SuperShe: l’isola di lusso per donne vietata agli uomini

Sin dal lontano 1046 nessuna donna è ammessa sul Monte Athos. Il territorio è amministrato da un collegio di venti monaci più un governatore e il rigido divieto è tutelato da uno statuto speciale concesso alla Repubblica Monastica del Monte Athos. Ma oggi esiste un luogo in cui anche gli uomini sono stati interdetti, anche se si tratta di un resort “ultra lusso e incentrato sulla salute”.

Il posto in questione non è un’utopia femminista, esiste davvero ed è stato ribattezzato SuperShe Island – si chiama davvero così – e come sottolinea il Financial Times è una via di mezzo fra un campo di addestramento per iperdonne del futuro e un resort lussuoso. L’unica certezza è che non c’è traccia di un solo uomo.

Rigogliosi alberi di pino, un mare tonificante e tanto silenzio sono lo scenario incantevole di questa isola situata al largo della costa di Helsinki che banna gli uomini nell’arco di 3,4 ettari. Ideata da Kristina Roth, SuperShe Island offre alla clientela saune e nuoto in mare, sedute di yoga e massaggi, tutto ciò che può servire alla donna che non deve chiedere mai. Questo è un business che la Roth – dopo aver venduto la sua società di consulenza manageriale – ha messo in piedi, riscuotendo ovviamente il clamore dei media.

L’esclusività è la parola chiave visto che in ogni momento ci sono al massimo otto ospiti sull’isola che condividono quattro eleganti cabine di legno: muri bianchi, lenzuola candide e soffici tappeti di pelle di pecora. I pasti si consumano come un rituale di condivisione e tutto il cibo è rigorosamente bio e made in Finlandia, con pochi carboidrati, niente latticini e nemmeno un goccio di alcol.

Ovviamente hanno chiesto alla Roth se fosse una mossa nell’ottica #MeToo e lei ha dichiarato che “SuperShe Island è nata per aiutare le donne” e pur avendo ricevuto molte richieste che parlavano di molestie ricevute, “se affermano di voler venire qui perché odiano gli uomini, la loro richiesta finisce sul fondo della pila”. E l’attesa può durare anni visto che quest’estate ben 8.000 donne hanno fatto domanda per 100 posti disponibili in soggiorni da una settimana ciascuno.

“Qui – afferma la Roth – le donne possono ricalibrarsi per colmare il divario con gli uomini che sono e resteranno esclusi poiché nei gruppi si muovono sempre con una dinamica diversa”. SuperShe Island avrà anche una finalità meritoria ma è un’isola paradosso.

Nel tentativo di rimediare a delle discriminazioni, finisce per attuarne altre. Ovviamente non sono mancate le critiche in tal senso che hanno definito questo posto a largo di Helsinki “un resort per donne bianche e ricche” visto che una settimana costa 4.000 dollari. La Roth ha fatto spallucce e rimandato tutto al mittente, progettando di aprire altri nove SuperShe Island in giro per il mondo. Una curiosità: i genitori del compagno di Kristina vivono sull’isoletta accanto e quando lui ha visto che era in vendita l’ha incoraggiata ad acquistarla. Sì, dietro un grande uomo c’è sempre una donna, talvolta accade anche il contrario.

“In Jugoslavia urlai ‘Breznev boia!’ E tutti risero. Di me”

“C’è un tempo per la rivoluzione, e uno per il riposo: anche Lenin passò l’estate al mare e non in un posto qualsiasi, ma a Capri”, sostenne Paolo Brera, amico inseparabile di quegli anni formidabili. Nessuno di noi osò contraddirlo. Sull’estate del Sessantotto milanese incombeva un’afa mortificante. E in effetti, Lenin passò dieci giorni a Capri, nel giugno del 1910. Era fuggito da Parigi, trovò ospitalità dall’amico Massimo Gorkij che viveva nell’isola, attorniato da intellettuali, artisti, qualche bella donna.

“Dunque decidiamo che fare”, continuò Paolo, citando un noto pamphlet di Lenin. Il contagio del Maggio parigino era stato travolgente. Ci sentivamo sessantottini ortodossi. Ci attendevano mesi di lotta “dura senza paura”. Eravamo consapevoli di epocali cambiamenti. Volevamo incarnare la rivolta “intima”, individuale: “Cioè, nella misura in cui tutto deve cominciare dentro noi stessi per poi riversarsi nella società, nella famiglia, nel sesso finalmente libero, nella musica, nella cultura”. E in vacanza.

Cosa avremmo infilato nello zaino? L’indispensabile del contestatore doc prevedeva libri “da leggere” assolutamente. Io optai per Eros e civiltà di Herbert Marcuse e i Dannati della terra di Frantz Fanon. Li avevo acquistati alla Feltrinelli di via Manzoni dove mi recavo spesso nella speranza d’incontrare quelli del Gruppo 63, soprattutto Umberto Eco, Nanni Balestrini e Alberto Arbasino.

