Vincino, il “poveraccio” che non ha fatto la storia ma l’ha raccontata

“Io non ricordo come ricordo questo ricordo però ricordo”: così inizia l’autobiografia Mi chiamavano Togliatti di Vincino, vignettista de Il Foglio e motore (im)mobile della satira italiana dagli anni 60 a oggi. Una vita raccontata per giornali, da L’Ora di Palermo a L’avventurista di Lotta Continua, poi Il Male, Tango, Il Foglio, Corriere della Sera e ancora altri. Una storia di riviste senza una lira e di contratti milionari, banchetti mondani e pezze al culo, risse furiose, morte e galera. Il vignettista Vincino è uno stratega impegnato in una perenne partita a scacchi contro il potere, qualsiasi esso sia, ma la cui minaccia è sempre uguale e l’autore ce la svela con un incubo avuto ai tempi in cui raccontava a disegni il Maxi-processo di Palermo: che uno di quei mafiosi gli tagliasse le mani. Non che lo uccidesse, badate bene: che gli tagliasse le mani. Si è discusso molto di cosa sia la satira, specie dopo la carneficina di Charlie Hebdo del gennaio del 2015: nell’autobiografia di Vincino c’è l’essenza della satira. “Un altro incontro con i fascisti avviene a Gela, mentre torno a casa da solo di notte. Cinque fascisti mi attorniano: ‘Rosso, di’: Viva il Duce!’. E io: ‘Viva il Duce!’. Me la scapolo così. Lo so, non è onorevole ma mi salvo il culo”: la satira ‘se la scapola’, quando può, sfugge a una situazione pericolosa sfilando via la testa dal cappio. Ma nel cappio la testa ce la infila volentieri, il cappio è l’essenza della satira: senza cappio, non c’è satira.

E di quanti cappi racconta Vincino, e di quante provocazioni ritirate per scapolarsela. Accetta di tacere una volta per continuare a colpire, perché la voce non si spenga mai e le mani non siano tagliate. Dal primo giornalino scolastico sul quale ha iniziato a pubblicare vignette (all’età di undici anni) fino a oggi. Da Gianni Riotta a Enzo Biagi passando per Eugenio Scalfari, Lucia Annunziata, Claudio Sabelli Fioretti e altri ancora, Vincino dipinge un ritratto spietato non solo della classe politica, ma anche del mondo giornalistico. Ma sia chiaro: Vincino non è un eroe, Vincino si presenta come un poveraccio che non ha fatto la storia ma l’ha raccontata, combattuta e spesso subita. Vincino è pragmatico, senza soldi non si campa: “Non ho mai rifiutato soldi”, scrive, e quando lo criticano per avere accettato un premio ‘borghese’ come il Premiolino (uno dei più importanti premi giornalistici italiani) e i relativi 3 milioni di lire, lui risponde con una vignetta che recita: “Lettore, se ritieni che debba rifiutare il premio, invia Tre Milioni specificando: per Vincino acciocché rifiuti il Premiolino”. Vincino è un poveraccio, ma è uno che si è divertito da matti. Vincino è uno che non ha avuto pietà per nessuno e mai per se stesso. Vincino è uno che i limiti della satira “li infrangiamo tutti con convinzione e pervicacia”. Vincino ha fatto lavori per il Pci facendosi pagare dalla Lega delle cooperative (Tangentopoli, do you remember?), Vincino ha scoperto chi c’era dietro il Golpe Tejero in Spagna, Vincino ha minacciato di buttarsi di sotto – alla Camera, dinanzi a un’inferocita Nilde Iotti – perché volevano impedirgli di disegnare dal vivo. Vincino è uno che scrive “un’autobiografia disegnata a dispense – Tomo I° (abbiate fede)” sapendo benissimo che il Tomo II non ci sarà ma noi avremo fede. Eccolo, Vincino. Ecco la satira.

“La Bari siamo noi”: il funerale di una città senza più la squadra

“La Bari siamo noi!”, reclamano ancora oggi le gloriose bandiere biancorosse che sventolavano già nel vecchio stadio della Vittoria e hanno continuato a sventolare fino a poche settimane fa, anche sotto le cupole sdrucite di quell’astronave intestata con una buona dose d’irriverenza al patrono San Nicola. E “la Bari siamo noi!”, abbiamo gridato per più di cinquant’anni dagli spalti noi tifosi, fin da ragazzini e poi da adulti, rivendicando con orgoglio un’appartenenza calcistica e sentimentale a una squadra e a una città.

