è questo lo sfocato identikit dell’uomo che ha seminato il terrore a Lubecca ferendo almeno nove persone, forse un coltello da cucina. Non è chiaro se il movente sia da attribuire al terrorismo.

Alle 13:47 di ieri momenti di terrore sull’autobus di linea numero 30, nel quartiere di Kücknitz. L’autista ha fermato il mezzo e spalancato le porte per consentire ai passeggeri di scappare ed evitare ulteriori spargimenti di sangue. Gli stessi viaggiatori avrebbero poi contribuito a bloccare l’aggressore. La polizia è intervenuta con un ampio spiegamento di forze mobilitando anche gli artificieri per verificare il contenuto dello zainetto che il violento aveva con sé. Gli inquirenti hanno fatto sapere di non escludere alcuna pista; l’uomo tuttavia non sarebbe stato mai segnalato alle autorità e avrebbe condotto una vita assolutamente normale proprio a Lubecca. Né, a quanto pare, avrebbe proclamato la sua affiliazione a gruppi estremisti al momento dell’aggressione.

Dei nove feriti, sei sarebbero passeggeri dell’autobus oltre allo stesso conducente del mezzo pubblico. In casi come questo, restano molte cose da chiarire: in Germania ci sono già stati diversi attacchi, ma tranne quello condotto da Anis Amri, poi ucciso dalla polizia in Italia, gli inquirenti hanno dovuto fare i conti soprattutto con degli “spostati”, anche se in qualche caso simpatizzanti del jihad.

L’ultimo falso allarme aveva riguardato un furgone lanciato sulla folla nel centro di Münster: tre morti, ascrivibili tuttavia al gesto di un folle, un cittadino tedesco. Il responsabile dei tentati omicidi si trova in stato di fermo. Gli inquirenti, che stanno passando al setaccio le sue amicizie e relazioni, non avrebbero finora rivelato alcun indizio circa un possibile radicalizzazione. Difficile capire se vi si sia stata premeditazione.

Come nell’estate del 2017, quando un cittadino di origini palestinesi ammazzò una persona in un supermercato di Amburgo invocando Allah, lo spontaneo intervento della gente è stato determinante. Lubecca, luogo natale del defunto cancelliere socialdemocratico Willy Brandt, ha quasi 220 mila abitanti ed è la seconda città dello Schleswig-Holstein, uno dei Länder della ormai ex Ddr.

“Brexit”, il film ‘ridicolo’ di cui tutti parlano

Tutti sanno chi ha vinto. Ma nessuno sa come”. C’è un thriller politico ancora in lavorazione che promette di svelare tutti gli (sporchi?) segreti dietro la vittoriosa campagna dei Leavers per il referendum su Brexit: 120 minuti di suspense televisiva a cura del pluripremiato sceneggiatore James Graham e con la superstar Benedict Cumberbatch protagonista nel ruolo dello stratega di Vote Leave Dominic Cummings.

Uno dei progetti di punta di Channel 4 per il nuovo anno, in onda proprio a marzo 2019, nei giorni in cui il Regno Unito lascerà l’Unione europea e l’aria, nel paese e nei suoi circoli politici, promette di essere più fatale di un flacone di profumo al gas nervino. Solo che – la maledizione di Brexit colpisce ancora – l’ennesima manina ha deciso di guastare la festa, e ha consegnato una copia della sceneggiatura al Daily Beast, che ne ha tirato fuori un’esclusiva imperdibile. In una delle scene, l’ex segretario dell’Ukip e grande regista del referendum, Nigel Farage scende da un elicottero e si getta nelle braccia di Arron Banks, controverso finanziatore della campagna per il Leave. Poi i due si danno letteralmente al tennis. Pura fantasia, del tutto incompatibile con il carattere e le abitudini dei due.