Un mio ex compagno di classe, Marco De Poli (sì, quello della Zanzara), era corso a Parigi per filmare la rivolta, gli scontri. Per ascoltare i protagonisti. Per catturare slogan. Per conservarne la memoria. Sarebbe diventato il più stretto collaboratore dei fratelli Taviani.

Quindi, pensando a lui, proposi: “Andiamo a Parigi. Ci arrangiamo, chiediamo ai nostri amici di ospitarci. Potremmo analizzare come gli studenti sono riusciti a coinvolgere la classe operaia. Vi siete scordati che più di un milione di lavoratori e studenti hanno sfilato sugli Champs Elysées contro De Gaulle?”.

“A Parigi si schiatta di caldo: tutti quelli del Maggio saranno già in spiaggia, anche gli operai, dopo la batosta delle elezioni e dopo che hanno messo fuorilegge le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria”, rispose a bruciapelo un altro di noi, non ricordo chi ma di mare avevamo voglia tutti. Chi sapeva il francese citò spavaldamente “Sous les pavès la plage”. Sotto il pavé (i sampietrini lanciati contro la polizia) la spiaggia.

“Un’idea alternativa potrebbe essere Praga. Andiamo a vedere cosa succede? E poi, ci sono le ragazze più belle di tutto l’Est…”, paraculai, l’argomento avrebbe potuto essere decisivo…

Un vento di speranza soffiava sulla Cecoslovacchia, i giovani sfilavano per le strade di Praga rivendicando più libertà, ma le riforme di Alexander Dubcek che tentava di democratizzare e modernizzare il regime abolendo il partito unico avevano irritato Mosca. Mi aveva colpito una foto: tre ragazze molto carine avevano dipinto sui volti fiori e farfalle. Reggevano un grosso cartello: “Czechoslovakia Hippies”.

“È un grosso laboratorio politico. Lì si fa la Storia”, insistetti.

“Ma lì non abbiamo agganci. Bisogna essere iscritti al Pci o alla Fgci…”, obiettarono gli altri. Balle: Praga aveva aperto ai turisti. La verità è che volevano smetterla per qualche settimana “con le pippe sulla lotta di classe, la scuola e la cultura”. Ogni tanto cerchiamo di disobbedire. Uno fischiettò Contessa di Paolo Pietrangeli: “Le idee di rivolte non sono mai morte…”. Replicammo con Vengo anch’io di Enzo Jannacci.

“A Praga? No, tu no…”. Quante volte ci rispondevano così…

Questo del Pci sì che era un problema. Contestavamo, da sinistra, il partito-padrone. Simpatizzavamo per Luigi Nono ed Emilio Vedova che avevano impedito la cerimonia di inaugurazione della Biennale di Venezia, a metà giugno. E dieci giorni prima, al Festival di Pesaro, registi come Marco Ferreri, Nanni Loy, Franco Maselli avevano fatto a botte con la polizia.

“E se i sovietici fanno come a Budapest?”.

“Una ragione in più per andarci”.

“Una ragione in più per evitare di finire in galera come spie occidentali”, replicò Ettore G., che abitava al piano di sotto. Fu allora che tentai l’ultima… spiaggia.

“Andiamo in Jugoslavia. Al mare. Un paradiso. Sempre Europa dell’Est e dei totalitarismo: solo che quello di Tito è il più liberale. Come mai?”.

“La gente ha barattato la libertà in cambio del passaporto. Possono viaggiare. Vanno a Trieste, o in Austria. Comprano vestiti, scarpe, cosmetici, caffè, insomma quello che non si trova da loro”, precisò Donato, che aveva uno zio da quelle parti. Parve un ottimo compromesso: ideologia e voglia di spassarsela.

Fu a Portorose – due passi dall’Italia – che il 21 agosto mi raggiunse la notizia dei carri armati a Praga, delle barricate, dei morti, della gente che gridava ai russi “tornatevene a casa”, dell’ultimatum di Mosca, di Leonid Breznev che giustificò l’intervento con la logica della “sovranità limitata”.

La bella ragazza della reception mi rivelò che tra gli ospiti c’era un ministro di Dubcek.

“Torna a Praga?”, chiesi.

“No, va in Italia”, rispose. Aveva gli occhi lucidi.

Noi credevamo nel mito di un modello marxista adeguato alle democrazie occidentali. All’Est, la speranza di un marxismo riformabile morì quel giorno.

“Si ritorna al dissenso”, concluse la ragazza che studiava a Lubiana. Decisi di protestare. Lo ricordo benissimo. Mi tuffai dal trampolino di dieci metri, gridando “Breznev boia!”. Tutti si misero a ridere. Ma perché avevo preso una spanciata clamorosa.

