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Il ministro agisca per facilitare la vita dei nuovi lavoratori

Questo governo ha espresso “un mese di ministro Salvini” e ora è entrato in azione “un mese di ministro Di Maio”. Sarà un logico tentativo del secondo per evitare di essere messo in ombra! Dopo questa dovuta ironica premessa, invito il ministro, se vuole lasciare il segno e convincere molti elettori, a rispondere cortesemente: l’on. Di Maio sa che un lavoratore che vuol chiedere a una banca un prestito, per rateizzare l’acquisto di un’auto, un appartamento, un terreno, deve esibire la busta paga. E quale? Quella stagionale? Quella dei voucher? Non sono nulla, per le banche non contano, quindi niente prestito, niente auto, niente di niente: si parte da “contratto a tempo indeterminato”, il resto sono chiacchiere. La soluzione semplice ci sarebbe: un tetto di prestito al lavoratore temporaneo con l’impegno di non venire meno alla restituzione, per onorare la sua dignità. Ho voluto metterla così, come un paradosso (che poi tanto paradosso non è), per vedere se, sull’argomento, si muoverà qualcosa.

Le banche dovrebbero essere il tramite tra Stato e cittadini, ma nel senso onesto e non truffaldino.

Leopoldo Chiappini Guerrieri

 

Il compito di questo esecutivo è fermare la globalizzazione

In questa Ue, così come è fatta, limitata alla moneta unica e con un infinito numero di politici che fungono da burocrati, non vi è alcun elemento che possa giustificare le buone intenzioni di progresso. Un chiaro esempio è il problema della distribuzione dei migranti. In casa nostra la questione di quest’ultima si è trasformata, nei vari “pollai” dei salotti, in un’inarrestabile discussione permeata di abbondante ipocrisia e sceneggiature tinte di rosso. A livello di governo notiamo che le smanie di Salvini con caratteristiche simili a quelle di Renzi sono comunque un po’ diverse.

Malgrado questi fattori negativi, esiste la certezza che i due movimenti possano porre in essere un buon governo, anche se non si riesce a capire cosa frulla nelle loro teste. Si spera almeno che riescano a frenare questo liberismo consumistico dove il popolo viene trasformato in pollo d’allevamento in un contesto globalizzato.

Anche i migranti vengono attratti dall’illusorio benessere, dopo che i loro Paesi sono stati sconquassati dagli occidentali e in parte dagli arabi, attraverso un neo colonialismo alla ricerca di beni necessari ad alimentare il suddetto sistema politico-economico. Cosa rispondere a questa ipocrisia globalizzata? Le opzioni sono due: o far finta di piangere per le morti che avvengono, oppure combatterla attraverso la rinuncia a questo sistema economico.

Roberto Centracchio

 

La vera crisi mondiale è l’aumento demografico

Mi meraviglio del silenzio di tutti quelli che parlano di migranti, di paure e di deliri. Nessuna parola sullo spaventoso aumento della popolazione mondiale: a oggi siamo più di sette miliardi e mezzo.
Nel 1972 alla Prima Conferenza dell’Onu sull’Ambiente a Stoccolma eravamo tre miliardi e mezzo. Vent’anni alla seconda conferenza che si tenne a Rio de Janeiro la popolazione era già arrivata a cinque miliardi e mezzo. Già allora i demografi lanciarono l’allarme dicendo che saremmo arrivati a sette miliardi nel secondo decennio del 2000 come poi è effettivamente successo. Eppure i politici furono sordi a queste previsioni esattamente come oggi Trump smentisce i climatologi del panel dell’Onu sui cambiamenti climatici.

Ma tornando alla popolazione mondiale, le nuove stime danno la popolazione mondiale a dieci miliardi e il problema è che ora questi dati non sono più smentiti, ma ignorati. Ma se questo accadrà la Terra non avrà più nulla da offrire di risorse non rinnovabili. Il primo mondo ricco si sta scavando una fossa fatta di petrolio, gas e diamanti. E così ci avviamo verso la catastrofe, ma nel frattempo tutta l’Europa ricca e benestante si preoccupa solo di migranti.