In un’altra sequenza Banks incontra a Londra Robert Mercier, il miliardario americano che nella sceneggiatura appare attivamente coinvolto nella campagna pre-referendum, alla presenza di Steve Bannon. Il quale, sentito da Daily Beast, ha replicato così: “A Bob non gliene frega un cazzo di Brexit! Non verrebbe mai a Londra. Ma stiamo scherzando? Tutto il film è una stronzata. Bisogna dirlo a Channel 4”.

E via così, con troppi “addetti ai lavori” indignati per certe libertà creative della sceneggiatura. Come Carole Cadwalladr, la giornalista dell’Observer che ha rivelato i rapporti fra Farage, la campagna di Trump e Cambridge Analytica e il coinvolgimento di Facebook: ha definito la sceneggiatura completamente errata su tutti i piani: “Quasi tutti i personaggi sono sbagliati. I dialoghi sono sbagliati. I fatti sono sbagliati. È disinformazione intenzionale, e una rete televisiva pubblica non dovrebbe averci niente a che fare”.

O Chris Wylie, ex data guru di Cambridge Analytica e poi fonte principale dell’inchiesta giornalistica che ha portato alla chiusura della società di consulenza politica: “È tutto assurdo, il film si merita una stella”. O Shamir Sanni, gola profonda della campagna Vote Leave: “È ridicolo. Se fai un film basato su una storia vera non ti inventi le cose. Questa è pura fiction”.

Lo sceneggiatore James Graham ha cercato di rimediare spiegando su Twitter che quella rubata, fatta circolare e pubblicata è una prima versione del suo lavoro – risale al dicembre 2017 – e che non ha niente a che fare con quella attuale e defintiva. Che però potrebbe ugualmente richiedere aggiustamenti in corsa: martedì scorso la Commissione che indaga sull’andamento delle elezioni ha accertato che Vote Leave ha infranto la legge sul finanziamento politico e ora a indagare è la polizia. In pratica, la Brexit sarebbe il risultato di un grande imbroglio, tanto che alcuni gruppi pro Europa già chiedono di invalidare il voto.

E il film rischia di saltare, se dovesse esserci il dubbio che i suoi contenuti possano interferire, per le severe leggi britanniche, con un eventuale processo.

Benalla, picchiatore di Stato con la dépendance chic

Alexandre Benalla ora è nei guai: una procedura di licenziamento è stata avviata dall’Eliseo. Delle sanzioni serie contro il collaboratore di Emmanuel Macron, filmato durante il corteo del Primo Maggio a Parigi mentre picchia dei manifestanti indossando un elmetto e una fascia da poliziotto arrivano finalmente, ma troppo tardi, con due mesi e mezzo di ritardo.

Il sospetto che le autorità abbiano tentato di insabbiare la vicenda è fondato. E la rapidità con cui le decisioni vengono prese nelle ultime ore rivelano che i vertici hanno preso coscienza della gravità della situazione.

È coinvolto soprattutto Gérard Collomb, ministro dell’Interno, un fedelissimo della prima ora di Macron.

In un video, girato da un testimone della scena e diffuso da Le Monde, si vede l’ex “Monsieur Sécurité” di Macron, prima per la campagna del candidato En Marche! poi presso il vicecapo di gabinetto dell’Eliseo, mentre, con la fascia “Police” al braccio e il casco da celerino, trascina per il collo un giovane e lo prende a botte e a calci. Un altro video, diffuso dall’Huffington Post, lo mostra prendersela con una ragazza. Violenze di cui Collomb è stato messo al corrente sin dal 2 maggio. Il 3, Benalla è stato sospeso dalle sue funzioni ma per soli 15 giorni. Lo stesso ministro ha poi informato il presidente (che non avrebbe visto subito le immagini perché era in Australia) e per lui la vicenda era “chiusa lì”. Scandalo nello scandalo, tre ufficiali di alto grado sono stati sospesi ieri per aver copiato e trasmesso a Benalla, a sua richiesta, le immagini delle videocamere di sorveglianza che registravano in place de la Contrescarpe.

