Boeri sbugiarda. Di Maio, la Camera sbugiarda Boeri

La storia della famigerata “manina” che ha infilato previsioni negative sugli effetti del decreto Dignità nella Relazione tecnica del governo sul provvedimento è ormai una pochade in cui tutti finiscono cornuti e mazziati. Come si ricorderà l’Inps ha fornito al ministero del Lavoro una stima (spannometrica) sugli effetti della riduzione del limite massimo di utilizzo dei contratti a termine da 36 a 24 mesi: 8mila posti di lavoro persi ogni anno per un decennio con relativo (piccolo) aggravio di spesa pubblica. Di Maio, quando la notizia arrivò sui giornali, accusò un ignoto manomissore: ormai si è capito che quella stima era in realtà a disposizione sua e dei suoi tecnici una settimana prima che Mattarella firmasse il decreto.

Ieri il presidente dell’Inps, Tito Boeri, in audizione alla Camera, si è dunque preso il gusto di insolentire Di Maio (“perde contatto con la crosta terrestre”) e di fornire un particolare inedito: fu lo stesso ministero “il 2 luglio” a chiedere all’Inps di “stimare la platea dei lavoratori coinvolti al fine di quantificare il minor gettito contributivo” e quindi “il ministero aveva già messo in conto una riduzione dell’occupazione a tempo determinato per effetto del decreto”. Il bicchiere d’acqua in cui affogare, insomma, l’avevano riempito gli uffici del capo grillino: “La stima c’era, certo bisognava sfogliare la relazione…”, infierisce Boeri.

Il presidente Inps, in scadenza all’inizio del 2019, ha poi indossato i panni del martire del libero pensiero: “L’esecutivo che mi ha nominato (Renzi, ndr) non mi ha mai chiesto di giurare fedeltà al suo programma, né io avrei accettato di farlo. Chiedo lo stesso rispetto istituzionale a questo esecutivo”. E poi quelli del martire tout court: “Sarei disposto a dimettermi se mi venisse chiesto nelle sedi istituzionali opportune”, ma “ciò che non posso prendere in considerazione sono le richieste di dimissioni online e le minacce da parte di chi dovrebbe presiedere alla mia sicurezza personale”. Il riferimento è all’invito ad andarsene arrivatogli da Matteo Salvini, ma speziato con la parola “minacce” e un oscuro accenno alla sua sicurezza: “Ma quali minacce? Se Boeri vuol far politica si candidi”, la replica del ministro dell’Interno.

Anche l’economista prestato all’ente previdenziale, però, ieri ha rimediato la sua magra figura. Il Servizio Bilancio della Camera ha infatti pubblicato il suo dossier sul decreto e le stime prodotte dall’Inps vengono smontate in modo tanto asettico quanto definitivo. In sostanza, l’Istituto ha stabilito che il 10% dei contratti a termine che oggi hanno più di 24 mesi (8mila appunto) svaniranno nel nulla e continueranno a farlo per anni: “Sarebbe necessario acquisire gli elementi di carattere statistico e previsionale che giustificano la scelta del parametro”, scrivono i tecnici della Camera sottolineandone l’arbitrarietà e la scarsa trasparenza (“andrebbe chiarito se il numero corrisponda a una percentuale di soggetti già considerata, in base alla previgente normativa e ai connessi modelli previsionali, inoccupata alla scadenza dei contratti”). Peraltro 8mila contratti su una platea di 4,5 milioni a termine attivati ogni anno (al netto di quelli della P.A. e di altri settori esclusi) è ragionare attorno a un rumore statistico.

Ma c’è di peggio: quelli paventati da Boeri (per cui, anzi, “8mila posti persi è un calcolo ottimistico”) sono comunque “effetti indiretti” ovvero “non riconducibili, in via diretta ed automatica, alle innovazioni normative introdotte, ma ‘mediati’ dalle conseguenze sui comportamenti degli operatori interessati e sul quadro occupazionale”. Problema: quel tipo di effetto, così evanescente, in genere non viene usato per calcolare gli effetti di spesa per singole leggi, ma solo “in via di prassi” per manovre macro-economiche. Insomma, quel conto neanche doveva esserci in Relazione tecnica. Come si vede siamo, più o meno, al “prive di basi scientifiche” o al “poco trasparenti” con cui le stime furono bollate dal ministro Tria e dal presidente del Comitato di vigilanza dell’Inps Loy. All’epoca Boeri reagì parlando di “numeri oggettivi” e “negazionismo economico”, ieri è sceso a più miti consigli: “Sono esercizi previsivi, se devi dare un numero a volte sono sfide forti”. Amen.