Fabrizio Carbone

 

I dem hanno perso perché non hanno frenato il liberismo

Mi sembra che la situazione della sinistra si riassuma in due aspetti: il primo è che il Pd ha rinunciato a rappresentare gli italiani per bene, quelli che cercano di collaborare a far vivere lo Stato e pagano le tasse. Molti elettori hanno impiegato un sacco di tempo a capirlo, ma quando è comparso il M5S hanno visto in questo soggetto l’unica vera opposizione a Berlusconi e alle sue logiche. Il secondo aspetto è che i dirigenti del nuovo partito che si è via via trasformato da Pds a Ds a Pd, si sono adeguati acriticamente al neoliberismo. Nessuno, neanche coloro che provenivano dal Pci, ha elaborato un’analisi critica del neoliberismo, né di conseguenza qualche scenario alternativo per il futuro dell’Italia.

Finché saremo in balia del neoliberismo globale, che ci impone questo sistema che porta il pianeta alla rovina sociale, con vantaggi per pochissimi, possiamo solo provare a frenare questa china che rischia di portarci verso nuove forme di nazismo, votando questi che “almeno non rubano” oppure “almeno sono dalla parte degli italiani” ben sapendo che non servirà e che il treno sta accelerando e rischia di schiantarsi a meno che non ci sia un improbabile miracolo.

Giovanni Acchiardo

Ilva. Di Maio parla in una Camera deserta: hanno cose più importanti da fare, d’estate

È il 20 luglio, fa caldo ed è anche venerdì. Potevano i nostri parlamentari rimanere a Roma ad ascoltare la relazione del vicepresidente del Consiglio nonché ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, su di una “bazzecola” come la situazione dell’Ilva di Taranto? Certamente no! Ad ascoltare erano in sette, poi banchi vuoti. In certe cose non c’è maggioranza e opposizione che tengano: tutti al mare! Perché questo sarà senz’altro il “governo del cambiamento”, con un sacco di parlamentari nuovi, però non gli si può mica chiedere l’impossibile! D’altronde chi è che lavora il venerdì? O forse mi sbaglio?

Mauro Chiostri

 

Gentile Mauro, ci vuole una vita per diventare nuovi. Insomma, bisogna dimostrare sul campo di essere diversi da chi ti ha preceduto. Lega e Cinque Stelle hanno conquistato la maggioranza del consenso autocertificandosi nuovi. Ora dovrebbero provare di esserlo. Che la Lega non sia nuova lo si sa già ripercorrendo la sua storia al fianco di Silvio Berlusconi. Per i Cinque Stelle vedremo. Un banco di prova sono le nomine. E già qui qualcosa scricchiola. L’altro, appunto, come scrive lei, sarebbe cambiare i cattivi costumi della nostra politica. L’aula vuota di ieri è un campanello d’allarme. L’Ilva è una questione cruciale per l’economia nazionale. Per l’occupazione e l’ambiente. Di più: sarà un modello di come il nuovo governo intende conciliare due diritti essenziali che non devono essere alternativi: lavoro e salute. Anzi, vita. Perché a Taranto decine di migliaia di persone sono state esposte a condizioni di inquinamento che hanno provocato malattie e morti. Purtroppo, non è bastato questo per riempire l’aula. Anzi, quella foto grida vendetta. Mancavano, è vero, anche Pd e Forza Italia. Ma soprattutto colpiva l’assenza dei Cinque Stelle. Perché a parlare era il ministro Luigi Di Maio, numero uno del partito.

Ancora di più, però, perché i Cinque Stelle hanno sempre fatto della tutela dell’ambiente e della salute uno dei punti fondativi del loro impegno politico.

Come diceva Al Capone ne “Gli Intoccabili”: “Sei tutto chiacchiere e distintivo”.

Ecco, se giunti alla poltrona in Parlamento anche i Cinque Stelle ignoreranno temi fondamentali come quello dell’Ilva, potremo dire che sono tutti chiacchiere e distintivo. Anzi, chiacchiere e poltrona.