Privacy e copyright, i rischi per chi sviluppa

In principio era Davide contro Golia, laddove Davide è la piccola società italiana sviluppatrice di App, Business Competence, e Golia la multinazionale Facebook. Il Davide italiano delle App ha vinto una causa, prima di fronte al Tribunale di Milano nel 2016 e poi di fronte alla Corte di Appello del capoluogo Lombardo nel 2018, riuscendo a far condannare il gigante californiano (in relazione al servizio Nearby) per violazione del diritto di autore sulla banca dati elettronica rappresentata dall’applicazione “Faround”, nonché per concorrenza sleale (ex art. 2598 n 3 codice civile).

Nel provvedimento del giudice milanese sono racchiusi due dei problemi legali che più frequentemente si trovano ad affrontare gli sviluppatori di App: la violazione del diritto d’autore su ciò che sviluppano e la concorrenza sleale nel caso della creazione e diffusione di beni o servizi simili. Il problema è che la violazione del diritto d’autore è estremamente difficile da dimostrare quando il ‘cuore’ del servizio offerto da un’App è un algoritmo. Bisognerebbe infatti accedere al codice sorgente di un software per poter effettuare le giuste verifiche. Ma spesso, quel codice sorgente è gelosamente custodito. Inviolabile. E allora che succede? Gli sviluppatori si muovono alla “cieca”, sperano che non arrivi la classica lettera dell’avvocato di un concorrente che gli imponga “di cessare e desistere dalla condotte illecite sotto pena del risarcimento del danno”, oppure che la piattaforma per la quale è stata sviluppata la App non decida, di punto in bianco e come spesso accade, di eliminarla dal proprio bouquet di servizi per precauzione. In mancanza di trasparenza, infatti, c’è poca alternativa.

 

Dalla causa è però rimasto fuori un terzo elemento: il trattamento, la gestione e la custodia dei dati di chi utilizza le App. Si pensi ai software che, lungi dal proporre soluzioni originali, tendono ad aggirare le protezioni sui servizi musicali o audiovisivi violando il copyright ma al tempo stesso installando magari programmi non autorizzati sugli smartphone con l’obiettivo di inserire porzioni di codice, sottrarre dati o prendere il controllo dei dispositivi. Le multinazionali che ospitano le App stanno ponendo molta attenzione a questo tipo di comportamenti perché, diversamente dal passato, la cessione o l’utilizzo fraudolento di dati personali è considerato un fatto molto grave dal nuovo quadro comunitario in tema di privacy, il cosiddetto Gdpr diventato pienamente operativo il 25 maggio 2018. E, diversamente dal passato, se l’utilizzo illecito di dati riguarda cittadini europei, le multinazionali rispondono comunque del trattamento illecito proprio e compiuto da terzi anche se hanno sede in paesi diversi dalla Ue. Le multe arrivano fino al 4 per cento del fatturato globale. Insomma, se si considera che la recente multa dell’Unione europea a Google di 4,3 miliardi di euro, per abuso di posizione dominante nella prestazione di servizi su Android, costituisce il 5 per cento del fatturato globale di Alphabet (la controllante di Google), si capisce il perché le norme sulla privacy europea possano impensierire più di una multinazionale. È questa la ragione, oltre naturalmente all’intenzione di “bannare” dalla Rete quelle applicazioni smaccatamente pirata, per la quale a ondate regolari le grandi piattaforme annunciano “purghe” tra le App presenti nel proprio bouquet o, comunque presenti in Rete. Il futuro delle App appare comunque sempre più legato all’utilizzo massivo degli algoritmi, legati a loro volta all’intelligenza artificiale: come questa automazione possa collegarsi ai tradizionali mezzi analogici che il giurista ancora adotta per riscontrare le violazioni e portarle in giudizio (se un giudizio ci sarà ancora nel mondo della robotica e della blockchain), resta per il momento un problema insoluto.

 

Il grande business

La chiamano app economy e, a quanto pare, è in crescita da almeno un decennio: parliamo del mercato delle applicazioni mobile, quei servizi che installiamo sul telefono e che ormai utilizziamo per qualsiasi cosa (o anche per cose inutili, come raccontato dal catalogo nella pagina accanto). Misurarne la portata non è difficile, i punti di riferimento sono i due principali “store” (negozi) da cui si scaricano: Play Store, che appartiene a Google e riguarda i sistemi operativi Android, e App Store, che è di Apple e riguarda i sistemi operativi iOs. Gli ultimi dati sono stati forniti da Sensor Tower, un’azienda leader nel settore della realizzazione e della progettazione di app, e poi ripresi da App Annie.

Nella primametà del 2018, la spesa complessiva sui due store è arrivata a 34,4 miliardi di dollari. È una crescita del 27,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando si erano raggiunti i 26,9 miliardi. Si sono registrate 51 miliardi di prime installazioni, aumentate dell’11,3 per cento rispetto ai 45,8 miliardi dell’anno scorso. Di questi, 36 miliardi sono su Android, 15 miliardi su sistemi Apple. Insomma, il negozio di Google sembra stravincere con il 160 per cento di download in più eppure, a guardare gli introiti, Apple risulta decisamente la piattaforma su cui si spendono molti più soldi: 22 miliardi di dollari rispetto agli 11 di Google Store. Il che spiega come mai, nonostante integri con le inserzioni, Google continui a sostenere (soprattutto in Europa) che Apple sia un loro diretto competitor in ogni ambito.

