“Il ruolo di Marcello Dell’Utri come “intermediario delle minacce di Cosa Nostra a Silvio Berlusconi non si colloca nel momento in cui quest’ultimo decise di scendere in politica, ma fu espresso dopo che fu formato e insediato il nuovo governo presieduto proprio da Berlusconi”. Parole chiare scolpite nelle 5200 pagine della sentenza dei giudici Alfredo Montalto e Stefania Brambille che poggiano su centinaia di milioni di vecchie lire versati da Berlusconi a Cosa Nostra fino al dicembre 1994, mentre da Palazzo Chigi guida il primo governo della Seconda Repubblica sotto il ricatto mafioso veicolato dai viaggi di Vittorio Mangano, lo “stalliere di Arcore”, trasformato vent’anni dopo nell’ambasciatore di Cosa Nostra presso la villa di Marcello Dell’Utri a Sala Comacina, sul lago di Como: una modifica legislativa per rendere più agevole l’uscita dal carcere dei mafiosi solo un anno dopo le stragi del ’93 che avevano traghettato le istituzioni dalla Prima alla Seconda Repubblica. Una modifica nota a Mangano ma non ai ministri: “Un riscontro alla veridicità del racconto del Cucuzza, non è tanto il fatto che quest’ultimo ha riferito di quella discordanza tra il testo approvato dal Consiglio dei Ministri e quello precedentemente conosciuto dal Ministro dell’Interno Maroni, che è stata confermata in questo dibattimento dallo stesso teste Maroni e che diede luogo alla denuncia di questi ed alla mancata conversione in legge di quel decreto, trattandosi, in questo caso, di fatti pubblicizzati sulla stampa e che, infatti, furono anche attraverso tale mezzo conosciuti da Cucuzza, ma quel che è rilevante è il fatto che durante tale esame dibattimentale Cucuzza abbia aggiunto quale fosse la modifica di legge di cui gli aveva parlato Mangano, dicendo a tal proposito che si trattava di una ‘piccola modifica’ che riguardava gli arresti per il reato di associazione mafiosa”. Pagine che contengono inoltre la conferma alle parole di Gaspare Spatuzza che arriva da quelle, ritenute dai giudici genuine, del boss Giuseppe Graviano, che al compagno di cella parla, “togliendo qualsiasi dubbio”, di “Berlusca”.
Nella sentenza depositata l’altroieri a Palermo c’è un dossier Berlusconi che può alimentare le indagini per individuare nuove responsabilità, dopo avere fatto luce su uno dei passaggi più oscuri della storia recente del Paese ricostruita dalla Corte d’assise nei suoi momenti cruciali, quelli che hanno condotto il primo Berlusconi a finire ostaggio delle minacce di Cosa Nostra, veicolate attraverso Mangano fino al dicembre del 1994. Tutti fatti, scrivono i giudici, relativi al “risalente rapporto di Dell’Utri con esponenti dell’associazione mafiosa e nell’intermediazione dallo stesso operata tra l’organizzazione mafiosa nella sua più alta rappresentanza (prima Stefano Bontate e poi Salvatore Riina) da un lato e Berlusconi dall’altro, e ciò per quasi un ventennio durante il quale Cosa Nostra ha potuto così lucrare cospicui vantaggi economici sia per l’effetto di investimenti, sia quali proventi dell’attività di carattere estorsivo posta in essere nei confronti del medesimo Berlusconi”.