Da tutti i fronti si pretendono spiegazioni da Collomb. C’è chi ne reclama le dimissioni. Martedì il ministro sarà convocato dalla commissione senatoriale formata per far luce sullo scandalo. É già stato ascoltato il capo di gabinetto dell’Eliseo, Patrick Strzoda. Era stato lui a autorizzare Benalla a affiancare i poliziotti il Primo Maggio, ma solo come “osservatore”. Invece i video lo mostrano in piena azione con veri agenti intorno a lui che lo lasciano fare.

I sindacati della polizia hanno denunciato una giustizia con “due pesi due misure”: se fosse stato uno dei nostri, dicono, sarebbe stato subito sospeso. Marine Le Pen, leader del Rassemblement National (ex Front National) ha parlato di “affare di stato”. Christian Jacob, presidente Les Républicains in Assemblea, ha denunciato “una polizia parallela”. Si è preteso anche il rientro a Parigi del premier Edouard Philippe che, dal Tour de France, ha denunciato un tentativo di “manipolazione politica” della vicenda.

Benalla, il cui fermo può essere prolungato di 48 ore, rischia 3 anni per “violenza commessa da persona in missione di servizio pubblico” e “usurpazione delle funzioni”. Con lui condivide lo stesso provvedimento Vincent Crase, ex gendarme riservista convertito alla sicurezza privata, che partecipò alle violenze.

Si sa che Benalla non era uno stinco di santo. L’ex ministro Montebourg lo lincenziò dal suo staff per aver provocato un incidente d’auto e tentato di scappare. Nel 2015 fu denunciato per violenza da una sua parente: lo staff di Macron sarebbe stato a conoscenza di questo curriculum. Eppure è entrato nelle grazie del futuro presidente. Di recente gli è stata affidata la gestione della festa per il rientro dei Bleus dai Mondiali di calcio. Dopo la sospensione, Benalla si è persino trasferito in un appartamento dell’amministrazione, una dépendance dell’Eliseo sul quai Branly, il quartiere più chic di Parigi. Nello stesso palazzo dove, scrive Le Monde, l’ex presidente Mitterrand sistemò l’amante Anne Pingeot e la figlia Mazarine. Prima Benalla abitava in periferia.

La spartizione giallo-verde della tv pubblica

“E poi c’è il fatto che Mediaset nasce e prospera come una tv commerciale, per consumatori (…). Mentre la Rai sarebbe un bene pubblico dei cittadini, di coloro che chiedono un servizio e non solo un prodotto”

(da “Italiopoli” di Oliviero Beha – Chiarelettere, 2007 – pag. 69)

Ha un bel coraggio Roberto Fico, da presidente della Camera ed ex presidente della Commissione di Vigilanza sulla Rai, a dichiarare che “finisce l’era delle influenze del governo sui giornalisti della tv pubblica”. Non solo perché finora la maggioranza giallo-verde a cui appartiene non ha cambiato nulla, se non i nomi e le poltrone, in Viale Mazzini e dintorni. Ma, anzi, ha applicato in modo ancora più rigido la “riformicchia” del governo Renzi per la composizione del nuovo consiglio di amministrazione. E soprattutto, perché il governo Conte-Di Maio-Salvini si accinge a utilizzare la stessa legge per nominare il (o la) presidente e l’amministratore delegato, spartendo a quanto pare le due cariche fra la Lega e il Movimento 5 Stelle.

Da presidente della Camera, Fico dovrebbe sapere bene che ciò contrasta con tutte le sentenze della Corte costituzionale che attribuiscono invece al Parlamento il controllo del servizio pubblico radiotelevisivo. E forse, da ex presidente della Vigilanza, dovrebbe deplorare il fatto che, in seguito a un “voto di scambio” tra Pd e Forza Italia, quest’ultima ha imposto come suo successore un ex dipendente di Mediaset, il giornalista e senatore Alberto Barachini, in cambio della nomina del “dem” Lorenzo Guerini alla presidenza del Copasir, il comitato di controllo dei Servizi segreti. È vero che si tratta di due organi di garanzia e come tali vanno assegnati per galateo istituzionale alle opposizioni. Ma ha ragione Pier Luigi Bersani a parlare di “uno sfregio”. E ancor più le rappresentanze dei giornalisti, la Federazione nazionale della Stampa e il sindacato interno della Rai, a dire che “siamo alla istituzionalizzazione del conflitto di interessi”.