Lo stesso trend è stato confermato, la settimana scorsa, durante un seminario dell’Accademia italiana del Codice di Internet (Iaic) “L’App economy in Europa tra concorrenza e innovazione”: gli utenti installano in media 90 app e le usano mediamente per due ore al giorno. “L’economia delle applicazioni ha fatto registrare un’impennata nell’ultimo decennio – si legge nel paper presentato durante il seminario (Martina Provenzano e Cecilia Sertoli) – da sole 5mila applicazioni immesse nel mercato nel 2008 a più di due milioni registrate nel primo trimestre del 2018”. Tradotto economicamente, si è passati a 143 miliardi di dollari a fronte di 1,2 miliardi nel 2008. “Un’ascesa irrefrenabile, stimata in 1,3 mila miliardi di dollari per i prossimi anni, in cui sia il numero delle nuove applicazioni immesse nel mercato sia il numero dei nuovi fruitori aumenteranno proporzionalmente”. Ovviamente si tratta di un mercato strettamente legato a quello degli smartphone e dei dispositivi (sono molto poche le applicazioni per desktop che hanno preso piede) e che, secondo molti studi, negli ultimi anni ha lasciato indietro il settore del gaming (i giochi) per favorire l’utilità, i video, la musica, l’educazione e la produttività. Nota negativa: secondo le proiezioni di App Annie, le sessioni di utilizzo da parte degli utenti nel 2018 (ovvero il tempo trascorso sulle applicazioni) aumenteranno solo del 6%. Si tratta di un rallentamento rispetto alla crescita dell’11% registrata negli anni precedenti che però non prospetta scenari apocalittici.

Per capire quanto costa realizzare invece una app in modo professionale si possono spulciare siti e piattaforme dedicate: la spagnola Yeeply è la più trasparente. Pur omettendo il nome dei committenti, riporta un listino dettagliato e legato ai progetti. Per la realizzazione di una “app con catalogo di un’azienda di distribuzione per permettere ordini e acquisti” ha impiegato 12 settimane di lavoro e chiesto circa 15mila euro; 25mila euro e 20 settimane di lavoro per una app che permette di scannerizzare coupon e distribuire premi; 28 mila euro e 36 settimane di lavoro per una app per “il mercato freelance del mondo dell’estetica”, in pratica per assoldare online un professionista e farlo venire a casa. La cifra minima sborsata per la creazione di questi sistemi è 5.800 euro per una “app tipo social network” che permetteva a un personaggio famoso di condividere con i suoi fan la propria posizione.

A ognuno la sua app. Dalle più note alle più strane

Se la natura ha creato i bisogni, l’uomo per soddisfarli ha creato le applicazioni. Un universo di milioni di soluzioni che si stima valga circa 143 miliardi di dollari e che si insinua in ogni aspetto dell’esistenza: Whatsapp e Messenger per la comunicazione, l’home banking per i pagamenti, i programmi per l’esercizio fisico e le app mediche per il monitoraggio dello stato di salute. C’è una app per ognuno e per ogni necessità.

Over the top. In occasione del decennale dell’App Store, il negozio virtuale della Apple, la società di analisi App Annie ha pubblicato i nomi delle app più scaricate di sempre. Al primo posto, il social network Facebook, seguito dal suo programma di messaggistica Messenger. Poi, la piattaforma di video Youtube, quella di foto Instagram e il servizio di messaggistica Whatsapp (gli ultimi due appartengono sempre a Facebook). Anche se domina la galassia delle applicazioni che permettono di comunicare, si può riservare comunque un occhio di riguardo a “Tik Tok”. Lanciata nel 2016, è una piattaforma cinese su cui condividere video musicali ed è già la terza app più scaricata del 2018.

Fuori dal podio. Un passo oltre le applicazioni più famose e diffuse c’è un esercito di servizi per semplificare la vita. Come “Monster”, che permette di trovare il lavoro adatto alle proprie capacità confrontando i dati immessi dal candidato – come titolo di studio e interessi – con le offerte e tramite un semplice algoritmo. Il candidato può decidere se accettare o meno semplicemente scorrendo a destra (per dire sì) o a sinistra (per dire “no”). C’è poi “Epocrates”, usata dai medici per conoscere velocemente le proprietà dei farmaci e calcolare gli indici del paziente come quello di massa corporea. Stesso discorso per gli avvocati: “Vicarius”, ad esempio, è stata lanciata pochi giorni fa per mettere in contatto gli avvocati degli studi medio-piccoli. L’obiettivo? Trovare facilmente sostituti per le udienze.