L’outsider Laganà votato nel cda di Viale Mazzini

Riccardo Laganà è il consigliere del Cda Rai eletto dai dipendenti. A sorpresa – ma non troppo, viste le ultime voci in Viale Mazzini – ha vinto l’outsider: il tecnico di produzione, autore del blog IndigneRai, con cui da anni fa le pulci alla tv di Stato segnalando i malfunzionamenti e dando voce al malcontento dei dipendenti. Laganà ha ottenuto 1916 preferenze, davanti al candidato Usigrai, Roberto Natale (1356 voti), e quello di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, Gianluca De Matteis (1201). A seguire tutti gli altri: Roberta Enni (491 voti), Stefano Ciccotti (398), Maurizio Fattaccio (319), Irma Bono (315), Fabrizio Carletti (153), Angelo Costantini (137), Ferdinando Clemenzi (128), Alessandra Paradisi (121) e Alessandro Currò (88). La platea elettorale era composta da 11.719 dipendenti Rai in tutta Italia: si è votato via web ieri fino alle 21, con un’affluenza del 56,97%, ovvero 6676 persone. Dopo quelli eletti dal Parlamento (Coletti, De Biasio, Rossi e la riconfermata Borioni), Laganà è il quinto membro del Cda. Per arrivare a 7 mancano i due di nomina governativa che saranno indicati dal Tesoro i primi giorni della prossima settimana.

Consob, il capo “distaccato” è nel mirino di M5S e Lega

Non c’è solo la polemica con Tito Boeri dell’Inps. Il governo gialloverde ha puntato anche il neo presidente della Consob Mario Nava, che ha deciso di non dimettersi o porsi in aspettativa dal suo incarico alla Commissione europea, in contrasto con la legge italiana.

Martedì i deputati di Lega e M5s della Commissione Finanze della Camera hanno diramato un comunicato di fuoco, con l’avallo dei vertici, a partire da Luigi Di Maio e dal plenipotenziario leghista Giancarlo Giorgetti. Accusano Nava di essere “incompatibile con le attività di vigilanza” perché “la sua nomina rischia di violare la legge istitutiva del 1974 che prevede l’indipendenza dell’Autorità e una nomina di durata pari a 7 anni”.

Riassunto. Nava è stato nominato dal governo Gentiloni prima di Natale, ma il suo insediamento è slittato di molti mesi per una complicazione di sostanza: ha infatti deciso di restare formalmente un dipendente di Bruxelles, dove guidava la Direzione vigilanza dei mercati finanziari mettendosi in “distacco” anziché in aspettativa come chiede la legge istitutiva dell’Authority che vigila sulla Borsa. In questo questo modo mantiene il rapporto di dipendenza con la Commissione senza perdere gli scatti di carriera e stipendio dei funzionari europei. Il distacco peraltro dura solo 3 anni, mentre il mandato da presidente è di sette. Una scelta che ha creato molti imbarazzi nei palazzi romani e anche a Bruxelles, che ha negoziato con il governo Gentiloni l’intera partita.

Secondo i deputati di Lega e 5Stelle “in virtù della disciplina europea sulla mobilità esterna, Nava godrebbe di una sostanziale immunità nei confronti dell’ordinamento giudiziario italiano. Tale immunità è chiaramente incompatibile con l’indipendenza e l’autonomia di Consob e della sua attività di vigilanza”. La disciplina inoltre prevede che i funzionari “distaccati nell’interesse del servizio restano vincolati dagli obblighi nei confronti della Commissione”, tra cui la “lealtà verso l’Unione”, ma anche “l’obbligo di ottenere l’autorizzazione preventiva per un’attività esterna”. Insomma Nava agirebbe così nell’interesse del suo datore di lavoro, la Commissione Ue. Prima che si formasse il governo, Lega e M5s avevano già presentato interrogazioni parlamentari per chiedere al governo di fare chiarezza e rivedere la nomina. Anche a Bruxelles gli europarlamentari 5Stelle hanno depositato un’interrogazione, a prima firma Marco Valli e Fabio Massimo Castaldo, per chiedere spiegazioni alla Commissione. In tutte le richieste viene citata anche la scelta di Nava di nominare segretario generale della Consob una funzionaria della sua stessa Divisione a Bruxelles, Giulia Bertezzolo, che di colpo è approdata a una carica molto più alta di quella che ricopriva.

