La Commissione europea ha deciso di deferire l’Ungheria alla Corte di Giustizia dell’Ue per il mancato rispetto del diritto Ue nella sua legislazione su diritto di asilo e rimpatri. Inoltre, ha inviato a Budapest una lettera di messa in mora, il primo stadio della procedura di infrazione, che riguarda la nuova legislazione ungherese detta “Stop Soros”, che criminalizza le attività in sostegno del diritto di asilo e limita il diritto di chiedere asilo nel Paese. Nel primo caso, la procedura di infrazione risale al dicembre 2015; il parere motivato, il secondo stadio della procedura, è del dicembre 2017. In particolare, anche se le leggi Ue danno la possibilità di stabilire zone di transito ai confini esterni, la legislazione ungherese non rispetta la direttiva sulle procedure d’asilo, dato che permette la presentazione delle domande solo all’interno di queste zone, l’accesso alle quali è concesso solo a un numero limitato di persone e dopo lunghe attese.
Ermias, 300mila euro a settimana grazie ai “traghetti” dei disperati
È il most wanted dei trafficanti di esseri umani, lo cercano le polizie di mezza Europa, compresa quella italiana, che lo ha intercettato mentre commentava l’ennesimo naufragio a Lampedusa con quasi 400 morti: “Così ha voluto Allah”. Per catturare l’etiope Ermias Ghermay, tuttora latitante, sulla carta residente attorno a Tripoli, con moglie e figlia in Germania, la polizia italiana ha gettato una rete con oltre 30 mila intercettazioni, mobilitando decine di interpreti per decifrare i dialetti arabi con cui governa la tratta dei migranti dal centro dell’Africa alle spiagge di Zuwara, in Libia. È lui, secondo il pentito Nuredin Wehabrebi Atta, ad aver organizzato il viaggio che il 3 ottobre 2013 ha provocato la morte di 366 migranti davanti a Lampedusa. Ed è sempre da lui che Atta avrebbe saputo i particolari agghiaccianti – su cui sono in corso indagini – del traffico d’organi: “Chi dopo essersi impegnato non aveva i soldi per pagare il viaggio veniva venduto anche per 15.000 euro a un gruppo di egiziani – ha spiegato Atta – che si occupavano di espiantare e vendere i loro organi”. L’organizzazione opera, oltreché nel Nord Africa, anche sul territorio italiano con cellule attive ad Agrigento, Palermo e Roma, nonché in diversi Paesi europei, tra cui Svezia e Germania. Ed è proprio per Berlino che nel 2014 si stava imbarcando il fratello di Ermias, Asghedom Ghermay, detto “Amice”, arrestato dalla Dda a Fiumicino e condannato la settimana scorsa a dieci anni di carcere con il rito abbreviato a Palermo.
Nel capoluogo siciliano i migranti venivano raccolti per essere poi dirottati dall’organizzazione in altre parti d’Italia. Da uno, forse due italiani: “Lavorano con un furgone – ha raccontato ancora Atta – con il quale trasportano circa 14 persone a settimana per conto dell’organizzazione”. Anche verso Roma, sede di un altro centro operativo dove la Dda ha individuato ingenti flussi di denaro: finivano in una profumeria di via Volturno, nei pressi della Stazione Termini, e quella era la centrale delle operazioni di transazione effettuate con il cosiddetto metodo “hawala”, che si basa sulla parola e sulla fiducia di una rete di mediatori. Tra scaffali e armadietti, gli agenti hanno sequestrato 526 mila euro e 25 mila dollari in contanti oltre a un libro mastro con centinaia di nomi di stranieri. Le indagini hanno permesso di accertare che, a chi pagava di più, l’organizzazione era in grado di garantire l’arrivo in Italia non via mare ma tramite ricongiungimenti familiari, un volume di affari di circa 300 mila euro a settimana che il gestore eritreo della profumeria consegnava ogni sabato a un altro emissario eritreo, che a sua volta girava il denaro in Libia.
La carriera criminale di Ghermay prende il via in Sicilia sei anni fa, quando l’etiope era un clandestino qualsiasi, approdato nel Centro di accoglienza di Mineo, vicino Catania, con una richiesta di asilo politico. Gli rilasciarono un permesso di soggiorno valido fino al 2019, ma lui sparì nel nulla. E da sfruttato decise di diventare sfruttatore. Oggi, per acciuffarlo, la polizia italiana impiega le stesse tecniche usate per la caccia ai boss di Cosa Nostra, ma Ghermay si muove impunemente nelle zone libiche di Tripoli, Zuwara, Zawia, Garabulli e gestisce una fattoria dove nasconde fino a 600 migranti alla volta, ai quali chiede tra i 1.200 e i 1.600 dollari a testa per partire.