Sì, una “squadra-ascensore”, come dicono con sufficienza mista a un certo disprezzo gli ermeneuti del pallone, destinata cioè a fare la spola tra il paradiso della Serie A, il purgatorio della B e l’inferno delle serie minori. L’unica squadra di calcio che, nei suoi 110 anni di storia appena compiuti, chissà come, quando e perché è diventata “transgender” passando dal sesso femminile a quello maschile. “La squadra più stramba del calcio italiano”, come la definisce lo storico barese Gianni Antonucci. Una “Regina dei poveri” che non è mai riuscita a farsi Re, nonostante la fede inossidabile di tanti sudditi devoti che perfino nello scorso campionato, in bilico fino all’ultimo tra la permanenza in B e la promozione in A, le ha tributato un primato di presenze – fra abbonati e spettatori – in tutta la serie cadetta: tanto da far invidia a diverse società blasonate della massima divisione.

In questo mondo impazzito del pallone, dove la ricca Juventus elargisce 120 milioni di euro netti in quattro anni – 30 all’anno, un euro al secondo – a un fuoriclasse come il portoghese Cristiano Ronaldo, la povera Bari va in fallimento perché non si trovano tre-milioni-tre di euro per la ricapitalizzazione. E adesso rischia – usiamo ancora questo verbo per scaramanzia fino alla scadenza di domani – di vedersi addirittura revocata l’iscrizione alla B. Per poi precipitare nel girone infernale della serie D, pagando una fideiussione di 35mila euro e un’iscrizione di 16.500. O al più, essere ripescata in C, per grazia (eventualmente) ricevuta dal commissario della Federcalcio, in virtù di un “lodo” (fideiussione 350 mila euro, iscrizione 100 mila) che implicherebbe comunque un investimento di 6-7 milioni per tentare un’immediata risalita in B. Che tristezza e che vergogna, per tutti noi cittadini e tifosi baresi! La memoria torna con nostalgia ai fasti della serie A, quando la vecchia Bari di Erba e Cicogna trionfava allo stadio della Vittoria; quella insolente di Oronzo Pugliese sfidava le “big” da pari a pari, perché tanto “11 sono loro e 11 siamo noi, 22 gambe hanno loro e 22 ne abbiamo noi”; o quella più recente di Enrico Catuzzi, Eugenio Fascetti, Antonio Conte e Giampiero Ventura metteva in campo un gioco moderno e piacevole, con la coppia centrale Bonucci-Ranocchia, entrando di diritto nella “top ten” della Serie A. Fino all’exploit di Antonio Cassano, genio e sregolatezza, che aveva imparato a dribblare gli avversari nei vicoli malfamati di Bari vecchia. Ma i veri “fans”, inguaribili fanatici superstiti, non potranno dimenticare neppure le esaltanti stagioni delle promozioni nella massima divisione, con i funambolici gol di Mujesan e di Protti. Né le avventurose trasferte al seguito dei “galletti” sui terreni più accidentati della B. E purtroppo, neppure le miserie del calcio-scommesse, con l’imperdonabile tradimento di Masiello, autore di un autogol al prezzo di 300 mila euro proprio nel derby in casa contro il Lecce. Di fronte al miserabile fallimento di quest’ultima gestione, sotto l’infausta presidenza dell’imprenditore molfettese Cosmo Antonio Giancaspro, qualcuno forse rivaluterà retrospettivamente l’era dei Matarrese, la potente famiglia di costruttori baresi guidata da Antonio, detto Tonino, l’ex deputato democristiano che dalla presidenza del Football Club Bari assurse a quella della Figc. Un’epopea calcistica durata più di trent’anni, dal 1977 al 2011, fra alti e bassi, luci e ombre, ma complessivamente propizia per la squadra e per la società.

Ora il fallimento della Bari è anche il fallimento di un’intera città, mortificata emblematicamente dalla tendopoli del Tribunale e dal degrado dello stadio-astronave. Il fallimento di una classe politica e di una classe dirigente che per incapacità o per ignavia non sono riuscite a evitare un tale scempio. Ma “la Bari siamo noi”, noi cittadini baresi di nascita o di adozione, residenti o emigrati, che non possiamo rassegnarci ad assistere inerti a questa disfatta.

L’ultima rivoluzione dei guru hi-tech: il libro

Volete sapere l’ultima trovata dei guru dell’hi-tech, dei visionari che hanno immaginato la realtà virtuale e costruito imperi miliardari fra status e follower, consegnandoci mani e piedi in preda alla iGeneration (la generazione internet, quella nata con il cellulare in mano, ndr) che osanna gli influencer e (spesso) disconosce i congiuntivi?