Amore. Se invece siete single e felici, ma la vostra famiglia non lo capisce e continua a chiedervi notizie di un luilei, potete inventare con “Virtual Boyfriend”. Quest’app genera automaticamente messaggi dal vostro ragazzo (o della ragazza) virtuale così che mamma possa stare tranquilla. Per chi invece fosse vecchio stampo e volesse trovarne uno in carne e ossa, c’è pur sempre il caro vecchio Tinder che permette a persone single di approvarsi reciprocamente e di incontrarsi. E che è al primo posto tra le app di incontri più scaricate.

Chi invece ha troppe relazioni e non sa come gestirle può ricorrere a “Girlfriends manager”, una app che aiuta a tenere sotto controllo in parallelo le informazioni di tutte (come anniversari e compleanni) per non scontentare nessuna. O nessuno.

Intestino. Al cuor non si comanda, ma non solo. “Bowel mover”, ad esempio, traccia i movimenti intestinali ed è utile per le persone che soffrono di disturbi di digestione. Poo log (o Poop log per Android) fa di più: permette di condividere ‘la dinamica fisiologica’ e gli eventuali progressi su Facebook e Twitter. Sempre per la serie “mamma stai serena”.

Utilità. In questa sfera, rientra Carrr Matey, che permette di ritrovare la propria auto quando ci si dimentica dove è stata parcheggiata. La posizione compare su una mappa e l’auto viene mostrata come fosse un galeone ancorato a un porto. Per chi invece volesse guadagnare senza affaticarsi troppo, c’è “Be my eye” che consente di portare a termine missioni per conto terzi come compilare questionari o controllare se un articolo sia esposto in un negozio. La difficoltà delle ‘missioni’ aumenta gradualmente, ma ci si può sempre rifiutare. La app è stata già scaricata più di 500mila volte.

Salute. Ognuno conosce almeno un amico fenomeno che una volta tornato da una corsetta millanta maratone di chilometri infiniti. Per sbugiardarli o, perché no, confermare i loro proclami ecco “FitBit” app che raccoglie i dati sul numero di passi effettuati, la distanza percorsa, le calorie bruciate e la velocità raggiunta durante l’allenamento. Così la verità verrà a galla. L’app inoltre aiuta a tenere sotto controllo lo stato fisico con specifiche funzioni.

Fantasmi.Infine, per chi fosse stanco delle solite sedute spiritiche inconcludenti, c’è “Ghost detector” app che mostra i fantasmi nelle vicinanze e aiuta a connettersi con loro. Certo, alcune recensioni la criticano perché pare che, attivata in un cimitero, non abbia mostrato neanche un fantasma. Magari gli spettri erano andati al mare. In auto. Ritrovata ovviamente grazie a Carrr Matey.

Quando l’icona sullo smartphone salva la vita

Ognuno ha una applicazione “salvavita”. Per alcuni, si tratta dell’home banking che fa risparmiare ore di fila in banca per bonifici e versamenti, per altri si tratta del poter avere a disposizione sullo smartphone la propria musica preferita in qualunque situazione, per altri è Uber, Amazon o Whatsapp.

Per Amanda Southworth, una 16enne americana che ha sofferto di disturbi dell’alimentazione, attacchi di panico e istinti suicidi, la app salvavita non c’era. Così l’ha inventata aiutando se stessa e gli altri: è entrata a far parte della squadra di robotica della sua scuola e ha canalizzato energie ed emozioni nella programmazione.

“Quando sono arrivata al campus – ha detto in una intervista – ho capito che avrei dovuto usare queste abilità e volevo cambiare la persona che ero. Ho deciso che volevo aiutare le persone”. E così ha creato AnxietyHelper, che prevede giochi ed esercizi per aiutare le persone durante gli attacchi di panico e utilizza i servizi di localizzazione per rintracciare risorse salvavita nelle vicinanze. Ci sono anche istruzioni e consigli per aiutare genitori e amici a gestire i momenti di difficoltà. Ha poi fondato la piattaforma Astralab, per raccogliere progetti digitali con una utilità sociale e non profit. Come Verena, una app per aiutare le vittime di abusi nella comunità Lgbt. E provare a salvare altre vite.

“Ortega si sconfigge con l’arma dei social”

Il nome, Armando, è di fantasia. “Per favore non usare quello vero, quelli lì controllano tutto”. Armando è uno studente del Nicaragua attualmente in Italia e quando parla di “quelli lì” si riferisce agli uomini di Daniel Ortega, il capo di tutto (governo e Stato) che con l’uso sistematico della violenza sta reprimendo nel sangue le proteste a Managua e nelle altre principali città.

“Oggi (ieri, ndr) nel mio Paese sarebbe un giorno di festa nazionale perché vogliono celebrare il 19 luglio anniversario della rivoluzione sandinista. Ma che cosa c’è da festeggiare? La maggior parte dei cittadini, sandinisti compresi, non si riconoscono nel governo di Daniel Ortega e di sua moglie Rosaria Murillo, vicepresidente. C’è chi si definisce ‘sandinista’ ma non ‘danielista’. Hanno vinto le elezioni del 2016 ma c’è stata bassissima partecipazione al voto”. Da tre mesi è scoppiata la rivolta. Perché? “La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la riforma delle pensioni (poi annullata), molti anziani sarebbero stati costretti a pagare il 5% del poco denaro che ricevono”. Però sono gli universitari ad animare la protesta… “Molti dei giovani dipendono in forma diretta o indiretta dall’aiuto dei nonni e poi il nica si caratterizza da sempre per la cura e il rispetto verso gli anziani”.

