I 5 Stelle ottengono la Cassa, Tria si fa un fortino al Tesoro

Dopo settimane di tensione, l’ultimo compromesso sulle nomine è una perfetta lottizzazione che accontenta i Cinque Stelle, l’alleato leghista e il ministro Tria. Niente accordi di sistema, ma ciascuno sceglie per sé. Il Movimento respinge la candidatura di Dario Scannapieco al vertice di Cassa Depositi e Prestiti e promuove ad amministratore delegato l’interno Fabrizio Palermo. Il Tesoro viene esautorato su Cdp, ma il prof. Giovanni Tria blinda il dicastero con l’indicazione di Alessandro Rivera a direttore generale, strettamente connesso alla stagione di Pier Carlo Padoan, corresponsabile dei disastri bancari – guida la divisione competente del Mef – durante il governo renziano. E i leghisti? Aspettano l’assemblea di Ferrovie dello Stato per rimuovere il renziano Renato Mazzoncini, rinviato a giudizio per truffa nel processo di Perugia sulla mobilità: per il codice etico, se non “reinsediato” entro due mesi, decade automaticamente. L’addio di Mazzoncini è il preludio all’interruzione del progetto di fusione Fs-Anas.

Il Carroccio ha prenotato il posto in Ferrovie; s’indebolisce, però, la candidatura di Andrea Bonomi, amministratore di Arexpo, ex presidente di Sea, la società degli aeroporti milanesi. Fs per i leghisti è la combinazione più congrua agli interessi del partito – fra cui le grandi opere, soprattutto al Nord – perché il Carroccio già controlla il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) tramite la delega dell’abile sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Pure il patto sui vertici del servizio pubblico Rai è siglato: la Lega conquista il presidente, che sarà votato in commissione di Vigilanza assieme a Forza Italia, e ai Cinque Stelle va l’amministratore delegato. Di Maio rivendica il siluramento di Scannapieco, vicepresidente alla Banca europea per gli investimenti, stimato da Mario Draghi (per questo motivo il M5S l’ha scartato) e selezionato dai cacciatori di teste di Spencer e Stuart. I leghisti hanno sostenuto il Movimento nell’ostruzionismo al ministro Tria e dunque a Scannapieco; la contesa, però, riguardava i pentastellati.

I Cinque Stelle pretendono discontinuità, ma il profilo di Palermo è aderente all’attuale gestione di Cdp, che soltanto di recente s’è avventurata in un’operazione finanziaria con l’acquisizione del 4,8 per cento del capitale di Telecom per supportare il fondo Elliott a scapito dei francesi di Vivendi. Palermo è proprio il direttore finanziario uscente e il dossier Telecom – il titolo è in picchiata – l’ha seguito accanto all’ormai ex presidente Claudio Costamagna (le Fondazioni, azionisti di minoranza, lo sostituiscono con Massimo Tononi). Scannapieco era il principale candidato anche del governo di Gentiloni e lo stesso Palermo non era ai margini delle valutazioni.

Pupillo di Beppe Bono, boss di Fincantieri da 16 anni, Palermo ha riscosso ampio consenso, tra vecchio e nuovo, dai Cinque Stelle al giro del faccendiere Luigi Bisignani, che ha un legame antico con Costamagna e Salvatore Sardo, capo di Cdp Immobiliare. Con le ganasce dei risparmi postali da tutelare (oltre 250 miliardi di euro) e uno statuto assai rigido, non sarà semplice per i Cinque Stelle utilizzare la liquidità di Cdp per allargare la presenza dello Stato nel mercato o per trasformare la Cassa in una banca pubblica per gli investimenti.