Ferruccio Sansa

Quote Dem, decreto ingiuntivo per Grasso: deve 83.250 euro

Il Tribunale di Roma ha emesso un decreto ingiuntivo nei riguardi dell’ex presidente del Senato, Pietro Grasso: deve pagare gli 83.250 euro di quote che i parlamentari dem si erano impegnati a versare mensilmente al partito all’inizio della scorsa legislatura durante la quale il senatore, eletto alla presidenza di Palazzo Madama, scelse poi di lasciare il partito di Renzi per confluire in LeU. Il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, spiega che con quei soldi (e con gli altri che otterrà per via giudiziaria dai parlamentari indietro con le quote) ci pagherà la cassa integrazione dei dipendenti dem. Grasso non ci sta a passare per capro espiatorio della crisi di liquidità dem e replica: “Ho chiesto più di un mese fa, e ancora due giorni fa, un incontro con il tesoriere Bonifazi per chiarire le mie ragioni”. Annuncia opposizione al decreto e avverte: “Lui ha svuotato le casse con la scriteriata campagna referendaria e con le mega-consulenze ai consiglieri americani e ora prova a scaricare le colpe su altri”. Bonifazi replica a sua volta che i bilanci del Pd si sono impoveriti non per le campagne elettorali ma per la fine del finanziamento pubblico ai partiti.

Martina cambia la musica: feste dell’Unità derenzizzate

Ad accogliere i visitatori della Festa nazionale dell’Unità di Ravenna il 25 agosto, tipo biglietto da visita, sarà l’attore Ivano Marescotti: un recital dove “propone il mondo tragicomico di ‘LUI’, l’uomo senza nome: uno, nessuno, centomila; un quaión qualsiasi della Bassa Romagna”, “un monologo comico, ironico e anche drammatico”. Così lo presenta il sito in costruzione della kermesse, che ancora una volta, si ripete dal 24 settembre al 10 agosto. Nonostante tutto, compreso il fatto che il giornale da cui prende il nome non esiste più.

Quando l’hanno visto, i Renzi boys sono rimasti senza parole. Perché Marescotti ha votato Cinque Stelle (anche se dopo l’alleanza con la Lega si è detto deluso). E poi era quello che nel 2014, prima delle Europee, diceva del Pd: “Un partito che si definisce di sinistra e lavora per la peggior destra”. Non solo: è stato uno dei testimonial del No al referendum. Sembra uno schiaffo all’ex segretario, quello che nel 2016 la Festa nazionale (a Catania) l’aveva intitolata all’Italia che dice sì e quelle locali le aveva tutte schiacciate sulla propaganda referendaria, con conseguenti polemiche e contestazioni.

Quest’anno gli uomini di Renzi sono già sul piede di guerra. Anche perché le performance vengono pagate. “Paghiamo chi ci infama?”, è il commento sprezzante. Il neo segretario Maurizio Martina, che ha preso in mano le redini dell’organizzazione, è fermamente alla ricerca di una formula che – nel modo più delicato e indolore possibile – lasci scolorire il renzismo e recuperi il Pd dei tempi che furono. E pazienza se non è chiaro né quale sia, né a chi parli. Non a caso, il logo di quest’anno pare la brutta copia di quello dell’anno scorso (la Festa era a Imola, non troppo distante): lì c’era un tripudio di colori, con al centro un emoticon. Quest’anno, i colori sono gli stessi, ma in versione pallida. E, ovviamente, l’emoticon non c’è.

Il programma culturale mette insieme i Modena City Ramblers e Paolo Hendel a molti illustri sconosciuti. Per adesso, le previsioni “economiche” sono in corso. Quel che è certo è che il Pd con i dipendenti in cassa integrazione (e con i cordoni della borsa in mano al tesoriere, Francesco Bonifazi) non ci metterà quasi nulla. A pagare, sarà la Federazione di Ravenna e poi i gruppi parlamentari di Camera e Senato, presenti con i loro stand. Una quota arriverà anche dagli europarlamentari.