I suoi guadagni sono cifre da capogiro: 80 mila dollari per ogni partenza di migranti stipati sulle carrette del mare. Denaro che il re degli scafisti, a sentire le sue telefonate, versa in conti cifrati nelle banche di Dubai, Svizzera e Israele, come un qualsiasi businessman, tradendo un cinismo agghiacciante di fronte alle vittime dei naufragi: “La barca non è arrivata a destinazione, sono morti”, dice Ghermay. E all’altro capo del telefono, il suo luogotenente Medhane Yehdego, detto il Generale, risponde: “È una bella seccatura. I parenti mi pressano, vogliono sapere che fine hanno fatto i passeggeri. Cosa gli dico? Che sono morti annegati? Forse è meglio prendere tempo e raccontare che si trovano in carcere”.
E sull’identità del Generale a Palermo è esploso un vero e proprio “giallo”. La Procura ritiene di aver arrestato Yedhego l’8 giugno 2016. Ma il ragazzo in carcere dice di chiamarsi Medhanie Tesfamariam Behre e di essere un falegname. Secondo la Procura si tratta di un alias del trafficante, ma secondo l’avvocato difensore Michele Calantropo è l’unica identità del detenuto. Dopo il rinvio a giudizio di Ghermay e Yedhego, il dibattimento palermitano è incentrato proprio sul riconoscimento dell’identità dell’imputato, nonostante siano passati quasi due anni dall’arresto.
Moavero: “Basta emergenze migranti, serve struttura Ue”
”Noi vorremmo che si arrivasse rapidamente a dei meccanismi con carattere più strutturale, quindi non solo emergenziali che affrontino i singoli casi“: con queste parole, in linea con quanto detto dal premier Conte, il ministro degli Esteri Enzo Moavero ha risposto alle domande dei giornalisti sulla questione “migranti” mentre si trovava a Baku in compagnia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il ministro degli Esteri ha poi proseguito spiegando che il Governo sta “cercando di mettere in atto le decisioni del Consiglio europeo di giugno e si parlava di condivisioni, di interventi concreti con risorse materiali e finanziarie. Noi cerchiamo di stimolare i vertici delle istituzioni europee”. Ma servono, ha aggiunto, “meccanismi con carattere strutturale e non solo emergenziale”. Concludendo poi che questo carattere strutturale “non può che tenere conto della compartecipazione, di sforzi più condivisi e di una azione che non può che essere coordinata dalle istituzioni europee, in particolare dalla Commissione”. Non si registrano al momento repliche o prese di posizioni su questa proposta da parte degli altri paesi Ue o dei rappresentanti delle istituzioni europee.
“Non sa cosa sono i ‘modi bruschi’? Ministro, sono quelli che usa lei…”
Risponde evidentemente punto sul vivo Matteo Salvini all’articolo di ieri di Antonio Padellaro dedicato al “business elettorale” sui migranti cavalcato dal ministro leghista: “Che cosa intenderà esattamente il giornalista del Fatto quando dice che ‘Salvini andrebbe seriamente fermato, anche con MODI BRUSCHI’? Ribadisco e confermo: la pacchia è finita! Gli italiani ci hanno votato per FARE e, alla faccia dei rosiconi, io vado avanti!”. “Se Matteo Salvini vuole capire cosa significano i ‘modi bruschi’ sfogli un dizionario – la replica di Antonio Padellaro – se ne possiede uno. O vada su Google. Voglio aiutarlo: modi spicci, ruvidi, fermi, diretti. Proprio quelli che lui usa con i migranti, anzi un po’ più gentili. Mi rivolgevo a Giuseppe Conte e Luigi Di Maio non alla banda della Magliana. Loro dovrebbero impedirgli con modi politicamente bruschi di creare problemi invece di risolverli. Chiaro?”.