Finora Nava non ha fornito spiegazioni ufficiali, anche perché non è apparso in circostanze che potevano metterlo in imbarazzo. Martedì scorso, per dire, in commissione Finanze si è presentato il commissario Consob Giuseppe Maria Berruti per l’audizione su alcune norme che modificano i poteri di vigilanza dell’Authority. Ma la linea difensiva è filtrata su alcuni giornali. In sintesi: la nomina è passata al vaglio di tre pareri giuridici, quelli di Palazzo Chigi, del Quirinale e della Corte dei conti, che non hanno obiettato nulla. In realtà il Quirinale ha solo vidimato una scelta fatta dal governo mentre la Corte dei Conti ha sottolineato la stranezza di un distacco triennale per un incarico di 7 anni.

Dirigere Consob restando dipendente di un’altra autorità, per di più sovranazionale, mette Nava in una situazione delicata, e a rischio di ricorsi. Quando si è insediato, il 22 aprile scorso, il collegio dei commissari Consob – a cui spetta verificare che non ci siano cause di incompatibilità dei suoi membri – ha chiesto un parere giuridico all’avvocato generale dell’Autorità. Il parere, secretato, è stato consegnato la scorsa settimana: il testo sottolinea che la decisione della nomina è responsabilità del governo e rileva che Nava è lì in distacco nell’interesse del suo datore di lavoro.

Difficile capire cosa possa accadere ora, anche perché c’è una situazione paradossale. Il regolamento Consob prevede che, qualora siano ravvisate cause di incompatibilità di un membro del collegio, sia il presidente a segnalare la cosa direttamente al premier (la segnalazione vale come causa di sospensione della carica), ma in questo caso è lui stesso al centro della questione. Peraltro, insediandosi, ha spiegato ai commissari che in quanto dipendente dell’Ue a lui non si applica la normativa italiana.

Il comunicato dei deputati gialloverdi preannuncia altre iniziative. In teoria il Parlamento può avere accesso, su richiesta, all’intera documentazione. Il capogruppo dei 5Stelle in Commissione Finanze e questore del Senato, Laura Bottici, ha deciso di approfondire la vicenda con tutti i mezzi parlamentari.

Nomine, tutti contro Tria: “Il rapporto ormai è logoro”

Giovanni Tria e la maggioranza gialloverde che l’ha scelto come ministro dell’Economia già non si sopportano più. L’ultimo conflitto di un rapporto mai decollato si è consumato ieri, ancora sulle nomine. Gli uomini scelti da Tria (Dario Scannapieco per la Cassa Depositi e Prestiti e Andrea Rivera per la direzione generale del Tesoro) continuano a essere rifiutati da Lega e Movimento 5 Stelle. Ieri la frattura ha assunto una proporzione anche pubblicamente imbarazzante: il premier Giuseppe Conte ha convocato un vertice sulle nomine a Palazzo Chigi alle 15 e l’ha rinviato poche ore dopo. Matteo Salvini ironizza: “Io non ne sapevo nulla. Non sono io a convocare e sconvocare gli incontri”. Anche Giancarlo Giorgetti, sottosegretario a Palazzo Chigi, si affida a una battuta velenosa: “Esiste una procedura… Chiedete a chi gestisce la procedura. C’è un’intervista sul Fatto”. Si riferisce al passaggio di Giuseppe Conte sulle nomine: “Il ministro competente – ovvero Tria – le propone a me, io ne parlo con i due vicepremier, poi decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore”. E dunque: Tria propone, Lega e M5S respingono, nessun accordo, vertice rinviato. E una nuova conferma su un rapporto – quello tra il ministro e i partiti di governo – ogni giorno più conflittuale. Dal Tesoro smentiscono categoricamente una circostanza riferita dal sito Dagospia, ovvero che Tria abbia minacciato le dimissioni per il perdurante veto su Scannapieco. Il nome di Scannapieco per Cdp – risulta al Fatto – è sempre valido, anche se i tempi si allungano. Il nodo delle nomine (anche Rai e Ferrovie dello Stato) non sarà affrontato prima di martedì 24 luglio. Quel giorno è previsto un Cdm utile per le scelta su Viale Mazzini. Ma l’asse Lega-M5S contro il ministro è sempre più solido.