Per i giudici gli interventi di Mangano su Dell’Utri possono “avere avuto una obiettiva attitudine a intimorire il destinatario finale, individuato dai mafiosi in Berlusconi, indipendentemente dal fatto che l’effetto intimidatorio possa avere inciso concretamente sulla sua libertà psichica e morale”, visto che i messaggi “erano idonei a provocare obiettivamente nell’uomo medio un timore di conseguenze nefaste e, dunque, a integrare la fattispecie penale della minaccia, quand’anche, nei fatti, il timore non dovesse essere neppure insorto, perché, ad esempio, indipendentemente da quel messaggio o da quella richiesta, il destinatario si era già autodeterminato a porre in essere una già individuata condotta anche per ragioni del tutto diverse come, ad esempio, nel caso in cui, appunto, eventualmente anche prima dell’intervento del Mangano, Berlusconi si fosse già determinato ad adottare alcuni provvedimenti anche attesi dai mafiosi”. È Giovanni Brusca a inviare Mangano da Dell’Utri a Como, per chiedere il sostegno legislativo e ricordare che durante la stagione delle bombe “la sinistra sapeva”. Dice Brusca: “Quindi si mette a disposizione e io gli dico: ‘Guarda, il primo punto è l’urgenza immediata di attenuare il 41-bis. Nel tempo di svuotarlo… purtroppo capendo che non lo potevano, perché era tutta pubblicità che era stata fatta, non poterlo revocare definitivamente, quantomeno svuotarlo nei contenuti, e poi da lì in poi avremmo creato un contatto per cominciare a fare delle leggi o decreti leggi che fossero in funzione sempre dell’interesse di Cosa Nostra. E di dirgli se non si mette a disposizione, noi continueremo con la linea stragista, che già erano successe due, tre, quattro… forse tutte, in quel momento ancora io non sapevo di quella dell’Olimpico, la mancata… Addirittura neanche sapevo che era già stato messo in atto, quindi non… io non sapevo nulla. Vittorio Mangano tutto contento e soddisfatto di questo incarico dice: ‘Parto e glielo vado a dire’”.
Dopo qualche giorno Mangano portava la risposta interlocutoria di Dell’Utri. Racconta ancora Brusca: “Lui ritorna e dice tutto contento ‘grazie, grazie, vediamo quello che possiamo fare’ e da lì si è instaurato questo rapporto”. Ma è Salvatore Cucuzza, capo mandamento di Palermo centro, uno dei killer del segretario del Pci Pio La Torre, a dettagliare, fin dal maggio 1997, i viaggi di Mangano a Como, rivelando le confidenze di Brusca e Bagarella: “Mi spiegano che (Mangano, ndr) ha dei rapporti periodici con Berlusconi; con Berlusconi, con Dell’Utri Marcello, ha detto a loro stessi che nel periodo in cui c’era… Biondi alla Giustizia, c’era una possibilità, ci fu la possibilità concreta in un decreto di fare qualcosa di buono che poi saltò per motivi che poi i giornali hanno parlato…”. Siamo nell’estate del ’94 e per i boss è un’anticipazione clamorosa: “…quando Mangano anticipa quel pacchetto, naturalmente lo anticipa prima, cioè io lo so dopo, quando me ne parlano, perché per me non è una novità, perché l’ho letto sul giornale il perché non è passato, Maroni non l’ha firmato, l’ha firmato, è stato ingannato oppure no. Però quando Mangano porta queste novità, le porta come in anteprima. Biondi farà un pacchetto, ci saranno cose per noi, quindi”. Mangano inoltre “aveva detto a Bagarella e Brusca che da Berlusconi avrebbero avuto ‘alcune agevolazioni’” nel successivo mese di gennaio 1995, e Cucuzza aveva fatto presente ai due boss che, pertanto, “non era opportuno in quel momento compiere atti eclatanti, quali un già progettato sequestro di persona, ovvero ulteriori stragi”. In un successivo incontro, racconta Cucuzza, Mangano gli fa addirittura vedere il testo legislativo che non era passato per l’opposizione del ministro Maroni: “…mi faceva vedere il Mangano c’era proprio un articolo, perché se lui prendeva il codice, guardava che effettivamente c’era una norma che, adesso non la ricordo bene, che favoriva… favoriva un… perché poi il testo si può sempre vedere. E lui mi diceva questo che ‘peccato che quello, Maroni, ha fatto…’ perché a quanto pare, lui faceva capire, Mangano, che si fossero manomesse le carte, tra la lettura ufficiale e quella, il testo poi passato alla commissione non so come era la prassi. c’era qualcosa di cambiato… C’è stato un problema di questo, che lui diceva che lo aveva vissuto lui, in prima persona, questa cosa”.