Non s’era mai visto che a capo della Commissione di controllo sulla televisione pubblica venisse insediato un rappresentante dell’azienda che è la sua principale concorrente. Per fare un paragone parlamentare, e senza offesa per nessuno, sarebbe come nominare Marcello Dell’Utri alla presidenza dell’Antimafia. Pur avendo in passato polemizzato duramente con l’ex ministro Maurizio Gasparri, artefice della famigerata riforma che portava il suo nome, non esitiamo a dire che sarebbe stato meglio lui a Palazzo San Macuto. Se non altro perché si tratta di un uomo politico, proveniente dalle file di Alleanza nazionale e poi emigrato in quelle di Forza Italia: un personaggio, insomma, con cui sai con chi hai a che fare e che, almeno fino a prova contraria, non è stato a libro-paga di Silvio Berlusconi. Tant’è che perfino il senatore grillino Gianluigi Paragone, già conduttore televisivo, ha commentato polemicamente la scelta di Barachini augurandosi che “non faccia gli interessi di Mediaset, ma quelli degli italiani”. Il guaio è che, qualsiasi cosa faccia o non faccia, il neo-presidente sarà sospettabile di favorire Mediaset o di danneggiare la Rai.

Dal “governo del cambiamento” potevamo aspettarci che cambiassero almeno i criteri di nomina ai vertici della Rai. Magari scegliendo figure super partes, competenti, autorevoli, indipendenti. E invece, dovremo assistere a una replica del do ut des fra i due principali azionisti dell’esecutivo. Un presidente a te, un amministratore delegato a me, secondo i canoni della peggiore lottizzazione.

L’apocalisse ambulante della sinistra

Mai come adesso ci sarebbero praterie per una forza di sinistra. Eppure mai come adesso la sinistra italiana, di per sé in crisi da decenni, non cava un ragno da un buco. Costretta all’irrilevanza un po’ dal contingente e un po’ da se stessa, grida rabbiosamente “fascisti” a chi non la pensa come lei (cioè quasi tutti) e abbaia alla Luna per sentirsi più figa degli altri. Un’agonia indicibile. Che ha molte cause. Anzitutto: il vento della storia (questa storia). Non sono tempi per la sinistra. È in crisi pressoché ovunque, e anche questo forse qualcosa vorrà dire. Se Marx scrivesse il Capitale oggi, rischierebbe verosimilmente l’irrilevanza. C’è poi la sequela oltremodo cocente delle delusioni passate. Quando vieni dai Violante e dai Bertinotti, ci metti un po’ a ridare fiducia ai nuovi (nuovi?) arrivati. L’Italia, poi, ci mette particolarmente del suo.