Viminale, ancora niente “prove” sui morti in mare
La domanda resta la stessa, ma la risposta ancora non arriva. Il Viminale continua a tacere sul punto: il ministro Matteo Salvini è ancora convinto che le notizie della Ong spagnola Proactiva sul salvataggio di tre giorni fa siano fake news? La vicenda è nota e la riepiloghiamo brevemente. Tre giorni fa, la Open Arms della Proactiva, a circa 80 miglia dalle coste libiche, salva una donna camerunense di 40 anni, Josefa, in acqua da 48 ore. La trovano aggrappata al relitto di un gommone. Accanto a loro il cadavere di un’altra donna e di un bimbo di circa 5 anni.
La Proactiva, subito dopo il salvataggio, accusa: “I libici hanno lasciato morire quella donna e quel bambino. Sono assassini arruolati dall’Italia”. La replica di Salvini è immediata: “Bugie e insulti di qualche Ong straniera confermano che siamo nel giusto: ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti e ridurre il guadagno di chi specula sull’immigrazione clandestina. Io tengo duro. Porti chiusi e cuori aperti”. Passa ancora qualche ora e fonti del Viminale aggiungono che la notizia della Proactiva è falsa ed esiste una prova che lo dimostrerà.
La prova, si scopre il giorno dopo, è il reportage video di Nadja Kriewald, cronista tedesca dell’emittente N-Tv. Kriewald era infatti a bordo della motovedetta libica che, nelle stesse ore, aveva soccorso 158 persone. E in una prima intervista esclude che i libici abbiano omesso di salvare qualcuno. Intervistata dall’Ansa, però, Kristal aggiunge un dettaglio che smonta completamente qualsiasi certezza. “Il capitano libico della nostra imbarcazione – dice la giornalista tedesca – mi ha riferito che un paio d’ore prima, nella stessa area, c’era stata un’altra missione da parte di un’altra imbarcazione della Guardia costiera libica”. Nel suo articolo online precisa che il secondo soccorso è avvenuto “ad alcune miglia nautiche dalla motovedetta Ras Sdjeir” sulla quale era a bordo. Il relitto incrociato dalla Open Arms, la superstite e i due cadaveri, quindi, potrebbero essere collegati a questo secondo soccorso.
La prova si smonta all’istante. Come si può escludere, infatti, che il relitto del gommone non sia quello del secondo intervento libico? Il deputato di Liberi e Uguali Erasmo Palazzotto, a bordo della Open Arms durante il salvataggio, ribadisce che, per quanto gli risulta, i soccorsi delle motovedette libiche quella notte sono stati due: “Mentre una motovedetta girava la scena del salvataggio perfetto con una tv tedesca – commenta su Twitter – un’altra lasciava in mezzo al mare due donne e un bambino. Sono due interventi diversi, uno a 80 miglia davanti a Khoms, l’altro davanti a Tripoli”. Il Fatto due giorni fa ha chiesto al Viminale se, nonostante queste notizie, il ministro fosse ancora convinto che Proactiva abbia spacciato per vera una bufala. Non ha avuto alcuna risposta. Ieri abbiamo nuovamente rivolto la domanda: “Il ministro ritiene ancora che quella di Proactiva Open Arms sia una fake news? Sono state raccolte ulteriori prove per dimostrare che la Ong ha mentito?”.
Fonti del Viminale rispondono che Salvini aveva dato “disponibilità ad accogliere la donna bisognosa di soccorsi” e che “l’apertura dei porti siciliani alla Ong era arrivata in tempo utile. Anche per accettare i corpi senza vita: è per questo che è stata esclusa Lampedusa, priva di celle frigorifere. Abbiamo poi appreso – con sorpresa – che la Ong ha scelto la rotta più lunga, verso la Spagna, accompagnando la decisione con accuse al governo italiano. Eppure il coordinamento medico per fornire assistenza era scattato sin da subito. Diciamo che – al di là della vicenda dei soccorsi – il comportamento della Ong e le sue dichiarazioni lasciano quantomeno perplessi”.
Altrettanto perplessi, per usare un eufemismo, lascia la risposta offerta dal Viminale, visto che non risponde alla domanda che gli abbiamo rivolto. Eppure trovare le prove che la Ong dice il falso, se davvero esistessero, non è poi così difficile. Sarebbe sufficiente, per esempio, guardare i tracciati delle motovedette libiche. Ma il Mit ieri ha fatto sapere che i tracciati, sulle sistemi delle nostre capitanerie di porto, non sono disponibili. “Se fosse vero – commenta Palazzotto – che il governo italiano non è in grado di sapere quali imbarcazioni si muovono a 80 miglia dalla costa italiana, in un tratto di mare dove sono attive ben tre missioni navali a cui partecipa la Marina Militare, sarebbe un fatto gravissimo. Che poi non abbiano i tracciati delle motovedette che noi abbiamo donato alla Libia sarebbe ridicolo. A questo punto il ministro Danilo Toninelli smentisca ufficialmente o si dimetta per incompetenza”.