Direttamente dal regno dei sogni ovvero la Silicon Valley giunge sino a noi, comuni mortali, questo prezioso consiglio di vita: “Disconnettetevi e leggete libri, celebrate l’importanza di una esperienza tangibile”. No, non è la scoperta dell’acqua calda 4.0 ma una vera e propria rivoluzione analogica operata dai pezzi forti del mondo virtuale.

Il virgolettato sopra citato è tratto dal commento di Gillian Tett – reporter e analista finanziaria – pubblicato pochi giorni fa sul Financial Times (“Big Tech’s new idea: read some books”) in cui, fra un comprensibile sconcerto e la meraviglia dettata dalle contraddizioni del pensiero logico, la giornalista sottolinea un grande paradosso: i grandi manager del digitale stanno proteggendo le proprie famiglie dalle loro stesse invenzioni.

Non ci credete? Jean M. Twenge, docente di Psicologia alla San Diego University, nel suo saggio, Iperconnessi (Einaudi) rievoca l’intervista di Nick Bilton del New York Times con Steve Jobs. Correva l’anno 2010 quando Jobs ammise candidamente: “I miei figli non hanno ancora usato l’iPad. In casa, possono usare la tecnologia solo entro certi limiti”. Bilton ci rimase di sasso – prosegue la Twenge – salvo scoprire che diversi altri boss del settore, compreso uno dei fondatori di Twitter, Evan Williams, erano d’accordo; qualche mese fa proprio Williams ha affermato: “Internet si è rotto, si è incamminato su un percorso buio. Una volta pensavo che il mondo sarebbe stato automaticamente migliore se ognuno fosse stato libero di parlare liberamente e scambiare informazioni ed idee. Mi sbagliavo”. E che dire di Bill Gates che non ha permesso ai suoi figli di avere i telefoni cellulari fino a quando non hanno compiuto 14 anni? Ricordate la scena di Narcos quando Pablo Escobar, il re del cartello colombiano, mette in guardia il suo giovane erede dall’uso della droga? In pratica, afferma Adam Alter nel suo libro, Irresistibile (Giunti), “è come se chi realizza prodotti tecnologici seguisse la regola fondamentale del traffico di stupefacenti: non sbarellarti con la roba che vendi”. Paradossale eppure è proprio ciò che sta accadendo: inseguiamo tablet, smartphone e social di ultima generazione mentre chi li ha pensati e ideati se ne tiene alla larga. Ma torniamo al discorso della lettura. Di recente proprio Bill Gates – il fondatore di Microsoft – ha spedito ad una cerchia di giornalisti una pila di libri cartacei. Erano le sue letture estive, con l’intento di “condividere un mix stimolante di memorie, storia e finzione”. E ricordate che lo scorso anno Mark Zuckerberg, il padre-padrone di Facebook, ha creato un club del libro online? Il messaggio era il medesimo: in un mondo di frenetica distrazione, abbiamo bisogno di tempo per riflettere. La rivoluzione della lettura è cominciata, tanto che Philipp Schindler, responsabile commerciale di Google, quest’anno ha consegnato ai suoi collaboratori un libro cartaceo: Il silenzio di Erling Kagge (Einaudi). Non è forse un magnifico paradosso che un libro che proponga il silenzio e la disconnessione come stile di vita, divenga una bandiera dei guru dell’hi-tech? E così, mentre in Italia si usano i registri elettronici, nella Silicon Valley è molto di moda iscrivere i propri figli alla Waldorf School in cui – badate bene – si usano lavagne e matite, matite vere e proprie, puntando sulla cooperazione e la manualità.

E adesso se vi sentite pronti al grande passo, potreste soppesare l’allarme lanciato da Jaron Lanier nel saggio, Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social(Il Saggiatore). L’ideatore del concetto di realtà virtuale che da anni ci mette in guardia sul lato oscuro della realtà virtuale – tra le cento persone più influenti al mondo secondo Time – propone un rigido metodo di disintossicazione in dieci passi per disconnetterci e boicottare l’algoritmo social che “altera la realtà mediante l’effetto bolla e indebolendo il nostro libero arbitrio”, ergo l’intero apparato democratico. Non siete convinti? Un passo alla volta. Intanto mettiamoci d’accordo: a tavola lo smartphone si mette a sinistra o a destra del piatto?