Ritenuto attendibile dai giudici del processo Dell’Utri sul ventennale rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra attraverso il fondatore di Publitalia, Cucuzza è stato contestato dalla difesa di Dell’Utri che ha sostenuto che alla fine di dicembre ’94 il governo Berlusconi era già dimissionario e quindi non avrebbe potuto varare alcunché. Ma il collaboratore viene riscontrato da un’agenzia Ansa, che il 20 dicembre 1994 “dava notizia della definizione da parte della competente Commissione parlamentare del testo di legge in questione e del fatto che tale testo sarebbe stato, pertanto, approvato alla ‘ripresa dei lavori’ parlamentari e, quindi, appunto, dopo la pausa natalizia, nel successivo mese di gennaio 1995’’. “V’è la prova, dunque – scrivono i giudici – che, non soltanto, sino al 22 dicembre 1994 il governo non “stava per rassegnare le proprie dimissioni” ma anche che, incontestabilmente, ancora sino al 20 dicembre 1994 si confidava di approvare definitivamente (quindi di trasformare in legge) nel successivo mese di gennaio 1995 il progetto di riforma legislativa voluto da Forza Italia contenente alcune delle norme che avrebbero potuto interessare anche i mafiosi. Ciò riscontra pienamente il racconto fatto da Cucuzza sin dal mese di maggio 1997, non potendo neppure ipotizzarsi che il detto collaborante, dopo oltre tre anni, possa essersi ricordato, per fondare la sua affermazione, di un comunicato Ansa del tutto dimenticato e tralasciato sino a quando, dopo oltre dieci anni, è stato recuperato dal pm”.
Non solo, ma “il riferimento fatto da Cucuzza alla predetta modifica direttamente riguardante anche il reato di cui all’art. 416 bis c.p., mai pubblicizzata e, anche per la sua tecnicalità, non ricavabile dalla lettura di giornali (tanto che, come si vedrà, sarà, sia pure in forma appena diversa, riproposta in un successivo disegno di legge a differenza dell’altra modifica dell’art. 335 c.p.p., che, per la risonanza che aveva avuto e per le polemiche che ne erano derivate, non sarà, invece, più riproposta nel medesimo disegno di legge), da un lato costituisce uno straordinario riscontro al racconto di Cucuzza su quanto ebbe a suo tempo a dirgli Vittorio Mangano, e, dall’altro conferma che quest’ultimo che, per quanto conoscitore dei codici non avrebbe potuto avere una conoscenza così profonda, ebbe effettivamente ad avere quella informazione privilegiata e, quindi, come poi raccontato a Cucuzza (e prima già a Bagarella), ebbe effettivamente a incontrare Marcello Dell’Utri in prossimità dell’approvazione del decreto Biondi”. Per i giudici, dunque “sotto il profilo temporale, un primo punto fermo della nuova strategia delineatasi in Cosa Nostra con la decisione di puntare sulla nuova forza politica affacciatasi nel panorama nazionale, avvalendosi della intermediazione di Marcello Dell’Utri, si ricava dalle dichiarazioni di Spatuzza concernenti l’incontro che questi ebbe il 19 o il 20 gennaio 1994 a Roma con Giuseppe Graviano’’. Scrive la Corte: “Senonché, a prescindere dalla considerazione che le dimissioni del presidente del Consiglio Berlusconi… maturarono improvvisamente soltanto il 22 dicembre 1994 all’esito della precedente seduta alla Camera dei deputati (così che non si comprende perché, nei molti giorni di dicembre che precedono tale data… non fosse stato possibile per Dell’Utri dare a Mangano assicurazioni sull’approvazione delle modifiche legislative da effettuarsi nel successivo mese di gennaio 1995), sono stati acquisiti agli atti di questo processo alcuni lanci Ansa riguardo all’iniziativa di Forza Italia per la presentazione e l’approvazione di un progetto di legge contenente alcune modifiche alle norme in materia di custodia cautelare. “Ciò perché, appunto – spiegano – quel che qui rileva è, invece, unicamente se la promessa (o l’assicurazione) di Dell’Utri riguardo agli interventi legislativi che a breve sarebbero stati approvati, fondata o infondata che fosse, sia stata determinata dalla minaccia mafiosa al governo presieduto da Silvio Berlusconi in quel momento ancora in carica”.