Chi è vicino a Salvini riferisce di un rapporto “profondamente deteriorato”: Tria e gli uomini da lui indicati rappresentano il “vecchio mondo”, o meglio “il solito establishment”.

Uno scontro che si allarga anche alle banche cooperative. Gli schieramenti sono noti: Tria fa da garante alla riforma delle Bcc approvata da Renzi nella passata legislatura. La Lega ha chiesto, invece, una moratoria, almeno fino a quando non saranno introdotte in Europa regole più favorevoli alle banche più piccole. Per provare poi in sostanza a smontare l’impianto della riforma. Il ministro l’ha già escluso pochi giorni fa, durante l’audizione in commissione Finanze. Ieri, malgrado sia saltato il vertice, Tria si è intrattenuto a lungo a Palazzo Chigi con Conte e i sottosegretari del Tesoro per parlare di questo. Propone solo un rinvio di sei mesi, senza sospendere l’obbligo per gli istituti di adeguarsi. Pure su questo con i gialloverdi sarà battaglia.

Indagato l’Arcivescovo Gristina. È accusato di peculato dai pm

Soffia ariadi bufera attorno alla Curia di Catania. Di ieri, infatti, la notizia che l’Arcivescovo Salvatore Gristina è indagato dalla Procura locale con l’accusa di peculato in concorso con monsignor Santo Russo nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dell’Opera diocesana di assistenza (Oda). Si tratta dell’ente, direttamente controllato dalla Curia, che si occupa di dare assistenza ai diversamente abili e tra i più importanti della provincia. La notizia, riportata dal sito d’informazione Livesicilia, ha trovato conferma in ambienti legali. Insieme a loro sono indagati anche Alberto Marsella, ex presidente del Cda dell’Oda poi rimosso dall’Arcivescovo e Daniela Stefania Iacobacci, dipendente dell’Oda, per appropriazione indebita. L’indagine è condotta dalla Guardia di finanza sotto il coordinamento del Procuratore Carmelo Zuccaro ed è scattata – afferma ancora Livesicilia – dopo la doppia denuncia presentata dai componenti del Cda rimosso dall’Arcivescovo di Catania e dai nuovi vertici dell’Oda. Nell’ultimo periodo si sono registrate denunce ed esposti incrociati tra i membri interni.

Metro C: verso il processo in 25, c’è pure Alemanno

Una truffa da 320 milioni per un’opera da almeno 3 miliardi. Un raggiro ai danni dello Stato, della Regione Lazio e del Comune di Roma, perpetrato dal 2006 al 2013. La vicenda vede coinvolte 25 persone fra funzionari ministeriali, amministratori comunali e dirigenti di società pubbliche e private, indagate a vario titolo per truffa e corruzione. È l’ipotesi della Procura di Roma alla chiusura delle indagini da parte del pm Erminio Amelio e al deposito degli atti relativi all’inchiesta sui lavori della Metro C, la terza linea romana la cui prima tratta funzionale è stata inaugurata il 12 maggio scorso, con 7 anni di ritardo ed extra-costi da 700 milioni. A rischio processo, fra gli altri, l’ex sindaco Gianni Alemanno e il suo assessore ai Trasporti, Antonello Aurigemma, l’ex assessore della giunta Marino, Guido Improta e l’ex dirigente ministeriale Ercole Incalza, “padre” della ex Legge Obiettivo 443/2001 cui la linea C fa riferimento. Nell’elenco anche ex vertici di Roma Metropolitane, che funge da stazione appaltante (solo uno è ancora in azienda, Andrea Sciotti, nelle funzioni di rup), ed ex dirigenti del Consorzio Metro C Scpa, il general contractor che raggruppa Vianini Lavori (gruppo Caltagirone), Astaldi, Ansaldo e le coop Ccc e Cmb.

