Il grande equivoco degli “errori di comunicazione”

Qualche sera fa a In Onda, lo scrittore Gianrico Carofiglio ha affettuosamente tirato le orecchie a Maurizio Martina – non più segretario reggente, ma probabilmente pro tempore – per gli imperdonabili errori di comunicazione compiuti dal precedente governo. Voi obietterete: perché occuparsi di un partito che conta come il due di coppe quando briscola è denari? La risposta è facile: perché il Pd è la più importante forza di opposizione (Forza Italia è in liquidazione fallimentare, gli altri hanno numeri pressoché irrilevanti) e nel nostro sistema più l’opposizione è forte, più la democrazia è sana. Per questo, con il cuore spesso sanguinante, continuiamo a seguire le vicende di quel che resta del Pd. Disgraziatamente c’è poco da osservare: il partito sta affogando in una guerra civile la cui cifra è data dalla qualità della classe dirigente che non necessita di aggettivi ulteriori, qualificandosi ampiamente da sé. Tutto ciò premesso, veniamo ai famosi “errori di comunicazione”, che ritornano con inquietante frequenza nel discorso pubblico. E subito chiariamo la nostra posizione: trattasi di scusa, scorciatoia, sciocchezza a seconda del grado di sincerità con cui si decide di esprimersi.

Dall’avvento di Berlusconi – che ha impartito lectio magistralis per lustri a reti pressoché unificate – la comunicazione è stato un aspetto curato con ossessione da praticamente tutti i leader (con qualche eccezione in cui forse contava l’attitudine scarsamente telegenica). E certo non si può dire che l’ultimo premier del Pd non abbia dedicato attenzione a come (e a quanto!) la sua immagine veniva diffusa. Per lunghi periodi è stata un’invasione a base di interviste, dirette Facebook, foto d’interno con Playstation, più spesso monologhi accompagnati da slide e disegnini. Se B. trattava gli elettori come ragazzini di undici anni, Renzi ha abbassato l’età a sei, con un discorso che per anni ha avuto come vetta lo slogan della metafora ornitologica: alla Leopolda giravano le magliette con il divieto d’accesso ai gufi, durante la conferenza stampa di fine anno del 2015 le slide erano divise in due, sopra le infauste previsioni accompagnate da un disegnino del rapace notturno, sotto la “verità” di governo. Il presidente del Consiglio aveva spiegato la “Buona scuola” con una striscia di Charlie Brown e le abituali slide: “Mai più classi pollaio”, accanto una gallina stilizzata (è vero). Il sito italiasicura.governo.it era, ai tempi, interamente illustrato da rassicuranti disegni di casette, scuole, bambini sullo scuolabus, nuvolette e cieli blu: l’immaginario di un bambino di sei anni.

La tesi pare sia però che le buone cose fatte non sono state capite: “Il problema è avere una classe dirigente che ha fatto più cose buone che cattive, ma non è stata capace di far cogliere quelle buone, perché è stata travolta da una micidiale e spietata propaganda populista, nel senso peggiore del termine, che ha fatto vedere solo gli errori del Pd. Ci sono grandi masse di cittadini che, per le più varie ragioni, non sono state raggiunte da un convincente messaggio politico e alle quali bisogna parlare dicendo con efficacia la verità”, ha detto Carofiglio.

Noi pensiamo invece che il popolo abbia capito benissimo e deciso di conseguenza (cfr. la madre di tutte le cazzate, il referendum costitituzionale). C’è però un aspetto più importante: finché alla classe dirigente verrà fornito l’alibi degli errori di comunicazione, continueranno a vivere di espedienti. E il populismo che si vorrebbe arginare avrà terreno sempre più fertile.

Assia montanino e i cliché da medioevo

Nel Paese in cui la stampa e i talk show si stracciano le vesti per i giovani senza occupazione o precari, accade che una 26enne che viene assunta per un lavoro vero e proprio sia vittima degli attacchi di un quotidiano, diventati virali, proprio in virtù del suo essere giovane (e donna). Lo ha fatto Il Giornale, criticando Assia Montanino – chiamata da Di Maio a ricoprire il doppio ruolo di segretaria particolare del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico con un compenso di 72.398.000 euro – perché di lei non ci sarebbe traccia negli archivi della Pubblica amministrazione e perché nel suo curriculum non figurerebbero, laurea in Economia a parte, “ruoli apicali”.

