Juncker a Conte: “Siamo con voi ma sui porti non tocca a noi”

L’Italia ha ragione, ma quel che chiede non si può fare, almeno non subito, e le soluzioni ad hoc sporadicamente praticate non sono una risposta “sostenibile”. Così risponde il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker al presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, che lo sollecitava a dare attuazione, sul problema dei migranti, alle generiche conclusioni del Vertice Ue di fine giugno. Conte, però, mostra di accontentarsi: “Oggi – scrive – abbiamo fatto un altro importante passo avanti. La risposta del presidente Juncker, che ringrazio, di fatto accoglie il principio secondo cui l’immigrazione è una sfida europea, che riguarda tutti i 28 Paesi e che quindi richiede soluzioni europee e non di un singolo Paese”. E il M5S assicura che “passo dopo passo realizziamo il cambiamento”.

La risposta di Juncker, in realtà, sta più della serie “un colpo al cerchio e uno alla botte” che nella serie “passo avanti”. Il presidente della Commissione ricorda che “l’Italia invoca da tempo, e a ragione, una cooperazione regionale sugli sbarchi”, e osserva che gli eventi dello scorso fine settimana “hanno dimostrato un senso condiviso di solidarietà da parte degli Stati membri (Francia, Germania, Malta, Spagna, Portogallo e Irlanda) che si sono offerti di accogliere una parte dei migranti sbarcati a Pozzallo”. Tuttavia, aggiunge Juncker, “queste soluzioni ad hoc non sono un modo di procedere sostenibile”. E se “la Commissione è pronta a svolgere a pieno a funzione di coordinatrice” della cellula di crisi suggerita da Conte, questa va intesa “soltanto come tappa in direzione di un quadro più stabile”. Fermo restando che “l’Ue non ha competenza per determinare il luogo/porto sicuro da utilizzare”. Non c’è traccia di anticipo della revisione della missione Sophia, prevista per fine anno, né una parola sul ruolo delle Ong.

“Libia, barconi affondati con i migranti a bordo”

Barconi affondati mentre i migranti sono ancora a bordo. È questo che accade nelle acque del Mediterraneo quando la Guardia costiera libica interviene per i soccorsi. Il motivo: quando le motovedette libiche si avvicinano ai barconi, i migranti, che non vogliono essere riportati in Libia, rifiutano di essere trasportati sulle imbarcazioni della Guardia costiera. E a quel punto, per convincerli ad accettare il soccorso, è ormai prassi che i militari libici inizino le operazioni per affondare la barca. Una prassi disumana, che s’è ripetuta in parecchi salvataggi, rivelata al Fatto, con la promessa dell’anonimato, da più fonti militari. Che i barconi vadano affondati è un dato acquisito. La Procura di Trapani, per esempio, contesta alla Ong tedesca Iugend Rettet di non aver distrutto le barche per impedirne il riutilizzo da parte di trafficanti, durante un salvataggio del 18 giugno 2017. Qui siamo paradossalmente alla dinamica opposta: il barcone viene affondato, ma con i migranti a bordo, per costringerli a salire sulle motovedette libiche.

Il governo ha invece smentito la ricostruzione della Ong Proactiva sul salvataggio, avvenuto il 17 luglio, di Josefa, la camerunense di 40 anni soccorsa dalla Open Arms a circa 80 miglia dalla costa libica. Accanto a lei, aggrappati al relitto di un gommone, i cadaveri di una donna e di un bambino di circa 5 anni. Il Viminale ha bollato come una fake news la dichiarazione dei volontari spagnoli: “I libici hanno lasciato morire quella donna e quel bambino. Sono assassini arruolati dall’Italia”. La prova evocata dal Viminale consisteva nel video-reportage di una giornalista tedesca che aveva filmato i soccorsi. La cronista ha escluso che, durante i soccorsi ai quali aveva assistito, in mare fossero rimasti dei migranti. Ma poi ha aggiunto che, nelle stesse ore e nella stessa area, le motovedette libiche avevano effettuato un altro soccorso. La prova quindi non provava nulla se non che, nel soccorso registrato dalla cronista, non risultavano cadaveri o superstiti rimasti in acqua. Nulla poteva escludere, invece, che il relitto con le due vittime e la superstite fosse collegato invece al secondo soccorso di quella notte. A cinque giorni dall’episodio – nonostante il Fatto abbia chiesto per ben due volte al Viminale se continui ad accusare la Proactiva di aver mentito, se sia in possesso di ulteriori prove che possano dimostrarlo, o se invece abbia preso atto di aver sbagliato nel definire una bufala la versione della Ong – il ministero dell’Interno continua a tacere sull’episodio. Eppure, persino la Guardia costiera libica, su La Stampa, fornisce conferme che il relitto con i due cadaveri è legato a un loro salvataggio e che non si tratta di quello filmato dalla cronista tedesca: “Lunedì 16 luglio – dice il colonnello Tofag Scare alla giornalista Francesca Paci – abbiamo ricevuto una chiamata dal mercantile spagnolo Triades che ci segnalava un’imbarcazione di migranti in difficoltà tra Tripoli e Khoms, ci siamo mossi per intervenire, ne abbiamo tirati a bordo 165, maschi e femmine, tutti. Abbiamo lasciato in mare solo i due corpi senza vita di una donna e di un bambino dopo aver provato a rianimarli. Ma oltre a loro non c’era nessuno in acqua. Secondo la legge libica vanno identificati prima di essere sepolti o rimandati a casa e dunque in questi casi vengono lasciati in mare. Non avremmo avuto alcuna ragione di lasciare in mare delle persone vive: anche se si fossero rifiutati di salire a bordo le avremmo tirate su a forza. Quello di cui ci accusano è una bugia, è propaganda”. Il premier libico Fayez al-Sarraj ha parlato di accuse “oltraggiose”. Ma un fatto è certo: la Guardia costiera libica nega di aver lasciato persone vive in mare ma conferma che il relitto al quale era aggrappata Josefa con i due cadaveri è quello del loro soccorso. Non vogliamo credere che i militari libici abbiano volontariamente lasciato superstiti in mare. Ma è chiaro che almeno Josefa è sfuggita al loro intervento.

Di fronte a tutto questo, sarebbe il caso che Salvini ammettesse pubblicamente di aver sbagliato, accusando la Ong di aver mentito, assumendo la responsabilità delle sue pesantissime e immotivate affermazioni. Un altro militare confida a La Stampa: “L’Italia ci fa fare il lavoro sporco perché non vuole gli africani”. Se il lavoro sporco prevede l’affondamento dei barconi con i migranti a bordo, i cittadini italiani dovrebbero saperlo e Salvini dovrebbe smentire o confermare anche questo.