Due gli atti principali contestati dai magistrati. La delibera 127 del Cipe dell’11 dicembre 2012 con cui è avvenuto il pagamento extra di 230 milioni al Consorzio, e il cosiddetto “atto attuativo” del 9 settembre 2013, che vi ha aggiunto circa 90 milioni. Sin dal 2006 i costruttori hanno iscritto riserve milionarie. Sono 18 (dalla 7 alla 24) sulle 45 totali quelle ritenute dalla Procura “strumentali”, pari a quasi 1,4 miliardi e per le quali l’allora rup di Roma Metropolitane, Giovanni Simonacci, nel 2011 propose una “transazione” da 230 milioni “senza valutarne l’ammissibilità e la ricevibilità, pur nella consapevolezza della loro sostanziale infondatezza” e senza che l’allora direttore dei lavori, Enrico Molinari (nominato da Metro C) “effettuasse alcuna controdeduzione”. Qui Alemanno, Aurigemma e Incalza, avrebbero attestato “falsamente” che “la fondatezza delle riserve era stata valutata”, che “l’Avvocatura capitolina ritiene di non potersi discostare” e che “l’accordo proposto è stato anche avallato da un magistrato della Corte dei Conti”. Dall’esame della corrispondenza email, i magistrati scopriranno che quell’attestazione fu concordata fra Aurigemma e Incalza. I pm parlano di “medesimo disegno criminoso” e “piena consapevolezza di agire nell’illecito”. Nel 2013 il Consorzio lamenta mancati pagamenti e lo sciopero delle maestranze porta alla chiusura dei cantieri. L’assessore Improta tratta con i costruttori. Ne nasce un “atto attuativo” che porta Roma Metropolitane, su “preciso indirizzo impartito dall’assessore” a riconoscere un surplus del 3,75% per il pagamento di “oneri precedenti” (71 milioni) più altri 13 milioni a titolo di nuove riserve. Una circostanza “taciuta fraudolentemente”, secondo i pm. Il pagamento dei 90 milioni, mai autorizzato, verrà comunque scorporato dal quadro economico attraverso il “definanziamento” di 5 treni e della realizzazione di opere necessarie alla linea.

Già nel 2006, il rup Simonacci, secondo la Procura, si sarebbe prodigato da parte pubblica ad abbattere dal 20% al 2% l’autofinanziamento del contraente generale, impedendo l’anticipazione da parte di Metro C di 200 milioni per avviare i lavori: “Riceveva in cambio – scrivono i pm – l’assunzione della figlia Diana da parte di Finmeccanica dal 21 giugno 2006 e dal primo settembre 2009 dalla Ansaldo”. Utilità anche per Giuseppe Mele, ex coordinatore della Struttura Tecnica di Missione del Mit, che “riceveva redditi da lavoro autonomo (49.500 euro) da Metropolitana di Napoli Spa, consorzio composto tra gli altri da Vianini Lavori”; e per Ettore Incalza, che aveva ottenuto da Franco Cristini (presidente Metro C) l’affidamento della direzione lavori a Stefano Perotti, che aveva corrisposto allo stesso Incalza consulenze per 747.000 euro.

Via il generale Cataldi. Un prefetto alla Procura dello sport?

Dimissioni irrevocabili e forzate, dalla legge Madia ma anche da una serie di contrasti interni che agitano il Coni. Il generale Enrico Cataldi ha lasciato la Procura generale dello sport che aveva diretto negli ultimi 4 anni: secondo l’Avvocatura dello Stato quella del procuratore generale è una carica dirigenziale e non può essere ricoperta da un pensionato. A richiedere il parere è stato proprio l’ufficio legale del Coni, da cui Cataldi si è sentito delegittimato. Avrebbe potuto rimanere senza stipendio, e solo per un anno; troppo poco, ha preferito andarsene con parole al veleno che non hanno fatto piacere a Malagò. Adesso la domanda è chi lo sostituirà a capo della Procura, che negli ultimi tempi aveva provato a scardinare il sistema della giustizia delle Federazioni sportive. Data l’applicazione della legge, sono esclusi tutti i giudici o funzionari in pensione. Potrebbero farlo magistrati della Corte dei Conti o militari ancora in servizio, ma l’incarico non pare compatibile col loro ruolo. Restano due alternative: un avvocato (con tanto di conflitto d’interessi) oppure un prefetto disposto a lasciare il suo posto per traslocare a Palazzo H. Bisognerà trovarlo.