Se il programma degli spettacoli è quasi ultimato, quello politico è ancora in costruzione. Nella confusione più totale e nello sconcerto generale. Il responsabile ufficiale è Andrea De Maria, che oppone un “non abbiamo deciso ancora quasi niente” a qualsiasi tipo di domanda. Poi ci sarebbe Giuditta Pini (orfiniana) come Responsabile Feste. Cioè, c’era: nella nuova segreteria (varata la scorsa settimana) non è entrata. “Io delle feste di quest’anno non so niente”, dice lei. Si era applicato un po’ Andrea Rossi, ex responsabile Organizzazione. Ma adesso tocca a Gianni Del Moro, che ha preso il suo posto, in quota Renzi. Nel passaggio di consegne, s’è infilato Martina. Che sta cercando di costruire un programma a modo suo. Come ha scritto La Stampa è stato invitato Luigi Di Maio. “Abbiamo sempre chiamato esponenti della maggioranza”, è la spiegazione dei martiniani. “Ci sarà anche qualche rappresentante della Lega?”. La risposta è incerta. Martina fu uno dei principali fautori del dialogo con i Cinque Stelle dopo le elezioni, per un governo insieme. E molti nel Pd sperano che – se il governo va in crisi – quella possibilità ritorni.

Gira una locandina firmata “I love satira Dem” che la dice lunga su come la pensano i renziani: ipotizza un “Dibattito sulle scie chimiche” con Dario Franceschini e Gianni Cuperlo e “un collegamento in diretta con la villa di Beppe Grillo con Martina che spiccia casa”. Per il resto, tra gli inviti sul tavolo anche quelli di Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza di LeU. E Walter Veltroni. Sempre più lontano dall’ex segretario. I Renzi boys storcono la bocca.

Nel frattempo, come ogni anno, le Feste sono iniziate, piuttosto in sordina. A Roma sarà in versione ridotta, dal 22 luglio al 5 agosto all’Ex Dogana. A Genova lascia la location storica del Porto Antico e si trasferisce in periferia, a Ponte Decimo (dal 12 al 16 settembre). La parola d’ordine di Martina è “ripartire dalle periferie”. La realtà è pure che i soldi sono pochi. E “ripartiamo tra la gente” è lo slogan della manifestazione appena iniziata a Pistoia. Tra gli ospiti d’onore, anche Maurizio Landini. Se Renzi evocava il futuro una frase sì e una no, il Pd di Martina cerca risposte nel passato. Non manca qualche scelta “particolare”: alla Festa di Treviglio c’è pure un sexy shop. Uno sguardo al programma di una delle Feste più importanti dell’estate, quella di Casalgrande, fa capire l’andazzo: oltre a Martina, ci sono molti ex ministri (Paolo Gentiloni, Marco Minniti, Carlo Calenda, Graziano Delrio). Assente Renzi. Che per adesso di feste ne ha fatte solo due, entrambe nel suo collegio: una a Impruneta e una a Scandicci. Andrà a quella di Ravenna, ma non è certo di partecipare ad altre. In compenso, Maria Elena Boschi (presente anche a Casalgrande) e Luca Lotti girano. E poi, quest’anno, l’attesa è per Nicola Zingaretti, unico candidato certo al congresso che verrà. Sarà a Casalgrande, sarà a Ravenna. Ma per lui le kermesse democratiche sono solo uno degli appuntamenti, non il principale: in agenda ha eventi di ogni tipo, dagli incontri con le associazioni, ai convegni.

L’entusiasmo generale è abbastanza sotto i tacchi. Però le correnti si riorganizzano: Renzi ha appena rilanciato la Leopolda di ottobre. E Area (i franceschiniani) si fa la sua festa a Cortona dal 31 agosto al 2 settembre. Interventi di Piero Fassino in apertura e di Franceschini in chiusura. Presenze di Gentiloni e Martina caldeggiate. In compenso, mentre l’anno scorso Articolo uno organizzò una festa nazionale a Napoli. quest’anno Mdp non ce l’ha in programma. Non ci sono soldi. E non c’è neanche il clima. In LeU le feste le fa solo Sinistra italiana.