Ora, come ha chiarito ilfattoquotidiano.it, difficilmente Assia Montanino sarebbe potuta figurare nella PA, visto che il capo della segreteria e il segretario particolare del ministro, dice il regolamento, “sono scelti tra persone anche estranee alla Pubblica amministrazione sulla base di un rapporto fiduciario”. Inoltre sarebbe ben arduo aver ricoperto ruoli di alta responsabilità a soli 26 anni, età alla quale i suoi detrattori probabilmente non avevano neanche la laurea. Eppure niente: Assia Montanino, scelta da Di Maio proprio perché conosciuta e quindi persona fidata, diventa subito l’espressione della casta, del clientelismo, della promozione e raccomandazione di parenti e amici. Ma non basta: sempre il Giornale si è cimentato in una comparazione tra il suo stipendio e una serie di mestieri con paghe inferiori: il chirurgo a 38.000 euro l’anno, la segretaria di direzione in un’azienda a 18.000 euro, un avvocato a 10.000 euro l’anno. Insomma, il fatto che in Italia il lavoro venga sfruttati diventa un’accusa contro chi invece lo non è. Quasi fosse stato meglio che Di Maio avesse assunto una segretaria a 5000 euro l’anno, magari in nero. Il motivo di tale avversione è soprattutto uno: nel nostro paese sembra ancora scandaloso che una donna, per di più giovane, possa guadagnare 70.000 euro l’anno (infatti non accade quasi mai), tanto che il suo predecessore, segretario del ministro Calenda, veniva addirittura elogiato, anche se percepiva lo stesso identico compenso, senza che nessuno avesse da obiettare e senza che nessuno lo chiamasse con disprezzo “compaesano”. Ma la critica peggiore, anche se implicita, è quella di Assia Montanino “amica”, “amichetta” secondo Libero: insomma l’altro stanco e becero stereotipo, purtroppo diffuso pure tra le donne, della donna assunta grazie ad una relazione sessuale. Se sei giovane e carina e hai un ruolo di peso allora sei passata attraverso uno o più letti, illazione che nessun uomo deve sopportare. La reazione Di Maio a tutto questo è stata giusta – parlare di “schifo” e “stampa spazzatura” era quasi il minimo – ma è apparsa eccessivamente sulla difensiva quando il vicepremier si è spinto a dire che Assia Montanini è la figlia di un commerciante che ha denunciato i suoi usurai: effettivamente, non sarebbe cambiata una virgola se fosse stata figlia di nessuno, o di un commerciante normale.

Si è difesa invece benissimo l’interessata, che ha risposto in maniera spiazzante dicendo che, avendo un doppio ruolo, avrebbe diritto a due stipendi e che la cifra che prende copre un impegno di sette giorni su sette senza limiti di orario e con responsabilità importanti. E poi ha aggiunto: “È triste notare come un giovane in Italia debba costantemente difendersi dalle accuse di incompetenza, solo per un fattore legato all’età anagrafica. Come donna osservo anche che in questi articoli e nelle foto private che sono state pubblicate, c’è un sessismo nemmeno troppo velato, e mi chiedo: se il Capo segreteria fosse stato un uomo cosa sarebbe successo? Purtroppo certi media contribuiscono non solo a diffondere falsa informazione, ma anche a inchiodare l’Italia a un medioevo culturale”. Chapeau.

Il bene e il male del M5S In 14 punti

Come stanno i 5 Stelle? Domanda lecita e financo inusuale, perché quasi tutti parlano di Salvini e quasi tutti danno del M5S una valutazione acritica: o sono bravi a prescindere, o sono il peggio che potesse capitare al Pianeta Terra. La realtà è forse un po’ diversa.

Bene. La lotta a ludopatia e “azzardopatia” è altamente meritoria. Ed è una vergogna che la “sinistra” era al governo e non abbia fatto nulla fatto in merito. In un Paese normale, gli spot sul gioco d’azzardo andrebbero vietati. E chi li interpreta, per decenza, dovrebbe tra un autografo e l’altro trovare il tempo di sputarsi in faccia da solo.

Male. Salvini sta sistematicamente rubando la scena ai “colleghi di contratto” (se li chiamate “alleati” si incazzano). Se si parla quasi sempre e solo di Salvini, è per una serie di motivi: perché a molti giornalisti conviene, così passa il messaggio che “Lega uguale nazismo quindi Di Maio è per osmosi Mengele”; è perché Salvini è bravo ad attirare su di sé la scena (non gli converrà per sempre). Ma è anche perché, non di rado, i 5 Stelle son soliti inabissarsi quando c’è tormenta. Così passando per fiancheggiatori.