“Ricordi tardivi” e “smemoratezza”. Quei testimoni poco eccellenti

Nella migliore delle ipotesi sono “testimoni” che hanno riferito fatti da loro “dimenticati” per moltissimi anni solo in seguito al “clamore mediatico. Nella peggiore hanno mentito ma non ci sono prove per sostenerlo. Sono gli smemorati della Trattativa, quei politici e alti esponenti dello Stato rimasti lontani dal banco degli imputati ma autori di ricordi “certamente tardivi”. Quando va bene. Ci sono anche loro nelle oltre cinquemila pagine delle motivazioni della sentenza sul patto tra boss e Istituzioni. Come Luciano Violante, ritenuto credibile dalla Corte d’Assise quando racconta dei tentativi di aggancio di Vito Ciancimino: ma prima del 2009 non ne “aveva mai fatto cenno ad alcuno”. Per i giudici poi le dichiarazioni di Liliana Ferraro, la donna che prese il posto di Giovanni Falcone al ministero, “non possono non suscitare forti perplessità”. Quelle dell’ex guardasigilli Giovanni Conso – scomparso mentre era ancora indagato per false informazioni ai pm – si fanno segnalare per “l’assolutamente evidente (e appariscente) contrasto”: è probabile “abbia voluto “sfumare” le sue convinzioni sull’atteggiamento da tenere sul 41 bis.

La testimonianza dell’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro – pure lui deceduto a indagine in corso – viene invece definita “sorprendente”: “In assenza e prima di qualsiasi domanda o cenno, ha spontaneamente escluso la sussistenza, non soltanto di una qualsiasi possibile trattativa tra Stato e mafia” ma anche “il possibile legame tra il regime del 41-bis e le stragi del 1993”, scrivono i giudici segnalando che “ove si volesse escludere la consapevole reticenza del teste, può trovare una qualche giustificazione soltanto il lungo tempo trascorso o di patologie dovute all’età avanzata”.

Poi ci sono gli altri, gli imputati. Calogero Mannino è stato assolto in primo grado con l’abbreviato ma per la Corte d’assise quando si rivolse al generale Antonio Subranni voleva “attivare un canale che, per via info-investigativa, potesse sì acquisire più dettagliate notizie sugli intendimenti e sui movimenti di Cosa Nostra ma, inevitabilmente, anche operare affinché il corso degli eventi per lui sfavorevole potesse essere in qualche modo mutato”.

Le “sollecitazioni” di Nicola Mancino a Loris D’Ambrosio, consigliere dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, sono invece “un’iniziativa certamente censurabile”, inammissibile e inopportuna. Mancino è stato assolto dal reato di falsa testimonianza: non rammentava che Claudio Martelli gli avesse parlato delle manovre del Ros del generale Mario Mori con Ciancimino. I giudici optano per un pareggio: non mente Martelli che potrebbe non ricordare “con precisione e completezza” quanto riferito a Mancino. Ma non mente neanche Mancino che considerava i contatti tra carabinieri e mafia “una problematica per lui, in quel momento, sicuramente secondaria”. Il 4 luglio del 1992 il ministro dell’Interno e quella della Giustizia parlavano della Trattativa ma non si capirono. Due settimane dopo ammazzarono Paolo Borsellino.

“Tutte le indagini su mafia e stragi ripartono da qui”

“La sentenza Trattativa deve costituire la base di partenza per le altre Procure impegnate a chiarire i misteri delle stragi del 1992 e 1993”. Lo dice il capo del pool Trattativa, il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Vittorio Teresi. Anche se subito precisa: “Ovviamente sono valutazioni rimesse alle Procure competenti. Non mi permetto di dire ad altri uffici giudiziari quel che devono fare”.

Procuratore Teresi, le motivazioni della sentenza depositata giovedì sono un punto di partenza per altre indagini?

Certamente la lettura della sentenza, che devo ancora terminare, mi pare suggerisca una possibilità di approfondimento per le Procure di Caltanissetta e Firenze e forse anche per la Procura generale di Palermo che è impegnata in un processo d’appello (quello nei confronti di Mannino, ndr) che potrebbe avere a che fare con questi temi. Saranno i colleghi ovviamente a fare le proprie considerazioni, ma mi sono fatto l’idea che questo sia un documento prezioso per tutti coloro che hanno la competenza per approfondire quei temi.

Massimo Ciancimino esce a pezzi dalla motivazione della sentenza.

Certo, la decisione della Corte di ritenere Ciancimino assolutamente non credibile è una cosa rilevante. Della polemica principale di questi anni non resta nulla. Però la Trattativa vive anche senza Ciancimino e senza quelle che la Corte chiama le sue ‘sovrastrutture mentali’ perché su fatti talvolta veri ha costruito un’impalcatura di altri fatti non riscontrati e – secondo la Corte – verosimilmente falsi.

Per la Corte, il papello, cioè il foglio che – secondo la versione di Massimo Ciancimino – avrebbe recato le richieste allo Stato del Capo dei Capi, Totò Riina, è un falso.

Sì, ma anche la questione del papello va letta in questa chiave: anche senza quel foglio – che la Corte ritiene falso – è abbastanza provato aliunde (cioè da altri elementi, ndr) dal processo che ci furono precise richieste di benefici. È un po’ come il bacio di Riina raccontato da Di Maggio.

Che c’entra il falso papello con il famigerato bacio di Riina a Giulio Andreotti?

Anche in quel caso Giulio Andreotti fu considerato colpevole, fino a una certa data, nonostante il bacio tra il politico dc e Riina (raccontato dal collaboratore di giustizia) non sia stato considerato provato. La colpevolezza di Andreotti sopravvive al bacio come la colpevolezza dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno. Papello e bacio erano centrali sui media, ma evidentemente non per le Corti.

Il Procuratore generale Roberto Scarpinato ha lanciato un appello perché si ritorni al pool antistragi che coinvolga tutte le Procure impegnate nelle indagini, da Palermo a Firenze, da Caltanissetta a Milano. Che ne pensa?

È una bella idea, ma in questo momento mi sembra un po’ astratta.

Nella sentenza si legge che i pagamenti a Cosa Nostra, autorizzati da Berlusconi, sarebbero proseguiti “fino al dicembre 1994”, quindi non solo prima ma anche dopo la discesa in politica.

Prima di fare commenti su questo punto vorrei avere più tempo per approfondire la lettura delle motivazioni. Certo, sono interessato a capire come la Corte sia giunta a condividere le nostre osservazioni. Sono molto interessato ad approfondire i dettagli della sentenza su questa vicenda che travalica le stragi del 1992 e quelle del 1993 di Milano, Firenze e Roma e arriva fino al 1994. Quelli a cui lei fa riferimento sono fatti che si realizzano in un momento successivo a quello dell’emergenza e delle bombe, e sono interessato a terminare di leggere e approfondire i dettagli della sentenza sul punto.

C’è stato un clima ‘culturale’ avverso alla vostra tesi. La Trattativa sembrava una ‘boiata pazzesca’ a tutti: dal grande penalista Giovanni Fiandaca al Foglio, agli opinionisti dei grandi giornali.

Tutti speravano che il processo terminasse con un’assoluzione e tutto finisse in una bolla di sapone. Molte di queste persone avevano timore che una sentenza mettesse nero su bianco quello che noi da anni sostenevamo. Ora che ci sono queste 5200 pagine di motivazioni mi auguro che, tra i critici in buona fede, qualcuno si possa ricredere.

