La storia della famigerata “manina” che ha infilato previsioni negative sugli effetti del decreto Dignità nella Relazione tecnica del governo sul provvedimento è ormai una pochade in cui tutti finiscono cornuti e mazziati. Come si ricorderà l’Inps ha fornito al ministero del Lavoro una stima (spannometrica) sugli effetti della riduzione del limite massimo di utilizzo dei contratti a termine da 36 a 24 mesi: 8mila posti di lavoro persi ogni anno per un decennio con relativo (piccolo) aggravio di spesa pubblica. Di Maio, quando la notizia arrivò sui giornali, accusò un ignoto manomissore: ormai si è capito che quella stima era in realtà a disposizione sua e dei suoi tecnici una settimana prima che Mattarella firmasse il decreto.
Ieri il presidente dell’Inps, Tito Boeri, in audizione alla Camera, si è dunque preso il gusto di insolentire Di Maio (“perde contatto con la crosta terrestre”) e di fornire un particolare inedito: fu lo stesso ministero “il 2 luglio” a chiedere all’Inps di “stimare la platea dei lavoratori coinvolti al fine di quantificare il minor gettito contributivo” e quindi “il ministero aveva già messo in conto una riduzione dell’occupazione a tempo determinato per effetto del decreto”. Il bicchiere d’acqua in cui affogare, insomma, l’avevano riempito gli uffici del capo grillino: “La stima c’era, certo bisognava sfogliare la relazione…”, infierisce Boeri.
Il presidente Inps, in scadenza all’inizio del 2019, ha poi indossato i panni del martire del libero pensiero: “L’esecutivo che mi ha nominato (Renzi, ndr) non mi ha mai chiesto di giurare fedeltà al suo programma, né io avrei accettato di farlo. Chiedo lo stesso rispetto istituzionale a questo esecutivo”. E poi quelli del martire tout court: “Sarei disposto a dimettermi se mi venisse chiesto nelle sedi istituzionali opportune”, ma “ciò che non posso prendere in considerazione sono le richieste di dimissioni online e le minacce da parte di chi dovrebbe presiedere alla mia sicurezza personale”. Il riferimento è all’invito ad andarsene arrivatogli da Matteo Salvini, ma speziato con la parola “minacce” e un oscuro accenno alla sua sicurezza: “Ma quali minacce? Se Boeri vuol far politica si candidi”, la replica del ministro dell’Interno.
Anche l’economista prestato all’ente previdenziale, però, ieri ha rimediato la sua magra figura. Il Servizio Bilancio della Camera ha infatti pubblicato il suo dossier sul decreto e le stime prodotte dall’Inps vengono smontate in modo tanto asettico quanto definitivo. In sostanza, l’Istituto ha stabilito che il 10% dei contratti a termine che oggi hanno più di 24 mesi (8mila appunto) svaniranno nel nulla e continueranno a farlo per anni: “Sarebbe necessario acquisire gli elementi di carattere statistico e previsionale che giustificano la scelta del parametro”, scrivono i tecnici della Camera sottolineandone l’arbitrarietà e la scarsa trasparenza (“andrebbe chiarito se il numero corrisponda a una percentuale di soggetti già considerata, in base alla previgente normativa e ai connessi modelli previsionali, inoccupata alla scadenza dei contratti”). Peraltro 8mila contratti su una platea di 4,5 milioni a termine attivati ogni anno (al netto di quelli della P.A. e di altri settori esclusi) è ragionare attorno a un rumore statistico.
Ma c’è di peggio: quelli paventati da Boeri (per cui, anzi, “8mila posti persi è un calcolo ottimistico”) sono comunque “effetti indiretti” ovvero “non riconducibili, in via diretta ed automatica, alle innovazioni normative introdotte, ma ‘mediati’ dalle conseguenze sui comportamenti degli operatori interessati e sul quadro occupazionale”. Problema: quel tipo di effetto, così evanescente, in genere non viene usato per calcolare gli effetti di spesa per singole leggi, ma solo “in via di prassi” per manovre macro-economiche. Insomma, quel conto neanche doveva esserci in Relazione tecnica. Come si vede siamo, più o meno, al “prive di basi scientifiche” o al “poco trasparenti” con cui le stime furono bollate dal ministro Tria e dal presidente del Comitato di vigilanza dell’Inps Loy. All’epoca Boeri reagì parlando di “numeri oggettivi” e “negazionismo economico”, ieri è sceso a più miti consigli: “Sono esercizi previsivi, se devi dare un numero a volte sono sfide forti”. Amen.