Parnasi ai domiciliari dopo l’interrogatorio: arrestato il 13 giugno

Torna a casa dopo oltre un mese Luca Parnasi. Il costruttore romano, finito in carcere il 13 giugno per l’inchiesta sullo stadio della Roma, ieri ha lasciato Rebibbia: la giudice per le indagini preliminari, Maria Paola Tomaselli, gli ha concesso gli arresti domiciliari che in un primo momento erano stati negati. Ma ora, secondo il magistrato, le esigenze cautelari sono da ritenersi attenuate alla luce dell’interrogatorio a cui l’imprenditore stato sottoposto venerdì scorso. Secondo l’accusa, il gruppo Parnasi avrebbe messo in atto una corruzione “sistemica” per arrivare all’approvazione del progetto di Tor di Valle, servendosi tra gli altri dell’avvocato Luca Lanzalone, ex presidente di Acea e uomo forte del Campidoglio di Virginia Raggi, finito ai domiciliari con l’accusa di corruzione per aver ricevuto incarichi e consulenze del valore di 100mila euro. Tra i 16 indagati figurano anche il capogruppo M5S in Campidoglio Paolo Ferrara, autosospesosi dal Movimento, e l’ex assessore e oggi consigliere comunale di Forza Italia, Davide Bordoni.

Carige, Tesauro denuncia alla Bce l’operazione Gavio

Una lettera di Giuseppe Tesauro alla Bce contro la vendita a valore di bilancio della partecipazione nell’Autostrada dei Fiori. C’è anche questo nella guerra scoppiata nella Carige, mentre anche la Procura di Genova apre un fascicolo.

È il 10 maggio scorso quando la questione della vendita della quota Autofiori arriva nel Comitato Rischi della banca. Che deve dare il via all’operazione ed è composto da tre membri del cda: Francesca Balzani, Stefano Lunardi e Giulio Gallazzi. I primi due – che poche settimane dopo si sono dimessi – dichiarano di non essere d’accordo. Il punto non è la vendita, ma condizioni e prezzo: 88 milioni, il valore a bilancio. Non solo: inizialmente, attaccano i dissidenti, era previsto che il pagamento fosse diviso in tranche da 45 milioni in due anni. Opposte le versioni: i due consiglieri contrari fanno notare che la quota consentirebbe all’acquirente, il gruppo Gavio, di raggiungere la quota necessaria per riorganizzazioni societarie. Ma soprattutto evidenziano che la partecipazione garantisce utili per 8-9 milioni l’anno. Insomma, si sostiene, si potrebbe spuntare un prezzo ben più alto. Infine si contesta la fretta della vendita, a fronte di un’entrata che non risolverebbe i problemi dell’istituto. I vertici della banca ribattono: Gavio ha diritto di prelazione e ha in mano la maggioranza della società, quindi non sarebbe facile trovare altri acquirenti.

Non si arriva a un voto unanime. E quindi, nonostante ci sia una maggioranza (2 su 3), il parere non arriva. Ma nel cda ecco un altro colpo di scena: viene chiesto di cambiare la composizione del Comitato Rischi aggiungendo altri due membri. Annacquando, sostengono i critici, il peso dei voti contrari. Così il presidente Giuseppe Tesauro, che poche settimane dopo si è dimesso, decide di scrivere una lettera alla Bce per segnalare l’episodio: “Il signor Gallazzi – riferisce – mi rispondeva che non era stato preparato un parere scritto, a suo dire non necessario, perché i componenti del Comitato Rischi non avevano raggiunto un accordo, mentre egli stesso era favorevole alla cessione di parte della partecipazione in oggetto. Gli altri due membri”, Balzani e Lunardi, “avevano riferito nel corso del cda (dell’11 maggio, ndr) tutt’altro. E cioè di aver espresso parere negativo sulla cessione e che per questa ragione Gallazzi si è rifiutato di scrivere il parere”. Non basta: Tesauro stigmatizza la proposta di cambiare la composizione del Comitato mutandone l’indirizzo su una questione così delicata.