L’ultimo riscontro, infine, è costituito dalla testimonianza dell’ex ministro Roberto Maroni: “La ‘grossa polemica’ di cui pure ha parlato Cucuzza, che fu sollevata da Maroni nell’immediatezza dell’approvazione del decreto con l’intervista televisiva – scrivono i giudici – e che ebbe ampio risalto sulla stampa e che, dunque, poteva essere conosciuta da Cucuzza indipendentemente dal racconto di Mangano, non riguardò affatto una modifica concernente ‘l’arresto sul 416 bis’, bensì, come si ricava dall’importante testimonianza di Maroni, una modifica dell’art. 335 del codice di procedura penale nella parte in cui esclude, tra gli altri, i reati di mafia da quelli per i quali v’è obbligo, in caso di richiesta, di dare notizia dell’iscrizione di un soggetto nel registro delle notizie di reato”. Fu, infatti, tale modifica, che avrebbe comportato il precoce disvelamento delle indagini in materia di mafia e, quindi, la sostanziale vanificazione delle stesse, che fu notata dal procuratore della Repubblica di Palermo Gian Carlo Caselli e da questi segnalata a Maroni… “un colloquio telefonico che feci con l’allora procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli… lo chiamai attraverso la batteria del Viminale… e lui mi disse invece che c’era una norma che rendeva più difficile le indagini perché veniva inserito l’obbligo di comunicare all’indagato il fatto di essere indagato a richiesta dell’indagato stesso… Mi disse: ‘In questo modo indagini complicate, molto complicate come quelle sulla mafia diventeranno impossibili’ e questa cosa mi colpì e la citai proprio perché il Procuratore mi sollevò, mi indicò questo problema molto serio che, al di là della corruzione e della concussione, colpiva proprio le indagini sulla mafia”, e che diede luogo alla pubblica denuncia di quest’ultimo in un’intervista televisiva e, quindi, alla “grossa polemica”, con il conseguente risalto che la vicenda ebbe sulla stampa sino al consequenziale ritiro del decreto prima della conversione in legge.
I SOLDI DI B. A COSA NOSTRA.È Totò Riina, con le sue confidenze nel carcere di Opera al compagno di detenzione Alberto Lorusso, a riscontrare le dichiarazioni dei pentiti del processo Dell’Utri, e in particolare di Giusto Di Natale, che hanno raccontato delle centinaia di milioni versati da Berlusconi a Cosa Nostra come “pizzo” per l’installazione delle ‘antenne tv’ a Palermo. È il 22 agosto 2013 quando Riina sbotta: “A niatri ni rava ducentucinquanta … mili … miliuna ogni sei misi … ducentucinquanta! Soddi chi spittavanu a niatri…” . “Si tratta, dunque – chiosano i giudici – esattamente dello stesso importo che fu fatto annotare a Di Natale nel ‘libro mastro’ nel 1994”. E siccome fino a quel momento erano note solo le dichiarazioni di Cancemi, pubblicate su L’Espresso del 25 marzo 1994 col titolo “Duecento milioni di sospetti”, che faceva riferimento, appunto, a 200 milioni, per i giudici “la predetta piena coincidenza della somma di 250 milioni indicata dal collaborante senza adagiarsi sulle pregresse acquisizioni processuali e senza potere ovviamente prevedere che sarebbe stata confermata, molti anni dopo, addirittura direttamente dal Salvatore Riina, costituisce un formidabile riscontro alla sua dichiarazione e comprova, conseguentemente, senza possibilità di dubbio e d’equivoco, che ancora in quell’anno, il 1994, nel quale l’incarico della gestione del ‘libro mastro’ era stato affidato a Di Natale, quella somma indicata da Riina fu effettivamente versata, non essendo minimamente ipotizzabile che potesse essere fatta una tale annotazione prima del relativo versamento”.
GRAVIANO E BERLUSCA. Dopo avere scritto, avendo ascoltato la registrazione, che “è stato possibile percepire con sufficiente chiarezza la parola Berlusca”, la Corte si è concentrata sulla seconda frase pronunziata in carcere da Giuseppe Graviano: “Ma chissu chi… chi intenzioni avi?” perché “lui non sa… ha difficoltà, mi voli fari parlari di tutti cosi di ‘b’… o voli u suli e a luna ‘mucca?”. Per i consulenti della difesa non si tratta di “b”, ma di “m”, ma la Corte è stata di diverso avviso: “Anche la pronunzia del monosillabo ‘bi’ trascritto dal perito e non già del diverso monosillabo ‘mi’ trascritto dal consulente della difesa, questa volta, ancora nelle tracce ‘ripulite’ acquisite all’udienza del 14 dicembre 201 7, è stato udito dalla Corte con sufficiente chiarezza non invece percepita nell’ascolto della precedente registrazione”.