Al Tesoro, invece, aggiungono un mattone al fortino che risponde a criteri diversi da quelli del governo gialloverde. Con l’ascesa di Rivera, le conferme di Roberto Garofoli al gabinetto – la mente del Mef – e di Daniele Franco alla Ragioneria generale, il ministero è sempre più in sintonia col passato di centrosinistra e con le istanze europee. Il duello fra Salvini e Di Maio – i vicepremier compatti nel distribuirsi le poltrone condividendo poco – e il ministro Tria è stato feroce. Ci si è fermati un attimo prima dalla rottura insanabile con il Tesoro: le parti si rafforzano, ma si allontanano. E i riferimenti del prof. Tria, adesso, sono principalmente il premier Giuseppe Conte e il presidente Sergio Mattarella. Il Quirinale non ha ispirato l’investitura a ministro di Tria, però l’ha avallata con soddisfazione, una soddisfazione che va crescendo.

Fraccaro: “Via la tassa sulla raccolta firme per i referendum”

Verrà abolital’imposta di bollo per occupazione di suolo pubblico finalizzata alla raccolta firme a sostegno di referendum, iniziative popolari, petizioni ed istanze. Lo ha annunciato ieri il titolare dei Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro, rendendo noto che ha contattato l’Agenzia delle entrate, formulando esplicita richiesta di esentare dall’imposta di bollo l’esercizio degli strumenti di democrazia diretta: “Una tassa a carico dei cittadini che arrivava fino a 32 euro a richiesta solo per poter partecipare alla vita politica e alla formazione delle decisioni pubbliche.”. Nel suo intervento, Fraccaro ha fatto presente che “è necessario valorizzare la partecipazione affrancandola da costi e adempimenti che ne scoraggiano l’esercizio. Vogliamo che i cittadini siano liberi di partecipare alla vita democratica del Paese, liberi di decidere direttamente del proprio futuro”. E ha poi concluso: “Da oggi c’è una tassa in meno per tutti i cittadini che vogliono partecipare. Per noi la democrazia non ha prezzo. Benvenuti nella Terza Repubblica”.

Calenda contro Cantone, ma le carte lo smentiscono

Per Luigi Di Maio la vendita dell’Ilva è stato un “pasticcio” che ha “violato la concorrenza”. Per il suo precedessore Carlo Calenda, che ha gestito la procedura, non si poteva fare altrimenti. Una linea, questa, che però si scontra con le carte dell’Anac che confermano le criticità segnalate dal vicepremier. Ieri l’ex ministro dello Sviluppo si è scagliato contro l’Autorità di Raffaele Cantone. Il nodo del contendere è la possibilità di effettuare un rilancio negata ad Acciaitalia, la cordata guidata dagli indiani di Jindal e dalla Cassa Depositi e Prestiti, che ha perso la gara contro il colosso ArcelorMittal insieme all’italiana Marcegaglia.

Le otto pagine della lettera inviata da Cantone iniziano con una premessa: trattandosi della vendita di una società insolvente e non di un appalto pubblico, la gara era una trattativa privata, in cui i commissari di governo avevano le mani libere da “schemi e vincoli procedimentali” per massimizzare il prezzo.

La lettera conferma le tre criticità segnalate. La prima è sulla scadenza del piano ambientale. In un primo momento era fissato a fine 2016, poi è stato allungato in più fasi fino al 2023 ma solo dopo che le offerte di Mittal e Acciaitalia erano state selezionate per la fase finale. Secondo Cantone, lo slittamento di sei anni dei termini avrebbe dovuto spingere il ministero di Calenda a riaprire la procedura “nell’interesse di tutti i soggetti invitati a manifestare interesse”.

La seconda criticità riguarda le scadenze intermedie per le prescrizioni ambientali fissate da un parere del ministero dell’Ambiente del gennaio 2017. Anche se il piano ambientale è poi slittato, le offerte, secondo Anac, dovevano comunque rispettare lo scadenzamento fissato dal ministero. Così non è stato e Mittal ha presentato un’offerta che rimandava la scadenza di tutti gli interventi alla fine del Piano ambientale, allungato al 2023 solo a gara chiusa. Circostanza che per l’Anac può persino far annullare la gara.