Bene. È però anche vero che, ora con Fico e ora con Di Maio, ora con Bonafede e ora con Conte, i 5 Stelle hanno più volte tamponato alcune delle (tante) sboronate leghiste. Dovranno continuare a farlo.

Male. La Lega è più esperta e ha due forni: mal che vada, può sempre passare alla cassa e fare poi un nuovo esecutivo con le spoglie mortali del berlusconismo e con i mai nati appieno Fratelli d’Italia. I 5 Stelle, al contrario, non hanno un piano B. Se non quello della decenza: è auspicabile che, qualora divenga indigeribile stare accanto a Fontana e Calderoli, sappiano rinunciare alle poltrone. Preferendo un’onesta opposizione a un triste governare.

Bene. Il decreto Dignità. È perfettibile e ha un odioso nome paraculo come “Buona scuola”, ma “va nella direzione giusta” (l’han detto Landini e Cofferati, non proprio grillini). Quando poi un decreto fa invelenire Confindustria, Pd e Forza Italia (perdonate la ripetizione), non è quasi mai un cattivo segnale.

Male. La Lega si è presa i ministeri per cui spesso non servono soldi: le famose riforme a impatto zero. Al contrario, dal reddito di cittadinanza all’Ilva, il dicastero di Di Maio è una coltivazione bulimica di cetrioli. Auguri.

Bene. Giuseppe Conte: tratteggiato da quasi tutti come un mezzo imbecille, l’uomo si sta rivelando una sorta di Gentiloni meno triste. Nulla di trascendentale, ma non è facile avere ai lati Salvini e Di Maio e sopra Mattarella. Lui, la sufficienza, se la sta guadagnando. E qualche piccolo risultato in Europa lo sta conseguendo (E poi il suo scrittore preferito è Saramago: non c’entra, ma c’entra).

Male. Evocare “il complotto della manina” ha fatto mediamente ridere le palle a tutti. Sgradevoli anche i toni da epurazione e “bonifiche ambientali” (sic) per chi non è allineato. Conte ha categoricamente smentito: speriamo.

Bene? Il dicastero chiave, per molti elettori 5 Stelle, è quello della Giustizia. La “vicenda migranti”, sistematicamente evocata dagli stessi che avevano il poster in camera di Minniti, sposta molto meno di un’eventuale abiura di battaglie fondanti come Daspo ai corrotti, lotta alla prescrizione e conflitto di interessi. Lì, soprattutto lì, si valuteranno i 5 Stelle.

Male. Lì e sul reddito di cittadinanza. E qui, per ora, si promette molto ma si vede poco.

Bene? Di ambiente non si parla molto. Eppure è un’altra battaglia decisiva per i 5 Stelle. Certo: bisogna mediare con la Lega, a cui interessa poco. Ma agli elettori 5 Stelle sì. E qui il contratto è assai stitico, come pure sulla tutela degli animali. Non sarebbe male una bella legge contro l’abbandono degli animali. Ti liberi di un cane? Dieci anni di galera, con Povia in filodiffusione nella cella. Agile.

Male? La classe dirigente continua ad alternare nomi buoni a figure raggelanti (Sibilia sottosegretario? Ahahahah). La storiella dell’azzerare le pendenze col fisco “senza colpe” pare un condono. Su Rai e nomine tira aria di lottizzazione. E la cosiddetta abolizione (solo per gli ex deputati) dei vitalizi è una vittoria di Pirro: è coerente e ci sta, ma i cortei si fanno per altro.

Bene. Vedere renziani, sgarboidi e derivati così devastati è meraviglioso. Daje.

Male. Per ora nessun crollo di consensi, checché ne dica la Radio Cassandra dei Giornaloni Affranti, ma la disillusione dei De Masi, Montanari, Marescotti e Mannoia dice che il consenso a sinistra sta franando. Un problema, per una forza post-ideologica che ha attecchito anzitutto tra i delusi di sinistra. Se ti odiano i Raimo e Boldrini brindi, se ti bastona ad alzo zero Gino Strada il problema c’è. Anche per questo, al più presto, il M5S dovrà dare segno di sé.