La bolla si sgonfia nel cda del 22 quando il Comitato trova un accordo: la questione non è la vendita, ma le condizioni. È solo una tregua, perché a fine giugno Tesauro e i due consiglieri si dimetteranno. Decisione seguita dal vice-presidente, e maggiore azionista, Vittorio Malacalza. Che nei giorni scorsi ha diramato una nota in cui informa di aver dato mandato all’avvocato Alessandro Vaccaro di “di prendere in esame documenti, condotte e fatti posti in essere da soggetti apicali nel corso della travagliata gestione aziendale” di Carige “al fine di valutare se, in relazione agli stessi, siano ravvisabili profili di rilevanza penale, riservandosi, nel caso, di assumere le più opportune iniziative”. Una dichiarazione che non è sfuggira alla Procura di Genova che ha deciso di aprire un fascicolo su Carige.

Intanto ieri Consob ha fatto sapere di avere un’“attenzione altissima” sugli ultimi sviluppi della banca genovese.

Savona indagato per usura bancaria con 22 ex Unicredit

Adire che l’iscrizione nel registro degli indagati per usura del ministro degli Affari europei Paolo Savona era “un atto dovuto” non sono i garantisti della prima o dell’ultima ora. Lo dice il legale della società Engineering srl che ha realizzato alcuni grandi parchi eolici nel meridione, poi finita in liquidazione, e ha presentato a Campobasso la denuncia che ha dato il via all’inchiesta. “È un atto dovuto – commenta infatti l’avvocato Luigi Iosa – in quanto la Cassazione impone di indagare i vertici delle banche per via del loro ruolo di controllo e garanzia”.

L’esposto, depositato il 19 giugno 2017 a firma dei liquidatori della società guidata in passato dai fratelli Piero e Angelo Santoro, ha finito per coinvolgere l’ex management della Banca di Roma e poi di Unicredit. All’epoca dei fatti contestati nelle 21 pagine del documento, che ipotizzava anche condotte di estorsione e appropriazione indebita – reati che il pm Rossana Venditti, che indaga sui parchi eolici di Molise, Puglia e Campania, ha escluso – Savona era ai vertici dell’ex Banca di Roma.

“È un’inchiesta tutta da svolgere ancora, c’è bisogno di tempo e la richiesta di proroga è un atto dovuto” conferma il procuratore capo di Campobasso, Nicola D’Angelo. “È un filone molto tecnico che necessita di consulenze che possono mettere in difficoltà anche i più bravi dirigenti di polizia giudiziaria”. La società ha denunciato perché, forte di una consulenza di parte, sostiene di essere stata vittima di tassi usurari su quattro conti correnti di Rolo Banca 1473 (poi confluita in Unicredit), in un periodo spalmato tra il 2002 e il 2013 e tra il 2007 e il 2010. Quindi anche dopo agosto 2009, quando la Banca d’Italia impose di inserire le commissioni di massimo scoperto nel calcolo del tasso oltre il quale c’è usura, ovvero quando si supera del 50% il tasso soglia medio.

L’avviso di proroga delle indagini è stato notificato anche ad altre 22 persone, manager e banchieri che tra il 2005 e il 2013 erano seduti in uno dei posti di comando di Unicredit. Oltre a Savona, anche manager come Alessandro Profumo, oggi amministratore delegato di Leonardo-Finmeccanica; Fabio Gallia, ad e direttore di Cassa Depositi e Prestiti; Aristide Canosani, ex presidente di Unicredit.