La terza criticità è la più rilevante. A far vincere Mittal è stato il prezzo più alto offerto, che pesava per metà del punteggio: 1,8 miliardi contro gli 1,2 di Acciaitalia, il cui piano ambientale aveva però ottenuto un punteggio più alto. Svelate le offerte, Acciaitalia aveva annunciato di voler rilanciare a 1,85 miliardi. Calenda ha spiegato che non si poteva fare, forte di un parere dell’Avvocatura di Stato che dava “una risposta negativa”. In una lettera al Fatto, ha poi spiegato che “la gara non prevedeva una procedura di rilancio”, circostanza però smentita da Cantone, secondo cui doveva essere concesso “se ritenuto utile a una migliore tutela dell’interesse pubblico” perché nella stessa lettera di invito a manifestare interesse erano previste “una o più fasi di rilancio”, le cui modalità dovevano essere regolamentate (ma non è avvenuto).

C’è di più. Cantone spiega che queste sono le “analoghe considerazioni espresse nel parere dell’Avvocatura, del giugno 2017” chiesto da Calenda e usato per negare il rilancio. Ieri l’ex ministro lo ha postato su Facebook. In quel testo, dopo aver premesso che i commissari si erano dotati della possibilità di fermare la gara in qualsiasi momento senza dover risarcire gli acquirenti, si spiega che “non può ipotizzarsi alcun legittimo affidamento (…) allorquando, alla stregua di elementi emersi in corso di procedura o comunque acquisiti, emerga la possibilità di conseguimento di ulteriori offerte migliorative di acquisto”.

Insomma, la scelta di accettare i rilanci “non parrebbe incontrare ostacoli in punto di mera legittimità”. L’Avvocatura però mette in guardia dai rischi di incorrere in “contenziosi”, e di “allungare i tempi” che avrebbero potuto avere “ripercussioni sul bilancio pubblico”. “Mi piacerebbe che Anac spiegasse come avremmo potuto ignorarlo”, ha spiegato Calenda ieri.

Sono però valutazioni rimesse alla scelta politica, non un divieto. A giugno 2017 Calenda aveva spiegato in una nota in cui stoppava il rilancio di Acciaitalia (su prezzo e occupati) che “le procedure di gara, come si fa in un paese serio, non si cambiano in corsa o peggio ex post”, mentre fonti ministeriali spiegavano che il rilancio “non era conforme alla procedura”. Tutte cose escluse dalla stessa Avvocatura e ora da Cantone. E peraltro verificatesi a fine 2014 nella cessione delle acciaierie ex Lucchini di Piombino, sfilate a Jindal perché la gara fu riaperta e assegnata all’algerino Issad Rebrab che si era presentato all’ultimo con un’offerta migliore. Insomma, le mani erano libere nel gestire la gara, sarebbero state legate solo dopo. Non si capisce da chi.

“All’Ilva un pasticcio di Stato”

La gara di cessione dell’Ilva è stata “un pasticcio commesso dallo Stato” e adesso sarà avviata “un’indagine interna al ministero” per chiarire la gestione delle trattative. Il giorno dopo la bocciatura dell’Anac, Luigi Di Maio spara a zero contro la procedura di vendita del polo di Taranto gestita dall’ex ministro Carlo Calenda. Lo fa davanti ai banchi deserti della Camera – soltanto tredici i deputati presenti, causa anticipo del weekend – definendo “inspiegabile” il fatto che nessuno si fosse accorto delle irregolarità riscontrate dall’Anac.

Sui rilanci, per esempio: “L’Anac ha rilevato che nella procedura di gara il tema dei rilanci era scritto malissimo. Era scritto che si potevano fare, ma non in che maniera”. Con quel che ne consegue, ovvero che la seconda offerta di Acciaitalia, che superava quella di ArcelorMittal, “non è stata nemmeno considerata e alla fine la procedura è stata chiusa accettando la proposta di Arcelor, evitando la presentazione di altre offerte migliorative in termini ambientali e occupazionali”. Tradotto: se la procedura fosse stata corretta, ci sarebbero state altre offerte, anche migliori di quella che ha vinto il bando.