Che gaffe al Tour: la polizia travolge Nibali

Il Tour de France diventa una specie di caso diplomatico: la polizia francese butta fuori dalla corsa Vincenzo Nibali. Letteralmente: l’italiano è caduto durante la dodicesima tappa, colpito da una moto, è arrivato al traguardo ma poi è stato costretto al ritiro a causa di una frattura vertebrale.

Altro che Grande Boucle e corsa più bella del mondo: l’organizzazione, già messa sotto accusa nei giorni scorsi per il volo di un pilota di Bmx sulle teste dei ciclisti, continua a fare acqua da tutte le parti. Il fattaccio è successo a quattro chilometri dal traguardo dell’Alpe d’Huez, la vetta più rappresentativa della Grandeur francese. Il ciclista siciliano si trovava nel gruppo di testa, insieme alla maglia gialla Thomas, Chris Froome e tutti i favoriti, in ottima forma e con buone chance di vittoria. Poi a un certo punto si è ritrovato a terra, colpito e dolorante. Le telecamere non riprendono l’incidente, stranamente nessun replay chiarisce l’accaduto. Dopo l’arrivo si capisce il perché: sembrerebbe essere stata una moto della Gendarmerie a far cadere l’azzurro, nel tentativo maldestro di sorpassare i corridori. L’unica testimonianza è proprio del diretto interessato: “C’era Bardet davanti che aveva attaccato, stavano passando le moto della polizia e io ho seguito Froome che stava attaccando a sua volta, ma c’è stato un rallentamento e sono finito a terra. Stavo bene, le gambe giravano e l’idea era proprio quella di attaccare nel finale. Sono cose che possono accadere perché c’è tanto pubblico in questi restringimenti”.

Dopo la caduta, Nibali si è rialzato e nonostante la botta è riuscito a limitare i danni con una grande rimonta, grazie a cui è arrivato al traguardo con soli 13 secondi di ritardo. Una vera impresa, che però non è servita a nulla: gli esami in ospedale hanno confermato i peggiori sospetti. Frattura di una vertebra e addio Tour, dove il campione azzurro (che qui aveva già trionfato nel 2014) puntava almeno a tornare sul podio. La tappa è stata vinta da Geraint Thomas, scudiero di Chris Froome che continua a indossare la maglia gialla, in attesa di cederla al suo capitano. All’Italia invece restano solo le lacrime.

Torino dice sì alle Olimpiadi ma no a Milano (che ringrazia)

Gli atti ufficiali per le tante (troppe?) candidature dell’Italia alle Olimpiadi invernali del 2026 sono arrivate. Quasi scontato quello di Milano, molto meno per Torino, dove Chiara Appendino ci ha messo mesi per sedare la rivolta interna dei consiglieri anti-Giochi. Alla fine si sono convinti tutti (o quasi: due erano assenti) e anche il Movimento 5 stelle si iscrive alla lista dei partiti favorevoli alle Olimpiadi, un anno e mezzo dopo il gran rifiuto di Virginia Raggi a Roma 2024. Ma il suo “sì” è un po’ diverso dagli altri (in ballo c’è pure Cortina), e rischia di essere quasi un autogol, perché esclude ogni alleanza con le altre città candidate. Ovvero la soluzione a cui stava lavorando il Coni, e che aveva auspicato il sottosegretario con delega allo Sport, Giancarlo Giorgetti. “Sono orgogliosa del lavoro che abbiamo fatto – ha detto la sindaca – non abbiamo paura di portare avanti la candidatura”. Potrebbe non bastare.