Giuseppe Graviano, il boss condannato per le stragi del ‘92-93 e che ha parlato nel 2016-17 di Berlusconi in carcere mentre era intercettato, non è imputato in questo processo. Però è in corso un’indagine su di lui per il medesimo reato di minaccia a corpo dello Stato. Quanto tempo ci vorrà per chiudere l’indagine?

Io non parlo delle indagini e non so nemmeno se questa indagine esista.

Ma lo ha detto anche il presidente della Corte d’Assise quando lo ha convocato in aula bunker per testimoniare. Non neghi l’evidenza…

Non le rispondo.

Molti pensano che dopo un quarto di secolo sia impossibile arrivare alla verità.

Sono gli stessi che avrebbero gradito che la sentenza Trattativa fosse un’assoluzione. Io non la penso così.

L’onore di B: leggi e soldi per i boss

“Il ruolo di Marcello Dell’Utri come “intermediario delle minacce di Cosa Nostra a Silvio Berlusconi non si colloca nel momento in cui quest’ultimo decise di scendere in politica, ma fu espresso dopo che fu formato e insediato il nuovo governo presieduto proprio da Berlusconi”. Parole chiare scolpite nelle 5200 pagine della sentenza dei giudici Alfredo Montalto e Stefania Brambille che poggiano su centinaia di milioni di vecchie lire versati da Berlusconi a Cosa Nostra fino al dicembre 1994, mentre da Palazzo Chigi guida il primo governo della Seconda Repubblica sotto il ricatto mafioso veicolato dai viaggi di Vittorio Mangano, lo “stalliere di Arcore”, trasformato vent’anni dopo nell’ambasciatore di Cosa Nostra presso la villa di Marcello Dell’Utri a Sala Comacina, sul lago di Como: una modifica legislativa per rendere più agevole l’uscita dal carcere dei mafiosi solo un anno dopo le stragi del ’93 che avevano traghettato le istituzioni dalla Prima alla Seconda Repubblica. Una modifica nota a Mangano ma non ai ministri: “Un riscontro alla veridicità del racconto del Cucuzza, non è tanto il fatto che quest’ultimo ha riferito di quella discordanza tra il testo approvato dal Consiglio dei Ministri e quello precedentemente conosciuto dal Ministro dell’Interno Maroni, che è stata confermata in questo dibattimento dallo stesso teste Maroni e che diede luogo alla denuncia di questi ed alla mancata conversione in legge di quel decreto, trattandosi, in questo caso, di fatti pubblicizzati sulla stampa e che, infatti, furono anche attraverso tale mezzo conosciuti da Cucuzza, ma quel che è rilevante è il fatto che durante tale esame dibattimentale Cucuzza abbia aggiunto quale fosse la modifica di legge di cui gli aveva parlato Mangano, dicendo a tal proposito che si trattava di una ‘piccola modifica’ che riguardava gli arresti per il reato di associazione mafiosa”. Pagine che contengono inoltre la conferma alle parole di Gaspare Spatuzza che arriva da quelle, ritenute dai giudici genuine, del boss Giuseppe Graviano, che al compagno di cella parla, “togliendo qualsiasi dubbio”, di “Berlusca”.

Nella sentenza depositata l’altroieri a Palermo c’è un dossier Berlusconi che può alimentare le indagini per individuare nuove responsabilità, dopo avere fatto luce su uno dei passaggi più oscuri della storia recente del Paese ricostruita dalla Corte d’assise nei suoi momenti cruciali, quelli che hanno condotto il primo Berlusconi a finire ostaggio delle minacce di Cosa Nostra, veicolate attraverso Mangano fino al dicembre del 1994. Tutti fatti, scrivono i giudici, relativi al “risalente rapporto di Dell’Utri con esponenti dell’associazione mafiosa e nell’intermediazione dallo stesso operata tra l’organizzazione mafiosa nella sua più alta rappresentanza (prima Stefano Bontate e poi Salvatore Riina) da un lato e Berlusconi dall’altro, e ciò per quasi un ventennio durante il quale Cosa Nostra ha potuto così lucrare cospicui vantaggi economici sia per l’effetto di investimenti, sia quali proventi dell’attività di carattere estorsivo posta in essere nei confronti del medesimo Berlusconi”.

Per i giudici gli interventi di Mangano su Dell’Utri possono “avere avuto una obiettiva attitudine a intimorire il destinatario finale, individuato dai mafiosi in Berlusconi, indipendentemente dal fatto che l’effetto intimidatorio possa avere inciso concretamente sulla sua libertà psichica e morale”, visto che i messaggi “erano idonei a provocare obiettivamente nell’uomo medio un timore di conseguenze nefaste e, dunque, a integrare la fattispecie penale della minaccia, quand’anche, nei fatti, il timore non dovesse essere neppure insorto, perché, ad esempio, indipendentemente da quel messaggio o da quella richiesta, il destinatario si era già autodeterminato a porre in essere una già individuata condotta anche per ragioni del tutto diverse come, ad esempio, nel caso in cui, appunto, eventualmente anche prima dell’intervento del Mangano, Berlusconi si fosse già determinato ad adottare alcuni provvedimenti anche attesi dai mafiosi”. È Giovanni Brusca a inviare Mangano da Dell’Utri a Como, per chiedere il sostegno legislativo e ricordare che durante la stagione delle bombe “la sinistra sapeva”. Dice Brusca: “Quindi si mette a disposizione e io gli dico: ‘Guarda, il primo punto è l’urgenza immediata di attenuare il 41-bis. Nel tempo di svuotarlo… purtroppo capendo che non lo potevano, perché era tutta pubblicità che era stata fatta, non poterlo revocare definitivamente, quantomeno svuotarlo nei contenuti, e poi da lì in poi avremmo creato un contatto per cominciare a fare delle leggi o decreti leggi che fossero in funzione sempre dell’interesse di Cosa Nostra. E di dirgli se non si mette a disposizione, noi continueremo con la linea stragista, che già erano successe due, tre, quattro… forse tutte, in quel momento ancora io non sapevo di quella dell’Olimpico, la mancata… Addirittura neanche sapevo che era già stato messo in atto, quindi non… io non sapevo nulla. Vittorio Mangano tutto contento e soddisfatto di questo incarico dice: ‘Parto e glielo vado a dire’”.