E ora sarà tempo di indagini interne. Di Maio promette che chiederà “chiarimenti ai Commissari” di Ilva e un parere all’Avvocatura dello Stato. L’obiettivo è quello di stanare eventuali responsabilità all’interno del ministero, in una fase in cui il governo già metteva in conto possibili variazioni all’interno dei vertici tecnici dei dicasteri.

Nelle parole del ministro, però, il grande colpevole non può che essere il suo predecessore Carlo Calenda, che da tempo rivendica la gestione del bando Ilva come un successo suo e degli ultimi governi: “Le criticità rilevate dall’Anac sono macigni, sono gravissime, e questo governo non può far finta di niente come è accaduto per troppo tempo”.

Ma se Di Maio bastona l’ex ministro, forte del giudizio dell’Anac, Calenda prova a tener duro rispondendo via Facebook al vicepremier: “Caro Di Maio, hai detto in Parlamento cose gravi e false. Minacciare indagini interne al Mise è vergognoso. La responsabilità sulla gara è mia”. E ancora: “A differenza tua non ho bisogno di inventarmi manine, assumiti la responsabilità di annullare la gara se la ritieni viziata”.

Difficile che si arrivi a tanto, anche perché lo stesso Di Maio nel suo intervento alla Camera annuncia che nelle prossime ore dovrebbe arrivare una controproposta da parte del gruppo franco-indiano. Gruppo che, a sua volta, si dice disposto a lavorare per “riassestare Ilva” e promette di presentare “un’offerta migliorativa” che soddisfi tutte le parti, sindacati compresi.

La Dda di Ancona: abusi e infiltrazioni nei lavori post-sisma

E come sempre, anche nel caso del sisma che nel 2016 ha colpito le quattro Regioni del Centro Italia, nella trama dei subappalti si annidano illegalità e mafia. È quello su cui indaga la Direzione distrettuale di Ancona diretta dalla dott.ssa Irene Adelaide Bilotta e che due giorni fa ha portato i militari del comando provinciale della Guardia di Finanza di Ancona a effettuare il sequestro di documenti e computer, nella sede della Protezione civile del capoluogo marchigiano, alla Regione Marche e in altri vari enti della Provincia. Sono stati prelevati i computer del dirigente della Protezione civile Davide Piccinini, in ufficio e a casa e quelli di altri tre funzionari oltre a molti documenti ritenuti importanti al fine di provare le presunte irregolarità in materia di subappalti nella realizzazione delle Sae (Soluzioni abitative di emergenza) le cosiddette casette, che come da contratto, sono state consegnate dal Consorzio Arcale, che si è aggiudicato la gara. La dottoressa Billotta ci risponde, con la consueta gentilezza, che non può dire nulla perchè ogni parola potrebbe compromettere il prosieguo delle delicate indagini finalizzate anche a dimostrare infiltrazioni mafiose.

Corruzione al Consiglio di Stato: chiusa l’indagine

I pm romani guidati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo hhanno chiuso le indagini su 18tra politici, amministratori e giudici. È accusto di i corruzione in atti giudiziari Riccardo Virgilio, ex presidente di sezione del Consiglio di Stato ed ex presidente del Consiglio di giustizia amministrativa siciliano. Il giudice avrebbe “pilotato” 18 tra sentenze, ordinanze e decreti favorendo i clienti degli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Calafiore, che avrebbero ricambiato facendo transitare nella loro società maltese circa 750 mila euro che Virgilio teneva in Svizzera fuori dalla portata del fisco italiano.