12 anni all’ex senatore forzista e ai vertici dei carabinieri
Violenza o minaccia a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Hanno cioè intimidito il governo con la promessa di altre bombe e altre stragi se non fosse cessata l’offensiva antimafia dell’esecutivo. Anzi degli esecutivi, cioè i tre governi che si sono alternati alla guida del Paese tra il giugno del 1992 e il 1994: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi alla fine della Prima Repubblica, quello di Silvio Berlusconi, all’alba della Seconda. È per questo che lo scorso 20 aprile la Corte di Assise di Palermo ha condannato a 12 anni di carcere gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni. Stessa pena per l’ex senatore Dell’Utri e Antonino Cinà, medico fedelissimo di Totò Riina. Otto anni di detenzione inflitti all’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, 28 quelli per il boss Leoluca Bagarella. Per il cognato dei Capo dei Capi, dunque, una pena superiore rispetto ai 16 anni che erano stati chiesti dai pm Di Matteo, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, che invece per Mori volevano una condanna pari a 15 anni. Prescritte, come richiesto dai pm, le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca, il boia della strage di Capaci. “Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa Nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato – spiegò il giorno della sentenza il sostituto procuratore Nino Di Matteo, unico pm titolare dell’inchiesta sin dall’inizio –. E il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore, ma arriva al Berlusconi politico“. Assolto dall’accusa di falsa testimonianza l’ex ministro della Dc, Nicola Mancino. Massimo Ciancimino, invece, è stato condannato a 8 anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro. Il figlio di don Vito, uno dei testimoni fondamentali del processo, è stato invece assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Bonafede: valutiamo l’apertura degli archivi del Sisde
La tradizionale fiaccolata che anche ieri ha attraversato Palermo in ricordo di via D’Amelio aveva il segno delle motivazioni della sentenza sulla Trattativa. Sulle magliette dei ragazzi la frase di Borsellino: “Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”. Il Guardasigilli Bonafede si è impegnato con Fiammetta Borsellino a vagliare l’apertura degli archivi del Sisde. Ieri nel capoluogo siciliano durante la presentazione del libro La Repubblica delle Stragi scritto da Salvatore Borsellino, è intervenuto anche il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato: “Documenti importanti sono stati distrutti, indagini depistate. È sparita l’agenda rossa, sono spariti i documenti del covo di Riina. Nella sentenza Borsellino quater ci sono alcuni punti importanti. Ci sono tante domande che ancora non hanno avuto risposta. E fino a quando non l’avranno questa resterà la Repubblica delle Stragi”.
La Trattativa – “Graviano cita Berlusconi. Il Ros accelerò via D’Amelio”
Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta muoiono per l’improvvisa accelerazione della decisione stragista di Riina determinata dalla trattativa Stato-mafia, e in particolare “dai segnali di disponibilità al dialogo – e di cedimento alla tracotanza mafiosa culminata nella strage di Capaci – pervenuti al boss Totò Riina, attraverso Vito Ciancimino, proprio nel periodo immediatamente precedente la strage di via D’Amelio”. E Silvio Berlusconi era perfettamente consapevole della minaccia mafiosa veicolata da Dell’Utri al suo governo, fino al dicembre del ’94: è lui, inoltre, a essere citato in carcere dal boss di Brancaccio Giuseppe Graviano con quel “Berlusca” che la Corte ritiene pronunciato dal boss, “togliendo qualsiasi dubbio’’. Nel giorno del 26° anniversario della strage di via D’Amelio la Corte d’assise di Palermo deposita nei 90 giorni previsti le motivazioni della sentenza rilanciando la tesi di una strettissima connessione tra l’uccisione di Borsellino e il dialogo Stato-mafia e gettando l’ombra di una pesantissima responsabilità morale nei confronti degli ufficiali dei carabinieri Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno che quella trattativa avviarono e condussero all’insaputa della magistratura, coinvolgendo la politica per la contropartita richiesta. Nelle 5200 pagine della sentenza con cui hanno motivato le condanne di mafiosi, ufficiali dei carabinieri e politici, i giudici Alfredo Montalto e Stefania Brambille ribaltano le conclusioni della Procura nissena che nella requisitoria del Borsellino quater non aveva ritenuto sufficientemente provata la relazione: “Non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso don Vito costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino”, con la finalità di approfittare “di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato”. La Corte si spinge oltre e scrive che “non vi è alcun elemento di prova che possa collegare il rapporto mafia e appalti all’improvvisa accelerazione della strage Borsellino”, come sostenuto dalle difese degli ufficiali del Ros, per cui, secondo i giudici, “non vi è dubbio” che i contatti fra Mori, De Donno e Ciancimino “ben potevano essere percepiti da Riina come forieri di sviluppi positivi per l’organizzazione mafiosa, nella misura in cui quegli ufficiali lo avevano sollecitato ad avanzare richieste cui condizionare la cessazione della strategia di attacco frontale allo Stato”. Ancor più, concludono i giudici, se si tiene conto del fatto che l’indagine su mafia e appalti “non era certo l’unica, né la principale di cui Borsellino ebbe a interessarsi in quel periodo”.