Quel buffone in pelliccia ha la Febbre da cavallo

“Tempi duri, pupa. Sennò te pare che stavo qui a fa’ er buffone in pelliccia d’estate”. Febbre da cavallo è un affresco della Roma degli anni 70, fotografia di una città che con la bella stagione sapeva animarsi e divertirsi. Una passeggiata sul Lungotevere e una puntata all’ippodromo, quando Tor di Valle era un posto reale dove gareggiavano cavalli in carne e ossa e non un luogo immaginario, probabile casa di calciatori immaginari. Un ritratto di scommettitori, truffatori e poveri disgraziati, rigorosamente citati sempre con il soprannome: Mandrake, ad esempio, nell’immaginario collettivo non è l’eroe dei fumetti americani ma l’attore e indossatore squattrinato Fioretti Bruno, interpretato da Gigi (ma nei titoli d’apertura è presentato come Luigi) Proietti. È sua la battuta sulla disgrazia di dover indossare una pelliccia d’estate…

Il film esce nelle sale nel 1976 e, stroncato dalla critica, non lascia traccia. Per Repubblica “il film presenta il peggiore dei difetti: non fa ridere”. A distanza di 42 anni si può affermare che Febbre da cavallo, regia di Stefano Vanzina (in arte Steno), non abbia ottenuto successo al botteghino bensì gloria imperitura. Lo testimonia la pagina facebook (con decine di migliaia di fan) curata dai cultori più accaniti delle gesta di Mandrake & co. Le frasi dei protagonisti (oltre a Proietti non si può citare Enrico Montesano), fanno parte della dialettica del lessico quotidiano. Molti, anziani e giovani, quasi senza accorgersene, si trovano a pronunciare parole e frasi mutuate direttamente dal film. Una prova? Sussurrate a un amico che apprezza il film avendolo visto almeno due volte (una è impossibile) la parola “Soldatino”. Subito egli aggiungerà King e D’Artagnan. I tre cavalli inseriti nella scommessa (mai giocata) su cui ruota tutta la trama del film.

Dimmi che faccia hai e ti dirò che ruolo reciterai: il cast lo fa una App lombrosiana

Da oggi il casting lo fa Lombroso, o meglio una app creata dalla startup italiana Inquadrart e sinistramente chiamata “La faccia giusta”, che decritta oltre 120 caratteristiche di un viso (genere, età, forma…) immortalato in foto o anche solo inquadrato con un cellulare o una telecamera “smart”.

L’identikit tracciato dall’applicazione è collegato a un database di attori famosi, con cui confrontare le facce degli aspiranti interpreti: uno potrebbe assomigliare a Robert De Niro a 30 anni, quando recitava in Taxi Driver; un’altra, invece, potrebbe vantare i lineamenti di Marilyn o le spigolosità di Uma Thurman.

Questo strumento è pensato e progettato soprattutto per i registi e i direttori di casting, in cerca appunto della “faccia giusta”, o quantomeno di un viso corrispondente ai desiderata della sceneggiatura e alle caratteristiche del personaggio, snellendo intanto la lenta e costosa fase dei provini. Per trovare il nuovo De Niro basterà caricare l’immagine del divo su una piattaforma collegata alla app, che a sua volta reindirizzerà ai profili degli utenti-attori più somiglianti.

Per far incontrare domanda e offerta è necessario che entrambi i soggetti coinvolti – direttori, registi e produttori da un parte; interpreti dall’altra – si iscrivano alla piattaforma, attivando l’app al costo di un euro al mese. Oltre alle foto, gli aspiranti attori dovranno caricare il proprio cv: la “faccia giusta” non sempre basta.

La doppia vita di Sol: Goldman Sachs di giorno, dj di notte

Parte il beat, 120 bpm. Luci rosse sul palco, quelle gialle per illuminare il parterre. La pedana dietro la consolle ruota e comincia a intravedersi una testa, sulla testa un berretto con visiera nero. Tutti lo riconoscono: è David Michael Solomon, uno dei banchieri più potenti del mondo.

Battito di mani a tempo, 125 bpm. Le casse vibrano, chi balla sotto cassa esulta e va a tempo con le gambe e con le braccia. Tira un filo di vento che fa oscillare le foglie pennate delle palme ai lati del palco, prima a destra poi a sinistra. Lo schermo sul fondo invia le prime immagini: animazioni psichedeliche, colori fluo. Ancora: 135 bpm. Dalla platea si leva un gran boato. Ultimo giro di pedana, i battiti al massimo, ghiaccio secco per condire il tutto. L’uomo si avvicina alla postazione, urla indistinte del pubblico, lo hanno riconosciuto. Mette il primo disco, mani sul sintetizzatore e si parte.

Ecco Solomon: di notte dj nei più famosi club dell’elettronica statunitensi, con i suoi abiti da giovanotto un po’ strafottente, e di giorno banchiere di successo in giacca e cravatta, dai modi affabili e cortesi, per la Goldman Sachs- di cui è anche presidente e direttore operativo dall’altro ieri. La stessa Goldman che il 16 aprile 2010 è stata multata per 550 milioni dalla Securities and Exchange Commission, l’autorità di controllo dei mercati finanziari statunitensi, per avere frodato i propri risparmiatori nel 2007 con la vendita di titoli tossici e che ha avuto come conseguenza la Grande recessione del 2008.