Mail box

 

Usa e Russia sono tutto meno che acerrime nemiche

Al contrario di quel che pensa la maggioranza dei media della stampa e della Tv in generale, è proprio l’intesa tra Putin e Trump, emersa dall’ultimo incontro, che conferma e non smentisce che fra i due presidenti dei due Paesi più forti del pianeta ci sia stato sempre un rapporto privilegiato di amicizia e una convergenza di interessi, che hanno dato vita probabilmente al Russiagate. In altri termini, mentre è probabile che Putin abbia aiutato Trump a vincere le elezioni presidenziali in America, è solo, invece, uno specchietto per gli allocchi la guerra dei dazi scatenata da Trump segnatamente contro la Russia. Secondo Trump dovremmo tutti pensare che proprio a causa della dichiarazione della guerra dei dazi alla Russia, con la politica protezionistica dei prodotti Usa contro quelli russi, non sia mai esistita, evidentemente una intesa precedente e, quindi, sono pure illazioni quelle avanzate sul Russiagate.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

È necessario mettere in moto un nuova sinistra italiana

Ci vorrebbe una sinistra capace di neutralizzare il nulla che ci sta assediando, ma da dove cominciare? Gli argomenti sulla “brace” sono tanti, vanno dagli sbarchi alla legittima difesa, ai sogni nel cassetto di pensioni minime aumentate, e così via: tutti argomenti di sinistra interpretati da Renzi in chiave illegittimamente berlusconiana. Le sole iniziative intraprese riguardano proprio Berlusconi che è riuscito a farsi regalare il controllo sul controllo del governo sulle reti tv, radio, pubblicità fornendo in cambio il suo appoggio all’inseguimento delle prescrizioni sui reati di Bossi e soci. Bossi è senatore della Lega, voluto da Salvini, il quale, quando l’argomento investirà reati più direttamente rivolti ai danni subiti dalla Lega, il ministra degli interni (mai tale ministero così in basso) non si costituirà parte civile, per non aggravare le sorti penali degli ormai pregiudicati Bossi & C..

Rosario Amico Roxas

 

Contro i gialloverdi spesso discorsi pretestuosi

La nuova realtà politica, il “cambiamento”, di sicuro non ha modificato nè mitigato l’indole italiota: continuiamo a vivere in un agone permanente, tutti contro i gialloverdi, ma i discorsi sono spesso pretestuosi e confusi, fatti per partito preso, con lance in resta, e così di orizzonti in vista ancora poco o niente. I dubbi amletici sono se Salvini sia o no pericoloso, ma alcuni sanno già che è pericolosissimo, se Di Maio sta giocando o ci capisce qualcosa nella sua opera di governo, se Conte sia solo un “prestanome” o ci metta del suo. Beh, non c’è pace e non piace. Così sperando che finalmente si sanino un po’ di piaghe, il futuro torni a fare capolino e la nostra fine non sia “tutti giù per terra”, ho ripreso a tuffarmi nella letteratura, in particolare nella lettura de “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” di Sandra Pertignani, entrambe scrittrici e persone straordinarie.

Mi ha fatto piacere ritrovare lungo tutta la vita della scrittrice quei valori che lei definiva “le piccole virtù”: l’onestà, che prima ancora di essere assenza di furberie e inganni, è la schiettezza, e l’amore per la verità; l’aprirsi al prossimo e l’impegno per migliorare l’esistenza; la giustizia, senza la quale non c’è uguaglianza; il dovere di usare parole chiare che comunichino davvero, insomma i veri valori.

Mi farebbe piacere che Il Fatto ne parlasse, io ne ho scritto una recensione inviata all’autrice che ne ha colto la sintonia con il significato che lei voleva tramettere. Che piacere ho provato nell’entrare nel mondo interiore di Natalia Ginzburg, e in tutta un’epoca di battaglie, valori, personalità che hanno davvero ancora tanto da dirci e da insegnarci.

Tutti vorrebbero un mondo migliore e per certi aspetti a volte sembra che esista, ma non è oggi, e certi libri sanno realizzare questa magia.

Alessandra Savini

 

Con l’assenza di autocritica si perdono i consensi

Durante un programma televisivo di informazione, il segretario del Partito democratico, Maurizio Martina, da un lato criticava in modo condivisibile l’operato del governo, ma non aveva senso di autocritica verso il proprio partito, rivendicando Buona Scuola, Job’s Act, e 80 euro. Benché Martina parli di rilancio della Sinistra e del Partito democratico, non si capisce quale sia il motivo per cui gli elettori dovrebbero ricominciare a votare Pd. Se non c’è discontinuità con la gestione politica precedente, saremo ancora costretti a ingrossare le file del M5S.