Ma il nome che fa rumore è quello del ministro sul quale stava fallendo la nascita del governo Conte per le sue idee eurocritiche. Imposto dal leader della Lega Matteo Salvini, che infatti lo ha difeso. “Dimissioni? Non ci penso neanche. Vi sembra uno che ha la faccia da usuraio?”. Le dimissioni di Savona sono escluse anche dall’altro vicepremier, Luigi Di Maio: “È un’indagine che già conoscevamo. Si va avanti”. Uno dei suoi fedelissimi, il sottosegretario M5S Stefano Buffagni, ricorda che “nel contratto di governo abbiamo già previsto fattispecie di questo tipo: i ministri devono informare tutto il Cdm e anche il Paese per fare valutazioni di merito. È necessario aspettare, non urlare a facili allarmismi”. L’ex premier pd Matteo Renzi contesta questa logica: “Dico ad alta voce che Di Maio e i suoi devono vergognarsi. Per anni hanno massacrato persone e famiglie in nome di un giustizialismo vergognoso. Adesso usano la doppia morale”.

Di inchieste su casi di presunta usura bancaria sono infarcite le cronache. Le indagini sui colossi del sistema creditizio sono però prevalentemente approdate nel nulla. È di un mese fa l’archiviazione dello stesso Savona davanti al Gip di Cagliari in seguito a una denuncia della Edil Tl per un caso analogo. Invece a Vallo della Lucania (Salerno) nel 2013 il pm Alfredo Greco ottenne il rinvio a giudizio di Mussari e Vigna per i presunti tassi usurai applicati dalla filiale di Agropoli di Mps a un commerciante di mobili. Il processo si è concluso a fine 2017 con l’assoluzione dei due ex supermanager. Da fonti aperte è possibile recuperare la sentenza di condanna in primo grado, non definitiva, dei vertici di una piccola banca di credito cooperativo delle Marche. A dimostrazione che il reato di usura bancaria non è (sempre) virtuale.

Decreto Dignità, mannaia sui contratti rinviata al 1° ottobre

Un periodotransitorio per consentire alle imprese di adeguarsi e non travolgere i contratti a termine in corso. Incentivi per le stabilizzazioni e bonus per le assunzioni under 35 prorogato per due anni. Voucher utilizzabili per 10 giorni: sono alcuni termini dell’intesa per modificare il decreto dignità. 890 emendamenti nelle commissioni Finanze e Lavoro della Camera, che inizieranno il vaglio la prossima settimana, in cui c’è un pacchetto di una trentina concordato dalla maggioranza. Non vengono toccate né le causali né la durata massima dei contratti a termine, ma arriva il periodo ‘cuscinetto, fino al 30 settembre. Riviste anche le norme sulla somministrazione, eliminando le causali dai contratti stipulati dalle agenzie ed escludendo gli intervalli tra un contratto e l’altro. Arriveranno gli incentivi per le trasformazioni dei contratti stabili che, nella attuale formulazione, saranno applicate alle stabilizzazioni degli over 35 (verrà restituito lo 0,5% di costo contributivo aggiuntivo). Per i più giovani, allungamento alle assunzioni 2019 e 2020 l’attuale bonus contributivo (il 50% di sconto, con un tetto a 3 mila euro) che altrimenti dal prossimo anno si potrebbe applicare solo alle assunzioni di under 30.

“Nel cda Rai io eletto e gli altri nominati”

“Porterò la voce dei lavoratori al settimo piano di Viale Mazzini. Se c’è una differenza coi miei futuri colleghi del cda è che loro sono stati nominati (votati dal Parlamento su indicazione dei partiti, ndr), io sono stato eletto…”. Riccardo Laganà, 43 anni, tecnico di produzione, è il primo consigliere di amministrazione Rai scelto dai dipendenti, come prevede la nuova legge. Giovedì è stato eletto con 1916 voti, contro i 1356 di Roberto Natale e i 1201 di Gianluca De Matteis, entrambi rappresentanti dei sindacati (Usigrai il primo, Cgil, Cisl e Uil il secondo).

Laganà s’è presentato senza nessuno alle spalle, ma in azienda è conosciuto perché col sito Indignerai e l’associazione “Rai bene comune” da anni si fa portavoce del malcontento dei lavoratori sui più svariati argomenti, dalla mensa interna alla pioggia che penetra dai tetti.