Dopo qualche giorno Mangano portava la risposta interlocutoria di Dell’Utri. Racconta ancora Brusca: “Lui ritorna e dice tutto contento ‘grazie, grazie, vediamo quello che possiamo fare’ e da lì si è instaurato questo rapporto”. Ma è Salvatore Cucuzza, capo mandamento di Palermo centro, uno dei killer del segretario del Pci Pio La Torre, a dettagliare, fin dal maggio 1997, i viaggi di Mangano a Como, rivelando le confidenze di Brusca e Bagarella: “Mi spiegano che (Mangano, ndr) ha dei rapporti periodici con Berlusconi; con Berlusconi, con Dell’Utri Marcello, ha detto a loro stessi che nel periodo in cui c’era… Biondi alla Giustizia, c’era una possibilità, ci fu la possibilità concreta in un decreto di fare qualcosa di buono che poi saltò per motivi che poi i giornali hanno parlato…”. Siamo nell’estate del ’94 e per i boss è un’anticipazione clamorosa: “…quando Mangano anticipa quel pacchetto, naturalmente lo anticipa prima, cioè io lo so dopo, quando me ne parlano, perché per me non è una novità, perché l’ho letto sul giornale il perché non è passato, Maroni non l’ha firmato, l’ha firmato, è stato ingannato oppure no. Però quando Mangano porta queste novità, le porta come in anteprima. Biondi farà un pacchetto, ci saranno cose per noi, quindi”. Mangano inoltre “aveva detto a Bagarella e Brusca che da Berlusconi avrebbero avuto ‘alcune agevolazioni’” nel successivo mese di gennaio 1995, e Cucuzza aveva fatto presente ai due boss che, pertanto, “non era opportuno in quel momento compiere atti eclatanti, quali un già progettato sequestro di persona, ovvero ulteriori stragi”. In un successivo incontro, racconta Cucuzza, Mangano gli fa addirittura vedere il testo legislativo che non era passato per l’opposizione del ministro Maroni: “…mi faceva vedere il Mangano c’era proprio un articolo, perché se lui prendeva il codice, guardava che effettivamente c’era una norma che, adesso non la ricordo bene, che favoriva… favoriva un… perché poi il testo si può sempre vedere. E lui mi diceva questo che ‘peccato che quello, Maroni, ha fatto…’ perché a quanto pare, lui faceva capire, Mangano, che si fossero manomesse le carte, tra la lettura ufficiale e quella, il testo poi passato alla commissione non so come era la prassi. c’era qualcosa di cambiato… C’è stato un problema di questo, che lui diceva che lo aveva vissuto lui, in prima persona, questa cosa”.

Ritenuto attendibile dai giudici del processo Dell’Utri sul ventennale rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra attraverso il fondatore di Publitalia, Cucuzza è stato contestato dalla difesa di Dell’Utri che ha sostenuto che alla fine di dicembre ’94 il governo Berlusconi era già dimissionario e quindi non avrebbe potuto varare alcunché. Ma il collaboratore viene riscontrato da un’agenzia Ansa, che il 20 dicembre 1994 “dava notizia della definizione da parte della competente Commissione parlamentare del testo di legge in questione e del fatto che tale testo sarebbe stato, pertanto, approvato alla ‘ripresa dei lavori’ parlamentari e, quindi, appunto, dopo la pausa natalizia, nel successivo mese di gennaio 1995’’. “V’è la prova, dunque – scrivono i giudici – che, non soltanto, sino al 22 dicembre 1994 il governo non “stava per rassegnare le proprie dimissioni” ma anche che, incontestabilmente, ancora sino al 20 dicembre 1994 si confidava di approvare definitivamente (quindi di trasformare in legge) nel successivo mese di gennaio 1995 il progetto di riforma legislativa voluto da Forza Italia contenente alcune delle norme che avrebbero potuto interessare anche i mafiosi. Ciò riscontra pienamente il racconto fatto da Cucuzza sin dal mese di maggio 1997, non potendo neppure ipotizzarsi che il detto collaborante, dopo oltre tre anni, possa essersi ricordato, per fondare la sua affermazione, di un comunicato Ansa del tutto dimenticato e tralasciato sino a quando, dopo oltre dieci anni, è stato recuperato dal pm”.

Non solo, ma “il riferimento fatto da Cucuzza alla predetta modifica direttamente riguardante anche il reato di cui all’art. 416 bis c.p., mai pubblicizzata e, anche per la sua tecnicalità, non ricavabile dalla lettura di giornali (tanto che, come si vedrà, sarà, sia pure in forma appena diversa, riproposta in un successivo disegno di legge a differenza dell’altra modifica dell’art. 335 c.p.p., che, per la risonanza che aveva avuto e per le polemiche che ne erano derivate, non sarà, invece, più riproposta nel medesimo disegno di legge), da un lato costituisce uno straordinario riscontro al racconto di Cucuzza su quanto ebbe a suo tempo a dirgli Vittorio Mangano, e, dall’altro conferma che quest’ultimo che, per quanto conoscitore dei codici non avrebbe potuto avere una conoscenza così profonda, ebbe effettivamente ad avere quella informazione privilegiata e, quindi, come poi raccontato a Cucuzza (e prima già a Bagarella), ebbe effettivamente a incontrare Marcello Dell’Utri in prossimità dell’approvazione del decreto Biondi”. Per i giudici, dunque “sotto il profilo temporale, un primo punto fermo della nuova strategia delineatasi in Cosa Nostra con la decisione di puntare sulla nuova forza politica affacciatasi nel panorama nazionale, avvalendosi della intermediazione di Marcello Dell’Utri, si ricava dalle dichiarazioni di Spatuzza concernenti l’incontro che questi ebbe il 19 o il 20 gennaio 1994 a Roma con Giuseppe Graviano’’. Scrive la Corte: “Senonché, a prescindere dalla considerazione che le dimissioni del presidente del Consiglio Berlusconi… maturarono improvvisamente soltanto il 22 dicembre 1994 all’esito della precedente seduta alla Camera dei deputati (così che non si comprende perché, nei molti giorni di dicembre che precedono tale data… non fosse stato possibile per Dell’Utri dare a Mangano assicurazioni sull’approvazione delle modifiche legislative da effettuarsi nel successivo mese di gennaio 1995), sono stati acquisiti agli atti di questo processo alcuni lanci Ansa riguardo all’iniziativa di Forza Italia per la presentazione e l’approvazione di un progetto di legge contenente alcune modifiche alle norme in materia di custodia cautelare. “Ciò perché, appunto – spiegano – quel che qui rileva è, invece, unicamente se la promessa (o l’assicurazione) di Dell’Utri riguardo agli interventi legislativi che a breve sarebbero stati approvati, fondata o infondata che fosse, sia stata determinata dalla minaccia mafiosa al governo presieduto da Silvio Berlusconi in quel momento ancora in carica”.