La doppia vita di David nasce per hobby, per amore delle feste e per evadere dalle angustie della finanza perché, per sua stessa ammissione, “pur facendo un lavoro stressante e usurante, pieno di carte e denaro che scorre a fiumi, non posso perdere mai di vista ciò che mi appassiona… Se non riesci a trovare un modo per avere passioni, e perseguirle e mescolarle alla tua vita professionale, è difficile avere l’energia per continuare a fare quello che fai”, così aveva dichiarato in una intervista lo scorso marzo a Miami durante il “Paul Oakenfold Generations World Tour”.

Svolge l’attività di dj e produttore discografico con il nome d’arte di DJ D-Sol, producendo una varietà non indifferente di musica dance elettronica (EDM). Si è esibito nei nightclub e nei festival musicali di New York, Miami e Bahamas: tra le “chicche” del suo repertorio musicale si segnala un remix di The Pink Panther Theme.

Da giugno 2018 ha anche un suo canale su Spotify, che registra circa 550.000 ascoltatori mensili; canale su cui ha lanciato, peraltro, il suo singolo di debutto Don’t stop, che ha raccolto 1,2 milioni di ascoltatori.

Nato nel 1962, Solomon è cresciuto a Scarsdale (New York), dove ha lavorato per la multinazionale dei gelati Baskin Robbins prima di convertirsi ad animatore turistico nel New Hampshire. Si è laureato all’Hamilton College a Clinton (New York), dove ha conseguito la laurea in “Political Science and Government”. Al college ha giocato con la squadra di rugby e ha presieduto la sua confraternita.

In seguito lavora per Irving Trust prima di passare a Drexel Burnham nel 1986. Successivamente, sempre a Drexel, avvia la sua carriera finanziaria vendendo obbligazioni ad alto rischio, cosa che lo porterà a unirsi alla Bear Stearns – una banca di investimento – per dirigere la divisione “obbligazioni spazzatura” e vendere quelle ad alto rischio.

Tra le sue prodezze, l’aver assistito una compagnia cinematografica in difficoltà a Dallas, in Texas, a raccogliere denaro attraverso una “complicata operazione di prestito”.

Si è trasferito a Goldman nel 1999: dopo la nomina a presidente martedì, ha dichiarato di non avere la minima intenzione di abbandonare la sua doppia carriera, anche se “non so se vedere un presidente di Goldman Sachs fare musica in un club cambierà la percezione del settore. Abbiamo molto lavoro da fare su questo fronte”.

Deodato, il “Cannibale” che reinventò l’horror

C’è un’invenzione italiana e dunque una scopiazzatura americana, dietro l’horror dei miracoli The Blair Witch Project, che usciva nelle sale statunitensi il 16 luglio del 1999 – da noi sarebbe arrivato il 18 febbraio 2000. La “creatura” dei registi e sceneggiatori Daniel Myrick e Eduardo Sánchez ha un merito invidiabile, forse da spartirsi con il successivo Paranormal Activity (2009): il miglior rapporto costi/ricavi della storia del cinema.

Budget di appena 60 mila dollari, incassò tra Los Angeles e New York la bellezza di 140 milioni, cui vanno aggiunti i 108 rastrellati nel resto del mondo: 248.639.099 dollari totali, un botteghino da non crederci. Fu non solo un caso cinematografico, ma un fenomeno sociale, imperniato su una trovata all’apparenza semplice: spacciarsi per documentario (mockumentary), ovvero il montaggio dei nastri rinvenuti nei boschi di Burkittsville, Maryland, e realizzati da tre ragazzi scomparsi.

Quando arrivò sullo schermo a mo’ di storia vera (found footage), per tacere dell’utilizzo della macchina a mano e delle immagini “rovinate”, critici e cinefili riandarono con la memoria vent’anni addietro a un film, questo sì, seminale: Cannibal Holocaust, scritto e diretto da Ruggero Deodato, la cosa più vicina a uno snuff movie mai transitata per una sala cinematografica

Sul tavolo autoptico della censura nostrana rimasero ben 326 metri di pellicola, ma la sforbiciata non fu sufficiente: uscito a Milano nel febbraio del 1980, lo scandalo fu così dirompente, l’accoglienza così drastica che Deodato dovette presentarsi in questura con l’interprete Luca Barbareschi per dimostrare plasticamente come gli omicidi inquadrati fossero pura finzione, ossia come gli attori fossero vivi e vegeti. Non bastò a salvare il film, che venne ritirato dalle sale per quattro anni, e a salvare il suo autore, che venne condannato a quattro mesi di reclusione, con la condizionale. Non potendo imputargli la decimazione del cast, gli addebitarono l’offesa al buon costume e, sopra tutto, l’uccisione di alcuni animali, segnatamente un maialino, un topo, una tartaruga e delle scimmie, che il regista peraltro asserì fossero finiti sulla tavola degli indios peruviani.