Graviano e “Berlusca”, altro che “bravissimo”
Per il perito della Corte era “Berlusca’’, per i consulenti della difesa invece “bravissimo”. Due cuffie e un pc con scheda audio sciolgono ogni dubbio sul riferimento del boss Graviano a Berlusconi: “È stato possibile percepire con sufficiente chiarezza – scrive la Corte dopo avere ascoltato la registrazione – la parola Berlusca’’. Ma a togliere “qualsiasi dubbio’’ è stata la versione ripulita del file audio messa a disposizione dei difensori di Dell’Utri, “laddove sono chiaramente percepibili le vocali ‘e’ ed ‘u’, inesistenti nella parola ‘bravissimo’’’. D’altronde, chiosa la Corte, “appare singolare che su oltre 21 ore di registrazione il consulente non abbia concordato sulle uniche due, brevi frasi nelle quali viene nominato, dal Graviano, Berlusconi’’, tenuto conto, aggiungono i giudici, che il boss di Brancaccio si riferisce a Berlusconi, senza citarlo, anche in occasione della sua visita sull’Etna (29 ottobre 2002) e in Bielorussia (30 novembre 2009, negli stessi giorni in cui era chiamato a testimoniare al processo Dell’Utri).
La responsabilità degli ufficiali del Ros
Avviando il dialogo con i vertici di Cosa Nostra, Mori, Subranni e De Donno agirono con “il dolo specifico di colui che abbia lo scopo di agevolare l’attività di un’associazione di tipo mafioso o che comunque abbia fatto propria tale finalità”. E difatti “il termine trattativa è stato usato sia da Mori che da De Donno, oltre che dal loro interlocutore Vito Ciancimino sino a quando essi non hanno preso consapevolezza delle conseguenze nefaste di quella loro improvvida iniziativa”. Secondo la Corte di Palermo, gli ufficiali del Ros stimolarono “il superamento del muro contro muro e quindi l’indicazione, da parte dei vertici mafiosi, delle condizioni per tale superamento”. In questo modo, si legge nelle motivazioni, “si sono inevitabilmente rappresentati… non soltanto il vantaggio che sarebbe potuto derivare per coloro che si temeva potessero essere vittime della vendetta mafiosa (i politici, ndr), ma altresì il vantaggio che sarebbe in ogni caso derivato per Cosa Nostra nel momento in cui fosse venuta meno la contrapposizione frontale e soprattutto la forte azione repressiva dello Stato”, già culminata con il maxiprocesso e, dopo Capaci, col decreto dell’8 giugno ’92.
Berlusconi consapevole: ombre su Palazzo Chigi
E se Dell’Utri ha veicolato l’ultima minaccia, quella al governo Berlusconi nato nel ’94, il leader di Forza Italia era perfettamente consapevole del ricatto mafioso almeno sino al dicembre ’94. A quella data le società di Berlusconi proseguono i versamenti alla mafia, e in quel periodo mentre “faceva da intermediario di Cosa Nostra per i pagamenti, Dell’Utri riferiva a Berlusconi riguardo ai rapporti coi mafiosi ottenendone le necessarie somme di denaro e l’autorizzazione a versarle a Cosa Nostra”. Proprio nello stesso periodo nel quale incontrava Vittorio Mangano “per le problematiche relative alle iniziative legislative che i mafiosi si attendevano dal governo”. Lo provano le dichiarazioni del pentito Salvatore Cucuzza, secondo cui Dell’Utri informò Mangano di una modifica legislativa in materia di arresti per gli indagati di mafia. “Ciò dimostra – prosegue la Corte – che Dell’Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi, da premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori”.