“O Torino o niente”: è un po’ questo il messaggio del documento approvato a maggioranza larga (ma non unanime: servivano 21 voti, ne sono arrivati arrivati 22, con 8 astenuti e uno contrario) dal Consiglio comunale di Torino. Nonostante gli endorsement di Luigi Di Maio e Beppe Grillo, nella base le Olimpiadi restano un tabù per gli integralisti. Appendino ha dovuto penare fino a ieri mattina, in un’ultima riunione interna prima dell’assemblea, per evitare brutte figure. E per trovare un compromesso con i “ribelli” la delibera non è passata “senza condizioni” (come chiedeva il Coni, e invece non erano disposti ad accettare diversi consiglieri).

La stessa sindaca ha presentato due emendamenti: ha preferito tenere unita la maggioranza, anche a costo di mettere a rischio i Giochi. Quello più significativo infatti prevede la possibilità di sinergie unicamente con Comuni dell’area metropolitana, escludendo quindi il tandem con Milano. “Non capisco perché dovremmo dire sì a un’alleanza che svantaggi il nostro territorio”, ha spiegato la prima cittadina. E prima il Consiglio aveva anche approvato una modifica perché l’analisi costi-benefici su tutti i dossier fosse fatta dal governo o un ente terzo designato dall’esecutivo, e non dal Coni, guardato sempre con sospetto dai 5 stelle. Uno sgarbo che sicuramente non sarà interpretato favorevolmente dalla commissione Coni incaricata di decidere sulla scelta della città. Anche perché intanto Giovanni Malagò questa ricerca l’ha già affidata: alla Weplan srl, a cui era stato assegnato a gennaio lo studio di fattibilità su Milano 2026 e il cui incarico ora è stato esteso agli altri dossier. Si tratta dell’azienda di Roberto Daneo, ex manager di Expo 2015 che ha lavorato bene e a stretto contatto con l’allora commissario Beppe Sala. Quasi un indizio sull’esito della scelta.

Poco lontano, il Comune di Pinerolo, dove pure governa il M5s e sono previste le gare di curling, negava il suo sostegno per una polemica locale col Pd: un’altra tegola per il dossier piemontese.

Il sindaco di Milano, invece, ha incassato tranquillamente il sì del Consiglio, senza neanche un voto contrario. E può permettersi di lanciare moniti all’esecutivo: “Sono passati 50 giorni e non ho visto l’attenzione che questa città merita. Chiedo rispetto per Milano”. Non vuole brutte sorprese, per una candidatura che sente in tasca, forte di un patto stretto da mesi con Malagò che porterà in città anche la sessione Cio 2019, e rimesso in dubbio solo dalle evoluzioni politiche.

C’è sempre il rischio che il governo, per metà a trazione 5 stelle, possa scaricare il progetto se Torino, cara al Movimento, fosse esclusa. Per questo, per evitare una scelta fratricida e le possibili conseguenze, la commissione di saggi nominata dal Coni stava lavorando all’ipotesi di una triplice candidatura Milano-Torino-Cortina, che doveva essere presentata per il Consiglio nazionale decisivo del 1° agosto, ma la mozione Appendino fa naufragare il piano. Malagò farà un ultimo tentativo personale con la sindaca. In caso contrario se le altre due città confermassero la loro disponibilità ad una sinergia (requisito espressamente richiesto da Coni e governo) il rifiuto di Torino assomiglierebbe tanto ad una autoesclusione. Favorendo (questa è la novità) una candidatura lombardo-veneta: Milano e Cortina ringraziano, la Lega di Salvini e Giorgetti pure.

Fico parla come la Cei: “Chi è in pericolo va sempre salvato”

“Salvare vite umane non è un’azione amministrativa, nel soccorso non c’è passaporto, colore della pelle, lingua o cultura, che possano impedire ad un essere umano di salvare un altro essere umano. Anche l’Europa non lo dimentichi”: con queste parole ieri il presidente della Camera Roberto Fico ha ringraziato sulla sua pagina Facebook la Capitaneria di Stato che “merita un plauso doveroso”. Il presidente è poi tornato sull’argomento migranti durante la cerimonia del Ventaglio durante la quale rispondendo alle domande dei cronisti ha detto: “Salvataggio di vite in mare sì, comunque e sempre”. Parole simili sono arrivate dalla Comunità Episcopale Italiana (CEI) che in un comunicato di ieri mattina a proposito dei migranti ha scritto: ”Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace.” Concludendo il comunicato dicendo:”Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare l’umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita”.