L’ultimo riscontro, infine, è costituito dalla testimonianza dell’ex ministro Roberto Maroni: “La ‘grossa polemica’ di cui pure ha parlato Cucuzza, che fu sollevata da Maroni nell’immediatezza dell’approvazione del decreto con l’intervista televisiva – scrivono i giudici – e che ebbe ampio risalto sulla stampa e che, dunque, poteva essere conosciuta da Cucuzza indipendentemente dal racconto di Mangano, non riguardò affatto una modifica concernente ‘l’arresto sul 416 bis’, bensì, come si ricava dall’importante testimonianza di Maroni, una modifica dell’art. 335 del codice di procedura penale nella parte in cui esclude, tra gli altri, i reati di mafia da quelli per i quali v’è obbligo, in caso di richiesta, di dare notizia dell’iscrizione di un soggetto nel registro delle notizie di reato”. Fu, infatti, tale modifica, che avrebbe comportato il precoce disvelamento delle indagini in materia di mafia e, quindi, la sostanziale vanificazione delle stesse, che fu notata dal procuratore della Repubblica di Palermo Gian Carlo Caselli e da questi segnalata a Maroni… “un colloquio telefonico che feci con l’allora procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli… lo chiamai attraverso la batteria del Viminale… e lui mi disse invece che c’era una norma che rendeva più difficile le indagini perché veniva inserito l’obbligo di comunicare all’indagato il fatto di essere indagato a richiesta dell’indagato stesso… Mi disse: ‘In questo modo indagini complicate, molto complicate come quelle sulla mafia diventeranno impossibili’ e questa cosa mi colpì e la citai proprio perché il Procuratore mi sollevò, mi indicò questo problema molto serio che, al di là della corruzione e della concussione, colpiva proprio le indagini sulla mafia”, e che diede luogo alla pubblica denuncia di quest’ultimo in un’intervista televisiva e, quindi, alla “grossa polemica”, con il conseguente risalto che la vicenda ebbe sulla stampa sino al consequenziale ritiro del decreto prima della conversione in legge.

I SOLDI DI B. A COSA NOSTRA.È Totò Riina, con le sue confidenze nel carcere di Opera al compagno di detenzione Alberto Lorusso, a riscontrare le dichiarazioni dei pentiti del processo Dell’Utri, e in particolare di Giusto Di Natale, che hanno raccontato delle centinaia di milioni versati da Berlusconi a Cosa Nostra come “pizzo” per l’installazione delle ‘antenne tv’ a Palermo. È il 22 agosto 2013 quando Riina sbotta: “A niatri ni rava ducentucinquanta … mili … miliuna ogni sei misi … ducentucinquanta! Soddi chi spittavanu a niatri…” . “Si tratta, dunque – chiosano i giudici – esattamente dello stesso importo che fu fatto annotare a Di Natale nel ‘libro mastro’ nel 1994”. E siccome fino a quel momento erano note solo le dichiarazioni di Cancemi, pubblicate su L’Espresso del 25 marzo 1994 col titolo “Duecento milioni di sospetti”, che faceva riferimento, appunto, a 200 milioni, per i giudici “la predetta piena coincidenza della somma di 250 milioni indicata dal collaborante senza adagiarsi sulle pregresse acquisizioni processuali e senza potere ovviamente prevedere che sarebbe stata confermata, molti anni dopo, addirittura direttamente dal Salvatore Riina, costituisce un formidabile riscontro alla sua dichiarazione e comprova, conseguentemente, senza possibilità di dubbio e d’equivoco, che ancora in quell’anno, il 1994, nel quale l’incarico della gestione del ‘libro mastro’ era stato affidato a Di Natale, quella somma indicata da Riina fu effettivamente versata, non essendo minimamente ipotizzabile che potesse essere fatta una tale annotazione prima del relativo versamento”.

GRAVIANO E BERLUSCA. Dopo avere scritto, avendo ascoltato la registrazione, che “è stato possibile percepire con sufficiente chiarezza la parola Berlusca”, la Corte si è concentrata sulla seconda frase pronunziata in carcere da Giuseppe Graviano: “Ma chissu chi… chi intenzioni avi?” perché “lui non sa… ha difficoltà, mi voli fari parlari di tutti cosi di ‘b’… o voli u suli e a luna ‘mucca?”. Per i consulenti della difesa non si tratta di “b”, ma di “m”, ma la Corte è stata di diverso avviso: “Anche la pronunzia del monosillabo ‘bi’ trascritto dal perito e non già del diverso monosillabo ‘mi’ trascritto dal consulente della difesa, questa volta, ancora nelle tracce ‘ripulite’ acquisite all’udienza del 14 dicembre 201 7, è stato udito dalla Corte con sufficiente chiarezza non invece percepita nell’ascolto della precedente registrazione”.

Toh che sbadati!

Ora che anche la Corte d’Assise di Palermo conferma come la trattativa Stato-mafia non frenò né bloccò le stragi, ma anzi le favorì, le accelerò o addirittura le provocò, da via D’Amelio a Palermo a via Fauro a Roma, da via dei Georgofili a Firenze a via Palestro a Milano alle basiliche romane di San Giovanni e San Giorgio al Velabro, e che dunque gli uomini dello Stato che trattarono con Cosa Nostra hanno sulla coscienza 15 morti ammazzati e decine di feriti, ci si attenderebbe una parola da chi allora rappresentava le cosiddette istituzioni. Una parola, se non di pentimento (forse è troppo pretenderlo), almeno di scuse ai famigliari delle vittime.

Non vedo, non sento, non parlo. Quando lo Stato mandò i carabinieri del Ros a trattare con Vito Ciancimino e, per suo tramite, con Riina e gli altri assassini con le mani ancora grondanti del sangue di Falcone, di sua moglie Francesca e della sua scorta, era il giugno 1992 e governava Giuliano Amato, ora giudice costituzionale. Posto che, ovviamente, non si accorse di nulla, non dovrebbe rammaricarsi proprio di non aver vigilato abbastanza? Il ministro dell’Interno era Nicola Mancino, ora felicemente assolto dalla falsa testimonianza: anche lui, ci mancherebbe, non sapeva nulla di quel che facevano gli apparati di “sicurezza”, così come un anno dopo non gli giunse all’orecchio della transumanza di 334 mafiosi liberati dal 41-bis dal collega Conso, ovviamente a sua insaputa. Poi però era così stranamente preoccupato di finire nei guai nell’inchiesta Trattativa, non avendo fatto né saputo nulla, che nel 2012 pensò bene di stalkerare il presidente Napolitano perché intervenisse in suo favore. Iniziativa che la Corte di assise definisce “inammissibile”, “censurabile”, “al di fuori di ciò che l’ordinamento consente”, con “sollecitazioni che, se fossero state avanzate da altro soggetto che, a differenza di Mancino, non avesse avuto la possibilità di accedere a canali privilegiati di ascolto in virtù dei rilevanti ruoli istituzionali ricoperti in passato, sarebbero state inesorabilmente destinate a non avere alcun seguito” (invece, per un malinteso “galateo istituzionale”, Re Giorgio & C. gli diedero retta). E conferma così la necessità delle intercettazioni dei pm, crocifissi dal Colle, dai partiti e dai giornaloni come se volessero perseguitare Napolitano: “Non v’è dubbio che l’intendimento che ha mosso l’imputato Mancino sia stato quello di sottrarre, in qualche modo, alla Procura di Palermo le indagini sulla ‘trattativa Stato-mafia’ e poi, altresì, di sottrarsi al paventato confronto dibattimentale con Martelli”.

Possibile che Mancino non abbia nulla di cui scusarsi? E possibile che l’intero centrosinistra, da sempre – come il centrodestra – difensore d’ufficio di Mori (anche se lo confermò al Sisde solo dal maggio al dicembre 2006, e non – come abbiamo scritto ieri – al 2008), non abbia nulla da rimproverarsi per aver tenuto il sacco all’uomo che trattò con Cosa Nostra, non fece perquisire il covo di Riina e non catturò Provenzano?