Il ruolo dell’ex ministro Mannino
La Corte d’assise osserva come l’ex ministro Calogero Mannino, (assolto in primo grado nel processo col rito abbreviato e ora imputato in appello), nel ’92 bersaglio di minacce da parte di Cosa Nostra, si sia rivolto “non a coloro che avrebbero potuto rafforzare le misure della sua sicurezza, ma a ufficiali dell’Arma ‘amici’ e in particolare a Subranni”. I giudici fanno rilevare che quest’ultimo “non aveva competenza per preservare Mannino da attentati”, e che dunque il politico lo contattò con l’obiettivo esclusivo di “attivare un canale che per via info-investigativa potesse acquisire notizie dettagliate sui movimenti di Cosa Nostra”. Non è dato sapere, prosegue la Corte, “come sia stata recepita da Subranni quella sollecitazione”, ma è un dato di fatto che “dopo Capaci, De Donno, sollecitato dai suoi superiori Subranni e Mori, contatta Ciancimino”, lanciando “un oggettivo invito all’apertura di un possibile dialogo con i vertici di Cosa Nostra e all’accantonamento della strategia mafiosa nell’ambito della quale si collocava l’uccisione di Mannino”.
Il “papello” e il ruolo di don Vito
Il fatto che il documento sia stato consegnato da Massimo Ciancimino e che possa identificarsi con il “papello” solo per le dichiarazioni di quest’ultimo, scrive la Corte, “è un ostacolo insormontabile alla conclusione che possa trattarsi del vero papello”. E, d’altra parte, argomentano i giudici, “se anche fosse il vero papello, ci si troverebbe davanti al frutto avvelenato della scellerata condotta di Massimo Ciancimino che impedisce di utilizzare persino quel nucleo di fatti veri sui quali egli poi ha costruito le sue fantasiose sovrastrutture”. Ma attenzione: la “probabile falsità del documento”, non significa che Ciancimino padre “non sia stato effettivamente destinatario di richieste, eventualmente anche scritte, da parte dei vertici mafiosi quali, almeno in parte, quelle del papello esibito da Massimo e acquisito agli atti”. La questione cruciale, infatti, “è accertare che Riina, anche solo oralmente, abbia posto condizioni per l’abbandono della strategia mafiosa e che queste condizioni siano giunte al destinatario finale (il governo)”. Queste condizioni sono qualificabili come minacce? Sì. Sul punto, conclude la Corte, “è stata raggiunta la prova sulla formulazione e l’inoltro, da parte di Riina, tramite il canale Ciancimino aperto dai carabinieri, di alcune espresse condizioni cui subordinare la cessazione della contrapposizione totale di Cosa Nostra allo Stato”.
La mancata perquisizione del covo di Riina
Fermo il principio del ne bis in idem, scrivono i giudici, “non vi è preclusione ad analizzare i fatti”, tanto più che la sentenza che nel 2006 mandò assolti Mori e Sergio De Caprio per la mancata perquisizione del covo di via Bernini “era basata su un compendio di prove assolutamente esiguo”. La condotta degli ufficiali del Ros desta ancora oggi “profonde perplessità”, osserva la Corte, che ricorda come anche i giudici dell’appello Mori-Obinu, nel verdetto del maggio 2016, ebbero a definire “davvero singolare” la scelta di non perquisire l’abitazione del boss dopo la sua cattura nel gennaio del ’93. La stessa “strategia attendista” evocata dai carabinieri come giustificazione, “avrebbe senso solo nel contesto di un’effettiva sorveglianza del covo”, che invece non ci fu. La sentenza fa dunque riferimento a “condotte omissive” dirette “a preservare da interferenze la propria interlocuzione con i vertici di Cosa Nostra”.
Ciancimino jr. teste inattendibile
In sette righe, infine, i giudici decretano la fine della carriera di collaboratore per Ciancimino jr, che con le sue parole, insieme a quelle di Brusca, aveva consentito l’avvio dell’inchiesta: “Ritiene la Corte che non si possa e debba attribuire alcuna valenza probatoria alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino per la sua verificata complessiva inattendibilità che ne impedisce qualsiasi uso, ma senza che, però, da ciò possa e debba farsi derivare una valutazione negativa sulla reale esistenza di fatti e accadimenti sol perché gli stessi siano stati eventualmente inseriti nel più ampio racconto dello stesso Ciancimino”.