Paride Antoniazzi

Persino Trump invidia chi può fare e disfare facendosi beffe del diritto

Credo che molti si chiedano il motivo dei comportamenti di Trump, soprattutto dopo l’indecorosa figura al vertice di Helsinki con Putin, dove il presidente americano gli ha praticamente sbavato addosso tutta la sua ammirazione, salvo poi ritrattare tutto come fa di solito. Credo che la motivazione sia semplice da individuare: l’invidia. Tutti i leader “cosiddetti” democratici occidentali, e Trump per primo, quando si trovano a confrontarsi con un leader che nella realtà dei fatti è più o meno velatamente un dittatore incontrastato, si sentono sminuiti, impotenti, e lo invidiano: niente bilanciamento dei poteri, niente discussioni alle Camere, niente compromessi con le opposizioni, niente promesse elettorali non mantenute, niente stampa contraria, nulla di nulla. Ai vari Putin, Al-Sisi, Erdogan, Kim Yong-un, Al-Assad ecc. basta ordinare, e tutti eseguono senza fiatare. Quello che vorrebbero poter fare oltre a Trump i Berlusconi, i Renzi, i Macron e tutti quei leader che si sentono infusi del verbo divino. Per fortuna in occidente non funziona così, ma fino a quando resisteranno le nostre democrazie debolucce all’avvento dell’”uomo forte”?

Gentile Enrico, la sindrome dell’“uomo forte” al comando, che è stretta parente di quella dell’“uomo solo al comando”, non è certo una caratteristica peculiare della nostra epoca: la storia ne è zeppa, in tutte le epoche, a tutte le latitudini, sotto tutte le civiltà. Magari, noi occidentali ci eravamo illusi, dopo le devastanti esperienze del XX secolo, che le nostre democrazie avessero sviluppato gli anticorpi definitivi contro tentazioni assolutistiche e totalitaristiche. Ma avevamo forse sottovalutato i germi del populismo, che pullulano nel brodo primordiale della corruzione e dell’inefficienza, malattie delle democrazie mature incapaci di rinnovarsi perché le caste si sono sostituite alle oligarchie. E così non solo alcuni nostri leader, ma anche molti nostri concittadini, avvertono la fascinazione dell’“uomo solo al comando”, dell’“uomo forte”: i moti d’ammirazione per i vari Putin e, come lei ricorda in una sorta di giaculatoria, Erdogan, Al-Sisi, Al-Assad, Kim, sono frequenti sui nostri media, specie nei post dei lettori. Trump è la versione americana, più grezza di quelle europee – Berlusconi è quanto più gli assomiglia, Sarkozy, Renzi, Macron ne sono modelli progressivamente più “civilized” – e molto condizionata dal bilanciamento dei poteri previsto dalla Costituzione statunitense. Di qui, il fenomeno, che lei coglie bene, d’invidia più che di ammirazione verso chi può fare e disfare senza le pastoie dello Stato di diritto; e la tentazione d’inseguirlo sul terreno del decisionismo, del pugno sul tavolo, del “faccio da solo perché tutti, prima di me, hanno fatto male”. Trump, per di più, non ha senso della vergogna, come in certa misura non l’ha Berlusconi e neppure Salvini, né senso del limite: finché dice e si contraddice, poco male; ma se fa e disfa, può causare danni, purtroppo non solo a sé, ma all’America, all’Europa, al mondo. C’è da sperare che 30 mesi passino presto e che i professionisti delle autocrazie, lo stesso Putin e il cinese Xi, riescano a contenerlo.

E Salvini querela Saviano su carta intestata del Viminale

Il ministro Matteo Salvini ha presentato denuncia-querela per diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Roberto Saviano, su carta intestata del Viminale, ritenendo le sue affermazioni lesive “della reputazione del sottoscritto e del ministero dell’Interno stesso”. Nel report sono riportate una serie di affermazioni fatte dallo scrittore tramite video e post su Facebook. Il 12 giugno, Saviano scrive che Salvini e Toninelli “si stanno comportando da banditi” sui migranti. Il 18 giugno tocca il tema della sua scorta, su cui tra i due c’era stato uno scambio al vetriolo, perché Salvini, da ministro torna a evocare l’idea di togliere la scorta Saviano, e lo scrittore risponde che “è da criminali” che un ministro “usi questo strumento per attaccare chi lo critica”. Poi il 21 giugno, sempre in un video diffuso via social, Saviano definisce Salvini “ministro della malavita”, aggiungendo: “Le mafie minacciano. Salvini minaccia”. Secondo Salvini questi post ingenerano “la convinzione che il ministro dell’Interno anziché combattere la malavita organizzata, scenda a scellerati accordi con la criminalità organizzata stessa”. “Il modello del ministro della Mala Vita è Putin”, replica Saviano.