Per le organizzazioni umanitarie internazionali è un massacro: 360 morti, 60 scomparsi e 2000 feriti. “A me risultano cifre ancora più alte. La verità viene nascosta, i canali ufficiali raccontano solo un sacco di bugie: che chi partecipa alle manifestazioni è solo un terrorista; che quelli che protestano vogliono fare un colpo di Stato… Gli unici delitti commessi dal popolo sono quello di non essere d’accordo con un dittatore che fa ciò che vuole e che ordina all’esercito di sparare e uccidere coloro di cui invece dovrebbe prendersi cura e quello di alzare la bandiera blu e bianca, i colori nazionali, e non quella rossa e nera del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale”.

Atrocità registrate (il telefonino come macchina da presa è il simbolo di questa controrivoluzione) e messe in Rete dai ragazzi che sfruttano i social per denunciare al mondo i crimini di Ortega. “Hanno dato fuoco ai componenti di una famiglia, tra questi un bambino e una bambina di pochi anni, solo perché non hanno dato il consenso a far sistemare dei cecchini sul tetto e perché avrebbero pubblicato un video dove si vedeva l’attacco dell’esercito contro gli universitari. A raccontare questo episodio è stata una donna scampata all’incendio”.

Armando fa fatica a parlare, anche a migliaia di chilometri di distanza la sofferenza è viva. “So che anche la polizia conta i propri morti. Però anche in questo caso bisogna stare attenti alla fonte delle notizie. Una madre di un poliziotto ha rivelato che il figlio è stato ucciso proprio il giorno dopo che le aveva confidato che non se la sentiva più di fare un mestiere che lo obbligava a eseguire ordini disumani. Eppure la vicepresidente Murillo parla di ‘Dio, cristianesimo, amore, pace e riconciliazione’ e intanto ordina repressione contro la Chiesa cattolica, aggressioni a vescovi e sacerdoti e profanazioni delle chiese”.

Secondo le ultime notizie molti nicaraguensi fuggono verso la Costa Rica. “Le prove di dialogo non possono avere successo quando sono gli stessi uomini al potere a non rispettare la tregua. Non ci sono alternative: o vai all’estero o continui a lottare contro chi spara ad altezza uomo. Sulle barricate si ripete questa frase: “Ci hanno chiamato ‘piccoli’, ‘vandali’, ‘golpisti’ e ‘terroristi’. Ci chiamino come vogliono ma non ci chiameranno mai ‘orteguisti’”.

Altro che Russia, il nemico di Trump è il Montenegro

Il piccolo Montenegro è il paradigma di tutte le idiosincrasie del presidente Trump per le alleanze e le organizzazioni multilaterali. Ora diventa termine di riferimento dell’aggressività internazionale: un Paese di meno di 14 mila kmq, come il Trentino Alto Adige, con una popolazione di neppure 700 mila persone, come Firenze, ma “molto aggressivo”, potrebbe accendere la scintilla della Terza guerra mondiale. Farneticazioni da Circolo dei Guerrafondai? No, dichiarazioni del leader dell’Occidente.

Trump sembra avere un rapporto particolarmente complicato con il Montenegro.

L’anno scorso, all’esordio nella Nato, diede una spallata al premier Dusko Markovic, che si frapponeva, involontariamente, tra lui e la prima fila della foto ricordo – ci furono risate e sguardi imbarazzati, mentre i leader alleati prendevano le misure del bullismo del magnate –. E, adesso, dopo un Vertice a Bruxelles segnato da minacce di abbandono dell’Alleanza e da plateali critiche ai partner europei, la Repubblica balcanica diventa un pretesto per mettere in dubbio l’articolo 5 dell’Alleanza atlantica, nella serie sempreverde “perché morire per Podgorica?”.

Un’intervista alla Fox ha alimentato ulteriori dubbi sull’atteggiamento verso la Nato di Trump: Tucker Carlson gli ha chiesto se condivida l’articolo 5, sulla mutua difesa tra Paesi dell’Alleanza atlantica. In caso d’attacco al Montenegro, dice il giornalista, “mio figlio dovrebbe andare a difendere il Montenegro?”. E Trump risponde: “Capisco che cosa stai dicendo, mi pongo la stessa domanda”: rissosi come sono, “potrebbero diventare aggressivi e, complimenti!, siamo alla Terza guerra mondiale”.