Girata in 16 mm, con la pellicola graffiata per veicolare l’effetto-verità, la seconda parte del film, The Green Inferno, plausibilmente catalizzò in Myrick e Sánchez La strega di Blair: calco o meno, dal 1999 c’è stata gloria riflessa per Cannibal Holocaust, assurto a cult sciagurato, capolavoro proibito e via lodando. Non horror però, a dar retta allo stesso Deodato, che ha sempre preferito avocarsi tensione realistica e foggia documentaristica: pane al pane, viscere alle viscere. Alla coppia di Blair Witch Project meditò l’accusa di plagio, per poi lasciar perdere: signori si è, e le efferatezze a mezzo cinema non traggano in inganno.

Natali a Potenza il 7 maggio 1939, residenza non solo fisica ai Parioli, “sette fratelli che non hanno mai visto un mio film” e la faticaccia di fare l’ultimo, il truculento Ballad in Blood presentato due anni fa al Lucca Film Festival. Monsieur Cannibal in Francia, campione di visioni in Giappone, dove Holocaust si fa bagnare il naso solo da E.T., appassionato fautore del cinema di genere, indefesso rivendicatore del mestiere italiano.

Quentin Tarantino ne rimane incantato: è lui a rivalutare quello splatter impietoso, a idolatrarne gli effetti speciali fatti in casa, a partire dalla donna impalata che campeggia sulla locandina. E cerca di sdebitarsi: Ruggero interpreta un cannibale italiano in Hostel: Part II prodotto dall’autore de Le iene e diretto dal sodale Eli Roth, che al cineasta dedica anche un esplicito, ma non particolarmente gradito, omaggio con The Green Inferno (2013), copia carbone di Holocaust con impaginazione Millennial.

Alle convention Oltreoceano Deodato fa sfaceli, ma siamo fuori tempo massimo: continuare su quella scia di sangue è risultato proibitivo per il misconosciuto demiurgo che è. Da lustri il cinema italiano non ha più spazio per il genere, figurarsi per i suoi cannibali gore: Ruggero è un reduce.

Ispirato sottotraccia al caso Meredith Kercher, Ballad in Blood arriva 36 anni dopo Cannibal Holocaust e 23 dopo il penultimo Vortice mortale. In mezzo, non è più l’artefice del peplum Ursus il terrore dei Kirghisi (1964, girato a quattr’occhi con Antonio Margheriti) o del crudo poliziottesco Uomini si nasce poliziotti si muore (1976), nemmeno di Ultimo mondo cannibale (1977) e della conclusione della trilogia antropofaga Inferno in diretta (1985), nonché del catastrofico Concorde Affaire ’79. No, Deodato deve fare di necessità virtù, traslocare la camera nei territori meno nobili e tuttavia meno perigliosi di pubblicità e fiction. Suo malgrado, alle nostre latitudini diventa il regista di Incantesimo e dei Ragazzi del muretto. Nemo cannibale in patria.

 

La festa di Sandino è un bagno di sangue

È un anniversario dal sapore amaro. Oggi, 19 luglio, in Nicaragua si celebra la festa nazionale in ricordo del trionfo della rivoluzione sandinista che nel 1979 portò alla capitolazione del regime di Anastasio Somoza Debayle. Ma oggi l’aria di festa non si addice al Paese centroamericano, l’atmosfera di gioia stride con il terrore della quotidianità, la repressione attuata dal governo di Daniel Ortega che concentra su di sé i poteri di capo del governo e capo di Stato. Impressionanti le cifre riportate da Amnesty International: da aprile scorso – mese in cui iniziarono le manifestazioni di protesta organizzate soprattutto dagli studenti – si sono registrati più di 360 morti, 60 desaparecidos e 2.000 feriti. Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe, denuncia: “Le autorità nicaraguensi hanno sottoposto la popolazione a un assalto crudele, sistematico e spesso letale al diritto alla vita, al diritto alla libertà d’espressione e a quello di manifestare pacificamente. Il governo del presidente Ortega sta vergognosamente cercando di nascondere queste atrocità”.

Il 19 luglio di 39 anni fa Daniel Ortega, all’epoca 34enne, vestiva i panni del liberatore (era a capo della guerriglia rivoluzionaria d’ispirazione marxista che sconfisse Somoza) ora indossa quelli del dittatore sanguinario.