Fusione Anas-Fs nel caos. Il Tesoro vuole l’ok

Sta diventando una grana pazzesca l’approvazione del bilancio Anas 2017, il primo dopo la fusione di Natale dell’azienda delle strade con le Ferrovie dello Stato. Non sapendo come trovare la quadra per la svalutazione di quasi 2 miliardi del patrimonio e avendo bisogno di escogitare qualche escamotage dell’ultimo minuto, l’assemblea per l’esame del bilancio è stata rinviata il più avanti possibile. Intanto si sono moltiplicate le pressioni specie nei confronti del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli (M5S) per convincerlo che la svalutazione non è un problema, può anche non essere fatta, mentre la fusione Anas-Fs è la migliore operazione che si potesse pensare (Lega e M5S sarebbero contrari).

L’ultima data fissata per l’approvazione del bilancio Anas dall’ad dell’azienda delle strade, Gianni Armani, d’intesa con il capo delle Fs, Renato Mazzoncini è venerdì 27 luglio. Mazzoncini ha accettato l’allungamento dei tempi proposto dal collega perché si sente a ragione coinvolto quanto Armani nella faccenda, consapevole che il suo futuro è appeso a un filo e la sua tenuta è proprio collegata anche alla storia del bilancio Anas. Già a marzo, dopo aver negato con risolutezza che esistesse un problema svalutazione, quando a Palazzo Chigi c’era un governo in scadenza, ma ancora pilotato dagli amici renziani, Mazzoncini si era rivolto al ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e a quello dei Trasporti, Graziano Delrio, chiedendo con un’allarmatissima lettera (pubblicata dal Fatto) di intervenire immediatamente per impedire che la svalutazione del patrimonio Anas potesse azzoppare la fusione appena avviata.

Né Padoan né il ministro dei Trasporti Graziano Delrio raccolsero il grido di dolore, forse perché non se la sentirono di infilarsi in un garbuglio del genere. A sorpresa il ruolo di soccorritore in extremis del duo Mazzoncini-Armani ora se lo sta caricando sulle spalle un personaggio che non ha lo stesso potere di un ministro, ma che ugualmente conta parecchio nell’ambito delle aziende pubbliche: Antonio Turicchi. È il direttore generale del ministero del Tesoro, responsabile delle società partecipate e anche lui ha scritto una lettera (di cui il Fatto è ein possesso) e l’ha inviata a Toninelli per dire che “il valore del patrimonio di Anas deve essere esposto nel bilancio 2017 in continuità con il precedente esercizio e con la situazione patrimoniale al 30 settembre 2017 alla base del trasferimento della partecipazione a Ferrovie dello Stato italiane”. In pratica il dirigente del Tesoro cerca di convincere il ministro pentastellato dei Trasporti che, nonostante le leggi impongano il contrario, la svalutazione del patrimonio Anas può non essere fatta.

Come fa a dirlo? Lo sostiene sulla base di quelle che lui stesso definisce “ipotesi di valorizzazione” del patrimonio Anas. Quali? Eccole: la proroga di 20 anni della concessione statale a favore di Anas dal 2032 al 2052. Peccato, però, che l’allungamento non esista e al momento sia solo una speranza per chi la sta invocando. In base alla legge (la 296 del 27 dicembre di 12 anni fa), in occasione della stipula del Contratto di programma 2016-2020 tra lo Stato e l’Anas quella proroga in effetti poteva essere concessa dal ministro dei Trasporti, ma Delrio non lo fece e la scadenza è a tutti gli effetti rimasta fissata al 2032.