L’ultimo ricatto
Non c’era miglior modo di ricordare il 26° anniversario della strage di via D’Amelio che depositare proprio il 19 luglio le motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-mafia. Quella della Corte d’Assise di Palermo che il 20 aprile ha condannato tre alti ufficiali del Ros (Subranni, Mori e De Donno) e l’ideatore di FI (Dell’Utri) con i mafiosi Bagarella e Cinà per quel turpe mercimonio che pose sotto ricatto lo Stato e sacrificò almeno 20 morti ammazzati. Una sentenza che, da quel poco che siamo riusciti a leggerne ieri, tutti gli italiani dovrebbero conoscere. E il Fatto si attiverà con ogni mezzo per divulgarla e rompere lo scandaloso muro di ignoranza, indifferenza e negazionismo che ha accompagnato tutto il processo da parte di istituzioni, partiti, apparati dello Stato, pezzi di magistratura e stampa al seguito. Nei prossimi giorni, a puntate, esamineremo le 5252 pagine della sentenza. Ora ci concentriamo sui due capitoli più attuali e drammatici: il nesso fra la trattativa e l’omicidio Borsellino; e il ruolo di Dell’Utri e dunque di B. nel chiuderla nel ’94. Due piaghe purulente che, 26 anni dopo, continuano a inquinare la democrazia con i loro miasmi maleodoranti di omertà, insabbiamenti, ricatti.
L’accelerazione. La Corte afferma che i vertici del Ros del 1992 e i loro mandanti (purtroppo occulti ma riferibili al primo governo Amato) hanno sulla coscienza gli omicidi di Borsellino e dei suoi angeli custodi. Fu la decisione di Subranni, Mori e De Donno di cedere al ricatto mafioso e di impiegare Ciancimino come intermediario con Riina che indusse i corleonesi ad accelerare l’esecuzione della condanna a morte del magistrato appena 57 giorni dopo quella di Falcone. Qualcosa o qualcuno – non nella mafia, ma nello Stato – aveva urgenza di eliminare Borsellino subito. E poi di far sparire la sua agenda rossa con gli appunti sulle ultime indagini e di depistare le indagini con falsi pentiti per sviare i sospetti dai veri colpevoli e dai loro suggeritori, affinché Borsellino fosse sepolto per sempre con le sue scoperte. Su Capaci e sulla trattativa. Su quella accelerazione – nota a tutti i conoscitori dei fatti, eppure pervicacemente negata da alcune inaudite sentenze collaterali – la Corte presieduta da Alfredo Montalto scrive parole cristalline. Ricorda che i pm sostengono “che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla ‘trattativa’… trova una qualche convergenza nel fatto che, secondo quanto riferito dalla moglie Agnese, Borsellino poco prima di morire le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi”.
Ma, anche se le cose non stessero così, “non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell’ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via D’Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”. Ecco perché Mori, dopo aver trattato con Cosa Nostra nel 1992-’93 e averlo addirittura confessato nel ’97, non fu degradato sul campo, ma addirittura promosso nel 2001 dal governo B. a direttore del Sisde, il servizio segreto civile. Poi confermato nel 2006 dal centrosinistra. E infine premiato, dopo la pensione, come consulente per la sicurezza e il controllo sugli appalti dalle giunte di centrodestra Alemanno (a Roma) e Formigoni (in Lombardia), con i bei risultati a tutti noti.
Marcello&Silvio. Dopo le stragi della primavera estate del ’93 e il primo clamoroso cedimento del governo Ciampi – la revoca del 41-bis per 334 mafiosi a opera del Guardasigilli Conso –, si fa avanti il nuovo referente politico che chiude il cerchio, subentrando al Ros e pattuendo una lunga stagione di “pax mafiosa” per soddisfare le altre richieste avanzate da Cosa Nostra nel “papello”: Dell’Utri. Scrive la Corte d’Assise: “Con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funzione di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992”. Non solo: “Ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con Cosa nostra mediati da Mangano”. Del resto fu B. che finanziò stabilmente Cosa Nostra per vent’anni, dal 1974: “Tali pagamenti sono proseguiti almeno fino a dicembre 1994”. Quando ormai B. era premier, dopo le stragi: “Vi è la prova che Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale nel quale incontrava Mangano per le problematiche relative alle iniziative legislative che i mafiosi si attendevano dal governo… Ciò dimostra che Dell’Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi, da premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori”.