Scoperchiato un sistema di false fatturazioni creato da società riconducibili ad Amara, già legale dell’Eni e dall’imprenditore Fabrizio Centofanti, considerati “promotori e organizzatori” di un’associazione a delinquere. Amara e Calafiore, già ai domiciliari, stanno collaborando con la giustizia: le loro posizioni sono state stralciate. Tra gli indagati c’è Maurizio Venafro, ex capo di gabinetto del governatore Nicola Zingaretti che avrebbe ricevuto da Centofanti circa 50 mila euro per “consulenze fittizie”. Il dirigente del ministero dell’Economia Emanuele Barone Ricciardelli risponde di rivelazione di segreti d’ufficio in concorso con l’imprenditore piemontese Ezio Bigotti, già accusato di false fatturazioni e vicino a Denis Verdini: lo avrebbe informato di “una segnalazione della Finanza” sulle sue aziende. Traffico di influenze illecite per Raffaele Pizza, in passato vicino ad Angelino Alfano e l’ex onorevole del centrodestra Antonio Marotta, già al Csm, presunti “intermediari” in favore dell’imprenditore Luigi Esposito in cambio di circa 50 mila euro, che in parte avrebbero tenuto per sé, “prospettando di poter influire” su un bando Consip. Chiusa anche l’indagine di Messina che ha portato all’arresto dell’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo.

Show di De Luca: “Il mio reato? La tifoseria”

“Non c’è stato nessun accordo collusivo tra la parte imprenditoriale e quella politica. Sono stati forzati i dati della realtà per farli entrare nello schema dell’impianto accusatorio. E rivendico con orgoglio il lavoro svolto”. Alla 55esima e forse penultima udienza del processo Crescent, Vincenzo De Luca apre un fronte contro la Procura di Salerno che ne ha ottenuto il rinvio a giudizio per abuso d’ufficio.

Falso e reati urbanistici, un’inchiesta iniziata quando il capo dell’ufficio della Procura era Franco Roberti. Dal 29 maggio, Roberti è assessore campano alla Sicurezza. Nominato da De Luca. Il governatore Pd della Campania è alla sbarra da ex sindaco insieme ad altri 22 imputati tra ex assessori comunali, tecnici e imprenditori edili. Ebbero tutti un ruolo nella realizzazione del colosso di cemento che ha stravolto il lungomare di Salerno. Consapevole che la posta in gioco è alta – in caso di condanna in primo grado la legge Severino ne imporrebbe la sospensione dalla carica e i pm Rocco Alfano e Guglielmo Valenti hanno chiesto 2 anni e 10 mesi –, De Luca ha sciorinato 48 minuti di dichiarazioni spontanee dai toni e dalla mimica facciale degni di una puntata speciale dei suoi sermoni su Lira Tv. “Mi si accusa di istigazione all’universo mondo… ma dove, come, quando”? E a proposito di una sponsorizzazione alla Salernitana di Rainone, che un anno prima acquisì i diritti edificatori e che secondo i pm è una “cortesia” collegata all’affare Crescent: “Di cosa dovrei rispondere? Del reato di tifoseria?”.

De Luca si è difeso evidenziando le incoerenze di un’accusa che da una parte definisce la Soprintendenza “critica” e dall’altra “asservita” al Comune. E sottolineando che “l’istigatore”, lui, era assente all’approvazione delle varianti utili al Crescent. La Procura ha sottolineato negli atti la “fretta” che accompagnò le operazioni. “La fretta non è una categoria giuridica – ha detto De Luca – è un metodo di lavoro del Comune di Salerno”. E ci sono voluti quasi dieci anni per il Crescent “mentre a Milano in due anni hanno realizzato due torri da 35 piani”. Poi: “Avrei favorito Rainone quando la Cassazione ci ha obbligato a restituire 6 milioni di euro di oneri di urbanizzazione non dovuti. Altro che vantaggio, c’è stata vessazione”. I pm hanno chiesto anche la confisca del Crescent. In quel caso gli acquirenti delle case apriranno dei contenziosi. Tra loro c’è un giudice del Tar di Salerno che comprò a 1 milione e 700 mila euro. Non si è mai occupato dei ricorsi relativi alle licenze.