Il nuovo ministro Toninelli potrebbe intervenire al posto di Delrio in soccorso dell’Anas allungando lui la concessione. Lo farà? È lecito avere molti dubbi. Il Collegio sindacale Anas nella riunione del 20 giugno (il Fatto è entrato in possesso del verbale) cerca di dare un contorno probabilistico alle ipotesi di cui parla il Direttore del Tesoro: “La probabilità è all’80 per cento”, scrivono dimostrando una notevole propensione all’ottimismo. E per puntellare la speranza informano di aver acquisito un parere legale (quanto sarà stato pagato?) in base al quale “Anas è titolare di una legittima aspettativa qualificata in ordine all’estensione della concessione”. Si può approvare un bilancio sulla base di un’aspettativa e di semplici ipotesi?

L’Anac stronca la gara Ilva: “Anomali tempi e rilanci”

La gara con cui Arcelor Mittal ha acquistato Ilva “presenta criticità” e potrebbe essere stoppata dal governo. È questa la risposta dell’Autorità Anticorruzione al termine dell’indagine, richiesta dall’esecutivo, sul bando che lo scorso anno aveva portato la vendita dell’acciaieria al colosso franco-indiano. Una decisione che complica non poco le cose per Mittal: adesso la palla passa al ministero dello Sviluppo economico, che domani riferirà in Aula sulla questione e potrebbe persino decidere di annullare il bando nel caso esista “un interesse pubblico specifico”.

Non si arriverà a tanto, ma Luigi Di Maio potrà far leva sulla pronuncia dell’Anac per mettere ancor più pressione sui nuovi proprietari di Ilva, già in trattativa col governo per rivedere le condizioni d’acquisto del gruppo siderurgico. L’Anticorruzione ha evidenziato come il bando, gestito e rivendicato dall’ex ministro Carlo Calenda, presentasse tre criticità. La prima, riguardo alla possibilità di rilanciare le offerte: inizialmente il ministero aveva previsto più fasi per valutare le proposte degli acquirenti ma poi la possibilità di effettuare rilanci non è stata normata. Quando Acciaitalia (la cordata di Jindal, Cassa Depositi e Prestiti, Arvedi e Del Vecchio) ha deciso di superare l’offerta di Mittal gli è stato impedito, invece di riaprire le manifestazioni d’interesse.

Il secondo problema riguarda il piano ambientale. L’aver deciso di rinviare il termine dei lavori dopo che la rosa dei “pretendenti” si era ridotta a due, secondo l’Anac, ha modificato il quadro economico: il periodo più lungo di addirittura sei anni avrebbe potuto spingere più imprese a partecipare, aumentando il livello di concorrenza e la qualità delle offerte.

C’è poi il nodo delle prescrizioni ambientali, rinviate di due anni – fino al 2023 – grazie a un decreto del presidente del Consiglio una volta che l’accordo con Mittal era ormai concluso, a scapito della cordata rivale.

Tutti argomenti arrivati sul tavolo dell’Anac dieci giorni fa, dopo che il governatore della Puglia Michele Emiliano aveva inviato una lettera a Di Maio sollecitandolo a chiedere un parere all’Autorità.

Dopo la notizia della bocciatura del bando, arrivata in serata, Di Maio ha informato il premier Giuseppe Conte dei contenuti della pronuncia e ha convocato una riunione straordinaria a Palazzo Chigi “per valutare i successivi passi da compiere”. Difficile che si chiuda un accordo con Mittal in pochi giorni, ma il gruppo dovrà rivedere l’offerta al rialzo, tenendo conto che su alcuni punti si stava costruendo un accordo già molto migliorativo rispetto alle condizioni volute da Calenda un anno fa. La conclusione di diversi interventi ambientali, per esempio, sarebbe già dovuta scendere dal 2023 al 2020, affianco all’impegno – da parte di Mittal – di sviluppare una parte della produzione a gas, senza bruciare carbone. Senza dimenticare gli esuberi: il piano iniziale, bocciato dai sindacati, ne prevedeva 4mila su 14mila occupati. Nelle ultime ore il governo aveva tentato di mitigare le perdite, studiando soluzioni per ridurli a un migliaio con più assunzioni e pre-pensionati e arrivando così a gestire circa 3mila persone tra amministrazione straordinaria, cassa integrazione e l’impegno di Mittal per un futuro riassorbimento.