L’ombra di Graviano. Le stragi s’interrompono nei giorni dell’annuncio della discesa in campo di B. (26.1.’94). Ma il ricatto continua tuttoggi. E qui la Corte valorizza le recentissime confidenze (gennaio 2016-marzo 2017) fatte al compagno di ora d’aria da Giuseppe Graviano, il boss che organizzò le stragi di via D’Amelio e poi di Firenze, Milano, Roma, sa tutto dei mandanti esterni e dei depistatori di Stato e non si rassegna all’idea di vederli a piede libero, o addirittura ancora in politica. Confidenze che i giudici ritengono genuine. In una, il boss “manifesta la convinzione che B. nel 1994 avrebbe abolito la pena dell’ergastolo… e il 41-bis… se non avesse trovato un’opposizione in altre componenti del governo”. E così, nel ’94, “non aveva mantenuto gli impegni presi” con Cosa Nostra. Perciò aveva avuto “timori allorché Graviano era stato chiamato a testimoniare nel processo Dell’Utri”. In effetti Graviano fa balenare spesso “una velata minaccia… collegata al possibile ripensamento sulla sua decisione di non ‘parlare’”. Sulle intercettazioni in cui Graviano cita B., i giudici respingono la trascrizione minimalista della difesa Dell’Utri (non “Berlusconi” ma “bravissimo”) e condividono quella del loro perito e della Procura: “Berlusca mi ha chiesto ’sta cortesia, per questo è stata l’urgenza di riri… cumu mai chissu… p’acchianari? Poi che successi? Siccomu iddu… l’elezioni… Berlusca… (inc.)rnari la Sicilia… Berlu…”. Poi – si legge nella sentenza– “Graviano fa riferimento all’intendimento di Berlusconi di ‘scendere’ in Sicilia, al fatto che in questa regione ancora dominavano i ‘vecchi’ politici, ed alla richiesta che gli aveva fatto Berlusconi per una ‘bella cosa’”. Infine il boss “riferisce espressamente di aver conosciuto e incontrato Berlusconi e in particolare di essersi ‘seduti’ insieme (proprio ‘25 anni fa’, ndr) e di avere, insieme, ‘mangiato e bevuto’, mettendo ancora in evidenza la doppiezza del personaggio”. Parole che dimostrano, secondo la Corte, “il risentimento nei confronti di Berlusconi, per non avere questi mantenuto i patti, espresso tra la speranza di poter ancora ottenere qualche beneficio e più o meno esplicite minacce di riferire, direttamente o indirettamente, i rapporti con lui avuti prima di essere arrestato nel gennaio ’94”. È l’ennesima prova “delle assicurazioni che Berlusconi e Dell’Utri avevano dato a Graviano quando nel gennaio ’94 questi ebbe a manifestare particolare felicità a Spatuzza perché così si sarebbero ‘messi il Paese nelle mani’”. Ecco perché B. non si ritirerà mai dalla politica: gli amici degli amici non vogliono.
Sanremo giovani a dicembre: sei serate per sdoppiare la competizione
Quattro pre-serali e due prime serate a dicembre; venti, ma forse anche ventiquattro giovani tra i 16 e i 36 anni; almeno uno di loro, ma non è detto che non si arrivi a tre (dipende da quanto peseranno gli agenti dei big), direttamente in gara a febbraio: è (anzi, sarà) il nuovo Sanremo giovani targato Claudio Baglioni. Il cantautore l’aveva detto all’Ariston: “Lo farei durare due settimane”. Detto, fatto. La Rai gli ha proposto di sdoppiare la competizione, per dare maggiore visibilità alle “nuove proposte” e, chissà, tirare su l’audience sotto Natale. E Baglioni ha accettato, chiedendo anche in questo caso carta bianca sul progetto, che si va definendo in queste ore. Non sarà un talent, assicurano coloro che ci stanno lavorando, ma una vera e propria gara tra artisti selezionati da una giuria guidata dallo stesso “dittatore artistico” bis. E non ci sarà l’imposizione di un genere unico: rap o pop, quello che conta sarà la qualità. O perlomeno questo è l’obiettivo, da portare direttamente nell’unica competizione di febbraio 2019. Forti dei record dell’ultima edizione, i vertici di Viale Mazzini sperano in un bel regalo di Natale. E le case discografiche, ovviamente, non si tirano indietro.