Delitti e corpi nel cemento. Faida messicana in Brianza

L’ultimo corpo lo hanno trovato in uno scantinato, sotto al pavimento, murato da pochi centimetri di cemento. Hanno recuperato solo ossa. Il killer ha fatto tutto in una notte, dopodiché ha continuato a vivere nello stesso palazzo al terzo piano. Il cadavere sotto, lui sopra, con madre e fratello. Come nulla fosse. Qui in via Lanfranco della Pila a Cinisello Balsamo alle porte di Milano. Ma quello di Antonio Deiana, scomparso nel 2012 da Civello nel Comasco e ritrovato solo ieri dopo 6 anni, è solo un capitolo di una conta di cadaveri straziati, corpi scannati, lasciati in agonia per ore, poi sepolti nei boschi o nel giardino di villette residenziali sui quali poi fare “mangiate” alla maniera calabrese.

Tre corpi e due fratelli. Sì, perché prima di Antonio è toccato a Salvatore sparire, per poi essere ritrovato cadavere in un boschetto di Oltrona San Mamette. Ultimo a svanire nel nulla, ma primo a essere ritrovato è Ernesto Albanese, pregiudicato con buoni quarti di nobiltà mafiosa. Terza vittima di questa faida in stile messicano che da anni insanguina la ricca e placida Brianza. La droga è la benzina che alimenta questo meccanismo di morte, consumato tutto in un quadro dai contorni irrimediabilmente inquinati dalla ’ndrangheta. Torniamo a due giorni fa, la mattina di giovedì. È l’alba quando la Squadra mobile di Como sale al terzo piano del palazzo di via della Pila. Cercano Luca Sanfilippo, milanese classe ’71 e origini siciliane. Luca qui vive con il fratello Marco, che sta finendo di scontare una condanna a 5 anni per droga, e l’anziana madre. Per Luca l’accusa è ben più pesante: omicidio di Antonio Deiana e occultamento di cadavere. Lo confesserà lui stesso. La polizia qui non ci arriva per caso. Da mesi, in collaborazione con i colleghi di Milano, lavora al caso. La scintilla scatta da una confidenza fatta da un piccolo balordo. Lui ha un peso sulla coscienza. L’aver dato una mano nel far sparire il corpo. Rivela quindi il nome di Sanfilippo.

A questo punto, gli investigatori imbottiscono di microspie la casa di Cinisello Balsamo. Bastano poche settimane per fissare sui nastri elementi importanti. Dinamiche che, riferiscono fonti investigative, sono state confermate dallo stesso Sanfilippo, il quale da giovedì si trova nel carcere di Monza. Si comprende così che nel 2012, era fine luglio, quando Deiana lascia casa e sale su una Kawasaki nera, è per incontrare Sanfilippo, il quale ha messo a disposizione la sua cantina per fare uno scambio di droga con una terza persona. Si tratta di diversi chili che Deiana doveva vendere ad altri. Le cose, però, non vanno mai lisce. Con Sanfilippo nasce una lite. E subito finisce a coltellate. È così che viene ucciso Deiana, nella ricostruzione ora sul tavolo della magistratura. E che Antonio Deiana trattasse droga in collegamento con alcuni rampolli delle ’ndrine della zona di Cermenate, lo conferma anche un parente che nel fascicolo d’indagine sul fratello Salvatore spiega: “Antonio riforniva Nocera di importanti quantità di droga”. Luciano Nocera, uomo di ’ndrangheta, oggi pentito, ha aiutato gli investigatori a ritrovare il corpo di Salvatore Deiana, il quale scompare l’8 marzo 2009. Quella stessa sera verrà ucciso nelle cucine di un night di Vertemate con Minoprio. A scandire i secondi dell’esecuzione, Giuseppe Monti, uno dei killer: “Con il coltello lo colpivo cinque volte di punta alla pancia (…) Non era ancora morto, aveva il coltello conficcato al centro del petto”. Salvatore Deiana sarà ritrovato a febbraio del 2015.