La Francia ha Melenchon, che è sempre meglio di niente. L’Inghilterra ha Corbyn, gli Stati Uniti Sanders. La Spagna ha Podemos, la Grecia ha Varoufakis. Noi abbiamo Raimo, uno che è la risposta sbagliata a Orfini e che non si conosce neanche da solo. L’impatto del renzismo è stato poi devastante. Ha spolpato dalle fondamenta quel poco di buono che c’era nel Pd, devastando ogni cosa e tramutando tanti ex compagni (fortunatamente non tutti) in colpevoli nonnominkia che ragionano come se la politica fosse tifo, difendendo l’indifendibile (cioè il Pd) e facendo un’opposizione così efficace che a sentire uno Zucconi vien voglia di chiedere a Fedriga di reinventarsi Subcomandante Marcos. L’unica maniera per far rinascere la sinistra è radere politicamente al suolo il Pd, che se non altro sta facendo tutto da solo, e darlo poi in mano ai pochi – tipo Civati o Peppe Provenzano – che ancora credono in una sinistra vera e giusta (sempre ammesso poi che esista, perché ormai il dubbio viene). La sinistra italiana è in un vicolo cieco: chi è bravo non ha pubblico, chi è anagraficamente giovane è spesso più gattopardesco di Cirino Pomicino. Ogni volta che qualcuno esce dal mucchio, si rivela un Jack Frusciante senza arte né parte. Quelli che potevano farcela, ieri Landini e l’altro ieri Cofferati, hanno preferito altro (come non capirli). Quelli che insistono nel provarci, tipo D’Alema, potrebbero smettere serenamente una volta per tutte. Le poche idee buone, tipo il Brancaccio dell’estate scorsa, durano come un successo editoriale di Cerasa. Ci sono quelli che hanno ragione ma non li ascolta nessuno e ci sono quelle come la Boldrini, che hanno torto anche quando hanno ragione. I talk sono pieni di quasi-intellettuali che ti raccontano la rava e la fava, dall’alto di questa gran ceppa. E i social tracimano di indignati a casaccio che oggi venerano Saviano perché attacca Salvini e Toninelli, ma ieri l’avrebbero evirato col trinciante perché osava attaccare Renzi & Boschi.

I 5 Stelle hanno per anni calamitato molto elettorato di sinistra, senza ovviamente che la sinistra se ne accorgesse, e ora che paiono schiacciati dal sovran-cazzarismo salviniano si vedono abbandonati dalle Mannoia e dai Marescotti. In via teorica si aprirebbero spazi enormi. Poi però ascolti Andrea Romano, o leggi un editoriale di Calabresi, e capisci che se l’opposizione sono loro tanto vale andare tutti affanculo (con rispetto parlando). Per un De Masi che piace, un Gino Strada che commuove e un Erri De Luca che fa pensare, ce ne sono altrettanti (anzi molti di più) con quella odiosa spocchia “de sinistra” che ti farebbero votare tutti. Ma proprio tutti. Tranne loro. La sinistra italiana non è neanche più un un’idea: è un’apocalisse ambulante. Intrisa di sicumera ingiustificata, condannata a non imparare mai: abbonata a fallire. Anche quando, come adesso, avrebbe davanti un rigore da tirare quasi a porta vuota.

Silvio e Berlusca: l’ex Cav. sdoppiato

Fortuna che in mezzo a insabbiamenti, fake news e troll pagati da russi resiste ancora la stampa libera. Ieri il Giornale svelava in prima pagina lo scandalo più grave della terza, ma forse della prima, seconda e terza Repubblica messe insieme, ovvero la “Segretariopoli” grillina, che si arricchisce di un nuovo increscioso fatto: non solo la segretaria particolare di Di Maio prende 72mila euro l’anno ed è fidanzata con un amico di Di Maio, ma l’assistente del ministro Bonafede, tale Daniele Longo, ci ha messo 9 anni a laurearsi. Sissignore, 9 anni (e questi sarebbero gli onesti), come da testimonianza dell’intrepido cronista, che speriamo sia stato messo sotto scorta dopo lo scoop.