Gli smemorati di Stato. Massimo Ciancimino, il testimone-imputato che con un’intervista a Panorama nel 2008 diede il “la” all’inchiesta sulla trattativa, è giudicato “bugiardo” e “inattendibile” anche grazie al suo inspiegabile suicidio processuale (il documento taroccato contro De Gennaro, che gli è costato la condanna per calunnia). Ma, paradossalmente, molte parti del suo racconto-fiume hanno trovato conferme in documenti e testimonianze altrui che ormai rendono inutile il suo contributo. Qui i giudici sottolineano le “straordinarie, inaspettate e autorevolissime conferme” giunte alle sue parole dal “tardivo ricordo da parte di alcuni protagonisti”. Ed elencano i tanti smemorati di Collegno, anzi di Palermo, che sapevano tutto o parte della trattativa fin da subito, ma se ne stettero ben zitti finché 15 anni dopo non furono chiamati in causa da Ciancimino jr.: le sue “dichiarazioni hanno fatto recuperare la memoria a molti esponenti delle istituzioni (da Claudio Martelli a Liliana Ferraro al presidente della commissione antimafia Violante al ministro Conso)”. Violante, allora presidente Pds dell’Antimafia, fu avvicinato da Mori nell’estate ’92 per fargli incontrare a tu per tu Vito Ciancimino. Lui rifiutò, ma si guardò bene dall’informare la Procura di Palermo del fatto che il numero 2 del Ros cercava di “piazzare” l’ex sindaco mafioso, manco fosse il suo agente. E tenne tutto per sé fino al 2009, quando gli tornò la memoria dopo le rivelazioni del figlio di don Vito, mentre “mai prima ne aveva fatto cenno ad alcuno”. Che ne direbbe Violante di scusarsi e di spiegare perché sottrasse ai magistrati elementi così importanti che avrebbero consentito di indagare sulla trattativa con tre lustri d’anticipo?

Poi ci sono i “tardivi ricordi” di Martelli, Liliana Ferraro (la giudice che prese il posto di Falcone al ministero della Giustizia) e Fernanda Contri (collaboratrice di Martelli, poi giudice costituzionale). La Ferraro seppe della trattativa in tempo reale da Mori e De Donno, a caccia delle “coperture politiche” chieste da Vito Ciancimino; ne informò Martelli, che la pregò di avvertire Borsellino. Ma poi, dopo via D’Amelio, si guardò bene dal parlarne a chi indagava sulla strage. Lo fece solo quando Ciancimino jr. “sfondò sui media, innescando il meccanismo che ha indotto alcuni testimoni dell’epoca a uscire allo scoperto e riferire finalmente alcuni fatti di loro diretta conoscenza sui rapporti Carabinieri-Ciancimino”.

Il destinatario finale. Quanto a B., pretendere scuse da lui sarebbe inutile e ridicolo: non gli basterebbero trent’anni per farle tutte. Oltre al suo ruolo di cerniera di chiusura della trattativa (tramite Dell’Utri) e ai suoi pagamenti a Cosa Nostra fino al 1994, quand’era già premier, la sentenza accerta che le sue “riforme” della giustizia erano comunicate in diretta da Dell’Utri a Vittorio Mangano, trait d’union fra lui e Cosa Nostra: “Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale (1994) nel quale incontrava Mangano per le… iniziative legislative oggetto dei suoi colloqui col medesimo Mangano… Non sembra possibile dubitare che Dell’Utri abbia informato Berlusconi anche di tali colloqui e, in conseguenza, della pressione o dei tentativi di pressione… inevitabilmente insiti negli approcci di Mangano”. Cosa Nostra, per esempio, seppe in anteprima del decreto Biondi (13.7.1994) che limitava gli arresti non solo dei corrotti, ma anche dei mafiosi. Quest’ultima norma (che saltò col decreto, ma fu recuperata in un ddl poi approvato nel ’95 sotto il governo Dini) non la conoscevano neppure i ministri di B., ma Mangano sì: “Il fatto che Dell’Utri fosse informato di tale modifica legislativa, tanto da riferirne a Mangano per provare il rispetto dell’impegno assunto con i mafiosi, dimostra ulteriormente che egli stesso continuava a informare Berlusconi di tutti i suoi contatti con i mafiosi medesimi anche dopo l’insediamento del governo da quest’ultimo presieduto, perché soltanto Berlusconi, quale presidente del Consiglio, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo… e, quindi, riferirne a Dell’Utri per ‘tranquillizzare’ i suoi interlocutori, così come Dell’Utri effettivamente fece”. B. sapeva benissimo che, senza leggi pro-mafia, le stragi sarebbero ripartite: “Si ha definitiva conferma che anche il destinatario finale della pressione o dei tentativi di pressione, e cioè Berlusconi, nel momento in cui ricopriva la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri, venne a conoscenza della minaccia in essi insita e del conseguente pericolo di reazioni stragiste (d’altronde in precedenza espressamente già prospettato) che un’inattività nel senso delle richieste dei mafiosi avrebbe potuto fare insorgere”. Ecco perché le stragi, interrotte nel 1994, non ripresero più: perché, come disse Giuseppe Graviano a Gaspare Spatuzza in un bar di Roma, “ci stanno mettendo lo Stato nelle mani”. Chi? Dell’Utri e B. L’“utilizzatore finale” di escort (Ghedini dixit) fu anche “destinatario finale” del ricatto mafioso. E lo trasmise, per contagio, alla Seconda Repubblica. Fino a oggi.

Tutto ebbe inizio con la poesia di Virgilio

Uno dei più bei miracoli dell’arte è il nascere di poesia dalla poesia, di figura dalla figura, di musica dalla musica: quel che gli antichi sintetizzano nella sentenza dell’artifex artifici additus. Ennio compone gli Annali quale omaggio insieme ed emulazione di Omero. Lucrezio, autore del più grande poema scientifico mai composto, La natura, rende omaggio a Omero e Ennio e li emula. Virgilio crea l’Eneide quale omaggio insieme ed emulazione a Omero, a Ennio, a Lucrezio. Gran parte della poesia epica successiva è un omaggio ed emulazione a Virgilio, e il conto enorme va da Dante all’Africa di Petrarca (un capolavoro latino sovente sottovalutato), al poemetto Sarca di Pietro Bembo (un capolavoro latino per lo più ignorato), alle due Gerusalemme di Tasso, che di Virgilio si considerava figlio. E così Camoes con la Lusiade. Di più: Virgilio diviene il modello per ogni tipo di successiva poesia, in ogni lingua; l’ultimo dei grandi poeti latini, Pascoli, ancora da lui rampolla.