La conta delle lupare bianche sale a tre con Ernesto Albanese, ucciso nel giugno 2014 e ritrovato a settembre dietro a una villetta di Guanzate. Tra i condannati c’è Francesco Virgato (coinvolto nell’omicidio di Salvatore Deiana). A indirizzare le indagini sempre Nocera. Albanese morirà di “stillicidio ematico”. Un’agonia durata ore. E spiegata da Rodolfo Locatelli, che partecipò all’omicidio. “Virgato diceva che avrebbe dovuto soffrire a lungo (…). Prima di morire mi aveva chiesto di finirlo e porre termine alle sue sofferenze”. Annoterà il giudice: “Albanese sarà ucciso con un rituale e con gli assassini che si passano il coltello”. Una scia di sangue che per ora si ferma a Cinisello Balsamo, in una cantina, pignorata da diversi anni.

Al-Sarraj attacca l’Ue: “No agli hotspot sul nostro territorio”

Nessun accordo per realizzare in Libia strutture dove ospitare i migranti illegali: il premier Fayez al-Sarraj rispedisce al mittente la proposta dell’Europa di costruire nel Paese nordafricano dei suoi centri di accoglienza, attaccando chi l’aveva fatta. “Siamo fermamente contrari al piano europeo di portare nel nostro Paese i migranti che l’Ue non vuole”. In un’intervista pubblicata ieri dal quotidiano tedesco Bild, il presidente libico al-Sarraj si dice anche “molto stupito” per il fatto che “in Europa nessuno vuole più accogliere, ma chiedono a noi di prenderne centinaia di migliaia. Non faremo nessun accordo, neanche per soldi”. Una chiusura netta, che sembra far tramontare sul nascere l’idea di costruire con fondi europei, e sotto l’egida dell’Ue, dei centri in Africa dove portare gli immigrati senza permesso e ridurre l’emergenza accoglienza sul continente. “L’Unione europea – ha invece concluso Sarraj – dovrebbe piuttosto parlare con i Paesi da cui queste persone provengono e fare pressione su questi Stati”.

I 57 tunisini saranno subito rimpatriati. Via al trasferimento dei 450 da Pozzallo

Sono sbarcati a Trapani nella notte tra giovedì e venerdì, ma torneranno subito a casa: i 57 tunisini “saranno rimpatriati in tempi brevissimi”, in virtù dell’accordo tra Roma e Tunisi, fa sapere il Viminale.

I migranti, tutti uomini e in buona salute (tra loro ci sarebbe anche qualche minore), erano a bordo di un barcone in legno avvistato da un aereo Frontex, e hanno raggiunto le coste siciliane soccorsi da due motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza. Hanno trascorso la notte all’hotspot di Trapani Milo, dove dovrebbero rimanere nei prossimi giorni, ma le operazioni di trasferimento inizieranno già. Dalla Tunisia, invece, si attendono novità per la Sarost 5, la nave con 40 persone a bordo che da giorni aspetta l’ok per attraccare al porto di Zarzis, dopo il rifiuto delle autorità di Malta, Francia e Italia.

Sempre in Sicilia il ministero deve anche affrontare anche la situazione dei 450 migranti accolti a Pozzallo dopo il doppio sbarco di lunedì scorso dalla nave Protector di Frontex e Monte Sperone della Finanza. Negli ultimi due giorni sono partiti i 101 minori non accompagnati, che sono stati trasferiti in comunità protette della Sicilia. Oggi dovrebbero iniziare i primi ricollocamenti degli adulti. E proprio per discutere della situazione attuale e del fenomeno migratorio in generale, ieri il sindaco Roberto Ammatuna è volato a Roma dove ha incontrato anche Matteo Salvini. “Il rapporto col ministro è ottimo – ha sottolineato –, come lo era con il precedente”.