Qualche sera fa a In Onda, lo scrittore Gianrico Carofiglio ha affettuosamente tirato le orecchie a Maurizio Martina – non più segretario reggente, ma probabilmente pro tempore – per gli imperdonabili errori di comunicazione compiuti dal precedente governo. Voi obietterete: perché occuparsi di un partito che conta come il due di coppe quando briscola è denari? La risposta è facile: perché il Pd è la più importante forza di opposizione (Forza Italia è in liquidazione fallimentare, gli altri hanno numeri pressoché irrilevanti) e nel nostro sistema più l’opposizione è forte, più la democrazia è sana. Per questo, con il cuore spesso sanguinante, continuiamo a seguire le vicende di quel che resta del Pd. Disgraziatamente c’è poco da osservare: il partito sta affogando in una guerra civile la cui cifra è data dalla qualità della classe dirigente che non necessita di aggettivi ulteriori, qualificandosi ampiamente da sé. Tutto ciò premesso, veniamo ai famosi “errori di comunicazione”, che ritornano con inquietante frequenza nel discorso pubblico. E subito chiariamo la nostra posizione: trattasi di scusa, scorciatoia, sciocchezza a seconda del grado di sincerità con cui si decide di esprimersi.
Dall’avvento di Berlusconi – che ha impartito lectio magistralis per lustri a reti pressoché unificate – la comunicazione è stato un aspetto curato con ossessione da praticamente tutti i leader (con qualche eccezione in cui forse contava l’attitudine scarsamente telegenica). E certo non si può dire che l’ultimo premier del Pd non abbia dedicato attenzione a come (e a quanto!) la sua immagine veniva diffusa. Per lunghi periodi è stata un’invasione a base di interviste, dirette Facebook, foto d’interno con Playstation, più spesso monologhi accompagnati da slide e disegnini. Se B. trattava gli elettori come ragazzini di undici anni, Renzi ha abbassato l’età a sei, con un discorso che per anni ha avuto come vetta lo slogan della metafora ornitologica: alla Leopolda giravano le magliette con il divieto d’accesso ai gufi, durante la conferenza stampa di fine anno del 2015 le slide erano divise in due, sopra le infauste previsioni accompagnate da un disegnino del rapace notturno, sotto la “verità” di governo. Il presidente del Consiglio aveva spiegato la “Buona scuola” con una striscia di Charlie Brown e le abituali slide: “Mai più classi pollaio”, accanto una gallina stilizzata (è vero). Il sito italiasicura.governo.it era, ai tempi, interamente illustrato da rassicuranti disegni di casette, scuole, bambini sullo scuolabus, nuvolette e cieli blu: l’immaginario di un bambino di sei anni.
La tesi pare sia però che le buone cose fatte non sono state capite: “Il problema è avere una classe dirigente che ha fatto più cose buone che cattive, ma non è stata capace di far cogliere quelle buone, perché è stata travolta da una micidiale e spietata propaganda populista, nel senso peggiore del termine, che ha fatto vedere solo gli errori del Pd. Ci sono grandi masse di cittadini che, per le più varie ragioni, non sono state raggiunte da un convincente messaggio politico e alle quali bisogna parlare dicendo con efficacia la verità”, ha detto Carofiglio.
Noi pensiamo invece che il popolo abbia capito benissimo e deciso di conseguenza (cfr. la madre di tutte le cazzate, il referendum costitituzionale). C’è però un aspetto più importante: finché alla classe dirigente verrà fornito l’alibi degli errori di comunicazione, continueranno a vivere di espedienti. E il populismo che si vorrebbe arginare avrà terreno sempre più fertile.