Fra i miei libri di una vita è Virgilio nel Medio Evo di Domenico Comparetti. Quest’opera fondamentale si ferma a Dante. Ma la sua fiaccola venne raccolta e la fiamma arse luminosamente. Questa storia mostra la ricchezza di una universitas delle lettere e della cultura la quale è il vero seme della fratellanza fra etnie e popoli diversi. Vladimir Zabughin si laureò a Pietroburgo con una tesi su Simmaco, scritta in latino ciceroniano. Si trasferì in Italia; poliglotta, s’inserì nella nostra Università, sotto l’auspicio di grandi come Nicola Festa, Ettore Romagnoli e Remigio Sabbadini. Durante la Prima Guerra Mondiale, lo Stato Maggiore italiano lo inviò nella sua patria con la missione di caldeggiare presso Kerenskij, del quale era amico, una più forte offensiva russa in Galizia, per alleggerire la fronte alpina orientale; ma vi giunse in piena Rivoluzione, dalla quale si salvò a stento. Divenuto italiano, diede alle stampe nel 1921 presso la Zanichelli, che Carducci aveva reso l’editrice elettiva della cultura classica, Vergilio nel Rinascimento italiano. Da Dante a Torquato Tasso. Due anni dopo, quarantatreenne, morì per un incidente alpinistico.

Zabughin scrive in italiano: un italiano dotto, elegante, corsivo; e la sua pagina luminosissima è piena anche d’un’ironia che a tratti diresti cechoviana. Dalla sua sapienza si resta abbagliati, ma il suo stile rende piacevole qualsiasi arduità. Il suo Vergilio nel Rinascimento non dovrebbe mancare nella biblioteca di ogni persona amante della poesia. E racconto di come sono venuto a conoscenza della sua recente (2017) ripubblicazione (pp. 453, euro 35). Esiste a Napoli, e ha sede a pochi passi da casa mia, una piccola casa editrice, La scuola di Pitagora. In “internet” è possibile sfogliare il selezionatissimo catalogo, del quale fanno parte due classici dell’umanesimo cinquecentesco, il Thesaurus graecae linguae di Henricus Stephanus (9 volumi) e il Thesaurus linguae latinae (2 volumi) del Gesner. Il Zabughin è curato da Bruno Basile, che vi premette una splendida introduzione, e da Gerardo Fortunato. Ma io, dopo aver letto nel 2013 l’importante libro di Mario Andrea Rigoni Il materialismo romantico di Leopardi, da questo editore pubblicato, da sciocco m’ero dimenticato dell’esistenza de La scuola di Pitagora. A farmela tornare alla mente è stato un libello dello stesso Rigoni, appena uscito, Una rivelazione minacciosa: il nostro scrittore vi si dimostra il degno fratello del suo amico Cioran, da lui in Italia introdotto.

 

Apu, l’indiano dei Simpson e il politicamente ridicolo

Ormai siamo al ridicolmente corretto: l’altro ieri Matt Groening ha rilasciato una nuova intervista al New York Times per difendere il “suo” Apu, il tragicomico indiano dei Simpson, gestore del Jet Market di Springfield, doppiato – ahilui – da un maschio “caucasico” (non “bianco”, proprio “caucasico”), Hank Azaria.

La polemica è stata innescata nel 2017 dal comico indiano-americano Hari Kondabolu con lo show The Problem with Apu, in cui accusava il personaggio di essere un concentrato di stereotipi razziali e razzisti, a partire dall’inflessione creata dal doppiatore, per giunta di etnia differente! Azaria a quel punto si è dichiarato dispiaciuto: “L’idea che qualcuno sia stato preso in giro mi rende davvero triste, non era mia intenzione, volevo diffondere risate e gioia”. Poi addirittura si è detto “felice di farsi da parte”, lui che per quel ruolo ha vinto ben quattro Emmy Awards.

Corre ora, di nuovo, in soccorso di Apu, e della serie tutta, il loro creatore: “Amo quel personaggio e mi spiacerebbe vederlo andar via”; soprattutto – così Groening – “mi addolora che i Simpson vengano criticati per la presenza di un indiano: chi è il miglior personaggio animato indiano degli ultimi 30 anni?”. Di più, “al cuore dello show c’è una premura: il fatto che i Simpson siano gialli e non rosa caucasico è voluto”, anche per “eliminare ogni connotazione razziale”.

Apu Nahasapeemapetilon, comparso per la prima volta nel 1990 (prima serie; ottavo episodio), mutua il nome da uno dei registi preferiti da Groening: Satyajit Ray, autore di Apu Trilogy. È chiaro che la polemica sia “inquinata”, eppure continua. E in Italia? Ancora si chiede ai doppiatori una inflessione stereotipata di africani, cinesi, tedeschi…?

“No, da tanti anni i cliché linguistici, spesso razzisti, non si usano più”, racconta Roberto Pedicini, voce eclettica da Kevin Spacey a Denzel Washington. “Tuttavia, il discorso è più complesso: il doppiaggio veicola una fruizione emotiva, dalle risate alla rabbia. Nei film comici, o nei cartoni, è facile che l’accento dei personaggi venga storpiato: ad esempio, in un episodio di Austin Powers, ho reso il dottor Male, che si ispira a Hannibal Lecter, leggermente gay e con accento abruzzese, mentre il lottatore di sumo ciccione l’abbiamo fatto parlare in napoletano. Ma nessuno si è offeso, ovviamente. È come fare la caricatura di un disegno: tutto è per rendere divertente la situazione. Spesso sono le stesse inflessioni dialettali o finto dialettali a essere di per sé comiche”.

Anche per Carlo Valli, storica voce di Robin Williams, doppiatore, tra gli altri, dell’egiziano Omar Sharif, “dipende tutto dal tipo di film. Se si vuole far ridere è probabile che si ricorra agli stereotipi. La polemica americana mi sembra un po’ sterile: gli italiani nei loro film sono tutti meridionali”.

In attesa delle proteste della comunità italo-americana, torniamo a quella indiano-americana: ad aprile di quest’anno è andata in onda una puntata riparatoria, che ha sortito però l’effetto contrario. “Certe cose del passato, che un tempo venivano applaudite e considerate inoffensive, ora sono politicamente scorrette. Cosa possiamo fare?”, si chiedeva Lisa alla fine dell’episodio, rinfocolando – ahilei – il dibattito interetnico.

In quei giorni anche Groening rilanciava la polemica, affermando che “la gente ama fingere di essere offesa”. Ora, invece, si spiega meglio sul New York Times: “Non mi riferivo specificamente ad Apu, ma alla cultura in generale… Penso che in questo momento particolare le persone si sentano così frustrate, impazzite e impotenti da scegliere le battaglie sbagliate. Condivido al 99% quello che dice Kondabolu: siamo in disaccordo solo su Apu”.

Poi, è vero, “come molti hanno sottolineato, che sono tutti stereotipi nel nostro spettacolo, perché questa è la natura del cartoon. Solo si cerca di non creare stereotipi riprovevoli. Comunque. Probabilmente ho detto troppo”. E certo che ha parlato troppo: dopotutto, è in tour per promuovere la sua nuova serie animata, Disincanto, in onda su Netflix dal 17 agosto. Politicamente scorretto lui o politicamente corretta lei (la pubblicità gratuita)?