Vitalizi, il Consiglio di Stato studia il parere per il Senato

Sui vitalizi qualcosa si muove anche in Senato. Il Consiglio di Stato ha istituito una commissione ad hoc, come accade per le questioni più complesse, per rendere il parere richiesto da Maria Elisabetta Casellati, presidente di Palazzo Madama. La commissione ha iniziato a studiare la questione degli assegni degli ex parlamentari e si riunirà a fine mese. Nel frattempo però la Camera è costretta a “congelare” i risparmi derivanti dalla delibera Fico sui vitalizi. Come scrive l’Huffington Post, i 43 milioni messi da parte grazie al ricalcolo contributivo saranno accantonati come fondo cautelativo in vista dei ricorsi degli ex parlamentari. I Cinque Stelle hanno già annunciato che quella somma sarà investita “per essere restituita ai cittadini”, ma almeno fino al 2021 rimarrà congelata in vista di eventuali sconfitte in tribunale. Interrogato al riguardo, Fico ha definito quella che accantona i 43 milioni del taglio solo una norma “figurativa”, ma nel frattempo ha fatto rimandare l’Ufficio di presidenza che doveva approvare la variazione di bilancio con dentro l’articolo sul “congelamento” dei risparmi.

Csm, i partiti mandano gli avvocati dai magistrati

Entra il padre del federalismo fiscale alla Corte costituzionale. È Luca Antonini, docente di Diritto costituzionale all’Università di Padova, vicino alla Lega e a Comunione e Liberazione. Contemporaneamente, ma al Csm, faranno ingresso gli avvocati di Berlusconi e soci nonché gli avvocati della Lega.

Il riesumato patto del Nazareno ha fatto sì che in cambio delle nomine in Rai e al Copasir, il Pd cedesse a Forza Italia un posto al Csm. Dunque, si invertono le “quote” e il partito di Berlusconi avrà due uomini a Palazzo dei Marescialli, invece di uno. Nessuna barricata del M5S che in cambio del suo via libera alla nomina di Antonini alla Consulta ha il beneplacito della Lega per indicare chi dei suoi tre professori dovrebbe essere il potenziale vicepresidente del Csm quando dovrà essere eletto dal Plenum di Palazzo dei Marescialli. Come si sa, dal voto online di mercoledì scorso per il M5S sono stati indicati Alberto Maria Benedetti, professore associato di Diritto privato dell’Università di Genova, la stessa da cui proviene il professor Guido Alpa, mentore del premier Conte (il più votato sulla piattaforma Rousseau con 4.669 voti), Filippo Donati (2.312 voti), professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Firenze, la stessa di Conte e del ministro Bonafede, Fulvio Gigliotti professore ordinario di Diritto privato all’Università di Catanzaro Magna Graecia (2.179). In quota Lega, invece, Stefano Cavanna, avvocato di Genova che sta seguendo la vicenda del sequestro dei 49 milioni ordinato dalla magistratura per le truffe sui rimborsi elettorali e che ha fatto straparlare contro i giudici Matteo Salvini. Sempre per la Lega entra al Csm Emanuele Basile, avvocato dal cuore padano fin dalla prima ora: deputato nel 1994, fu vicepresidente della commissione Giustizia e presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere.

Il Pd ha indicato David Ermini, renziano di ferro, avvocato, capogruppo in commissione Giustizia, mentre per Forza Italia andranno al Csm Michele Cerabona, avvocato napoletano di Silvio Berlusconi per il processo sulla compravendita dei senatori, e il professor Alessio Lanzi, che è stato avvocato di Fedele Confalonieri e di David Mills. Gli antichi alleati Lega e Forza Italia stanno così spedendo i loro avvocati al Csm dove si decidono nomine, valutazioni professionali e sanzioni per i magistrati. La nomina degli avvocati in quota Lega e FI è stata criticata dal deputato M5S Andrea Colletti che già aveva avuto da ridire sui candidati pentastellati sottoposti al voto web per la presenza di Gigliotti e Chiti provenienti “da Firenze come avveniva nei vecchi metodi della consorteria toscana di Renzi e company”.

Per quanto riguarda l’elezione del giudice costituzionale, la Consulta aspettava da novembre 2016 quando, per motivi di salute, si dimise Giuseppe Frigo, eletto in quota Pdl. Adesso arriverà Antonini, sostenitore del referendum di Veneto e Lombardia del 22 ottobre scorso. Ex consulente di Giulio Tremonti e di Roberto Calderoli, ha buoni rapporti non solo con gli ex ministri leghisti ma anche con Gianni Letta e Maurizio Lupi. Ha presieduto la Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (Copaff). Per il ministro Calderoli ha redatto il decreto delegato sul federalismo fiscale. Portano la sua firma anche gli altri provvedimenti in materia di federalismo del governo Berlusconi.