Se non fosse per questi malecarni, la Nazione avrebbe il vento in poppa, a sentire il Giornale: “Mattarella frena le nomine ai dilettanti”, “Il fortino del Csm resiste all’assalto dei gialloverdi”, “Berlusconi accelera il rinnovamento azzurro”. Quest’ultima notizia in particolare ci riempie di gioia. Quando uno accelera un rinnovamento è sempre un bene per la democrazia. Per un attimo abbiamo avuto l’orribile sospetto che si trattasse dello stesso Berlusconi che appare in effigie sulla prima pagina del Fatto di ieri insieme a Mori e a Dell’Utri davanti alle macerie fumanti della strage di mafia di via D’Amelio in cui morì il giudice Borsellino e 5 agenti della scorta. Ma è stato lo scrupolo di un attimo, un’extrasistole nel placido elettrocardiogramma nazionale. Del resto, sugli altri autorevoli giornali che riportano la seconda più importante notizia del giorno, e cioè le motivazioni della sentenza sulla trattativa tra lo Stato italiano e la mafia, la faccia del Berlusconi presidente del Consiglio italiano per 9 anni (più altri al governo sotto forma di alleato responsabile di larghe intese e patti costituzionali) non compare mai, quindi deve trattarsi di un caso di omonimia. Non c’è altra spiegazione. Esistono due “Berlusconi” in Italia: l’imprenditore, affarista, lobbista di sé stesso, rutilante uomo politico che potrebbe godersi una dorata vecchiaia ma ha in petto la Patria; e il “Berlusca”, amico e socio di quel Dell’Utri accertatissimo tramite tra i mafiosi e il co-fondatore di FI. Lo sdoppiamento, o meglio la sostituzione di persona, stratagemma già caro agli antichi che facevano travestire, invecchiare o ringiovanire i loro personaggi dagli dèi (come Ulisse, trasformato a piacimento da Atena), nel caso di B. è perfettamente riuscito.

Non solo ci crede lui, che come si sa è maestro di mitopoiesi, ma tutti noi partecipiamo a questa commedia degli equivoci che in un istante – basta cambiare giornale – si trasforma in tragedia. Davanti alla sentenza raccapricciante che testimonia come un uomo tanto importante per il Paese sia stato legato alla mafia e ai fatti di sangue di cui essa sarebbe a questo punto co-responsabile, non sembra affatto stridente, e non solo sul Giornale, continuare a parlare di FI come fosse un partito vero e non una copertura per gli affari del Berlusca. Così da giorni apprendiamo che B. ha nominato Tajani, presidente del Parlamento europeo (dove peraltro i suoi colleghi non hanno fatto una piega dopo la sentenza), vicepresidente di FI, e Galliani coordinatore (del resto in campagna elettorale gli si chiedeva seriamente: “Come funzionerebbero le Am-lire?”). Simultaneamente, nelle ore d’aria concesse loro dal 41 bis, i mafiosi parlavano di un certo “Berlusca” che doveva loro un qualche favore, ma trattavasi in tutta evidenza del B. parallelo. Non di quello che ieri compariva in un video pubblicato dalle testate online, stravaccato sul divano, ripreso di nascosto dalla intrattenitrice dominicana Marysthell Polanco. “Facci un contratto”, chiedono le ragazze rinfacciandogli di aver perso lavoro e famiglia per stare dietro alle sue follie da Eliogabalo triste, “tu sei il presidente del Consiglio d’Italia!”.

Lui piange miseria: “I giudici hanno fatto una sentenza per farmi fallire, devo prendere i soldi dalle banche”, e intende che vuole chiedere un prestito, non fare una rapina. “Sono rovinato”, piagnucola sotto la cosmesi permanente, “ormai sono quello del Bunga Bunga, tutto quello che ho fatto come statista, come politico, ho evitato la guerra tra la Russia e la Giorgia (sic), ho fatto cose pazzesche… è tutto dimenticato”. Come può questo povero vecchio ricattato da mignotte-squali e inseguito dalle sue colpe divenute ossessioni (“Mi hanno fatto 36 processi”) essere il “Signor Crasto” (cornuto, ndr) nominato in carcere da Giuseppe Graviano? (Qualche dubbio lo instillano altre parole del boss: “Alle buttane glieli dà i soldi ogni mese”). È ovvio che se B. fosse responsabile delle stragi di mafia, non potrebbe dolersi con tanto insostenibile pathos di aver perso la faccia davanti al mondo per il Bunga Bunga. A meno che, e secondo noi è questo il caso, B. non creda come Rimbaud di essere un altro.