Per reprimere i cortei degli studenti scesi in piazza per protesta contro la riforma che ha aumentato il contributo sociale dei dipendenti, dei datori di lavoro e tagliato le pensioni, la polizia è stata autorizzata a sparare ad altezza uomo. Secondo Amnesty International lo testimoniano le traiettorie dei proiettili: i colpi sono stati esplosi mirando a testa, collo e petto. E non è tutto: “La polizia e i gruppi armati filo-governativi hanno commesso anche molte esecuzioni extragiudiziali”.

Da ormai tre mesi il Paese vive una violenza senza precedenti nella propria storia recente. L’ultimo scontro armato si è registrato a Masaya, cittadina a 30 km dalla capitale Managua, fino a ieri roccaforte delle proteste contro Ortega. L’assalto delle truppe governative (il primo bilancio è di tre morti) ha espugnato il barrio indio di Monimbó, quartiere simbolo della città che sin dall’avvio della rivolta, il 18 aprile scorso, ha alzato barricate. A guidare l’offensiva contro i manifestanti sono i grupos de coque: militanti governativi armati e pronti a tutto, che agiscono a fianco delle forze dell’ordine. Masaya è anche la città simbolo della rivoluzione sandinista, perché qui partì l’offensiva finale dei sandinisti contro la Guardia Nazionale somozista qualche settimana prima dell’entrata trionfale a Managua il 19 luglio 1979.

Per il politologo e scrittore basco Iosu Peralis (un tempo vicino al Fronte sandinista) “l’attuale massacro è il risultato di un dispiegamento repressivo della forza la cui responsabilità politica ricade sul presidente Daniel Ortega. Se un governo di sinistra spara a chi protesta, come ci differenziamo dalla destra?”.

Le opposizioni e la Chiesa vivono costantemente sotto attacco. Domenica il vescovo di Estelí, Abelardo Mata, è scampato a un agguato delle forze paramilitari. Il veicolo su cui il prelato viaggiava è stato crivellato da colpi d’arma da fuoco a Nindirí, vicino Managua. Il nunzio apostolico in Nicaragua, mons. Waldemar Stanislaw Sommertag, ha rivolto a nome di papa Francesco un appello a porre fine alle violenze: “Il Papa è preoccupato per la difficilissima situazione”.

Maria, la spia russa che imbarazza i pistoleri americani

Non avrà il fascino e la bellezza di Anna Chapman, la giovane russa dal quoziente intellettivo extra, arrestata a New York nel 2010 per spionaggio e divenuta in patria dopo l’estradizione una celebrità: modella, conduttrice televisiva, una delle donne più affascinanti dell’ex Urss per la rivista Maxim. Ma pure Maria Butina, 29 anni, rossa anch’essa di capelli, siberiana d’origine, ha doti di spia spiccate.

Ad Anna la rossa Vladimir Putin avrebbe ordinato, in puro stile ‘dalla Russia con amore’, di sedurre Edward Snowden e di carpirgli informazioni – impresa non impossibile, alla luce dei fatti -. Maria, però, sarebbe addirittura riuscita a catturare l’attenzione di Donald Trump, a Las Vegas, nel luglio 2015, quando il magnate s’era da poco candidato: nella ballroom d’una affollatissima convention, TheDonald la notò e la invitò a fargli una domanda: che cosa ha in mente per i rapporti tra Usa e Russia? “Penso che andrò facilmente d’accordo con Putin”, rispose lui.

Maria la spia è un altro tassello del puzzle di prove e indizi su interferenze russe nella politica Usa.

Un tema molto sensibile, mentre restano accese tensioni e polemiche sull’atteggiamento di Trump verso Putin, al vertice di Helsinki lunedì scorso. Fra le prede della Butina, il repubblicano Scott Walker avvicinato nel 2015 durante la campagna per la conferma a governatore del Wisconsin e divenuto nel 2016 effimero candidato alla nomination repubblicana: Maria pubblica sui social una loro foto insieme e scrive che Walker l’avrebbe salutata in russo. Ma fra le sue immagini vi sono vari fotomontaggi. L’arresto della siberiana, magari non bella, ma tosta, è, per il ministero degli Esteri russo, un’operazione per “minimizzare gli effetti positivi” del vertice Trump-Putin, esattamente come l’incriminazione di 12 agenti russi nell’ambito del Russiagate, l’indagine sulle interferenze russe nelle presidenziali 2016. Se fosse davvero così, qualche effetto le azioni di disturbo dell’intelligence e della magistratura americane l’avrebbero sortito: un sondaggio della Reuters, fatto dopo il Vertice, indica che oltre la metà degli americani disapprova come Trump gestisce le relazioni con la Russia. Ma la controversa prestazione del presidente Usa nella conferenza stampa con il leader russo non incide sul suo tasso di approvazione, che continua a oscillare tra il 40 e il 44%, ben al di sopra dei minimi toccati durante il suo mandato. Butina si sarebbe infiltrata nella lobby delle armi americana, la Nra, guadagnandone la fiducia e fondando in patria un gruppo per il diritto alle armi, e sarebbe pure riuscita ad avvicinare politici o ad inserirsi in organizzazioni che influenzano la politica, per indurli a “perseguire gli interessi della Federazione russa”.