Ora, a parte il fatto che, in quasi settant’anni di storia della Nato, l’articolo 5 è stato fortunatamente invocato una sola volta e dagli Stati Uniti, dopo l’attacco terroristico all’America dell’11 settembre 2001, l’Alleanza si basa proprio sul principio che un attacco a un membro è un attacco a tutti e fa scattare la difesa collettiva.

Questa vicenda ha elementi surreali. Il Montenegro è uno degli staterelli balcanici la cui nascita, nella dissoluzione della ex Jugoslavia, è stata favorita dagli Stati Uniti e dai loro alleati in funzione anti-serba e, quindi, anti-russa. La firma dell’adesione del Montenegro alla Nato, appena ratificata dal Senato di Washington, è stato uno dei primi atti di politica internazionale di Trump presidente: nell’aprile 2017, la Casa Bianca la salutò come un “segnale verso gli altri aspiranti membri Nato che la porta della comunità euro-atlantica resta aperta e che i Paesi dei Balcani occidentali sono liberi di scegliere il proprio futuro e selezionare i propri partner senza interferenze o intimidazioni esterne”. Infine, Trump mette in dubbio l’articolo 5 e il ruolo dei piccoli Paesi alleati una settimana dopo avere dato via libera ai negoziati per l’ingresso nell’Alleanza della Macedonia (del Nord).

Le frasi di Trump suscitano sdegno in Montenegro: leader di partiti di governo e d’opposizione ne contestano il fondamento e parlano di “dichiarazioni stupide”. Ma l’effetto è negativo in tutta l’Europa orientale, dove Paesi usciti dal blocco sovietico che s’affidano all’ombrello protettivo americano vedono incrinarsi le loro certezze.

Negli Stati Uniti, invece, complice il fatto che quasi nessuno sa dove sia il Montenegro, le ironie restano in sordina rispetto alle critiche al presidente dopo il Vertice di Helsinki con Putin e sull’atteggiamento verso le interferenze russe nelle elezioni presidenziali Usa 2016.

Contraddizioni, retromarce e zigzag di Trump a parte, emerge con evidenza la mancanza di fiducia tra il presidente e l’intelligence statunitense, il cui operato è costantemente messo in discussione e i cui rapporti sono ignorati o contestati. Su un fronte, Trump tira dritto: mettere zizzania fra partner e alleati.

Caso Skripal, James Bond diventa Clouseau: “Sono stati i russi, anzi no”

C’è un giallo nel giallo, in questa vicenda piena di “probabili certezze” e tante incongruenze: una controversa fuga di notizie su una svolta determinante nelle indagini sull’avvelenamento da gas nervino degli Skripal, l’ex colonnello dell’esercito russo diventato informatore dei servizi britannici, e la figlia Yulia, trovati boccheggianti lo scorso 4 marzo su una panchina di un centro commerciale di Salisbury.

La Press Association britannica, citando una fonte anonima vicina all’inchiesta, scrive che “gli investigatori ritengono di aver identificato i presunti responsabili dell’attacco al novichok grazie all’analisi delle immagini delle telecamere a circuito chiuso, poi incrociate con le informazioni sulle persone entrate nel Paese in quel periodo. Sono certi che i sospettati siano russi”. Un commando di 4/6 persone (fra cui una donna), di cui due avrebbero gestito il veleno, e le altre offerto appoggio logistico.

La CNN, sempre citando una fonte ben informata, offre una ricostruzione complementare: i presunti attentatori sarebbero una coppia, due “facce nuove” non note ai servizi britannici, e sarebbero stati identificati su un volo commerciale in partenza dal Regno Unito dopo l’attacco – quindi non in entrata – su cui avrebbero viaggiato sotto falsa identità. Non è confermato siano russi, ma l’avvenuta partenza sarebbe stata comunicata in codice a Mosca e intercettata da una base britannica a Cipro.

È la conferma tanto attesa della responsabilità dei vertici della Federazione Russa nel tentato omicidio, data per certa da Londra ma sempre vigorosamente negata da Mosca? Non ancora. Scotland Yard evita commenti mentre il sottosegretario alla Sicurezza Ben Wallace, che gestisce dossier di antiterrorismo e programmi di difesa chimica e batteriologica, smentisce con un tweet molto esplicito: “Questa storia appartiene alle categorie disinformazione e pura congettura”. L’ambasciatore russo a Londra, Alexander Yakovenko, veterano di mille scontri diplomatici, ha dichiarato a Euronews: “È solo l’ennesima versione della stampa inglese. Come sempre, attendo conferme ufficiali da Scotland Yard o dal Foreign Office”.

Intanto l’inchiesta per l’omicidio di Dawn Sturgess, la 44enne inglese finora unica vittima del novichok, è stata aggiornata a gennaio. Secondo le informazioni disponibili, Dawn e il compagno Charles Rowley sarebbero stati contaminati dal gas nervino maneggiando un “contenitore” – forse un flacone di profumo – poi ritrovato a casa di Rowley ad Amesbury. Alla donna sarebbe stato fatale averlo spruzzato sulla pelle, mentre il compagno è ancora ricoverato in condizioni gravi.