Guareschi, l’italiano estraneo agli italiani

Chissà chi lo sa, oggi, chi è Giovannino Guareschi, il papà di Don Camillo? Scrittore, disegnatore e giornalista, Guareschi – formidabile propagandista qual è – costringe alla sconfitta elettorale nel 1948 il fronte popolare socialcomunista.

Suo, infatti, è lo slogan “Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no”.

Non di vaghe tendenze destrorse “ma di destra nel modo più deciso e inequivocabile”, Guareschi che spopola nelle librerie, tradotto nelle principali lingue – “eccettuata quella italiana”, così diceva – con la sua stazza imponente e il suo baffone (lo stesso di Peppone, il suo alter ego comunista), abita l’immaginario e il sentimento di milioni di lettori al mondo, forte di un vocabolario di sole cento parole.

Baciato dalla sancta simplicitas degli umili, Guareschi è così immerso nella grazia del suo credo – il Re, Cristo e la Patria – che ogni suo racconto, in quelle case odorose di canfora e di pulito, è come un riquadro nel calendario dei frati cappuccini.

Il Santo Padre a suo tempo regnante – Giovanni XXIII – gli chiede di redigere il Catechismo ma lui appunto, umile, dice no: “Non ne sono degno”.

Eppure è grazie a lui, al suo Mondo Piccolo – gemmato da uno “sperduto e ignoto villaggio della Bassa, chiamato Fontanelle” – che il Firmamento acquista un nuovo santo.

È Don Camillo, il suo personaggio, vero più di chiunque altro negli Altari in virtù di quel carisma di sacrissime legnate, tutte sacrosante, da darsi tra nemici affratellati da un unico destino.

Ed è sempre – questa è la pietas, ancora più che carità – il saper dare quel poco che si ha: sia esso un cazzotto, o un pezzo di pane.

Chissà chi lo sa, oggi – giusto adesso che la guerra civile degli italiani non è finita – quanto fosse innamorato della vita il pur incandescente mondo diviso tra la metà al seguito dell’Unione Sovietica e l’altra mezza parte sotto l’ombrello degli americani.

E Guareschi che muore nel 1968, coerente anche nell’uscita di scena, attraversa la scena italiana con la consapevolezza di un bastian contrario.

In una vignetta disegna se stesso all’uscita del lager tedesco dov’è stato internato.

Lacero e smagrito – ha perso 40 chili durante la prigionia – s’incammina verso casa. A un bivio incontra uno del paese e gli chiede – “Dove va il mondo?” – la risposta di quello, “a sinistra!”, lo convince della direzione già intrapresa: “Allora io vado a destra”.

Fondatore di Candido, “l’ebdomadario milanese”, Guareschi che in guerra è deportato in Germania, quindi liberato dagli inglesi, infine – come dirà – “liberato dagli americani dai suoi liberatori inglesi”, si fa la galera in tempo di pace.

Spedito in carcere dalla Democrazia cristiana – “tredici mesi di prigione per avere scritto cose sgradevoli contro il leader del partito più forte” – Guareschi è un giornalista di successo, divisivo si direbbe con il linguaggio corrente e ancora prima, finita la guerra, ha il suo battesimo con le rogne giudiziarie: “La maggioranza degli italiani voleva ancora il Re, ma nel 1946 comandavano i repubblicani e, quindi, vinse la Repubblica che mi riuscì subito cordialmente antipatica; e avendolo io comunicato ai lettori del mio giornale, fui processato e condannato”.

Figurarsi se oggi qualcuno si sogna di dare del “liberticida” ad Alcide De Gasperi che portava alla sbarra un giornalista ma questo è, questo fecero a Guareschi ma lui il fatto suo lo sa: “significa che, in fondo” – si legge nel risvolto de Il compagno Don Camillo – “non deve sbagliare chi asserisce che io sono un dannato rompiscatole il cui principale scopo par quello di riuscire odioso a tutti”.

Tantissimi lo amano ma chi di dovere – l’élite, i potentati, e figurarsi gli acculturati dell’intrallazzo letterario – lo odia.

Da un lato c’è Pier Paolo Pasolini, dall’altro c’è lui. Si ritrovano a fare un film insieme, due episodi di un unico titolo: La Rabbia.

A differenza di Bernardo Bertolucci che non vorrà mai vedere Ultimo tango a Zagarolo di Franco Franchi temendo di scoprirlo più bello del suo – Ultimo tango a Parigi – Pasolini vede “il visto da destra” di Guareschi ma già sa di vincere facile. Tutti già diranno peste di quello, l’omone di Brescello.

Nessuna autorità civile – non un solo messaggio – è presente ai suoi funerali.

La sua bara, avvolta nel tricolore, ripugna tutti i giornali, tutti, perfino nel dare notizia della scomparsa.

Fa eccezione, a suo modo, l’Unità: “Muore lo scrittore che non era mai nato”.

A piangerlo in chiesa, tra i familiari, c’è Enzo Biagi.

Chissà chi lo sa che con le repliche dei Don Camillo a Rete4, Guareschi che fu anche scrittore di gioielli perfetti quali Il Destino si chiama Clotilde o Favola di Natale, il suo racconto intimo della deportazione nel lager, si conferma nei grandi numeri propri della smagliante popolarità. Il suo prete – il cui logo, ricordiamolo, è costruito tutto con i nodosi randelli delle legnate – è stato, ieri, quello che il Commissario Montalbano è oggi, l’eroe di tutti, belli e brutti.

Estraneo a questo nostro tempo, Guareschi – intimo agli italiani – è stato subito estraneo all’Italia.

Lo sapeva, e lo scriveva: “L’attuale generazione d’italiani è quella dei dritti, degli obiettori di coscienza, degli antinazionalisti, dei negristi ed è cresciuta alla scuola della corruzione politica, del cinema neorealista e della letteratura social-sessuale di sinistra”.

Sapeva di sé, Guareschi.

E chissà. Come la fine di una storia che non finisce mai.

Quel ramo del Lago che tende alla siccità

“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno”. Così esordiva Alessandro Manzoni nel suo I Promessi Sposi del 1840. Quello stesso lago che oggi alza “bandiera bianca” perchè il livello dell’acqua dopo giorni di caldo torrido è sceso sotto lo zero idrometrico. L’acqua scarseggia, emergono i fondali, e nel bel mezzo della riva i turisti campeggiano con ombrelloni multicolor e borse frigo.

Chissà cosa dirà George Clooney da Villa Oleandra, che dà proprio sul lago, quando si affaccerà in accappatoio, col suo calice di Franciacorta e, invece di uno specchio d’acqua cristallino, troverà la famiglia Fumagalli poco più in là che si spalma la protezione solare? Le previsioni non sono allettanti: il lago ha perso quasi 16 centimetri di livello idrico in una settimana. Inoltre, Confagricoltura sta chiedendo alla Regione Lombardia “una temporanea deroga del deflusso minimo per il lago di Como e un impegno per invitare i concessionari dei bacini idroelettrici alpini a mantenere le portate erogate verso valle”.