Il tentativo di organizzare un incontro segreto tra Trump candidato e Putin sarebbe però fallito. Le accuse si riferiscono al periodo che va dal 2015 al 2017 e non rientrano nell’ambito dell’inchiesta Russiagate. Arrestata a Washington, Butina è comparsa lunedì e di nuovo ieri in tribunale senza proferire parola. Il rappresentante di alto livello del governo russo con cui Butina collaborava potrebbe essere, lascia intendere The Hill, Alexander Torshin, vice-governatore della Banca centrale russa, il cui nome compare in documenti sulla possibilità che la Russia abbia usato la Nra “per finanziare segretamente la campagna” di Trump. The Guardian scrive che Torshin incontrò Donald Trump Jr a una cena alla convention della Nra del 2016. Da aprile, il banchiere è oggetto di sanzioni. In questo clima, il presidente torna a esaltare l’esito del vertice con Putin e a prendersela con chi lo critica (“Hanno la sindrome da squilibrio da Trump”). E alla domanda diretta dei giornalisti – “La Russia sta ancora prendendo di mira gli Usa?” – risponde con un secco “No”.

La capitale del cemento e dell’incompiuto

Costruite e sarete felici! Gli arbusti edilizi di Catanzaro, le escrescenze cementizie, quelle tumefazioni dell’ambiente costringono la città a essere invasa dal brutto che a volte si fa orrido impellicciato di alluminio, a loro modo fondale della speranza e non della calunnia. Il regime calabrese, l’impotente monopolio degli spicciafaccende che hanno sgovernato, fossero di centrodestra o di centrosinistra, la Regione da quando è nata, ha convinto i suoi abitanti che un paradiso in terra anche per loro ci sarebbe stato, che comunque una pizzeria, un bar, un albergo o un negozietto segnasse la terra promessa.

La maleducazione al cemento, che trova in Catanzaro il suo capoluogo, è cosmesi che trucca le campagne e unisce le altre città. Il non finito, riduzione filosofica dell’incompiuto, è un tratto caratteristico che un fotografo e un filosofo, Angelo Maggio e Francesco Lesce, hanno illustrato con passione e competenza. “Il fabbricato non finito non è solo un elemento estetico che punteggia da cima a fondo il paesaggio calabro – spiega Lesce – ma costitutivo di uno stile di vita”.

Negli anni sessanta costruire è stato l’imperativo categorico della modernizzazione. Che significava collocare le proprie speranze nel futuro, era l’aspettativa del riscatto: “Il fabbricato non finito è un progetto che doveva realizzarsi e mai si è realizzato, è rimasto sospeso nel tempo, e ora è divenuto parte integrante del paesaggio”.

Badolato, Caulonia, Stilo, e prima il Crotonese, o Soverato se si è sullo Ionio e se ne discende da Catanzaro. Lamezia Terme se si guarda al Tirreno, la crosta cementizia delle cittadine di mare (i calabresi odiano la costa, sono gente di collina e di montagna, la cucina ne risente e il mare subisce l’inimicizia dei nativi).

Ad Angelo Maggio, il fotografo, la visione di mattoni a vista come fondale del Cristo di San Luca in Aspromonte lo convinse all’idea di realizzare un tour del non finito: rassegna visiva di costruzioni sospese, di vite affamate di speranza. Ricorda Angelo: “Andai a San Luca per mostrare ai residenti la mia foto con il Cristo e la costruzione di cemento dietro di lui e capire quale reazione producesse: quella foto piaceva tanto”.

L’industria del cemento ha avuto preminenza e sviluppo fino ai primi anni del nuovo secolo. Dopodiché la crisi e la povertà che ha generato, ha obbligato i calabresi al ritorno alla condizione di partenza: nuovamente e perdutamente emigranti. Restano dunque gli scheletri di ieri; oggi invece le nuove costruzioni sono fantasmagorici centri commerciali, spesso lavanderie perfette per la finanza creativa ed estorsiva della criminalità organizzata, realtà incoercibile e – a quanto pare – incontenibile.