Laganà, lei è il consigliere dei dipendenti arrabbiati?

C’è una parte di voto di protesta. Ma anche una sfiducia nei confronti di figure più istituzionali che magari hanno deluso le aspettative. E c’è pure la voglia di cambiare, di fare qualcosa di bello per questa azienda. Non me l’aspettavo.

Come intende rappresentare i suoi colleghi in cda? Li consulterà prima di votare?

Partecipazione è una delle mie parole preferite. Di sicuro non deciderò da solo ma mi rapporterò coi lavoratori, anche attraverso il web.

Qual è il male maggiore della Rai?

La dipendenza da interessi privati, siano essi di partito, lobbistici o commerciali. Le forze politiche contano troppo in Viale Mazzini. Noi abbiamo avanzato delle proposte che si sono trasformate in un ddl presentato in Parlamento in cui si prevede la creazione di un trust che stia tra il Palazzo e l’azienda cui spetti il compito di nominare i vertici e dare un indirizzo.

Mercoledì il Parlamento ha votato gli altri 4 consiglieri col classico metodo della lottizzazione.

Da un governo che si definisce del cambiamento ci si aspettava qualcosa di più. Ora i 4 avranno modo di dimostrare la loro competenza e la loro indipendenza.

Alberto Barachini, ex dipendente Mediaset, è a capo della Vigilanza Rai.

Mi chiedo: possibile che dentro Forza Italia non si potesse scegliere qualcuno con un profilo più indipendente? Anche qui si doveva fare uno sforzo in più. Ora, però, mi auguro scelte di alto profilo su dg e presidente, all’insegna della competenza e del merito.

Nomi?

Sarebbe inelegante farne.

La Rai fa servizio pubblico?

Lo fa a macchia di leopardo. Noi abbiamo portato avanti battaglie importanti, come quella del maggior utilizzo delle risorse interne. Purtroppo la tv di Stato sconta un gap tecnologico enorme. Altro che Netflix italiana…

Come giudica l’ultima gestione Rai: Campo Dall’Orto prima e Orfeo poi?

Abbiamo perso tre anni, in cui non si è riusciti a presentare né un piano industriale, né un progetto editoriale.

Laganà, lo ammetta, ha vinto grazie al suo blog…

Indignerai mi ha fatto conoscere dentro l’azienda, non partivo da zero… Tra l’altro è un po’ colpa vostra perché l’idea del blog, nel 2011, m’è venuta proprio leggendo gli articoli del Fatto sulla Rai. La mia elezione, però, voglio dedicarla a Roberto Tocci, un collega che non c’è più, e a Paolo Borsellino.

Promessa finale.

Devolverò una parte del mio compenso in beneficenza. Invito gli altri consiglieri a fare altrettanto.

M5S e Lega insistono: “Boeri si dimetta”. Di Maio: “Insulta, ma non posso cacciarlo”

Dopo le “espressioni fuori luogo” con cui Palazzo Chigi ha censurato l’audizione di Tito Boeri alla Camera tra l’irrisione a Luigi Di Maio e un oscuro riferimento alle polemiche con Matteo Salvini inaccettabili perché minerebbero la sua “sicurezza personale”, il presidente dell’Inps è definitivamente finito nel mirino della maggioranza. Ieri il capogruppo M5S a Montecitorio Francesco D’Uva è tornato a chiedere all’economista di lasciare l’ente previdenziale: “Il Servizio Bilancio della Camera ha chiarito che le stime sul calo dell’occupazione non sono dimostrabili: sono valutazioni politiche, non tecniche. Boeri dovrebbe dimettersi”. Per il ministro leghista Gian Marco Centinaio le dimissioni non si chiedono: “Se non si è in linea col governo, bisognerebbe dare le dimissioni e basta”. Luigi Di Maio, infine, che da ministro vigila sull’Inps ha un rammarico: “Se un presidente dell’Inps comincia a insultare non va bene”, ma “non ho il potere di rimuoverlo: o scade o resta lì”.