Benalla, il braccio violento della legge che inguaia Manu

Il bel sogno dei Mondiali è durato poco per Emmanuel Macron. E non solo perché dalla vittoria dei Bleus il presidente non ha guadagnato neanche un punto di popolarità, ma perché un nuovo scandalo scuote l’Eliseo. E questa volta non riguarda spese poco giustificate come la piscina di Bregançon.

La questione è grave. Si tratta di uno stretto collaboratore di Macron, Alexandre Benalla, ex responsabile della sicurezza per la campagna dell’allora candidato di En Marche!, poi promosso consigliere del vicecapo di gabinetto all’Eliseo. L’uomo compare in un video diffuso da Le Monde online, con casco a visiera e fascia al braccio da poliziotto, mentre picchia un manifestante durante il corteo parigino del primo maggio, in place de la Contrescarpe. L’uomo, riconoscibile nonostante il casco, trascina un giovane per terra, afferrandolo per il collo e colpendolo più volte. Un comportamento violento che, ha fatto notare il sindacato di poliziotti Alliance, costerebbe a chiunque di loro l’apertura immediata di un’inchiesta e la sospensione a lungo termine dal servizio. Invece Benalla è stato sospeso solo per 15 giorni.

Le violenze erano rimaste segrete fino a un paio di giorni fa, quando il video è cominciato a circolare sui social. Lo scandalo è scoppiato ora anche perché Benalla è stato riconosciuto nelle immagini della festa sugli Champs Elysées per il rientro dei Bleus dalla Russia, lunedì. Era all’aeroporto di Roissy per accogliere i giocatori e sul pullman con loro nel percorso verso l’Eliseo.

Per i poliziotti la giustizia funziona “a due velocità”. Solo dopo le rivelazioni di Le Monde, la Procura ha aperto un’inchiesta, due mesi e mezzo dopo i fatti, per “violenza commessa da persona incaricata di una missione di servizio pubblico” e per “usurpazione delle funzioni”. Il ministro dell’Interno, Gérard Collomb, si è deciso a far intervenire l’Ispezione generale della polizia e la ministra della Giustizia, Nicole Belloubet, a condannare i “gesti inaccettabili” del collaboratore del presidente. Che ci sia stata violenza non ci sono dubbi. Le immagini parlano da sé. Un testimone, Jérémie Ferrer-Bartomeu, docente all’Università di Nanterre, che dice di aver assistito alla scena, parla a sua volta di “un dilettantismo pericoloso. Neanche gli agenti presenti capivano cosa quell’uomo stesse facendo”.

Benalla avrebbe afferrato per i capelli anche una ragazza. I due giovani “non gridavano e non erano incappucciati”. Tante questioni restano in sospeso e così le responsabilità. Il portavoce dell’Eliseo, Bruno Roger Petit, ha spiegato che Benalla era stato autorizzato ad affiancare le forze di polizia quel giorno come “osservatore”, ma non a intervenire. Era dunque lì con il permesso del capo di gabinetto dell’Eliseo, Patrick Strzoda, ma “ha oltrepassato i limiti consentiti”. Il presidente è stato messo al corrente dei fatti. Ne è seguita la breve sospensione, col taglio dello stipendio, “la più dura sanzione nei confronti di un collaboratore dell’Eliseo”. Benalla sarebbe stato poi retrocesso all’organizzazione di eventi dell’Eliseo e a sole mansioni amministrative (anche se il suo ruolo attivo nella festa per i Bleus sembra contraddirlo). Circolano su di lui informazioni poco gratificanti. Nel 2011 è stato guardia del corpo della socialista Martine Aubry e nel 2012 di François Hollande. Poi, l’ex ministro Arnauld Montebourg lo ha licenziato dal suo staff dopo soli 10 giorni per “essere fuggito” dopo aver provocato un incidente d’auto.

Mentre si occupava della campagna di Macron, nel 2017, Benalla avrebbe scandalizzato i superiori per aver proposto un assurdo sistema di “botole” per proteggere Macron durante un meeting in caso di attacco armato. I politici, a destra e a sinistra, condannano e chiedono spiegazioni pubbliche al presidente. A Périgueux ieri per presentare il nuovo francobollo con la Marianne, Macron non è sfuggito alle domande della gente sugli ultimi scandali e persino a quella di un bimbo che gli ha chiesto se si fida ancora della sua guardia del corpo. Insomma, gli esperti avevano ragione quando sostenevano che l’effetto Mondiali non sarebbe stato così scontato per Macron e che il caso di Jacques Chirac, schizzato nei sondaggi dopo la vittoria dei Bleus nel 1998, era stato più unico che raro. Per il primo studio post mondiali di Odoxa, il 61% dei francesi ritiene che Macron non è un buon presidente. Due punti in meno rispetto all’ultimo sondaggio del prima Mondiali.

In serata il presidente ha rotto il silenzio: “La République è inalterabile”.